I confini sono spessi, di Antonio Sparzani

9 gennaio 2006
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“Rosso, aranciato, giallo, . . .”, la cantilena dei colori dell’arcobaleno l’abbiamo nel lessico famigliare fin da piccoli. Se d’altra parte osserviamo da vicino una di quelle strisce colorate che spesso nei libri si trovano ad illustrare lo ‘spettro dei colori dell’iride’, individuiamo sì quei sette canonici, corrispondenti a nomi che la cantilena ci tramanda, ma, tra l’una e l’altra di quelle piccole zone nelle quali ci sembra di individuare il verde, o l’indaco, ve ne sono molte altre cui non sapremmo dare un nome, se non in qualche caso, prendendo magari a prestito i nomi fantasiosi suggeriti dall’arte, o dalla moda, o dai cataloghi dei colorifici. E non è facile segnare confini che delimitino l’uno o l’altro dei colori dai nomi conosciuti.
La notte è il periodo di tempo che va dal tramonto al sorgere del Sole e il giorno è il periodo che va dal sorgere del Sole al tramonto e queste sembrano belle proposizioni chiare e distinte, finché almeno non ci si pongono domande pervase da quell’ansia di precisione che l’ultimo mezzo millennio di quantitativa operosità ci ha ormai irreparabilmente trasmesso.

Ma il grande disco rosso del Sole ci mette del tempo a scomparire – o a comparire – all’orizzonte; e poi, ci sentiremmo di dire che il quarto d’ora successivo al calare del Sole, o il quarto d’ora precedente al suo sorgere, son veramente notte, soprattutto a latitudini non tropicali, come le nostre, o anche più a nord, dove il Sole d’inverno cala obliquo, e i crepuscoli, e le albe, durano ore? Giorno e notte sono parole belle e tonde, e dense di significato, termini non vuoti della lingua naturale, ma non appena si cerca di definirli e delimitarli, i loro confini sfumano e, così facendo, acquistano spessore, si condensano in crepuscolo, imbrunire, alba, aurora, ecc. Parole tutte che felicemente convivono nella lingua, portando ricchezza, e non confusione.
Appare talvolta facile segnare un punto, una linea, un istante, come confini tra una zona e l’altra, di spazio o di tempo, ma la realtà s’incarica presto di attribuire a queste parole astratte (astratte in quanto prodotto dell’astrazione geometrica, che astrae e distilla oggetti del pensiero a partire da certi fatti concreti), senza spessore, uno spessore solido e tangibile, che non si può eludere.
Così accadde a proposito della discussione – ricordate? – sulla fine del secolo, o del millennio, il cui punto sembrava essere se datarla al primo gennaio 2000 o a quello del 2001. I mezzi di comunicazione riportarono autorevoli pareri di parte scientifica a favore della data del primo gennaio 2001, mentre gli stessi media si contraddicevano poi parlando con gran scioltezza della fine del vecchio millennio (o del vecchio secolo) come avvenuta il primo gennaio 2000.
D’altra parte, gli ‘autorevoli’ pareri scientifici si appellavano alla assenza, supposta certa, dell’anno zero nei conteggi degli storici – così che il primo millennio dell’era volgare è cominciato nell’anno 1 d.C.; oppure argomentavano che l’anno 1900 appartiene ovviamente al XIX° secolo. Ma in tutta la tradizione letteraria italiana il XIX° secolo è anche detto l’Ottocento, ed allora diventa difficile sostenere che il 1900 appartiene all’Ottocento e che invece il 1800 non vi appartiene. Senza parlare delle argomentazioni che mostrano come sia storicamente poco plausibile che Cristo sia nato nell’anno 1 (o nell’anno 1 a.C.!).
È pernicioso – sosteneva con i suoi argomenti estremi Zenone di Elea, nel V° secolo avanti Cristo – dividere il tempo in istanti, non ne posson seguire che assurdità: la freccia non riesce a staccarsi dall’arco e Achille insegue invano la tartaruga (“e ancor oggi e’ fuggano”, Gadda, Primo libro delle favole). Al di là delle soluzioni che il moderno argomentare fisico-matematico correttamente offre ai paradossi di Zenone, è bene forse coglierne il sottostante messaggio, che cioè nella realtà macroscopica, e nel linguaggio naturale usato per parlarne, tutto è continuo.
José Saramago (ma si potrebbe analogamente ricordare l’incipit dell’Educazione sentimentale di Flaubert) inizia il suo L’anno della morte di Ricardo Reis con la frase “Qui il mare finisce e la terra comincia.”, ma è un ‘qui ’ che si allarga rapidamente, l’estuario del Tago, la pioggia, “Piove sulla città pallida, le acque del fiume scorrono limacciose di fango, la piena raggiunge gli argini.”, una striscia si forma, che costituisce la corposa frontiera tra mare e terra, dove il sapore dell’uno e dell’altra si respirano inevitabilmente insieme. Dove mai è questa fantomatica linea che potrebbe dividerli, sulle sterminate spiagge dell’Algarve, o su un atollo del Pacifico? Ogni granello di sabbia è terra e mare due volte al giorno, nell’alternarsi della marea. E lo sconfinato delta del Po, con le sue bocche e le sue valli, tra canali e ponti di barche, è terraferma?
Sembra che poco senso abbia voler rispondere per forza con geometrica perversione a queste domande: la parola ‘terra’, così come la parola ‘mare’, non han bisogno di tutto questo insulso rigore per mantenere il loro ricco significato.
I confini tra gli stati nazionali sono certamente un esempio di linee tracciate con precisione geometrica, e ciò è vero per ogni aspetto di formale, e spesso altamente arbitraria, politica sovranità, ma per quel che riguarda l’aria che si respira e le voci che si sentono, bisogna ben riconoscere che nulla vi è di così netto: il retroterra triestino non è completamente Italia, così come non è completamente Slovenia l’alta costa istriana, e lo stesso dicasi per tante e tante zone dei nostri confini con la Francia, con la Svizzera e con l’Austria.
E così l’anno 2000 è stato parte della frontiera, della transizione, del passaggio tra il secondo e il terzo millennio, i quali mantengono la loro individualità anche se non indichiamo il millesimo di secondo che li separa, e acquistiamo così coscienza della ricchezza della ragion pratica, nell’applicazione della geometria alla realtà.

