La lingua provvisoria

20 febbraio 2006
Pubblicato da

mg1287gen06.jpgDi Andrea Inglese

Giacomo Sartori ha pubblicato su NI una risposta a un articolo di Massimo Rizzante, sottolineando i diversi ostacoli contri i quali urta il romanziere italiano, condannato ad una lingua e ad un paesaggio culturale determinati. Vorrei estendere questo dialogo all’ambito della poesia. Ma anche mostrare un particolare approccio a quella lingua sui generis che è la lingua di “traduzione’.

La traduzione come critica della cultura
In un articolo del 1947 apparso su “L’Unità” (1), Pavese ripercorreva le ragioni della propria e della altrui attività di traduttore, svoltasi nel decennio dal Trenta al Quaranta, durante il fascismo. In poche pagine, egli chiarisce non solo l’esperienza circoscritta dell’intellettuale antifascista in lotta sorda contro il regime, ma fornisce una chiave di lettura più ampia per comprendere l’esigenza di tradurre letteratura in circostanze storiche che si possono ripresentare in luoghi e tempi diversi.

L’avvicinamento a Dos Passos o a Melville permetteva di fare breccia nella gretta e soffocante cultura fascista, acquisendo una più ampia e libera visione delle cose. Tradurre, in quel caso, significava innanzitutto tradire i propri miti di romanità, di italianità posticcia, rompendo il guscio di un’identità asfittica. Ma come ben sottolinea Pavese, l’esperienza della traduzione non si è mai limitata ad uno spostamento d’attenzione verso l’altra cultura, quasi che fosse sufficiente adeguare il proprio pensiero e linguaggio a quello di scrittori stranieri per liberarsi dalla miseria intellettuale dominante nel proprio paese. Uno dei paradossi della traduzione emerge qui immediatamente: si traduce l’altro per poter meglio comprendere se stessi. E l’urgenza di tradurre, comunque, implica in un primo momento un’insoddisfazione, se non addirittura un rifiuto nei confronti della propria identità.

Questo vale, ovviamente, per il traduttore, ma vale anche per coloro che fruiscono della sua traduzione. Nel caso che qui consideriamo, si tratta di tutti quei lettori italiani che formarono il proprio gusto e la propria visione del mondo anche sui libri tradotti da Pavese, Cecchi, Vittorini, e altri, durante gli anni Trenta. La traduzione letteraria, quindi, se fosse necessario ricordarlo, non risponde né a un semplice bisogno di aggiornamento che il pubblico dei lettori può avere nei confronti delle opere di un’altra cultura, né alle esigenze che un’educazione disinteressata del gusto imporrebbe ad un consumatore zelante di prodotti estetici. Non si può infatti ragionare sulla traduzione senza ragionare, contemporaneamente, sulla funzione dell’opera letteraria. Ed è proprio ciò che Pavese fa nel suo articolo: “Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti” (2). Siamo ben lontani qui da quell’atteggiamento oggi assai diffuso, che si nutre della letteratura e dell’arte statunitense con morboso esotismo, cercando oltreoceano l’ultima novità sul piano dello stile o del tema. E siamo ugualmente distanti da preconcette diffidenze, di carattere politico, che intervengono a turbare un lucido interesse per una cultura diversa.

Il fatto è che Pavese non considerava la letteratura nordamericana esclusivamente in termini di merci editoriali, ossia di prodotti finiti da consumare e assimilare acriticamente, bensì come strumenti che si prestano ad un uso autonomo da parte del traduttore e del lettore italiano. Il linguaggio degli scrittori statunitensi era un nuovo linguaggio per parlare della realtà degli Stati Uniti, ma richiedeva, nel contempo, che il traduttore elaborasse un nuovo linguaggio italiano, capace di aprirsi, a sua volta, alla comprensione della realtà italiana. Questo era il movimento complesso innescato dalla fascinazione del giovane Pavese nei confronti di Dos Passos o della Stein. Nella letteratura nordamericana più recente, Pavese scorgeva il risultato di un lavoro compiuto attraverso un secolo e avviato da scrittori quali Whitman o Twain. Questo lavoro consisteva nello “sforzo continuo per adeguare il linguaggio alla nuova realtà del mondo, per creare in sostanza un nuovo linguaggio, materiale e simbolico, che si giustificasse unicamente in se stesso e non in alcuna tradizionale compiacenza” (3).

Se dunque la funzione della letteratura è quella di adeguare (4) incessantemente la lingua materna alla complessa e dinamica realtà del mondo, appare evidente come due siano le principali direttrici entro le quali il letterato si muove. Egli ha disposizione una profondità storica, che gli permette di sfuggire i confini sclerotizzati della lingua attuale, ritessendo i fili della tradizione e traendo linfa dal suo patrimonio semantico e sintattico. Questo arretramento nel passato corrisponde, in ultima analisi, ad un ritrovamento di sé nella forma dell’alterità temporale. L’eredità sommersa delle parole riemerge nella forma estranea dell’inattuale. La tradizione è costituita da un susseguirsi di scoperte, così come la memoria umana – ormai sappiamo – implica un’incessante attività d’invenzione.

D’altra parte, il recupero del passato non è immune da pericoli. La tradizione può alimentare il discorso letterario, aprendolo alla inesauribile ricchezza storica della lingua madre, ma può anche inibirlo, condannandolo alla ripetizione di stereotipi letterari un tempo fecondi e influenti. Assistiamo in tali casi ad un rimedio che è peggio del male: per sfuggire all’usura e alla banalità della lingua ordinaria, il discorso letterario, e specialmente quello poetico, si trincerano nel proprio sottosistema linguistico, esasperandone gli aspetti inattuali e distintivi. In questo modo, però, pur garantendo alla parola poetica la sua distanza nei confronti della parola comune, la poesia non è più in grado di dire nulla sulla vita, in quanto quest’ultima è stata esclusa dal raggio della sua indagine. È a questo punto che si rivela indispensabile l’altra direttrice lungo la quale procedere in vista di un rinnovamento della lingua, quella geografica. L’alterità spaziale, ossia culturale e linguistica, fornisce infatti allo scrittore un orizzonte ulteriore rispetto al quale misurarsi con i propri strumenti. Il passaggio attraverso un’altra cultura diventa il modo più diretto per riconquistare un contatto nuovamente libero con il mondo. Le parole dell’altro, dello straniero, mi permettono di comprendere con maggiore estensione e precisione la collocazione dei fatti e delle cose che riguardano la mia vita.

Abbiamo visto, citando Pavese, come questo attraversamento delle frontiere linguistiche e culturali possa rivelarsi decisivo se si proviene da una cultura artificialmente congelata, come nel caso di quegli scrittori ed intellettuali che hanno vissuto o vivono sotto il controllo di regimi totalitari. Laddove la cultura di regime tende sistematicamente all’occultamento di alcuni aspetti della realtà, il contatto con una cultura diversa, in grado di evolversi in modo sufficientemente autonomo dal potere politico, permette di riappropriarsi di una libertà di parola impensabile nel contesto d’origine. Tutto ciò, ovviamente, è reso possibile dalla traduzione. Ma questo vuol dire, innanzitutto, che non è sufficiente accedere semplicemente al testo originale, in virtù delle proprie competenze linguistiche. La lettura dell’originale, senza dubbio, perviene ad un primo e importante spostamento di prospettiva, rispetto alla propria posizione originaria. Il passo decisivo, però, si realizza solo compiendo un lavoro di traduzione. Da un lato, è infatti evidente che il rinnovamento linguistico e concettuale deve poter diffondersi ben al di là di una ristretta schiera di letterati in grado di comprendere delle lingue straniere. Dall’altro, la traduzione è necessaria, in quanto implica un lavoro sulla propria lingua, al di fuori del quale il contatto con un’altra cultura non produrrebbe gli stessi effetti incisivi e permanenti sulla cultura d’appartenenza. Uno dei momenti culminanti degli sforzi che un letterato realizza per adeguare il linguaggio alla realtà, si rivela essere, quindi, il lavoro di adeguamento di una lingua ad un’altra, di un testo ad un’altro, ossia la traduzione.
Chiarito questo punto, appare anche evidente come il normale processo, che porta una cultura ad elaborare, articolare e rinnovare i propri modelli della realtà, sia costantemente debitore alla pratica della traduzione, da concepire né più e né meno come uno dei più efficaci e assodati esercizi critici che una cultura disponga per saggiare i propri limiti ed i propri punti di forza.

