Il discrimine

16 febbraio 2006
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di Francesco Pecoraro

berlusconipique.jpgLo so che tornare e ritornare sempre sulla stessa questione può alla fine darci la nausea.
Ma il “mistero del presente” non ammette scorciatoie, tollera male le sintesi affrettate, richiede una continua messa a punto delle argomentazioni, fino al rischio della noia.
Ritorno sulla questione del rapporto tra Berlusconi (inteso, più che come una persona, come un “Pacchetto operativo completo”) e gli intellettuali italiani.

A mio avviso il discrimine primario non passa tra destra e sinistra (che forse esistono più come affinità di cultura personale, come stati d’animo, che come vere contrapposizioni politiche, per non parlare di quelle di classe), ma tra coloro che vedono nel Pacchetto Berlusconi un regime in via di consolidamento e quelli che non percepiscono, o dicono di non percepire, questo pericolo.
Dico subito che io sono tra quelli convinti che il regime sia già in atto e si veda bene: per perfezionarsi gli manca solo una vittoria a queste elezioni, dopo di che saranno davvero cazzi amari.
Quello che fa veramente paura, in questa situazione, è una destra democratica che lascia correre, che ha assunto un atteggiamento corrivo, indulgente, che bada più ai vantaggi che da questa prospettiva gliene possono derivare, che sorvola sul vulnus per la democrazia.
Non mi rimetto a puntualizzare il concetto di regime: dico solo che per parlare oggi di regime non occorre che ci sia stata una marcia su Roma, le manganellature, eccetera: tutti sanno che, di questi tempi, quando si parla di regime ci si riferisce innanzi tutto all’informazione, ai media, dunque indirettamente alla cultura e all’opinione.
Il consenso non si ottiene con la forza, ma per via mediatica, eccetera.
Prima viene la televisione, che prepara il terreno, poi seguono le leggi.
C’è regime là dove si produce un tutto uniforme messo a sistema: tutto, da Iva Zanicchi a D’Alema, tende ad appiattirsi in un unico formato.
Uso queste categorie nel senso in cui le intende correntemente il pensiero oppositivo, ma eventualmente ci si può tornare sopra.
È (e sempre di più sarà) un regime che serve, innanzi tutto per fare quattrini, ad un numero ristretto di persone in reciproca sinergia berlusconica, a scapito degli altri, la maggioranza consenziente.
Il gioco è proprio questo: ottenere consenso da quelle stesse classi che stai sottomettendo.
Tutto questo, un sincero democratico di destra dovrebbe essere in grado di vederlo da sé.
E in effetti qualcuno c’è che lo dice, ma sono pochi, pochissimi e poco amati.
In proposito qualcuno ha anche parlato di eclisse dei valori borghesi, di fine della classe dirigente, eccetera.
Mi fermo qui, perché il terreno interpretativo della presa del potere berlusconiana è molto ampio e controverso.
In somma il sentimento di condivisione democratica dovrebbe attraversare trasversalmente lo schieramento politico, suscitando analoghe e basiche preoccupazioni sia a destra che a sinistra, ma questo non avviene.

Proseguendo nel ragionamento sul regime, si può aggiungere un dato ovvio e basilare: un regime mediatico usa strumenti innanzi tutto di tipo culturale, fa leva sul percepire e il percepirsi delle masse, crea ultra-mondi inesistenti spacciati continuamente come reali e si basa sulla massima estensione possibile del dominio mediatico.
Un regime narrativo (forse tutti i regimi lo sono) ha bisogno di molte televisioni, editoria, giornali, eccetera, da usare come mezzo di diffusione delle proprie narrazioni: non dico niente di nuovo.
Quello che occorre aggiungere è che per mantenere in efficienza questo apparato di produzione culturale, molto esteso e potente, c’è bisogno di intellettuali e infatti per esso lavora gran parte degli intellettuali italiani, di sinistra o no, ma soprattutto di sinistra.
Ne deriva di conseguenza l’apparente paradosso di un regime di destra che si basa oggi sul lavoro di intelligenze di sinistra, le quali non lo approvano e non lo votano, che ne parlano male e tuttavia lo tengono in piedi.
Al ristorante, giorni fa, al tavolo vicino al mio sedeva un gruppo di sceneggiatori (lo si capiva dai discorsi che facevano, dalle soap che nominavano) al lavoro per la fiction di Mediaset, e non solo.
A un certo punto queste persone hanno cominciato a parlar male di Berlusconi.
Dunque lui ha ragione, quando afferma che anche le sue televisioni sono “piene di comunisti”, ma omette il particolare decisivo: questi “comunisti” sono completamente sterilizzati e di fatto lavorano per lui.
Moltissimi intellettuali, scrittori, giornalisti, editor, autori di vario tipo e capacità, spesso senza avvedersene, vivono in questa contraddizione drammatica, che sta devastando la cultura italiana, rendendola schizofrenica, incrementandone il tasso genetico, già alto, di cinismo, svuotandola di scopi e capacità di analisi.
Il lavoro intellettuale non ha più, come un tempo, un ruolo collaterale e narrativo, ma costituisce in molti casi il materiale stesso del fare impresa, di cui è prodotto e merce, e contemporaneamente è territorio di conquista e obbiettivo di asservimento.
L’obbiettivo, ampiamente raggiunto, è la riduzione di ciascuna potenziale individualità ad un unico paradigma, rispetto al quale può esserci consenso o opposizione, ma sempre nei termini in esso previsti.

Con l’Impresa politico-economica di Berlusconi, intendendo con ciò l’intero Pacchetto, un intellettuale può collaborare direttamente o indirettamente.
Direttamente, cioè collaborando consapevolmente e in modo esplicito agli organi di informazione, giornali e telegiornali, lavorando in seno alle formazioni politiche e organizzative, negli uffici studi di partito, eccetera.
Oppure, indirettamente, scrivendo per le televisioni (se ne occupò qui Giorgio Vasta) di Berlusconi (ma anche per la RAI di Berlusconi), lavorandoci come tecnici, lavorando ad ogni livello nelle sue case editrici, pubblicando con esse, collaborando attivamente ai profitti economici, e soprattutto politici, di tutto ciò: contribuendo dunque alla ricchezza e alla presa del potere di un despota mediatico che vuole prendersi il Paese, che ha già cominciato a farlo.
Gli storici del futuro, narrando di questa stagione italiana, probabilmente diranno quello che oggi possiamo vedere bene anche noi.
Diranno di un’intera cultura messa a libro paga, di un’intera classe di intellettuali, di due o tre generazioni di operatori, a vario titolo culturali, che di fatto collaborarono attivamente – supplendo alle enormi carenze di una cultura di destra in realtà inesistente o quasi – alla costruzione e al mantenimento del soffice (fino a quando?) despotismo berlusconiano.
Parleranno di gente colta e onesta che sostenne col proprio lavoro intellettuale una classe al potere volgare e disonesta.
Di gente convinta del valore politico e civile di solidarietà e condivisione sociali, che per contro sostenne col proprio lavoro intellettuale una classe di arroganti, dediti esclusivamente al proprio tornaconto personale.
Di gente masochista che, con la propria attiva acquiescenza intellettuale, consentì il risorgere di nazionalismi e bellicismi, di fondamentalismi religiosi, di patriottismi potenzialmente aggressivi, senza di fatto alzare un dito.
È vero che tutti dobbiamo campare, ma ogni singola istanza personale, ogni giusta aspirazione al riconoscimento, anche economico, del proprio operare, sommandosi alle altre dello stesso genere, crea complessivamente quel fenomeno storico su cui noi stessi ci stiamo scervellando nel tentativo di comprenderlo.
Direi insomma che siamo da tempo, da almeno vent’anni, parte del problema.
Si può obbiettare che tutto questo è ovvio e risaputo.
Vero.
Ma purtroppo ribadire l’ovvio è diventato molto importante, a fronte di un potere la cui forza si basa in gran parte sulla negazione dell’evidenza, sulla costruzione di una realtà immaginaria e tuttavia condivisa – il comizio di Berlusconi trasmesso l’altra sera su Retequattro ne era un buon esempio.

