Lo scrittore e l’attrice, un gioco di recitazione

4 gennaio 2006
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

“Bisognerebbe scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico”. Così sentenziava lo scrittore Joseph Joubert in tempi molto lontani dai nostri.

La letteratura, dentro le proprie pagine, è sempre stata piena di amicizie, di matrimoni, di unioni, di amori e disamori. E, al di fuori – ma fino ad un certo punto- dalle trame dei romanzi, di scrittori ammogliati. D’altra parte il destino dell’uomo occidentale non è quello semplicemente di accoppiarsi, ma di identificarsi in uno status. Il matrimonio arriva prontamente in soccorso di questo bisogno che diventa destino, a volte – non voglio dire necessariamente purtroppo- davanti alle aule dei tribunali. Al di là delle storie matrimoniali dei personaggi da romanzo (Moravia, ad esempio, ne compilò un bel mucchio) abbiamo una realtà fatta di scrittori i quali, dovendo scegliere con chi unirsi in vincolo matrimoniale, scelsero – o vennero scelti – da partner che facevano il loro stesso mestiere; e qui val la pena di citare di nuovo Alberto Moravia, e dunque Elsa Morante. E oggi le coppie di scrittura si moltiplicano col moltiplicarsi delle coppie – sebbene a crescita zero in questo nostro mondo occidentale: un simile passo in avanti nello status puo’ essere utile soprattutto nelle spesso drammatiche fasi di revisione dei testi. Un collega- partner sperabilmente non invidioso e dunque amabile e complice che corregga gli strafalcioni non solo sintattici, ma anche le trame, i personaggi, finanche il corso stesso della storia narrata: una pacchia in s.p.e., un editor-ombra tra le lenzuola e di mattina a colazione, davanti al prosaico ma decongestionante caffellatte nel quale inzuppare la madeleine del momento, foriera, chissà, di futuri ricordi letterari. A chi far leggere una prima, seconda, terza, quarta stesura spesso piene d’intoppi e d’intossicazioni formali e contenutistiche se non – per usare un’antica espressione- all’amato bene?

Ma cosa dire di quelle coppie formate da uno scrittore e da un’attrice (o da una scrittrice e un attore?) Parto dal luogo comune, per parlarne, che i rapporti umani sono tutti basati sulla recitazione. La coppia recita il proprio monologo a due su di un canovaccio; è la commedia dell’arte d’arrangiarsi la vita che si fa prassi d’amorosi e non di rado dolorosi sensi. Sviluppare un discorso sul rapporto matrimoniale scrittore-attore però necessita, a mio avviso e nello spazio che ci è concesso, di almeno un paio di significativi esempi.