Leggere poesia in traduzione
Anche per ciò che riguarda il contesto più specifico dell’attività poetica, l’esigenza di leggere poeti stranieri in traduzione acquista un duplice significato. Innanzitutto, le traduzioni di poesia ci mettono in contatto con poeti, di cui non potremmo conoscere, in modo né parziale né approssimativo, l’opera. In secondo luogo, come già abbiamo ricordato, il contatto con le traduzioni non si riduce ad un ampliamento di orizzonte, bensì produce una sorta di rimodellamento del proprio orizzonte originario. Il testo tradotto non ci permette semplicemente di avvicinare, attraverso un determinato codice di genere – la poesia –, l’esperienza di un autore che appartiene ad un’altra cultura e possiede un’altra lingua. Quel testo, infatti, è capace, nello stesso tempo, di allontanarci dal nostro linguaggio poetico, dagli automatismi insiti nelle nostre forme espressive.

Intendiamoci, ciò è vero se muoviamo dal postulato che i testi poetici tradotti non possano mai realizzare una perfetta assimilazione, nella lingua d’arrivo, degli elementi stilistici, semantici o sonori di cui, nella lingua originale, sono costituiti. Proprio lo scarto, che immancabilmente si produce tra il testo originale e la sua traduzione, è garanzia di quella forzatura che il traduttore deve realizzare nella lingua d’arrivo. È un vocabolario poetico che ne mette in crisi un altro. Ancora un volta, quindi, la traduzione si rivela come un’occasione di crisi, in quanto non si assiste ad un puro processo di sostituzione, ma ad una sorta di azione reciproca, di contaminazione. L’intero vocabolario poetico della lingua d’arrivo viene infatti saggiato, ogniqualvolta una poesia straniera deve essere tradotta. La prova non riguarda solo la capacità dell’originale di trasmettere i suoi tratti espressivi da un universo linguistico ad un altro. Anche la lingua d’arrivo, con i suoi procedimenti espressivi, deve misurare a fondo i propri limiti e le proprie potenzialità.

Un intervento di Roberto Sanesi sulla traduzione (5), ripubblicato recentemente dalla rivista Testuale, permette di mettere a fuoco questo punto. Scrive Sanesi, illustrando il nesso che, nella propria formazione, si stabilì spontaneamente fra traduzione ed attività poetica:

In una condizione di stasi fra post-ermetico e neo-realistico in cui si trovava la letteratura italiana del primo dopoguerra, mi pareva che la poesia, allora, avrebbe per lo meno potuto, se non dovuto, essere scritta come se fosse una traduzione: costringendo la lingua a dire come se il detto, il precedente virtuale, procedesse linguisticamente da altrove, da una differenza altrimenti insormontabile; testo presunto da risvegliare, non da sostituire (secondo il calco di una tradizione); in qualche modo estraneo, ma affine, soprattutto capace di mettere alla prova la propria lingua (d’arrivo, ma ancora d’uso), cioè di indagarla, variarla, estenderla (…) (6)

Il ricorso alla traduzione, da parte sia di chi traduce sia di chi semplicemente legge i testi tradotti, permette di rompere quella familiarità eccessiva con la propria lingua letteraria, che tende a chiudere gli autori negli spazi angusti di poetiche egemoni, da cui appare arduo svincolarsi. Sanesi parla, infatti, di post-ermetismo e di realismo, alludendo ad una situazione di esaurimento della spinta creativa che aveva caratterizzato la nascita delle due correnti. Io sono però portato a riconoscere nell’esperienza di Sanesi una tipicità che oltrepassa la circostanza storica in cui è nata. Mi pare, infatti, ripresentarsi intatto questo problema ad ogni nuova generazione di poeti. Anzi, oggi è percepibile con maggiore evidenza, a causa della marginalità che la poesia patisce all’interno del sistema dei generi letterari.

Si tratta di un pericolo che, in diverse occasioni, il poeta Giancarlo Majorino ha ricordato. Al poeta odierno, minacciato in Italia come altrove d’irrilevanza sia sul piano dell’industria editoriale sia su quello dei cosiddetti dibattiti culturali, non resta che rifugiarsi nell’affermazione tautologica della propria identità. In altri termini, per non perdere anche l’ultimo scampolo di riconoscibilità che egli possiede di fronte ad un potenziale pubblico, è per lui indispensabile enfatizzare i tratti distintivi della propria attività artistica. Ecco allora lo sfoggio di maestria tecnica, di buona conoscenza dell’immane tradizione che ci sta alle spalle. Ecco l’esigenza di continuità, in modo tale che sia facilitato lo sforzo del critico o del lettore per collocare il nuovo prodotto poetico. Intendiamoci, queste cautele, che hanno inevitabilmente effetti di autocensura ed inibizione, non sono sconosciute alle correnti che si rifanno alla tradizione più recente dell’avanguardia e del modernismo novecentesco. Ciò che muta è semmai lo scacchiere delle esclusioni e delle inclusioni, i modelli di riferimento, le filiazioni, i procedimenti banditi o glorificati.

Non voglio con ciò suggerire che esista una perfetta equivalenza tra le correnti neoavanguardiste, tese principalmente ad enfatizzare i momenti di discontinuità, e le correnti assai variegate, che rivendicano invece un’attitudine di rispetto nei confronti della tradizione. Nulla è più strumentale, infatti, che l’uso della tradizione. Il “classico” Fortini la poteva usare contro gli emuli sprovveduti di Sanguineti, come questo può usare il proprio avanguardismo dotto contro l’ingenua fiducia nella parola, che esprimono i poeti del ritorno al mito. Vi sono poi correnti dell’avanguardismo poetico che hanno davvero tagliato i ponti con la tradizione, orientandosi verso pratiche artistiche extraletterarie, come la pittura, la video-arte o la performance. Ma sarebbe interessante rileggere queste opzioni, ormai a quarant’anni di distanza, alla luce del medesimo problema. Da Fluxus in poi, molti poeti hanno riconosciuto in forme d’arte diverse dalla poesia la possibilità di saltare fuori dal ghetto, per situare la loro attività all’interno di un contesto più dinamico, vivace, ma anche più redditizio in termini di riconoscibilità sociale. Diverse dunque le tattiche tra difensori della tradizione e paladini del nuovo, ma spesso esse sottendono una medesima strategia: rispondere alla perdita di prestigio sociale del genere.

Ritorniamo ora alla traduzione. In un contesto come quello descritto, leggere traduzioni di poeti stranieri costituisce un soccorso fondamentale, un vero e proprio contravveleno contro i rischi di manierismo. Le opere in traduzione ci permettono, infatti, di entrare in contatto con poetiche diverse, e tradizioni di genere diverse. Leggere dei poeti in traduzione è già un’occasione di sfuggire alla scacchiera delle correnti e delle poetiche egemoni di casa propria. Farò qualche esempio concreto, con riferimento alle mie esperienze di apprendista poeta. Quando, negli anni Ottanta, ho cominciato a leggere i poeti italiani contemporanei non più con la sola modestia del lettore, ma anche con la superbia di chi vuole imparare a scrivere, mi sono quasi subito sentito a disagio. Da un lato, infatti, venivo inevitabilmente attratto dagli autori più influenti che, almeno in quel momento, sembravano incarnare sul piano stilistico un elemento di inequivocabile e ammaliante contemporaneità. Dall’altro, ponendomi nell’orbita di quei possibili maestri, mi scoprivo inadatto persino al semplice calco. Proporrò ovviamente una geografia oltremodo schematica di quelle correnti poetiche che, in quel tempo, ebbero maggior peso per me e per alcuni miei coetanei.

