Luigi Ghirri e l’atelier di Giorgio Morandi

8 febbraio 2006
Pubblicato da

di Mauro Baldrati

ghirri-04.jpgIl fotografo è un viaggiatore, un nomade: durante i suoi viaggi attraversa territori, li esplora, cerca di scoprirne i segreti. La mostra che è stata allestita nella saletta ottagonale del Museo Morandi di Bologna ospita il viaggio di un grande fotografo in uno spazio estremamente piccolo e chiuso, l’inaccessibile studio del pittore Giorgio Morandi, il suo ‘guscio’.

Luigi Ghirri, nato a Scandiano (Reggio Emilia) e scomparso nel 1992 all’età di 49 anni, ha realizzato questa ricerca negli atelier di Via Fondazza, a Bologna, e di Grizzana, nel 1989. Altri fotografi si sono avvicinati alla pittura e ai pittori, talvolta con una sorta di riverenza, come il fratello minore che guarda con una vena di soggezione il fratello maggiore. Alcuni hanno realizzato ritratti di artisti, producendo servizi memorabili, come Ugo Mulas (autore, tra l?altro, di un famoso ritratto di Morandi); altri si sono avventurati nel percorso, irto di ostacoli, di fare della fotografia una forma di arte pittorica, come Mapplethorpe con le famose foto dei fiori. Luigi Ghirri non era un fotografo di personaggi, ma di luoghi, di spazi. Si è occupato a lungo di architettura, e di paesaggi, che ritraeva con un occhio raffinato, ironico. In questo lavoro i paesaggi sono gli angoli dello studio di un grande pittore, il cavalletto posto in un angolo, accanto alla finestra che lo inonda di luce; sono i muri schizzati di colore, particolari di porte, rotoli di tela o di carta, foto appese, vecchi libri di Leopardi e di Tagore; e gli oggetti che Morandi disponeva con pignoleria su piccoli tavoli e li contemplava per giorni, per settimane, prima di trasportarli nelle famose nature morte: le bottiglie, le oliere, le ciotole, le caraffe, i pestelli, i bicchieri. Ghirri li dispone secondo equilibri morandiani, e li ritrae con colori tenui, a luce naturale, con ombre morbide, ma non cade nella trappola della foto pittorica, dell?imitazione del quadro. Non li arabesca tra le due superfici piane divise dalla linea dell?orizzonte care a Morandi.
Nell’immagine c’è sempre un’asimmetria dello sfondo, un oggetto di lavoro del pittore, un tubetto di colore schiacciato, un paio di pinze.
Viaggia nel piccolo, sconfinato mondo del pittore, ma non rinuncia al suo ruolo di esploratore attento e sensibile. Gli oggetti, gli scarni arredi, illuminati da una luce discreta, oggetti polverosi e dimenticati, sono così liberati dalla prigione del tempo e dello spazio, e ogni foto potrebbe recare una didascalia, sempre la stessa: quella frase famosa di Ghirri, che un giorno scrisse ribaltando il motto dell’Ecclesiaste: niente di antico sotto il sole. ‘Una luce sul muro’ – fino al 26 marzo.

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10 Responses to Luigi Ghirri e l’atelier di Giorgio Morandi

  1. Giancarlo Tramutoli il 9 febbraio 2006 alle 09:37

    Forte, Franz. Preferisco i pensieri politicamente scorretti (ma che facciamo intanti), evitando, ovviamente, la violenza fisica… Un saluto anche alla immarcescibile ditta Hyde & Jekill.
    PS
    Non esagerare con quella pozione.
    PPs
    Mi hai fatto ricordare, per es. Domenghini. Com’era poetico nella sua dissoluta asimmetrica dinoccolatezza, quando correva scoordinato come Forrest Gump, sulla fascia… e Jair e Peirò (che pur suonando avversativo, era poco efficace nei contrasti) aereo, evanescente, tutto pensiero. O l’epilettico scattante Sandrino. Faceva goal veloci e ossuti. Secchi. Privi di inutile enfasi.
    Un ragazzo del ’56.

  2. Giancarlo Tramutoli il 9 febbraio 2006 alle 09:39

    Pardon.
    Sbagliato campo. Era per “L’altro”, questo…

  3. sabrinaragucci il 9 febbraio 2006 alle 15:12

    La ringrazio molto della segnalazione e delle buone intenzioni nel presentare Luigi Ghirri
    Brevemente e per amore condiviso della materia dico che alcuni problemi che lei espone in questo pezzo sono stati risolti storicamente prima di Luigi Ghirri.
    “Altri fotografi si sono avvicinati alla pittura e ai pittori, talvolta con una sorta di riverenza, come il fratello minore che guarda con una vena di soggezione il fratello maggiore. Alcuni hanno realizzato ritratti di artisti, producendo servizi memorabili, come Ugo Mulas (autore, tra l?altro, di un famoso ritratto di Morandi); altri si sono avventurati nel percorso, irto di ostacoli, di fare della fotografia una forma di arte pittorica, come Mapplethorpe con le famose foto dei fiori.”
    Luigi Ghirri conosceva bene la fotografia americana, tanto da averla diffusa in Italia insieme a Guido Guidi, Paolo Constantini, Giovanni Chiaramonte, in seguito lo ha fatto e continua a farlo linea di confine.
    Luigi Ghirri amava la fotografia di Paul Strand e Walker Evans, Lee Friedlander, Garry Winogrand e dei suoi amici e contemporanei Joel Sternfeld e Joel Meyerowitz, William Eggleston, Robert Adams, Stephen Shore, John Gossage, Louis Baltz, Richard Misrach.
    La questione del superamento del pittorialismo è stata questione fino alla modernità, risolta anche guardando a O’ Sullivan, Mathews B. Brady e poi a Eugene Atget.
    Io non lo so se sono famose le fotografie di Robert Mapplethorpe, quello che so per certo è che Mapplethorpe non voleva fare della fotografia una forma di arte pittorica. Usava il fotografico allo stato puro. Molto più di Luigi Ghirri, che non direi grande fotografo, per la diminuzione di senso che sta dentro la parola grande. Luigi Ghirri è stato intellettuale di riferimento, sì. Mi ha insegnato che la fotografia non serve. La fotografia non è a servizio. E di certo non fa servizi memorabili.
    Cordiali Saluti,
    Sabrina Ragucci

