4 poesie

2 gennaio 2006
Pubblicato da

di Alain Jouffroy

(un’altra poesia augurale (+3) e un altro augurio di buon anno per tutti; traduzione di A. I.)

Chi si lamenta della generale imbecillità è lui stesso
imbecille. Chi non smette di ripetere che la vita è assurda
e l’uomo marciume, spinge al colmo l’assurdità.
Abbiamo ingoiato questi beveraggi. E li abbiamo vomitati.
E il mattino sorge sui giovani alberi piantati
il giorno prima. La rete degli amici elude
il calcolo ignobile, la prudenza degli uni e degli altri.
Malgrado la generale degradazione, il sorriso
e la grande risata sono possibili. Le bambine si divertono
sulle spiagge. Si lasciano seppellire dai loro fratelli
o tentano di tenersi in equilibrio sulla testa. Questo
non diminuisce in nulla la criminalità che è di sbirri ed assassini.
Ma impedisce che si confonda il destino della specie
con una dittatura di sciacalli. Gli aeroplani sono
dirottati, degli innocenti bruciati vivi dentro gli aeroporti.
Ci sono anche ragazze palestinesi che giocano con l’aquilone.

Qui se plaint de l’imbécillité générale est imbécile
lui-même. Qui ne cesse de répéter que la vie est absurde,
et l’homme une pourriture, met le comble à l’absurdité.
Nous avons avalé ces breuvages. Nous le avons vomis.
Et le matin se lève sur les jeunes arbres plantés
la veille. Le réseau des amitiés déjoue l’ignoble
intérêt, la basse prudence des uns et des autres.
La dégradation générale a beau faire, le sourire,
le grand rire sont possibles. Les petits filles s’amusent
sur les plages. Elle se laissent ensabler par leurs frères
ou tentent de se tenir debout sur la tête. Cela
ne retire rien de leur criminalité aux flics et aux assassins.
Mais cela empêche qu’on confonde le destin de l’espèce
Avec une dictature de charognards. Les avions sont
Détournés, des innocents brûlés vifs dans les aéroports.
Il y a aussi de jeunes Palestiniennes qui jouent cerf-volant.

*

L’idea della morte imminente mi ha sempre stimolato :
convinto che mai avrei avuto il tempo di dire tutto
ho buttato alla rinfusa, profittando di ogni attimo di tregua,
ciò che mi pareva più urgente, più pertinente, a rischio
di non lasciar credere che sempre ero padrone di me.
Ho contato i gradini che mi invitavano a salire, annotato
il numero di vetture che mi anticipavano al semaforo rosso,
intercettato conversazioni, spiato le parole dei vicini di tavola,
in modo da rinnovare il bagaglio quotidiano di tutti i messaggi
E poi ho lasciato fare alle donne, ho rispettato le loro follie,
lasciati alla loro confusione gli amici che si irritavano.
Alcuni di loro sono tornati. Non ho tenuto i conti.
L’essenziale era altrove: in questo uragano d’intuizioni
che governa tutto quanto trasciniamo dietro il sapere.
Non bisognava lasciar passare che l’inevitabile straripamento.
E quando me ne ricordo, sono riconoscente alla morte.

L’idée de la mort imminente m’a toujours stimulé :
croyant que je n’aurais jamais le temps de tout dire,
j’ai jeté en vrac, profitant de chaque instant de répit,
ce qui me paraissait le plus urgent, le plus pertinent.
Quitte à ne pas laisser toujours croire que je me dominais.
J’ai compté les marches qu’on m’invitait à monter,
noté les numéros de voitures qui me devançaient au feu rouge,
intercepté les conversations, guetté les mots des voisins de table,
afin de renouveler le bagage quotidien de tous les messages
Et puis, j’ai laissé faire les femmes, respecté leurs folies,
abandonné à leur confusion les amis qui se fâchaient.
Certains d’entre eux sont revenus. N’ai pas tenus leurs comptes.
L’essentiel était ailleurs : dans cet ouragan d’intuitions
qui commande tout ce que nous traînons derrière notre savoir.
Il fallait ne laisser passer que l’inévitable débordement.
Et si je me la remémore, je suis reconnaissant à la mort.

