Storia di scarpe/Ornela Vorpsi

16 dicembre 2005
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traduzione di Laura Toppan

Il caso volle che un giovedì del mese di marzo, (opportunamente illuminato da un sole ancora freddo), prendessi la metropolitana aerea, e che un paio di scarpe mi gettasse in un terrore insostenibile.
Mi ero seduta di fronte a un uomo profondamente perso nella lettura del suo giornale. L’uomo portava delle scarpe gialle. Queste scarpe, senza alcun dubbio, facevano prova della più assoluta innocenza, mentre il loro proprietario era ignaro del senso di smarrimento che stavano per procurarmi.
Quel mattino mi sentivo molto bene. Il mio corpo si era svegliato vigoroso, e il desiderio della vita mi scorreva nel sangue in pulsazioni sane e regolari.
Fin quando, per caso, il mio sguardo cadde sulle scarpe gialle che l’uomo aveva ai piedi. Delle scarpe profondamente estranee.
Provenivo da un paese dove le scarpe erano semplici accessori, strettamente funzionali. Non si dava alcuna importanza alla forma. La forma era importante solo quando riguardava l’essere umano, e persino in quel caso si diceva che la forma più importante era quella che uno si porta dentro.
Nel mio paese la qualità delle scarpe non sempre era buona. Un intero popolo è stato equipaggiato con quelle orrende scarpe in finto cuoio, abbinate a certe suole fatte di gomma che provocavano la comparsa di vesciche piene di siero.
Un giorno, poiché le mie vesciche avevano raggiunto delle proporzioni spaventose, mia madre mi portò dal medico. «Niente da fare, dichiarò il medico, sono le scarpe che provocano questa reazione. Sotto il finto cuoio, il piede non respira, e la gomma di certo non aiuta. Ma non si preoccupi signorina, proseguì il dottore, i suoi piedi si abitueranno pian piano». Niente da fare, quindi. In quel paese, possedevamo tutti un unico paio di scarpe. Se volevo uscire di casa per andare a scuola, per rubare dei fiori o dei libri, dovevo rimettermele, con o senza le vesciche.
Ma le scarpe che vidi, quel giovedì, nella metro di Milano, erano scarpe che non rientravano in nessuna delle categorie di scarpe che avevo costruito senza volerlo.
Mi resi conto che era come se alcune di quelle scarpe racchiudessero una storia, una storia che le precedeva. Quel passato si confondeva con un profumo che mi era estraneo, il profumo di Robespierre, di lettere fragranti d’amore e di visi gracili. Erano, oserei dire, scarpe colte. Nel mio paese non avevo mai visto delle scarpe colte.
Quelle scarpe avevano quasi sempre un’aria riservata, al tempo stesso lussuosa e discreta, per cui ogni volta che ne vedevo un paio, pensavo immancabilmente al nonno dell’uomo che portava quelle scarpe colte. Lo vedevo andare a caccia mentre la nonna suonava il pianoforte, prima dell’ora del tè, e la cameriera faceva avanti e indietro per la casa, spolverando i mobili di ciliegio.
Erano scarpe che brillavano di una luce sicura, spesso marrone scuro, o nera.
Le contemplavo, mentre nella mia immaginazione calpestavano tappeti morbidi e rossi, parquet profumati di cera al miele; poi, quando mostravano qualche segno di stanchezza, gli lasciavano il tempo di riprendersi, dopo avervi inserito una specie di meccanismo di legno che le teneva in forma.
Cercavo di immaginare a cosa potesse somigliare il piede che sonnecchiava dentro quelle scarpe; la mia immaginazione lo faceva pallido, liscio, morbido come flanella, e osservando sui miei piedi i vecchi segni delle vesciche mi sentivo quasi in colpa. Quelle scarpe m’intimidivano un po’, perché possedevano una storia. Talvolta, infatti, il loro passato era immenso, e più una storia è grande, più è difficile da portare.
Ma le scarpe gialle non appartenevano né alla classe operaia, né alla borghesia, né tanto meno all’intellighenzia.
Il mio cuore sussultò e, abbandonando il petto, si ritrovò improvvisamente nello stomaco, che prese a battere violentemente. Guardai le scarpe gialle, strettamente annodate attorno alle caviglie dell’uomo, e osservai con estrema attenzione le loro suole di gomma, di un beige translucido, che mi sembrarono due grossi ramponi, insensibili e possenti, ancorati al suolo.
L’insensibilità di queste scarpe, ecco cosa mi gettò in un terrore senza nome. Non conoscevo il loro linguaggio. Ma esistevano davanti ai miei occhi, come il mondo intorno a me, come l’uomo che le portava, come la mia mano che stringeva con tutte le sue forze la sbarra gelida per sostenere il mio corpo, quel corpo che mi indeboliva.
Poi ho parlato a qualcuno, gli ho detto che un paio di scarpe gialle e insensibili mi terrorizzava.
È scoppiato a ridere. Rideva, non la smetteva di ridere, mentre le mani continuavano a tremarmi, vittime di queste scarpe che non trovavano posto nella struttura involontaria della mia creazione.

