Autobiografi con nome e cognome

9 dicembre 2005
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

Se è vero che l’autobiografismo, in letteratura, è croce molto più che delizia di ogni scrittore che voglia trascendere il puro gusto di narrare storie un tanto al chilo con poca o nulla messa in gioco di se stessi, nel secolo da poco passato a miglior vita – quella delle antologie, della storia- si sono riscontrati significativi esempi di scrittori che dell’autobiografismo hanno fatto una bandiera, perlopiù sbrindellata e senz’altro scomoda; e tre dei maggiori del secolo sono stati nei loro libri “io narranti” che si presentavano al lettore anche nelle loro narrazioni con quel tanto di nome e cognome già presente in copertina.

Curzio Malaparte, per dirne uno decisivo, puntò la sua spietatezza di sguardo col disincanto e il reattivo cinismo di chi deve sopravvivere col riso sarcastico all’orrore che lo circonda, l’orrore della guerra. Una guerra che in Kaputt egli volle però vedere addirittura come condizione migliore dell’antecedente pace proprio perché essa aveva fatto in certo senso pulizia nella disfatta: “E sia ben chiaro che io preferisco quest’Europa kaputt all’Europa di ieri, a quella di venti, di trent’anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare come un’eredità inevitabile”. La disfatta della guerra, quindi, come paradossale consolazione per un’Europa da sempre decaduta, una consolazione, la sua, da “tabula rasa”. Malaparte si presenta con nome e cognome anche nel suo altro grande romanzo di disfatta, La pelle, pervaso da una stanchezza da incubo; e come in Kaputt lo scrittore vede al di là, inventando tra le altre cose una morte ancor più morente di quella originale. Fa del surrealismo – si potrebbe dire- sulla sua stessa pelle, mettendoci, oltre alla faccia, anche il nome, che in letteratura sono la stessa, identica cosa.

Una decina d’anni prima un altro scrittore, più intimamente surrealista di Malaparte, si presenta con il proprio nome e cognome in un romanzo che descrive in maniera folgorante la propria personalissima, vitalissima alienazione. Henry Miller, in Tropico del Cancro, mette in scena una vecchia Europa sul palcoscenico di Parigi dal punto di vista di un americano che a quarant’anni ha deciso di non lavorare più, ma di vivere al contrario ben al di fuori di quell’ “incubo ad aria condizionata” che è diventata la sua subcontinentale terra d’origine. La scrittura di Miller è straordinariamente vivente nonostante l’incubo di morte non lo molli mai, nemmeno nella capitale francese della sua fuga in cerca di fortuna; le sue storie si svolgono a propulsione, come fossero fabbricate da una macchina pneumatica dalla quale viene espulso di tutto: sesso esplicito, cibo ingozzato, vino rubato, vie, slarghi, monumenti di Parigi, sguardi d’incanto spettrale. Non c’è salvezza, anche l’Europa d’anteguerra è un mucchio di macerie, solo che esse sono invisibili; soltanto l’ ipersensibilità dell’artista vero le vede, le trasfigura, le sente, le vive, infine le prefigura graffiandosi dentro di esse fino al culmine del suo cuore iperteso.

Ne La pelle di Malaparte, invece, l’americano in Europa (impersonato dal Colonnello Hamilton, grande amico dello scrittore) è si “uno spirito colto, raffinato” ma “al tempo stesso di una semplicità e di una innocenza quasi puerili. Era, voglio dire, un americano nel senso più nobile della parola: uno tra gli uomini più degni di rispetto che io abbia mai incontrato nella vita”.
I francesi di Miller, che è un americano anch’egli semplice e al contempo colto come Hamilton ma per nulla invece innocente, nel cancerogeno tropico narrato sono persone tutt’altro che spiritualmente libere, tutt’altro che animate da sentimenti nobili; si tratta viceversa di gente greve e meschina, tutto sommato dei piccoli borghesi bottegai della puttanaggine morale. Dunque assistiamo a questo strano fenomeno dato dai parallelismi: nei combattimenti di Kaputt e nella liberazione de La pelle gli americani sono bestie feroci come tutti, à la guerre comme à la guerre; ma esiste l’eccezione dell’americano colto, e quindi è la cultura che può innalzare l’uomo, che forse lo salva; invece nel Tropico Henry Miller, americano generoso e libertario, (tutto meno che un militare, dunque) viene a trovarsi in un’Europa che, nonostante la ovvia mancanza di macerie e di disfatte provocate perché regna la pace, egli vede ancor più che coperta da macerie vere perché addirittura avvoltolata in un’ autentica, “civile” corruzione quantunque una cultura millenaria spunti continuamente da ogni anfratto. Fuggito da un’America che lo soffocava, in Europa lo scrittore americano trova semplicemente un modo meno netto – ma anche più ambiguo, più subdolo- per continuare a soffocare. E’ solo la sua vitalità e generosità quasi commoventi che lo salvano dalla morte dell’anima; la sua generosità, la sua ansia di vita, sono più potenti del disfacimento che lo circonda, mentre Malaparte dal disfacimento si lascia trasportare quasi passivamente, con un disincanto e un’amarezza tutte europee. In ambedue questi scrittori che si presentano sulla pagina col loro nome e cognome c’è sostanzialmente il tentativo, riuscito in entrambi i casi, di sopravvivere, ciascuno a suo modo, all’incubo del mondo, all’inferno degli altri.

Il terzo caso di grande scrittore del Novecento che sulle proprie pagine ci mise la faccia ovvero il nome è quello di Céline: quando pressappoco Miller scriveva il suo primo Tropico, l’impietoso francese viaggiava fino al termine della sua lunga notte senza speranza d’albe. Egli si rende antipatico fin dall’inizio e coerentemente così proseguirà nel suo viaggio arrivando ben oltre la notte, di libro in libro, costantemente discendendo. Il suo Ferdinand, il suo io narrante tra bestemmie e imprecazioni barcamenanti tra puntini di sospensione tesi sopra baratri di parlato stretto d’argot, ci racconta di una visione deturpata del mondo, sì, ma soprattutto del deturpato se stesso. Céline finisce in senso negativo il lavoro di Miller e di Malaparte, che ambedue, il primo nella sostanza, il secondo soltanto fino ad un certo punto, si autoassolvono. Céline, nel guazzabuglio infernale del suo mondo allucinato, ci si vuol mettere in primissima persona affondandoci ben più degli altri due: è lui il protagonista della rappresentazione di un mondo scellerato, gli altri esseri umani sono magari anche peggiori di lui – benché questo sia tutto da dimostrare – ma sempre comprimari delle nefandezze del mondo rimangono, stagliandosi nel fondale come dei grotteschi figuranti felliniani. L’Europa e poi brevemente l’America del medico-scrittore sono le due facce della stessa medaglia di falso conio: quello che muove sulla pagina il Céline dei due romanzi più celebri e riusciti (Il Voyage e Morte a credito) è, io credo, la paura. Come è la paura – e qui torniamo con una necessaria torsione a Malaparte- che muove secondo lo scrittore pratese i tedeschi nella loro opera di devastazione, perché il tedesco a suo modo di vedere ha paura dell’inerme molto più che dell’uomo forte.
Céline, di più, ha paura quasi di tutto, perché ha la coscienza per nulla asettica del medico che fin dall’inizio ha tentato di curare la morte; accortosi dell’impossibilità di quest’operazione che egli ha compreso infatti come assolutamente disperata, si è sfogato nella scrittura narrando in maggior parte della sua paura non tanto, appunto, della morte, quanto dell’inermità che ci coglie tutti di fronte alla sua comparsa. Come i tedeschi nazisti di Malaparte, anche Céline ha paura, una paura direi incontrollabile, della debolezza.