(Foto: www.rhetorik.ch)

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35 Responses to Il discrimine

  1. Lorenzo Galbiati il 17 febbraio 2006 alle 12:05

    Io sono in gran parte d’accordo sulla SOSTANZA del pezzo, ma non su due punti non proprio marginali, che lei tratta in modo piuttosto vago.
    Eccoli.
    1. Come può esistere una Destra DEMOCRATICA “che lascia correre, che ha assunto un atteggiamento corrivo, indulgente, che bada più ai vantaggi che da questa prospettiva gliene possono derivare, che sorvola sul vulnus per la democrazia”?
    Mi scusi, con quale criterio attribuisce l’aggettivo democratica a una destra che sorvola sul vulnus per la democrazia? A me sembra una contraddizione piuttosto palese.
    La Destra è infatti rappresentata da un partito-azienda, che ha il preciso scopo di ledere le istituizioni democratiche a partire dalla giustizia, da un partito postfascista (che quindi non può vantare alcuna tradizione democratica) e da un partito con propensione al razzismo come la Lega Nord, ben rappresentata da Borghezio, quello che vorrebbe disinfettare tutti i vagoni di treno in cui si sono seduti degli extracomunitari, e da Calderoli, che in questi giorni gira con una maglietta con il disegno di Maometto in formato kamikaze. Sono loro i democratici? Non credo. Rimangono dunque i cattolici integralisti di Casini, che possono vantare un Buttiglione che afferma al Parlamento europeo che l’omosessualità è peccato. Sono loro i democratici?
    O forse – gliela propongo come soluzione alternativa – i veri democratici di destra, i veri liberali sono quelli che hanno rimpolpato la base centrista dell’unione, che sembra ormai un fronte democratico di liberazione dal regime piuttosto che una coalizione di centrosinistra?
    2. Quali sono questi famigerati intellettuali o giornalisti di sinistra che sostengono attivamente il regime? Scusi, eh, ma qui lei non si può esimere dal fare dei nomi. Ciò che a lei sembra ovvio a me non pare tale. E non le chiedo ovviamente i nomi di chi lavora per le case editrici, le assicurazioni ecc. di Berlusconi, perchè il regime si sostiene soprattutto con l’occupazione delle frequenze televisive nazionali, pubbliche e private. Vorrei proprio sapere quindi quali sono gli intellettuali di sinistra che propongono trasmissioni televisive a sostegno del regime, allo scopo di capire se questi intellettuali sono nelle tivù una minoranza tra chi ha il potere di influenzare in modo incisivo l’opinione pubblica – come penso io – oppure sono – come pensa lei – la maggioranza.
    Io credo, in definitiva, che il suo discorso sia ovvio solo se si considera la partecipazione attiva al regime da parte di molta gente di sinistra a livello economico e culturale (per i motivi che lei dice), ma non a livello dei principali strumenti di propaganda del regime, che sono appunto alcune trasmissioni televisive e, in piccolissima parte i giornali.

  2. fernando coratelli il 17 febbraio 2006 alle 12:29

    Anch’io sono d’accordo in linea di massima su ciò che ha scritto Francesco. Divergo, o meglio mi pongo un interrogativo su un punto della sua disamina. Quando dice che una parte della sinistra lavora per Berlusconi. Non so. Questa affermazione è rischiosa. Dire che degli intellettuali, dei dirigenti di sinistra lavorano per Berlusconi e indignarsi può essere giusto. (Certo bisogna analizzare e fare i nomi – mi viene in mente D’Alema che pubblica per Mondadori, certo.) Dire, invece, che i tecnici (una volta si chiamava classe operaia, oggi non credo sia più il termine esatto, ci sono però i precari e sono tanti) o gli impiegati o i cocopro o come diavolo li si vuole chiamare se di sinistra non dovrebbero dare la loro opera a Berlusconi, si rischia il paradosso – secondo me. Sarebbe come dire che chi lavora per la Nike si dovrebbe licenziare e fare la fame (attenzione non parlo di manager o dirigenti!), è come se nel passato si fosse detto che gli operai in quanto tali e comunisti non potevano lavorare per il padrone, questo per coerenza con il loro pensiero.
    Ecco perché non mi convince quel passaggio del tuo articolo, Francesco. Lavorando nell’editoria, domani può capitare a me di ricevere una proposta di collaborazione (pochi euro, eh! ma per me fondamentali) dalla Mondadori, che faccio, rifiuto? ;-)

    Fernando

  3. tashtego il 17 febbraio 2006 alle 12:35

    per ora non entro nel merito, ma:
    @ galbiati
    mi dia pure del tu.
    @fernando
    non c’è nessuna indignazione nel mio pezzo.
    a dopo.

  4. Lorenzo Galbiati il 17 febbraio 2006 alle 13:03

    Ringrazio in anticipo.
    Preciso: in riferimento al secondo punto da me citato, il mio tono non è ironico né la mia domanda retorica. Può darsi infatti che io non conosca fino a che punto molti intellettuali/giornalisti di sinistra siano implicati in trasmissioni tivù o giornali “di regime”. Da qui il chiederti di entrare nello specifico.

  5. Trespolo il 17 febbraio 2006 alle 14:05

    Ripropongo la domanda che mi ponevo qualche post fa snellendola e inserendo il concetto, che mi pare presente anche nell’articolo, di “professionisti dell’intelletto”.
    Parto dalla mia attività professionale: mi occupo di crittografia – mascheramento delle informazioni, per tagliare il concetto con l’accetta – e non andrei mai a lavorare per una nazione o per una società che opera per conto di una nazione che “non mi piace”.
    E’ una scelta difficile, molto, sia dal punto di vista morale, sia dal punto di vista economico, ma credo sia una delle scelte con le quali tutti i “professionisti dell’intelletto” devono convivere e con le quali fare i conti tutti i giorni. Non ritengo sia obbligatoria per tutti una scelta così netta, ci mancherebbe e ognuno è libero di fare ciò che preferisce, ma a me, scelte diverse, paiono sempre “aggiustamenti” mal riusciti; e a poco valgono, ai miei occhi, le motivazioni addotte.
    Sarò anche cinico, e probabilmente lo sono, ma alla fine si riducono solo ed esclusivamente a scelte economiche che nulla hanno a che vedere con il lavoro di un “professionista dell’intelletto”.
    E’ come se, visto che in Italia non considerano la crittografia o la considerano poco, decidessi di andarla a “vendere” a qualche nazione che la vuole usare contro l’Italia (scegliete voi quale), per il semplice motivo che pagano bene e lasciano spazio alla mia “creatività professionale”.
    Capisco le note di Franz, apparse in post precedenti, che giustifica il fatto che anche un “professionista dell’intelletto” debba mangiare e campare dignitosamente però a me il dubbio rimane e ho imparato che non esiste mai una sola alternativa.
    A questo punto la domanda che mi pongo è: una simile scelta vale solo per i “professionisti dell’intelletto” che operano in settori *sensibili*?
    E le altre “professioni dell’intelletto” (compresa la critica, la letteratura, la musica, la pittura, etc…), per il semplice motivo che non operano direttamente con settori *sensibili* devono essere emendate da tale obbligo morale (ed economico) o no?

    Buona giornata. Trespolo.

    PS: per evitare malintesi, quando utilizzo il termine *sensibili*, mi riferisco ad ambienti governativi e militari.

  6. F.K. il 17 febbraio 2006 alle 14:13

    Ho pubblicato questo pezzo anche perché, nonostante sia molto duro e per quanto mi riguarda non del tutto condivisibile, non ha un atteggiamento moralista, vivaddio, e nemmeno moralisteggiante. Questo per me è un ottimo punto di partenza.
    Non dice nulla di nuovo, il pezzo (lo stesso Pecoraro lo ha ammesso nelle sue stesse righe) ma, forse, è semplicemente uno spunto in più per interrogarci ancora una volta, e magari in maniera ancora più “globale”, sul rapporto tra intellettuali e potere. E anche il discorso su una certa parte certamente minoritaria della destra che fa Pecoraro lo trovo importante come spunto di partenza: chi l’ha detto che tutta la destra è uguale a se stessa, vale a dire all’immagine di regime che ci viene propinata così assiduamente, chi l’ha detto che tutta la destra è opportunistica e berlusconiana, o, se non altro, asservita per opportunismo al berlusconismo?

