Gli intellettuali esistono per doversi giustificare e Berardinelli lo fa

8 febbraio 2006
Pubblicato da

Questo articolo di Alfonso Berardinelli è stato pubblicato da Il Foglio il 2/2/2006 a pag. 2 e può essere letto in originale negli archivi del sito www.ilfoglio.it. Lo riproponiamo qui integralmente.
E’ la risposta alla Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli di Andrea Inglese ed Andrea Raos.

UNA RISPOSTA AL BLOG NAZIONE INDIANA

Gli intellettuali esistono per doversi giustificare e Berardinelli lo fa

Qualche giorno fa è comparsa sul blog La Nazione Indiana una “Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli” di Andrea Inglese e Andrea Raos. E questo in risposta al mio articolo del 29 dicembre scorso nel quale criticavo, dopo aver detto qualcosa di buono su Pasolini, una serie di poeti francesi da loro tradotti e presentati con un apprezzamento secondo me eccessivo. Da questa lettera di Inglese e Raos cito alcuni punti, a cui mi sembra doveroso replicare qualcosa.

1.“Il panorama italiano degli ultimi anni ha sofferto di una flagrante disattenzione nei confronti della poesia francese più recente… Si tratta di un ritardo colossale, che non riguarda solo la poesia e che ha radici complesse. La sua conseguenza che qui più ci importa è che la visione del quadro francese ne risulta offuscata e parcellizzata”.
A questo rispondo che l’attuale poesia italiana non soffre in particolare di questo. Del resto, i poeti francesi del Novecento non hanno avuto molta influenza in Italia, a parte Valéry e qualche surrealista per gli ermetici e Apollinaire che piaceva molto a Caproni, Sereni, Raboni. Il ritardo non è dunque “colossale”.
Un certo ermetismo-neoavanguardismo, che ha reso a lungo illeggibile la nostra poesia recente, solo da poco attira meno.
I poeti francesi che voi proponete mi sembra che incoraggino a restare nel vago: il peggio che possa capitare a chi si mette a scrivere poesia. Ho letto in passato qualche poesia di Andrea Inglese: mi sembra meglio lui che i francesi. Credo che la poesia americana, spagnola, inglese e tedesca sia per noi più interessante: meno teorie critiche del linguaggio poetico e più sostanza, più cose da dire (Pasolini scriveva male, spesso, per le troppe cose da dire, ma i vostri francesi, altrettanto spesso, non si sa perché scrivono: per contestare l’idea di poesia? Non basta).

2. Poi vi rivolgete a me: “E’ sintomatico che nella nostra selezione lei insista a vedere, contro la nostra esplicita intenzione, la rappresentazione di una scuola”. In realtà io avevo scritto che “forse l’intera poesia francese di oggi e degli ultimi decenni costituisce un insieme così omogeneo che a noi italiani, abituati tutto sommato a una maggiore e più barbarica varietà, fa l’impressione di una vera scuola o accademia”. A questo rispondo che resto della stessa idea. Voi vedete più varietà di quella che vedo io. Ma dovreste sapere che la cultura letteraria francese è stata da secoli più compatta e bonificata della nostra e che erano polemici contro questo anche Stendhal, Baudelaire, Rimbaud, Céline. Nella seconda metà del Novecento la Teoria ha profondamente “colonizzato” la prosa e la poesia francese. Sembra che gli scrittori scrivano per fare un piacere ai teorici. In questo senso i vostri poeti mi sembrano un’accademia (già vista) dell’antipoesia.

3. Il fatto che io dica “noi italiani” e “maggiore e più barbarica vitalità” riferendomi all’Italia sarebbe, secondo Inglese e Raos, sintomatico di “almeno tre cose”. a) “di un riflesso identitario, di una chiusura a riccio anche in campo culturale (…) che non stona nelle colonne del quotidiano per cui lei scrive, ma che suona invece molto male alle orecchie di chi, come noi, insiste a credere (…) nell’aria pura della libera circolazione delle idee”. b) Il secondo sintomo sarebbe la presenza in me di un “perdurante stereotipo riguardo alla sorgiva creatività delle nostre genti, in particolare in materia di poesia”. c) Terzo sintomo (e spero ultimo) da cui sarei affetto è il mio “orecchio ormai del tutto atrofizzato, conseguenza diretta della fossilizzazione” petrarchesca che si riscontrerebbe nella poesia italiana di oggi e di sempre. A questo rispondo che, se io non ho orecchio per i vostri poeti, voi non avete orecchio neppure per un articolo, vi fa piacere immaginarmi come un nazionalista culturale xenofobo.
Per favore, non esagerate e non date i numeri. Sulla presenza di un “fantasma Petrarca” nel Novecento ho pubblicato due anni fa un saggio su “Nuovi Argomenti”. E leggete, sulla questione identità e patria, il mio “Autoritratto italiano”, Donzelli 1998. Voi credete nell’aria pura della libera circolazione delle idee? E io no? Si può discutere con voi?

