Catena di Sanlibero 313

12 dicembre 2005
Pubblicato da

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riccardo orioles
La Catena di San Libero
12 dicembre 2005 n. 313

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Non sapendo cosa mettere al posto dello stemma “comunista” tagliato
via dalla bandiera, i cittadini rumeni alla fine si rassegnarono a
non metterci niente; e per un po’ se ne andarono in giro con un bel
buco tondo nel tricolore. Ma che cosa c’era di cosi’ communista in
quello stemma, al punto di scambiarlo con un buco che, persino in
Romania (e non diciamo in Italia) non significa niente?

Beh. C’era una stellina rossa piccola piccola, da guardarla con la
lente d’ingrandimento. Non c’era una falcemmartello manco a pagarla
oro (“noi siamo una repubblica popolare, mica un soviet”). Non c’era
neanche un sol dell’avvenire, un pugno chiuso, niente. C’erano
invece: fabbriche, dighe, tralicci, autostrade, elettrodotti… la
modernita’ insomma. Quella che da popolo di pecorai affamati ti
trasforma in gente moderna e postmoderna come Dio comanda. (Avete
mai visto qualche film bianco/nero anni Cinquanta? O magari le foto
del matrimonio di vostro nonno, colla prima giaccaecravatta della
sua vita? Ecco).

Insomma, il “comunismo” (secondo il mio modo di vedere) nella
maggior parte dei casi e’ stato semplicemente un tentativo (forzato;
e alla fine riuscito) di portare la modernita’ a chi non l’aveva.
Cosa lodevole, si capisce. Ma, come dicevano gli antichi, c’e’ modo
e modo. Una bella modernita’ e’ quando, con qualcosa dentro il
frigorifero e un bel film alla televisione, te ne stai spaparanzato
li’, con luce elettrica, cesso con regolare sciacquone, bambini che
vanno a scuola e tutto. Una modernita’ fastidiosa e’ invece quando
ti devi sorbire, con tutti questi bellissimi altoparlanti moderni,
le ultime grandi imprese del Compagno Ceaucescu e ti devi fare
persuaso, o vuoi o non vuoi, che senza il Grande Compagno non
potresti campare. Una modernita’ un po’ meno fastidiosa, ma sempre
molto lontana da quella in cui sarebbe piaciuto stare, e’ quando non
e’ il Grande Compagno quello senza del quale non puoi campare ma
l’ultimo modello Tim-Motorola: magari a uno piacerebbe, le cose e i
compagni suoi, sceglierseli da se’.

I capi “comunisti”, nelle foto d’archivio della Moderna Romania,
avevano due atteggiamenti interscambiabili, e questi due soli. O
erano fermi e solenni in qualche celebrazione o meditazione, un po’
come Papa Razzinger o Tronchetti-Provera intervistato dal tiggi’
due. O, all’esatto contrario, erano colti di fretta mentre andavano
da qualche altra parte. La Modernita’, infatti, ha sempre fretta. La
Modernita’ non ha mai tempo. La Modernita’ preferisce un treno
costoso e scomodo, ma che arriva prima, al trenino scombiccherato e
pacifico in cui, qualche eone fa, potevi anche garbatamente
corteggiare la studentessa pendolare che sarebbe salita due fermate
dopo la tua. (Queste fermate sono state adesso abolite tutte,
appunto per risparmiare tempo).

Ovviamente, come sempre succede quando uno comanda e tutti gli altri
sono a ubbidire, c’era anche dell’interesse: i rubinetti d’oro, le
ville di Ceaucescu, la moglie di Lunardi e tutto il resto. La carne
e’ debole. Ma al di la’ delle singole ruberie quel che faceva il
sistema, e lo auto-autorizzava a essere feroce “per il loro bene”,
era sempre questo: la Modernita’, la Fretta. Termini coincidenti, se
ci pensate bene, e la cui coincidenza probabilmente spiega molte
cose.