  7. marco v il 17 febbraio 2006 alle 14:22

    mi permetto, per la prima volta…

    http://vistocogliocchi.splinder.com/post/7196695

  8. Trespolo il 17 febbraio 2006 alle 14:47

    Sono andato a leggermi il post di marco v e, come scrivevo anche da lui, mi è partito un sorriso amaro.
    Non conosco l’età di marco v, ma posso immaginare quella di sua madre e, pur continuando a convivere con l’ottimismo, la disanima di sua madre mi pare, purtroppo, più che corretta.

    E allora la domanda che ripongo in modo diretto è: “Ma ‘sto *professionisti dell’intelletto* hanno o non hanno obblighi morali ed etici?”.
    Oppure li devono avere solo i *professionisti dell’intelletto* che non si etichettano come intellettuali?

    Mi piacerebbe capirlo.

    @Franz, fai benissimo a diffidare dal moralismo e ho sempre preferito lavorare con i “figli di puttana” che con i moralisti, ma sono anche convinto – fermamente convinto – che la conoscenza e la fortuna di aver avuto la possibilità di acquisire conoscenza, imponga – ai fortunati – alcuni obblighi. Primo fra tutti la coerenza.
    Non ne faccio una questione di soldi (sono ricco, per quel che può valere una simile situazione, e non mi crea alcun problema la ricchezza), ma di come uno si procaccia i soldi, con quali compromessi deve convivere e quante balle si deve raccontare la sera, prima di andare a dormire.
    Ognuno, alla fine, è libero di fare le scelte che preferisce, ma ai miei occhi la sua credibilità professionale e intellettuale è andata, fritta, bruciata. I leccaculo e gli opportunisti ci sono sempre stati, alcuni sono ancora in giro e continuano a sputare sentenze nonostante l’età e l’alzheimer incipiente, e sempre ci saranno; alla fine noi, *professionisti dell’intelletto* a vario titolo, dobbiamo solo decidere cosa fare: aggiungerci alla lista degli opportunisti o rimanerne fuori. Onori e oneri per entrambi da pesare attentamente. :-)

    Buona giornata. Trespolo.

  9. Carlo Capone il 17 febbraio 2006 alle 15:29

    Il dramma di questo Paese non è soltanto Berlusconi, ma anche la mancanza di una Destra, intendendo con questa una Destra liberale, che condivida con l’avversario i valori fondanti della democrazia. Io mi stupisco quando si confonde ‘questa’ Destra, populista e insofferente – e la si cita senza le opportune precisazioni – con la Destra liberale, storica o di stampo europeo. Una Destra, cioè, che nei momenti cruciali si offra garante e ad esempio accolga il consenso di Sinistra in funzione anti Le Pen. Ora una malattia virale si cura con anticopri adatti, insorgano essi spontanei o per inoculazione, ma se quegli anticorpi la destra italiana non li possiede, peggio, ne rifiuta l’inoculo, la prognosi del Paese sul lungo termine non può che dirsi infausta. Questo il vero pericolo, di cui Berlusconi è sintomo ma non causa.
    Ma il danno che ‘questa’ Destra procura all’Italia non si limita alle sue attribuzioni, esso lambisce e in alcuni casi inquina la Sinistra, che in assenza di un oppositore democratico ha dovuto caricarsi di azioni estranee al suo sentire – che è riformista, solidale, dunque di partito della spesa – come testimoniano le gravose politiche di bilancio dei 90 il cui spettro minaccia il responso del 9 Aprile.
    Gli esiti di questo duplice vestire, di una lacerazione che nessun Prodi potrà sanare, li abbiamo sotto gl occhi. I sondaggi della CDL saranno anche, come dire, sospetti, ma testimoniano un lento, progressivo guadagnare del Polo. Che a parer mio perderà, ma per il sospetto, alimentato dalla storia nostra, che la borghesia italiana – o una sua parte- chiami il dottore quando l’exitus è vicino, salvo sbarazzarsene appena l’ammalato assume il brodino. Due cucchiai e basta, però. Sano e in vigore sarebbe d’impiccio.

  10. ale il 17 febbraio 2006 alle 16:14

    Come se Prodi fosse (…).
    Comunque almeno parlare di destrE si può. Di sinistra veramente non so. (Io son di sinistra. Loro?) Ma lo dico con tristezza, davvero.

    Per stare “in topic” intanto Tash ha ragionissima, soprattutto sulla “sterilizzazione” espressiva, diciamo, dei “comunisti”: per dire, Paolo Pietrangeli (!!!!! Tanto “Giovanna ha due figli, è in pensione, chissà se ha visto il vestito da festa”, no?!?) fa “Amici” (di chi, porca troia? Di chi?), Guccini stampa con Mondadori. Vaffanculo! Non sarebbero piccole forme di lotta da fare? Per me sì e varrebbero più di un voto.

    Scusate, stavolta ho scritto disordinato/incazzato.

  11. ale il 17 febbraio 2006 alle 16:16

    (Ah, “comunisti”, è chiaro, nel senso che Francesco sa benissimo che intendo dargli.)

  12. tashtego il 17 febbraio 2006 alle 18:29

    Le tesi dei miei appunti sono molto semplici.
    In pratica dico che:
    1. in Italia è quasi inesistente una destra democratica, che sia capace di vedere la minaccia del Pacchetto Berlusconi;
    2. è quasi inesistente una cultura di destra;
    3. la nostra è una democrazia mediatica, come tutte le democrazie occidentali, che dunque fonda il formarsi dell’opinione pubblica sul contrapporsi di narrazioni diverse della realtà (cioè su quello che si chiama il “pluralismo dell’informazione”);
    4. attualmente Berlusconi possiede il controllo della grande maggioranza dei media, capaci con vari mezzi, di costruire realtà immaginarie;
    5. per costruire le realtà immaginarie che servono a Berlusconi servono “narratori”, cioè intellettuali con diverse professionalità;
    6. gli intellettuali di destra sono pochi e mal equipaggiati, dunque non riescono a coprire se non una piccola parte del lavoro da fare;
    7. la supplenza a questa carenza arriva dalla cultura di sinistra, la quale a tutti gli effetti, lavora per la destra come parte integrante della macchina narrativa berlusconiana;
    8. ciò toglie nerbo e forza ad ogni ipotesi di narrazione alternativa del mondo attuale e di noi che ci viviamo dentro, dunque toglie forza alla sinistra, disinnesca la lettura d’opposizione;
    9. dunque la macchina berlusconiana ha da anni sterilizzato l’intellettualità oppositiva mettendola al lavoro: è la logica del denaro;
    10. non solo, ma oggi in Italia chi vuole pubblicare finisce prima o poi col farlo per l’editoria berlusconiana;
    11. eccetera.
    Senza fare del moralismo, mi limito ad esporre una tesi che ci coinvolge tutti, o quasi, in quanto intellettuali operanti in vari settori: questa tesi può anche essere sbagliata, ma punta a riportare su un piano generale i termini della querelle sul “caso Berardinelli”.

