Sulla guerra civile ebraica e il nuovo profetico (1)

30 novembre 2005
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(È uscito il numero 12 della rivista Qui. Appunti dal presente. “Pause di riflessione” è il titolo di questo numero. Perché, alla maniera di pause nel ritmo delle pagine di diario che presenta (scritte, questa volta, in Italia, Croazia, Palestina, India, Thailandia, Laos, Vietnam), propone, appunto, riflessioni. Tre, diversissimi, i temi. Uno è “poesia e presente”. Un altro si potrebbe chiamare (…) “sulla guerra civile ebraica” (…). Il terzo tema è una domanda che abbiamo posto nel numero scorso della rivista: “la sinistra sa già tutto?”)

di Marc Ellis*

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo il sionismo era un movimento nettamente minoritario fra gli ebrei, avversato dalla maggior parte delle organizzazioni ebraiche religiose e laiche in Europa come in America. Anche durante e dopo il periodo nazista settori significativi dell’ebraismo rimasero indifferenti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina o la contrastarono attivamente. A uno Stato ebraico si opponevano persino sionisti che optavano per una concezione culturale o spirituale della patria ebraica.

Allo stesso modo, fin dalla nascita di Israele non sono mancati dissensi interni sul ciclo di violenza e atrocità che ha segnato i rapporti fra israeliani e palestinesi. Nella guerra del 1948, sotto il comando di Yitzhak Rabin vi furono soldati che, formatisi nel ‘cosmopolitismo’, si rifiutarono di scacciare gli abitanti arabi da zone destinate a far parte del nuovo Stato ebraico. Durante il bombardamento di Beirut, negli anni Ottanta, militari israeliani si rifiutarono di servire in Libano. Durante la sollevazione palestinese altri soldati di Israele videro, nella politica di forza e nelle violenze israeliane, immagini della brutalità scatenata un tempo dai nazisti contro gli ebrei. Per molti ebrei nella vita ebraica si era prodotta una trasposizione: gli ebrei, negando i diritti dei palestinesi, non si stavano comportando come coloro che, per millenni, avevano negato i diritti ebraici?

Mentre, negli anni, la tradizione di dissenso si faceva più forte, la leadership ebraica tendeva sempre di più ad accettare, da parte di Israele, politiche che, in diversi momenti negli ultimi decenni, hanno scioccato il mondo ebraico. E ora, con la recente rivolta palestinese e le notizie di carri armati ed elicotteri da combattimento israeliani che assediano e minacciano una popolazione civile indifesa, la posta si è significativamente alzata. L’attuale violenza viene dopo quasi un decennio di colloqui di pace; intanto l’applicazione degli accordi di Oslo è stata costantemente differita e violata, gli insediamenti si sono fatti sempre più grandi e provocatori, e gallerie e strade che bypassano città e villaggi tagliano in lungo e in largo la West Bank. Questa seconda intifada ha elevato sia la coscienza del dissenso ebraico sia la retorica dei leader ebraici.

Anche gli ebrei dissenzienti che inizialmente avevano accettato Oslo sono emersi nel dopo-Oslo con una nuova voce. Invece che di politiche da mettere in atto, per esempio, ora “Tikkun” [Rivista ebraica americana di politica, cultura e società. Il rabbino Michael Lerner ne è il direttore] parla di testimoniare i valori sistematicamente violati della tradizione ebraica. Con grande energia, Lerner scrive: “Vogliamo che il mondo sappia che in questo periodo oscuro vi sono stati ebrei che si sono opposti, che hanno proclamato la loro dedizione a un ebraismo in lotta per un mondo in cui ogni essere umano venga trattato con il rispetto e il senso di sacralità che sono al cuore di una visione spirituale del mondo”. Nello stesso tempo, tuttavia, grandi organizzazioni ebraiche hanno pubblicato su testate come il “New York Times” annunci a pagamento a tutta pagina chiamando gli ebrei all’unità di fronte all’aggressione palestinese e a quello che, secondo loro, è il rifiuto dei palestinesi di accettare le ‘offerte’ del governo israeliano per una soluzione definitiva del conflitto. In questi appelli all’unità ebraica non si fa menzione degli elicotteri da combattimento usati da Israele, né del blocco di città e paesi.

