Ecco che cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie

8 febbraio 2006
Pubblicato da

Questo articolo di Alfonso Berardinelli è stato pubblicato da Il Foglio il 29/12/2005 a pag. 2 e può essere letto in originale negli archivi del sito www.ilfoglio.it. Lo riproponiamo qui integralmente.
In risposta all’articolo, su Nazione Indiana è stata pubblicata una Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli di Andrea Inglese ed Andrea Raos.

DIVAGAZIONI CARTACEE DI FINE ANNO
Ecco che cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie

IL VERRI, LO STRANIERO, MICROMEGA E NUOVI ARGOMENTI, TRA UN PASOLINI BIPARTISAN E I DISCUTIBILI POETI FRANCESI

Le riviste esistono e forse qualcuno le legge. Voglio dire le riviste cartacee, quelle che molti ormai danno per agonizzanti o morte, perché tutto sarà (e quindi deve essere) on line. Noto tuttavia che nelle riviste sia povere che affermate i giovani redattori e autori abbondano. Il futuro è già cominciato, ma non è detto che il passato sia finito.
Ho trascorso recentemente intere mezze giornate a leggere “Nuovi Argomenti”, “Lo Straniero”, “Micromega”, “Il Verri” e altro. E pensavo, leggendo, che potrei perdere meno tempo con i giornali, da cui si ricava un decimo di quello che contengono, a meno che non si leggano come si leggerebbe un mensile, ritagliando articoli e collezionandoli non si sa come. Una rivista invece è quasi un libro. Te la porti dietro almeno per un mese, spesso due o tre mesi, qualche volta sei, secondo la periodicità. Comincio con “Nuovi Argomenti” (n. 32, ottobre-dicembre), che porta in copertina una foto di Pasolini e contiene un breve testo inedito del 1951 sui trulli di Alberobello, un pezzo perfetto che fa pensare alla prosa di Emilio Cecchi o a quella di Roberto Longhi. Quando non ideologizza, Pasolini descrive. E (sia in prosa che in versi) descrive spesso la realtà fisica come se descrivesse un quadro. Chi non ha scritto, letto e parlato di Pasolini nel corso di questo 2005 lo confessi e si penta. A tre decenni dalla sua morte, quest’anno sembra proprio che Pasolini abbia surclassato Calvino. Chi parla di quest’ultimo sono soprattutto i letterati: si ammira lo stile impeccabile, ma le sue idee, prudentemente nascoste, raramente vengono discusse.
Calvino per primo non amava le discussioni e difatti ci mise “una pietra sopra”. Pasolini viceversa ha dimostrato un’imprudenza esibizionistica e drammatica e una versatilità così sfrenatamente polimorfa che cineasti, politici, giornalisti, storici, poeti, critici letterari e in definitiva tutti possono discutere le sue idee, cioè parlare di lui anche parlando d’altro.
Il mito trasversale di PPP Molte sono le strade che portano a Pasolini. Per quanto incerta possa essere la qualità e la riuscita artistica delle sue singole opere, in esse troviamo ancora oggi molti problemi del presente, o l’annuncio di quello che sarebbe avvenuto. La dissociazione e il conflitto fra Sviluppo (quantitativo, economico, tecnologico) e Progresso (qualitativo, civile, sociale, morale) è un vecchio tema della modernità: ma Pasolini è stato capace di riprenderlo con tale passione da farlo sembrare nuovo. Di fatto lo ha reso davvero nuovo, perché nessuna idea si conserva identica a se stessa senza che qualcuno la faccia rinascere, la attualizzi e la incarni.
Pasolini aveva ragione? Pasolini si sbagliava? Può essere vero sia questo che quello.
Le sue ragioni e i suoi torti sono presenti comunque nelle sue pagine con una tale energia raziocinante, retorica e visionaria che è difficile non restare colpiti dalle sue parole ogni volta che le ascoltiamo. Durante il recente festival internazionale del cinema che si è svolto a Cuba, ho visto un ottimo documentario su Pasolini realizzato dal giovane Matteo Cerami, in cui le immagini, per quanto forti e suggestive, sono messe al servizio delle parole, dei testi scritti, di tutto quello che Pasolini ha detto e voleva che fosse ascoltato e letto. Per Pasolini l’arte era un mezzo di comunicazione morale e politica, lo stile era un strumento, a volte provvisorio e semilavorato, per trasmettere un messaggio e dialogare con i contemporanei.