  13. fernando coratelli il 17 febbraio 2006 alle 19:02

    Caro Francesco continuo a essere d’accordo con te, ma resto critico davanti a un’affermazione che hai fatto tu nel post, la riporto: “…lavorandoci come tecnici, lavorando ad ogni livello nelle sue case editrici…”
    Io non lavoro per nessuna delle sue case editrici, né per alcune delle sue televisioni, eppure conosco persone, ragazzi e non che lavorano come tecnici e redattori, come consulenti (non con alte responsabilità decisionali e intellettuale) o direi come collaboratori esterni precari – anche e grazie al governo D’Alema – con partita Iva che sbarcano il lunario per sopravvivere, davvero sopravvivere. Io sopravvivo grazie a alcune case editrici di sinistra che mi danno da lavorare, ma non nascondo che se domani Mondadori mi chiedesse una consulenza o un editing esterno io accetterei. E dormirei anche la notte, anzi dormirei un po’ più sereno perché forse ho racimolato la sussistenza mensile.
    Non credo che il mio atteggiamento – tutto teorico, per ora – equivalga a un ritiro sull’Aventino. Per anni ho fatto politica attiva, e chi come me l’ha fatta sa quanto sia complessa la realtà lavorativa, economica, sociale: soprattutto quanto sia difficile non cadere nell’utopia.
    Ecco perché dico di condividere la linea guida del tuo intervento (al pari di quello di Trespolo) ma mi muoverei con cautela quando puntiamo il dito sui corresponsabili del berlusconismo.

  14. cristiano prakash dorigo il 17 febbraio 2006 alle 19:35

    Leggendo l’interessante intervento di F, che condivido nella sostanza, sento che qualcosa, in me, non torna.
    Mi torna il discorso su berlusconi, sulla ragnatela talmente fitta da rendere difficile il restarne fuori; sulla sua capacità di comprare anche il dissenso e di averlo ammaestrato a tal punto da usarlo come modello di libertà nella quale ci si può esprimere come meglio si crede, anzichenò. Sono d’accordo anche sull’uso dell’intellettuale come modello di appiattimento intellettivo e sensoriale.
    Sono d’accordo, ma però.

    Premetto che non sono un intellettuale, e perciò quando ne parlo, lo faccio con grande libertà.
    Mi sembra che in questa visione delle cose, manchi la soluzione.
    Sembra quasi che, fatto fuori – in senso politico, che qua non si sa mai coi fraintendimenti e le querele che girano – berlusconi, si diventi tutti più liberi. Che gli intellettuali torneranno a raccontarci chi siamo, a suggerirci nuove prospettive, a spiegarci i pericoli corsi con la dittatura mediatica appena sconfitta.
    E che adesso ci sia chi dice no, ne va orgoglioso, ostentando anche l’onta di avere le pezze sulle braghe e di fare una dieta a pane e acqua per mancanza di contante.
    La libertà è di chi non lavora alla corte del re: tutti gli altri sono schiavi inconsapevoli.
    Un po’ la penso anch’io così, ma però.

    Sgombro il campo da equivoci dicendo che anch’io credo che senza berlusconi staremmo tutti meglio.
    Quello che non mi convince, è che questo stato delle cose, sia dovuto a lui. Mi sembra che tutto l’occidente viva una situazione analoga, anche se meno caricaturale.
    E che il mondo sia colmo di ingiustizie e disparità che se uno dovesse continuamente pensarci, non mangerebbe più dal rimorso.
    Quello che voglio dire è che corriamo il rischio di prendere un abbaglio, di trasformare il despota di turno in capro espiatorio e di credere davvero che senza di lui, saremmo felici e godremmo come forsennati.

    Ho forse semplificato e, temo, non sono riuscito a spiegarmi come avrei voluto.
    Volevo buttare là delle suggestioni non per confutare, ma piuttosto per incrementare la discussione e proporla, da un piano intellettuale, ad uno più esistenziale.
    Il re è nudo, nano e in malafede, ma non è la causa della mia infelicità.

    Cristiano prakash dorigo

  15. kristian betti il 17 febbraio 2006 alle 20:00

    Fernando, qualcuno dei berlusconidi (non ricordo se Lui in personcina) ha affermato in modo sprezzante che se anche vendesse Mondadori Libri, Einaudi, i giornali e le riviste che foraggia, Berlusconi non ne risentirebbe minimamente, per quel che riguarda l’utile d’esercizio complessivo del suo impero.
    Nonostante ciò, Berlusconi alla scrittura ci tiene – a differenza di quel che pensano i comunistacci: sospetto che provi un sottile piacere quando a fine mese firma le buste-paga degli intellettuali che lavorano per lui. Il fatto che alcuni tra essi possano vomitargli addosso il loro astio o mostrargli una fiera opposizione morale, significa solamente che le loro armi non ottundono abbastanza la corazza del potere che gli fa da schermo. Anzi, gli fan da pretesto per ispessirla ancora un po’, quella corazza.

    GUARDATEMI, IO LI PAGO E LORO MI OFFENDONO! (POI VENITE A DARMI DEL FASCISTA)

  16. F.K. il 17 febbraio 2006 alle 21:45

    Trespolo, a me lavorare con i figli di puttana non è mai piaciuto. A qualcuno di questi, in un non lontano passato, ho detto in faccia cosa pensavo di loro, e questo mi è costato caro.
    Ci tengo inoltre a dire questo: bisogna assolutamente distinguere tra moralismo (specie quello dell'”impotente che fa voto di castità” – facile, no?) e moralità. Io, senza falsa modestia, credo nella moralità. La moralità per me è un “tono”. Come si puo’ dire una stessa cosa con toni differenti arrivando, grazie alla differenziazione dei toni stessi, a dare messaggi diversi (perché il tono agisce sulla “ricezione” del messaggio), così si puo’ agire in un contesto o ambiente lavorativo (esempio non casuale le imprese berlusconiane) con toni diversi; in altre parole, non credo proprio che si possa mettere nello stesso calderone Fede e i Wu Ming. D’altra parte, però, se da un lato non so dire se accetterei un’offerta di quel gruppo (mi conosco, sarei capace anche di rifiutare davanti a una sventagliata di dollari) dall’altra non me la sento assolutamente di accusare quegli intellettuali che prestano il loro lavoro nelle aziende controllate dal cavaliere.
    Ora, il discorso che fa Tash puo’ non piacere in certi passaggi, ma certamente ci mette in qualche modo con le spalle al muro; e sarebbe buona cosa se ciascuno di noi cercasse di essere sincero, a costo di fare una “brutta figura”.
    Inoltre: un conto è fare il direttore de Il Giornale, un altro conto è scrivere di cultura per quello stesso giornale. Secondo me.
    Concludo: Carlo Capone a mio avviso ha messo un altro dito sulla piaga; non è che non esista una cultura di destra; altrimenti, potremmo così dire che gli intellettuali conservatori (esempio a mio avviso significativo Roberto Calasso) non esistono; e invece esistono, e in non pochi casi fanno molto bene il loro mestiere di intellettuali.
    La verità, secondo me, è che non esiste, nella CDL, una destra moderata di derivazione liberale (penso al vecchio PLI di Malagodi), e nemmeno una destra sociale svincolata dal liberismo selvaggio (penso a un MSI una buona volta ripulito da nostalgie fasciste). La destra italiana è tenuta in pugno da un industriale cavaliere del lavoro, da un populista ultraliberista amico dei neocon americani; tenuta così saldamente in pugno che ne ha strizzato tutto il succo; cosicchè dei cosiddetti valori della destra non ne è rimasto che il simulacro, o il vago ricordo.

  17. Trespolo il 17 febbraio 2006 alle 22:54

    Franz, sai cosa mi meraviglia di questi ultimi post che convergono tutti verso lo stesso argomento? Che pochi abbiano detto chiaramente che vincoli etici e morali esistono non solo per i “professionisti dell’intelletto” che, come me, lavorano anche per strutture *governative*, ma anche per i “professionisti dell’intelletto” che operano in TUTTE le professioni che hanno a che fare con la conoscenza.
    E’ emblematico il post di marco v, sul tema.

