Poesia del 14 febbraio

14 febbraio 2006
Pubblicato da

di Franco Arminio

posta elettronica: nessun messaggio.
telefonino e telefono: muti.
cassetta della posta: vuota.
non ci sarebbe da preoccuparsi,
sono ancora le dieci del mattino,
a quest’ora la gente lavora,
il mondo ti penserà più tardi,
magari ti arriverà
una lettera della banca,
quelle che non apri mai.


decidi: resti qui a scrivere e aspettare
oppure esci nel paese gelato e stecchito.
cosa stai aspettando? qualcuno che ti dica:
senti ti vogliamo candidare, vogliamo
un paesologo in lista, dillo
che ti senti assai meglio di caruso
il disobbediente (per non parlare di mastella
e di rutelli), dillo che più di loro
meriteresti il parlamento.
ma non ti basta, stai aspettando altro,
qualcuno che ti dica: il tuo libro è bello
lo stampiamo immediatamente.
e poi aspetti anche che ti chiami una donna,
una soltanto, quella che non ti ha mai dato
un bacio e che adesso ha cambiato idea:
vieni qui presto, ti voglio baciare.
a questo punto ci vorrebbe pure che il tuo corpo
non ti facesse sempre pensare alla tua morte.
una giornata così
sarebbe un buon punto di partenza
o forse non sarebbe niente,
soltanto un po’ di sfogo all’impazienza.

 

 

49 Responses to Poesia del 14 febbraio

  1. mag il 14 febbraio 2006 alle 16:19

    Sei nel tuo periodo “Blu”?

  2. antonio sparzani il 14 febbraio 2006 alle 16:20

    grazie Franz, apprezzo molto. Anche senza gli ultimi due versi sarebbe stata molto buona. Ma non posso modificare le poesie degli altri..
    ciao Antonello

  3. Raffi il 14 febbraio 2006 alle 16:27

    Ho avuto un sussulto al pensiero di un corpo che ti faccia pensare, “sempre” per giunta, alla tua morte. Vorrei saper pensare alla vita anche davanti a un ramo rinsecchito.

  4. mag il 14 febbraio 2006 alle 16:46

    Duccio Demetrio nel suo libro “Autoanalisi per non pazienti” sostiene che la scrittura ha forte valenza terapeutica e che la narrazione del se’, come scavo, ha valore taumaturgico.
    Arminio, i casi sono due:
    o non scrivi o non scavi abbastanza.

  5. daniele il 14 febbraio 2006 alle 17:44

    sarà che sto leggendo DE LILLO, “rumore bianco”, ma credo che ARMINIO abbia interpretato al meglio l’esperienza della frenesia quotidiana e dei mezzi tecnici e tecnologici che stanno stravolgendo la percezione della nostra presenaza nel mondo. boh, a me è piaciuta!

  6. arminio il 14 febbraio 2006 alle 18:00

    interessante caro parziani la tua riflessione sugli ultimi due versi. la poesia è venuta giù di getto, ma il finale è frutto di una modifica. mi fa piacere che si senta la giuntura, il mio lavoro è tutto in trasparenza, non mi pare che sia il caso di scrivere con le tendine abbassate

  7. Giancarlo Tramutoli il 14 febbraio 2006 alle 18:56

    Bella, anche se, a me pare, che la forza della poesia c’è già tutta nei primi dieci versi. Dopo è come se rischia di indebolirsi allungandosi. Quello che viene detto poi, mi pare, sia già tutto implicito nella prima parte. Ciao.

