Come si muore

16 gennaio 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Leggendo “La storia della morte” di Philippe Ariès anni fa, mi trovavo a desiderare una morte come quelle medievali (una ritualità naturale, nella propria casa, con la famiglia intorno, il prete che benedice, il moribondo che fa i bilanci di una vita) piuttosto che quelle asettiche della contemporaneità (in ospedale nella maggior parte dei casi, spesso intubati e incoscienti). Quello che mi augurerei di trovare alla fine della mia esistenza è una consapevolezza, personale, sentimentale, di quello che ho vissuto, e per questo mi ha sempre incuriosito sapere quali parole le persone pronunciano prima dell’ultimo respiro. Di Kant si racconta che disse “Sta bene”, di Rilke si dice “Tutto è gloria”, Goethe “Fate più luce”.
Anche per questa ragione in questi giorni ero stato a rimuginare sulle parole di Fabrizio Quattrocchi, “Ora vi faccio vedere come muore un italiano”.
Quello su cui riflettevo era che le ultime parole di Quattrocchi per me non hanno senso. Proprio nell’accezione logica del termine. Può sembrare una battuta offensiva o superficiale, ma per me – e dico per me – quelle parole suonano come le proposizioni insensate secondo Wittgenstein tipo “Cesare è palla”: le parole in sé hanno un significato, la costruzione sintattica è corretta, ma messe insieme non producono una frase di senso.
Dall’altra parte però la gente la pensa diversamente, reagisce diversamente. Una medaglia d’oro chiedono Azione Giovani e An con cartelloni sparsi ovunque per la città. Veltroni ha avuto l’idea di dedicargli una via. Evidentemente queste persone un senso logico – con enfasi e risultati diversi – ce lo trovano. Io, e mi rendo conto, che deve essere un mio limite totale, no. Non capisco perché un italiano dovrebbe morire diversamente da un cambogiano. Quale valore differenziale lo distingue in quel momento. Appunto uno può rispondere: il sentimento di patria, e lo può declinare con varie gradualità. Il patriottismo, l’appartenenza, l’identità nazionale. In qualunque modo questo termine si declini, io non ne percepisco il valore semantico appunto. Due tre anni fa in un libro intervista Gianfranco Fini cercava di modernizzare proprio questo patriottismo dannunziano-fascistoide chiamando in causa un valore condiviso di “identità nazionale”. Io l’identità nazionale veramente non so cosa sia. Eppure nel suo settennato per esempio Ciampi ha fatto tanto per risvegliarmi a questo sentimento. Feste reinserite nel calendario, parate, richiami continui al Risorgimento. Ma io purtroppo questo sentimento non l’ho sviluppato. Capisco altre forme di appartenenza, ideologica esplicitamente (Del video con la sua morte avevo sentito parlare da non mi ricordo chi e – come per una leggenda metropolitana – questo qualcuno mi aveva detto che non lo avevano diffuso perché le sue ultime parole sarebbero stato “Ora vi faccio vedere come muore un camerata”), e capisco le mille e più surreali forme di appartenenza, a sette e gruppuscoli, a squadre di calcio, ma non il sentimento di patria.
Ma Quattrocchi riposi in pace. Alla fine anche senza che me lo dicesse, ho visto come muore un essere umano.

41 Responses to Come si muore

  1. tashtego il 17 gennaio 2006 alle 10:27

    Di tutta la questione Quattrocchi, sezionabile in numerose aree tematiche, resta davvero misteriosa la scelta di dire quella frase “eroica” in punto di morte.
    Ferma restando l’accordo con Raimo circa la sua reale mancanza di senso, provo a leggere la cosa così.
    Quattrocchi, uomo aduso all’arme e alla violenza, infilatosi nel casino irakeno per lucrare guadagni dal caos, alla fine dei giochi si ritrova in ginocchio con una benda davanti agli occhi e qualcuno vicino a lui che con ogni probabilità sta per sparargli.
    Posto di fronte alla morte, invece di avere un’umana reazione di terrore paralizzante e di subire il noto fenomeno di rivisitazione mentale dell’intera vita (succede pure a chi sta cadendo da un motorino), lui sembra restare fuori del proprio sé, si sottrae ad ogni raccoglimento pre-morte e chiede che gli venga tolta la benda per mostrare – a chi? – “come muore…”, eccetera.
    Se persino Di Canio merita una quantità e quantità di attenzione che vada al di là dell’epiteto di “sporco fascista”, almeno la stessa dedizione – al di là della mancanza di senso e dell’uso orrendo che si sta facendo di quella frase – si deve al Quattrocchi.
    Cosa provava? Cosa voleva dire? Cosa voleva fare?
    Forse voleva soltanto morire ad occhi aperti, forse voleva usare ogni residuo istante di vita per *vedere* il mondo intorno a sé.
    C’è tutta una cultura della fucilazione, un’aneddotica del benda sì/benda no, dei gesti di “coraggio” e “sprezzo della vita”.
    Le scene di fucilazione mi affascinano, cerco di immedesimarmi nel condannato, ne osservo i gesti, mi sforzo di immaginare, terrore, disperazione e quant’altro sembra trasparire da quelle immagini.
    Penso che nessuno può essere giudicato per quello che dice o fa in un momento come quello.
    Per esempio io ho una strana reazione di disagio: la frase di quattrocchi non mi inorgoglisce, ma al contrario mi imbarazza e mi fa un po’ vergognare per lui, per noi tutti italiani – “brava gente” che in punto di morte sprezza il pericolo e riscatta le vigliaccate precedenti.
    Quattrocchi mi fa venire in mente l’Alberto Sordi de “La grande guerra” di Monicelli, o anche di “Tutti a casa”.
    Quattrocchi invece di contraddire uno stereotipo, lo conferma in pieno.
    Per questo mi imbarazza, mio malgrado.