    Mi dici, nel tuo intervento, che Fede e Wu Ming non possono essere messi sullo stesso piano, ti rispondo dicendoti che non c’è nessuna differenza fra un idraulico che ripara il cesso a un dittatore, potendo evitare di farlo e conoscendo la sua posizione di dittatore, rispetto a un “professionista dell’intelletto” che, con la sega mentale del rompere il sistema da dentro (dal culo? ma quale?), va a prestare la sua opera e a far guadagnare denaro a una persona della quale non condivide gli ideali (e non è questo il punto nodale). Guadagnandone a sua volta.
    Da questo punto di vista c’è molta più coerenza nell’opera di Fede, che da sempre si è dichiarato d’accordo con Berlusconi, che in quella dei WM o dei D’Alema e di altri che, per calcolo economico (e sempre con la sega di prima) decidono di pubblicare e prestare la loro immagine a un avversario politico che odiano.
    In questo modo contribuiscono a restituire, all’avversario che odiano, un brandello di magnanimità e di tolleranza che, unito ad altri brandelli, contribuisce a ripulirne l’immagine e a renderlo presentabile. Ed è questo il punto FOCALE.

    Sarebbe anche ora che i “professionisti dell’intelletto” iniziassero a porseli questi problemi, non da poco, e che nulla hanno a che fare con il moralismo e molto con la sostanza.

    Dà fastidio la mia opinione? Francamente non mi crea alcun problema, ma dovrebbe crearne, ai “professionisti dell’intelletto”, la GRANDE mancanza di coerenza che dimostrano e continuano a dimostrare.
    Però sono bravi e devono avere una convenzione con qualche colorificio di grido: le loro facciate sono sempre imbiancate e intonse, mentre le mie sono sempre sporche; nonostante i vani tentativi di pulizia. :-)

    Buona serata. Trespolo.

  18. Trespolo il 17 febbraio 2006 alle 22:55

    Franz, condivido invece in toto la considerazione che fai sugli intellettuali di destra, ma sarebbe un off topic clamoroso. Rimando ad altro momento.

    Buona serata. Trespolo.

  19. Matteo il 18 febbraio 2006 alle 05:30

    Non capisco molto bene i “puntini sulle i” aggiunti riguardo lavoro degli intellettuali di sinistra in sostegno al sistema Berlusconi.
    Mi pare evidente che l’articolo non cerca di far ribollire le coscienze istigando sensi di colpa, ma piuttosto di esprimere una presa d’atto.
    C’è bisogno di ripetere che non c’è crimine nell’accettare un lavoro per Mondadori, che è normale, sacrosanto accettare un lavoro per Mondadori, ma che se il datore del lavoro è contemporaneamente il Presidente del Consiglio allora accettare quel lavoro diventa un modo, seppure involontario, di sostenere il regime? Non è abbastanza semplice?
    Chi oggi può pronunciare il grido Forza Italia senza provare un brivido lungo la schiena?
    Lo scippo dei gesti naturali (quindi delle libertà) è una caratteristica dei regimi.
    Così, insomma, fare il giornalista, lo scrittore, continuare a sostenere le proprie idee, fare semplicemente il proprio lavoro, può diventare automaticamente sostegno al regime, senza nemmeno dover fare scelte di campo. Prima eri così, oggi sei colì, e non è nemmeno dipeso da te. E’ una cosa stronzissima da mandare giù, una delle più stronze.
    L’atrocità del regime che viviamo, è racchiusa proprio nella colpa senza colpa degli impotenti, una colpa inaccettabile.
    Tuttavia è proprio lo sforzo degli intellettuali di recuperare dignità e di affermare indipendenza quando questa non esiste più a produrre la linfa vitale del nuovo regime.
    Alcuni commenti a questo articolo sono esempi fulgidi di quella colpa senza vera responsabilità, che, come un peccato originale, si vorrebbe lavare via con piccoli battesimi quotidiani.
    Purtroppo non si può, e infatti eccola qui ogni volta che qualcuno, con semplici parole, la stimola a tornare a galla.

    Inutile dire che sono totalmente d’accordo con te, Francesco.

  20. F.K. il 18 febbraio 2006 alle 10:22

    Vincenzo, a me la tua opinione, sebbene non la condivida, non dà alcun fastidio. Perché non mi dà fastidio la mancanza di ipocrisia. Mai.
    Eppure c’è qualcosa, appunto, che non condivido. Mi parli di un Fede “coerente”, come se la coerenza fosse una virtu’ assoluta. Si, perché se Fede è in qualche modo da ammirare, lo potrebbe essere soltanto se la coerenza, della quale egli è propugnatore ideale, fosse una virtù assoluta. Di assoluto, invece, non esiste nulla, nemmeno il “male”.
    Anche il Dottor Goebbels è stato coerente, molto coerente, e fino alla fine, fino al colpo di pistola risolutore. Un mostro di dedizione al suo capo. E non solo.
    Si, Vincenzo, perchè se tu paragoni Fede ai Wu Ming, io, senza spirito polemico (ti ho già detto che ammiro la tua mancanza di ipocrisia, oltretutto, che di questi tempi è davvero “grasso che cola”) paragono Berlusconi a Hitler.
    Infine, Vincenzo: io ho fatto l’esempio dei Wu Ming perchè eclatante, perchè ideale di un certo modo di procedere di una certa sinistra radicale che si sostenta coi soldi del nemico. Se ci riesce fino in fondo senza complessi di colpa, buon per loro; non ho nulla in contrario. Però, ecco, loro fanno letteratura, fiction; sono soprattutto le loro narrazioni quelle che, tutto sommato per una nicchia di mercato, incidono.
    Emilio Fede ha una “nicchia” di mercato di milioni di telespettatori e produce fiction spacciandola per realtà. E molti gli credono. Questa è la enorme differenza.

  21. stone il 18 febbraio 2006 alle 11:50

    kill your television

  22. Lorenzo Galbiati il 18 febbraio 2006 alle 15:49

    @tashtego
    ringrazio per il riassunto, benché senza nomi. io però insisto, bisogna fare dei distinguo, perchè altrimenti i tuoi punti 5, 6 e 7 risultano ingiustamente offensivi verso la cultura di sinistra. qual è infatti la compromissione degli intellettuali e dei giornalisti di sinistra con i principali strumenti di propaganda del regime?
    la tivù: le principali reti private hanno il tg4, il tg.com e il tg5 diretti da fedeli servitori di berlusconi, hanno matrix condotta da un astensionista dichiarato, hanno belpietro e del debbio, due del Giornale, a fare degli approfondimenti. aggiungi martelli e la pivetti. dove sono i giornalisti o gli intellettuali di sinistra al servizio del regime? c’è bisogno davvero di colmare l’inesistente cultura di destra negli organi di propaganda?
    si aggiunga che su la7 il principale strumento di approfondimento è condotto da giuliano ferrara (con la partecipazione succube della giornalista di liberazione, d’accordo).
    la rai: il tg1 è diretto da un berlusconiano di ferro, che in passato si è trovato contro quasi tutta la redazione per i suoi metodi a dir poco faziosi.
    il tg2 non ricordo neanche da chi è diretto ma è vicino alla lega se non erro. tra le trasmissioni di approfondimento c’è ancora mimun, poi moncalvo, la rosa… in passato c’era pure socci e un altro di cui non ricordo il nome. in ogni caso, tutti questi programmi, messi insieme, non valgono porta a porta di vespa, ormai diventato la terza (o la prima?)camera del parlamento….dove sono gli intellettuali e i giornalisti di sinistra?l’unico tg equilibrato, il tg3, non può far altro che giornalismo il più possibile neutro, perchè quando trasmette contestazioni a berlusconi, come quella avvenuta in tribunale a milano a opera di un cittadino che gli ha chiesto di farsi processare come tutti e gli ha dato del buffone (cittadino che per questo è stato chiamato in giudizio da berlusconi e che è stato difeso, come avvocato, dal figlio di Ambrosoli), subisce il commissariamento dagli organi di controllo del regime (ai quali si prestano, è vero, anche giornalisti di sinistra). l’unica eccezione consentita dal regime mi sembra ballarò di floris, che cmq non mi pare si prenda molti rischi nel fare denunce sulla crisi della democrazia in italia.
    credo che queste precisazioni siano necessarie. fare di tutta la cultura di sinistra un fascio che sostiene a diverso titolo il regime mi sembra una generalizzazione inaccettabile. un conto infatti è pubblicare un libro per einaudi, un altro è gestire una trasmissione televisiva di grande audience che parla di politica, lo sa bene santoro.
    @ f.k. @trespolo.
    tutti siamo coinvolti nel regime, ma a diverso titolo.
    dunque, provo ad identificare alcuni livelli di coinvolgimento.
    primo livello: tutti siamo consumatori e, in quanto tali, portiamo soldi al presidente – boicottare tutto ciò che è legato al regime si può fare, ma non fino in fondo, il regime è troppo diffuso:
    “il cittadino lavora nelle imprese del presidente, esce a fare la spesa nell’ipermercato del presidente pieno di prodotti pubblicizzati dal presidente, quindi torna nella casa costruita dal presidente e guarda le tv del presidente (madiaset o rai o pay tv). se non ne ha voglia si distrae con un libro o un disco editi dal presidente oppure sfoglia un giornale del presidente e sceglie fra teatri e cinema del presidente una commedia o un film prodotti dal presidente. la domenica va allo stadio a tifare per la squadra del presidente e d’estate fa un viaggio con l’agenzia del presidente…” (da un libro di claudio fracassi)
    secondo livello: chi lavora per le imprese del presidente come impiegato, senza reale potere. il tecnico luci di canale 5, per intenderci.
    terzo livello: chi decide di collaborare, per sua scelta, con le imprese del presidente, ad es. producendo un film per berlusconi o pubblicando un libro per mondadori (magari sostenendo che è questo il modo giusto di combattere il regime: svuotandolo dall’interno, come mi pare sostenga wu ming1 in alcuni suoi interventi; ipotesi che rispetto ma che non condivido)
    quarto livello: chi copre incarichi direttivi nelle imprese del presidente che non sono organi di propaganda. oppure: chi collabora agli organi di propaganda (giornali e tivù) pur non dedicandosi alla politica, anzi, magari in veste di voce dissenziente (sempre con la buona coscienza di svuotare il regime dall’interno) – anche se in molti casi si potrebbe obiettare che non facendolo non troverebbe lavoro, e questo in effetti può essere vero per chi lavora in tivù (nei giornali? no so).
    quinto livello: chi riveste, all’interno degli organi di propaganda, compresi in questo caso le trasmissioni di informazione e di politica di rai1 e rai2, l’incarico preciso di indirizzare le attività di controllo e di mantenimento del regime.
    queste sono solo mie opinabili opinioni, non definitive, dovute all’esigenza di provare a fare chiarezza.
    un saluto a tutti.