Vabbene, s’e’ visto com’e’ finita. Dapprima con tutto il buco nella
bandiera, e poi con una bandiera piu’ modaiola, con stemmi trendy e
non piu’ paleoindustriali, i rumeni – come tutto il resto del mondo
– hanno cambiato ideologia e religione ma non “modernita’”: quella
anzi e’ aumentata. E’ vero che hanno levato dighe e tralicci
dall’emblema e che hanno nominato manager i vecchi dirigenti
“comunisti”: ma in compenso hanno mandato i bambini poveri a vivere
nelle fogne (che e’ una delle cose piu’ moderne che ci siano: vedi
Dickens). In Cina, lasciando stelle e martelli, e dichiaradonsi
sempre categoricamente comunisti, han fatto la stessa cosa ma molto
piu’ in grande: gli e’ andata benissimo, salvo ogni tanto dover
sparare addosso alla gente restia a farsi modernizzare.

E da noi in Italia? Ah, qua da noi e’ tutto diverso. La classe
dirigente non e’ ossessionata dalla fretta, si prende i suoi tempi,
riflette. I treni, pulitissimi e dignitosi, non superano una certa
velocita’ per dare ai viaggiatori il tempo di leggersi un buon
libro. Soltanto in Valdisusa i valligiani, montanari egoisti,
protestano: “No! Vogliamo correre! Abbiamo fretta!”. E il governo, a
puro scopo educativo e certo senza personalmente guadagnarci niente,
li rieduca a mazzate in testa, “a’ la Ceaucescu”.

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Generazioni. Questa e’ la terza generazione del movimento
antimafioso. La prima, a meta’ Ottanta, era “il partito di Falcone e
dei ragazzini”. La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi
conflui’ nella Rete. Questa terza, che andava crescendo – per chi
voleva vederla – da quasi due anni, si aggrega attorno
all’associazionismo “apartitico”, in particolare Libera e l’Arci.
Rispetto alle prime due, e’ cresciuta meno nel dramma e piu’ nel
lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non e’ una fiaccolata o un
corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei
beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via
via sempre piu’ consistenti, ha tradotto in realta’ visibile la
grande intuizione degli anni Ottanta (“I Siciliani”, il Centro
Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo
ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la
mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, e’ il filo di tutti
questi vent’anni.

Sia i “vecchi” che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti
essenzialmente fuori dai partiti. All’inizio era ancora fortissimo
(la prima manifestazione per dalla Chiesa parti’ dalla Fgci di
Palermo) il peso della tradizione comunista, che pero’ non
coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e
Togliatti non erano la stessa cosa); la “politica” e il “partito”
furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza
marginali rispetto alle tendenze “modernizzatrici” del resto della
sinistra italiana.

La Rete fu un partito, si’, ma alle origini non voleva esserlo
affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realta’
di base, espressioni spontanee della “societa’ civile”, con una
forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento
cambio’ il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si
parla – fra “vecchi” – della Rete, la nostalgia riguarda quel
momento fondante, e non l’infelice esperienza del vero e proprio
partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e
da un ingenuo desiderio di farsi “riconoscere” a tutti i costi dalla
politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature
e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato
della destra (un vecchio arnese dell’estremismo fascista, Lo Porto)
batte’ pesantemente il candidato della Rete, l’anziano e
rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda;
e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile
della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di
cui essa era in gran parte rappresentante, non s’era attrezzata ne’
politicamente ne’ culturalmente ad attraversare questo riflusso. E
collasso’.

La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente
all’altezza dei vecchi “communisti”) lascio’ campo aperto al tipico
riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o
Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l’ordine torna
indiscusso e piu’ feroce di prima. Pochi resistono, molti si
chiudono nel privato, e la massa dei “sorci” torna a galla. Tale e’
la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicere’,
Cuffaro, che a un certo punto costui e’ costretto a dileguarsi
attraverso l’antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai
vecchi vicere’ spagnoli. Resistono, nelle citta’ e nei paesi, gruppi
isolati di militanti. Resistono, apparentemente, piu’ per dignita’ e
per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato
giustificato: il movimento antimafioso, cioe’ per la redistribuzione
dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva
lanciato – con tutti i suoi limiti – un messaggio talmente radicale,
da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua
cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la
complicita’ di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi
un suo piu’ doloroso radicamento nella coscienza individuale.