Come scrive Enzo Golino, nell’artista Pasolini c’era un “maestro”, un pedagogo: “Lo spirito di un legislatore rivoluzionario ha guidato la mano di Pasolini scrittore, ha incendiato la sua immaginazione […] Le sue tavole della legge non sono altro che un trattato pedagogico ora dissimulato nella dimensione estetica, ora suggerito nella forma del simbolo, ora esplicitamente dichiarato.
Anche la sua vita è percorsa da una divorante ansia didattica” (“Pasolini. Il sogno di una cosa”, Bompiani 2005, pp. 291, euro 8,5). A Pasolini è anche dedicata un’intera sezione dell’ultimo numero di “Micromega” (6/2005), che contiene tra l’altro un dibattito fra Piergiorgio Bellocchio, Adriano Sofri e Walter Veltroni e due saggi di Walter Siti e Andrea Cortellessa. Curatore per i Meridiani Mondadori dei dieci volumi delle opere di Pasolini e senza dubbio il maggiore conoscitore di ogni aspetto della sua attività, Walter Siti analizza qui il “mito Pasolini”.
Questione fondamentale per capire non solo quello che è stato fatto di questo scrittore dopo la sua morte, ma quello che lui stesso ha fatto di sé, per il modo in cui compare nella sua opera anche come personaggio, nonché “regista” della propria presenza pubblica. Ad un certo punto però Siti diventa sarcastico e secondo me eccede aggressivamente nel mettere sul conto di Pasolini la responsabilità del consenso equivoco da cui oggi è circondato e sommerso: “Il mito Pasolini è, politicamente, un mito trasversale. Mentre il mito Pavese, fin che è durato, era tipicamente un mito di sinistra, il mito Pasolini è bipartisan. La televisione può fare trasmissioni su Pasolini senza doverle ascrivere a una parte politica […] I fruitori di massa del mito sono rassicurati dal sapere che tra gli ammiratori di Pasolini ci sono intellettuali di destra e di sinistra, da Goffredo Fofi a Marcello Veneziani. La sua situazione bipartisan lo rende particolarmente caro agli assessori alla cultura, perché è un fiore all’occhiello e un sicuro richiamo: le piazze si riempiono e se qualcuno si oppone in Consiglio ci fa lui una brutta figura. […] Che fare? Difendere Pasolini dal suo mito? Rimproverare a Pasolini di essersi ‘prefabbricato’ per il mito?”.
Se dopo queste considerazioni su uno scrittore così carico di cose da dire, torno a “Nuovi Argomenti” e leggo per esempio i testi di una serie di poeti francesi antologizzati e presentati da Andrea Inglese e Andrea Raos, sono costretto a chiedermi perché una cultura della razionalità e del discorso come quella francese abbia continuato tanto a lungo a produrre una letteratura così autoreferenziale, vacua, inafferrabile, pretenziosamente teoricizzante ma in realtà esangue e timida. I testi sono offerti in traduzione e quindi non si può giudicare partendo dall’originale. Ma comunque quello che si può immaginare è soltanto che in francese tutto suoni più elegante e fluido, non certo che venga detto qualcosa di più e di diverso, dato che gli autori sono soprattutto attenti a dire il meno possibile e in più trascurando la forma, che deve restare (per programma, sembra) in uno stato di perenne indeterminazione. Se questa è oggi la migliore o più interessante poesia francese, possiamo tranquillamente pensare che la poesia francese ha mangiato e continua a mangiare se stessa e nient’altro. A forza di diffidare dei significati, a forza di fissare il vuoto, il poco o il nulla, per il terrore di vivere, di definirsi o di nutrirsi di qualcosa, la poesia francese muore di anoressia. Solo che fa finta di esistere con l’uso di una serie di sofismi, anche se nessun lettore potrebbe leggerla. Non c’è niente da leggere: perché quando si usano i versi, non sono versi, e quando si usa la prosa, non è prosa. Si tratta di pura e vuota “écriture”, qualcosa che si sforza di