Ad un estremo del campo degli autori influenti porrò Milo De Angelis, la cui voce di poeta ci giungeva senza alcuna mediazione scolastica, universitaria, con la semplicità e il disordine efficace delle nostre parole, di quelle che avremmo voluto scrivere. All’estremo opposto, porrò una figura canonizzata, presente nei manuali di liceo, quel Sanguineti che incarnava le grandi sperimentazioni degli anni Sessanta, le battaglie culturali, le collaborazioni con artisti e musicisti. Si trattava di due poli attrattivi molto forti, ai quali sembrava difficile sfuggire. In De Angelis, la parola sembrava emergere allusiva ed onirica, da un’esperienza concreta, palpitante, senza schermi da letterato di professione. In Sanguineti, invece, la parola era l’occasione per un gioco sagace ed ironico, di letterato compiaciuto che irride la letteratura. Due posizioni apparentemente opposte e pochissimo conciliabili tra loro. Eppure, nel mio frequentarle assiduamente, mi resi conto che esse sottendevano una comune svalutazione del significato e del pensiero nella pratica poetica. La dissoluzione dei nessi logici nei testi di De Angelis come l’enfasi sulla manipolazione dei significanti in Sanguineti suggerivano l’idea che, in poesia, un pensiero diretto alle cose non fosse più possibile. O si parlava per allusioni o per citazioni. Il significato dei versi rimaneva sospeso, virgolettato, e ogni rimando ad un possibile referente in definitiva eluso. Si trattava, dunque, di una comune condizione ed essa poggiava, in realtà, su di un presupposto meno esplicito: sia “l’orfico” De Angelis che “lo sperimentalista” Sanguineti prendevano atto della dissoluzione del soggetto ed elaboravano una lingua poetica che rispondeva a tale circostanza. L’uno in modo onirico, l’altro in modo carnevalesco, escludevano una forma di enunciazione poetica che ancora implicasse una consistenza del soggetto biografico e ragionante.

Non vale qui ricordare tutti gli esempi di quei poeti che, nel panorama italiano degli anni Ottanta, non abbracciavano questa concezione del soggetto dissolto. Ciò che conta, per un poeta che si sta formando, sono le voci che all’interno del suo campo di influenze sono maggiormente riconoscibili e potenti. Ebbene, di fronte alle voci che negavano, nella parola poetica, consistenza e al soggetto e alla sua esperienza, il ricorso ad alcuni autori stranieri, accessibili in traduzione, fu per me decisivo. Mi ritrovai a leggere l’Auden dell’Età dell’ansia, delle Ore canoniche, dell’Egloga barocca, Ted Hughes, Philip Larkin, Seamous Heaney, Paterson di Williams, l’Enzensberger di La furia della caducità, Drummond De Andrade, Henri Michaux, René Char. Leggevo questi autori senza alcuna mediazione, scorrendo con distrazione il testo originale (quando c’era) e concentrandomi sul testo italiano. E soprattutto li leggevo, come se fossero miei immediati contemporanei, senza fornire alcuna prospettiva storica alla lingua del traduttore e a quella dell’autore. Se avessi usato tutte queste precauzioni, non avrei mai potuto servirmene in modo così radicale. Invece, era proprio di quelle versioni italiane che avevo bisogno: vi era qualcosa di scarno, di povero in quella lingua, che mi portava con sé molta più realtà e molta più vita di quanto non facesse la lingua dei poeti italiani contemporanei. Ritrovavo in quei testi sia l’evidenza storica degli oggetti sia il punto di vista del soggetto che mi sembravano entrambi smarriti o fluttuanti nella poesia italiana. Mi si rendeva così manifesto un ben diverso modo di praticare la poesia rispetto a quello che io e i miei coetanei perseguivamo, avendo costantemente sotto gli occhi il panorama di casa.

Da noi, la pretesa di introdurre nel discorso poetico un momento riflessivo, capace di spostarsi dal piano personale a quello collettivo, era sintomo di vocazione inadeguata, se non semplicemente di anacronismo. C’erano già stati Fortini e Pasolini. Nonostante la loro diversità, quei due nomi rappresentavano le colonne d’Ercole di un discorso poetico orientato a cogliere la realtà sociale attraverso una prospettiva teorica. Nessuno poteva più illudersi di varcarle. Nessuno mai avrebbe potuto riprendere i fili di quei discorsi poetici. Si trattava di territori proibiti, sia da un punto di vista tematico che stilistico. Ecco allora la funzione decisiva dei poeti tradotti. Era possibile aggirare almeno il problema dello stile. Nella traduzione, l’impronta stilistica del testo originale si percepiva debolmente, laddove, quasi per contrasto, i temi e le situazioni risaltavano con grande evidenza. Potevo così imparare a conoscere l’universo di Auden o di Enzensberger, senza immediatamente assorbire la loro lingua, ossia i loro stilemi. E questo era un enorme vantaggio. Se frequentavo eccessivamente Fortini, rischiavo di plasmare il mio nascente idioma sul suo. Avrei, insomma, finito per scrivere come Fortini, rendendo immediatamente riconoscibile il mio debito. Ma non così accadeva frequentando gli autori stranieri in traduzione. Come poteva essere identificato un mio debito nei confronti di William Carlos Williams?

I temi sono per definizione comuni a più autori, mentre lo stile è ciò che dovrebbe individualizzare la voce di un autore. Si poteva denunciare un’influenza delle tematiche di Williams sulla mia poesia? Non era certo questo il problema. Se, invece, avessi scritto come Williams, ciò poteva essere senza dubbio stigmatizzato. (Per altro, avrei potuto correre il rischio di scrivere come Williams, solo se avessi scelto di scrivere testi poetici in lingua inglese.) Ma l’unico rischio che correvo, eventualmente, era quello di scrivere come Alfredo Rizzardi, il traduttore di Paterson (7). Si trattava di un rischio lieve: per le esigenze stesse della traduzione, la lingua di Rizzardi, come ho già detto, presentava un minor tasso di letterarietà sia della lingua originale di Williams, sia di quella di un qualsiasi poeta italiano contemporaneo. Tutto ciò che, nel trasferimento da un sistema linguistico ad un altro, veniva perso, per me era un netto guadagno. Laddove né la lingua italiana di Fortini né quella inglese di Williams erano per me appropriabili senza grossi svantaggi, la lingua di Rizzardi mi consentiva ogni libertà: potevo assimilarla, riprodurla, completarla a mio piacimento. Ciò di cui essa mancava, si offriva a me come una sollecitazione: le rime, le assonanze, le allitterazioni che si erano perse, le risonanze storiche e geografiche precise, o altre di carattere intertestuale, che divenivano indecifrabili… Potevo in fondo considerare il testo di Rizzardi come una sorta di canovaccio, dal quale attingere senza remore, sapendo comunque che avrei dovuto articolare nuovamente, secondo un mio gusto più personale e delle mie impronte stilistiche, determinate situazioni ed immagini.

Se avessi letto tutti quegli autori in lingua originale, avrei certo goduto di un ampliamento di orizzonte, ma mi sarebbe stato più difficile utilizzare nella mia scrittura tutto quel nuovo materiale. Era necessario, lo ripeto, un processo di parziale depotenziamento delle varie componenti del testo originale, affinché io potessi avere su di esso una più libera presa. In ogni caso, nel testo d’arrivo parevano giungere intatti proprio la trama del pensiero, il punto di vista del soggetto, e il contorno oggettivo delle situazioni. A maggior riprova che la poesia, nonostante i veti contingenti, si nutriva anche di ragionamento, di narrazione e di realtà extraletteraria. La lingua della traduzione, insomma, non mi forniva la lingua invariabile e compiuta dell’opera originale, ma una lingua in qualche modo potenziale. Le parole inglesi del poema di Williams erano irrimediabilmente scritte, definitive; solamente l’autore avrebbe potuto ritrattarle, modificarle, toglierle. Le parole italiane di Rizzardi erano meno definitive, sfuggivano all’intangibilità dell’originale e penetravano nel progetto di traduzione. Da questo punto di vista, il testo in traduzione presenta una straordinaria vulnerabilità rispetto al testo originale. Le sue parole devono, in qualche modo, riscuotere un consenso, e si espongono di conseguenza alle più svariate obiezioni.

