Polar/ Thierry Crifo

21 dicembre 2005
Pubblicato da


immagine di Alessandro Baronciani

Porca Parigi
di

Thierry Crifo
traduzione di Francesca Spinelli

Se ne sta al volante della sua Mercedes coupé, parcheggiata in rue de Seze, dietro la Madeleine, sono le tre di notte ed è gennaio inoltrato. La Madeleine, come quella di Proust e della sua memoria sepolta e dispersa, Proust che abitava qui vicino, tra l’altro, la Madeleine dell’Olympia dove Mistinguett era di casa, anche se quello era solo un cinema tra tanti altri, la Madeleine della piazza, della chiesa e di fronte, in lontananza, dopo la Senna, l’Assemblée, che le fa da gemella, da trompe l’œil ufficiale; la Madeleine del teatro, di rue de la Paix e del suo caffè, dell’Opéra e del suo fantasma; e poi, dall’altro lato, la Madeleine di rue Royale, se si getta uno sguardo dietro la facciata impenetrabile di Maxim’s e del suo defunto cacciatore, dove tanti smoking e tante scollature si sono strofinati, tra bicchieri vuotati e altri rotti, dove tanti musicisti di operetta si sono assopiti in piedi, morti viventi, sognando per notti intere finte contesse che non si sarebbero mai scopate, ma bisogna pur campare, e allora giù serate, col violino in spalla che piagnucola da sempre, davanti a tavoli di aristocratici di fine secolo, di americani straricchi, di uomini politici scaduti o in erba, di donne da prendere, accompagnare o abbandonare; la Madeleine di rue Royale, quindi, ma anche quella della Concorde e della Camera dei Deputati, addormentata, per una volta, e poi quella delle Tuileries e dei suoi appuntamenti tra uomini avidi di sessi frettolosi, e infine quella del Louvre, del suo museo e della sua piramide mitterandiana, da cui la prospettiva, valore a quanto pare borghese, lacera a modo suo il cielo e il selciato di Parigi, con uno squarcio netto e imperioso.

E così aspetta il cliente, sessantacinque anni a giugno prossimo – dice il contatore –, col motore spento, il fondotinta esagerato, proprio come la scollatura, il vestito aderente e il rossetto chiassoso che si rimette dopo ogni giro, e la gomma da masticare Hollywood per dimenticare. No, non si può dimenticare, ma cancellare per un attimo, prima del prossimo pompino, il gusto insopportabile del preservativo, anche quando è al limone o alla menta.
Sessantacinque anni, il momento della pensione per alcune, quasi tutte, ma a lei tocca ancora sgobbare. I clienti sono sempre meno, ma ce ne sono alcuni che continuano a credere al mito della città delle lucciole, Parigi intra muros, da Pigalle al Bois de Boulogne, da Porte Dauphine a Saint Lazare, dai controviali dietro gli Champs Elysées a Place de la Nation. Ma questa è tutta preistoria, le puttane sono invecchiate, quelle che hanno potuto o saputo restare al passo coi tempi si danno a domicilio, fanno le star in rete, complici la webcam e le luci studiate per nascondere le rughe del tempo. Si mettono a nudo e possono farlo da casa, con calma, tra il formaggio e le pere, tra un reality e un altro, controllando la pentola sul fuoco con la coda dell’occhio. Le altre, quelle che se ne stanno ancora sui marciapiedi fradici, sui viali, sotto gli ombrelli, sotto le tettoie delle fermate degli autobus, ragazzine dell’est, fanciulle nel fiore degli anni, con l’anima già mutilata dagli orrori della guerra e della vita, un po’ alla pena, ragazze a carico, tossiche, prese e sbattute dai più duri dei duri, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, e allora costi quel che costi, bene o male, rimangono là, a spiare il male che aleggia e sonnecchia dentro di noi… Dei poveracci qualunque in calore, a caso, con le mani in tasca, il colletto rialzato, la sigaretta in bocca per darsi un contegno, sono loro, statisticamente, l’obiettivo ideale, la preda facile, quella che potrebbe ancora eccitarsi vedendo Ginette in minigonna nella sua Mercedes che aspetta il cliente, fumando Gauloise senza filtro e facendo le parole crociate, mentre su Radio Nostalgie trasmettono Mike Brandt e i Beach Boys.
Florilegio: dei provinciali un po’ alticci, che prima passano per rue St-Denis, si eccitano a distanza, e poi si spaccano i denti da vicino su una povera africana fasciata di rosa shock e data in pasto. Stranieri in seminario, vecchi oppure giovani di periferia, o di campagna, oppure il contrario, sbarcati a Parigi per un tirocinio, un colloquio di lavoro, un salone qualunque a Porte de Versailles, o un funerale. A scelta.