* * *

La crisi Borsellino, adesso, e’ stata rapidissima. La destra andava
verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l’unica
incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro),
destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso
d’opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il piu’
possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da
sconfitte elettorali una piu’ disastrosa dell’altra, proponeva
affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv,
industriali dei liquori e chi piu’ ne ha piu’ ne metta: buio fitto.
Improvvisamente, prima dall’Arci e da Libera e poi ripresa dal
“pool” dei piccoli partiti, spunta la parola d’ordine:
“Borsellino!”. E altrettanto improvvisamente torna il sole. I
militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica,
la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco.
Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa
improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un
caso Vendola moltiplicato per dieci.

Miracolosamente (o forse no: poiche’ nel dna della nostra sinistra
c’e’ anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie
miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra,
dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili
fanno atto di sottomissione uno dopo l’altro. In questa fase e’
decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i
capi storici (veramente un po’ logori) dell’antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione:
appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche
capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da
soli. Intanto, in tutta l’isola, i comitati pro-Borsellino spuntano
come funghi. Il resto e’ storia di ora. Si comincia a parlare – in
pochi: ma se ne parla – di un governo regionale non bilanciato fra
notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi
riconosciuti dell’antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da
Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti
umilmente e orgogliosamente “comisarios” di un governo che da quel
momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare
prefigurazione ed esempio su scala nazionale.

* * *

E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli
antimafiosi – del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro
ostinatissimo rifiorire nelle condizioni piu’ avverse – e dei piu’
giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla
memoria lenta. Adesso pero’, adesso che – ecco, ora osiamo scriverlo
– forse si vince, e’ il momento di dare uno sguardo severo, di
cercare di individuare il piu’ possibile i punti di debolezza,
quelli che ci hanno fatto perdere l’altra volta (qualcuno deve pur
farlo, e tanto di laudatori *adesso* ce n’e’ piu’ che abbastanza).
Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di
organizzazione e di coordinamento. I comitati sono sorti
dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma
questo non basta. E’ bastato per vincere le primarie, probabilmente
bastera’ per vincere le elezioni, ma non bastera’ assolutamente per
governare.

Per governare – per governare davvero, per *rivoluzionare* un
assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, e’ ancora quello del
feudo e dei baroni – ci sono tutte le forze tranne quella, culturale
ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e
l’organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta – non bastera’
– affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti
ufficiali, non bastera’ neanche ripetere l’errore della Rete e
tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale.
No. L’organizzazione politica nuova, che per vent’anni e’ stata in
maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve
sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non
al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa,
egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro,
senza famiglie di notabili, senza palazzi.

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Chi e contro chi. “Non sono la candidata dell’antimafia”, “Folle la
sfida antimafia contro mafia”, “Non bisogna scatenare la vecchia
battaglia antimafia che non risolve niente”. Va bene: pero’ per me
la Borsellino e’ esattamente la candidata dell’antimafia, ne’ piu’
ne’ meno, e la battaglia e’ essenzialmente fra movimento antimafia e
poteri mafiosi. Non e’ “politico”? Non sta bene? Ok: ma anche
Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose
del genere, in realta’ era prima di tutto – volerlo o no –
antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la
liberta’) non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri
armati sovietici, che purtroppo erano li’, qualunquisti, impolitici,
sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente
concreti. Cosi’, se la mafia non se ne va, tutto il resto e’ poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.