I tre autobiografici scrittori di cui ho parlato in queste righe non si accomunano tra loro soltanto perché si misero in gioco col proprio nome e cognome, non si accomunano soltanto perché facenti parte dello stesso periodo storico-letterario: tutti e tre tentarono, a mio avviso, di sconfiggere la paura scrivendo di loro stessi spesso mistificandosi. Indossarono una maschera che ne sfigurava i lineamenti e se la portarono addosso proprio perché scelsero di essere – coi loro nomi e cognomi ripetutamente stampati sulle loro magnifiche pagine- i protagonisti testimoni delle loro narrazioni; ma con quella maschera addosso dovettero inventare, esagerare, mistificare, chi in parte migliorando la propria immagine come Miller, chi forse peggiorandola, proprio perché portare il proprio nome e cognome attraverso opere letterarie così drammatiche e finanche tragiche può diventare un’impresa quasi insostenibile. Inventare sulla tragedia della realtà equivale in certo senso a salvare il salvabile soprattutto di fronte a se stessi.

(Pubblicato su Stilos – 22.11.05)

53 Responses to Autobiografi con nome e cognome

  1. arminio il 10 dicembre 2005 alle 10:04

    caro franz
    il tuo pezzo mi è piaciuto molto. parli di libri e autori senza le fumisterie di certi critici tesi alla fine a mostrare la propria bravura piuttosto che la bravura degli scrittori di cui parlano. mi piace molto la tua lingua sincera, senza alchimie da farmacisti delle parole. e poi c’è la faccenda della paura, che oggi è centralissima. ho scritto un libro di versi che si chiama homo timens, in quel libro parlo di me, ovviamente, ma forse anche di tanti altri.

  2. livio il 10 dicembre 2005 alle 16:33

    segnalo almeno un altro paio di esempi importanti: proust, il cui io narrante in 2 punti della ricerca si fa chiamare marcel, e alcune prose di borges, in cui però egli parla di se stesso come se fosse un altro.
    infine, citato miller, anche il conseguente bukowsky

  3. Franz Krauspenhaar il 10 dicembre 2005 alle 17:43

    Grazie mille Franco per quello che mi dici; per essere “franco” nella lingua devo lavorare molto, e tagliare, tagliare, tagliare…:-)
    Il tema della paura – nonché quello dell’autobiografismo, nonché quello del “metterci la faccia” potrebbe prestarsi a una bella discussione.

    Grazie a Livio per le segnalazioni; anche il Chinawski di Bukowski è un superalterego come il Bardamu di Céline. E, aggiungerei, Bukowski proviene in qualche modo da Miller, ma anche da Céline, che come sanno anche i sassi amava moltissimo.

  4. andrea inglese il 10 dicembre 2005 alle 17:51

    caro Franz molto, moltissimo sugosa la triangolazione che hai imbastito, e che ha come collante il fatto di “scrivere di (se) stessi, mistificandosi” – talmente sugosa che dà anche qualche vertigine, pensando a quanti armonici ideologici, storici, stilistici risuonano fra i tre convitati

  5. Franz Krauspenhaar il 10 dicembre 2005 alle 19:18

    Grazie Andrea, ma il mio è solo uno spunto- per quanto vertiginoso- che potrebbe portare, chissà, lontano. Il blog è questo, per me; altrimenti è solo “vernissage”, cosa che io lascio volentieri, per l’appunto, al pret à porter letterario. So che tu sei uno che puo’ sviluppare i discorsi su tutti i fronti. Io sono qui anche per imparare, tra l’altro.

  6. arminio il 10 dicembre 2005 alle 20:27

    sarebbe interessante fare nomi del presente. chi sono tra gli scrittori innumeroli in scena quelli che ci mettono la faccia e quelli che giocano col culo…
    mi pare sia urgente che qualche critico si assuma questo compito. mi pare urgenti che si parli di scrittori a prescindere da quanti libri hanno pubblicato e con chi. questo potrebbe essere un ottimo luogo per un lavoro del genere

  7. giovanni il 10 dicembre 2005 alle 20:36

    Però: qual è il merito di metterci la faccia piuttosto che giocare col culo (qualunque cosa indichi questa polirematica a me oscura)? Ariosto non ci ha messo la faccia, Cervantes nemmeno, di recente nemmeno Charles Dickens o Thomas Mann, ma qualcosa di buono hanno fatto pure loro – come, beninteso, i tre citati da Franz, con qualche riserva in più per Malaparte che, in mezzo a Miller e Céline, è il vaso de coccio etc. [naturalmente, i discorsi sull’autobiografismo sono più complicati di così, ma adesso è anche sabato sera, vero]

  8. arminio il 10 dicembre 2005 alle 21:25

    MA IO VOGLIO RAGIONARE SUL PRESENTE. LASCIAMO STARE ARIOSTO. PRENDERLA ALLA LONTANA è TROPPO COMODO

  9. gianni biondillo il 10 dicembre 2005 alle 21:25

    Metterci la faccia è una possibilità. Non è LA possibilità. (ma questo lo sa anche Franz, ovviamente).

  10. F.K. il 10 dicembre 2005 alle 22:36

    Giovanni, nessun merito particolare, credo. Gianni dice bene, metterci la faccia è una possibilità, non LA possibilità. Ci mancherebbe. Il mio, lo ripeto, era uno spunto. E ovviamente i tre autori che ho citato hanno quel qualcosa in comune che ho trovato stimolante sottolineare. E a me piacciono anche – ma non solo- per questo, ma è gusto personale.

    Franco, possiamo parlare pure del presente, di autori che fanno, oggi, la stessa cosa, o che comunque scrivono in maniera profondamente autobiografica. Senza dividere con una barriera netta (difficile da stabilirne la nettezza, credo) sedicenti “buoni” da sedicenti “cattivi”.

  11. giovanni il 11 dicembre 2005 alle 05:19

    Ottimo Franz, ottimo l’arch. Biondillo. L’autobiografismo contemporaneo, caro all’amico Arminio, oggi assume forme s-pudorate, come nel Philippe Forest o nel recente, sopravvalutato Milo De Angelis neo-mélo. Saranno coincidenze o segni dei tempi? Ai posters l’ardua sentenza.

  12. F.K. il 11 dicembre 2005 alle 12:17

    Grazie Giovanni, ai posters l’ardua sentenza (vedi quelli dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, ormai introvabili).

    P.s: visto che ne è stato degli anni 80?

    Resta il fatto che non si è toccato il tema della “messa in gioco” di se stessi nell’autobiografismo, come accennavo all’inizio del mio pezzo. Stante che questa “messa in gioco” (solenne?) vive ovviamente all’interno di una rappresentazione della realtà, ed è dunque essa stessa fiction, quanto lo è in più, o in meno, rispetto a una narrazione di sé che si serve di personaggi “nascosti”? Domanda che faccio a chi ha voglia di rispondere in una domenica (qui) di sole.

    Poi si potrebbe citare l’ultimo Easton Ellis, nel novero di quelli che ci “mettono il nome.”

  13. Miku il 11 dicembre 2005 alle 13:21

    Chiosa corriva e cursoria:
    con l’autobiografismo cifrato come la mettiamo? La faccia può essere messa come strategia narrativa in primo piano, certo, ma l’organizzazione dei percetti – come scollarli questi dal sé – ha sempre natura autobiografica. Più chiaramente: la messa in moto della macchina di percezioni del romanzo sviluppa il cono d’ombra dell’ipseità. Cono d’ombra o zona di rifrazione dell’autore, è lì che la lingua parla del sinolo di coscienza e mondo che è l’individuo. La faccia di un autore è la sua sinopia verbale.

  14. luca bidoli il 12 dicembre 2005 alle 11:39

    Bello e, come spesso acadde quando scrive F. K., pieno di spunti, di rimandi, di riflessioni proprio sul secolo che abbiamo appena trascorso, e del quale e nel quale, significativamente, si collocano le opere e la vita dei tre autori. Credo che vi sia un dato realmente nuovo, come emerge dall’articolo, ed è insito nella cifra stessa dell’esperienza del novecento: la chiamata in correità dell’autore, che non può più, come accadeva nella tradizione letteraria precedente, sottrarsi ad una presa di posizione personale, non può “delegare”ad una o più maschere o ad un alter ego la sua posizione nel mondo e la rappresentazione che ne fa di esso. Forse perchè mancano del tutto le possibilità fattuali e reali per una rappresentazione delegata: i fatti, gli accadimenti, non necessariamente e non solo quelli più visibili e materiali, ma anche
    le trame sottili dei percorsi ideologici, politici, “spirituali” ( un secolo teologico e teleologico il novecento, tutt’altro che “laico”),
    la fine di una intera società intesa come strumento organico di appartenenza ed identità, creano i presupposti per una sorta di lucida e consapevole introiezione in un uni-verso degenerato, nel quale l’ingenuità è essa stessa una declinazione dell’estraneità, della non comprensione.