Quando la critica della traduzione ribadisce con estrema coerenza il carattere dinamico di una traduzione, che non può essere giudicata come se dovesse esaurire le potenzialità espressive e semantiche dell’originale, nello stesso tempo riconosce anche il suo carattere ipotetico e dunque il suo statuto provvisorio. Ma questo aspetto della traduzione è anche ciò che innesca, nella lingua d’arrivo, la possibilità di tracciare percorsi ed itinerari inediti, sia per chi è direttamente impegnato nella traduzione sia per chi, invece, utilizza la traduzione come occasione per mettere in crisi la propria lingua letteraria.
Da quanto ho fin qui detto, è chiara la mia preferenza per una traduzione che accetti in modo risoluto di non restituire, nella lingua d’arrivo, un grado di letterarietà equivalente a quello della lingua d’origine. Ma questa scelta nasce, come ho precedentemente spiegato, da una circostanza storica determinata. La tradizionale definizione della lingua poetica come scarto rispetto ad un norma, che è rappresentata dall’uso del linguaggio ordinario e comunicativo, non può orientare, da sola, il lavoro del traduttore. Il compito di questi, infatti, sarebbe principalmente quello di produrre, nella lingua d’arrivo, uno scarto analogo a quello che il testo di partenza realizza rispetto al proprio sistema linguistico. Ciò costringe inevitabilmente il traduttore ad abbracciare la lingua letteraria che, nel proprio paese, è più influente o riconoscibile come tale. Il traduttore, invece, dovrebbe tenersi ad adeguata distanza dal sottosistema della propria lingua letteraria. Anzi, egli dovrebbe, traducendo poesia, raggiungere una sorta di equidistanza nei confronti della lingua ordinaria e di quella poetica. Dovrebbe, insomma, essere consapevole di offrire al suo lettore un testo in una lingua provvisoria, nella quale sono passati aspetti fondamentali del testo d’origine, ma altri sono stati adombrati. E anche colui che legge, dovrebbe essere consapevole che la sua lettura e comprensione sono atti provvisori, costituiscono un avvicinamento al testo, a certi aspetti del testo, in attesa di altre iniziative complementari.

Conclusione
Ecco, allora, che dalla considerazione di un’esperienza concreta, si può delineare una prospettiva più generale. Più che un testo originale, e delle traduzioni, considerabili in termini gerarchici (alcune migliori di altre) oppure meramente egualitari (ognuna vale l’altra, in quanto ognuna ha una sua ragion d’essere), abbiamo un processo nel quale sono coinvolti più oggetti e soggetti. Non solo, ma tale processo è scandito e articolato dai bisogni dei soggetti, oltre che dalle caratteristiche degli oggetti. Il testo poetico originale, dunque, nella sua gratuità radicale di opera d’arte, risponde comunque ai bisogni espressivi di un soggetto autore. Inoltre, il fatto che tale oggetto si ponga in termini di testo definitivo, riconducibile all’individualità e alla paternità di un autore, non dipende da sue caratteristiche intrinseche, che qualcuno potrebbe accanirsi a smentire. Si tratta, semmai, di caratteristiche che socialmente sono state riconosciute a quell’oggetto, in un determinato momento storico. È questa decisione, non ancora annullata in modo inequivocabile nella società attuale, a costituire la differenza tra testo originale e testo tradotto. Ciò significa che quando si riconoscono ad una traduzione le prerogative dell’opera originale ci troviamo di fronte ad un caso limite, ossia all’eccezione che conferma la regola. Una traduzione ci appare talmente ben fatta, appropriata, efficace, che ne decretiamo la definitività. Non siamo più in grado di concepire delle possibile correzioni, dei miglioramenti, delle varianti. Essa si è sottratta al processo specifico entro il quale vengono elaborati e utilizzati i testi tradotti. D’ora in poi, quella data traduzione può essere letta come un’opera. Ma questa eventualità non cancella per nulla la linea di demarcazione tra originali e traduzioni. Essa ci dice semplicemente che, di tanto in tanto, delle traduzioni possono sconfinare, ed essere trattate come testi originali (8).

Torniamo al processo globale in cui sono coinvolti autori, traduttori e lettori. Posto di fronte al testo poetico in lingua straniera, il traduttore può decidere da sé o dietro sollecitazione di altri (i committenti del lavoro di traduzione) di intraprenderne la traduzione. In questo modo, egli muove da una mancanza, ma non si ripromette di sopprimerla del tutto, quanto di realizzare un compromesso tra il desiderio di colmare il vuoto e quello di segnalare la condizione di indigenza, nella quale si trova la lingua d’arrivo (ed il suo sistema culturale). In quest’ottica, il miglior traduttore è un soggetto che si muove in uno spazio interculturale, ossia tra due culture, senza poter limitare la sua esperienza all’interno della sola cultura di appartenenza. È possibile immaginare l’esistenza di un tale soggetto? Non si tratta certo di un soggetto dall’identità compiuta, sicuro di sé e della propria collocazione. Un soggetto “interculturale” è piuttosto un soggetto in crisi permanente, inquieto e insoddisfatto. Un soggetto che sfugge da sé, senza mai potersi obliare del tutto. Ma è proprio questa sua condizione di instabilità e incertezza, che lo rende sensibile a ciò che gli manca. Ecco allora l’incontro con il testo originale e la fortissima tentazione di appropriarsene nel solo modo veramente possibile, ossia traducendolo. Non siamo certo di fronte a quel tipo di traduttore che lavora per conto dell’impero, con lo scopo di annettere alla propria lingua, culturalmente egemone, una qualche sfumatura ulteriore tratta da lingue periferiche. Il nostro traduttore, semmai, cerca di trasmettere ai suoi connazionali qualcosa di fondamentale che ha percepito nell’altra lingua, e di cui lui solo ha potuto, nella lettura dell’originale, godere. Ma questo godimento individuale è effimero, se non diventa acquisizione stabile, comune, e se sopratutto non è in grado di scuotere, sovvertire, gli automatismi e le sclerosi che governano la propria lingua (quella del sottosistema letterario come quella del sistema linguistico tout-court). Un traduttore, inteso come soggetto interculturale, non lavorerà mai con lo spirito della spia, di colui che deve semplicemente arricchire la propria cultura d’appartenenza. Un tale atteggiamento implicherebbe una fedeltà alla propria cultura, che appunto gli fa difetto. Egli non vuole semplicemente diventare più forte e più capace, egli vuole modificare certi aspetti di sé, cambiare abitudini, perdere certi vizi.

La traduzione non colma la mancanza, ma funge da spina nel fianco nel corpo della cultura d’arrivo, essa sollecita i lettori alla ricerca. La traduzione funge quindi come richiamo e come indicazione. Non assicura che tutto il lavoro è stato fatto. Se la traduzione mantiene queste premesse, essa deve legittimamente provocare nel lettore un certo senso d’insoddisfazione. Insoddisfazione duplice, in realtà, nei confronti di ciò che è stato realizzato (“Qui qualcosa si è perso! Chissà quale forza ha l’originale?”), ma anche nei confronti dei mezzi della realizzazione (“La nostra lingua letteraria non dispone di un registro simile o di una tale libertà tematica!”). Per questo motivo, il testo tradotto accetta di essere provvisorio e di porre ai propri lettori il compito di avvicinarsi ad esso anche indipendentemente dalla traduzione. Ovviamente la precarietà della traduzione, vale solo per il futuro e per quei soggetti che si fanno carico di un’ulteriore ricerca, sia avvicinandosi all’originale sia traducendo a loro volta. Rispetto al passato, invece, essa segna un’acquisizione irreversibile, il momento in cui un’opera di una cultura diversa ha cominciato ad agire, in modo permanente, sulla nostra cultura. In precedenza, infatti, la società non poteva che affidarsi agli effetti che quell’opera originale, in modo alquanto imponderabile, produceva sulla personalità di una minoranza di intellettuali e scrittori bilingue.