  2. Lucio Angelini il 17 gennaio 2006 alle 11:18

    Sui giornali di ieri, invece, c’era: “Scende dall’auto per pisciare e sparisce in un burrone” (più o meno).

  3. vento il 17 gennaio 2006 alle 11:26

    Destra , sinistra , centro , tutto relativizzato in queste sfere ma….ragionare con la propria testa sporadicamente ? Quattrocchi è morto solo e senza possibilità di controbattere viene giudicato in opposti modi , mercenario e se la è voluta oppure fulgido esempio di amor patrio che si guadagnava da vivere con un lavoro comunque non deprecabile .
    Rimane indiscutibilmente un UOMO morto con dignità , un essere umano che come altri in altri contesti fu privato tragicamente del suo vivere. Il volersi immedesimare nel “personaggio” ( od altri in simile contesto ) cercando di condividerne l’ultimo vortice di pensieri rischia spesso di divenire una banale forma di teatrino con se stessi , forse è più difficile saper morire che vivere…..

  4. lilia il 17 gennaio 2006 alle 11:35

    Ecco, Tashtego. Quando scrivi commenti come questo, è un piacere dell’anima e dell’intelletto leggerti. Condivido in pieno. Dubbi compresi. Così come condivido, sostanzialmente, il testo di Raimo. Che, oltre ad essere un bravo scrittore, deve essere anche un ragazzo con un coraggio e uno “stomaco” eccezionali. Non si spiega altrimenti come faccia a leggere, e a reggere, un libro (?) del (dis)onorevole fini.

  5. Franco Melloni il 17 gennaio 2006 alle 11:42

    Non capisco tutto questo alzare gli scudi contro la parola “mercenario”. E’ un dato di fatto che Quattrocchi fosse un mercenario, non è un’invenzione dei perfidi no global: lavorava per un’azienda che forniva uomini armati su teatri di guerra. Cioè era un mercenario. In questo caso specifico, è uno che con le armi in pugno proteggeva la sicurezza di speculatori italiani e americani che come avvoltoi hanno approfittato di una guerra ingiusta e dell’invasione di un paese per lanciarsi sul business della “ricostruzione”. Tutto queso lo ha fatto per il soldo, non per l’onore. Quindi era un mercenario, e tutta l’indignazione del mondo non cancella questa realtà. Era uno che per soldi era disposto a sparare a perfetti sconosciuti. Il fatto di buttare lì una frase patriottarda mentre si preparano a ucciderti non fa di lui un eroe: non si è sacrificato per una causa, non è morto aiutando della gente, non ha scelto il proprio destino. Non era un patriota del risorgimento, era un mercenario che ha fatto il passo più lungo della gamba e anche nell’ultimo minuto non ha potuto fare a meno di darci un po’ di ciarpame culturale fascista. Io la vedo così.

  6. italia roto party il 17 gennaio 2006 alle 12:08

    sono daccordo con tastega

  7. tashtego il 17 gennaio 2006 alle 12:12

    secondo me Raimo vuole *capire i fascisti*.
    secondo me ha ragione nel volerli *capire*.
    (asterischi usati in sostituzione del corsivo)

  8. endel il 17 gennaio 2006 alle 12:43

    Giustamente, direi, “come muore un essere umano”, che, laicamente, ha sbagliato. Solo pietas, come per chiunque muoia, senza comprensione od assoluzione…
    Quanto al sentimento “nazionale”, esso non unisce, anzi, necessariamente divide; l’Italia di Ciampi è quella dell’antifascismo, del primo antifascismo, di Salvemini, Gobetti, Rosselli (il papà della grande Amelia), Matteotti, don Minzoni, non quella di Fini o della P2. La nostra memoria ed il nostro sentire “deve” dividere, è inevitabie e giusto che sia così…