  15. arminio il 12 dicembre 2005 alle 14:54

    caro franz, cari tutti,
    io non so bene com’è la faccenda, ma sento che oggi siamo chiamati a compiti assai diversi rispetto a quelli che hanno scritto nei mondi passati. ovviamente si può scrivere svolgendo compiti vecchi, viene più naturale. in questo senso la questione centrale è la resposansabilità e il mettere in gioco ogni cellula del proprio corpo.

  16. tashtego il 12 dicembre 2005 alle 16:35

    @ franz
    Perché tra tanti, tantissimi autori auto-biografici, hai scelto proprio questi tre?
    Voglio dire: perché proprio Céline, Miller e Malaparte?
    Perché (anche se ce ne sono moltissimi altri: Fante, Genet, Malraux… eccetera) sono gli Amareggiati paradigmatici del secolo scorso?
    Non sarà che il vero oggetto del tuo pezzo sono in realtà amarezza & disincanto?
    Lo sguardo krudo sull’intorno?
    Ma lo sguardo krudo non è anch’esso – non riesco a non percepire così almeno quello di Malaparte, ma anche gli altri mi mettono in sospetto – atteggiato?
    Nella sensibilità giovanile contemporanea l’auto-biografismo maudit prevale su quello, metti, resistenziale, alla Fenoglio (splendido, ma poco trendy), o sull’auto-biografismo etico, alla Conrad (che si porta ancora meno), o su quello avventuroso (alla London, che si pensa sia “per ragazzi”).
    Come tutti sanno, ogni scrittore è auto-biografico e molto è stato digitato in proposito.
    Perché hai scelto ad esempio proprio l’auto-biografismo amareggiato novecentesco?

  17. F.K. il 12 dicembre 2005 alle 18:03

    Mi sembra una bella domanda, tenterò una risposta articolata che possa anche essere, eventualmente, un rilancio della discussione. Certamente in questi tre c’è uno sguardo crudo, disincantato, che s’incrocia – e questo è importantissimo da dire- con l’anteguerra e la guerra. Ho parlato di testimoni diretti e anche di mistificatori, perché è secondo me innegabile che in buona parte questi tre furono dei poseurs. L’egocentrismo tipico del poseur porta questi scrittori ad autonarrarsi addirittura mettendoci la “faccia” del nome e cognome. Bisogna vedere fino a che punto lo fecero per puro egocentrismo o, anche, per un’esigenza di aderenza a cio’ che vedevano, vivevano e dunque scrivevano. Bene, a mio parere, proprio l’essere dei poseurs (Malaparte addirittura un dandy) li rende più aderenti ai loro tempi di grandi trasformazioni, direi epocali, dentro i quali siamo ancora avvinghiati, essendo il 900 non esaurito. Tempi non solo di grandi trasformazioni ma, appunto, anche di grandi mistificazioni. Cosa furono le grandi ideologie totalitarie del 900, infatti, se non delle enormi mistificazioni? (Con gli opportuni distinguo).Malaparte attraversò tutte queste mistificazioni arrivando, alla fine, in punto di morte, al cristianesimo. Che puo’ essere letto anch’esso (io non lo faccio) come mistificazione, tra l’altro. E’ un paradosso: i tre si narrano non solo in prima persona, ma anche con nome e cognome; ma secondo me per nascondersi meglio. Per nascondersi agli altri e soprattutto a loro stessi, per andare più a fondo, per resistere al dolore che non possono non provare di fronte a una visione per l’appunto “nuda e cruda” del mondo. Ovviamente vanno fatti dei distinguo: Miller è una specie di anarchico vitalista, Céline sappiamo bene la deriva che prese. Malaparte compie un percorso che lo riporta, dopo varie scorribande, alle sue origini, al cristianesimo. L’autobiografismo amareggiato novecentesco (di cui questi tre sono paradigmatici ma che insomma hanno fatto letteratura sulla loro pelle, e questo, in tempi di letteratura plastificata, non è poco) secondo me rappresenta al meglio proprio il secolo. Con questo non voglio dire che questi furono i migliori scrittori del periodo che va dagli anni 30 agli anni 50, (e che quindi è centralissimo perché attraversa la guerra mondiale i cui strascichi non sono ancora stati tagliati, e non è ancora possibile farlo) ma certamente ne sono dei “rappresentativi” e aderenti “cantori”. Il pessimismo di fondo di Céline è distruttivo per varie ragioni, ma la sua letteratura è riscattata dal suo “stile” che ha rinnovato il naturalismo con una lingua “popolare” o meglio lo ha reinventato su basi nuove, partendo proprio dall’esperienza autobiografica. Il pessimismo di Malaparte è quello del combattente ma anche in qualche modo del perdente di lusso, che però ha l’intelligenza di cambiare idea (dunque non lo vedo soltanto come un opportunista). Quello di Miller è il pessimismo dell’uomo che vuole “mangiare la vita” più che puo’ lavorando il meno possibile, ma che di fronte a una società sempre più meccanizzata fa partire un lungo lamento che è allo stesso tempo un inno all’amore. Insomma, questi tre sono ancora attuali, pur nel loro autocompiacimento. Ma la letteratura è fatta spesso con i materiali più vili dell’uomo.

  18. luca il 12 dicembre 2005 alle 18:48

    Sì, la letteratura è fatta anche con i materiali più vili ( e forse anche tra i più concreti) dell’uomo, e quella del novecento la leggiamo filtrata attraverso il tentativo angoscioso di sottrarsi al nulla, alla massificazione, all’oscurità delle folle: anche con la crudeltà, il cinismo, L’apparente superficialità e contradditorietà di un Malaparte, che sembra atraversare indenne tutto e tutti, per poi, anche dopo morto, lasciare segni, dubbi, sul suo ruolo, sulla sua opera. Ma non è in fondo questo uno dei lasciti di questo secolo, il fatto cioè che si transiti attraverso e ben oltre le barriere dei linguaggi e delle appartenenenze nazionali o tribali, con la forza piena della passione ideologica, o la maledizione che si sputa sul mondo, sul mondo-massa, alla ricerca, nella scrittura che si fa opera ed esperienza cruda, fino allo scherno e alla morte civile ( Céline), o all’aparente trasformismo di chi con cinismo vede e sa le regole che governano le società degli uomini, che nulla rimane se non l’esteta, il ribelle, il denigratore. Il proprio nome allora è ancora un’altra maschera, nella quale e dietro al quale è forse ancora possibile la pantomima per un altro giro di giostra, per una transitorietà più invisibile.

  19. mag il 12 dicembre 2005 alle 19:16

    Vorrei chiederVi molte cose,
    vivo il novecento come il maremagnum in cui si stendono indiscutibili modi del sentire riconducibili a pochi grandi pensatori.
    Questo mi fà sentire in trappola, quasi come se la prima grande idea condiziona e imbriglia inevitabilmente tutte le successive.
    Questi modi sono presenti negli autori che voi spesso citate, accomunati dal profilo angosciante e/o nichilistico novecentesco.
    Mi chiedo: amo Celine perchè è specchio del mondo in cui vivo o perchè ha valore in sè?
    è facile amare chi ci impersonifica.
    Ma non riesco a esprimere compiutamente quello che intendo.