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“Vuole fare un’offerta al Telethon per i bambini?” Chissa’ perche’
i bambini spuntano sempre quando si tratta di raccogliere soldi,
anche se in realta’ il Telethon raccoglie fondi per la ricerca
scientifica sulle malattie genetiche senza fare distinzioni di eta’.
La domanda mi arriva da uno degli operatori di Trenitalia in
sciarpa arancione che hanno gia’ cominciato a raccogliere sui treni
fondi per la piu’ nota maratona televisiva di solidarieta’ del
mondo. Quest’anno il Telethon si svolgera’ dal 16 al 18 dicembre, a
meno di un mese dalla raccolta fondi del 26 e 27 novembre per la
ricerca sul cancro. La trasparenza del Telethon nel raccogliere e
gestire i fondi ricevuti e’ stata piu’ volte documentata e
garantita, ma cio’ nonostante di fronte a questo fiorire di
collette non si puo’ fare a meno di porsi alcune domande. Anche
quest’anno il Telethon sara’ censito dalla Siae come programma di
varieta’? Per questo motivo nel 2001 il Telethon ha procurato
all’autore del programma, Michele Guardi’, una cifra a minutaggio
stabilita proprio dalla Siae, che all’epoca e’ stata pari a 153
mila lire a minuto per un programma di oltre 30 ore, il tutto messo
sul conto spese della Rai. Nel 2004 il Telethon ha raccolto 26
milioni e mezzo di euro: non sarebbe stato meglio metterli
direttamente nella finanziaria come tassa sulla salute, spalmando
questa cifra su tutti e non solo sui donatori volenterosi? Ha senso
alimentare un modello di ricerca scientifica affidata alla carita’
dei cittadini e alle emozioni televisive anziche’ alla gestione
oculata della spesa pubblica? Perche’ non destiniamo i fondi per le
“missioni di pace” ai giovani ricercatori e facciamo in tv delle
collette per chi vuol pagare le trasferte dei nostri soldati e
sostenere la spesa militare? Che fare con le malattie rare, prive di
sponsor, testimonial e ricercatori interessati? A quando un Telethon
per combattere la Malaria o altre malattie che colpiscono i paesi
poveri? Nell’attesa di trovare risposta a questi interrogativi, ho
deciso di non versare alcunche’ al Telethon. Ministro Storace
faccia anche lei una bella colletta televisiva: alla sanita’
pubblica una decina di euro li mandero’ piu’ che volentieri. [carlo
gubitosa]

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Cartolina da Santo Domingo. “En la Policia Nacional hay estructura
corrupta”. Ad affermarlo e’ lo stesso capo della polizia Bernardo
Santana Paez in un’intervista a El Dia. Annunciando un “Plan de
seguridad democratica” che tagliera’ le “companias de policia” da
160 a 10 per poterle gestire e controllare meglio “Cio’ che
chiediamo – afferma l’ufficiale – es trasparencia”. [roccorossitto]

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Cronaca. < Cellerin che vien di notte/ viene a darti tante botte/ vuoi sul naso o sulla schiena/ l'importante e' che ti mena./ Gli occhi fuori dalla testa/ corre, urla, picchia e pesta./ Sono in mille contro cento/ son davvero un gran portento./ Vedi tanti poliziotti/ tanto sangue e nasi rotti/ vedi rabbia negli sguardi/ viene in mente un nom: Lunardi!/ Ma in tutte le contrade/ scendon folle nelle strade./ Qui nessuno ha piu' paura/ gridiam tutti: SARA' DURA! >

Bookmark: http://www.notav.it

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Cambiamenti. Il pescatore Palilla Pasquale da Sciacca (Agrigento) ha
pescato al largo di casa sua un esemplare di pesce flauto, una
specie tropicale – lunga circa mezzo metro – che abitualmente vive
nel Mar Rosso e nel Pacifico equatoriale.

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Solidarieta’. Ai milanesi, se per caso splende ancora sopra il
Pirellone – io manco da diverso tempo e non lo so – il gigantesco
supertelefonino da quattromila metri quadrati che, secondo
l’amministratore delegato di Motorola Italia, e’ “la piu’ grande
promozione mai messa in atto nel mondo”.