Ma la macchina, questa sì che è un’idea geniale! La tedesca di gran lusso fa la sua figura, fa colpo sul passante, niente a che vedere con quei camioncini schifosi e insalubri nascosti sui viali dalle parti della foresta di Melun o della strada per Beauvais. Ce ne sono ancora alcuni, come quelli che alla Coupole si fanno accalappiare dalle donne a caccia di ragazzotti col conto in banca imbottito come la loro pancia, alcuni, quindi, ancora cascano come pere nella trappola della creatura che si offre (si vende); certo, non è di primo pelo, ma in compenso è bionda da morire e ossigenata a volontà, si abbrutisce e si fa scopare nella sua macchina. Una Mercedes, scusate se è poco! Come minimo c’è un tigre nel motore, e pure una felina! Davvero, sulla Mercedes coupé non c’è nulla da dire, solo da ammirare con tanto di inchino, il messaggio è potente e implacabile. Infallibile. Pubblicità ingannevole, senza dubbio, ma una volta che il consumatore è stato irretito, il danno è fatto, ecco che è intrappolato e non può più tornare indietro. È automatico. E per Ginette, è fatta!!!

Ancora due giri e la macchina per stasera sarà ammortizzata. Ecco cosa pensa tra sé e sé Ginette.
Noleggiare la Mercedes non è mica complicato, sono trecento euro al giorno. Ginette se la divide con Dany, un’amica di Sarcelles che invece lavora di giorno. È matematico, centocinquanta euro a testa, significa almeno due giri per pagare il noleggio, più un altro giro, almeno, per le spese di trasporto, perché Ginette a notte finita, alle sei, parcheggia la Mercedes nel posteggio sotto la Madeleine e torna a casa in taxi. Per campare, insomma, servono cinque giri a notte.
Cinque giri, un tempo, non erano nulla, anzi, erano un insulto alla sua femminilità e alla sua perizia, ma adesso, col freddo di gennaio, i tempi che corrono e gli anni che sono passati, cinque giri rasentano l’impossibile.

E così Ginette aspetta, ma non si vede un’anima. Ha discusso in lungo e in jargo . se così si può dire , con qualche collega dotata di macchina tedesca o giapponese cromata, sul lastrico come lei, ha insultato e cacciato via un esibizionista in reggicalze con l’uccello che sembrava un palloncino sgonfio, poi un ubriaco disfatto e commovente. Ha abbassato il finestrino per dare seno e scollatura in pasto a un tipo scialbo che si è messo a mercanteggiare. Ha preso un cliente, un vecchio, grasso, che le ha raccontato la sua vita, lasciandole centocinquanta euro solo per venirle tra i seni, che sant’uomo! Il tutto è durato meno di venti minuti. E così, dopo aver fatto un giro tra la Madeleine e il Palais Royal, tanto per non avere né rimorsi né rimpianti, dopo aver lanciato qualche occhiata ai tipi fermi al semaforo accanto a lei, senza successo, Ginette ha deciso di staccare. Sono le sei, inutile insistere. Nel parcheggio cambia la divisa da lavoro con un paio di jeans, un golf grigio e un parka in pelle scamosciata. Ai piedi, un paio di scarpe di ginnastica grigie sostituisce felicemente le scarpe verniciate coi tacchi. La parrucca bionda, la lascia come ogni mattina in macchina, nel vano portaoggetti.
Intanto l’ha chiamata Paul, il tassista che tutti i giorni, alle sei, la porta a casa a Levallois, in periferia. Si scusa, c’è stato un contrattempo, è ancora impegnato, sta andando a Roissy per beccare il volo da New York che atterra tra poco.
Allora Ginette decide di camminare fino a Saint Lazare, a due passi da lì. Saint Lazare, col suo orologio cantato da Colette Deréal, che si è suicidata nell’indifferenza generale più di venticinque anni fa. Saint Lazare, i suoi passi perduti e i suoi treni per la Normandia o anche solo per Parigi ovest. Ginette si appoggia al bancone del baretto arancione, aperto da poco, e ordina un caffè lungo con due croissant. Spintonata da uomini solitari e frettolosi, stanchi, con le occhiaie, diretti probabilmente verso qualche cantiere, Ginette, irriconoscibile senza la parrucca e l’uniforme notturna, è anonima, come i suoi simili, quasi invisibile, anche se il tempo e il destino hanno lasciato i loro segni. Un tizio, un probabile ex-futuro cliente, in completo tre pezzi con la valigetta portadocumenti, uno che spicca tra le altre solitudini mattutine, le chiede da accendere. Non la guarda neanche, non la ringrazia, e se ne va. Ginette, come al cinema, si sente spettatrice dell’atmosfera di quella stazione, quasi sfasata. Ma lo statico vagabondare della notte la richiama con crudeltà all’ordine. L’unica cosa che conta, adesso, è tornare il prima possibile nella sua periferia, ritrovare il suo piccolo bilocale nella cité Jacques Prévert, ritrovare Paul e Virginie, i suoi gatti, e mettersi a letto, e fino a sera tagliare i ponti con Parigi, i suoi codici e i suoi artifici, allontanarsene, e voltare pagina, fino a sera.