  20. luca il 12 dicembre 2005 alle 20:09

    Posso solo rispondere per ciò che sono, per ciò che sento, percepisco, per quanto mi nutre o mi assimila, per la mia, di maschera: io sento Céline per una moltepicità di fattori, tra questi, l’aver portato alle estreme conseguenze, al delirio, ad un punto di non ritorno la contaddittorietà del’esistenza, la sua fagocità continuata, e con gioia!, in linguaggi, ideologie, estetiche, politiche. La grande idea che apre il novecento, a mio avviso, non è Nietzsche, è Spengler, come percezione comune, diffusa, che raggiunge ogni mente dell’epoca. Da il “la”, se vogliamo al periodo, in anni contrassegnati dalle pandemie ( guerre tecnologiche e malattie che sembrano riemergere dalle cloache del medioevo), da rigidità sociali e politiche e ricerche di rivoluzioni ( la rivoluzione, questo mito, questo oppio dei popoli, come asseriva Simone Weil). anche quella nazionalsocialista fu una rivoluzione. Heidegger lo aveva intuito molto bene, e s’era accodato.
    credo, nella mia stupidità, che Céline se ha un valore è perchè rappresenta non solo questo mondo, la sua parte emersa, voglio dire, ma soprattutto perchè sa tirar fuori la parte nascosta, razzsta, intollerante, indigeribile, falsa( vera?), di questo mondo. Non sono, penso, le anime belle a fare nè la storia , nè la letteratura. Sono le varianti cancerogene e patologiche a riempire le cronache e i dizionari di estetica. Dipende da quale latte si è assimilato, forse. Il resto sono chiacchiere tra gente che ha le scarpe e le dentiere nette.

  21. F.K. il 12 dicembre 2005 alle 22:26

    Mag, puo’ darsi che Céline ti piaccia per quello che disse Gide della sua opera: “la realtà che descrive Céline è un’allucinazione della realtà”, o qualcosa del genere. Voglio dire, il valore in sè è innegabile, ma sta qui, nella realtà allucinata, la fascinazione che provoca, io credo. In questo inanellare allucinazioni come fossero verità alle quali nessuno puo’ opporsi, tantomeno il lettore, che è lei a sorbirsi tutto anche con un certo sadismo. Secondo me Céline puo’ piacere anche perché è del tutto privo di senso morale, nello scrivere: paradossalmente, ci toglie ogni tabu, ogni scrupolo, fa tutto lui, tutto il lavoro sporco. E poi diverte (parlo dei primi due libri e degli ultimissimi). Lo so, è brutto dirlo, ma Céline è stato soprattutto un grande intrattenitore dell’orrore. Non avesse creato quel suo stile “parlato”, poi, magari avrebbe scritto della sua vita in modo piattamente pietistico. Non sapeva fare il narratore comme il faut, non era un letterato in senso stretto,non sapeva parlare d’altri se non di se stesso; e forse anche a causa di queste incapacità e limiti potè inventarsi una “lingua” nuova, allucinata, ed essere, insomma, Céline.

    P.s: complimenti a Luca per gli interventi.

  22. arminio il 12 dicembre 2005 alle 22:48

    se permettete sarebbe utile in questa bella discussione dare uno sguardo anche alla poesia. guardate l’antologia recentemente pubblicata da einuadi. chi e quanti sono i poeti italiani che giocano a carte scoperte e quanti ancora si nascondo in un poetese più o meno riuscito, ma che sempre poetese rimane….cioè quzlcosa che non secondo me non serve più a niente.

  23. F.K. il 13 dicembre 2005 alle 08:59

    La “bella discussione” è già bell’andata, mi sa. Arminio, va bene, diamo un bello sguardo anche alla poesia. Dicci tu, io di poesia non so quasi niente. Per carità. La leggo in religioso silenzio, con le candele accese, zitto zitto buono buono. Non ho ancora capito, per dirti, se la Valduga è proprio lei o se per caso è la Santacroce travestita da Valduga. Tanto per dire, ecco. E ne ho anch’io scritta pure io qualcuna, di poesia, anch’io non ho perso l’italica occasione; ma l’ho fatto più che altro per i parenti a Natale, anzi adesso ne scrivo una per gli zii e i cuginetti.
    Poi in un altro intervento dicevi della questione centrale, vale a dire la responsabilità ecc. Dicci anche qui, perchè a me pareva un po’ “presa alla larga”, nel senso di generico. Grazie.

  24. Andrea Raos il 13 dicembre 2005 alle 12:31

    Caro Franz, ottimo pezzo, grazie.
    Mi piace seguirti per un po’ su questa strada, anche se non ho nulla di particolare da aggiungere, tuttalpiù qualche nome, qualche storia.
    *
    1. La “traversata autobiografica” della catastrofe della guerra ha un contraltare giapponese che, essendo pessimista, temo nessuno tradurrà mai. Si tratta di Shimao Toshio (il cognome è Shimao), arruolato ventenne fra i piloti suicidi e spedito su un’isola dell’arcipelago di Okinawa ad aspettare l’ordine di missione, che arriverà pochi giorni prima della fine del conflitto – quindi non partirà mai. Nell’attesa incontra una ragazza locale, si mettono insieme – e si sposano – quando ancora pensano di avere solo pochi giorni da vivere insieme. Lei lo convince a convertirsi al cristianesimo. Dopo la guerra salgono a Tokyo, fanno due figli, lui diventa scrittore.
    Shimao ha scritto varî racconti sulla sua esperienza di attesa della missione finale, molto belli. Ma adesso vorrei parlare del romanzo che lo occupa per i tre quarti della sua vita, “Shi no toge” (Il pungiglione della morte, citazione biblica); in cui racconta in presa diretta – perlomeno è questa la finzione romanzesca, ma pare sia vero – la crisi coniugale che la coppia attraversa per decennî, i suoi tradimenti successivi, le depressioni e tentativi di suicidio della moglie, i due figli presi in mezzo al turbine – afflitti da autismo entrambi -, peregrinazioni, ricoveri, stillicidî reciproci. Fino ad un non-finale che è l’ennesimo ricovero in clinica di lei, una parentesi di serenità d’autunno, pallidissima, spettrale.
    Qualcuno avrà magari visto “Dolce”, un cortometraggio di A. Sokurov che è una specie di intervista alla vedova di Shimao – è molto bello, a tal punto che dà quasi un’idea della prosa originale.
    *
    2. Poi, sempre leggendoti, mi è venuto in mente l’Ellroy di “My dark places”. Questo invece è un libro giustamente famoso, e che comunque tu conosci di sicuro, per cui non insisto.
    *
    3. Poi, pensando all’Italia recente, mi è venuto in mente “Lettere a nessuno” di Antonio Moresco.
    *
    4. Poi, un breve (meno di 100 pagine) testo francese che sarebbe bello che qualcuno traducesse, “La grande Pâque. Déambulation”, di Jacques Besse. Compositore (tu che sei cinefilo magari lo conosci perché ha scritto, fra l’altro, la colonna sonora di “Van Gogh”, di Resnais), emarginato, ridotto a mendicante e senzatetto perché alcolizzato, gira per Parigi il lunedì di Pasquetta del 1960, ossessionato dalla fame, dalla sete, dalla guerra d’Algeria.

    Ciò che secondo me accomuna questi libri (ciò che, d’istinto, me li ha fatti venire in mente quasi assieme) è lo sguardo che, abbandonato lo schermo della finzione (certo, anche “abbandonare lo schermo della finzione” è una finzione, ma questa è una banalità) si mette letteralmente a tremare, o rischia di (il controesempio è Ellroy, che resta di una compostezza impressionante – ma è, secondo me, la compostezza di un’allucinazione, se non dell’incubo reale, composto perché reale, attraversato dall’autore). Ad Arminio, che chiede esempî in poesia, proporrei di leggere, nell’ultimo numero di “Nuovi Argomenti”, il francese Christophe Tarkos.

    Insomma in questi libri, avvicinandosi al nucleo – di sé, della propria esperienza, del mostro della Storia – anche la frase si spacca, comincia a ruotare in mille frammenti impazziti.
    L’archetipo di questo è, PER ME – se non si fosse capito, navigo nel pieno mare della soggettività – la scena del bombardamento di Dresda in – se non sbaglio – “D’un chateau l’autre”, in cui il narratore-Céline attraversa l’inferno delle bombe al fosforo con la sua banda di bambini mongoloidi. Finché, dantescamente, sviene.