Arthur Miller sposò Marilyn Monroe non credo cercando un’amica, ma perché aveva bisogno di amare e proteggere un simbolo, anzi un grande personaggio letterario popolare. La diva delle dive cercò in Miller un uomo che “sapeva troppo” dal quale essere protetta con le idee in profondità e con la sensibilità acuita dalla cultura. Lei entrò in una specie di guscio protettivo che soprattutto il sapere dell’altro le spalancava davanti per racchiuderla avvolgendola. Il loro incontro di destino (come chiamava con la consueta grazia espressiva Federico Fellini il suo felice incontro con Giulietta Masina) fu a mio avviso dominato anche da una naturalissima esigenza che si puo’ definire letteraria: il drammaturgo newyorkese, in fondo, scrisse Marilyn; e questa recitò l’autore della Morte di un commesso viaggiatore.
«Marilyn è stata la persona che mi ha consolato e mi è stata più vicina”, affermò lo scrittore in anni recenti. “Attraverso i suoi occhi ho visto anche molti aspetti del mondo che non conoscevo: un’agonia, un’angoscia che non avevo mai capita, non almeno fino a quel punto, e contro la quale non ero in grado di far nulla. Per me è stata come una finestra, e io non la potrò mai dimenticare: una grande gioia e un grande tormento; perché era quasi sempre malata quando noi eravamo insieme, ed è morta proprio per questa sua sofferenza». Miller scrisse Marylin soprattutto cercando di comprenderla; lo scrittore affronta la sua inedita materia, la sua strabiliante narrazione popolare, l’icona letteraria in forma di donna, la svolge, ci lotta affannosamente e amorevolmente contro per dirimerla; la diva è diventata il suo libro più importante, il suo libro decisivo che appunto non riesce a dominare perché sfuggente; scrive pagine e pagine credendo di aver finalmente trovato la strada giusta che lo indirizzi verso una comprensione, ma a un tratto si accorge – nonostante la “consolazione” che questo “libro umano” gli procura (come è consolante, difatti, spesso, lo scrivere tout court) di esserne finito fuori, da quella impervia strada intrapresa. “Attraverso i suoi occhi” legge e dunque scrive una vita non sua, una vita altra anche se contigua: “ho visto anche molti aspetti del mondo che non conoscevo”, aggiunge infatti. La chiave di tutta questa narrazione sulla viva pelle di una persona sta in quel vedere “attraverso gli occhi” proprio di quell’ altra persona, operazione ardua che è proprio tipica di ogni scrittore di vero talento. In questo c’è rara capacità d’immedesimazione; é così che lo scrittore riesce a superare anche la normale empatia, recitando la parte dell’altro, entrando drammaticamente nella vita dell’altro. Si potrebbe quindi dire che la Monroe fu per Arthur Miller un grande romanzo incompiuto: questa “finestra” che lei fu per lui era purtroppo spalancata sopra un baratro che l’artista non riusciva a vedere con esattezza, perché l’arte puo’ intuire ma ovviamente non puo’ comprendere tutto. L’arte tenta, ma quasi sempre non risolve; certo, a comprendere sua moglie Miller ci provò, si, ma fu inutile. La “grande gioia” e il “grande tormento” sono proprio quei sentimenti esplosivi che prendono spesso un autore alle prese con l’opera a cui egli affida le proprie energie creative, le proprie speranze di riuscita.

Il secondo esempio è tutto italiano e riguarda Vitaliano Brancati e Anna Proclemer. Lo scrittore pachinese ormai quarantenne e la ventiduenne attrice trentina nel 46 si uniscono in matrimonio. Due mondi e due età affatto diverse. La loro unione è fin dall’inizio costellata di separazioni a causa degli impegni che si formano su lunghe distanze, geografiche e mentali. Anna non puo’ che seguire il suo nomadismo d’attrice di punta nel panorama teatrale italiano; lo scrittore a volte la segue nei suoi spostamenti di lavoro, spesso la raggiunge nei luoghi delle vacanze scoprendo con l’entusiasmo dell’amore le vette alpine a lei così congeniali, il biancore abbagliante delle montagne, questo nord che per lui, nonostante tutto, resta intimamente lontano. Lo spirito caustico di Brancati, questo scrittore a lungo sottovalutato che parlò della Sicilia come metafora dell’intera Italia, lo scrittore che corrodeva con la sua penna di spugna i costumi della sua epoca in un a volte cupo moralismo iniettato di disperazione, il detective dalla penna saporosa dei vizi borghesi, riesce anche se a tratti a stemperarsi in tutta quella neve alpina così lontana da quella macchia mediterranea che insaporì sempre la sua scrittura. Ma tutta questa differenza (d’età, d’origine, ma non – detto senza ipocrisia- di spessore intellettuale, come fu invece nel caso Miller-Monroe) non puo’ comunque che ledere la cinghia che stringe con pressioni di volta in volta diverse il loro rapporto. Lo scrittore si lamenta delle assenze, la giovane Proclemer soffre di rimando di quest’insofferenza. I loro mondi si separano sempre più, lui ripiega in Sicilia, lei si concede una pausa di riflessione a Cortina. E’ il 1952, e poco tempo dopo i due si separano.
“Un uomo puo’ avere due volte vent’anni senza averne quaranta”, scrisse Brancati. Ma forse – soprattutto a quel tempo- questa non era che semplice speranza di un difficilissimo traguardo, benché l’artista della parola, sia esso scrittore sia esso attore, si anima spesso d’ indole fortunatamente adolescenziale. La storia di Brancati e della Proclemer fu quella di due esseri umani indipendenti. Lui lontano da certi ambienti soprattutto della politica, lei ribelle alle convenzioni, a volte angosciosamente romantica nelle scelte anche artistiche, complicata e nevrotica; come complicato e nevrotico e contraddittorio fu l’autore dell’ Bell’Antonio.