*

Non guardo sempre attraverso la portiera del minibus.
Sono anche stanco, a volte. Ma nulla mi limiterà
di ciò che mi condanna a subire gli effetti di questa fatica.
Tenteranno di schiacciarmi nei miei momenti di gentilezza,
quando vorrò dire ai miei contraddittori che essi
non per forza si sbagliano. Sono pronto a riconoscere
i miei torti. Ma che non se ne deduca allora
un fallimento. L’assenza che porto nella testa,
il vuoto che gira e da cui ascolto sorgere il pensiero
è anche l’imminenza di ciò che supera la morte.
Resisterò fino alla fine alla vertigine che mi trascina
e se guardo in me il fondo, io non tremo
anche se ci vedo l’agonia degli individui che mi assomigliano.
Che una pallottola vagante mi raggiunga, come quella donna
di servizio, sul suo balcone, il 6 febbraio 36, come evitarlo?
Sono dappertutto il mio proprio proiettile vagante.

Je ne regard pas toujours par la portière du minibus.
Je suis fatigué, aussi. Mais rien ne me limitera
qui me condamne à subir les effets de cette fatigue.
On tentera de m’écraser aux moments de ma gentillesse,
quand je voudrai dire à mes contradicteurs qu’ils ne se
trompent pas forcément. Je suis prêt à reconnaître
mes torts. Mais que l’on n’en tire pas la conséquence
d’un échec. L’absence que je porte dans ma tête,
le vide tournant où j’écoute venir ma pensée,
c’est aussi l’imminence de ce qui dépasse la mort.
Je résisterai jusqu’au bout au vertige qui m’emporte
et si je regard en moi le fond, je ne tremble pas,
même si j’y vois l’agonie de individus qui me ressemblent.
Qu’une balle perdue m’atteigne, comme cette femme de ménage
Sur son balcon, le 6 février 36, comment l’éviter ?
Je demeure partout ma propre balle errante.

*

Ma non riesco mai ad andare in collera : il sole
sorge di nuovo al di sopra del balletto dei merli metallici
e il transatlantico disteso come un telescopio verso il baobab
mi lascia vedere la più grande distesa di cielo calmo, illuminato.
I miei sandali immobili nella fine polvere rosa
contraddicono da soli tutto Hegel, tutto Marx, tutto Lenin,
tutto Stalin. Vestito di questa guayavera cubana e di questa
hïnà di sàrbàtoare con le quali vorrei venisse
vestito il mio cadavere, so che sto per divenire
il punto di disaccordo di tutte le ideologie esistenti.
Che cerchino pure d’incastrarmi, di portarmi in casa feriti
sulle spalle di motociclisti con il casco, di provocarmi
in ogni modo per compromettermi in operazioni torbide,
bsognerà cogliere di nuovo questa posta: individuo/rivoluzione
per cominciare a PENSARE senza chiavistelli, senza blocchi,
la prima degradazione dei desideri più distruttori.

Mais je ne parviens jamais à me mettre en colère : le soleil
se lève à nouveau au-dessus du ballet des merles métalliques
et le transatlantiques étiré comme une télescope vers le baobab
me fait voir la plus grande étendue du ciel calme, illuminé.
mes sandales immobiles dans la fine poussière rose
contredisent à elles seules tout Hegel, tout Marx, tout Lénin,
tout Staline. Vêtu de cette guayavera cubaine et de cette
hïnà de sàrbàtoare avec lesquelles j’aimerais qu’on habille
mon cadavre, je sais que je suis en train de devenir
le lieu de désaccord de toutes les idéologie existantes.
On aura beau vouloir me piéger, introduire chez moi des blessés
sur des dos de motards casqués, me provoquer de toutes les
manières pour me compromettre dans des opérations louches,
il faudra saisir cette enjeu nouveau : individu/révolution,
pour commencer à PENSER sans verrous, sans blocage,
la première dégradation des désirs les plus destructeurs.

*

(Nota: guayavera=camicia
hïnà di sàrbàtoare=non reperito sui dizionari; graditi suggerimenti)

Traduzione di Andrea Inglese da Eternité, zone tropicale (1973).