    Tutti i libri che ho citato qui sopra sono scritti in quel modo – io vedo Ellroy, ripeto, come il “negativo”, in senso fotografico, di questo modo della scrittura -. Anche il documentario di Sokurov, nonostante la camera fissa, trema di continuo, come se filmasse un terremoto.

    Chiedo a me, e chiedo a te: cos’è che ci fa – o non ci fa, per colpa nostra, perché non ce ne accorgiamo – tremare nell’Italia di oggi?
    Qual è il colpo violento, proveniente dall’esterno, al quale dovremmo reagire, noi scrittori italiani qui e oggi? E in che modo? Scrivendo come, con cosa?

    Scusa se ho delirato.
    Grazie ancora per il tuo pezzo,
    ciao,

  25. tashtego il 13 dicembre 2005 alle 12:58

    Distinguerei tra auto-biografia e scrittura auto-biografica e poi distinguerei tra un auto-biografismo diretto e attivo (vivere esperienze sapendo che se ne scriverà, anzi allo scopo di scriverne) e un auto-biografismo indiretto e passivo (vivere e scrivere e facendo transitare la propria vita naturalmente e inevitabilmente nella scrittura, come materiale o come oggetto o come tutt’eddue).
    L’auto-biografia è dichiaratamente il racconto di una parte della propria esistenza ed è ancora un’altra cosa.
    But cos’è per esempio Pornografia di Gombrovicz dove l’io narrante si chiama con nome e cognome dell’autore?
    Malaparte e Miller agiscono e si descrivono, più o meno sinceramente, come agenti, qualche volta pavoneggiandosi e mettendosi in scena come meglio gli aggrada (è il peccato più grande di uno scrivente, quello di mettersi in buona luce, vedi Erri De Luca, e ci sono molti modi per farlo).
    Delle esperienze di Céline, del quale ho letto solo Viaggio, non saprei dire.
    Leggevo da qualche parte, credo, che esistono almeno due tipi di narrazione: quella di viaggio, in cui è lo spostarsi nello spazio-tempo che produce vicenda, e quella stanziale, in cui l’intreccio è soprattutto sociale, cioè per rapporto ad una comunità insediata, tipo sit-com.
    Ma c’è anche la narrativa dove è la Storia che si muove, è il mondo che agisce, mentre le figure del racconto re-agiscono solamente a ciò che accade indipendentemente da loro.
    In questo quadro lo scrittore conscio di sé si butta nella vicenda storica per trarne scrittura e per esibirvi il proprio Io, più che per viverla, come fece Hemingway con la Guerra Civile spagnola, per dire.
    Mentre Fenoglio fece la resistenza per fare la resistenza, non per scriverne.
    (bei commenti, i vostri)

  26. franz krauspenhaar il 13 dicembre 2005 alle 13:02

    Grazie a te, Andrea, sei un grande. Hai messo sul piatto tanta di quella roba che straborda; per cui, per contenerla tutta, ci vorrebbe ben altro contenitore: un “cabaret” o, come dicono in Kalabrosicilia, una “guantiera”. Ci rifletto sopra con un po’ di calma, soprattutto sulla tua domanda finale.

    Intanto fatevi sotto, gente!

  27. Giancarlo Tramutoli il 13 dicembre 2005 alle 13:24

    Bello questo invito alla diuresi, Franz.
    Era solo per dire che seguo con interesse e per lasciar qualcosa sul “cabaret”.

  28. Giancarlo Tramutoli il 13 dicembre 2005 alle 13:27

    PS
    Le guantiere di velluto per appoggiarci bicchieri foderati di raso per saziare la “seta”.

  29. Giancarlo Tramutoli il 13 dicembre 2005 alle 13:31

    E se uno scrittore ci mette la faccia e anche il culo non sarà perchè ha una facciadaculo? Io comunque adoro gli autobiografici e mi ci riconosco sia in prosa che in poesia (chi mi conosce lo sa).
    Io aggiungerei alla lista Fame di Hamsun (e Chiedo alla polvere e Sogni di Bunker Hill di Fante)
    :-)

  30. tashtego il 13 dicembre 2005 alle 13:52

    Nessuno risponde alle mie domande, e va bene.
    Risponderei allora alla domanda di Raos, invece.
    Senza “cabaret”, se è possibile.
    “Qual è il colpo violento, proveniente dall’esterno, al quale dovremmo reagire, noi scrittori italiani qui e oggi? E in che modo? Scrivendo come, con cosa?”
    Perché parli de “il Colpo”, oh Raos, quando è evidente che i colpi sono tanti, ripetuti, violentissimi, silenziosi e provenienti da ogni direzione?
    Quando è evidente soprattutto che dobbiamo farvi fronte da soli?
    Come fate a non vedere, a non subire, a non vivere, la violenza quotidiana in questo mondo, in questo tempo di pace, che è prosecuzione della guerra con altri mezzi?
    Come non vedere la sopraffazione, la lotta per la dominanza, la sottomissione, l’uso che l’umano fa dell’umano per prevalere, ormai ad ogni costo?
    Di cosa cazzo avete bisogno per scrivere e tremare?
    Di una guerra atomica?
    Dell’invasione dei marziani?
    Non vi rendete conto che la guerra, la scelta estrema, la prova ultima, sono fortune che non capitano a tutti e che quando ti va veramente male ti tocca vivere tutta la vita in tempo di pace?
    Senza una vera scelta, un vero nemico, senza sapere mai nulla di “vero” sugli altri e su se stessi?
    Ok, scus.

  31. Andrea Raos il 13 dicembre 2005 alle 14:16

    Va bene, oh Tashtego, hai detto come la pensi tu (e visto che si parlava di forme, se la tua lucida e sofferta coscienza ti deve far scrivere in quel modo, te la lascio tutta, e me ne torno nei prati a giocare con le margherite ed i versi leziosi). Ora, se permetti, aspetto la risposta di Franz – che lascio libero di metterci tutto il tempo che vuole.
    *
    Nel frattempo, se vuoi, ti sarei grato di spiegarmi questo, da te scritto:

    “Non vi rendete conto che la guerra, la scelta estrema, la prova ultima, sono fortune che non capitano a tutti e che quando ti va veramente male ti tocca vivere tutta la vita in tempo di pace?
    Senza una vera scelta, un vero nemico, senza sapere mai nulla di “vero” sugli altri e su se stessi?”

    Mi ricorda Renato Serra, prima che andasse a farsi sparare sul Carso – me lo ricorda non per forma, dico, ma per contenuto. Che di Serra non è ciò che preferisco.

    A me sembra che l’Italia, oggi, in guerra lo sia eccome. E di cosa dovrei rallegrarmi, esattamente? Anche come scrittore, intendo.

  32. arminio il 13 dicembre 2005 alle 14:33

    caro franz, zampillano tante questioni. sulla poesia ti prometto appena ho un po un testo argomentato da offrire a tutti gli indiani. qui porterebbe troppo fuori strada.
    su quella che dicevo questione centrale noon ho lei idee chiare, altrimenti forse smetterei di scrivere, di cercare. sicuro è che cii sono tanti libri nella mia libreria che mi sembrano ormai inservibii e possono essere romanzi, poesie, saggi. sono i libri in cui non c’è nessuna traccia del corpo dell’autore, libri confezionati con le chiacchere e le forme in voga nel momento in cui sono stati scritti, senza un osso, un occhio, un lembo di pelle.
    grazie a raos per la segnalazione del poeta francese

  33. tashtego il 13 dicembre 2005 alle 14:36

    @andrea
    vedo che ti tocchi di nervi e me ne dispiace.
    sei tu che citi gli scritti di un pilota suicida nipponico.
    dunque ti riferisci ad esperienze davvero fuori della vita “ordinaria”.
    non so chi c. sia renato serra, ma credo che le situazioni storiche esplicitamente drammatiche siano molto più “semplici” da vivere della cosiddetta vita ordinaria.
    se questa situazione italica la chiami di guerra, allora sempre la pace è guerra e sempre il Paese e il mondo intero sono stati in guerra.
    ma la guerra, quella vera, cioè guerreggiata, è paradossalmente molto più “chiara” della pace.
    la guerra si sa produce scrittura, eventi, conoscenza, eccetera.
    ma non sto augurandomela.
    sto dicendo che se non ti fa tremare la vita che fai in tempo di pace, la vita che vedi attorno a te, allora davvero ti serve la guerra.