Establishment e dissenso ebraici sono andati dibattendo sullo stesso terreno: quello dell’innocenza morale del popolo ebraico, nata dalle sofferenze degli ebrei. La leadership la proclama come un’evidenza; i dissenzienti credono che un’originaria innocenza ebraica necessiti di essere restaurata. Entrambi dimenticano che gli ebrei non sono mai stati più innocenti di altri popoli, come implicava invece un’iniziale risposta ebraica alla fondazione dello Stato di Israele: l’esplicito rifiuto di rivendicare un diritto a una patria abitata da un altro popolo. Nell’emergenza degli anni post Olocausto Judah Magnes, Martin Buber e Hannah Arendt, favorevoli alla creazione di una patria ebraica in Palestina ma contrari alla nascita dello Stato di Israele, auspicavano legami fraterni tra ebrei e arabi in una Palestina in mutamento e, quali che fossero le rivendicazioni dei due popoli, coltivavano l’idea che divenissero padroni di se stessi in una mutua interdipendenza.

Se Israele, come ogni altro stato-nazione, non è innocente, se la sua parabola ha più a che vedere con la moderna costruzione di uno Stato che con un’antica tradizione etica, se, anche qui come ogni altro stato-nazione, essa usa religione e religiosità unicamente ai propri fini, allora il tentativo del dissenso di richiamare Israele alla sua ebraicità è una battaglia perduta; la sua ebraicità può essere solo vagamente sentita come tradizionale e degna di venire dibattuta in termini spirituali. Invece di sostenere il dissenso, cioè, invece di sostenere chi cerca la riforma dell’ebraismo dall’interno, dobbiamo guardare a una tradizione profetica più radicale. Dobbiamo essere pronti a schierarci con gli ebrei di coscienza, che sono disposti a prendere completamente le distanze dall’establishment ebraico e andare in esilio per combattere le pratiche oltraggiose dello Stato ebraico.

Ebraismo costantiniano
L’ebraismo attualmente praticato in Israele e nella leadership ebraica in America trova dei paralleli nei legami stretti dal cristianesimo negli stati-nazione dopo essere stato innalzato da setta perseguitata a religione di Stato. Gli storici chiamano il legame della Chiesa cristiana con lo Stato cristianesimo costantiniano. Dobbiamo iniziare a pensare che, nello Stato di Israele, abbiamo ora un ebraismo costantiniano.
Il cristianesimo costantiniano tramutò la sua testimonianza etica e spirituale in un insieme di politiche che legittimavano lo Stato e accrescevano la rispettabilità del cristianesimo stesso. Se i testi della tradizione spirituale cristiana e il simbolismo delle sue più profonde tensioni permanevano, a evolversi di fatto fu una nuova religione che usava il messaggio sovversivo dei primordi come copertura per lo sviluppo di un’ortodossia teocratica che avrebbe scandalizzato i primi seguaci di Gesù.

Non è questo che è accaduto all’ebraismo nella nostra epoca, la genesi di un ebraismo costantiniano al servizio dello Stato e del potere? Gli ebrei del dissenso non si trovano nella stessa posizione in cui si trovano i cristiani del dissenso? Certo, avendo l’ebraismo sviluppato questa sensibilità solo negli ultimi decenni, ed essendo il numero degli ebrei minimo rispetto a quello dei cristiani, la portata dell’ebraismo costantiniano è molto minore. Nello stesso tempo, però, i cristiani corrono meno rischi degli ebrei, perché il costantinianesimo della cristianità è così onnipresente e diffuso che nessuna comunità cristiana sembra direttamente preoccuparsi dell’altra. E inoltre la comunità cristiana, almeno in Occidente, non è passata attraverso un’esperienza di sofferenza come l’Olocausto.

Quello che è chiaro è che la leadership ebraica in Israele e in America è del tutto assimilata a questo costantinianesimo, e la maggior parte degli ebrei seguono questa strada per acquisire sicurezza e ricchezza.
In termini concreti il costantinianesimo ebraico significa che, qualunque accordo Israele finirà per firmare con i palestinesi, la giustizia resterà lontana e secondaria. Israele può dichiarare un’altra emergenza, reale o immaginaria, in qualunque momento, e continuare per la sua strada. Il dissenso ebraico è permanentemente all’interno di un ciclo cui non ha dato inizio e che non è in grado di controllare, perché può solo reagire e non tracciare nuove direzioni.