Il rapporto sentimentale tra scrittori e attrici è a mio avviso interessante per eventuali approfondimenti, sulla base di numerosi altri esempi. La recita solitaria, monologante della letteratura, nella quale l’attore recita ad improvvisazione le sue parole scrivendo nel suo solitario studio, si congiunge con la recita orale dell’attrice. E nel caso di Brancati- Proclemer, lui scrisse per lei perlomeno una commedia, La governante, che forse rovesciava l’immagine di assoluta purezza che l’autore s’era costruito da solo nella sua mente d’indomito ma anche contraddittorio moralista.

(Pubblicato su Stilos – 20.12.2005)

44 Responses to Lo scrittore e l’attrice, un gioco di recitazione

  1. mag il 4 gennaio 2006 alle 19:55

    Franz, grazie.
    Mi piacerebbe tu dicessi qualcosa sulla Diva, sul Mito, sulla figura poliedrica e inquietante della donna come musa.
    Dico questo sulla scia fascinosa e avvolgente della figura eclettica della Carmen,(le sue capacità mimetiche,la sua capacità di indossare sopra il suo volto maschere sempre diverse e di “recitare” pertanto su diversi piani e le sue straordinarie possibilità di “seduzione”), per chiederti tue impressioni su una figura enigmatica come Maria Callas, icona d’arte e passione, spirito d’abnegazione, esclusività,totalità e sacrificio d’amore.
    Forse queste figure “recitanti” scrivono direttamente nella loro esistenza, la narrazione organica che per altri è letteratura cartacea.

    Magda

  2. Lorenzo Galbiati il 4 gennaio 2006 alle 20:46

    Caro Franz, ogni epoca ha i suoi miti e le sue coppie eccellenti.
    Se penso all’epoca attuale, direi che gli anni 2000 hanno come coppie eccellenti quelle tra calciatori e veline televisive (o altri personaggi televisivi).
    In questo caso potremmo dire che : “Bisognerebbe scegliere per moglie una donna che non sopportiamo di vedere solo in tivù.”
    Lorenz

  3. fm il 4 gennaio 2006 alle 22:20

    Un gran bel pezzo, Franz. Un argomento conturbante, pieno di implicazioni, di sfaccettature, di aperture sapienti verso possibili scenari e approfondimenti della materia: il rapporto, spesso banalizzato, tra l’umano nella sua quotidianetà e l’arte come capacità/possibilità di superamento in una superiore visione del vissuto personale, con tutte le interazioni possibili tra l’io agente/agito e l’altro da sé, una finestra aperta, spalancata sull’abisso, come, con espressione felice, ricordi e ne parli. Il tutto espresso in una prosa piana, che sembra ritagliarsi, ad ogni situazione descritta, come un abito su misura per i personaggi che evoca. Piaciuto moltissimo. Complimenti.