  34. franz krauspenhaar il 13 dicembre 2005 alle 15:20

    Caro Franco, ho capito bene quel che intendi, e dunque vediamo cosa ne verrà fuori, eventualmente.

    Caro Andrea, rispondo alla domanda, ci ho pensato un po’ su, mi sono fatto un paio di domande anch’io: la prima: perchè scrivo? La seconda? Chi me lo fa fare?

    Dunque comincio a rispondere a me stesso in forma pubblica.
    Risposta alla prima: non lo so di preciso. Forse la voglia di aumentare le proporzioni del mio ego: enlarge -penis dell’ego:-) Ma non ne sono sicuro. Dire per “passione” è troppo generico.

    Risposta alla seconda che forse racchiude un tentativo di risposta alla prima: nessuno. E’ per questo – anche- che scrivo. Perchè non mi ci costringe nessuno. Perché, dunque, ai miei occhi, scrivere come cazzo mi pare è un atto di libertà estrema, non solo una semplice espressione di sè, chiamala come vuoi.

    Ora arrivo alla tua domanda:
    parli di colpi che vengono dall’esterno ai quale dovremmo reagire. Tash a questo proprosito ha scritto qualcosa che mi ha trovato in sintonia: non c’è un colpo solo, siamo proprio accerchiati, dai colpi. E senza la sciagurata fortuna di una guerra totale – come nel caso degli scrittori che operarono dal 30 ai 50 – diventa tutto più difficile. Perchè sono le esperienze vissute, sulla nostra pelle, quelle che ci danno il materiale migliore, e la guerra è un’occasione unica, da non perdere… Ti faccio un esempio personale: se non avessi fatto il venditore per un lungo periodo non avrei mai scritto un noir. Perché quello non è un vero noir pensato a tavolino per compiacere il gusto del pubblico: è una specie di vendetta mascherata e di viaggio iniziatico; impossibilitato a sparare davvero nella vita per bontà d’animo conclamata (scherzo, sono un mostro…) ho sparato sulla mia personale scena letteraria. Niente di nuovo sotto il sole, anche se io l’ho fatto intervallando di continuo azione pura, con tutti i topoi del genere bene in mostra, a incubo monologante, a ruminamento introspettivo, perchè lì dentro ci sono un bel po’ di ossessioni. Basta così.Il noir è il “genere” (ohichepalle con ‘sta storia dei generi, detto per inciso) di cui si “serve” Ellroy, tu hai citato I miei luoghi oscuri, lui è andato veramente a fondo, e non poteva fare altro, perché c’era di mezzo nientedimeno che la madre assassinata. Io credo che il coraggio che serve per fare quello che ha fatto lui ti viene a trovare (per scrivere, per vivere) – nel suo caso per questa sua storia tragica; e tu l’acchiappi al volo se il coraggio l’hai però imparato prima, sulla “strada”, come nel suo caso.
    La strada, dunque: il tappeto rollante sul quale consumiamo le nostre suole nel tirocinio senza fine della vita. I colpi arrivano da tutte le parti, non solo in Italia, ma nel e dal mondo intero. Sono colpi che fanno tremare, ma sempre, tutto sommato, arrivando di “sponda”. Bisognerebbe andare a verificare su un vero campo di battaglia (vedi Iraq); se ci fosse un giornalista-scrittore in grado di immergersi in quella melma insensata e trasformare il tutto in un romanzo mettendoci la faccia (penso a Saviano, lui lo potrebbe fare, secondo me), beh, questo sarebbe veramente uno “sporcarsi le mani” degno dei tempi. Noialtri possiamo fare la nostra parte attingendo dalle nostre esperienze e “usando” quello che abbiamo a disposizione. Ma scrivere è pure una sofferenza, se ci metti l’impegno e il vero coinvolgimento, se non fai il solito “compitino” à la mode. Ma è una sofferenza inevitabile per chi è serio. Se non ti spendi, non vai da nessuna parte, nel senso di una “resa artistica”. Che poi questa “resa artistica” venga riconosciuta è un’altra faccenda che abbisognerebbe di altro post, insomma sto andando fuori tema.

  35. Andrea Raos il 13 dicembre 2005 alle 15:28

    Tashtego, nessun problema. Si va di fretta tutti, io per primo, e ciò è male. Rallentiamo dunque.

    Certo che la vita che faccio, il mondo in cui vivo, mi fanno tremare, e anche più che tremare a volte; il senso della mia domanda (che è una vera domanda, cioè senza mie risposte precotte) è appunto questo.

    Riprendendo la tua distinzione fra le varie forme di scrittura autobiografica, mi sembra chiaro che a partire dal pezzo di Franz, in modo più o meno esplicito, ci riferiamo tutti a – ti cito –

    “un auto-biografismo indiretto e passivo (vivere e scrivere e facendo transitare la propria vita naturalmente e inevitabilmente nella scrittura, come materiale o come oggetto o come tutt’eddue).”

    Parlando per me, gli esempi che ho citato rientrano senz’altro in questa categoria – ed è senz’altro la forma autobiografica che, come lettore, mi stimola di più.

    Non è un caso che la Seconda Guerra Mondiale abbia prodotto varî esempi di questa modalità di scrittura (non abbiamo citato, sinora, la “letteratura dei campi di concentramento” – qui sarebbe bello che intervenisse Inglese, che ne è specialista).

    Ma non c’è solo quella, appunto.
    Io avevo provato ad allargare il discorso di Franz citando esempî più vicini a noi, sia nel tempo che nello spazio (il libro di Moresco è, fra le altre cose, una “cronaca del dopobomba” del terrorismo e conseguente repressione).
    Speravo quindi di arrivare a noi e provare a immaginare, insieme, scenarî di creazione ed immaginazione che parlino della NOSTRA guerra – esteriore o interiore -, in forme letterarie, se possibile, innovative (sul fatto che siamo in guerra, per me, non c’è alcun dubbio). Perché è questo che mi interessa oggi, è lì che ho voglia di andare, ed è per questo che il pezzo di Franz mi ha stimolato.
    Spero di essere stato meno nervosetto, e soprattutto più chiaro.

    Ciao,

    Andr.

    p.s. Renato Serra era un saggista e critico letterario di inizio secolo. Una penna notevolissima, delle più ombrose ed acute. Molto distante dai futuristi, partì volontario per una specie di suicidio mascherato: come riteneva dovesse morire la cultura occidentale, così voleva morire lui di persona. Ci riuscì.
    È edito da Einaudi, se ti capita te lo consiglio.

  36. Andrea Raos il 13 dicembre 2005 alle 15:31

    Franzi, vedo solo ora che hai risposto anche tu. Ti leggo dopo, adesso devo laurà.

  37. tashtego il 13 dicembre 2005 alle 16:35

    Adesso per farmi capire devo dire una stronzata, e la dico.
    Se davvero riuscissi a scrivere tutto quello che “dovrei”, che “devo” (che forse dovrò), scrivere, se davvero ci riuscissi, dicevo, alla fine di me non resterebbe nulla, della mia vita resterebbe un cratere fumante, delle mie amicizie, dei miei amori, dei miei affetti, solo cenere e lacerti.
    Questo accadrebbe nel caso di auto-biografismo assoluto, in cui tutte le tensioni e gli amori e gli errori e gli orrori accumulati in sessant’anni di vita e restati lì a covare per anni, decenni, esploderebbero assieme in un unico sfiato distruttivo, illegibile, impresentabile, non valutabile.
    E dire che sono vissuto, sempre, in tempo di “pace”.