  8. yara il 14 febbraio 2006 alle 19:09

    Visto che ognuno dice la sua, io farei così:

    posta elettronica: nessun messaggio.
    telefonino e telefono: muti.
    cassetta della posta: vuota.
    non ci sarebbe da preoccuparsi,
    sono ancora le dieci del mattino,
    a quest’ora la gente lavora,
    il mondo ti penserà più tardi,
    magari ti arriverà
    una lettera della banca,
    quelle che non apri mai

    [decidi: resti qui a scrivere e aspettare oppure esci nel paese gelato e stecchito. cosa stai aspettando? qualcuno che ti dica: senti ti vogliamo candidare, vogliamo un paesologo in lista, dillo che ti senti assai meglio di caruso il disobbediente (per non parlare di mastella e di rutelli), dillo che più di loro meriteresti il parlamento. ma non ti basta, stai aspettando altro, qualcuno che ti dica: il tuo libro è bello lo stampiamo immediatamente. e poi aspetti anche che ti chiami una donna, una soltanto, quella che non ti ha mai dato un bacio e che adesso ha cambiato idea: vieni qui presto, ti voglio baciare. a questo punto ci vorrebbe pure che il tuo corpo non ti facesse sempre pensare alla tua morte. una giornata così sarebbe un buon punto di partenza…]

    cioé la stamperei proprio così, con le [ ]
    troppo bello/facile copiare/incollare (è come cucinare)!
    complimenti!

  9. yara il 14 febbraio 2006 alle 19:10

    ma in corpo più piccolo il testo tra [ ]

  10. Sud il 14 febbraio 2006 alle 19:59

    MA siamo fuori, ragazzi?
    La poesia è ritmo, immagini e lavoro sulla parola.
    Questa non è poesia.
    E’ banale prosa spezzettata.
    Smettiamola d’essere opachi. Un po’di onestà, vi prego. Lo dico all’autore.

  11. arminio il 14 febbraio 2006 alle 21:13

    poesia o prosa non è importante. su questa mia scrittura spalancata forse converrebbe riflettere, ma l’impazienza, ricordava kafka, è un male capitale, e l’impazienza è nemica della riflessione.

  12. Nunzio Festa il 14 febbraio 2006 alle 21:31

    e la riflessione logora, chi non ne ha.

    b!

    Nunzio Festa

  13. temperanza il 14 febbraio 2006 alle 23:40

    bella

  14. temperanza il 15 febbraio 2006 alle 00:43

    E praticamente miracoloso (scusa l’OT egocentrico, Arminio) che io sia finalmente riuscita a commentare, non so se mi riuscirà anche domani perché qualche passaggio tecnico già me lo sono dimenticato, e dunque ti dico anche che sugli ultimi due versi sono perplessa anch’io.
    Sarei stata molto restia a dirlo a un altro poeta, ma tu, con la tua “spudoratezza” , smonti ogni autocensura del lettore.

  15. Giancarlo Tramutoli il 15 febbraio 2006 alle 09:06

    Credo che il poeta DEVE essere impaziente. Se comincia a riflettere… addio poesia. Sempre a mio modesto parere che peraltro a volte condivido. :-)

  16. mag il 15 febbraio 2006 alle 09:20

    a me invece disturba un po’ la visione umorale perchè è sempre la stessa, sulle stesse tematiche, mi dà una sensazione di immobilità e di incancrenimento emotivo.

  17. arminio il 15 febbraio 2006 alle 10:05

    eccomi qui a seguire la mia poesia. si lancia un segnale di avvistamento e se qualcuno risponde non si può far finta di niente.
    il problema dell’incancrenimento emotivo è importante, è un rischio che si corre sempre. quello no nriesco a far passare, almeno su nazione indiama, è questa faccenda della scrittura a guardia bassa. il poeta in fondo è uno che deve farsi colpire da tutto, da tutti senza mai gettare la spugna e sperando che poi ci sia anche qualcuno ogni tanto che gli deterga pietosamente il viso. in fondo siamo qui per cantare la ferocia e la meraviglia della nostra condizione, il resto conta poco

  18. Giancarlo Tramutoli il 15 febbraio 2006 alle 11:16

    ah, ora ho capito. Per Arminio il poeta (sulla via masochistica della beatificazione) è come Tognazzi (o era Gasmann?) in quella battuta nel film I Mostri (mi pare). Dove c’è il pugile che chiede al suo allenatore (dopo aver preso un sacco di mazzate, pesto e sanguinante e tumefatto): Come sto andando? Il mistergli risponde: Se l’ammazzi, siamo pari.
    Io invece, credo (umilmente), che il poeta le mazzate le deve dare, che dev’essere più marziale, nel senso (ovviamente) di Marziale: tagliente, epigrammatico, sarcastico.