  4. Franz Krauspenhaar il 4 gennaio 2006 alle 22:23

    Cara Magda, grazie a te. Anche a me sembra che queste dive recitanti – sovrapponendo la loro vita privata con quella pubblica della recitazione- in un certo senso siano figure letterarie che non hanno bisogno della letteratura, sono letteratura incarnata. In fondo, spesso, la letteratura “su carta” non è altro che un palliativo; in questo senso Arthur Miller “scrisse” la Monroe, come ho cercato di dire nel pezzo, come se si trattasse del suo libro più importante, di un libro vivente; la “scrisse” vivendola come poté, dunque non ebbe bisogno del palliativo della letteratura. In quanto alla Callas, a quanto ne ho capito ella fu, come per molte donne, alla disperata ricerca del padre, che credette in un primo tempo di trovare in Meneghini; ma mancava la passione totale (o quasi, impossibile qualsiasi misurazione, ovviamente, sulla materia) e questa la trovò in Onassis, salvo poi sprofondare nella disperazione (quando l’armatore decise di sposare Jacqueline Kennedy) e nella depressione, che trasformarono in peggio anche la sua voce. Fu un’icona di tutto quel che dici perché la “letteratura periodica da rotocalco” su di lei costruì quest’immagine distruttivamente romantica, e infatti quest’immagine contribuì a distruggerla come essere umano. Il ritiro dalle scene e l’autoreclusione furono una scelta per lei obbligata, penso. Come scrisse Maria Riva a proposito della madre Marlene Dietrich: “mia madre scelse di ritirarsi perché era semplicemente stanca d’essere Marlene Dietrich, stanca dello sforzo infinito richiesto alle creature che incarnano il concetto di perfezione senza essere perfette”.
    Anche riguardo alla Callas si puo’ parlare di questo, con l’aggravante che, rispetto a “Lili Marleen”, la Divina era una donna molto, molto più fragile.

    Lorenzo, io credo che, al di là dei calciatori e delle veline, bisognerebbe scegliere per moglie una donna che non faccia tutto quello che fa la moglie di una famosa poesia di Bukowski, affacciata alla finestra. (In pratica rompe le scatole tutto il tempo):-)

  5. Franz Krauspenhaar il 4 gennaio 2006 alle 22:24

    Grazie mille a te, fm.

  6. andrea il 4 gennaio 2006 alle 22:24

    Un pezzone… si gode a leggerlo…!;)
    saluti
    andrea

  7. mag il 4 gennaio 2006 alle 23:50

    comunicazione di servizio:
    posso chiedere ai commentatori di evitare di dire:”gran bel pezzo?”
    è prodromico di diversi modi di dire, non esattamente eleganti, in nessuna delle loro declinazioni. :-)
    Anche le donne-ruspe come me, hanno le loro raffinatezze.
    Magda

  8. diderot il 5 gennaio 2006 alle 11:04

    bellissimo pezzo.

  9. mag il 5 gennaio 2006 alle 11:40

    ah beh detto da un enciclopedico allora….(john ci vai da solo la’ dove sai?).
    cmq Franz, non so se puo’ essere utile, ma Wong Kar-Wai ha dipinto in maniera molto peculiare il rapporto diva-scrittore, geisha-narratore, intellettuale-cortigiana, nel suo ultimo film 2046 di cui ti riporto personale recensione:

    http://www.laretedeimovimenti.it/fucina/nomadismi/film2046

  10. Baldrus il 5 gennaio 2006 alle 12:19

    Very compliments. Tra l’altro fa piacere sentire parlare di Vitaliano Brancati, un grande, davvero ingiustamente dimenticato.

  11. franz krauspenhaar il 5 gennaio 2006 alle 13:11

    Mag, certo che puo’ essere utile.

  12. Trespolo il 5 gennaio 2006 alle 14:25

    Bello, mi è piaciuto assai; e chiudo lasciando gli auguri di Buon Anno, anche se in clamoroso ritardo. Franz non volermene :-)

    Buona giornata. Trespolo.

  13. Tenentino il 5 gennaio 2006 alle 14:33

    Bellissimo articolo, quasi necessario, direi, e bellissima fotografia.

  14. S/Z il 5 gennaio 2006 alle 16:26

    Scrivo da un computer pubblico d’oltralpe dove non visualizzo la foto di accompagnamento (peccato); ma passavo di qui e, apprezzamenti a parte, mi domandavo quale tipo di curiosità possa spingere uno scrittore a trattare il tema degli altrui accoppiamenti “artistici”, se non una segreta implicazione personale, in forma di vagheggiamento o di anelito, oppure al contrario oggettivando un timore, esorcizzando un’opzione o una possibilità – o invece, come mi sembra più verosimile, tutt’e due le cose insieme: il desiderio timorato di un’intensità.

    E poi, magari, vorrei chiedere agli esperti quali esempi inversi o trasversali conoscono: scrittrice+attore, scrittore+attore, scrittrice+attrice… Tanto per non risultare, come dicono certe veterofemministe, troppo “androcentrici”. Aufwiederlesen.