  38. mag il 13 dicembre 2005 alle 18:13

    secondo me gli scrittori oggi hanno una grande occasione: usare la parola come arma, come denuncia, gli argomenti abbondano.
    la scrittura di militanza e di contrasto.
    è bella, da’ chiaroscuri inediti e sguardi diversi sul mondo.
    il resto serve a vendere o all’autocompiacimento.

  39. ripercuxiòn il 13 dicembre 2005 alle 23:14

    Gli scrittori di oggi, dice Magda, dispongono di quest’arma della parola che denuncia. Quelli di ieri e ieri l’altro, invece, per non parlare dei posapiano di 2 mesi fa, niente. Viva gli scrittori oggidiani e denunzianti, cioè invero oggidiani perché e in quanto denunzianti (o: della letteratura come esposto alla Procura della Repubblica)

  40. mag il 14 dicembre 2005 alle 00:41

    :-)
    dai non fare cosi….intendo dire che i grandi drammi esistenziali forse li abbiamo letti in tutte le varie sfacciettature epocali.
    Oggi esistono invece campi non ancora adeguatamente percorsi, nel senso, che non è il giornalismo di denuncia che sensibilizza a temi scottanti, ma la capacità di emozionare su questi temi, creare opinione e sensibilizzazione, e perchè no, nuove forme etiche-estetiche.
    Per esempio Noam Chomsky tanto per dire una banalità, ma non mi sembra esattamente un poeta……..

  41. Noahm Chompmskji il 14 dicembre 2005 alle 01:22

    L’IMPEGNO
    io m’impegno solennemente
    a impegnarmi tutti i giorni
    perché il mio impegno possa impegnare
    me, i miei amici, le mie donne, i miei conoscenti
    il panettiere, il vigile il lattaio, la lavandaia inginocchiata
    sopra la lavatrice, la ingollatrice di sperma, il maritozzo felice
    la sposa occipitale, il casco d’oro, la vagina liquefatta, la liquirizia
    mozzarellosa, il vento, il muschio, i mushrooms.
    io m’impegno solennemente
    per oggi, per domani, per il futuro attendente sull’attenti
    di una voragine assurda, crepitante e sardonica
    (su tela anonima, con l’acqua tonica)
    d’impegnarmi fino all’ora dell’unico disimpegno;
    e lì nulla ci potrò fare…

  42. Andrea Raos il 14 dicembre 2005 alle 13:11

    Caro Franz,

    per una volta che nessuno aveva parlato di “generi”, ti ci metti tu… Che fissati che siete… ;-)
    Devo confessarti, molto in sordina, che quella dei generi è una delle questioni che mi interessano di meno al mondo. Tanto più se diventa regolamento di conti fra bande per interposti blog, come mi sembra stia accadendo, interminabilmente, in questi mesi (che peccato, però).

    La mia domanda – voglio dire: la domanda che pongo senza posa a me stesso, e da ieri anche a te (ascoltando anche Tashtego, Arminio) – riguarda infatti non i generi, ma le forme.
    Scusa se parlo di me. Essendo io poeta – cioè un lumpenproletario della scrittura, alla faccia di chi insiste a assimilarci alla “cultura alta”, sigarette col bocchino d’avorio e tartine al salmone -, la questione del genere sono geneticamente portato a non pormela; il genere poesia credo non esista (affermarlo, come fanno alcuni sedicenti poeti, per me sfiora la truffa). Esiste solo una forma, una serie di forme (una cornice, se vuoi), che in condizioni normali bastano, e in condizioni anormali no, ed esplodono (ed esistono situazioni personali, interiori, che per un individuo valgono quanto una guerra – ciascuno di noi potrebbe citarne, credo). Per questo, più sopra, avevo citato solo esempi-limite, e da subito mi avevano interessato quelli che citavi tu: libri che, per molti versi, si scavalcano.

    Poesia, prosa, fumetto, cuscino gonfiabile, non mi interessa: queste sono le opere di cui ho bisogno, e fame.

    Non a caso avevo voluto citare solo romanzi: scrittori (e con loro tanti altri) che hanno nutrito la mia poesia più di quanto non saprei dire, venendo anche da molto lontano (e non a caso sono due mesi che sbatto Alan Moore in cima ai miei pezzi per NI).

    Credo che lo sdoganamento delle forme “basse” (in tempi recenti, il caso più chiaro – e forse capostipite – mi sembra appunto Ellroy) abbia dato tantissimo alle scritture dette “di ricerca” (termine che non amo, perché indica un ghetto subito più che voluto).

    Ma penso anche che sarebbe ora – e trovo lo si dimentichi troppo spesso – che le scritture “basse” si accorgano degli spunti più fecondi che vengono da chi ricerca davvero – senza arrendersi al “tutto è già stato detto” o al “se dici così, non si capisce”.

    Ciò permetterebbe di evitare abbaglî collettivi su scrittori che sembrano convinti di avere inventato chissà che. Sperando di non suscitare inutili bagni di sangue, ma solo per chiarire il mio discorso, ti cito ad esempio (per esempio) “Scirocco”, di De Michele (che questo libro sia pieno di buone intenzioni, e di idee che condivido, mi getta vieppiù in imbarazzo: non è volentieri che lo critico, credimi). È solo un esempio, potrei farne tanti altri.

    Si potrebbe forse cominciare, a quel punto, a scrivere davvero, a inventare sul serio…

    A chi venisse a dirmi “[sorrisetto] e il pubblico?” non ho granché da rispondere. Ancora una volta, non per snobismo, ma perché davvero non so.
    Forse solo che, malgrado tutto, mi sembra ci sia ancora, o debba esserci, una qualche differenza fra “l’essere letti” e il “vendere”, che troppo spesso mi sembra vengano invece fatti coincidere.

    Ciao,

  43. F.K. il 14 dicembre 2005 alle 16:14

    André, sono d’accordo, anche a me dà fastidio la guerra fra blog-bande; sui generi lasciamo stare, in fondo chi se ne frega, io me ne frego per primo (tant’è che dico sempre che ai generi non credo perché non esistono, e lo faccio per buttare un seme di verità, modestamente…)
    Lo sdoganamento del genere è avvenuto con Duerrenmatt ben prima di Ellroy, secondo me, e con una lingua facile da capire, altrimenti non si sarebbe potuto sdoganare nulla. Infatti, Gadda scrisse il capolavoro del Pasticciaccio dieci anni prima, ma ci mise vent’anni, se non erro, per avere quel successo che comunque non fu mai davvero popolare. Su De Michele non so che dirti, nel senso che non l’ho letto e non so molto sul suo libro, e non per snobismo; non si puo’ seguire tutto, e poi non leggo letteratura di “genere” da mesi e mesi. Sulla differenza che c’è fra l’essere letti e il vendere, sono d’accordo. Ma se non vendi come fai ad essere letto? D’accordissimo sulle forme. La poesia mi pare sia una forma d’arte. Però un poeta non è un lumpenproletario, perché, nonostante magari faccia la fame, è “visto” dall’”immaginario collettivo colto”, chiamiamolo così, come uno che, se non fuma col bocchino d’avorio, puo’ però permettersi di sniffare colla con “stile”. E’ cio’ che conta è l’apparenza, purtroppo. Insomma, la poesia è cultura alta, secondo me ( e basta con le ipocrisie, non dico a te, beninteso, noi ci conosciamo ormai abbastanza bene) ; e dunque, per esempio, una poesia qualsiasi di Rilke non vale nemmeno la metà della produzione di Magritte, perché vale molto di più. (Mio personalissimo parere, era un semplice esempio).Come un videogioco è un videogioco, affermare che è arte si puo’ (dico videogioco proprio perché non ci capisco niente, ma a occhio non m’interessa l’argomento, e non ci capisco niente perchè non m’interessa l’argomento…) ma attenzione ai paragoni. Poi è vero che secondo me la maggior parte della poesia comunica poco o nulla (scusa la rozzezza) e cio’ che non comunica è, in qualche modo, falso. Dunque certi capolavori “alti”, (e qui parlo di poesie, romanzi, oggetti narrativi non identificati, autobiografie romanzate ecc) a mio modesto avviso, se non sono falsi, hanno però bisogno di molto tempo, forse, per essere capiti, sempre chè sia possibile capirli; ma di tempo secondo me non ce ne è più molto. Perché il cinema, i succitati videogiochi, la radio, le bambole gonfiabili, il crack, il gioco d’azzardo, naturalmente la tv, la vita frenetica, internet, e quindi anche i blog, e i lit-blog, e le separazioni, e il sesso, e il papa, (piaciuto l’accostamento?)e i pappa, insomma TUTTO, va a una velocità supersonica e con un impatto terrificante sulle menti devastate dei cittadini; un impatto che anche soltanto vent’anni fa era impensabile. E non è che la letteratura deve copiare o “rifarsi” per forza ad altre forme d’arte; ma è naturale che l’arte tende a confondersi tra le sue varie forme, vale a dire a me sembra di notare questa tendenza per così dire in espansione che magari potrà far sortire grandi effetti. Si potrebbe dire che la sperimentazione è in atto su tutti i fronti e le contaminazioni sono inevitabili; e queste contaminazioni tra forme sono il terreno di coltura “sperimentale” da cui attingere. Cioè, questo è quello che mi pare d’intravedere. Ma non ho risposte sicure, ovviamente. Infatti mi piacerebbe che qualcun altro – oltre te, ovvio, eventualmente- intervenisse sull’argomento.
    Ciao, grande.