  23. daldivano il 18 febbraio 2006 alle 16:03

    Non c’è nulla di male, Franz, se chiamiamo le cose con il loro nome, secondo me, ovvero vizi privati e pubbliche virtù. :-)

    daldivano

  24. tashtego il 18 febbraio 2006 alle 16:55

    mi rendo conto di aver mescolato due temi, che forse andavano trattati separatamente: l’esistenza o meno di una destra democratica e il contributo della sinistra al grande dispositivo berlusconiano, che io vedo distinto sia dalla CdL che dalla destra-destra.
    @galbiati
    non voglio insultare nessuno, voglio solo richiamare l’attenzione sull’esistenza di un fenomeno che mi sembra porti in sé una specie di maleficio.
    quanto all’informazione: al di là di quelli che compaiono in video, dei direttori e capo redattori, le redazioni dei giornali e dei telegiornali sono zeppe di intellettuali e professionisti e collaboratori che quando vanno a votare fanno la croce sui simboli dell’opposizione.
    credo che, senza un potere di riferimento, oppure un potere a cui opporsi o da assumere direttamente, l’intellettuale come figura praticamente non esista: dunque è nomale che ognuno si scelga il suo.
    il nodo democratico, ovviamente, risiede nel pluralismo, cioè nella coesistenza, sia pure conflittuale di più poteri, di più fonti, di più narrazioni.
    senza pluralismo sono cazzi amari: se la maggior parte degli intellettuali deve lavorare per lo stesso padrone, la cultura, assieme alla democrazia, cominciano un processo di degradazione che le può condurre al collasso.
    ovviamente il problema di berlusconi risiede innanzi tutto nella concentrazione, mai vista prima, di potere economico-mediatico: lui politicamente non è nulla, la sua corporation invece sì.

  25. daldivano il 18 febbraio 2006 alle 17:58

    Tash, messa così sembra che un intellettuale oggi non abbia scelta, è vero quello che dici in merito alla concentrazione anomala, ma la scelta qualcuno se la può ancora permettere e le scelte di vita sono proprio quelle che ci fanno percepire una inconsueta dissonanza tra il detto e il fatto. Alcune Firme sanno che potrebbero aiutare a crescere economicamente (e quindi in visibilità), butto lì, piccole case editrici, c’è chi lo fa e chi non lo fa.

    daldivano

  26. lucianone freud il 18 febbraio 2006 alle 19:04

    mo’ m’arzo dar divano e vegno subbito, so lucianone freud er bisnipote der mago de vienna, cose de pazzi (roberto, vedi ar vibbrisse) cose dell’aspromonte (vedi calabbria).
    ciao

  27. tashtego il 18 febbraio 2006 alle 19:15

    sono prosaico: non dimenticherei che indirettamente stiamo parlando di soldi: soldi per berlusconi e il suo gruppo di serventi ai pezzi, soldi per i narratori di prima seconda terza fascia, e così via, soldi per i tecnici, e sopratutto soldi per il “blocco sociale” inchiavardato al Dispositivo berlusconiano, in cui pare si contino qualche milione di ricchi e nuovi ricchi o aspiranti tali.
    berlusconi non è destra in senso stretto, non gliene frega nulla della destra o della sinistra, dei comunisti, della democrazia, non gliene frega di niente: la sola cosa che interessa tutti quelli del Dispositivo è estendere potere e dominanza, non per il potere in sé, ma per fare soldi.
    quello che conta è questo obbiettivo: allearsi coi troskisti, o coi nazisti è indifferente, perché i berlusconiani al fondo sono indifferenti alla politica: l’unica cosa che per loro conta, che ha valore perché misura un essere umano, sono i soldi.
    prendersi il paese per far soldi per poter rifare le regole a proprio esclusivo vantaggio non senza distribuire briciole in giro: destra e sinistra non c’entrano, se non per il fatto che la melma sociale che vota questa gente è “naturalmente” di destra, capisce solo discorsi basicamente di destra e si incanta alle favole.
    chi gliele racconta le favole?

  28. mag il 19 febbraio 2006 alle 10:56

    Guai a chi canta le lodi di chi lo paga.

  29. claudio il 19 febbraio 2006 alle 15:44

    Nuovo regime. Rischio reale o allucinazione collettiva ?

    Prendo spunto dall’interessante testo di Francesco Pecoraro per fare alcune considerazioni.

    Un punto che vorrei subito chiarire è la troppa facilità con cui è stato usato il termine “intellettuale”. Un eccesso che infastidisce. Non conosco i parametri con i quali si possa giudicare un intellettuale ( e non mi sogno di stilarli) , certo è che definire intellettuali un “gruppo di sceneggiatori” di soap..beh.. è un poco esagerato. A mio avviso costoro non sono che operai specializzati del settore. Svolgono il loro lavoro all’interno della fabbrica dell’intrattenimento. Tutto il rispetto, ma che non si parli di intellettuali per cortesia.
    Comunque non è di questo che vorrei discorrere. A differenza di Francesco secondo me è più che necessario operare uno sforzo per descrivere e aggiornare il concetto di regime. E’ vero, quando si parla del regime attuale ci si riferisce innanzi tutto all’informazione, ai media e anche al concetto di consenso.
    “Il consenso non si ottiene con la forza, ma per via mediatica, eccetera.”

    La frase, di per sé dice qualcosa, ma troppo poco se davvero si vuole scomodare un concetto come quello di consenso.

    (E’ risaputo che ogni regime, anche quello democratico, si fonda sul consenso dei governati. Che poi questi vengano chiamati, classi subalterne, sottomessi o altro è un aspetto puramente ideologico. Così come si sa che spesso chi governa si arricchisce su chi è governato.)