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Antimafia. Roma. Incontri dell’Associazione “Io sto con Falcone”:
mercoledi’ 14, alle 3, al Centro di aggregazione giovanile “Meta”;
giovedi’ alle 9 al liceo San Benedetto in via Saracinesco; venerdi’
alle 9 al Kant di piazza Zambeccari, al Giulio Cesare di corso
Trieste e al Tasso in via Sicilia. Domenica Equofesta al Circolo
degli Artisti (via Casilina Vecchia 42); lunedi’ alle 18 al Galilei
in via Conteverde; martedi’ 20, alle 9, al liceo Touschek di
Grottaferrata. Partecipano Rosario Crocetta, Giovanni Impastato,
Giannicola Sinisi, Adriana Musella, Piero Grasso, Barbara Panetta
dei Giovani per la Locride, i ragazzi dell’Associazione e alcuni
giornalisti.

Info: 339.8477086

* * *

Antimafia. Catania. Osservatorio sulla Mafia, venerdi’ 16 ai
Benedettini. Partecipano Graziella Proto, Riccardo Orioles e i
magistrati Sferlazza e Marino.

Info: 333.7295392

* * *

Antimafia. Palermo. Per il passaggio della Carovana antimafie a
Palermo, festa di Libera venerdi’ 16 alla Antonio Ugo di via
Arcoleo. Prenotarsi in sede, in via Malaspina 27.

Info: 091.322627

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Alessandro wrote:
< Si rischia meno a caricare dei cittadini, che non a tentare di contrastare la mafia. O forse e' proprio quello il metro: lasciare stare la mafia, e massacrare i cittadini che osano dissentire >

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fcaffa1@alice.it wrote:
< In tema di commissioni parlamentari non ci facciamo mancare nulla: dall'avanspettacolo sul caso Telekom Serbia (vi ricordate Igor Marini e i vari Mortadella, Cicogna e Ranocchio?) ai deliri guzzantiani della Mitrokhin e oggi l'assenso di Casini sull'indagine sullo stato d'attuazione della legge 194. Non ci facciamo mancare nulla, a parte l'unico caso per il quale in questi anni una commissioncina, anche striminzita, sarebbe davvero servita. Ehi, ma com'e' che vi scordate sempre, in maniera bipartisan, di Genova e di quei tragici giorni di luglio 2001? >

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Giovanni Crescimanni dei Cittadini per l’Ulivo di S. Saba-Roma
wrote:
< Trovo molto doloroso che la Margherita non abbia appoggiato la candidatura della Borsellino in Sicilia perche' si tratta di un nome simbolo della lotta alla mafia. In una regione dove alle ultime elezioni politiche abbiamo perso in tutti i collegi, mi risulta veramente incomprensibile che si siano investiti soldi per promuovere la candidatura alle primarie di un ex Forza Italia, invece di dedicare tutte le risorse disponibili per sconfiggere il centrodestra >

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Persone. Carla Voltolina Pertini, la compagna di Sandro Pertini, era
stata arrestata dalle Ss nel ’44. I partigiani riuscirono a farla
evadere insieme ad altri prigionieri. Lei era piemontese, di
mestiere faceva la psicologa. Non e’ stata mai first lady o roba
del genere: aveva una vita sua, si mostrava pochissimo alle
cerimonie e quando il compagno presidente faceva una cazzata non
mancava di farglielo rilevare (si erano conosciuti mentre si faceva
l’Italia, nei partigiani). Ha fatto inchieste sulle carceri, sugli
anziani e sulla prostituzione. Ha collaborato con Lina Merlin nella
battaglia per abolire le case chiuse. L’ultima cosa che ha fatto,
pochi mesi prima di morire, e’ stato un appello alle persone
democratiche perche’ si opponessero “allo stravolgimento
bonapartista della Repubblica”.
Che Italia eravamo, amici miei.

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gianni donaudi wrote:

L’assemblea

< Il sole tossisce rosso in volto/ tra nubi dense di anidride solforosa pulviscoli giallastri/ terribili. L' assemblea davanti ai cancelli/ e' immensa. Il cielo e la terra testimoniano/ felici. È tutta un grido preciso/ inconfondibile. Non vogliamo maschere antigas/ ne' a Porto Marghera ne' altrove. Impacchettate tutte le vostre fabbriche/ il vostro progresso. Non vogliamo la morte. Portate via la morte immediatamente >

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