  44. gianni biondillo il 14 dicembre 2005 alle 18:02

    L’ho già scritto qui, tempo fa, Andrea: Alan Moore è uno dei più grandi narratori viventi. E non me ne frega una cippa se fa fumetti.

    Ti dirò, potrei parafrasare parola per parola quello che hai scritto e sottoscriverla. Anzi, lo faccio, sostituisco “poesia” con “giallo”:

    “la questione del genere sono geneticamente portato a non pormela; il genere giallo credo non esista (affermarlo, come fanno alcuni sedicenti giallisti, per me sfiora la truffa). Esiste solo una forma, una serie di forme (una cornice, se vuoi), che in condizioni normali bastano, e in condizioni anormali no, ed esplodono (ed esistono situazioni personali, interiori, che per un individuo valgono quanto una guerra – ciascuno di noi potrebbe citarne, credo).”

    Se hai capito questo hai capito tutto. Il vendere, l’essere letti, etc. viene dopo. Molto dopo.

    ;-) ciao, grandi!

  45. Andrea Raos il 16 dicembre 2005 alle 10:26

    “Watchmen” di Moore l’ho letto in francese (tradotto da Manchette, fra l’altro), ma vorrei l’originale. In ogni caso è una delle letture che mi hanno più colpito quest’estate.

    Gianni, se ho capito quello che dici, ne sono contento (“tutto”, mi stupirebbe). Ma stronzamente ribatto: e tu hai capito quello che ho detto io? In altre parole: perché non provare a scrivere un libro (anche un giallo, volendo) usando per esempio le forme trasmigranti, le isole alla deriva, della poesia di Cepollaro? O le composizioni “a nuvola” di Mesa? Chissà cosa ne verrebbe fuori… Il risultato sarebbe davvero meno “leggibile”?

  46. gianni biondillo il 16 dicembre 2005 alle 12:19

    e chi ha mai detto il contrario, scusa?

  47. F.K. il 16 dicembre 2005 alle 14:40

    Scusate, ma mi sembra che stiamo per impantanarci. Andrea, tu in un precedente commento dicevi: 1) “Si potrebbe forse cominciare, a quel punto, a scrivere davvero, a inventare sul serio…”. Nel senso che, attingendo alle scritture cosiddette sperimentali o di ricerca (e ce ne fai altri esempi nell’ultimo post) fai intendere chiaramente che, appunto, attingendo da queste scritture anche un 2) “giallo, volendo” (questo lo dici nell’ultimo intervento, rivolto a Biondillo) potrebbe guadagnarci, senza perderci in “leggibilità”. Io dico questo: rispettivamente al punto 1) scriviamo tutti davvero, inventiamo tutti sul serio. Banale affermazione, dirai, forse. Forse generica. Ma è così. Si sperimenta anche all’interno del genere, o magari si ripropongono stilemi – riservati prima alla “maiuscola letteratura”- nel giallo. Si va avanti, tutti. Anche questa è una sfida. Che viene portata avanti. Es. autobiografico (sempre in tema, no?): “Nella mano di Dante”, di Nick Tosches, (Mondadori) un libro che lessi in originale quando facevo il consulente editoriale per una casa editrice che non era Mondadori e non era stato ancora pubblicato nemmeno negli Stati Uniti e che caldamente, ma invano, “caldeggiai”. Un thriller a due livelli, secondo me eccezionale, e, se questa parola ha ancora un senso, sperimentale.
    Sul punto 2), penso che sia assolutamente possibile. Ecco perchè parlavo prima di “contaminazione tra forme”; è questo il possibile scenario futuro, secondo me. Ma una certa “leggibilità”, appunto, renderebbe il tutto non solo più “fruibile” (terribile parola, lo so, però ce ne sono di più terribili, nel “vocabolario-mondo”) ma anche migliore da un punto di vista strettamente “artistico”. Si, lo so, sono generico: ma dovremmo così arrivare ad abbattere, una volta per tutte, le barriere tra “alto” e “basso”; sempreché, tra – dico in maniera esemplificativa, più che altro- “realisti thrilleristi” e sperimentatori più o meno occulti si voglia davvero “collaborare”.
    Ma forse l’arte va avanti a dispetto delle singole volontà degli uomini. E’ la velocità abissale di cui dicevo prima che ci porta giocoforza alla contaminazione. Una velocità provocata da un sistema capitalistico che non accenna a collassarsi. Tra un secolo forse sarà tutto andato “a puttane”. Ai posters (come diceva un arguto commentatore giorni fa) l’ardua sentenza.
    Che ne dite?

  48. avv. colalucci il 16 dicembre 2005 alle 15:54

    L’arguto commentatore sarei io, cari voi, quanto a dirsi il dott. avv. Giuseppe Colalucci, già del Foro di Roma. In quanto al secolo avvenire, diceva il collega John Maynard Keynes, docente presso svariate università d’Oltremanica e Oltreoceano, che nel lungo periodo saremo tutti morti (nel frattempo, è in edicola un misterioso mensile nomato Noir, con in copertina un orrendo primo piano dell’attore milanese Claudio Bisio e dedicato si suppone a libri di cui si parla in questo preclaro thread)

  49. F.K. il 16 dicembre 2005 alle 16:26

    Grazie infinite dell’informazione, avvocato caro, corro in edicola, ma c’è il poster(s) di Bisio, all’interno? Giusto per appenderlo al muro e giocare a dardi.
    Mi saluti il “competente foro di Sanremo”:-)

  50. avv. colalucci il 16 dicembre 2005 alle 17:14

    O du meister, non frequento il foro di Sanremo dai tempi delle dispute ora leggendarie con il cav. Orazio Raimondo, morto ahilui giovane ante la guerra. Altri tempi, altre stagioni politiche e processuali, signori miei.
    Ignoro se la rivista in oggetto rechi séco lei poster o altri oggetti erogeni consimili. Costa tuttavia ben 3 libbre, che non è pochissimo.

  51. F.K. il 16 dicembre 2005 alle 18:37

    Quanto un pacchetto di Winston…

  52. Andrea Raos il 16 dicembre 2005 alle 18:46

    Ma… caro… tu non fumi… ;-)

    [e scusa Gianni, ti ho tirato dentro ad un mio delirio interiore (ogni tanto mi capita); ringrazio Franz per la lucidità del suo commento qui sopra. Ci penso su.]

  53. giovanni il 16 dicembre 2005 alle 18:54

    Franz è infra the best minds of my generation. ‘Spettate il prossimo libro onde averne conferma palese e definitivissima.



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