evitare di essere questo o quello, secondo un procedimento di caricaturale misticismo che aborre il contenuto, ma rifugge anche dalla forma. Dopo aver preso questi appunti di lettura, leggo l’introduzione di Inglese e Raos con accresciuta curiosità. Che cosa potranno mai dire di questi poeti? E perché li hanno offerti in dono al lettore italiano? Perché, infine, “Nuovi Argomenti” accetta di mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro? I curatori di questa sezione antologica (“paradigma di paesaggio” lo definiscono) hanno scelto una serie di autori: Jean Jacques Viton (1933), Emmanuel Hocquard (1940), Anne Portugal (1949), Christophe Tarkos (1963-2004), Caroline Dubois (senza data di nascita), Eric Suchère (1967). Non si tratta, viene precisato, di “blocchi” generazionali né di scuole o correnti: “La poesia di ognuno di questi poeti è da considerare una linea di forza che, per segmenti temporali diversamente ampi, ha agito e continua ad agire su di un certo ‘campo’ della poesia contemporanea francese”. Abbastanza ovvio. Ma non del tutto chiaro. A leggere i testi presentati si ha la netta impressione di una scuola. Ma forse l’intera poesia francese di oggi e degli ultimi decenni costituisce un insieme così omogeneo che a noi italiani, abituati tutto sommato a una maggiore e più barbarica varietà, fa l’impressione di una vera scuola e accademia.
Facitori di versi di piccolo cabotaggio Su quali fondamenta poggia? Anzitutto, sulla combinazione del descrittivismo asceticamente minimale di Francis Ponge (1899- 1988) con l’eredità dell’americano William Carlos Williams (1883-1963), tradotto in Italia da Vittorio Sereni. Fin qui mi oriento bene. Ma da Williams è nata una scuola o moda o maniera statunitense piuttosto diffusa, una specie di insistito e pervicace piccolo cabotaggio che va benissimo per gli innumerevoli facitori di versi che si annidano nelle università Usa. Oggi i poeti nel mondo sono almeno dieci o venti volte più numerosi che qualche decennio fa: e questo significa che fra tutti i modi di scrivere poesia avrà la meglio il più facile e il meno compromettente, quello per cui basta mettersi seduti un’ora la mattina e un’ora la sera, mettere in fila una serie di percezioni, di pensieri associati e di descrizioni smozzicate. Poi si sottrae la logica, si evitano i versi regolari, si aggiunge qualche segnale di poeticità antipoetica, si gioca fra precisione e nebulosità, si semina qua e là qualche lacuna di senso, che ci sta sempre bene. Alla fine verrà fuori una cosa che, non somigliando a nient’altro, può essere anche presa per poesia. Basta mettere in giro la voce che si fa così, che i difetti sono voluti, che si tratta di un programma ben preciso. Basta far vedere che si è in parecchi a farlo e che (se il metodo ha successo) la poesia è quella cosa lì. Mettere in discussione la sua leggibilità, la sua pubblicabilità e il suo diritto di esistenza suonerebbe atrocemente aggressivo e letterariamente omicida nei confronti dei volenterosi routinier del testo poetico. In termini astutamente (ma anche ingenuamente) problematici il poeta Hocqard ha spiegato e giustificato tutto a priori per l’ennesima volta: “Mentre una volta il poeta versava il suo pensiero nel calco della forma-poesia perfettamente identificabile come tale […] oggi inventa la sua forma di pensiero. […] Queste linee sono ancora dei versi? Anche se ciò assomiglia ancora, per certi aspetti, a della poesia, potrebbe darsi che non lo sia più. Allora come dire questa cosa? Io penso che ci sia un malinteso intorno alla parola poesia. Non continuiamo noi ad usarlo per dire qualcosa d’altro, in una situazione differente?”. In effetti si tratta di oggetti testuali piuttosto inafferabili. La poesia sembra sparita. Resta la voglia, evidentemente, di essere poeti, mostrando in più una coscienza problematica. Per fortuna c’è di meglio da leggere. (1. continua) Alfonso Berardinelli

Il foglio 29 dicembre 2005 p. 2

Tag:



indiani