  15. Franz Krauspenhaar il 5 gennaio 2006 alle 19:00

    Ciao Stefano, du bist ein Berliner:-)
    Io penso che ci sia senz’altro il desiderio di scrivere di un’intensità altrui che diventa nostra, per così dire, per induzione, e per una sorta di vagheggiamento, e per esorcismo, e per esperienza personale, come tu dici. Ma al fondo c’è soprattutto il semplice desiderio, che la scrittura in alcuni casi realizza, di “spiegare” un’intensità, qualunque essa sia. D’altra parte c’è anche, qui, un andare a ricercare esempi nel passato nemmeno prossimo, e proprio in un passato “spettacolare” che per me era utile sondare- sebbene nella maniera breve e parziale consentita dallo spazio di un articolo -soprattutto perchè ormai consegnato definitivamente a una sorta d’albo d’oro del sogno.
    In un’epoca come la nostra, quantomai “funzionale” e finzionale – e in picchiata libera verso una “low fidelity” generalizzata, il ricercare situazioni esemplificative nel passato puo’ essere, quasi paradossalmente, un tentativo di ricordarci di un’autenticità che dobbiamo tentare, io credo, di riprenderci, ciascuno con le proprie “armi espressive”. Dunque nessun ripiegamento ma, invece, un tornare indietro per tentare di prendere una specie di rincorsa.

  16. mag il 5 gennaio 2006 alle 20:05

    Eros, figlio di Poenia, la povertà, e Poros, l’espediente.
    Quindi il desiderio erotico è mancante di qualcosa che va cercando e si nutre di stratagemmi e stravaganze.
    In questa ottica bizzarra l’amore diventa fatalmente compensatorio di cio’ che non ci appartiene e vorremo possedere e che cerchiamo ossessivamente nell’ansia di fusione e furto carnale.
    differenze, eros si nutre di differenze abissali…d’età, d’etnia, di cultura, di pelle, di classe, di religione, etc etc

  17. cf05103025 il 5 gennaio 2006 alle 23:23

    Caro Franz, sì, davvero hai scritto un bell’articolo, ma ti dico che maggiormente illuminante per me è stata l’ultima tua precisazione stimolata dal sottile intervento del Berliner Stefano.

    Ma, inter nos, tanto per rimanere in tema:
    attraverso gli occhi la carne l’esperienza di quale attrice ti piacerebbe vedere il mondo?
    Dimmi, o Franz,
    dimmi…

    guarda che non c’è solo ironia o malizia nelle mie parole.

    Mario Bianco

  18. Franz Krauspenhaar il 5 gennaio 2006 alle 23:44

    O Mario, mi fai una domanda parecchio difficile; così sui due piedi, ti posso rispondere che mi piacerebbe vedere il mondo attraverso la carne delle più belle fighe hollywoodiane; basta, come si suol dire, che respirino:-)

  19. gianni biondillo il 5 gennaio 2006 alle 23:51

    Franz scatenatissimo. Ti ho letto sul nuovo Stilos parlare del baffetto. Ormai sei un maître à penser! ;-)

    (mentre io sono un metro appanzato!)

  20. Franz Krauspenhaar il 5 gennaio 2006 alle 23:56

    Si, Gianni, grazie. Sempre più scatenato, su tutti i fronti!
    (E siamo appena all’inizio):-)

  21. mag il 6 gennaio 2006 alle 11:55

    oh oh oh……lavori in corso…..

  22. mag il 6 gennaio 2006 alle 12:26

    Franz mi fa pensare alle giostre, ai dischi volanti, agli elicotteri, al toro meccanico.

  23. luca bidoli il 6 gennaio 2006 alle 14:33

    La fantasia degli uomini , in fatto di mostri, è volutamente limitata. In questa lapidaria definizione di Borges, credo, vi sia più di un elemento che caratterizza la forza d’attrazione di alcune donne per alcuni uomini e viceversa. Quasi tutti i rapporti sono atti di cannibalismo, alle estreme conseguenze: tra “artisti” o artefici, vi è, sublimata, la caratteristica del narcisismo, dell’inevitabile egoismo ( chi calca un palcoscenico o apre una pagina bianca con la penna in mano compie un’operazione abbastanza simile), del gioco delle auto-seduzioni, senza i quali non vi sono, forse, i folli, gli scrittori/ci, gli attori/ci und so weiter. Con, eventualmente, una piccola differenziazione dei ruoli e delle parti: l’elemento femminile richiede, spesso, un pubblico più vasto.
    Bella, davvero la foto: eloquente e chiara come le parole e gli scritti di FK, al quale va la mia ammirazione in-condizionata.

