Nell’ora di visita

7 dicembre 2005
Pubblicato da

di Davide Racca

Buio, buio pesto,
questo è il cominciamento.
Nessuna oleografia,
o panegirico,
mi spinge in un emblema
senza figuranti né passione…

e non cerco pensieri poveri
da breviario filosofico.

Gli ospedali sono tutti uguali…
un’angoscia di risposte severe
e medicine per arrivare a domani.

Un’unghia, un lembo di benda… la tua carne
è coronata da immense giornate di febbre.

I sogni analfabeti, dalle facciate nascoste
e dalle voci in aria che ti chiamano,
scivolano giù da displuvi fatti apposta
per non sembrare campati in aria.

Sottilmente si chiarificano i segni sulla tua pelle.
Ogni ora, mi dici, è l’ora che ti attende.

*

La stanza d’ospedale nel piatto della mensa.

I tubi alle narici e giù nella sacca dell’urina,
in bilico, la tua sostanza fatta di silenzi
e di occhi fissi a ieri,
al punto dove eravamo rimasti.

Una serenità insensata
tra i letti della stanza celestina,
i mobiletti a schiera… e un santino scarno
poggiato al bicchiere (le altre
hanno già mangiato
e messe al riparo sotto le coperte
fanno orecchie da mercante).

Tu non mangi neanche oggi
svezzata da una nuova flebo.
Sgoccioli dall’alto in basso
bucata e martire.

*

Studio una fuga… meschina
come un passatempo. Buttandomi fuori
dall’ospedale cercherò un fioraio.

In questo albergo di rassegnazione
l’odore di mercurio si adagia dolciastro sulle cose
con un ordine cieco.

Ingranaggi… cateteri e lamentele
nell’ora di visita… l’infermiera è lontana
e i tuoi occhi in debito d’ossigeno.

*

Le dure risposte senza vacanze,
e fuori il sole di queste giornate
gelide e cave…

Quello che nasce e che muore è un pendolo
tra un nastrino azzurro o rosa,
e una stanza grigia in una guaina nera.

Non credo che l’aria cambierà così presto
da farci annusare un paradiso per scherzo.

19 Responses to Nell’ora di visita

  1. gibril il 7 dicembre 2005 alle 20:58

    Sono testi bellissimi, Davide: versi di dolente, fraterna, devastante bellezza: poesia e pensiero, anima e corpo fusi in un abbraccio che lascia senza fiato.
    Complimenti. E grazie di cuore.

  2. antonellapizzo il 7 dicembre 2005 alle 21:42

    versi toccanti, che sanno di amaro, di dolce e di disgustoso sangue, il doloramento che si fa poesia, l’attesa che precipita in finito.

  3. arminio il 7 dicembre 2005 alle 22:49

    caro davide
    questi versi dicono molto:

    Non credo che l’aria cambierà così presto
    da farci annusare un paradiso per scherzo.

  4. rosanna il 8 dicembre 2005 alle 00:16

    “Non è difficile vedere la forma nello specchio.
    Ma non vi è modo di catturare la luna nella corrente d’acqua”.
    Eppure Davide, ci riesce.
    Per afferrare la luce, guarda l’autentica luna.
    Osserva il cielo, perché sul fiume non c’è che un riflesso.
    Sa cogliere la radice originaria, da cui nascono i fiori effimeri, capta l’essenza delle cose, senza preoccuparsi dei rami.
    I suoi versi, oltre pensiero, abbracciano le contraddizioni della realtà visibile, in una giornata lunga come un bambino.
    Rimossa la polvere accumulata sullo specchio, bisogna assolutamente vederne lo splendore: un’ immagine ferita, di rara bellezza.

  5. mag il 8 dicembre 2005 alle 21:46

    chi si lamentava del pensiero della morte come fosse qualcosa di tragico e angosciante?
    è darsi alla vita il vero dramma.
    si puo’ scegliere di morire, ma non di nascere.
    e siamo qui nostro malgrado.

  6. francesco forlani il 9 dicembre 2005 alle 10:51

    momenti altissimi di consapevolezza in questi versi
    effeffe

  7. wovoka il 9 dicembre 2005 alle 11:36

    E’ più di un mese, ormai, che la mia giornata di lavoro ha un’appendice in ospedale, dove passo verso le 18 ad imboccare mia madre (in reparto fanno capire di attendersi e di gradire questo tipo di aiuto). Questo secondo ictus, che sembrava fatale, è chiaramente senza ritorno: non riuscirà mai più a comprendere che adesso si trova in ospedale, e che quella cena che le annuncio sempre è quella che sarò io a somministrare a lei, e non quella che lei vorrebbe mettersi a preparare a me. Mi chiede confusamente di persone scomparse 40 anni fa, eppure, in questa sua impressionante sottrazione di facoltà, le rimane per fortuna abbastanza dignità, conserva i tratti fondamentali del suo carattere, che le fanno trovar comica invece che spaventosa la circostanza che, ad intermittenza, non riesca a ricordarsi chi diavolo io sia, o mio padre, o mio fratello. Questo per dire che la poesia ha toccato, ma forse soltanto perché vi sono sensibilizzato. Dovrò rileggerla a distanza di tempo.

