Lo scrittore, il mercato, Piperno ovvero: del conformismo

28 gennaio 2006
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

“Ciò che io sono abituato a sentire subito in un testo non è, insomma, la vicenda romanzesca di un eroe, ma la qualità della pagina che la narra : la reale struttura di un romanzo non mi pare collocarsi nel suo campo semantico (adotto questa espressione per vaga analogia), ma nel suo campo linguistico.” Pier Paolo Pasolini

1. Lo scrittore

Io credo che uno scrittore è uno scrittore degno di interesse quando modifica e reinventa la lingua nella quale si esprime. La lingua intesa come sintassi, come costruzione grammaticale e/o come lessico, ma anche la lingua intesa come visione del mondo/filosofia/esperienza/sensibilità veicolata dai sintagmi linguistici propriamente detti. Ogni lingua, si sa, ha una sua tessitura emotiva e un suo gusto, in ogni lingua ci sono sentimenti e concetti che si riescono a esprimere più o meno bene, ogni lingua ha le proprie idiosincrasie: lo scrittore lavora anche su questi limiti. Forzando i confini e le barriere, cortocircuitando, sperimentando nuovi registri, o anche solo togliendo e semplificando, mettendo la sordina, reinventa la lingua. D’Annunzio e Svevo e Gadda e Montale e Fenoglio possono piacerci o no, ma hanno in comune il fatto di avere reinventato la lingua italiana, la trasposizione del mondo nella lingua italiana. Chi appunto lavorando sulla lingua vera e propria, chi più su aspetti meno strettamente linguistici, chi su entrambi. E, si può aggiungere, il paradosso dell’attuale epoca di furiosa globalizzazione è che le lingue e le culture letterarie relative a ciascuna di esse – come sa chiunque frequenti più lingue e più letterature – “resistono” egregiamente, molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare.

Naturalmente la reinvenzione della lingua può essere ottenuta anche rimacinando stilemi e materiali letterari di periodi precedenti, perché no. I romanzieri postmoderni, ma prima di loro Cervantes, e Borges e Bioy Casares, e Queneau, e molti altri, lavorano prevalentemente su materiali pregressi. Resta pur sempre che lo scrittore postmoderno è interessante se è riuscito a dire qualcosa di nuovo, se il suo riassemblaggio è linguisticamente (in senso lato) originale. E questo indipendentemente dal fatto che la sua ideologia veicoli una lettura diversa (il “tutto è stato già detto” postmoderno).

In realtà non importano le motivazioni dell’autore, importa fino a un certo punto la sua poetica, importa ancora meno – e in questo dissento profondamente da Mozzi, che riprende Citati – la sua “anima profonda”. Conta solo il risultato, i testi, la loro eventuale novità (linguistica). Tanti capolavori, forse la maggior parte, sono nati da magnifiche nevrosi, più che dalle “anime profonde” che stavano dietro a queste ultime. Senza contare che alcuni grandi scrittori, come per esempio Calvino (a parte l’esordio de I sentieri), concentrano tutte il loro immenso talento per fare scomparire qualsiasi traccia della propria nevrosi che a sua volta nasconde “l’anima profonda”. 100 anni di psicanalisi qualcosa ce lo hanno insegnato, no? Naturalmente la lingua è un qualcosa di molto intimo/profondo, forse la cosa più intima/profonda dell’individuo, e quindi uno scrittore lavora con un materiale che è mescolato alle proprie viscere e da forma al proprio raziocinare e al proprio fantasmare, in qualche modo non può – il suo inconscio non può – prescindere dalla propria “anima profonda”. Ma le vie della psiche sono infinite.

Si potrebbe forse dire che uno scrittore è tanto più grande quanto più modifica la lingua. La lingua francese non è più la stessa dopo Céline (trasformazione di taglio più linguistico), o dopo Proust (trasformazione certo più legata al ritmo della frase, e a una visione della società). Il comune cittadino francofono può non aver mai letto una riga di Céline e Proust, o meglio può conoscerli solo – grazie a una cascata di infinitesime modifiche che le trasformazioni linguistiche originarie hanno determinato – attraverso i cantautori, i fumetti, la pubblicità, i film, i telefilm, la televisione, le frasi ascoltate aspettando il tram o dalla parrucchiera. Ma il terremoto c’è stato. Lo stesso vale naturalmente anche per l’Italia, anche se noi abbiamo un rapporto inspiegabilmente (per me) meno unanime con i nostri grandi sabotatori della lingua (per questo ho preferito fare due indiscussi esempi francesi).

Ci sono i grandi sabotatori della lingua francese come Céline e Proust, ma ci sono anche decine e decine di sabotatori medi (ma ciascuno di noi può benissimo ritenere alcuni di questi ultimi dei grandi: la differenza sta appunto solo nella minore unanimità dei giudizi, nella convergenza meno spettacolare), centinaia di sabotatori piccoli. Anche loro hanno cambiato la lingua francese, anche se certo in maniera meno spettacolare e meno radicale, anche loro sono (linguisticamente) importanti.