  24. luca il 6 gennaio 2006 alle 14:43

    eros è figlio del tempo, che divora, che io divoro, del quale mi nutro e da cui sono nutrito: eros è il mio qui ed ora proiettato nel’infinito che mi sono autoprodotto, nella follia di sapere e nella follia del voler vedere e non vedere, nel gioco delle crudeltà e degli specchi… Eros è spietato, perchè il suo fine non è tanto il produrre ma il ri-produrre…

  25. mag il 6 gennaio 2006 alle 16:07

    Forse è l’approccio cognitivista alle cose che complica, ma se teoricamente è semplice distinguere Eros, Agape, Philia, nella quotidianità degli scambi ci si ritrova in una confusione totale.
    Ci mancava anche la frase storica,”per amare qualcuno devi anche amare la sua demenza, la sua follia”.

  26. mag il 7 gennaio 2006 alle 18:17

    Emblematica ed esilarante l’accoppiata Giancarlo Giannini e Mariangela melato nel film della Wermuller-Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto-1974, in cui il proletario emigrante analfabeta e la spumeggiante snob milanese borghese acculturata si legano indissolubilmente nel di Lui appellativo:”POTTANA INDUSTRAILE!”

  27. avoltenoncapiscocerticommenti il 7 gennaio 2006 alle 19:27

    Scusi signorina Mag, ma che c’entra?

  28. Cineteca Umana il 7 gennaio 2006 alle 20:35

    Devo intervenire per rettificare la siora Mag: la frase esatta di Giannini era:”bottana industriale SOCIALDEMOCRATICA!”.
    Mi sembrava giusto mettere l’accento, soprattutto in tempi di grande confusione politica e, nevero, non solo.

  29. mag il 7 gennaio 2006 alle 21:00

    :-)
    certo che centra, è rappresentativo della differenza, dell’erotismo che ne consegue, in questo caso tra nord-sud, analfabeta-acculturata, nero-bianco, servo-padrona, natura-cultura.
    Si chiedeva appunto un esempio di asimmetria a favore della donna dominante.

  30. avoltenoncapiscocerticommenti il 7 gennaio 2006 alle 22:55

    mi scusi, nel film la sig. in questione viene picchiata e s*****a selvaggiamente… non mi sembrava donna dominante, se invece intendeva dire appartenente a classe sociale dominante allora ok.

  31. S/Z il 7 gennaio 2006 alle 23:29

    Lieber Franz, mi aspettavo un: “Saranno affari miei”, e invece… (Il mio commento non meritava una replica così intelligente…) Chapeau

  32. nemmenoioavoltecapiscocerticommenti! il 8 gennaio 2006 alle 10:00

    mag, lei dice anche “nero-bianco”: ma perché, Giannini era nero? voleva forse dire che era più abbronzato della Melato? oppure che in quanto meridionale italiano era come un nero, se i protagonisti del film fossero stati statunitensi? o forse nel remake con madonna louise veronica ciccone, che non ho visto, dunque tutto può essere, il protagonista maschile è magari nero?