  19. mag il 15 febbraio 2006 alle 12:15

    va bene Franco, pero’, se tu ti fai sempre ritrovare nella stessa situazione come dire…..catatonica……uno pensa che l’attenzione rivoltati in precedenza sia funzionale al mantenimento del tuo malessere.
    questo porta alla conclusione della funziona gattopardiana della scrittura.
    La forma della poesia m’interessa poco, mi colpisce cio’ che esprime.

  20. Sud il 15 febbraio 2006 alle 12:34

    Confermo il pensiero da me espresso prima… permettimi un consiglio.
    per me la lirica va ridotta così:

    decidi: resti qui a scrivere e aspettare
    oppure esci nel paese gelato e stecchito.
    cosa stai aspettando? qualcuno che ti dica:
    senti ti vogliamo candidare, vogliamo
    un paesologo in lista, dillo
    che ti senti assai meglio di caruso
    il disobbediente (per non parlare di mastella
    e di rutelli), dillo che più di loro
    meriteresti il parlamento.
    ma non ti basta, stai aspettando altro,
    qualcuno che ti dica: il tuo libro è bello
    lo stampiamo immediatamente.
    e poi aspetti anche che ti chiami una donna,
    una soltanto, quella che non ti ha mai dato
    un bacio e che adesso ha cambiato idea:
    vieni qui presto, ti voglio baciare.
    a questo punto ci vorrebbe pure che il tuo corpo
    non ti facesse sempre pensare alla tua morte.
    una giornata così
    sarebbe un buon punto di partenza

    forse suona meglio.

  21. arminio il 15 febbraio 2006 alle 12:34

    a tramutoli. ognuno prende la postura che preferisce o che gli è naturale. io di poeti che le hanno date non ne ho mai visti.

    a mag. direi che l’impazienza che mi domina è il contrario della catatonia. io parlo del mio malessere per parlare a quello degli altri.

  22. mag il 15 febbraio 2006 alle 12:47

    si chiama scotomizzare, ovvero guardare al malessere degli altri per non vedere il proprio, oppure come fai tu, al contrario, esporre il proprio per evidenziare l’altrui…insomma tutto un gioco di specchi deformanti, che alla lunga si annullano nella nebbia dell’assuefazione.
    Mesi fà ne scrivesti un altra piu’ o meno uguale.
    Il malessere degli altri cambia, vira, dall’intolleranza universale, all’intemperanza, alla noia, alla mania suicida, alla bulimia pulsionale…insomma qui ce n’è per tutti i gusti….se vuoi vengo e ti bacio io, ma sono convinta che scriveresti le stesse poesie.
    Ti bacio dopo aver cenato con bagna cauda…..vediamo se superi il limite.
    (i mangiatori di bagna cauda soffrono di solitudine)

  23. arminio il 15 febbraio 2006 alle 13:44

    caro sud
    non so. le poesie si possono modificare all’infinito o lasciarle così come vengono. però io continuo a pensare che l’impazienza è il cuore della faccenda.

  24. arminio il 15 febbraio 2006 alle 13:46

    cara mag
    certo che lo voglio il tuo bacio e anche un tuo telefono fisso. mi piacerebbe sentire la tua voce, sentire che c’è un corpo dietro questa macchina di pensieri che dispensi a tutti.

  25. Nunzio Festa il 15 febbraio 2006 alle 15:05

    non vorrei intromettermi, in questi scambi di battute fra Mag e Franco Arminio.
    però. vorrei solo ricordare a Tramutoli che la riflessione può durare anche un unico istante, magari velocissimo
    E che quello che ne viene fuori (parlando di scrittura) può nascere o non essere correllazionato a esso. Che, poi, scrvire di getto essere impazienti e così via, non penso voglia dire non riflettere; a volte è anche il contrario. Le cose geniali sono frutto d’impazienza e rabbia eccetera eccetera, ecceterina.

    b!

