A Gamba Tesa/Largo ai giovani

13 gennaio 2006
Pubblicato da

Vigilia di Natale
di
Matteo De Simone

Guardo mia madre che guarda le vecchie foto ritrovate per caso in un comodino, foto di quando era bambina, di quando era ragazza e di quando era già un po’ più grande. Le immagini delle classi scolastiche degli anni sessanta, quel bambino che mi piaceva e anche io piacevo a lui, questo è Gaetano che una volta fu legato a una sedia perché mi telefonasse e mi chiedesse quale tra i ragazzini della classe mi piaceva di più.
La guardo ed è ancora oggi, sulla soglia dei cinquanta, una donna bella, piena di un fascino inafferrabile. Confronto con le immagini delle fotografie i suoi occhi verde stanco, che un tempo sapevano tagliare. Ci giurerei che anche oggi, senza il peso di tutte le cose che non vanno, del suo posto di prestigio mancato in società, delle abitudini perdute insieme ai sogni, delle bottiglie di vino da due soldi una dopo l’altra sonanti nel sacco nero della spazzatura, senza il peso di una giovinezza trascorsa guardando dalla finestra i panorami gelati e piovosi di una periferia del nord, con un pancione fecondato, catapultata dall’arte e dalla luce calda di una capitale del mondo, scagliata in un posto dove non avrebbe voluto crescere un figlio, dove poi lo ha cresciuto diventando altro da sé, mentre l’uomo al suo fianco diventava pienamente pieno di sé. La guardo e ci giurerei che senza tutto questo quegli occhi riuscirebbero ancora a fare paura a un uomo, a sedurre un’amica, a far scrivere i poeti. La guardo e dietro alle ore lente di televisione, Gerry Scotti, Costanzo, Ventura, Fazio, De Filippi, Matlock, riconosco ancora in lei una laurea in filologia romanza, e la grazia efebica nei lineamenti nobili, quella del Tazio nella Morte a Venezia, della Venere nella Primavera di Botticelli.
Mentre la guardo ancora, mia madre mi afferra un braccio con la mano, per recuperare l’equilibrio, che spesso, a quest’ora della sera non è più lo stesso. Mi mette una fotografia in bianco e nero sotto il naso e mi guarda cercandomi gli occhi per vedere che diranno, ma i miei occhi la guardano ancora. A quest’ora della sera, quando il vano bottiglie del frigorifero è ormai vuoto, mia madre non è più capace di trovare gli occhi di qualcuno con i suoi. Il suo sguardo scivola sopra alle fronti, oltre il volto che dovrebbe raggiungere, come un proiettile deviato all’ultimo istante. Le palpebre si abbassano di uno o due gradi, sul verde stanco.
“Guarda”, dice a volume troppo alto, stonata. “Ero bella però…”, e scricchiola il tavolino di legno leggero a cui si appoggia la mano per impedire al corpo di franare in terra, si riassestano con uno struscio agghiacciante di pantofole i piedi sulle mattonelle.
“Bellissima, è vero”.
Esco dalla cucina e raggiungo il soggiorno, dove cerco di sistemare le ultime palline e i fili dorati, tra i rami sintetici dell’albero di Natale, aspettando che mio padre torni a casa con i regali, che la mia fidanzata mi telefoni, che le email che voglio arrivino nella casella di posta, che una mattina piombi sovrana tra le mura della cucina di questa casa la malattia, che ci pensi la morte a restituirmi quello che non esiste più.

38 Responses to A Gamba Tesa/Largo ai giovani

  1. Nicola il 13 gennaio 2006 alle 12:35

    Efficace e desolante in una parola geniale. La sintesi di un’esistenza comune a molti di noi, ma che la nostra ipocrisia tiene celata con tutte le sue forze. Mi piacerebbe poter leggere ancora di lui. Qualcuno saprebbe dirmi dove?
    Grazie

  2. lello il 13 gennaio 2006 alle 13:15

    fORLANI SEI UN MAGO:

    Stai tirando fuori una perla dopo l’altra.