Questo vale anche per la lingua italiana. Non solo D’Annunzio e Svevo e Gadda e Montale e Fenoglio, anche altri scrittori nello stesso arco temporale hanno innovato la lingua, anche se magari in modo meno radicale. Ma anche alcuni scrittori molto più vicini a noi, hanno reinventato la lingua italiana, checché predichino molti critici. Mi astengo dal fare esempi, perché aborro le listine, sempre parziali e ingiuste, ma credo che molti di noi siano d’accordo su questo e – checché predichino molti critici – abbiano in testa dei nomi. Naturalmente giudicare il presente non è sempre facile, e ancor meno facile è raggiungere una unanimità. Ma non scoraggiamoci: il tempo – sebbene con le sue dimenticanze e le sue deformazioni e le sue ingiustizie – sedimenterà e chiarirà le idee e i giudizi. La sommatoria delle nostre opinioni personali, e la sommatoria di chi giudicherà dopo di noi, farà sì che alcuni scrittori contemporanei finiranno poi per essere considerati degni di nota, dei classici. Almeno, fino ad ora – che piaccia o meno alla nostra epoca tutta incentrata sul presente – è funzionato così.

2. Il mercato

La gente tende ad acquistare, e questo vale anche per i libri di narrativa e di poesia, prodotti che già in qualche modo conosce, di cui ha sentito parlare, che rappresentano un qualcosa di nuovo ma che nello stesso modo – grazie al sentito dire, alla pubblicità, all’osservazione diretta, o a altro – gli sono in qualche modo familiari. Anche le case editrici, se parliamo di narrativa, tendono a proporre prodotti che presentano una moderata dose di novità, ma che nello stesso tempo non disorientino il lettore/possibile acquirente. Il bestseller, si sa, risponde a queste due prerogative. La regolazione indotta dal mercato equivale quindi a una forma di conformismo, è inerentemente conservatrice. Si sa, la maggior parte dei capolavori del passato, anche se ci sono delle gloriose eccezioni, ha fatto molta fatica a imporsi.

Questo è tanto più vero nel nostro paese, dove un numero impressionante di capolavori è postuma, o quasi, e dove moltissimi grandi scrittori (= grandi sabotatori della lingua) sono stati per tutta la loro vita bistrattati, dileggiati, o semplicemente ignorati, ridotti alla fame, uccisi (non penso solo a Pasolini) direttamente o indirettamente. Questa prerogativa della nostra storia letteraria, è molto difficilmente concepibile per esempio da chi si occupa invece di letteratura francese, perché nel corso dell’800 e del 900 in Francia di solito (certo, qualche rara eccezione la si potrebbe trovare) gli scrittori hanno ricevuto in tempi brevi un riconoscimento (almeno da parte della fazione più illuminata dei critici, degli editori e dei critici). Ma non solo si tratta solo del passato, intendiamoci: chi si occupa, ed è il primo esempio (attuale) che mi viene in mente, del futuro grande classico Boris Pahor, chi va a intervistarlo a Trieste prima che muoia, chi lo filma, chi lo aiuta, chi lo pubblica? Poi, quando sarà morto, lo leggeremo tutti, naturalmente da Adelphi (ho sentito dire che stanno aspettando che muoia, ma non ho nessun elemento per dire se è vero), che è ormai specializzata in questo tipo di macabre riesumazioni di sventurati autori italiani.

Lasciamo stare, per semplificare, il fatto che negli ultimi anni nel mondo dell’editoria siano in atto delle profondissime e terrificanti trasformazioni (vedi il solito Schriffin), che rendono il mercato ancora meno aperto nei confronti delle novità, infinitamente più ben difeso nei confronti degli attacchi dei veri sabotatori (linguistici). Resta pur sempre il fatto che “il mercato” non è un’entità astratta, ma riflette il conformismo culturale di una data lingua (lingua in senso lato), ne è in un certo senso parte integrante. Il fatto che negli ultimi anni nel mercato della narrativa italiana gli elementi conformistici di tipo extraletterario (= extralinguistico), quali il tema, la tesi implicita o esplicita, la biografia dell’autore…. abbiano acquistato un rilievo così predominante, tanto per fare un esempio, non è un fatto casuale, né un puro effetto dell’inconsiderato agire delle trasformande case editrici (che certo una parte della responsabilità ce l’hanno), ma è lo specchio del conformismo culturale italiano, della sua evoluzione recente. L’attuale “buona” (= dotata di reali virtù sabotatrici) narrativa italiana si scontra contro questo nemico, che non è “il mercato”, che non è solo “il mercato”, ma che è il conformismo culturale italiano (= della lingua italiana). Conformismo che riguarda i lettori, gli operatori delle case editrici, i critici giornalistici, una parte dei critici universitari, gli insegnanti, i blogger… Conformismo che è un nemico storico della narrativa italiana. Non a caso tanta narrativa italiana, passata (perché questa non è una prerogativa del presente, checché ne pensino molti critici) e presente si è piegata a questo conformismo. Non a caso solo pochi “geni”, ed è questa un’altra nostra peculiarità, solo pochi veri e propri terroristi linguistici, a fronte di intere armate di scrittori poco interessanti (=essi stessi conformisti), sono riusciti ad avere veramente la meglio, nel corso dell’800 e del 900, su questo conformismo.