    Nunzio Festa

  26. buca_neve il 15 febbraio 2006 alle 15:12

    Non sono mai intervenuto in Nazione Indiana. Lo faccio adesso per sottoporre alla vostra attenzione dei miei testi. Prima però vorrei dire qualche cosa sulla poesia di Arminio.

    Dice di parlare del suo malessere per esprimere anche quello degli altri. Il punto è che lui scambia la sua impazienza per poesia. I versi in questione, in realtà, mi sembra che non esprimano nessun malessere. Ammettendo anche che questo malessere esista, non si è impresso nelle parole. La lingua è contro di lui.

    Vi invio una mia poesia che credo abbia una sua intensità, almeno pari al malessere di Arminio!
    E’ la prima di un gruppo di tre.

    I.

    Mi sospendo, non mi muovo (almeno nelle quattro dimensioni conosciute),
    quindi non mi trasformo.
    Stasi, stato stazionario dei prodotti cerebrali.
    Di questo ho bisogno.

    Concentro al massimo le trasformazioni del mio corpo.
    È un’esigenza totalitaria.
    Per questo abolirei la rotazione della terra,
    l’alternarsi delle stagioni,
    gli altri corpi che mi distraggono,
    l’espansione dell’universo.

    Ogni perturbazione nello spazio e nel tempo
    m’inibisce, mi sottrae.

    A questo punto della mia vita si tratta di capire chi la spunterà:

    il sapiens-sapiens
    o la fisica del carbonio.

    Ciao a tutti.

  27. Nunzio Festa il 15 febbraio 2006 alle 15:37

    pensi che basti dire un opinione per fare poesia?

    potrebbe anche essere. ma il risultato non è, in questo caso, dalla tua parte.

    b!

    Nunzio Festa

  28. mag il 15 febbraio 2006 alle 16:06

    Ah beh….di certo è frutto della mia inteperanza e impazienza tutto il casino che mi sono creata attorno :-)
    ad averlo pensato apposta non sarebbe venuto cosi bene.
    telefono fisso? perchè oltre all’ottundimento emotivo sei pure vittima di tirchiaggine?

  29. Sud il 15 febbraio 2006 alle 16:14

    Arminio
    “l’impazienza è il cuore della faccenda.”, così dici.
    Ma definiscimi cos’è per te l’impazienza. L’impazienza del dire non è la scrittura istantanea.
    Per me l’impazienza del dire è nel continuo limare del verso, perché sono impaziente di giungere all’espressione più vicina del mio essere.

    Scusami se mi firmo con nick.

  30. arminio il 15 febbraio 2006 alle 16:24

    a sud. ognuno di impazienza tiene la sua. per me l’impazienza è ripetermi che non può essere sempre così, non può finire così.

    a mag.
    né tirchio, né ottusa, fatti sentire e vedere senza armamenti, qualche volta.

  31. F.K. il 15 febbraio 2006 alle 17:17

    Felicissimo di ritrovare Temperanza tra i commenti. Bienvenida tra noi, Temp.
    Arminio, secondo me, è un purosangue. Lui scalpita, corre e vince.

  32. temperanza il 15 febbraio 2006 alle 17:41

    Ciao Franz, forse ce l’ho fatta.

  33. Un pellegrino capitato a Bisaccia il 15 febbraio 2006 alle 17:48

    Per capire a fondo Arminio occorre fermarsi a Bisaccia come a me capitò un anno fa. Vi giuro che molte cose saranno infine chiare.

  34. Clara il 15 febbraio 2006 alle 17:57

    Arminio, ricordo le tue letture funebri e silenziose.
    Clara

  35. ale il 15 febbraio 2006 alle 17:58

    No no, Mag è proprio così, la poesia è impazienza rielaborata, la voce non è corpo, e la forma è tutto. Ora ho buttato giù le mie sentenze, che però valgono solo per me e solo alle 17:57. Ammesso che siamo tutti sincronizzati.

  36. ale il 15 febbraio 2006 alle 18:01

    Infatti era :58 (tempo della nave), dunque dimenticate tutto.