Racconto pubblicato su Sud n°5. Di Ornela Vorpsi presso Einaudi “Il paese dove non si muore mai. ”

13 Responses to Storia di scarpe/Ornela Vorpsi

  1. giovanni il 16 dicembre 2005 alle 15:49

    Grande scrittura, scrittrice importante. Ottimo el Forlòn, come al solito.

  2. emma il 16 dicembre 2005 alle 19:33

    Sì il pezzo è bello però.

    L’altra volta le scarpe prese ai saldi che (la) inducevano a pensare al “solo paio” che (l’)accompagnerà sottoterra.
    Stavolta le scarpe gialle che (la) sconvolgono e (le) procurano terrore.
    Cosa significa tutta questa attenzione (femminile) per le scarpe?
    Un’attenzione feticistica?
    Un sintomo di depressione? (gli occhi che guardano verso il basso, la postura vinta dalla forza di gravità…).
    O è una fissa di effeffe?

  3. zamora il 16 dicembre 2005 alle 19:53

    Minchia, mi pare un’osservazione del tutto priva di rilievo – a parte che la foto è bella in se stessa.

  4. emma il 16 dicembre 2005 alle 20:09

    Zamora, dici a me?
    E se sì, che hai in mano (o in testa), un altimetro?

  5. gabriella fuschini il 16 dicembre 2005 alle 20:44

    Mi piace molto come la Vorpsi anima gli oggetti di cui parla. Anche nel suo bellissimo romanzo parte dall’osservazione, per far fluire pensieri e parole di una violenza disarmante in un intreccio feroce e ironico. Una grande scrittrice.

  6. gibril il 17 dicembre 2005 alle 10:57

    Concordo in pieno, Fuschini: la Vorpsi è davvero una grande scrittrice e F.F. si rivela sempre più (anche) un dispensatore di gemme.

  7. francesco forlani il 17 dicembre 2005 alle 11:48

    @Emma
    ma tu che numero di scarpe hai?:-)
    scherzavo
    naturally
    Elisabeth Barillè e Ornela Vorpsi mi hanno mandato questi testi senza sapere, naturalmente, una dell’altra. L’approccio è totalmente differente, ma ti assicuro che l’effetto che mi hanno procurato entrambi (i testi) è stato intenso. Non più tardi di ieri sera riflettevo sul fatto che abbia postato molti testi di autrici , e ripensando alla polemica che talvolta gira sui blog, sull’attenzione agli autori maschili non riservata alle donne, mi sembra un’altra risposta forte da parte di NI alle polemiche sterili. Se sono feticista non te lo dirò cara Emma ma che i feticci esistano non mi embra una novità e lo è ancor meno il fatto che questi abitino le complesse camere di molti uomini e di molte donne, indifferentemente.
    effeffe
    ps
    fuori testo per Giuvà. Ho trovato una vecchia foto di nio zio renato cui spero di dedicare un omaggio prossimamente magari a quattro mani con te, e io canto e tu suoni…
    ppss
    un’ultima osservazione: di Ornela che è anche una splendida fotografa, (molto erotismo e molto amore) è appena uscito in Francia un altro romanzo, conto di leggerlo quanto prima, Buvez du cacao Van Houten !
    (Actes Sud, 16.00 € ) .

  8. giovanni il 17 dicembre 2005 alle 11:58

    Fransé, t’atèntz à ‘l paragòn! A sonàr y tocàr guitàr oùd e las dulças

  9. georgia il 17 dicembre 2005 alle 21:35

    :-))))) che bello hai scritto un pezzo sulle scarpe.
    ora me lo salvo e leggo così poi forse compro anche il libro, ma non subito purtroppo, perchè sono in terribile arretrato da letture e ne ho una pila enorme da smaltire :-).
    Però io ero venuta per mettere un mio OT (uno dei terribili ot) spero che sia tu che le scarpe mi perdonerete ;-))))))))))
    OT
    La Capria difende Garboli dagli stupidi pettegolezzi pieni di sci-BILE della valduga, chi volesse leggere può farlo qui
    http://georgiamada.splinder.com/post/6606842#comment

  10. georgia il 18 dicembre 2005 alle 02:11

    Anche il bischero che ha scritto il commento sopra non sono io.
    Lo ripeto anche qui, a scanso di equivoci chiunque da ora in poi scriverà con il nome georgia NON SARO’ IO:
    Mi dispiace francesco che lo abbiano fatto proprio in un tuo post e per giunta anche con un bel racconto, che forse davvero mi salverò;-).
    buon natale e buon anno a tutti (visto che non potrò farvi gli auguri dopo)
    geo

  11. puntualizzazione il 18 dicembre 2005 alle 03:15

    Mannaggia! Il racconto non è del Forlani, è di Ornela Vorpsi!!! ma leggete con gli occhi e ne siete privi come zombi?
    (senza nulla togliere al Forlani, s’intende)

  12. aledeca il 19 dicembre 2005 alle 15:14

    Scarpe indecifrabili e quindi temibili… molto attuale, direi, per chi ha paura del giallo che avanza.

  13. tzani il 27 gennaio 2006 alle 13:13

    scarpe gialle como lo sputo del fumatore, scarpe gialle come la fame di Van Gogh.
    Ornela Vorpsi è l’orgolio della generazione postcomunista albanese.



indiani