  9. fernando coratelli il 17 gennaio 2006 alle 13:27

    Condivido l’horror vacui ermeneutico di Christian. Non credo che un italiano o un francese o un tedesco o chicchessia muoia diversamente da un altro di altra nazionalità. Ma temo che chi ci imbastisce su (perché per me è imbastire qualcosa su una morte – e ciò è più squallido ancora della stessa esecuzione) voglia risvegliare il sentimento italico paragonando l’esecuzione di Quattrocchi alla scena del film La grande guerra. Lì (nel film) la morte di Gassman e Sordi era interpretabile come una morte d’orgoglio italico per dimostrare che non si era dei vigliacchi e voltagabbana, seppure tanti italiani (da poco uniti sotto l’egida del re di Savoia) parteciparono a una guerra non compresa. Che ci sia ancora oggi una paura italiana (o dovrei dire italica?) di essere considerati vili e voltagabbana? Beh, visto che Berlusconi la guerra in Iraq “non” voleva proprio farla, tanto da scomodare Gheddafi…

  10. andrea barbieri il 17 gennaio 2006 alle 13:43

    Non so, forse sono un coglione, però a me Quattrocchi faceva pietà anche quando si diceva che avesse pronunciato “camerata”. Forse è perché ci vedo un disgraziato che paga più di quel che dovrebbe e allora lo sento più vicino a me di certi intellettuali che giudicano da un piedistallo su cui si sono autocollocati.

  11. magda mantecca il 17 gennaio 2006 alle 13:53

    Questo commentare non è molto dignitoso, perchè non tiene conto di una premessa importante: l’asimmetria tra noi e i condannati a morte.
    Esiste un’antropologia del dolore, della morte, che distanzia infinitamente le persone malate dalle sane, le moriture e dalle momentaneamente sovravviventi.
    Il massimo che possiamo fare è avere la fortuna di assistere a persone a noi conosciute nella vita di tutti i giorni, nel momento della morte o della malattia, per valutare la virata potente che questa consapevolezza apporta a chi la vive, a chi vive con lucidità l’imminenza della morte.
    Sono tipi di delirio diversi rispetto alle singole persone, difese mentali per noi insolite e incomprensibili che consentono a chi le prova di sopportare il taglio netto, il piu’ radicale.
    Non credo sia un gesto patriottico, solo un gesto di fragile pathos concesso come atto consolatorio nel momento estremo di confine, di trapasso, di frontiera.
    Ma questa non doveva essere la sua morte perchè questa non è doveva essere una nostra guerra.

    piccolo contributo personale patriottico:
    http://www.bloggers.it/platinoro/index.cfm?blogaction=permalink&id=786FF629-EA82-9B03-8002EDDE82C1D785

  12. tashtego il 17 gennaio 2006 alle 14:15

    Benché mi dia dello squallido credo che fernando coratelli non vada lontano dalla verità, quando fa cenno alla “paura italiana di essere considerati vili e volta gabbana”.
    Non so voi, ma io credo che alla radice dell’esclamazione di Quattrocchi ci sia, strucca strucca, l’otto settembre del quarantatre, la guerra persa, la pace separata, la perdita dell’”onore militare”, eccetera.
    Gli ultimi sessant’anni degli italiani sono stati segnati dalla disistima di sé, come popolo capace di espletare, nel “momento supremo”, la virtù della lealtà e del coraggio.
    Disistima ampiamente condivisa all’estero, peraltro.
    Alberto Sordi, nei film citati – come molti altri personaggi filmici cui fu affidata la narrazione del disagio nazionale post-bellico – è un Quattrocchi ante litteram.
    La differenza tra Sordi e Quattrocchi sta semmai nella causa del loro coraggio e forse anche nella presenza o meno di un’utilitas, cioè di un vero scopo.
    L’insensatezza criminale & globale della guerra riacquista senso in situazioni in cui la qualità dell’agire individuale fa la differenza.
    Sordi muore per non rivelare un segreto militare, per dire.
    Quattrocchi muore per niente: è solo un ostaggio in un gioco più grande di lui, dove si è infilato per lucrare.
    Il suo gesto finale è inutile, direi post-moderno, perché non ha vero contenuto, né vera funzione, pur citando e riferendosi a gesti analoghi che invece qualche senso ce l’avevano (non sempre).
    La pretesa di eroicizzarlo di AN è sciocca, proprio perché manca il conquibus.
    Nel senso che qualsiasi ostaggio minacciato di morte potrebbe pronunciare la stessa frase ed essere considerato, allo stesso titolo, un eroe.
    Infine Veltroni e il suo opportunismo nell’intitolargli una strada ci dicono, una volta di più, che siamo presi tra due fuochi.

