Maestri non Mostri

13 febbraio 2006
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IL SOGNO DEL MAESTRO

David Albahari
traduzione di Massimo Rizzante – fotografia: “Carota”, di Luca Anzani

a Danilo Kis
Carota - foto di Luca AnzaniNella notte tra il 13 e il 14 agosto del 1976 ho sognato, per la prima e ultima volta, Danilo Kis. Non ricordo se a quel tempo lo conoscessi già; in realtà, non ricordo affatto dove e quando l’ho conosciuto. Nel sogno, per quanto posso giudicare dalle note del mio diario, abbiamo scambiato solo qualche frase. Gli ho detto: «Mi piacerebbe parlarle». Danilo Kis mi ha risposto: «La prego».
È certamente possibile che il sogno sia stato molto più lungo e che io l’abbia dimenticato, o che al mio risveglio abbia intenzionalmente ridotto il suo contenuto a quelle due frasi insignificanti. Non c’è niente nelle note che precedono quella di quel giorno d’agosto che spieghi l’apparizione del sogno; non c’è niente nella mia memoria che mi fornisca una chiave supplementare. Eravamo in piedi o seduti? Si è inclinato verso di me o invece, a braccia conserte, è rimasto indifferente? E soprattutto: di che cosa volevo parlargli? E perché proprio a lui?
Il diario non mi è di alcun aiuto. Danilo Kis vi compare, con il nome scritto per intero o con le sole iniziali, ancora due o tre volte. Una volta, di sfuggita, ricordo il mio smarrimento in occasione di una delle sue sbronze, lirica ed eloquente. Un’altra volta descrivo in maniera più dettagliata come, in compagnia di un amico comune, abbiamo preparato un manifesto contro una nuova ondata di antisemitismo nel nostro paese (si trattava del divieto di trasmettere la serie Olocausto in televisione). In un certo punto del diario scrivo che mi ha posato una mano sulla spalla, ed è tutto.

In effetti, non abbiamo mai conversato. Tutti i nostri incontri si sono svolti in presenza di terze persone, sia che ci trovassimo in case private, in luoghi pubblici, in un caffè, in uffici, a qualche ricevimento o per strada. Ci siamo seduti allo stesso tavolo forse solo una volta, nel ristorante di un hotel di New York, ma non da soli; non siamo mai riusciti a discutere; non si faceva in tempo a ordinare un caffè che qualcuno, non appena il cameriere girava i tacchi, ci aveva già raggiunto. Ricordo solo le zollette di zucchero che, una dopo l’altra, si scioglievano nel liquido nero.

Se non mi sbaglio Handke ha scritto da qualche parte di aver sentito il bisogno di un maestro fin da quando aveva cominciato a pensare. Ignoro se l’abbia trovato. Se c’è una domanda con la quale bisogna fare i conti e alla quale bisogna tentare di rispondere, è proprio quella sul maestro. Colui che ignora da chi ha imparato non saprà mai rispondere alla domanda su chi egli stesso è. «Abbi timore del tuo maestro come dei cieli», è scritto nel Talmud. Ricordati del suo nome – aggiungerei – se non vuoi dimenticare il tuo.
In altre parole: quando, nella prospettiva della scomparsa di Danilo, rievoco il mio sogno – questo frammento di sogno – la domanda che s’impone con tutta evidenza è: devo considerare Danilo Kis come il mio maestro, come uno dei miei maestri?

Qualche mese fa, durante un colloquio pubblico, l’ho paragonato a un giardiniere. Non sono sicuro che il paragone gli sarebbe piaciuto, ma non posso più domandarglielo. Se la letteratura è un giardino, mi sono detto, è Kis che ci ha insegnato l’arte dell’innesto (ma forse dovrei accontentarmi di parlare a mio nome, al singolare). La specie domestica è certamente buona, ma incrociandola con una specie straniera la rendiamo migliore, più ricca. Perché rinunciare? Perché erigere dei muri laddove non ci sono steccati? Perché rinchiuderci in un ghetto?
Nessuno ha fiatato. Ho pensato: eccomi qui a parlare come un maestro. Mi sbagliavo. Il vero maestro non fa valere il proprio sapere, ma la propria ignoranza. O piuttosto: il sapere relativo alla propria ignoranza.

Che cosa ho imparato da Kis? La bellezza della forma, il gusto del mutamento, una certa raffinata tristezza famigliare. Il romanzo Giardino, cenere mi ha affascinato per la densa tessitura, per il rincorrersi prodigioso dei ricordi, per i riflessi più cangianti di quelli che le chiome degli alberi gettano sui muri o per terra. La cosa più facile era ricondurre tutto ciò a Bruno Schulz. Ma che fare dei fili che, senza parlare di Proust, portano a Virgina Woolf, a Faulkner e, soprattutto, a Nabokov?