Coloro che sono in grado di rispondere al richiamo di una prima traduzione, possono decidere di cimentarsi in un’ulteriore traduzione del medesimo originale. Possono, addirittura, pretendere che la loro nuova traduzione sarà quella definitiva, capace di soddisfare completamente il lettore, trovando nella lingua d’arrivo tutti gli equivalenti dei caratteri espressivi del testo di partenza. Si tratta, nel caso della traduzione di un testo poetico, di una scommessa impossibile, come sa bene chi traduce abitualmente poesia. Ciò non toglie che la letteratura è costellata di scommesse impossibili. Ma è importante capire una cosa: una tale scommessa avrebbe molto meno senso, se fosse fatta in occasione di una prima traduzione. Concepire l’attività di tradurre come interna ad una complessa dinamica culturale, che difficilmente può essere assimilata al carattere solitario e gratuito dell’opera d’arte, significa anche rispettare l’articolazione non indifferente dei suoi singoli momenti. Esiste una responsabilità del traduttore che non si può chiedere ad un semplice autore, così come esiste una responsabilità del primo traduttore che non si può chiedere al secondo traduttore.

Note

1 Cesare Pavese, Ieri e oggi, in Saggi letterari, Einaudi, Torino 1951.
2 Ivi, p. 174.
3 Ibid.
4 Adeguamento non significa certo riespecchiamento, bensì ulteriore e critica articolazione del discorso, in vista di una maggiore comprensione del reale in un dato sistema linguistico e concettuale.
5 Roberto Sanesi, Il testo, la voce, il progetto. Tre frammenti sul tradurre, in “Testuale”, n. 31-32 2002.
6 Ivi, p. 30.
7 La traduzione italiana di Paterson a cura di Alfredo Rizzardi, disponibile oggi nell’edizione Oscar Mondadori del 1997, uscì per la prima volta nel 1966 presso Lerici.
8 Mi sembra che Antoine Berman non dica nient’altro, quando tocca questo punto nella prima parte di Pour une critique des traductions: John Donne, Gallimard, 1995. Egli scrive: “Mais une traduction ne vise-t-elle pas, non seulement à « rendre » l’original, à en être le « double » (confirmant aussi sa secondarité), mais à devenir, à être aussi une œuvre ? (…) Paradoxalement, cette dernière visée, atteindre l’autonomie, la durabilité d’une œuvre, ne contredit pas la première, elle la renforce. Lorsqu’elle atteint cette double visée, une traduction devient un « nouvel original ». Que peu de traductions atteignent ce statut, c’est certain” [corsivo mio] (pp. 42-43).

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(Apparso in La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, Marcos y Marcos, Milano, 2004.)

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(Foto di Marco Giovenale)

L’indice della discussione alla quale questo articolo appartiene:
– Massimo Rizzante, La
patria dei luoghi comuni
, in Nazione indiana, 10.01.06.
– Giacomo Sartori: Lo
scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo
, vibrisse,
28.01.06.
– Massimo Rizzante: Storia
o geografia del romanzo?
, Nazione indiana, 01.02.06.
– Giacomo Sartori: La
sciagura dei romanzieri italiani
, Nazione indiana, 10.02.06.
– Andrea Inglese: La
lingua provvisoria
, Nazione indiana, 20.02.06.
– Gianni Biondillo: Una
lingua che dice
, Nazione indiana, 22.02.06.
– Giacomo Sartori: La
rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno
preferisce chiamare restaurazione
, Nazione indiana, 24.02.06.
– Giuseppe Caliceti: Restaurazione
e conformismo
, vibrisse, 26.02.06.

47 Responses to La lingua provvisoria

  1. temperanza il 20 febbraio 2006 alle 15:03

    L’ho letto con grande interesse, soprattutto dove risulta più evidente l’esperienza diretta, l’autobiografia.

  2. db il 20 febbraio 2006 alle 16:59

    2 cose non condivido:

    a) il valore emblematico che può avere il tuo rapporto con traduzioni à la Rizzardi: è stata una tua esperienza, se venisse generalizzata si giungerebbe a una sitazione tragicomica (del tipo: tanto peggio tanto meglio)
    b) la differenza tra primo e secondo traduttore, per me inesistente sul piano del tuo discorso

    1 cosa non capisco: *Il compito di questi [il traduttore] sarebbe principalmente quello di produrre, nella lingua d’arrivo, uno scarto analogo a quello che il testo di partenza realizza rispetto al proprio sistema linguistico. Ciò costringe inevitabilmente il traduttore ad abbracciare la lingua letteraria che, nel proprio paese, è più influente o riconoscibile come tale. Il traduttore, invece, dovrebbe tenersi ad adeguata distanza dal sottosistema della propria lingua letteraria.* Non capisco il “costringe inevitabimente”, né quindi la logica del passaggio.

    Tutto il resto condivido. Aggiungerei anche qualcosa, ma dopo un mese di frequentazione dei blog (e in primis di NI) la mia fiducia nel medium è calata assai. Un esempio instar omnium? Il dialogo sulle poesie francesi da NA (basta per favore, a ogni postata Berardinelli rimpicciolisce, nel suo diminutivo omenomen!): dallo spunto sui “nimàli” di fm si poteva/doveva partire, ma già s’era arrivati… (dove, poi?)

  3. temperanza il 20 febbraio 2006 alle 18:11

    @db
    sei il fratello di superficialotta?
    Mi pare di aver intravisto una postura analoga.
    E’ solo un’ innocente curiosità personale, c’è chi raccoglie figurine e chi rumori di fondo;–)

    Se non fosse così, non te la prendere.

  4. gianni biondillo il 20 febbraio 2006 alle 18:22

    Ti prego, Temp, io ti adoro, lo sai, ma non andiamo subito Off Topic.

  5. temperanza il 20 febbraio 2006 alle 18:26

    Non è tanto OT, se si parla di lingua, ma va bene, ritiro, se però magari in bacheca me lo dice…

  6. db il 20 febbraio 2006 alle 19:16

    A una virtù (come del resto a un vizio), non posso non rispondere. Avevo visto stamattina i commenti sotto le poesie francesi, e giunto a “nimàli” ossia sintonizzatomi con fm col quale già m’ero sintonizzato sullo stesso tema giorni fa, mi è scattata una raffica di associazioni che a raffica elenco:

    1. i nimali di fm (un bacio alla piccina, intanto) devono essere di plastica (o abita in un ex-zoo?)
    2- nimali plast. : nimali reali = parole: cose
    3- piccina di fm = Adama (meglio Adamigella, peggio Adamigiana)
    4- Adamo poeta = libertà-gioco (onomatopea come possibilità, non vincolo)

    Questo è stato l’inizio della raffica, e ora non voglio uccidere nessuno.
    Momento topico dei commenti è il ricordo della nonna, da lavorarci sopra.
    Poi arrivo a Superficialotta che aggiunge un altro ricordo, emettendo giudizi sommari sui 3 poeti. Il ricordo si poteva abbinare a quello di fm, e già pensavo di farlo con un commento. Poi ho scorso fino alla fine, ho visto il postante chiudere ecc. Questa è un po’ la sfiducia che ho maturato sui blog, di inconcludenza o peggio, perché per una via giusta (= con capo e coda) ce n’è milioni di sbagliate.
    Se mi prendi per Super, Temp, siamo a posto! Poi quel “postura analoga” mi fa inorridire, perché me la vedo in vestaglia con… lasciamo perdere (aggiungo solo che, dall’idea che mi son fatto, Temp corrisponde davvero al suo nick, ossia non più omen nomen come per Berardinucci, ma nick omen – e quindi mi sta simpatica/o/i/e).