  13. cyrano66 il 17 gennaio 2006 alle 14:18

    Raimo, e lo afferma più di una volta, non comprende il concetto di “amor di patria”, “identità nazionale” e via dicendo. Non comprende nel senso che non lo fa proprio e quindi rifiuta la chiave di lettura. Viceversa, persone vicine a questi concetti, rimangono scosse e colpite dalle ultime parole di Quattrocchi. Personalmente non condivido chi impugna il patriottismo (o l’anti-patriottismo) per appropriarsi di questi episodi che, alla fine dei conti, rivelano solo la barbarie di chi li mette in atto. Così come tutti, “coalizione dei volenterosi” e “combattenti per la libertà”, nello scenario iracheno e in altri teatri, sono in grado di esercitare la barbarie, ugualmente tutti, di fronte alla morte ingiusta, sono passibili del medesimo riduzionismo: vittime. Niente di più. Qui non si tratta di vestire con questa o quella divisa chi uccide barbaramente. Qui non si tratta di accettare o rifiutare il lavoro di Quattrocchi o il sistema di credenze che si portava appresso. Quel video, frutto anch’esso della medesima barbarie di cui sopra, sposta la questione al di là dell’opinione di Fini o Bertinotti o del Presidente, sposta il baricentro fuori dalle nostre appropriazioni simboliche e lo posiziona saldamente su un unico terreno: quello dell’ingiustizia. Quando un condannato a morte viene ammazzato sulla sedia elettrica non si dovrebbe pensare a quello che ha (o non ha) fatto, a motivo che non può aver fatto nulla di così tremendo da meritare la morte per mano dello stato (o di chi amministra la legge).
    E allora Quattrocchi muore non come un italiano, e nemmeno come un mercenario camerata o nemico del popolo. Muore e basta e invece di piangere o ridere, si vuol togliere la benda, e invece di scappare o saltare addosso a qualcuno in un ultimo tentativo disperato, o di urlare e imprecare dice dell’altro, cerca di riprendere in pugno la propria morte, rivendica l’ingiustizia cui è fatto oggetto, lascia una sua testimonianza (come quelle lapidi che sappiamo..). Giusto? Sbagliato? Ma chissenefrega, tiriamoci fuori da queste logiche di squallido e inumano cortile. Raimo afferma al termine dell’intervento che “ho visto come muore un essere umano”. Sono dello stesso parere: questo è l’orrore di cui occorre essere pienamente consapevoli. Il resto ha poca importanza. State bene, Cyrano.

  14. Udito Fino il 17 gennaio 2006 alle 14:24

    è del tutto probabile che il mercenario quattrocchi non abbia in nessun modo voluto spacciarsi per eroe, nell’ultimo istante, ma è probabile che i testimoni (ma chi sono?) abbiano sentito male…
    Quattrocchi in quei momenti di scarica nervosa che precedono la morte potrebbe aver sparato una frase del tipo:

    “Adesso vi faccio vedere come muore un sultano”

    oppure

    “Adesso vi faccio vedere chi è rino gaetano”

    o ancora

    “Adesso vi faccio vedere quanto morde l’alano”

    Molti in punto di morte dicono cose perfettamente assurde. C’è chi c’ha il morire solenne, chi quello ludico. Gli eroi in genere hanno poco da dire. Quel che dovevano fare, lo han già fatto.

  15. lilia il 17 gennaio 2006 alle 14:37

    La pietà verso la morte, verso qualunque morte, è il sentimento che ci riavvicina alla nostra umanità, alla coscienza della finitudine del nostro essere qui. O esserci stati. Oltre questo sentimento, esiste la ragione. Quella che, seppelliti i morti, ci porta a considerare, e a interrogarci, su cosa facevano da vivi. E allora sentimento e ragione, come in questo caso, non possono essere più disgiunti: non posso edificare un monumento alla commozione e alla pietà, intitolare strade, proporre onorificenze alla memoria (tutta la becera retorica pseudo patriottarda e concretamente fascista) di un uomo morto, anche in circostanze tragiche, perché era lì per “lavoro”. Tutto questo è osceno. Quale lavoro? Esportava il made in Italy? No: aveva venduto se stesso a un progetto, proteggeva criminali, guerrafondai, mestatori, venditori di morte. Se lo è mai chiesto cosa ci faceva lì? Si è mai guadato intorno? Se l’avesse fatto, anche una sola volta, sarebbe tornato indietro. Non si sarebbe fatto complice. Pietà per un uomo che muore: e sia: perchè così deve essere. Ma poi basta. Me ne sbatto di quello che ha detto e di quello che ci stanno ricamando sopra. Si sono mai chiesti, i “patrioti”, cosa gridano, prima di morire, i bambini che saltano in aria nelle strade, negli asili bombardati? Cosa gridano le donne, gli anziani che muoiono nei mercati o nei ricoveri? Quali parole pronunciano, prima di finire a brandelli, queste vittime dell’orrore? Si intitoli una strada o una piazza a loro. A perenne memoria della violenza che subisce, ogni giorno, quella parte di umanità che non ha nemmeno voce per gridare.