La vera lezione è arrivata solo con Clessidra. Che potere mimetico! Che forza metamorfica! Dalla forma allo stato puro! La tessitura è meno serrata, fanno la loro apparizione alcuni interstizi, fessure fedeli alle parole. I fili qui portano a un’altra tradizione, ad altri nomi, ma la vecchia trama è presente sul rovescio, come quando nella volta celeste vediamo solo un frammento di arcobaleno, sebbene quest’ultimo s’inscriva in noi in tutta la sua ampiezza. Non è più una sola voce che parla, ma una moltitudine di voci, simultanee e diverse, contraddittorie. Tuttavia, dietro a tutto ciò sentivo il silenzio.

Ero affascinato, sedotto, pronto a fondermi con lui o, come direbbero i mistici, ad aderire; il mio sentimento si trasformò in rispetto quando Kis abbandonò il suo grande tema famigliare. Dei suoi ultimi libri, dai quali la famiglia era scomparsa, ammiravo la maestria, ma la sua freddezza mi faceva venire i brividi. È una scrittura vicina alla microchirurgia, basata su elementi di una precisione irreprensibile, una vera lezione di anatomia, molto più concreta di quella che Kis avrebbe tenuto qualche tempo dopo.

Lo so, niente di tutto ciò è in grado di fornire delle risposte alle mie domande. Mi viene in mente un altro passaggio del Talmud: «Se il discepolo sa che il maestro è in grado di rispondergli, che lo interroghi. Ma, in caso contrario, che se ne astenga». Il maestro non è che un uomo. Chi non se ne rende conto resterà nel regno delle illusioni. Ma che dire allora di colui che sogna?
Credo tuttavia che il mio sogno celasse un’intenzione sincera, benché io continui a perdermi nel labirinto delle chimere quotidiane e delle parole. Da buon discepolo della generazione dei figli dei fiori degli anni Sessanta, sento che da Kis emanavano ‘buone vibrazioni’, come si diceva allora. Nel vocabolario e nel galateo dell’epoca ciò voleva dire che non c’era bisogno di parlare in sua presenza. Forse solo in sogno ho osato confessargli che mi sarebbe piaciuto averlo come maestro, mentre, alla luce del giorno, mi bastava la sua vicinanza, il senso nascosto, il sapere e la felicità che diffondeva intorno alla sua persona.

È stato solo nel gennaio del 1986, in occasione di un congresso del Pen Club di New York, che ho potuto trascorrere con lui diversi giorni. Mentre correvo da una conferenza all’altra, da un ristorante a un ricevimento o a una presentazione letteraria, incrociavo talvolta la sua orbita, mi avvicinavo per poi subito allontanarmi. Un pomeriggio tentai di convincerlo a concedermi un’intervista per una delle nostre riviste più importanti, ma egli, disgustato, rifiutò. Appoggiato a una colonna, bicchiere in mano, mi mise in guardia: se avessi continuato a vivere come facevo, crocefisso tra giudaismo e stati alterati del pensiero, sarei diventato come Ginsberg. Ginsberg, che se ne stava tra noi due, si mise a ridere. Nel silenzioso ascensore dell’hotel mi consigliò ancora di lasciar perdere la traduzione: «Finiranno per dirti che hai copiato tutto».
Forse non sono queste le parole esatte, forse le ha pronunciate in un’altra occasione. Alla luce di ciò che è successo dopo, avrei preferito che non ci fossimo incontratati in quel luogo. Al congresso partecipavano altri due scrittori per la cui opera provavo la stessa passione: Donald Barthelme e Raymond Carver. Ora tutti e tre ci hanno lasciato. Sono morti, uno dopo l’altro, più o meno della stessa malattia: una sorta di tragica simmetria.

Morto: è una parola molto facile a dirsi. Ma che non risolve niente. Con le parole, in effetti, non si dice niente. È questo che mi consola dal non potere rispondere alle semplici domande nate dal mio sogno. La risposta la trovo in un racconto chassidico, che si addice perfettamente al caso di Kis. Nel testo si evoca l’incontro di due chassidim, appartenenti a due diverse scuole. Il primo domanda: «I suoi maestri quando sono morti le hanno lasciato delle opere?». Il secondo annuisce. «Sono già state pubblicate – domanda il primo – o sono ancora in forma di manoscritti?». «Né l’una né l’altra cosa: esse sono scritte nel cuore dei loro discepoli».

Nota biobibliografica
David Albahari è una figura di spicco della letteratura serba contemporanea. Nato a Pec nel 1948, è autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo: Zinco (1988), L’uomo di neve (1995) L’esca (1996) Goetz e Meyer (1998). È considerato unanimementecome un maestro della prosa breve. Influenzato dalla letteratura inglese e nordamericana, è spesso associato alla corrente postmodernista. Albahari è tradotto in molte lingue (francese e tedesco, tra le altre). Attualmente vive in Canada. Dell’autore sono usciti recentemente in Italia due racconti, Il destino e Il cerchio all’interno di un’antologia intitolata Casablanca serba. Racconti da Belgrado, a cura di Nicole Janigro, pubblicata da Feltrinelli nel 2003.



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