    Grazie a Biondillo, finalmente ho capito che OT=Off Topic (Dal Pra è dunque vivo, e lotta insieme a noi!). Davvero, quando trovavo OT pensavo = OuTing. Perciò ora faccio il mio OT personale = Outing on Topic

    1- il ’77 per me è stata una svolta.
    2- tra il ’77 e l’87 sono stato in coma per un cocktail micidiale (rizoma Deleuze, morte-del-soggetto Foucault, Heidegger/Heider, eroina, amore).
    3 – ’88 disintossicazione col metadone-Diderot
    4- ’89 crollo del muro e incontro con Kierkegaard alla Gare de Lion.

    4 raffiche prima + 4 raffiche ora = 1 caricatore, basta e avanza.
    l’On Topic è che sono un traduttore di K (per quantità, il traduttore), tanti libri alla BUR che non mi dà i diritti perché non li chiedo, tanto Copenhagen perché lì si sta facendo l’ed. critica di K, e io sono l’unico italiano.
    Questa sarebbe la premessa del perché condivido Inglese (dove regime è sempre totalitario, perché viene da rex = monarchia).

    mi stanno chiudendo dentro, scappo

  7. temperanza il 20 febbraio 2006 alle 19:43

    @db
    Thanks e tante scuse per l’errore (e soprattutto a Inglese, che però non deve credere che il suo intervento sia finito in fondo al pozzo, ci sto invece pensando ” con cura e attenzione”)

  8. andrea inglese il 20 febbraio 2006 alle 21:46

    a db,
    “Il compito di questi [il traduttore] sarebbe principalmente quello di produrre, nella lingua d’arrivo, uno scarto analogo a quello che il testo di partenza realizza rispetto al proprio sistema linguistico. Ciò costringe inevitabilmente il traduttore ad abbracciare la lingua letteraria che, nel proprio paese, è più influente o riconoscibile come tale.”

    Si, forse quel “cio’ costringe inevitabilmente” non è tanto chiaro; potrebbe essere forse sostituito con: “cio’ spinge per lo più il traduttore” a sottolineare: 1) l’automatismo e 2) la (relativa) facilità di una tale scelta.
    (Spero di essermi spiegato.)

    i tuoi off topic sono divertenti (e veramente anarchici)

    a temp: guarda, sono sempre felicemente sorpreso, quando qualcuno riesce a leggersi pezzi “lunghi” sul web

  9. db il 20 febbraio 2006 alle 23:14

    @ai

    comincio a capire: tu stai parlando di un dato di fatto, un abbraccio fatale, mentre “costringe inevitabilmente” io lo intendevo come necessità logica, e il periodo quindi era illogico, mentre logico sarebbe stato:

    “Il compito di questi [il traduttore] sarebbe principalmente quello di produrre, nella lingua d’arrivo, uno scarto analogo a quello che il testo di partenza realizza rispetto al proprio sistema linguistico. Ciò costringe inevitabilmente il traduttore a staccarsi dala lingua letteraria che, nel proprio paese, è più influente o riconoscibile come tale.”

    Tu parlavi del traduttore medio, io intendevo l’ideale. Detto questo, il periodo è combinato male, perché “Ciò” = “Compito” precedente, e questo compito (per me etico-estetico) impone il contrario di quanto tu descrivi, ossia il contrario dell’abbraccio. Come Socrate, che vietava a Alcibiade… sappiamo cosa.

  10. db il 21 febbraio 2006 alle 00:16

    @ai

    scusami, potresti/dovresti cancellare il mio commento qui sopra. Ho riletto più ampiamente il contesto, e il piccolo accorgimento da te proposto basta e avanza a togliere l’ambiguità. Piuttosto, il mio svarione la dice lunga su come la penso. Mi sembra praticamente impossibile dire in un commento come la penso, e perciò ci provo.
    Questo “perciò” è il “perciò” del traduttore. Il vissuto del traduttore in nuce l’hai reso molto bene con la tua esperienza, che qui sì è emblematica = universale. Disagio, naso fuori dal regime, incontro con lo straniero, innamoramento, scelta di tradurre.
    Da questo momento, autore = Dio, traduttore = sacerdote, legame = fedeltà.
    Dio è perfetto, il sacerdote imperfetto; Dio è la perfezione, il sacerdote mira alla perfezione. Se questo è l’orientamento, la differenza tra prima e seconda traduzione cade. Ogni traduzione essendo imperfetta, è per ciò stesso perfettibile.
    Questo che ho detto della traduzione andrebbe detto prima dell’empatia con l’autore, ossia con la sua lingua (empatia fredda, non spiritica), empatia come processo perfettibile. L’empatia con la lingua dell’autore prevede una sufficiente empatia con la lingua media in cui s’è trovato a produrre l’autore, la cui lingua è veramente comprensibile solo per differenza specifica dal genere.
    Questo processo di empatia riguarda 3 livelli: lingua comune, lingua letteraria/filosofica, lingua dell’autore. Ora, le distanze tra questi 3 livelli possono essere riprodotte imperfettamente/perfettibilmente i.e. umanamente in qualsiasi lingua culturalmente evoluta.
    La grande risorsa del traduttore elettivo è la consonanza di spirito con l’autore scelto: questo è il motore che dà coraggio, e conforto nei momenti di disperazione. Ma lo spirito non traduce, lo spirito ama. La traduzione è solo ed esclusivamente lettera. In ciò il sacerdote è assai più ebreo che cristiano, e un po’ più protestante che cattolico.
    La traduzione è distanza da Dio, ricerca di segni, ascesi.
    Se ad es. K ha due varianti sinonimiche e noi in italiano pure, giocare a nostro piacimento coi 2 sinonimi senza rispettare la scelta sua, è tradimento: sempre.
    La mia esperienza, non so quanto generalizzabile, ma per me meravigliosamente ogni volta confermata, è che le versioni di un testo che vado via via elaborando vanno da una minore a una maggiore letteralità (lessico, struttura grammaticale, disposizione stessa dei termini nella frase). La meraviglia è che alla fine guardo la versione finale, guardo il testo, sono così vicini, almeno per quel momento così perfettamente vicini, che mi dico: ma non poteva essere così già subito? Evidentemente no, la letteralità (relativa, certo) mi è data solo come premio finale, e quasi inaspettato.

  11. tashtego il 21 febbraio 2006 alle 08:10

    @db
    bello.

  12. tashtego il 21 febbraio 2006 alle 08:11

    @db
    molto.

  13. bresci il 22 febbraio 2006 alle 09:16

    db: *regime è sempre totalitario, perché viene da rex = monarchia*
    ai: *i tuoi off topic sono divertenti (e veramente anarchici)*

    sbagliate tutti e due: un vero anarchico non si perde in etimologie, un vero anarchico non dice Il re è nudo! e neanche Il re è morto! e neanche A morte il re!. Un vero anarchico gli spara.

    Dino Bresci

    NB neanch’io sono un vero anarchico, primo perché invece di agire ho appena scritto un commento, e secondo perché sono morto.