6 Responses to I confini sono spessi, di Antonio Sparzani

  1. magda mantecca il 9 gennaio 2006 alle 05:51

    Il continuum naturale corrisponde ad un continuum etologico.
    Il nomadismo lo dimostra, come del resto è ampliamente argometato dalla storia umana dal mito di Ulisse.
    Compenetrazione antropo-spaziale che assurge a coronamento nalla curiosità motrice di innovazioni scientifiche, nell’incursionismo spaziale delle grandi conquiste, nell’inquietudine psicologica matrice di evoluzionismi neuronali.
    Chi non ha testa ha gambe, nel luogo comune, il tutto come metafora di limite e superamento, dilatazione verso frontiera.
    Chi abita il confine non conosce pregiudizio.

    grazie per avermi ricordato l’amato portoghese a cui dedico se mi permettete due righe sull’icona urbana:

    LISBOA
    Tagli di commozione si elevano improvvisamente
    Dagli squarci di vedute mozzafiato
    Dai volti intensi della gente
    Dal passato magnificente e futuro glorioso
    Dall’ipnotico cantato maldivivere
    Dalla profondità delle parole dei portoghesi piu’ illuminati
    Lucenti come la loro citta’.

    Aggiungo l’epitaffio scritto sulla tomba di e da Ricardo Rais al monastero di S. Geronimo a Lisbona, ineggianti all’interezza dell’essere umano e al cuo continuum gestaltico:

    “pare ser grande, se inteiro: nada te exagera ou exclui. Se todo em caida coisa.Poe quanto es no minmo que fazes.Assim am cada lago a tua toda.
    Brilh, porque alta vive.”

    http://www.bloggers.it/platinoro/index.cfm?blogaction=permalink&id=44615314-C467-1155-F5AF8DF6F27E294A

  2. magda mantecca il 9 gennaio 2006 alle 06:11

    “Reis” non “Rais”.

  3. mag il 9 gennaio 2006 alle 14:24

    oh, ma non commentate? possibile che nessuno di voi si senta “borderline?” :-)

  4. mag il 14 gennaio 2006 alle 11:34

    vabbene mi fanculizzo da sola

  5. Moosbrugger il 14 febbraio 2006 alle 23:01

    Non capisco e/o ignoro cosa sia la “Compenetrazione antropo-spaziale” che assurge a coronamento nalla curiosità motrice di innovazioni scientifiche, nell’incursionismo spaziale delle grandi conquiste, ma così a naso, le grandi “conquiste” perlomeno della scienza, mi sembrano tutt’altro che il frutto di un pensiero “del continuum”, al contrario è il discreto in ogni sua forma che permette la costruzione e la manipolazione (incursionismo spaziale?) in ogni sua forma.
    Anche Sparzani presuppone l’esistenza di diverse realtà (“realtà macroscopica”), di diversi “livelli”, ma la loro unificazione è il sogno dell’uomo di scienza più che non dell’uomo di strada (il nomade di cui parla mag mi pare). Senza testa è difficile abitare il confine, perchè a certe risoluzioni (frattali?) le gambe pare non bastino più…altrimenti come dice Borges si noterà la similitudine tra Ulisse e Ahab di Moby Dick: “stesso tema generale, conclusione identica, ultime parole quasi uguali. Schopenauer ha scritto che nelle nostre vite nulla è involontario; entrambe le finzioni, alla luce di questo prodigioso giudizio, sono il processo di un occulto e intricato suicidio.”

  6. mag il 19 febbraio 2006 alle 22:44

    la compenetrazione antropologicospaziale è il viaggio.
    se per discreto s’intende anche il governo logico “fuzzy” dell’universo probabilistico allora si.
    Inglobo tutto la dinamica del confine nella logica dei quanti.



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