19 Responses to 4 poesie

  1. gabriella fuschini il 2 gennaio 2006 alle 01:30

    Andrea non capisco. Sono due testi differenti e non uno la traduzione dell’altro.

  2. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 07:12

    grazie gabri: certo che anche tu sonnambula….

  3. wovoka il 2 gennaio 2006 alle 10:19

    Alla prima lettura mi ritrovo d’accordo. Alla seconda fioccano i “però”: “non si confonda il destino della specie con una dittatura di sciacalli” – “la rete degli amici elude il calcolo ignobile”. Sarà vero? Oppure avrà ragione Maniacco (ripropongo http://www.nuovofriuli.com/read.asp?code=2005.1028.03) a dire che sembriamo un po’ meno canaglie soltanto perché qualcuno è canaglia anche a nostro vantaggio?
    Ma soprattutto, sarà sufficiente mettere un po’ da parte l’assurdo “letterario” (io la interpreto così) per concederci il “il sorriso e la grande risata”? Dovremmo concentrarci davvero su questa possibilità? Possiamo davvero permettercelo? In questi giorni sto leggendo “Collasso” di Jared Diamond, e tutto mi fa pensare che siamo disperatamente lontano da una qualsiasi “equazione” sostenibile. Se poi guardo in me stesso devo persino dubitare dei miei più intimi moventi, del possibile scambio tra malinconie personali e malinconie per il mondo. Ci interesserà davvero il mondo oltre noi stessi (o i nostri figli?). Nulla mi sembra “quadrare” davvero, anche se ovviamente cercherò di fare la mia parte.

  4. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 11:35

    (E’ un libro che volevo comprarmi quello di Diamond: ma devo ancora finirmi lo straordinario “Armi, acciaio, ecc.”)
    Jouffroy non è un poeta che amo particolarmente: in lui è molto percepibile un certo mito dell’individualismo anti-conformista e anarchico di matrice surrealista. Ma una poesia, wowoka, non è per forza una verifica di giunta comunale o di condominio, un bilancio dei compiti realizzati. Quindi l’equazione è immaginaria: è un bilancio ipotetico: desiderabile. E comunque Jouffroy ha ragione, anche a rischio di essere ingenuo e retorico.

    Giro per Parigi, città di passanti spesso cupi, aggressivi, tormentati: chi per accrescere quanto ha, chi per tenere coi denti quel poco che ha, chi per strappare qualcosa dal niente che ha. Eppure passano due adolescenti e s’inventano un motivo di ridere. Hanno visto un cartello un po’ assurdo dietro una vetrina, ne ridono. Cazzo, sappiamo fare ancora questo. Ridere a partire da una piccola incongruenza quotidiana. Laddove passiamo il tempo a soffrire per far quadrare tutti i conti. Minimalismo della speranza. Fisiologia del riso e della spensieratezza.
    La poesia mette anche questa fondamentale inezia nel conto, quando parla del mondo.

  5. Pier Paolo Pratolini il 2 gennaio 2006 alle 12:27

    Andrea, caro ragazzo! Perché andare a pescare in Francia questi poeti taglia slim, quando ci sono io, qui in Italia, di taglia extralarge? Ti bastava pescare tra i vari post(s) e avresti trovato il capolavoro con cui inaugurare degnamente il nuovo anno. Ma ti perdono: solo perché, come poeta, sei di taglia large (abbondante). :-)

  6. gabriella fuschini il 2 gennaio 2006 alle 12:50

    Andrea, casomai nottamula…ché sonnambula nelle terre svizzere si aggira la fanciulla del melodramma belliniano.
    Però questa poesia mi lascia un po’ così, anche letta in francese. Poi sul minimalismo della speranza sono d’accordo con te.

  7. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 13:27

    ho capito… piace solo a me. Pazienza

  8. gabriella fuschini il 2 gennaio 2006 alle 13:30

    Sinceramente mi è piaciuta moltissimo quella che avevi messo prima (la versione francese).

  9. Gemma Gaetani il 2 gennaio 2006 alle 13:31

    No, Andrea, è molto bella. La chiusa soprattutto. Bravo (per)ché l’hai postata.