    Rischi che ti trattino da stregone e ti brucino sul rogo!

    questo racconto è un pugno nello stomaco.

    Llello

  3. alice il 13 gennaio 2006 alle 13:21

    io io lo dico, ecco il suo blog, http://www.iojaco.splinder.com, oppure sulla raccolta “La Stazione” edita di recente da Terre di Mezzo,oppure questo incipit: http://www.aliceavallone.it/sedani/inizi/desimone.html – oppure questo racconto premiato: http://www.bibliotecastense.it/documenti/admin/zonta0205.pdf

    :)

  4. s/z il 13 gennaio 2006 alle 18:49

    B****!

  5. rosanna il 13 gennaio 2006 alle 19:31

    Un graffio nell’anima.

  6. gabriella fuschini il 13 gennaio 2006 alle 21:44

    Decisamente un gran racconto, asciutto, secco. Great!

  7. lilia il 14 gennaio 2006 alle 00:15

    A Matteo De Simone

    “Ma ciò che resta non è altro che la presenza, l’ermetica bellezza di un corpo quasi vivo che in un istante è stato abbandonato dal fuoco che lo abitava. E allora nasce la bellezza, in un chiarore mai visto che sembra staccarsi da quell’istante unico, un chiarore senza alcun segno di fuoco. Luce e fuoco si sono separati.
    E la bellezza si stende come un velo su quel corpo liberato dal fuoco del respiro, presenza pura senza traccia alcuna di esteriorità. Sta così veracemente in sé che non tornerà a sé come prima, quando respirava, che stava in sé e in altro, nell’altro dalla nascita. Ora andrà verso di sé. Ma il velo della bellezza si stende sopra la verità che si vorrebbe vedere e che lascia vedere solo qualcosa come un corpo celeste.
    Un corpo celeste alla mercé della luce, che questa ci lascia vedere sospendendo il tempo. E il chiarore che irradia da questa presenza pura non lacera il velo della bellezza, sembra piuttosto che lo stia formando. E l’essere, quello che non tornerà più in sé, si fa sentire che respira, che palpita, sotto il suo velo.
    E si direbbe che la bellezza tutta sia tutto il velo della verità e che la vita stessa che ci si dà sia il velo dell’essere. E che il suo essere si nasconda al vivente fin tanto che vive per dispiegarsi solamente nel totale abbandono.
    E che un essere stia morendo sempre. E nascendo. Fuoco che si riaccende nella sua sola luce”.

  8. francesco forlani il 14 gennaio 2006 alle 11:02

    Carissimo Matteo
    Questo tuo racconto è veramente un capolavoro.
    effeffe
    ps
    Rischiando un’invasione di campo, ma la tentazione di farlo dopo il commento di lilia è troppo forte, vorrei anch’io dedicarti qualcosa. Questa poèthiquette, frammento di un carteggio con Biagio Cepollaro, poco dopo la morte di mio padre, durante, in cui credevamo – e ci credo ancora ora- che a volte il messaggio non è nella bottiglia, ma su di essa, e bere non fa male e può essere ridondanza di bene, anzi proprio un modo per dimenticare il male, che poi significa ricordare il resto. E scrivere può anche servire a non farti scoppiare il cuore.

  9. mag il 14 gennaio 2006 alle 11:47

    fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff
    non farmi questi scherzi…da quanto il tuo superio genetico non è piu’?

  10. matteo il 14 gennaio 2006 alle 13:49

    @lilia: e infatti io sono incline a credere che la morte non toglie, ma restituisce. E questo può avvenire in diverse direzioni a seconda del tipo di religiosità con cui la si guarda. Grazie per il bellissimo commento e per la scelta luminosa.