  16. yara il 17 gennaio 2006 alle 14:51

    Le parole di 4oooo sanno di unzione, ma non estrema….

  17. luigisocci il 17 gennaio 2006 alle 15:06

    Ode barbara

    Al primo tentativo
    senza bisogno di tante prove
    senza fare figure del cazzo
    perché porto rispetto (si dice pene)
    un italiano quando muore
    mi viene bene:

    puntaspilli trafitto di spaghetti
    in divisa
    d’ordinanza da sansebastiano
    (con i polsi segati dalle corde
    del mandolino legato alla mano).

    (Io non sono così
    è che mi dipingo così
    quando vedo che non c’è scampo
    dice cose spavalde con un filo
    fiochissimo di voce
    la mia voce narrante fuori campo).

  18. mag il 17 gennaio 2006 alle 15:36

    Ritaglio un dettaglio forse significativo:
    dando per premessa che qualunque italiano trovatosi in terra straniera i regime militare stia vivendo una situazione a se’ distante, a maggior ragione per non avere scelto quella guerra, morire per una ragione estranea, puo’ avere indotto questo uomo a rivendicare in senso Ultimo, una qualsiasi istanza di identità; ecco allora che dire “italiano” diventa una identificazione disperata, quella identificazione che fino ad allora non ha avuto, tan’è vero che non era li’ per la partria ma per lavoro.
    Morire con una IDENTITA’, perchè morire NEMO profeta ne in patria ne fuori è segno troppo umiliante per un essere umano, che per quanto cinico, vuole lasciare SEGNI propri.

  19. s/z il 17 gennaio 2006 alle 15:47

    (Napoli, 8 settembre 1943)

    Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, perfino ai piedi dei passanti, perfino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle, per ricominciare da capo. “Viva l’Italia!” gridava la folla entusiasta, la bonaria, ridente, rumorosa, allegra folla italiana. Tutti, uomini, donne, bambini, parevano ubriachi di gioia, tutti battevan le mani gridando: “bis! bravi! bis!”, e noi stanchi, sudati, trafelati, gli occhi scintillanti di virile orgoglio, il viso illuminato di patriottica fierezza, buttavamo eroicamente le armi e le bandiere ai piedi dei vincitori e dei vinti, e subito correvamo a raccoglierle per buttarle nuovamente nel fango. Gli stessi soldati alleati, gli inglesi, gli americani, i russi, i francesi, i polacchi, battevan le mani, ci gettavano in viso manciate di caramelle, gridando: “bravi! bis! viva l’Italia!”. E noi buttavamo sghignazzando le armi e le bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo.

    (C. Malaparte, La pelle)

  20. andrea barbieri il 17 gennaio 2006 alle 16:21
  21. andrea inglese il 17 gennaio 2006 alle 16:25

    “(con i polsi segati dalle corde
    del mandolino legato alla mano).”

    Grande luigi!

  22. lucabidoli il 17 gennaio 2006 alle 21:00

    Tutto tiene, tutto ha un suo senso. L’attimo in cui si muore è, spesso, preceduto da un tempo nel quale si sviluppa la consapevolezza, radicale, radicata, feroce e, perchè no, anche liberatoria della morte. Si è, e basta. io leggo le parole di Quattrocchi come una sorta di sfida, di rabbiosa concretezza della morte. La morte ha molti fascini e poteri: darla, riceverla, certo posizioni enormamente distanti e differenziate, ma che legano sempre il carnefice alla sua vittima, il boia al condannato. Non c’è più tempo, non c’è davvero il tempo per l’essere, solo il minuto, l’attimo prima, il secondo tra la tua sensazione e il disfarsi di tutto. Perchè la realtà terribile e vera che neppure i morti appartengono solo a loro stessi. I veri carnefici sono comunque coloro che sopravvivono.