  8. mag il 9 dicembre 2005 alle 11:45

    wowo……cerca di fortificarti con cio’ che sai farti bene.
    se puoi alza la soglia della tua sensibilità, tanto per non sentire troppo il dolore.

    un abbraccio.

  9. wovoka il 9 dicembre 2005 alle 11:52

    grazie magda. in effetti l’ho già dovuta alzare, e questo magari può rendermi più ottuso e sgradevole del normale in altri contesti, forse anche qui, talvolta ;-)

  10. mag il 9 dicembre 2005 alle 18:19

    No, solo piu’ apparentemente cinico e/o fragile.
    ma chi non sa non puo’ capire.
    ascoltati e ascolta, è un’occasione di grande crescita personale, se la sai cogliere.
    Il tempo e i suoi affanni non passano mai inutilmente.

  11. wovoka il 9 dicembre 2005 alle 21:08

    Oh certo, cara Magda. Stasera per esempio riflettevo su quanto si potesse considerare deleuziano il suo delirio: cinque-sei parole in sequenza logica coerente, una pausa e poi il passaggio ad un altro micro-argomento, per libera associazione. Potrei forse trarne una raccolta di curiosi haiku occidentali. Riflettevo anche su come in certi casi la morte si distacchi nettamente dalla sofferenza, ponendosi come entità sostanzialmente benevola. Per fortuna mia madre non mostra lo strazio della sofferenza: attenta a ciò che viene detto, se ne sta complessivamente tranquilla ed in atteggiamento sereno, inoltre aumentando la stimolazione aumenta la sua “presenza di spirito”. E’ come se si fosse sostanzialmente già congedata da noi, ma si potesse ancora indirizzare qualche carezza e attenzione al suo quieto fantasma, e questi facesse segno di gradire. Ma è tutto nel corso naturale delle cose. I veri strazi si hanno quando la sequenza naturale viene invertita.

  12. gibril il 9 dicembre 2005 alle 22:25

    @ Wovoka

    (con affetto e vicinanza, perché in questo momento ci lega un sentire che ha la profondità smisurata di ogni parola taciuta)

    Da testi di Paul Celan
    (così come la memoria liberamente li traduce, e riversa sul foglio, in questo momento)

    Lontananze

    “Con gli occhi dentro gli occhi, già immersi nel gelo,
    lasciaci ancora fare questo:
    con filamenti di respiro
    intrecciare insieme il velo
    che ci nasconde l’uno all’altra,
    mentre la sera sopraggiunge
    a misurare la sua lontananza
    da ogni volto con cui essa ci appare,
    da ogni volto che ci offre tra le ombre, come un dono”.

    Argumentum e silentio

    “Poiché, dimmi, dove mai potrà albeggiare
    di nuovo, se non in lei,
    che dalle rive inondate dal suo dolore
    indica agli astri che declinano
    la dimora di ogni seme?”

    Un abbraccio

  13. gabriella fuschini il 9 dicembre 2005 alle 22:29

    @ wovoka:
    da mestierante delle problematiche di salute, ti invio un abbraccio di cuore.

  14. mag il 10 dicembre 2005 alle 06:17

    Deleuze dice che ognuno di noi ha un lato demente e se non lo conosci non puoi amare. perchè è la follia che ami delle persone che ami….

  15. wovoka il 10 dicembre 2005 alle 09:40

    Ringrazio e ricambio tutti gli abbracci. D’altronde è stata proprio la “sacralità” che ho avvertito nella poesia di Davide Racca (con alcune immagini folgoranti di identificazione totale – “Le dure risposte senza vacanze, / e fuori il sole di queste giornate / gelide e cave…” ) a dirmi che potevo “sbottonarmi” un po’. E non ne sono affatto pentito. Ciao

  16. mag il 10 dicembre 2005 alle 11:04

    e calatevi le brache! per dindirindina!

  17. gibril il 10 dicembre 2005 alle 11:39

    Mag, in quei versi c’era già tutta la nudità, “umile” ed “essenziale” di un essere che guarda il suo vero volto negli specchi del dolore: quello senza nome, delle radici, la sofferenza che nessuna sovrastruttura, di nessun tipo, riuscirà mai a velare o a offuscare.
    Le brache erano già state messe in un angolo. Da tempo.

  18. mag il 10 dicembre 2005 alle 18:36

    passiamo all’ecografia allora?

  19. davide racca il 11 dicembre 2005 alle 16:07

    vi ringrazio di cuore. sono stato lontano da internet per un pò, e aprire questa pagina mi ha dato molta forza! grazie ancora e, in particalare, buona fortuna a wovoca.



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