  37. arminio il 15 febbraio 2006 alle 18:37

    chi è questo pellegrino?
    intanto tra uno sguardo e l’altro a ni
    oggi ho chiuso un importante lavoro. tra questo e il prossimo anno dovrebbero uscire quattro miei libri. forse allora non ci sarà bisogno di venire a bisaccia per capire.

  38. gianni biondillo il 15 febbraio 2006 alle 19:01

    Minchia, Armi’, 4 libri in un anno? Ci vuoi sbaragliare il mercato?
    ;-)

  39. arminio il 15 febbraio 2006 alle 19:08

    non ho incluso un paio un paio di libri con editori “locali”

  40. ale il 15 febbraio 2006 alle 19:26

    Fai sei libri in un anno? Complimenti!
    Io uno ogni sette. Anni. Ma non apposta (lo faccio).
    Ma poi c’è una legge?

  41. mag il 15 febbraio 2006 alle 19:40

    grazie Franco.

  42. mag il 15 febbraio 2006 alle 20:02

    Ale, sei sempre attento e gentile.

  43. arminio il 15 febbraio 2006 alle 20:38

    non faccio sei libri in un anno. domenica prossima compio quarantasei anni. scrivo da quando ne avevo sedici. questi libri me li porto dietro da tantissimo. adesso mi pare arrivato il momento di lasciarli andare.
    mag non capisco di cosa mi ringrazi.

  44. ale il 15 febbraio 2006 alle 20:47

    Ma sì, capisco benissimo, soprattutto per liberartene nel senso di non metterci più le mani, come diceva Calvino.
    E anche Peppino mio padre letterario. (Ungaretti.)
    Io scherzavo e quando ti trovo ti apprezzo sempre.
    Poi del resto dicevo che non c’è una legge.
    Io trentasette, piacere.
    Ciao Magda.

  45. mag il 16 febbraio 2006 alle 07:37

    Io 42.
    Mi piace guardare oltre le righe e ipotizzare umanità.
    Sono grata a quanti lasciano emergere dal sottotraccia forme di sensibilità che rendono grande ogni segno d’acume insieme all’autore che cosi si svela Uomo, grande anche per questo.

  46. alfonso amendola il 16 febbraio 2006 alle 10:45

    Mi è molto piaciuta la tua poesia, e mi piace omaggiarti con il Credo verso una tecnologia creativa ed immaginifica…
    J. Ballard: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la libertà dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli. Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati. Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione. Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentessa del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico. Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni. Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione. Credo negli organi genitali delle donne e degli uomini importanti, nelle posture di Ronald Regan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo. Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo. Credo nel nulla. Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta. Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica. Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudende lasciate nei bagni di motel malandati. Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statistici e ostetriche. Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo. Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto. Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro e nelle infinite possibilità del presente. Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Céline, Swift, Defoe, Carrol, Coleridge, Kafka. Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island. Credo negli odori corporali della principessa Diana. Credo nei prossimi cinque minuti. Credo nella storia dei miei piedi. Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi. Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione. Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli. Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione. Credo in Tokio, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, dealey Plaza. Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento. Credo nel dolore. Credo nella disperazione. Credo in tutti i bambini. Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto. Credo a tutti i pretesti. Credo a tutte le ragioni. Credo a tutte le allucinazioni. Credo a tutta la rabbia. Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni. Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce”.

  47. arminio il 16 febbraio 2006 alle 10:52

    caro alfonso
    grazie. ovviamente io non merito niente, faccio quello che so fare.

  48. ale il 16 febbraio 2006 alle 14:18

    Credo sia bello dire credo in questo modo. Poi ognuno può metterci i suoi … .
    Magda, ok, sarà, allora li porti strastrabene! (anch’io, del resto)
    Franco, ovviamente meriti di fare quel che sai fare e che è molto.

  49. stefano il 20 maggio 2006 alle 17:01

    Era da tanto che non fermavo a leggere le tue cose su nazione indiana..
    e me ne pento perchè leggere le tue cose è terapeutico per un altirpino, anche se sta lontano…
    mi raccomando, franco, la prossima volta che passi da Teora ricordati di chiamarmi… e voglio tutti e 6 i tuoi libri!!



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