  14. db il 22 febbraio 2006 alle 10:28

    Bresci non è un vero anarchico perché sono io. Però ha ragione perché quell’etimologia non è una professione di fede, ma più banalmente la sintesi estrema di un saggetto di Hume sulla media del gusto. In una società culturalmente evoluta si forma cioé un gusto medio. Questo gusto medio non è una formuletta matematica, ma un ens realissimum che condiziona l’accesso stesso alla “repubblica” delle lettere: è cioé un regimen (dal virgolettato parrebbe democratico, quando invece si dice il “principe” delle lettere lo parrebbe un po’ di meno). L’esempio di Pavese è appunto significativo i.e. universale perché non riguarda un regime totalitario i.e. fascismo, bensì perché riguarda il regimen del gusto (che è sempre totalitario).

    tahstego 1 dice “bello” i.e. apprezza il mio commento
    tahtsego 2 dice”molto” i.e. lascia intendere “troppo”

    Stante il regimen della blogosfera, io non posso sapere se t.1 e t.2 coincidono, e anche posto che coincidano, non posso sapere se “molto” è una specificazione avverbiale di “bello” o un aggettivo. Di per sé, lo devo prendere come autonomo, sia dal commento precedente sia dall’inviante precedente. E perciò, mentre a t.1 non posso rispondere nulla (poiché un giudizio estetico-qualitativo così formulato ha un’intonazione o totalitaria o ipersoggettiva), a t.2 non posso non rispondere che ha ragione: il commento cui si riferisce è “molto” = di quantità notevole, e addirittura “troppo” = di quantità eccessiva.
    Potremmo metterla così, on topic = sul tradurre:

    db è un massimalista
    ai è un minimalista

    db così massimalista da occupare il posto che spetterebbe al postante i.e. chiudere il dibattito
    ai. così minimalista da abbandonare il posto che spetterebbe al postante i.e…

    Ciò mi dà lo spunto per arricchire un mini- Discorso sopra lo stato presente dei costumi dei blogger, che vado via via stilando (i primi 2 capitoletti sono : 1- Dei nick, 2- Delle faccine, ora stilerò il 3- Delle posture, e poi magari un 4- Delle imposture). Ma una cosa mi preme, che non riguarda il troppo né il troppo poco, ma il giusto.

    ai: *i tuoi off topic*

    Biondillo mi ha insegnato cosa significa OT. Adesso qui sopra questo mio commento leggo una di quelle cose che non si leggono mai proprio perché stanno sotto gli occhi: *Please stay in-topic. You can post an off-topic to the editors “. Le due preposizioni hanno registro grammaticale-sintattico assai diverso: la prima è imperativa, la seconda indicativa. La prima riguarda infatti il “tu devi”, la seconda il “tu puoi”. Fossi a scuola, un OT in calce al mio tema…, fossi al campo di calcio, un OT = fallo = inosservanza di una regola. Insomma, ai ha fischiato almeno 2 volte, in quanto usa il plurale. Ora,

    se la parola ha un senso, inglese o meno, ai potrebbe segnalarmi almeno 2 miei OT
    se il dialogo ha un senso, inglese o meno, ai dovrebbe segnalarmi almeno 2 miei OT

  15. andrea inglese il 22 febbraio 2006 alle 11:19

    a db
    “il vissuto del traduttore in nuce l’hai reso molto bene con la tua esperienza, che qui sì è emblematica = universale.”
    Ecco. Ben detto. Quanto ho scritto, se vale è proprio in quest’ottica di “risveglio” e primo nutrimento alla lingua altra e primo spostamento rispetto alla lingua propria. Questo varco, dovrebbe riguardare ancor più che il traduttore vero e proprio, il lettore-scrittore. Per questo ho voluto riallacciarmi con quanto ha scritto Giacomo Sartori.

    Quello che poi tu dici sul rapporto testo-autore-traduttore, è veramente riflessione sulla pratica del tradurre. E mi sembra importante la tua conclusione, sul progressivo giungere alla letteralità. Ma quanto del tuo discorso rimane inapplicabile per la “traduzione poetica”?

  16. db il 22 febbraio 2006 alle 16:55

    ai: *Quanto ho scritto, se vale è proprio in quest’ottica di “risveglio” e primo nutrimento alla lingua altra e primo spostamento rispetto alla lingua propria. Questo varco, dovrebbe riguardare ancor più che il traduttore vero e proprio, il lettore-scrittore.*
    *se vale* è un inciso retorico, attraverso cui lo scrivente esprime la possibilità di un futuro mutamento di convinzione. Nel presente però, la convinzione sua è che ciò ch’egli scrive valga. Insomma è pleonastico, e lo tolgo. Togliendo quello devo anche cambiare il modo del *dovrebbe* e riscrivere:
    “Questo varco, deve riguardare ancor più che il traduttore vero e proprio, il lettore-scrittore.”
    Ora, ciò è errato. Il lettore-scrittore è evidentemente lo scrittore che legge (ché lettori che scrivono lo siamo tutti), e legge appunto uno scrittore straniero, sull’originale o in traduzione. Ma è uno scrittore in potenza o uno scrittore in atto? (Lettore invece lo è sicuramente in atto). A stare al post, uno scrittore in potenza. E quindi rapportiamolo a un traduttore in potenza che legga il medesimo autore straniero, sull’originale o in traduzione. Ne verrà che
    Questo varco, deve riguardare ancor più che il lettore-scrittore, il traduttore vero e proprio [o, in subordine: Questo varco deve riguardare, oltre che il traduttore vero e proprio, il lettore-scrittore].
    E cioè è il traduttore che non può non passare per quel varco, pena il fallire qua traduttore, mentre lo scrittore può esimersene senza fallire qua scrittore.

    ai: *quanto del tuo discorso rimane inapplicabile per la “traduzione poetica”?*
    Lo 0%.

  17. lilia il 22 febbraio 2006 alle 22:15

    Un O.T. fulminante, anche per consentire alle sinapsi di rimettersi in sesto dopo l’impatto con le vertiginose analisi e riflessioni di db (e le controrepliche di ai): ho appena finito di leggere un gran bel testo di Massimo Rizzante (“Dopo l’esilio”, su http://www.zibaldoni.it): la condizione dell’esilio (oggi) come azzeramento delle frontiere tra bellezza e desolazione. Vale la pena di leggerlo: oltretutto, Rizzante mi sembra uno dei pochi scrittori italiani che ancora pratica, consapevolmente, l’arte (ormai in via di estinzione) di coniugare narrazione e riflessione in un unicum efficace, ricco di senso e di spunti pregevoli, stilisticamente controllato, confezionando una sorta di “operetta morale” di grande spessore e significato. Da poeta-philosophe, se l’espressione può avere ancora un senso in quest’epoca da narratori e poeti da ipermercato. (Cfr. altri thread su NI).

    Scusate la digressione, ma io ne avevo bisogno. :-)
    Saluti.

  18. superficia lotta il 23 febbraio 2006 alle 01:10

    *Un O.T. fulminante* definisce Lilia il suo commento. Penso che scherzi. Ho letto infatti grazie a lei il testo di Rizzante sull’esilio, lo ritengo assolutamente I.T. e dunque…
    Se prendiamo l’esilio in un’accezione culturale e non anagrafica, il lettore-scrittore che passa il varco è paro paro un esiliato in casa (come i separati: NB varco = valico = frontiera), e a maggior ragione se legge sull’originale. Tra costui, che rimane fermo, e l’altro che va all’estero c’è chi miniesilia, passando ad es. da un paesino bergamasco in cui ha parlato sempre e solo in dialetto a una metropoli come Milano, distante uno sputo…
    Sono stato amabilmente imputato di O.T. plurimo da ai. Siccome Biondillo mi ha spiegato a voce che l’O.T. è il grimaldello per eccellenza del troll, devo assolutamente sapere dove sono andato in O.T., e soprattutto voglio sapere, perché sono curioso, e se ai non mi segnala i luoghi, va a finire che mi viene voglia addirittura di trollare, giusto per vedere che effetto (mi) fa – nel senso che, se vado in O.T. senza saperlo, senza saperlo potrei trollando anche andare in I.T.
    Non vorrei che ai si sia spaurito in generale della mia perentorietà: sappia che è solo l’effetto secondario di una ricerca di concisione (nel campo dei commenti, odio tanto l’infinitamente breve quanto l’infinitamente lungo). Così, se scrivendo *Lo 0%* sostengo che il mio discorso vale uguale per la traduzione poetica, non lo affermo con sicumera: semplicemente abbrevio il commento, e risparmio tempo, in quanto mi riservo una risposta più articolata se e solo se l’interlocutore (che nella blogosfera diversamente dalla vita reale può scomparire da un momento all’altro, e per sempre) si mostra interessato.
    In Zibaldoni ho scorso anche la traduzione poetica di Celati. Ecco, Celati non è un traduttore come dico io. L’ho provato attentamente sull’ultimo Hoelderlin, da lui tradotto per Feltrinelli. L’ho tradotto anch’io, stampato a mano in 400 copie con chine di Dorigatti (ma la traduzione ha girato di più, gratis via e-mail). Se interessa, facciamo così: scegliamo una poesiola di Hoelderlin sulle stagioni (potrebbe essere l’ultima che scrisse, vera crux per Heidegger e non solo, che ci morì letteralmente sopra, o una stagione che garba a ai), ai posta la mia versione + il testo tedesco + la versione di Celati – aperto il dibattito!