    * * *

    A mio avviso quello che sta accadendo nel nostro paese è una vera e propria rivoluzione politica di cui non riusciamo a percepire che lontani riflessi. Riflessi che tuttavia ci accecano e ci impediscono di vedere con chiarezza. Forse si tratta di un rischio reale o di una mera allucinazione, vale comunque la pena analizzare meglio alcuni passaggi.

    Partiamo da un dato basilare.
    Se regime è, si tratta di un regime mediatico. Su questo credo siamo tutti d’accordo.
    A questo punto bisogna porsi delle domande.
    Il concetto di CONSENSO che conosciamo, può applicarsi anche in un cosiddetto regime mediatico ?
    Più in generale, le categorie, i concetti, le procedure tipiche della politica classica rimangono le stesse in un regime mediatico? Possiamo traslare i loro contenuti senza che questi subiscano alcuna modifica ?
    Se nella monarchia/dittatura troviamo il suddito e nella repubblica/democrazia il cittadino, cosa accade al governato nel regime mediatico ?

    Detto molto semplicemente, c’è il rischio che gli strumenti della scienza politica classica possano non essere sufficienti a far chiarezza. Non so, ma è come se il potere abbia sviluppato tecniche all’avanguardia rispetto a chi questo potere è costretto a subirlo, e quindi a contenerlo (ma forse il potere in quanto tale è sempre all’avanguardia ..)

    Non intendo rispondere a tutte le questioni sollevate, ma cercherò di delineare brevemente quello che penso.

    1. La rivoluzione che sta sconvolgendo il sistema politico italiano non ha precedenti o esempi nel resto del mondo. Esistono numerosi dittatori e governi più o meno autoritari sparsi nei cinque continenti, ma di questi regimi nessuno ha le caratteristiche di quello che si sta delineando in Italia.
    Il nostro attuale Presidente del Consiglio, com’è noto è uno degli uomini più ricchi del paese e controlla direttamente o indirettamente i maggiori mezzi di informazione. Già questo dovrebbe allertare il mondo libero (è risaputo che l’Italia ha visto sciogliersi come neve al sole le forze di una legittima Destra liberale), tuttavia non è questa la sua peculiarità. La sua specificità risiede nel fatto che costui non proviene dal mondo della politica o dell’industria pesante ( vedi gli amici Putin e Bush), non conosce affatto le regole della politica, mentre è un grandissimo professionista nell’ambito delle televisioni commerciali. Che bisogna sottolineare, è la base su cui ha iniziato a costruire il suo impero.
    2. Dire regime mediatico non è del tutto corretto. Di fatto non chiarisce la situazione, anzi alla lunga finisce per creare confusione. Sarebbe bene iniziare a parlare di REGIME COMMERCIALE o “di mercato”. Questo non significa che i media escono dal gioco, tutt’altro. Solo che con la nuova categoria risulta più facile e naturale rispondere a certe domande.
    Vediamo:

    Se il concetto di CONSENSO ha ancora senso in un regime mediatico, non lo ha più in un regime commerciale, dove tende ad essere sostituito da quello di CONSUMO.

    Il governatore, dittatore, despota che vive ancora nel regime mediatico, non è che il produttore/prodotto del regime commerciale. La sua non sarà più una campagna elettorale, bensì una campagna pubblicitaria. Qualcuno potrebbe irrigidirsi e affermare a gran voce: Ehi, ma questo non è che una parodia del sistema di mercato capitalistico-consumistico.
    In effetti la rivoluzione in atto non è che l’ennesima fase di trasformazione del tessuto politico otto-novecenteso in un tessuto che potremmo chiamare effettivamente capitalistico-commerciale.

    Tessuto nel quale le regole del mercato hanno definitivamente preso piede anche nella vita politica. Si tratta dunque di osservare come i vari soggetti politici rispondono al variare dell’ambiente circostante. Come e quali rischi si corrono a fronte di un tale stravolgimento di mentalità.
    Per quanto riguarda i governati, essi cessano di essere appunto dei governati – sudditi o cittadini – acquisendo il nuovo ruolo di CONSUMATORI.
    Il giochetto non è scevro da rischi abominevoli. Il suddito del peggior tiranno ha sempre la possibilità di ribellarsi e di non accettare la sottomissione, il consumatore non ha questa opzione. Egli perde la possibilità di prendere scelte puramente politiche, si limita a consumare o non consumare, non conosce il significato del termine opposizione. Ci si può opporre a un consumo ? Forse questo sarà il futuro di quella che ora si chiama “lotta politica” e che sporadicamente, ma sempre più spesso vediamo concretizzarsi nei vari appelli al sabotaggio di determinati prodotti. La stragrande maggioranza però ancora non riconosce dignità di lotta legittima e soprattutto di lotta politica a questa azione. In effetti non sarà facile abbandonare le vecchie forme di lotta, ma dovremo adeguarci in fretta, visto che il potere commerciale s’è da tempo lasciato alle spalle certe dispute novecentesche.

    La maggioranza politica tende a connotarsi come una situazione di monopolio nel mercato, la competizione politica si confonde sempre più con la competitività commerciale (analisi tutte da approfondire)

    Sorgono necessariamente quesiti di non facile soluzione, esempio:

    Come si attua un colpo di stato in un regime siffatto ?
    Di che natura e grado è la libertà di ogni individuo-consumatore ? Quali fattori ne determinano l’ampiezza e la forza ?
    Che ruolo e funzione ha la memoria storica in un regime in cui regna il consumo ?
    Il consumo produce storia ?

  30. magda mantecca il 19 febbraio 2006 alle 20:02

    Caludio
    le tue sono domande retoriche e provocatorie alle quali rispondo molto volentieri.
    Molto articolata come analisi e piuttosto vera, non sono del tutto daccordo sull’immagine che dai di questo neocolonialismo capitalistico, per il semplice modito che rispecchia l’Italia o meglio il mondo degli anni 80, non quello odierno.
    Adesso i governi che puntano la loro stabilità sul sistema capitalistico legato ai consumi, partono perdenti, per il semplice motico che negli ultimi 5 anni c’è stata una vistosissima inversione di tendenza sugli stili di vita del cittadino globale, data la caduta abissale dei consumi materiali e l’apparente aumento dei servizi.
    Esistono delle forze politico economiche ancora in forma tribale, che noto strutturare i rapporti economici con metodi medioevali, ossia con lo scambio di favori….l’antico baratto.
    Non è un buon segno, anche se puo’ essere un momentaneo paravento alla disfatta del capitalismo.
    perchè un sistema che si alimenta ormai a forza di scambi bellici, istallando un regime mediatico, speculando e ormai non avendo piu’ nessuna credibilità produttiva, è in cancrena , destinato a breve esaurimento.
    Fortunatamente esistono settori economici mai sfruttati adeguatamente, ma che richiedono classi imprenditoriali e politiche di ben altra levatura.
    mi riferisco al sitema turistico, culturale, paesaggistico, specialmente in Italia.
    per il resto è necessario un colpo di stato, culturale ovviamente.
    intanto va istituita una forma di governo superpartes che stabilisca dei criteri minimi con i quali si possa accedere a cariche pubbliche, e questo deve esulare dal sistema partito.
    Diventare un politico deve diventare una fatica tale, da essere equiparato ad una qualsiasi altra carriera dirigenziali paragonamibile per volume economiche, umane ad uno Stato, perchè il politico si occupa di 50.000 milioni di “cittadini”.
    quindi, preparazione economica ineccepibile, culturale, geopolitica, finanziaria, diplomatica, e grande carisma umano e da leader.
    una preparazione che implicherebbe almeno 15- 20 anni della propria vita.
    Immediatamente si applicherebbe una soglia talmente faticosa da inibire i berlusconi della situazione cioè tutti.
    l’individuo non ha libertà in stato di regime, la maggiorparte va guidata un po’ con la forza versi i cambiamenti,…..algi altri si puo’ spiegare con le adeguate motivazioni.
    l’ampiezza è data dalla diffusione autonoma dell’informazione e la forza è data dall’autorevolezza degli argomenti e dall’autorità di chi li pone.
    la memoria storica puo’ essere importante ma siccome questo momento non ha precedenti, la storia non serve, serve piu’ operare sulle singole prese di coscienza della nuova inedita e pericolosa situazione.
    il consumo per definizione non produce storia ma oblio.
    se cosi non fosse non si ricreerebbero consumi fittizzi per bisogni inesistenti.
    gli intellettuali non sono coloro che si occupano della cultura, nemmeno gli insegnanti di filosofia, tantomeno gli opinionisti del regime ufficiale che si definiscono giornalisti ma che potrebbero fare i giornalai tanta è la loro similitudine per lo spirito mercenario che li accomuna alla carta stampata.
    l’intellettuale, secondo me, è colui che, utilizzando la propria attitudine, lungimiranza, acume, sensibilità, con gli strumenti che possiede, che possono essere i piu’ svariati, dal pennelo alla penna, dal pixell al pulpito, dalla toga alla divisa, producano nel sistema in cui vivono, Grandi e significativi cambiamentui di senso tali da apportare variazioni di orientamenti , mentalità e concezioni, su scala universale.