Ginette attraversa la sala dei passi perduti, getta uno sguardo al tabellone delle partenze e si dirige verso il suo binario. Sale, in mezzo a una folla già compatta, i dannati della terra, sul treno, un treno che li porta in periferia.
Si siede, appoggia la testa al finestrino, contro il riflesso del suo viso. Il vagone inizia a riempirsi. Ginette si sente subito parte di un altro tempo, di un altro mondo, eppure il suo mondo è proprio questo, e i suoi simili, quelli veri, quelli che conosce senza aver bisogno di parlare con loro, sono questi, e lei lo sa. Incrocia una giovane donna, lavora come cassiera nel supermercato dove Ginette va a fare la spesa. Ginette la saluta, poi le sorride. È molto bella, originaria delle Antille, divorziata con tre figli, sulla trentina.
Alla Madeleine farebbe furore. Ma Ginette non ha la stoffa della ruffiana.

Il treno ora corre sui binari, nel fumo e nel grigiume, tra i depositi, i piloni e i fili elettrici, i vecchi vagoni abbandonati sui binari morti, i cimiteri ricolmi di migliaia di morti sconosciuti e dimenticati, i grandi quartieri di cemento che circondano Parigi, cités povere di storia e di memoria, gli immensi cartelloni pubblicitari, le macchine che a centinaia si trascinano sul raccordo. E così il treno corre silenzioso, trasportando Ginette e la sua banda, tribù di novizi marchiati col ferro incandescente di una vita da disgraziati, Ginette, icona in capo, come ricalcata, ad anni luce di distanza dal suo posticino riservato dietro la Madeleine e dalle sue stupide e ridicole scappatelle, ma bisogna pure far passare la vecchiaia, Ginette di cui nessuno qui sospetta, la doppia vita, ancora una volta, come il giorno e la notte, il bianco e il nero, le lacrime e il piacere.
Dove il piacere, dove?
Ma il suo vero colore, sotto la parrucca, è il grigio, il grigio di tutti i giorni, che stride (stride?) con l’oro effimero e corrotto delle banconote che passano di mano in mano, dalla notte dei tempi.
Come lei…

2 Responses to Polar/ Thierry Crifo

  1. emma il 24 dicembre 2005 alle 10:57

    Povero post senza commenti, in mezzo a tanti strilli e strepiti.
    E invece questo racconto non è male, anche se può sembrare un po’ buonista, diciamo un po’ più buonista della media.
    Ma è Natale, dopotutto.

  2. furlen il 24 dicembre 2005 alle 18:47

    grazie emma sei un angelo (une diablette)
    effeffe



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