3. Piperno

Uno scrittore contemporaneo italiano che non inventa niente di nuovo rispetto alla lingua (in senso lato) italiana, non è uno scrittore interessante, e questo indipendentemente dal fatto che venda poco o tanto. I libri di Ammaniti mi hanno avvinto, perché sono delle macchine narrative molto ben costruite, molto efficaci. Ma chiuso un libro di Ammaniti io avverto una grossa e quasi dolorosa frustrazione, legata al fatto, all’inizio non riuscivo a dirlo meglio, di “saperne come prima”. Avevo l’impressione di aver perso del tempo, di essere stato in qualche modo raggirato. Sensazione che potrebbe essere appunto tradotta dicendo che Ammaniti non inventa niente di nuovo ovvero, guardano le cose più in profondita, ricicla anzi in modo assolutamente acritico tutta una panoplia di vecchiume ottocentesco (l’ottocento italiano di De Amicis e peggio). Un discorso simile vale anche per i libri di Baricco (a parte forse Castelli di Rabbia), leggendo il quale ho l’impressione di passeggiare per molto ben riprodotti viali di cartapesta, che imitano realtà che già conosco molto bene. Molti altri scrittori italiani di successo, e questo mi sembra un carattere molto specifico, hanno una notevole padronanza dei mezzi narrativi, alla quale corrisponde una lingua (in senso lato) desolantemente convenzionale. Si sa, siamo il paese (la lingua) dei creatori di moda e dei grandi designer di automobili, la sostanza spesso fa difetto.

[Le cose in realtà sono più complicate, perché chi non arriva a inventare, ricicla e rimacina, scientemente o meno, della farina linguistica non sua, e quindi un libro non inventivo necessariamente è “falso”, è una “impostura”, ha un maldestro aspetto di pastiche, o semplicemente è kitsch. Ma questo è un discorso che richiederebbe più spazio, e quindi mi limito a questo accenno.]

E, per venire al dunque: è interessante il ben venduto e incensato primo romanzo Piperno, è interessante il primo romanzo di Colombati, è interessante l’ultimo libro di De Luca? Credo che l’unico possibile metro di giudizio sia quello di analizzare, indipendentemente (almeno in un primo tempo) dalle loro vendite, il loro lavoro. Il che vuol dire entrare senza pregiudizi ideologici o estetici o altro nello specifico delle loro opere, delle loro costruzioni linguistiche. Confrontandole con quelle della tradizione italiana, con le opere recenti a esse più vicine, cercando eventuali relazioni o vicinanze o corrispondenze con il conformismo letterario (e più in generale culturale) italiano, cercando i legami con i pregi e i difetti e le pecche di altre opere (italiane) passate o recenti, ragionando sull’eventuale originalità linguistica (in senso lato). Evidenziando e ragionando sulle influenze che vengono da letterature di altre lingue alla luce del senso e dell’effettiva eventuale “innovatività” che assumono per la lingua (in senso lato) italiana, valutando la riuscita o meno dell’innesto. Le trasposizioni tra letterature diverse prendono spesso l’apparenza di novità (= di atti di sabotaggio linguistico), ma poi si rivelano, col tempo, e col senno di poi, molto meno interessanti di quello che erano sembrate all’inizio (viene a galla il lato conformistico dell’operazione).
Questo in realtà lo fanno in pochissimi, e non lo fa certo la critica giornalistica. E’ rarissimo, tanto per fare un esempio, che le recensioni giornalistiche entrino nel merito, a parte qualche banalissima e prevedibilissima frasetta, della lingua. Ma in realtà non ci vuole molto spazio, non ci vuole molto tempo. Ci vuole intelligenza, serietà, libertà dai vincoli ideologici e libertà dalle reti di influenza (cosa molto difficile, visto il fittissimo imbricamento di interessi e di rapporti personali nel piccolo mondo letterario italiano). Ci vuole soprattutto molta distanza dal conformismo imperversante, appunto. Ma faccio un esempio: in un testo riportato su Nazione Indiana Massimo Rizzante riesce a “smontare”, nel senso che trova la “pecca di fondo”, e riesce a farlo in poche righe, di un libro del sopra citato Ammaniti e del bestseller della Mazzantini. Di valutazioni di questo genere sento atrocemente la mancanza.

[questo scritto è già apparso su “vibrisse“, in cui è anche possibile commentarlo. a.r.]

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L’indice della discussione alla quale questo articolo appartiene:
– Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
– Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
– Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
– Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
– Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
– Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
– Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
– Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
Vedi anche:
– Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
– In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell’articolo di Biondillo.

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