    @effe: ringrazio anche te dell’omaggio, prima di tutto perché la poesia è bellissima e poi per la frase in cui dici che dimenticare il male vuol dire ricordare il resto. Però mi viene in mente una frase di Manuel Agnelli che dice: “Se vuoi indietro la tua vita, devi anche tradire”. E se vuoi sono d’accordo con te che talvolta cogliere il messaggio sulla bottiglia può essere un bel modo di tradire, ma il bicchiere dev’essere sempre almeno per 2.
    Rilancio e ti regalo questa canzone degli Afterhours, parole di Manuel Agnelli.

    E’ la fine la più importante

    Ora stringi fra le mani le tue lame stanche
    E ricorda che la fine è la più importante
    Tutto ciò che hai sempre amato giace in una fossa
    Che han scavato le tue stesse ossa

    Fra le alghe c’è un eroe che si sente giù
    Era uso arrendersi non si arrende più
    Ogni alba avrà anche un po’ di morte dentro sè
    Niente può minare me e te

    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto quando cadi

    Fatto sfatto disperato quanto bello sei
    Se vuoi indietro la tua vita devi anche tradire
    Non lasciar che il tuo percorso ti divori il ventre
    E’ la fine quella più importante

    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto se precipiti
    Sii perfetto quando cadi

  11. matteo il 14 gennaio 2006 alle 13:52

    Che scrivere può anche servire a non farti scoppiare il cuore, poi, non c’è niente di più vero. Facciamoci un altro bicchiere insieme presto.

  12. lilia il 14 gennaio 2006 alle 14:05

    Grazie a te, Matteo. E’ il tuo racconto l’istante di luminosità. Solo una scheggia di luce, o di fuoco, può dare vita ad altri bagliori. Solo il chiarore è madre e padre. Di altre luci.

  13. alice il 14 gennaio 2006 alle 19:51

    “c’è bisogno di raccontare quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare…”

  14. tashtego il 14 gennaio 2006 alle 20:14

    @lilia e matteo
    temo si scivoli, appena un quantum, nell’enfasi, che è sempre sbagliata et stucchevole.

  15. lilia il 14 gennaio 2006 alle 21:58

    E’ vero, Tashtego. E’ un rischio. Da evitare. Ma quando la commozione è sincera, e l’oggetto che te la procura è veramente bello, è un rischio che, personalmente, preferisco correre. Anche a costo di apparire un po’ ridicola. Perché è forse quel rischio che mi restituisce, in certi frangenti, alla mia umanità più autentica. A quello che sono. Senza infingimenti. E senza le maschere della mia cultura che potrebbero permettermi di tenerla a bada. La stucchevolezza. O di tenerlo a bada. Il rischio. Ecco. E’ così. Per me. Anche se il tuo richiamo è giusto. In generale.

  16. Baldrus il 14 gennaio 2006 alle 22:03

    Da sempre ammiro chi sa scrivere racconti brevi, che sono come saltare su un treno in corsa, come facevano gli “hobos” della Grande Depressione, viaggiare per un po’ e scendere col treno ancora in corsa. Questo racconto ci riesce molto bene. La frase che mi è piaciuta di più è questa: “La guardo e ci giurerei che senza tutto questo quegli occhi riuscirebbero ancora a fare paura a un uomo, a sedurre un’amica, a far scrivere i poeti.”

  17. lilia il 14 gennaio 2006 alle 22:19

    Infatti, Baldrus. E’ proprio da lì che sono nati i miei commenti. In quello spazio vuoto, da colmare. Che lo scrittore ha saputo ritagliare per me, per te, per il lettore. Affinché rimembri, attraverso l’emozione, un volto, un gesto, una parola. Affinché dia vita a ciò che mai conoscerà. O forse ha già conosciuto. O conosce da sempre. Affinché completi l’opera. Con la misericordia, o il furore, del suo sguardo. E’ questa la capacità che spoglia e che incatena a ciò che si legge. Che solo i grandi testi hanno. E si tratti di scrittura poetica o in prosa, poco importa. Quel che conta è ben altro, perché in gioco ci sei tu. Ci sei anche tu. Quel che conta è ciò che ti rimane addosso. Dentro. Nelle mani che ancora stringono la pagina.