  23. Lorenzo Galbiati il 18 gennaio 2006 alle 01:15

    Il proclamare eroe un uomo che per soldi va in zona di guerra, pronto a uccidere per difendere gli invasori, per il solo fatto che ha pronunciato quella frase al momento della condanna a morte, è indiscutibilmente un atto fascista, è alimentare la cultura fascista dell’andare a morire per un malinteso senso della patria e con un falso orgoglio nazionale.
    Il “vi faccio vedere come muore un italiano” è una frase che palesa il mancato riconoscimento dell’ingiustizia di una guerra a cui il poveretto si era prestato, seppur indirettamente, e una struttura caratteriale abituata a reagire in modo forte, controllando l’emotività.
    Parlare di eroismo, orgoglio per una frase del genere, come ha fatto Magdi Allam sul Corsera è un invito a essere pronti a morire a testa alta con i nemici di turno della nazione: è l’ethos del fascismo.
    Ai neofascisti, ai nazionalisti e ai guerrafondai, questa fine esemplare sembra un onore a cui la nazione dovrebbe rispondere con orgoglio. E per questo molti vorrebbero mostrare il video.
    A chi cerca la pace questa fine esemplare produce pena e dolore, e non vorrebbe la pena fosse maggiore con la visione del video, benché il comportamento dell’uomo abbia forse contribuito a ridurre l’intensità emotiva della tragedia di una morte violenta annunciata.
    Lorenz

  24. sergio garufi il 18 gennaio 2006 alle 03:40

    Qualche considerazione sparsa. Su Goethe non si è certi se abbia detto “mer licht” (più luce) o “mer nicht” (non più, basta). In entrambi i casi, non mi pare siano epitaffi memorabili. Molto più interessanti quelli raccolti nel libro “Art de mourir” di Paul Morand, lo scrittore francese collaborazionista, in cui si fa l’inventario delle morti spiritose. Fra queste, la mia preferenza va a M.me de Soubise, che esalò l’ultimo respirò sospirando “mi compiango”; evidentemente in assenza di altri che lo facessero al suo posto. Il caso di Quattrocchi è ben più drammatico, e difficilmente avrebbe ispirato autoironia a chiunque si fosse trovato in quelle tragiche condizioni. Ciononostante, potrebbe forse non essere inutile farne una specie di esegesi, una ricerca delle fonti artistiche o pseudotali cui attinse per pronunciare quella frase. Io non reputai blasfemo o irrispettoso quando Federico Zeri, nel 1987, propose un expertise dell’immagine fotografica della Madonna di Medjugorie riprodotta in un santino assai diffuso. Si trattava di un’immagine ottenuta da un pellegrino che udì pronunciare il suo nome e non vedendo nessuno fotografò in quella direzione. Lo storico dell’arte ricollegava lo schema compositivo a una singolare combinazione fra un dipinto sacro di Ambrogio Lorenzetti e il volto di una diva hollywoodiana degli anni 50. Era un viso “caratterizzato da una dolcezza un po’ gemutlich, attraente ma non sensuale, di uno splendore casalingo”. A Zeri non interessava tanto appurare se fosse vera o falsa, gli premeva piuttosto dimostrare che anche le visioni religiose si rifanno ad un repertorio mnemonico-visivo noto a chi le percepisce. In questo senso, il povero Quattrocchi si è congedato dal mondo con la retorica di Toto Cutugno e de “La Grande Guerra”, perché quello era il suo retroterra culturale. In fondo la morte, come diceva Novalis, è il principio romantizzante della vita. E in ogni caso chi, sentendo l’approssimarsi della fine per mano di sicari invisibili e spietati, sarebbe in grado di tradurre in parole acconce quelle sensazioni terrificanti? Quella verità dei sensi, così prossima alla muta verità delle cose, alle frontiere del nulla, quale forma espressiva potrebbe mai trattenerla e comunicarla agli altri? Grave è solo la becera strumentalizzazione che ne è stata fatta, il bisogno di farne un eroe, un patriota, un esempio, un modello comportamentale. Più ancora di Brecht, sarebbe utile citare Isaiah Berlin (“Il potere delle idee”, Adelphi), quando scrive: “Il senso di appartenenza a una nazione mi sembra perfettamente legittimo e naturale, oltre che di per sé non condannabile. Ma nella sua versione esaltata e gerarchica è una forma di estremismo patologico che può condurre e ha condotto a orrori inimmaginabili”.

  25. tashtego il 18 gennaio 2006 alle 08:10

    va bene.
    ma che c’entra Toto Cutugno?

  26. mag il 18 gennaio 2006 alle 10:06

    è nazionalpopolare come le espressioni sommarie citate.

  27. tashtego il 18 gennaio 2006 alle 10:40

    claudio villa, epitome della nazionalpopolarità, in punto di morte disse: “lasciateme morì”.

