Polar I/ Jean Claude Izzo

29 dicembre 2005
Pubblicato da

foto di Daniel Mordzinski

Il testo di Jean Claude Izzo che segue fa parte di una serie di interventi che posterò e apparsi su Sud o altrove ad opera di autori di genere. Si tratta per lo più di scrittori che partecipano di quel movimento chiamato del Polar, e che si sviluppa in Francia a partire dagli anni settanta. Come tradurre in italiano Polar? Cosa fa di un romanzo un noir o un poliziesco? Sono domande che su NI ricorrono spesso, come certi sogni. Incubi? E se si trattasse solo di letteratura? Augurando a tutti un bellissimo Capodanno dedico questa serie di testi a Gianni Biondillo e al lettore del suo Con la morte nel cuore incontrato per caso sul treno Torino- Milano.
effeffe

ASCOLTANDO IL MARE
Jean Claude Izzo

traduzione di Claudio Franchi
e Martina Mazzacurati

Da Marsiglia, osservo il mondo. È da lì – in cima alle scale del faro di Sainte- Marie, precisamente all’estremità est della diga al largo – che penso il mondo. Il mondo lontano, il mondo vicino. Che mi penso, anche. Mediterraneo. Uomo mediterraneo. Marsiglia ha 2600 anni. Io sono parte di questa storia. In questa storia. Di questo secolo e di questo mare minore, come lo chiama giustamente Erri De Luca, scrittore napoletano. Il che significa che non porto con me altro bagaglio che questa città. Neanche un’altra cultura. Marsiglia è il mio destino, come il Mediterraneo di cui sono il figlio meticcio. Si, è proprio questo che affermo guardando al largo, con la schiena incollata alla pietra calda del faro di Sainte-Marie. E, comesempre, con la testa piena dei versi di Louis Brauquier, poeta troppo dimenticato, che seppe cantare Marsiglia ma anche tutti quelli che vennero da lontano per darle la sua bellezza:

Hommes perdus d’autres ports,
Qui portez avec vous la conscience
du monde|

Marsiglia esiste solo grazie a queste parole. Tutto il resto sono chiacchiere. Politiche, economiche. Talvolta perfino culturali. Guai a dimenticarlo, pena la morte. Oggi ovunque io vada non mi parlano d’altro che dell’Europa. È per questo che vengo al faro di Sainte- Marie. Perché c’è da disperarsi. Perché non vedo un avvenire europeo per Marsiglia. Checché se ne dica. Marsiglia è una città mediterranea. E il Mediterraneo ha due rive. Non solo la nostra. Oggi l’Europa ne nomina una sola e, sappiatelo, la Francia accondiscende fin troppo facilmente.

Facendo di questo mare, per la prima volta, una frontiera tra Oriente e Occidente, levante e ponente. Separandoci così dall’Africa e dall’Asia Minore. Sì, trovo affliggente – e non sono il solo – che la Germania vieti l’ingresso della Turchia all’Europa, con l’unica argomentazione che si tratta di un paese musulmano.
Affliggente è anche il nostro silenzio, in particolare quello di Marsiglia.

Nel nome delle Andalusie perdute, di Alessandria muta, di Tangeri disgregata, di Beyrouth massacrata avremmo potuto ricordare che la cultura europea è nata ai bordi del Mediterraneo, nel Medio Oriente. Europa, è necessario ribadirlo, era una dea della Fenicia rapita da Zeus! Il mondo greco e l’impero romano vennero dopo. A questo proposito, il filosofo Predrag Matvejevic scrive, «il destino dell’Europa si gioca nel centro continentale. L’Unione europea impone una griglia di lettura del Nord con la quale non si possono leggere i problemi del Sud». Mi si perdoni, ma nella fine di questo secolo, non so descrivere Marsiglia in altro modo che con questa paura di essere marginalizzata.