    questo passa alla storia, non certo il cosumo.
    l’intellettuale è eterno, il capitale è corruttibile.

    grazie

    magda

  31. Trespolo il 19 febbraio 2006 alle 23:40

    @Franz: i “professionisti dell’intelletto” che, non condividendo le opinioni politiche del loro datore di lavoro (e questo è il punto) si prestano per contribuire a ripulirne l’immagine, commettono l’errore peggiore che un “professionista dell’intelletto” possa commettere: farsi usare!
    Il resto, almeno per l’approccio personale che ho sempre con questioni simili, è solo un ammasso di fandonie.
    Vorrei comunque evidenziare un aspetto: questo vale sia per i “professionisti dell’intelletto” che prestano la loro opera a Berlusconi, sia per quelli che la prestano a De Benedetti: non c’è alcuna differenza se non ne condividono le idee.
    E un simile agire è tanto più grave tanto più è stato fortunato il percorso che li ha portati a diventare “professionisti dell’intelletto”. Più grave perché, in quanto “professionisti dell’intelletto”, hanno molti più mezzi e metri di giudizio delle persone “normali” e dovrebbero utilizzarli e non sfruttarli.

    Personalmente mi fanno ridere i “professionisti dell’intelletto” alla Santoro che, prima sbandierano il terzo polo televisivo e poi, per evitare di doverci mettere il proprio culo (traduci in DENARO), preferiscono un sano contratto miliardario e la polemica buona per tutte le stagioni.
    Possiamo continuare a giustificarli in tutti i modi e con tutte le più belle frasi retoriche che la letteratura possa inventare, ma non otterremo mai di farli diventare quello che non sono: persone coerenti.

    Per quanto riguarda invece la polemica del dominio mediatico sono un po’ perplesso. Vedo di chiarire le mie perplessità partendo da una constatazione che prendo per buona: in Italia la comunicazione televisiva è controllata da RAI e Mediaset. Bene, cioé male.
    Però, e c’è sempre un però, non riesco a capire come mai la “struttura economica” di “sinistra” (scusate l’abuso delle virgolette, ma sono termini forzati e che da soli meriterebbero un’enciclopedia) non abbia mai, con le risorse economiche che ha a disposizione (vedi tentativo di scalata a BNL) pensato di aprirsi un’alternativa.
    Mi suona strano quando ci penso anche perché: le teste a disposizione ci sono (è vero o non è vero che la maggior parte dei “professionisti dell’intelletto” si professano di “sinistra”?), le capacità tecniche si comperano sul mercato e non mancano, i soldi nemmeno. Parrebbe un ragionamento logico ed è uno dei settori che, assieme alla sicurezza e allo sfruttamento delle fonti primarie (leggi acqua), ha le migliori prospettive di crescita per il prossimo decennio (fonte IDC, Gartner, Forrester Research e altri).

    Sarà anche un dubbio barbino il mio e che esce dalla testa di uno che fa impresa da 23 anni ed è portato a ragionare in quei termini, ma proprio non riesco a capire il perché. Mi sfugge.

    O forse è molto più comodo continuare la strada del lamento per poter continuare a dire: “Avevo ragione io?”.
    Ovvio che non mi riferisco alle persone presenti, ma al sistema che in Italia si definisce di “sinistra”, però mi concedete che trovi quanto meno strano un simile atteggiamento?

    Buona notte. Trespolo.

  32. F.K. il 20 febbraio 2006 alle 13:36

    Messa la questione in questi termini (grazie per le precisazioni) sono sostanzialmente d’accordo con te.

  33. tashtego il 20 febbraio 2006 alle 15:46

    La definizione di intellettuale come “professionista dell’intelletto” non ne individua la principale funzione sociale, che è sempre stata quella di usare il rapporto conflittuale tra il potere e le masse per frapporvi le sua capacità narrative (in senso largo), per consigliare, indirizzare, programmare, convincere, imbonire, informare, narrare in senso proprio, eccetera. Ma anche per esercitare opposizione e critica, ove possibile.
    Il prodotto intellettuale, (forse con la sola eccezione del “puro” intrattenimento) non è capace di esistere per sé, di auto sostentarsi, ma ha sempre bisogno di un potere politico/economico esterno a sé cui appoggiarsi e dal quale essere in qualche modo garantito. L’intellettuale difficilmente sopravvive, come figura attiva e incidente, senza un’appartenenza.
    Se questo è vero, allora ogni affermazione sulla necessità dell’intellettuale di esercitare la propria funzione nella libertà e nell’indipendenza, è viziata all’origine, perché si presenterebbe come un “dover essere” senza riscontro fattuale.
    Di fatto la maggior parte degli intellettuali, per come la vedo io, presta la propria opera in condizioni di dissenso, parziale o totale, rispetto al committente/datore di lavoro.
    In questo quadro è rilevante l’entità dello stato di dissenso, che se diventa molto alta, genera una sofferenza, una frustrazione, contraddizioni e senso di impotenza di cui alla fine soffrono i prodotti, che sono l’unica cosa che conta.

  34. mag il 20 febbraio 2006 alle 16:10

    diciamo schizofrenia

  35. Alessandro Canzian il 20 febbraio 2006 alle 19:19

    Perché Nazione Indiana non promuove una “consultazione” (non so come altrimenti chiamarla) e invita gli autori che, detestandone e avversandone l’azionista di maggioranza, si ritrovano comunque a pubblicare con Einaudi, Mondadori, Piemme, Sperling & Kupfer etc.?
    Finora si sono espressi solo i Wu Ming. In sostanza, loro dicono che vale la pena resistere dentro le strutture (parlano nello specifico di Einaudi, parlando anche della storia e dell’identità di quella casa editrice), cercando di costruire o almeno rendere possibile il post-Berlusconi. Altre prese di posizione non ne ho viste.
    Stavo dicendo: perché Nazione Indiana non invita a scrivere un’analisi della situazione e una spiegazione del loro progetto culturale (li cito alla rinfusa scorrendo il catalogo Einaudi in pdf) Marco Paolini, Moni Ovadia, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Dario Fo, Paul Ginsborg, Vittorio Foa, Marco Revelli, Rossana Rossanda, Paolo Flores D’Arcais, Carlo Lucarelli, Alberto Asor Rosa, Sebastiano Vassalli, Niccolò Ammaniti, Sergio Luzzatto, Giorgio Boatti, Ivano Fossati, Enzo Jannacci, Andrea Bajani, Mario Rigoni Stern, Giuseppe Vacca, Antonio Pascale, Sandrone Dazieri, José Saramago, Marco Lodoli, Mario Perniola, Francesco Guccini, Loredana Lipperini, Vincenzo Cerami, Carlo Formenti…?
    Non ne verrebbe fuori una fantastica inchiesta?



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