  28. georgia il 18 gennaio 2006 alle 13:41

    si, si, ma quattrocchi era un mercenario, un mercenario a pagamento, quindi un professionista ben addestrato, esercitato a mantenere i nervi saldi anche in situazioni pericolose, che è cosa ben più difficile dell’eroismo e che non si improvvisa.
    Probabilmente voleva farsi sbendare anche per vedere se c’era qualche possibilità di trattare (magari riconoscendo qualcuno dei rapitori), non dimentichiamoci che c’è anche chi dice che fosse dei servizi segreti. Insomma ognuno poi parla con la cultura che ha (e quattrocchi doveva avere una cultura abbastanza smelensa e retorica come linguaggio), ma lo scopo potrebbe essere stato meno eroicomico di quello che appare ora a noi.
    Ad ogni modo vorrei una legge che impedisse di dedicare vie a persone che non siano almeno morte da trent’anni.
    Perchè non se ne può più che cada una foglia e che tutti facciano a gara per dedicarle una via .
    georgia

  29. gianni biondillo il 18 gennaio 2006 alle 16:33

    Ma Claudio Villa era un compagno, Tash… ;-)

  30. mag il 18 gennaio 2006 alle 17:29

    il reuccio?!

  31. tashtego il 18 gennaio 2006 alle 18:45

    sì, mag: tovarich claudio.

    @georgia
    la discussione potrebbe continuare all’infinito: io per esempio non riesco a considerare eroicomica la battuta pre morte di quattrocchi.
    ma non so come definirla.

  32. lucabidoli il 18 gennaio 2006 alle 20:08

    Il fatto stesso che siamo seduti davanti ad un monitor a “parlarne” la definisce, quella morte. Qualcosa che è stato, è accaduto e non a noi. Ci riguarda, ma solo finchè il video è acceso. Nella nostra più radicata essenza siamo degli immortali-immorali. Quattrocchi è distante anni luce da ogni mio pensiero, così come mi sono lontane le stragi quotidiane. Ma un meccanismo si mette in movimento davanti a qualsiasi morte: ne siamo partecipi perchè, credo, sentiamo in essa la nostra morte. Si tratta di un, presumo, egoismo o poco più. Mi affligge ogni cadavere perchè, in qualche oscuro modo, mi rappresenta. Il filmato rende il tutto ancora più teso: perchè di quell’uomo sappiamo il destino. Questo sapere ci rende potenti e, al tempo stesso, forse, inutili.

  33. riccardo il 19 gennaio 2006 alle 19:29

    lasciatemi cantare
    con la chitarra in mano
    io sono un italiano
    un italiano vero

  34. riccardo il 19 gennaio 2006 alle 19:31

    no aspetta, non torna un cazzo

    Toto Cutugno

    L’italiano

    Lasciatemi cantare con la chitarra in mano
    Lasciatemi cantare, sono un italiano.

    Buongiorno Italia, gli spaghetti al dente
    e un partigiano come presidente
    Con l’autoradio sempre nella mano destra
    e un canarino sopra la finestra.

    Buongiorno Italia con i tuoi artisti,
    con troppa America sui manifesti
    Con le canzoni, con amore, con il cuore,
    con più donne, sempre meno suore.

    Buongiorno Italia, buongiorno Maria
    Con gli occhi pieni di malinconia
    Buongiorno Dio
    Lo sai che ci sono anch’io.

    Lasciatemi cantare con la chitarra in mano
    Lasciatemi cantare una canzone piano piano
    Lasciatemi cantare, perchè ne sono fiero
    Sono un italiano, un italiano vero.

    Buongiorno Italia che non si spaventa
    E con la crema da barba alla menta
    Con un vestito gessato sul blu
    E la moviola la domenica in TV.

    Buongiorno Italia col caffè ristretto
    Le calze nuove nel primo cassetto
    Con la bandiera in tintoria
    E una 600 giù in carrozzeria.

    Buongiorno Italia, buongiorno Maria
    Con gli occhi pieni di malinconia
    Buongiorno Dio
    Lo sai che ci sono anch’io.

    Lasciatemi cantare con la chitarra in mano
    Lasciatemi cantare una canzone piano piano
    Lasciatemi cantare, perchè ne sono fiero
    Sono un italiano, un italiano vero.

    Lasciatemi cantare con la chitarra in mano
    Lasciatemi cantare, sono un italiano
    Lasciatemi cantare, perchè ne sono fiero
    Sono un italiano, un italiano vero.