Che cosa possono fare gli ebrei del dissenso? Da un lato essi cercano di dibattere in quanto ebrei, all’interno di una tradizione ebraica e per un futuro ebraico. Dall’altro, competendo per lo stesso terreno della leadership ebraica, scendono a compromessi, discutendo di etica all’interno di un costantinianesimo ebraico in obbligo verso lo Stato e il potere. Ogni sfida etica, ogni passo avanti che faranno, sarà all’interno di una cornice unitaria definita dai leader del costantinianesimo ebraico e per essi accettabile.
Cercare di dimostrare la propria ebraicità in questo quadro preventivo significa porsi sulla difensiva e destinarsi a fallire il test. Che cosa può mettere in discussione l’etica, infatti, più della evacuazione forzata e di massa di un popolo, di bombardamenti aerei su città indifese, di blocchi di paesi e città per settimane e mesi di seguito, di squadre deputate all’assassinio e torture legittimate dai tribunali? Quanto si dovrà aspettare perché una tradizione etica venga semplicemente dichiarata morta, piuttosto che difesa nel compromesso?

Questa sfida etica viene in risalto nel campo che dovrebbe essere il più libero dalla realpolitik: l’università. Per lo più si pensa che la leadership ebraica abbia sede in organizzazioni come la Anti-Defamation League e associazioni rabbiniche. Non meno importante, tuttavia, è la rete di accademici nell’amministrazione, nei corsi di studi ebraici e nelle cattedre di studi sull’Olocausto. Più di ogni altro gruppo, gli amministratori e studiosi ebraici legati a università, per quanto per la maggior parte di orientamento liberal, hanno soffocato il dibattito nei campus universitari di tutto il paese. In lotta per la legittimità come studiosi ebraici, hanno spesso messo a tacere la loro stessa voce e le voci a sinistra delle loro posizioni. Anch’essi sono presi nella trappola che costringe al compromesso, deviati su una posizione che permette loro di criticare senza mettere efficacemente in questione l’establishment. In effetti gli ebrei del dissenso, li si identifichi con l’università o con “Tikkun”, hanno contribuito non solo a soffocare il dissenso alla loro sinistra, ma, così facendo, anche a tenere lontano il mondo ebraico da una comprensione più profonda dei dilemmi cui gli ebrei come popolo si trovano di fronte e da un possibile procedere oltre l’attuale impasse.
Non è la prima volta che il dissenso viene inglobato dall’establishment; è già successo anche nel corso della nostra vita. L’ebraismo costantiniano è nato dall’ebraismo rabbinico solo grazie all’alchimia di circostanze storiche in mutamento cui corrispondeva una vigorosa teologia del dissenso formulata in reazione all’Olocausto. Uno sguardo a questa storia recente spiega perché non possiamo aspettarci che l’attuale ondata di dissenso contro le politiche dello Stato di Israele annunci altro che un nuovo establishment.

La teologia dell’Olocausto come dissenso
L’ebraismo rabbinico era un ebraismo di testualità e speranza nel contesto di una più ampia società che, nel migliore dei casi, tollerava la presenza degli ebrei e nel peggiore ne perseguiva l’eliminazione. Esso iniziò a franare con l’emergere del potere ebraico in America e Israele e, in particolare, con il venir meno del carattere ostile del cristianesimo occidentale. Senza l’esperienza viva della ghettizzazione, l’ebraismo rabbinico perse il contesto che era alle sue fondamenta; al che corrispose che i testi canonici dell’ebraismo, che si erano formati e imposti ed erano studiati solo all’interno dell’ebraismo rabbinico, persero la loro presa sugli ebrei e sull’ebraismo.
Se si potrebbe pensare che l’ebraismo rabbinico sia stato rafforzato dall’esperienza dell’Olocausto – poteva esserci un esempio migliore della Germania nazista, come società ansiosa di allontanare da sé gli ebrei? – la reazione ebraica all’Olocausto assunse la forma di un dissenso dall’ebraismo rabbinico, un dissenso che aveva a fondamento proprio l’incapacità di quella teologia di reagire alla estrema purgazione degli ebrei nell’Olocausto come alla crescita del potere ebraico dopo di esso. All’interno della teologia dell’Olocausto l’ebraismo rabbinico diviene un mondo perduto di bellezza e limitazioni, e la Torah un luogo di sfida in cui le stesse rivendicazioni e tensioni del testo sono usate come punti di partenza per mettere radicalmente in discussione Dio e la fedeltà di Dio lì espressa.