  33. mag il 8 gennaio 2006 alle 11:41

    questione cinematografica, estetica, che esprime una differenza.
    Esiste anche un aspetto geografico dell’eros e delle differenze, nate dall’esotismo antropologico, tan’è che il turismo sessuale ne è la prova.
    ma inutile che risponda seriamente a delle battute di spirito…..:-)

  34. nemmenoioavoltecapiscocerticommenti! il 8 gennaio 2006 alle 14:13

    mag, comunque ho immaginato che Giannini dicesse davvero “POTTANA INDUSTRAILE” alla Melato, che rispondesse dicendo “Ma come parla? Chi parla male, pensa male!” (Nanni Moretti, in Palombella rossa), e questo mix filmico mi ha fatto ridere. dunque mag, come ti direbbe Ridge Forrester davanti a un camino che scoppietta a Big Bear, se tu fossi Brooke e dovesse abbandonarti perché sua moglie Taylor gli ha appena mandato un SMS per dirgli che non era morta, come sembrava, anche se tu per lui hai appena abbandonato suo padre Eric, non cambiare mai, resta sempre quella che sei, perchè sei speciale, e abbi cura di te. :0)

  35. Corrado il 8 gennaio 2006 alle 14:16

    Questo pezzo di Franz mi piace (schiarisce la gola), mi piace parecchio, bravo (tossisce) Franz!

  36. Enrico Ghezzi il 8 gennaio 2006 alle 14:22

    Invece… secondo me… Magda… Mag… sì, insomma… è la stessa cosa… tu volevi… ribadire quel concetto… ricordare quel topos… forse inconsciamente… già, è più plausibile che tutto questo sia accaduto nel tuo inconscio… secondo cui… i neri… hanno il cazzo grosso… (inutile usare parafrasi… perifrasi…) e questo è notorio… e dunque nell’elenfantiasi del membro di un membro della società che è però inferiore… si configura… il ribaltamento… seppure nella simbolicità di una dinamica erotica tout court… del rapporto servo:padrone… sì… del rapporto… servo:padrone… no… servo:padrona… Lina Wertmuller… che è nata nel… 1928..

  37. Enrico Ghezzi il 8 gennaio 2006 alle 14:23

    dicevo… nel 1928… guardiamo il film.

  38. mag il 8 gennaio 2006 alle 16:16

    andate da soli là dove sapete o vi devo invitare?
    a questo punto vado a chattare sui siti porno, che tanto l’è stess.

  39. mag il 8 gennaio 2006 alle 16:29

    Parlo con Franz che prende le femmine seriamente.

    Cleopatra e Antonio, forse rendono meglio l’idea.

  40. Ironia umana (è pur sempre gennaio) il 8 gennaio 2006 alle 17:09

    Dai, Mag, si schèrza qui a Milàn, non far la sciura!

  41. mag il 8 gennaio 2006 alle 17:25

    cmq a me i neri, non piacciono, se è quello che volevi sapere.
    da noi si và a fare turismo sessuale a Zambla Alta, nelle valli bergamasche, che tanto sono esotiche sufficentemente.
    e sempre comunque, per essere bianco e averlo piccolo, bisogna almeno avere un gran carattere.

  42. Ironia umana (è pur sempre gennaio, ed ora è proprio buio) il 8 gennaio 2006 alle 18:49

    vero mag, nelle valli non troppo lontane da milàn, l’è pieno di zulu (ma zulu si scrive con l’acciento?). cmq non volevo sapere se ti piacciono i neri, volevo solo scherzare perché è inverno e sto in casa a scrivere delle cose, per questo motivo imitavo a enrico ghezzi, era uno scherzètto, cmq non ci andare a chattare sui siti porno, lì ci sono davvero tanti brut(t)i oppure sono matti davvero oppure si parla non si sa con chi che intanto si tòcca (visto Me and you and everyone we know?).

  43. mag il 8 gennaio 2006 alle 19:53

    vabbene….anche io scherzavo…in fondo non siete cattivi.
    si toccano? “locke ti tocchi?”
    sabina guzzanti.

  44. mag il 16 gennaio 2006 alle 10:25

    rileggendolo, sei stato simpatico….
    ma la tua è una deduzione o un ‘induzione?
    ovvero sull’elefantiasi del nero, vai per exit poll, quindi per probabilità, o per averlo constatato direttamente?
    e poi, vale la regola come per le mani, sopra nere e sotto bianche?
    in questo caso lo spot invogliante sarebbe:”due gusti due baci”.
    bicolore….interessante…..democratico.
    democratico come il reggiseno: regge sia la destra che la sinistra, sostiene le masse,e spinge la forza dal basso verso l’alto.



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