  18. tashtego il 15 gennaio 2006 alle 19:22

    @lilia
    come se esitesse dentro di noi, nascosta, “un’umanità più autentica” cui fa velo la perfida e sviante cultura.
    chissà poi cosa mai sarà, l’umanità “autentica”.
    dico questo senza voler togliere nulla al racconto, che è bello e desolante, ma non per questo più “autentico” di altri.
    enfin, trovo la frase sullo sguardo che “fa scrivere i poeti”, pericolosamente protesa verso il kistch.

  19. lilia il 15 gennaio 2006 alle 21:41

    Tashtego, tu non credi che la cultura, l’abitudine, la nostra formazione e disposizione alla vita, in qualche caso, possa costringerci a contenere sentimenti, emozioni, paure, gioie? Perché in quel momento, o nel ruolo in cui in quel momento siamo chiusi e costretti, ciò potrebbe essere disdicevole, inopportuno, fuori quadro? Non ti è mai successo, ad esempio, di ricacciare chi sa dove una lacrima, perché queste cose “un uomo non le fa”, non in pubblico almeno? Ecco. Quando parlavo di “autenticità” alludevo proprio a questo. Il non costringere in nessun chiostro, di nessun tipo, quanto dal profondo di me chiede di mostrarsi, di emergere alla luce del sole. Perché io lo accetti per quello che è. Come accetto qualsiasi parte di me, a prescindere dall’ideologia chi mi porto attaccata alla pelle. E allora ti chiedo: ti vieteresti una lacrima di gioia di fronte a un figlio appena nato? di fronte a quel nulla che si compone in occhi, bocca, gambe, sesso, grido, e chiede alla vita, a qualunque vita, di accoglierlo nel suo seno? Te lo vieteresti? Perché un compagno queste cose non le fa? Io sono una compagna. E queste cose le faccio. Così come non nego alla mia commozione di trasformarsi in parole di fronte a una madre che muore, a una vita che muore, o che è morta anche quando è presente al mio sguardo di ogni giorno. Anche quando di lei, ancora viva, non mi rimane che il ricordo. Ciò che già non è più, pur essendo. Tutto questo è retorico? Di cattivo gusto? Non lo so. Ma è il mio mondo. E forse l’errore, uno degli errori più grandi che abbiamo commesso in questi anni, è stato proprio quello di dimenticare che noi siamo anche qualcosa di diverso. Da quello che pensiamo. Da quello in cui crediamo. E che considerare questa diversità non fa altro, o non farebbe altro, che arricchire a dismisura quello che pensiamo. Quello in cui crediamo. Con stima.

  20. matteo il 16 gennaio 2006 alle 00:55

    Una persona una volta mi ha detto che il kitsh sentimentale è come un rothwailer, è difficile controllarlo e devi stare attento che non ti salti alla gola. Questo però riguarda i narratori e la loro abilità nel dosare gli ingredienti. Nella vita le categorie come questa hanno poco senso e si dovrebbe imparare a liberarsene considerando la sincerità degli intenti come unica dose da misurare. Definire lilia kitsh è come dire che un bel tramonto sembra una cartolina: inelegante e un po’ arido.
    Definire kitsh quella frase sullo sguardo è inesatto, però si, anche possibile.

    Lilia e Baldrus, mi fate imbarazzare… :)
    Un saluto

  21. matteo il 16 gennaio 2006 alle 01:25

    errata corrige:
    ho controllato tardivamente e si scrive rottweiler e non rothwailer. quest’ultimo si rivela essere un curioso casuale incontro tra un celebre scrittore austriaco e un guru del reggae, il che probabilmente è ancora più pericoloso di un cane poliziotto.
    inoltre in kitsch ci va la c e una sola s.