  35. maline il 21 gennaio 2006 alle 11:35

    Trovo anch’io spropositata la risonanza data non tanto alla morte di Quattrocchi ma alle “modalità” che l’hanno accompagnata e consegnata alla “storia”. Altri hanno già sottolineato l’incongruenza che emerge tra il suo atto di “coraggio” (ma perchè mai quella frase dovrebbe essere un atto di coraggio? non avrebbe potuto invece sostituire un pianto che non usciva?) ed il fatto che fosse là, in Iraq anche per ammazzare -e per soldi! Ha o avrebbe anche ammazzato Quattrocchi? E cosa ha o avrebbe gridato in quel momento: “Vi faccio vedere come ammazza un italiano?”. Posto avesse detto una cosa del genere l’avremmo già rimosso… La retorica patriottarda è quanto di più stupido oggi ci possa essere (altro poteva essere uin altri tempi). L’appartenenza ad una nazione è un fatto culturale e non certo politico. Sono cittadino del mondo, ho radici culturali nell’Italia certo, ma anche nell’Europa ed un europeo -e in me certe frontiere sono cadute ben prima dell’introduzione della moneta unica, dell’Euro… La sua morte colpisce la famiglia, gli amici, quanti lo hanno conosciuto e posso comprendere il loro dolore -il resto è solo volo di avvoltoi.

  36. Ismael il 22 gennaio 2006 alle 00:45

    Londra, 22 gennaio 2006.

    E’ morta Willy, la balena che da giorni vagava nel Tamigi di Londra.
    Sembra che alcuni scienziati inglesi siano riusciti a decodificare, attraverso sofisticate apparecchiature, le ultime “parole” emesse da Willy prima di morire. Ha detto qualcosa come: “Ora vi faccio vedere come muore una balena”.
    Nella pancia del cetaceo gli scienziati hanno trovato anche delle alghe tipiche del fiume Tigri, deducendone che la balena ha intrapreso un lunghissimo viaggio da Baghdad prima di venire a morire a Londra.
    Il primo ministro Tony Blair si è detto profondamente costernato e ha ringraziato il presidente degli Stati Uniti George W. Bush per la telefonata di cordoglio a nome di tutto il popolo americano. Il sindaco di Londra W. Wells Trony ha annunciato pubblicamente cambierà il nome della celebre “Trafalgar Square” in “Achab Square” e ha decretato tre giorni di lutto cittadino che si concluderanno con un concerto di Elton John.

  37. mag il 22 gennaio 2006 alle 01:34

    I “grandi” non muoiono mai

  38. Ulisse Fiolo il 26 gennaio 2006 alle 00:15

    “Amare è agire”: ecco l’ultima frase che Victor Hugo ha scritto, riportata in corrispondenza con la data di morte nella cronologia dell’autore di un libro di sue poesie edito di recente. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito.”

  39. PPP il 26 gennaio 2006 alle 14:32

    Trovo che la frase finale di Quattrocchi non sia in sé peggiore di tutti gli slogan che ci propinano. Semmai ciò che è grave è proprio questa comunicazione gravida solo di slogan e frasi fatte, che rimanda continuamente a un sistema di cose presunte e risapute che invece non sono sapute per niente e si confermano e circolano solo in misura del loro essere abusate. La situazione si aggrava perché la politica fa riferimento solo a questo circo qui, e invece di promuovere modi di vita, riflessioni e visioni comunitarie per lo più si arrabatta nella caccia continua al consenso, lasciandoci, come si è detto, tra due fuochi, o meglio in un inferno totale e senza senso. Ancora più ridicola (e senza dignità umana) diventa una situazione casareccia che non tiene in conto lo stato di emergenza e il dolore e le conseguenze internazionali di guerre ed economie ben più pesanti di questo parlare per sottintesi e scorciatoie invece a servizio di potere e privilegi, per quanto pericolosi, piccoli e assurdi. Quattrocchi per me non era un eroe, e chiunque lo dice, in fondo sperando di esserlo a sua volta, lo è ancora meno, perché quello almeno è morto e questo ci specula solo sopra.

  40. Cristoforo Prodan il 27 gennaio 2006 alle 21:06

    Ebbene sì, oggi è stato detto anche questo. Quattrocchi è un eroe e ci ricorda Perlasca. Lo ha detto il vicepremier Gianfranco Fini proprio nel giorno della memoria…
    Quo usque tandem abutere, […], patientia nostra?

  41. Giorgio il 12 luglio 2006 alle 16:54

    christian, il tuo intervento è davvero bello e sottile. una sola cosa (e scusa se sono pedante, ma sto cercando di disintossicarmi dall’alcool): dire che “per me” le parole di quattrocchi non hanno un senso – nella maniera in cui wittgenstein lo intende – è una contraddizione in termini. proprio perchè, stante l’argomento del linguaggio privato, dire che “per me” una cosa non ha senso (tipo “cesare è palla”) è sbagliato. o ha un senso pubblicamente condiviso, o non ce l’ha.
    e “ora vi faccio vedere come muore in italiano” mi sembra una proposizione totalmente comprensibile, molto diversa da “cesare è palla”.
    tutto qua. :)



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