  10. wovoka il 2 gennaio 2006 alle 13:44

    @andrea
    Anch’io son d’accordo, ma si tratterebbe appunto di “fisiologia”, che di solito non necessita di alcun patrocinio: nemmeno chi adottasse una poetica della sofferenza potrebbe fare a meno di simili momenti, come, dal verso opposto, nessuno non potrà sfuggire alle logiche del bisogno, se non negandole e demandone la soluzione al fatto compiuto, ovvero ai percorsi predefiniti offerti dalla società in cui è immerso. La mia disequazione si pone quindi fra desiderabilità ideale, quella cioé che prescinde da me, e quella concreta, che invece mi avviluppa e condiziona. Ritornando ai temi di Diamond: come potrei, per esempio, associarmi spensieratamente a coloro che bramano la “sconfitta” dell’imperialismo USA, considerando la nostra assoluta dipendenza, oramai “ecologica”, da questo sistema? Di Jouffroy mi colpiscono soprattutto le proiezioni manichee: il male è negli altri, tutto sembra configurarsi come una pura questione di volontà malvagie e di sentimenti sbagliati, che la poesia avrebbe il compito di redimere. A me questo pare un mito romantico (già smentito dalla violenza reciproca di cui spesso fanno mostra le aggregazioni rivali di poeti) sebbene guarnito con tutte le graffiature e le contaminazioni di superficie dell’estetica contemporanea. Mi manca davvero un “nesso”, mannaggia.

  11. a. i. il 2 gennaio 2006 alle 14:45

    a wov, a gabri, a todos: provo più tardi a postare qui altre poesie di J in traduzione e vediamo che ve ne sembra

  12. ale il 2 gennaio 2006 alle 23:46

    E’ straordinario, semplicemente, direi.
    “Molto percepibile un certo mito dell’individualismo anticonformista e anarchico di matrice surrealista”?
    Sicuro!
    “Una poesia non è per forza una verifica di giunta comunale o di condominio, un bilancio…”?
    E questo è sicurissimo.

  13. rotowash il 3 gennaio 2006 alle 00:12

    mi hanno ricordato molto il primo lorenzo, quello di lorenzo 1994, che secondo me è l’album migliore!

  14. gabriella fuschini il 3 gennaio 2006 alle 00:31

    Ci sono dei passaggi molto belli e altri che continuano a non convincermi. Sono perplessa, le rileggerò domani.

  15. rotowash il 3 gennaio 2006 alle 00:36

    si infatti anche nell’ultimo lp non è tutto ottimo, però mi fido dite è veramente eccezionale, poesia pura….

  16. emma il 6 gennaio 2006 alle 10:10

    Anche a me la prima poesia piace poco.
    Ha qualcosa di eccessivamente edificante, un andamento che trovo sentenzioso e un po’ supponente.
    Viene da pensare che i buoni sentimenti possono essere supponenti.
    Anzi che spesso lo sono, supponenti.
    (E il verso finale secondo me non salva un bel niente).

    Le altre poesie forse sono migliori.
    Ma mi restano dei dubbi.
    Ci trovo troppa autoesaltazione e insieme troppo vittimismo.
    È proprio una questione di ideologia.
    La sensazione è che “contro le ideologie” possano essere riesumate (e da un momento all’altro possano riapparire in scena, come se niente fosse, con aria del tutto “innocente”) le solite buone cose, i soliti (di nuovo) buoni sentimenti di sempre.

  17. andrea inglese il 6 gennaio 2006 alle 10:32

    Ma a proposito di ideologie, questi due versi li trovo veramente belli:

    “I miei sandali immobili nella fine polvere rosa
    contraddicono da soli tutto Hegel, tutto Marx, tutto Lenin,”

  18. emma il 6 gennaio 2006 alle 10:44

    Mah.
    Se si rovesciasse il discorso, se si dicesse qualcosa tipo
    “Il vecchio Hegel, il vecchio Marx, il vecchio Lenin
    riescono ancora a contraddire
    i miei sandali immobili nella fine polvere rosa”
    la “suggestione” non mi sembrerebbe minore.

  19. mag il 9 gennaio 2006 alle 16:48

    io devo dire che cartesio sulla spiaggia rosa di fromentera……ha perso.



indiani