  22. Baldrus il 16 gennaio 2006 alle 09:11

    Tashtego, dai, lasciati un po’ andare, è giusto non abbandonarsi allo sdilinquimento, ma suvvia, non fare troppo il macho.

  23. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 10:00

    @Lilia
    Ma Lilia, checcentrano i compagni?
    Checcentrano le emozioni personali?
    Qui si parla della loro traduzione in scrittura, narrazione, eccetera.
    Nulla impedisce a ciascuno di noi di provare emozioni e di esprimerle liberamente, tipo le tue “di fronte a quel nulla che si compone in occhi, bocca, gambe, sesso, grido, e chiede alla vita, a qualunque vita…”, eccetera.
    È il se e il come raccontarle che è un problema, direi.
    La descrizione metaforizzante che fai del bimbo appena nato, per esempio, è enfatica proprio perché cerca il consenso, che, nel caso dell’emozione, è altra emozione – emozione che emoziona – attraverso una concitazione di parole e di immagini che portano il lettore a dire “ah, cazzo, aiutate quel bimbo appena nato che grida e chiede alla vita qualunque vita di aiutarlo, presto!”.
    In questo modo, che è poi il modo che io chiamo “nenico” (cioè proprio della nena) di narrare, chi scrive cerca solo una strada facile per coinvolgere e trascinare, per far dire al lettore, è proprio vero!, ah com’è vero, signora mia!. Come si fa a restare indifferenti di fronte al “nulla” che grida e chiede, in effetti, senza sentirsi cattivi?
    Invece noi vogliamo sentirci, e farci reciprocamente sentire, buoni: a questo servono i pompini sentimentali che continuamente ti fanno romanzi, cinema e televisione, ovunque
    Se al posto de “di fronte a quel nulla che si compone in occhi, bocca, gambe, sesso, grido, e chiede alla vita, a qualunque vita, di accoglierlo nel suo seno?” tu avessi scritto metti “di fronte ad un neonato che piange e cerca il conforto della madre e forse di qualsiasi altro?”, dal punto di vista scrittorio sarebbe stato meglio, molto più onesto: ma meno con-movente.
    Uolter Veltroni, molti anni fa, contro la pubblicità televisiva che interrompeva i film disse: “non si interrompe un’emozione”, dando per scontato che:
    a- il film emoziona e basta, il suo scopo è quello;
    b- che “interrompere un pensiero” fosse cosa meno grave che interrompere un’emozione.
    Finché si concepisce il narrare alla Veltroni, certo non si va molto lontano rispetto al nenismo planetario e universale.

  24. lilia il 16 gennaio 2006 alle 10:21

    Tashtego, hai letto esattamente quello che volevi leggere. In quel testo a commento. E’ un tuo sacrosanto diritto. Così come è un sacrosanto diritto di quel testo essere lì. A significare qualcosa di profondamente diverso da quello che la tua logica vi ha colto. Anche e comunque. Io non stavo scrivendo un racconto. Stavo commentando. E non sono un critico. Sono una lettrice. Che ha espresso il suo apprezzamento, umano prima che estetico, su un racconto bellissimo, oltretutto scritto in forma splendida. Autentico. Che ne esistano degli altri anche più belli e autentici, in quel momento non poteva fregarmene di meno. Era quella pagina che stavo leggendo. Tutto il resto è accademia. Talvolta molto vicina all’analisi delle intenzioni vere. Del testo in questione e di chi lo commenta. Talvolta molto lontana, come nel caso della tua rispettabilissima lettura. Ecco. Ciao.

  25. mag il 16 gennaio 2006 alle 10:35

    Mi rivolgo ai maschi:
    secondo voi nella scrittura femminile c’è troppo Pathos?
    rileggendo alcuni interventi miei e altrui, li avverto ammantati da note di patetismo…..o no?

  26. emma il 16 gennaio 2006 alle 11:13

    @Mag

    “Mi rivolgo ai maschi:
    secondo voi nella scrittura femminile…”

    Consiglio una cura a base di Agota Kristof.