4. Il mio articolo sarebbe, secondo Inglese e Raos, un “prodotto indegno (…) di chi voglia fregiarsi del nome di critico letterario” per la ragione che non dichiaro “in termini positivi cosa la poesia dovrebbe essere o fare”.
Di quale nome vi fregiate?
A questo rispondo che usate uno strano linguaggio. Io non mi “fregio” di nessun nome. E voi di quale nome vi fregiate? Dovrei fare critica prescrivendo ai poeti come scrivere? Che vi viene in mente? Volete che vi faccia scuola? Assurdo. Volete sapere in anticipo quale tipo di poesia approverei? Siete impazziti?
Ognuno scriva quello che vuole e come vuole. Non ci sono ricette. Vale il risultato. Ma certo mettersi a scrivere testi informi e sfuggenti con in testa il programma di mettere in discussione, come voi dite, la nozione di “verso” e il nome stesso di “poesia” non è un movente secondo me consigliabile. E’ un programma vecchio, che ha già dato tutto il poco che poteva dare. Qualunque scrittore che non sia un puro velleitario contesta o modifica (almeno un po’) l’idea di letteratura senza proporselo.
Il resto è accademia critica. Ma c’è qualcosa che mi interessa ancora di più della discussione sulla poesia. Perché mi addolora che sempre su Nazione Indiana io venga giudicato così male da Georgia perché scrivo sul Foglio. Mi addolora il fatto che Georgia si dimostri un po’ troppo faziosa e creda che una persona diventi un’altra perché parla di letteratura su un giornale invece che su un altro.
Ma chissà, tutto può essere. Georgia dice che era una lettrice appassionata di “Diario”, non il settimanale di Deaglio, ma la rivista solitaria, povera e autogestita che fondai e scrissi con Piergiorgio Bellocchio dal 1985 al 1993.
Prima ero straordinario, secondo Georgia, ora sarei un demente: sembra che a devastare il mio cervello di una volta siano passati dei “lanzichenecchi cerebrali”. Eeehhh, Georgia!
Leggimi ancora, per favore, o se non vuoi proprio toccare il Foglio (esageri!) puoi chiedermi personalmente i miei articoli più riusciti e te li mando. Però mi dispiace di non pubblicare ancora “Diario” con Bellocchio perché così avrei impedito che quei “lanzichenecchi cerebrali” passassero anche sul cervello di Georgia e di chiunque trovi normale usare espressioni simili per dire a un altro che non è d’accordo. Il guaio di un blog come Nazione Indiana, mi pare, è che mentre si cerca di discutere, l’interlocutore può all’improvviso anche sputarti addosso ritenendo questa un’ovvia e lecita arma dialettica. “Lanzichenecchi cerebrali” nella mia testa! No, Georgia, questa non te la perdono. Registro di nuovo, comunque, che il Foglio è un giornale molto apprezzato, ma soprattutto tremendamente odiato. Per esempio. Ero un collaboratore del supplemento libri del Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, che a stento mi permetteva di scrivere due pezzi al mese, pagati non molto. Ci scrive anche Fofi. Ma il direttore Riccardo Chiaberge, appena uscì un mio articolo sul Foglio, mi costrinse a dimettermi, mi cacciò, sebbene io non avessi mai avuto un contratto. Altro esempio. Lo stesso Fofi, che credevo un amico e con cui avevo collaborato per un quarto di secolo, appena vide che scrivevo sul Foglio mi tolse il saluto e cominciò a insegnare ai suoi giovani seguaci che io sono un uomo senza morale, malato del peggiore dei vizi, il narcisismo. Non ubbidisco mai al ritornello ricattatorio che dice: “Che fai? Ti giustifichi?”. Si, mi giustifico. Mi piace giustificarmi.
Penso che gli intellettuali esistano per giustificarsi. Anzi, se volete saperlo, mi piace aver accettato un lavoro di recensore letterario sul Foglio (vivo con i 2000 euro mensili che ricevo) proprio per il gusto di giustificarmi e per vedere fin dove arriva la faziosa probità e ipocrisia politico-elettorale che ci ammorba (siamo eternamente sotto elezioni, noi italiani). Vorrei però che ogni probo inquisitore mi racconti come ha fatto a procurarsi un “lavoro di sinistra” di cui andare fiero.
Che mi elenchi i suoi consumi, anche culturali.
Mi dica se possiede barche o ville. Se inquina l’ambiente e arricchisce i capitalisti comprando merci superflue. Se insegna in università che sono una truffa per migliaia di studenti. Se lavora in enti pubblici inutili e dannosi, o in fabbriche che producono merci idiote che rovinano il cervello dei consumatori e minacciano le basi culturali della democrazia, rendendo impensabile qualunque utopia. Cara Georgia, non puoi confrontare un quotidiano con una rivista che usciva ogni sei mesi-un anno come “Diario”. Per Bellocchio e per me quello è stato il periodo migliore della nostra vita di autori. Non scrivevamo articoli, ma saggi aforistici, informali e molto soggettivi, un genere di testi che inventavamo pagina dopo pagina e che giustamente nessun giornale potrebbe pubblicare. “Diario” è stato un’esperienza difficilmente ripetibile.
Quello che compio attualmente sul Foglio è il mio primo esperimento di giornalismo letterario e godo di una libertà quasi impensabile in altri giornali. Forse non do il meglio di me, ma era una lacuna della mia attività critica che mi veniva spesso rimproverata e che volevo colmare. Non è escluso che recensire regolarmente libri appena usciti possa provocare una qualche decadenza mentale. Prima ero giudicato troppo distante e frigido: non mi sporcavo le mani con gli autori di oggi. Ora mi sporcherei perché faccio il recensore per un giornale di cui non condivido la politica? In verità di nessuna formazione politica condivido la politica. Scrivere sul Foglio mi permette di far capire chiaramente che con la “famiglia” culturale della nostra attuale sinistra (che voterò, ahimè) ho ben poco in comune.
I loro idoli, i loro miti e i loro boss intellettuali io li detesto. Scrivo sul Foglio perché Giuliano Ferrara me lo ha chiesto e perché mi permette di sentirmi come senza dubbio sono: colpevole e solo.

Alfonso Berardinelli

Tag:



indiani