Eppure la teologia dell’Olocausto diviene dominante perché preserva e trasforma elementi chiave dell’ebraismo rabbinico, in particolare la fede rabbinica nell’elezione degli ebrei e della vita ebraica, un’elezione paradossalmente rafforzata dall’incapacità di Dio di proteggere gli ebrei e dal tentativo nazista di sterminare il popolo ebraico. La teologia dell’Olocausto segue la strada di dissenso in cui il profetico – cioè una rielaborazione davvero radicale della tradizione basata sull’appello della coscienza – resta non annunciato in termini o figure specifici, almeno come tradizionalmente riconosciuto dai rabbini. ‘Profeti’ divengono piuttosto i teologi dell’Olocausto stessi: Elie Wiesel, un superstite di Auschwitz, per esempio, o quanti promuovono la sopravvivenza e il potere di autodeterminazione ebraici, come David Ben-Gurion, primo ministro della neonata Israele. Israele stessa diviene il nuovo centro del canone, evocato con una regolarità che ricorda il ciclo di letture della Torah. Nasce una nuova Torah, in cui la tensione presente nel canone tradizionale è sostituita da un ritmo alterno di sofferenza e presa di potere nel mondo contemporaneo. Dell’antica Torah e del sistema di riferimento rabbinico è rilevante solo ciò che parla all’Olocausto e a Israele. O l’antico si sottomette al contemporaneo, o è rifiutato.

Né l’era rabbinica né l’era di dissenso successiva all’Olocausto lasciano libero spazio al profetico. Le loro teologie iniziano sovversive e ribelli solo per divenire ortodossie che sminuiscono e rifiutano il contesto che evolve all’interno del loro stesso ascendente. Inizialmente l’ebraismo rabbinico rifiuta l’Olocausto come categoria religiosamente carica di profondità e significato; la teologia dell’Olocausto rifiuta la critica all’acquisizione ebraica di potere come indegna di considerazione. L’ebraismo rabbinico rifiuta di vedere la storia contemporanea di sofferenza e assunzione di potere come definente; la teologia dell’Olocausto rifiuta di riconoscere la nascita dell’ebraismo costantiniano e la propria complicità in essa.

L’etica del potere ebraico è discussa solo nell’ultima fase della teologia dell’Olocausto, e solo in difesa di un’Israele oggetto di implacabile critica da parte di una nuova ondata di ebrei dissenzienti dopo l’invasione del Libano, nei primi anni Ottanta, e la politica di brutalità messa in atto per schiacciare la rivolta palestinese nei tardi anni Ottanta e primi Novanta. Muovendo oltre le precedenti teologie di Elie Wiesel e Emil Fackenheim, che vedevano in Israele un sogno innocente e in relazione soltanto con la sofferenza dell’Olocausto, Irving Greenberg, rabbino ortodosso e presidente dell’Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti, cerca di conciliare l’uso del potere da parte di Israele con l’etica ebraica. Ma, cosa interessante e istruttiva, nonostante la sua ortodossia non attira l’attenzione sulle tensioni del testo biblico importanti per questa discussione. Divide invece la storia ebraica in ere in cui il fattore determinante per l’etica ebraica diventa la crisi attuale, che ruota attorno all’Olocausto e alla sopravvivenza di Israele. Il che gli dà la libertà di declassare il profetico da modello rivoluzionario ad affascinante e limitato anacronismo.
Per teologi dell’Olocausto come Greenberg, in un’epoca in cui la voce che guida l’ebraismo non emana dal Sinai ma da Auschwitz, in un’epoca in cui il comandamento religioso chiave è l’acquisizione di potere piuttosto che la critica del potere, l’appello profetico alla coscienza va disciplinato e relegato a uno status secondario. Le impreviste conseguenze della richiesta profetica di anteporre l’etica alla costruzione di uno Stato, infatti, non possono a suo parere che portare, se applicate allo Stato di Israele, alla sua distruzione e quindi a un secondo Olocausto. In quello che è ormai chiaramente divenuto un ebraismo costantiniano, la vita ebraica ha la precedenza sul profetico e l’etica del potere ebraico la meglio sul potere dell’etica ebraica. Dopo l’Olocausto nessuno, nemmeno Dio, può prevalere sullo stato-nazione ebraico nell’intendere e preservare questa missione. Una teologia di dissenso è divenuta il nuovo establishment.

(continua)

da Wrestling with Zion: progressive Jewish-American responses to the Israeli-Palestinian conflict (Grove Press, New York 2003)
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