  27. Baldrus il 16 gennaio 2006 alle 12:10

    Tashtego, ho buttato là una battuta pseudospiritosa, spero che non te la prendi. Il fatto è che in te e lilia vedo due risposte simili a questo racconto, anche se con stili apparentemente opposti. Lilia si è abbandonato a emozioni intense, un po’ struggenti, possiamo dire venate di romanticismo; a te questa esibizione crea fastidio, e reagisci con un commento razionale se non ideologico. Le considero due risposte emotive, di enfasi quella di lilia, di negazione la tua. Quindi il racconto ha colpito nel segno sul piano emozionale.

  28. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 12:35

    massì.

  29. mag il 16 gennaio 2006 alle 13:54

    ma cieli ho tutti gli agotha kristoff…lei scrive quello che io vivo….vedere la trilogia.

  30. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:04

    Mag, possibile che “tu” sia sempre in mezzo?
    Sarebbe come dire che la Kristof si è ispirata a te? :-)

  31. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:05

    “Note di patetismo…”: dove sono, le “note di patetismo”, nella Kristof?

  32. mag il 16 gennaio 2006 alle 14:20

    uff.
    mi riferivo qui in NI, non nel mondo della letteratura.
    stiamo con i piedi per terra vah…
    la kristoff , si è ispirata alla sua terra presumo, e qualcuno ha pensato già di farmela leggere tempo fa come monito..tanto per dire, attraverso di lei ,come si possa vivere crudamente.
    in ogni caso è uno stile che mi piace molto, anche il film, di cui non ricordo il titolo, ispirato a “ieri” è carino.

  33. Trespolo il 16 gennaio 2006 alle 14:26

    Molto bello e ben scritto: chapeau. Buona giornata. Trespolo.

  34. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:31

    “Carino” non è incluso nel dizionario della Kristof :-)
    Comunque il film lei l’ha condannato. E penso abbia ragione.

  35. mag il 16 gennaio 2006 alle 22:29

    l’impiccagione del bambino della trilogia, è stata qualcosa di stravolgente, letto nel dicembre 2001.
    ed è stato evocativo e poetico, per me,per 2 mesi, fino al 9 marzo 2002, poi il suo significato si è volto in nefasto.

  36. Toni il 17 gennaio 2006 alle 00:09

    Matteo, questo racconto mi è piaciuto molto. Mi ha colpito molto anche la descrizione del padre in tre parole, che bastano a renderlo davvero nitido.
    Ciao,
    Toni

  37. ale il 17 gennaio 2006 alle 21:10

    Piaciuto a me. Pure.

    Più appiccicaticci alcuni commenti, più che il “pezzo”? Si può dire? ma tutto si può dire.

    La morte non toglie. Restituisce.
    La morte non uccide. Raccoglie.

    Maestro Forlani,

    che fine ha fatto page planche?, dove ho messo io pure quattro versi per quel che conta (nulla per carità, intendo i miei non la cosa),

    che fine ha fatto “alelavuoilacarte”rif”manifestotimido”, che io non capivo (né isco) che roba l’è (non il manifesto su cui s’è discusso ampiamente e anche animatamente!, ma la tua uscitaproposta o rispostapresaperilc non so)

    ?

    Ah.
    Consiglio senz’altro una cura a base di letteratura femminile.
    (Sono un maschio. Etero. Scrivo. Vuoldireunc. Solo a scanso di. Però.)

    Ale

  38. francesco forlani il 19 gennaio 2006 alle 11:12

    caro ale page blanche à la poesie continua come progetto arricchendosi sempre più d’interventi e testi. Siamo credo a poco meno di un centinaio di interventi e conto di rimetterlo in rete su tutti i siti “amici” per accrescere il volume. Vorrei che circolasse ovunque ed arrivare in libreria un giorno in un bel formato all’italiana da pagine bianche, da far girare in Italia. Tht’s all. per il manifesto vado di là a risponderti
    effeffe



indiani