Come lo sono già le culture dell’Europa centrale. Matvejevic dice ancora:
«Il nostro secolo si chiude sotto il segno dei ‘mondi ex’: ex-comunisti, ex-sovietici, ex-iugoslavi».
Il Mediterraneo, un domani, potrà far parte di questi ‘ex’. E Marsiglia con lui. Certo, avrei potuto parlare della luce e del vento a Marsiglia. Di questo mistral che a volte fa diventare matti. Di questa luce che insegna l’umiltà. Ma sono appunto la luce e il vento – la luce quando mi cadrà addosso e il vento quando sferza il mio viso – che mi incitano a scrivere solo questo. Dal faro di Sainte-Marie, non do le spalle alla città, no, al contrario mi appoggio su di lei. E guardo il mare. Il largo. Questo orizzonte da cui un giorno emerse la nave di quel focese di nome Protis. Protis è il nostro Ulisse, l’Ulisse dei marsigliesi. Senza alcun dubbio, prima di gettare l’ancora qui, aveva viaggiato a lungo, conosciuto paesi, incontrato molte Calypso. La leggenda non dice se una Penelope l’aspettava al paese; riporta semplicemente che una giovane fanciulla delle nostre parti, Gyptis, gli porse un calice con dell’acqua fresca e lo scelse come suo sposo.

Il Mediterraneo trabocca di miti. Quest’ultimo mi sta bene. Nasce a Marsiglia, in quell’incontro di uno straniero con una ragazza del luogo. Questa è la nostra storia. La mia storia. Quella di mio padre, e di mille altri padri di marsigliesi della mia età. Il mito ha un senso solo se letto per quello che è, e perché diventa progetto. Marsiglia declama con fierezza la sua esperienza del mondo. Potremmo anche aggiungere: un’esperienza mediterranea. Perché noi non ne abbiamo altre. Ma, di esperienze mediterranee, sapremo mai averne altre? È la domanda che pongo, io, bastardo di Marsiglia, meteco tra le culture italiane, spagnole e arabe. E se oggi sono cittadino francese, il mare – questo Mediterraneo di casa mia, nel quale consumo i miei occhi, il mio cuore e i miei pensieri – resta l’unico luogo dove mi sento essere. Dove mi invento ogni giorno un avvenire. Malgrado tutto. Il che significa tutta la mia fiducia a Marsiglia. Marsiglia, l’unica, la resistente, la superstite dei mondi mediterranei saprà, credo, non diventare un posto di confine – un remake moderno del limes dell’Impero romano – tra il mondo civile e il mondo barbaro, l’Europa del Nord e i paesi del Sud, come raccomanda un rapporto della Banca mondiale alle élites europee.

Sì, io credo, guardando il mare, che se l’Europa ha un avvenire, una bellezza dell’avvenire, è dentro quella che Edouard Glissant chiama «la creolità mediterranea».
Un altro sguardo sul mondo. È proprio là che si gioca tutto. Tra il vecchio pensiero economico, separatista, segregazionista (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, dove l’uomo rimane padrone del suo tempo e del suo spazio geografico e sociale. Io questo lo rivendico. Tutto questo.
Per fedeltà ai due primi amanti di Marsiglia, Gyptis e Protis. E, dunque, per amore.

Le immagini di Daniel Mordzinski e il testo di
Jean Claude Izzo fanno parte della mostra
Le Marseille d’Izzo curata da Sébastien Izzo che qui ringrazio.

One Response to Polar I/ Jean Claude Izzo

  1. davide racca il 29 dicembre 2005 alle 16:50

    dalla Canabier al Vecchio Porto, alla plage de l’escale Borely fino in fondo sulla mulattiera di pietra (che mi pare si chiami Callelong), leggendo Izzo, mi viene voglia ti tornarci… perchè “Marsiglia è Marsiglia… “come dice Conte, “e gratis sarà la sua infedeltà”. anche se la maggiornaza dei marsigliesi incontrati mi diceva che non è più come prima, e che Marsiglia si è omologata alla “maniera francese”… ho sempre sentito quel mare meticcio farsi soglia di una terra aperta, con i gabbiani che entrano fino all’interno, dove non si sente più il mare, ma che le loro urla fanno vibrare come cavità di conchiglie… scusate, la retorica! ma Marsiglia… è Marsiglia! un pensiero anche a Freancesco Biamonti… grazie a te effe effe



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