  4. Mauro Baldrati il 9 febbraio 2006 alle 18:02

    Cara Sabrina, grazie per le sue riflessioni. So bene che Ghirri conosceva la fotografia americana. Certi suoi paesaggi, certi angoli della provincia italiana, sembrano scorci della provincia americana, visti e ritratti con un occhio fotografico estremamente ironico. Per quanto riguarda il pittorialismo non so se, come dice, la questione è stata davvero risolta storicamente. E’ certamente antico il dibattito se la fotografia sia una forma d’arte che possa competere con la pittura ad armi pari. C’è chi sostiene che invece non possa – e forse non debba – uscire da una condizione di alto artigianato, che non possa cioè disporre della completa libertà di cui gode la pittura. Non credo che vi sia una risposta certa anche se io, come fotografo, ho le mie idee. E comunque alcuni fotografi, intenzionalmente o meno, consapevolmente o meno, hanno cercato di usare la fotografia in maniera pittorica. I fiori di Mapplethorpe, certamente tra le sue opere più famose e celebrate, sono a mio avviso dei tentativi di realizzare dei quadri con la fotocamera. Sono immagini perfette e purissime, ma che scontano un limite. Poi l’aggettivo “grande” che lei non vuole attribuire a Ghirri… possiamo anche dire che Flaubert non era un “grande” scrittore… sì, possiamo anche toglierlo, questo aggettivo, a me sta bene.

  5. Max il 9 febbraio 2006 alle 19:49

    complimenti è la prima volta che lo leggo ma è un blog molto interessante!

  6. paola il 10 febbraio 2006 alle 14:48

    Ghirri ha la capacita’ come ogni grande fotografo o pittore di farci vedere le cose sotto un’altra luce. Le sua immagini sono semplici e quotidiane filtrate dalla luce diafana di un tempo mai troppo spinto dentro ai colori. Guardo la sua altalena ferma in una spiaggia deserta d’inverno, sento la pace e la salsedine, il mare e l’odore dei salso dell’acqua. Guardo un cancello aperto su un sentiero sterrato che si perde nel nulla della nebbia e respiro l’aria di quel paese. Cosi’ l’ordinato paesaggio di campagna emiliana mi fa venire in mente l’ordine delle immagini di Morandi: le bottiglie, i vasi, le ciotole. Ordine e geometrie mai formali, ma equilibrio classico di forme, uguale bellezza. Ghirri parla con le sue foto, racconta, combinando insieme le sue immagini, trame di di vita.

  7. pap il 10 febbraio 2006 alle 14:57

    lLe foto di Ghirri, immagini sospese nel tempo, che lasciano la mente libera di ricordare, di vedere, di immaginare e sognare, di fermarsi li’ o di partire per un viaggio.
    Ghirri insegna a raccontare in un altro modo.
    Grazie per averci raccontato di questa mostra che andro’ a vedere.
    Pap

  8. silverback il 11 febbraio 2006 alle 19:15

    le foto di ghirri sono “trame di vita”: mi piace, lo inserisco nel mio manuale del recensore standard: può servire anche per altro, tipo un film, un libro, un vino.
    anche pap mi piace: ricordare vedere immaginare e sognare, o fermarsi lì: si può inserire tipo in una conversazione per rimorchiare una in un bar di milano all’happy.

  9. millelire il 12 febbraio 2006 alle 19:08

    siamo tutti in attsa di una tua recensione, Silver.
    A me non pare che le cose dette siano da trattare con tanta ironia. Ma tu parlaci di Ghirri. Tu che hai un bel manuale di frase fatte . da altri.
    Io ho trovato interessante il post di Baldrati. Ma no sono in grado di commentarlo perche’ non conosco Ghirri, ne’ la mostra: abito in Liguria.
    Ma trovo volgare ironizzare sulle altrui parole, specie se non sono stupide. A proposito, anche io leggo pewr la prima volta, anche io trovo che sia molto interessante.

  10. sergio pasquandrea il 13 febbraio 2006 alle 10:22

    Interessante. Anche se io ho sempre guardato la fotografia con l’ammirazione del profano, nel senso che non sono mai stato capace di praticarla e non la conosco se non superficialmente.
    Quanto alla questione se la fotografia debba competere con la pittura, io istintivamente ho sempre diffidato delle “competizioni” tra le arti (ut pictura poesis, la musica che vuole emulare l’arte figurativa, il fumetto che vuole essere pittura, il cinema che imita la letteratura o viceversa…). Mi sembra che ogni forma d’arte abbia i suoi mezzi espressivi e debba lavorare con quelli. Ma, ripeto, quanto alla fotografia parlo da ignorante quasi completo.
    Comunque bel sito, anch’io lo leggo per la prima volta.



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