    DB

    PS sono poco d’accordo con la tesi di fondo di Rizzante.

  19. temperanza il 23 febbraio 2006 alle 23:21

    Vorrei vedere i testi, cioè, vorrei vedere i risultati.

    Vorrei sapere che cosa vuol dire letteralità, quali sono i suoi confini, visto che ogni lingua pensa diversamente e organizza diversamente le parole nel discorso.

    Tanto per volare basso, quando lascio il “soggetto verbo predicato” e mi ritrovo tra le mani una secondaria, che faccio, fin dove arriva la letteralità?

    Quando mi trovo in un bosco/wald/forêt , mi trovo in un bosco, oppure in un wald o in una forêt?

    Quando una congiunzione subordinante mi chiede il congiuntivo in una lingua e ha l’indicativo in un’altra, fin dove arriva la letteralità?

    Quando una poesia vive anche di rime, assonanze e poi chiasmi e poi organizzazione dei grafemi sullo spazio bianco della pagina ecc, fin dove arriva la letteralità?

    @DB e/o superficia lotta
    Cos’è un traduttore medio? Un traduttore che si barcamena?

    (vero OT non linguistico: vorrei ricordare che TEMPERANZA non è = a tolleranza, anche se cerco di praticarla)

    Quanta letteralità tollera la traduzione di una poesia di Zanzotto in tedesco?

    Il traduttore ideale è una figura retorica. Posso chiamarlo aporia, con un po’ di disinvoltura terminologica?

    Non credo a nessuna “tesi di fondo” su una pratica che è prodotto dello Zeitgeist, e la pratica traduttoria lo è sommamente, inoltre vorrei dire ai filosofi: GIU’ LE MANI DALLA TRADUZIONE, le traduzioni filosofiche sono cibo immangiabile, dove il povero lettore armato anche solo di qualche rudimento e di un glossario capisce molto meglio leggendosele da sé in lingua originale. E soprattutto GIU’ LE MANI DALLA POESIA.
    L’arroganza con cui i filosofi mettono le mani sulla poesia, il povero Hölderlin in primis, è disgustosa.

    Se invece parliamo di (tentativo sempre fallito di) fedeltà, la cosa cambia e dalla impraticabile teoria si può arrivare a confrontare le pratiche traduttorie, ben vengano a questo punto i traduttori minimali, ben venga il discorso “autobiografico” di AI.

  20. andrea inglese il 23 febbraio 2006 alle 23:42

    a db: scusa se sono un po’ rude: ma delle tue digressioni su OT o IT non ho niente da dire, sia che siano OT o IT; non su tutto si interviene, non a tutto si risponde, specialmente in un blog, altrimenti – come succede a qualcuno – finisci per passarci la vita, e ci sono cose migliori da fare;

    avendo messo il mio pezzo in dialogo con sartori e rizzante, non era mio interesse un discorso esclusivo sulla traduzione, ma sui varchi di cui uno scrittore puo’ disporre per “spostarsi” dalla sua “per lo più” determinante condizione linguistica e culturale.

    Ben vengano anche le riflessioni, come le tue, sulla “traduzione” come mestiere, pratica, ecc.

    l’idea dell’Hoderlin non è male… ne riparliamo

  21. db il 24 febbraio 2006 alle 11:36

    ai dice: *delle tue digressioni su OT o IT non ho niente da dire, sia che siano OT o IT; non su tutto si interviene, non a tutto si risponde*. Rude e giusto. Solo che io non ho fatto digressioni su OT, ma 1 domanda su OT: alla tua affermazione “I tuoi OT sono divertenti” ho obiettato: “dove sono andato Off Topic?”, e siccome usavi il plurale, ti ho chiesto di indicarmi almeno due miei OT. Immagina la reciproca, con me postante e te commentante: come ti saresti comportato? Non ti avrebbe interessato saperlo, non avresti ritenuto tuo diritto avere una risposta e mio dovere risponderti?
    Ora, penso che col tuo ultimo commento mi hai dato una risposta indiretta (nel contesto però sarebbe stata più coerente una rude-diretta-tempestiva): *non era mio interesse un discorso esclusivo sulla traduzione, ma sui varchi di cui uno scrittore puo’ disporre per “spostarsi” dalla sua “per lo più” determinante condizione linguistica e culturale. Ben vengano anche le riflessioni, come le tue, sulla “traduzione” come mestiere, pratica, ecc.*
    Intendo così: “volevo che il centro del dibattito fosse il varco-scrittore, e che il problema-traduttore rimanesse non escluso, ma alla periferia. Per cui ben vengano anche…, ma”. Siccome io mi sono concentrato sul problema-traduttore, sono finito in periferia-benvenuto. Difatti abito in periferia di Milano, sono cioè IM, non OM.
    L’intento di ai era espresso nell’introduzione al suo pezzo: *Sartori ha pubblicato su NI una risposta a un articolo di Rizzante, sottolineando i diversi ostacoli contri i quali urta il romanziere italiano. Vorrei estendere questo dialogo all’ambito della poesia. Ma anche mostrare un particolare approccio a quella lingua sui generis che è la lingua di “traduzione’.* Qui ai vuole 1-estendere… e 2- mostrare…, e vuole 2- non in subordine a, ma alla pari con 1- (“Cameriere, vorrei il primo ma anche il secondo” è diverso da “… e casomai il secondo”).
    Dopodiché posta il pezzo suddiviso in 3 capitoletti:
    1- La traduzione come critica della cultura
    2- Leggere poesia in traduzione
    3- Conclusione
    In 1 c’e la prosa-Pavese, in 2- la poesia-Inglese, in 3- la cultura (prosa + poesia). Insomma, è sulla traduzione letteraria in generale (poetica ma anche non, o non ma anche poetica).
    ai nell’introduzione dunque scrive di voler dialogare su A ma anche mostrare B, nell’idea ovviamente che B c’entri con A. Ora, ciò è bizzarro: chi vuole dialogare su un tema, comincia dicendo la sua, e magari portando una pezza d’appoggio.Qui invece nel post si porta solo la pezza d’appoggio, costringendo inevitabilmente gli interlocutori a concentrarsi su essa. Mi viene in mente il dibattito sul femminismo in Berlinguer ti voglio bene…
    Io penso d’intuire l’origine di questa bizzarria: ai voleva dialogare su A, ma aveva già pronto B: così ha postato B, risparmiandosi la fatica di scrivere ex novo su A. Difatti con mio sommo stupore afferma che *ci sono cose migliori da fare*.

    DB

    PS e so anche che ne fa, di migliori: ad es. il lavoro su NA, che ho apprezzato assai.
    Giusto per conoscersi: se un arbitro mi fischia un fallo-OT, io ho il diritto di sapere dove ho fallato e il dovere di rispettare il suo fischio. Se non succede così, comincio a ragionare: “dunque, qui in NI fischiano o per OT o per Nick, di cui stigmatizzano in più modi la ‘falsità’ ecc. Allora faccio così: prendo il Nick Superficialotta con cui mi si è confuso, invio un commento nickato Super e firmato DB – vedrai che l’arbitro ai, che non mi ha spiegato il fallo precedente, mi fischierà per Nick, e così mi spiegherà i miei falli tutti insieme e una volta per tutte!”

  22. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 12:29

    Qualche riflessione sui commenti ai post in generale, la cui meccanica e la cui lingua sono la ragione principale per cui io ho cominciato a venire su NI.

    Potrebbe sembrare una ragione riduttiva rispetto alla ragione degli Indiani e della loro fatica di postare buoni pezzi. Ma a mio parere naturalmente non lo è e rispondeva alle mie esigenze di allora, che erano principalmente quelle di vedere come pensava una generazione diversa dalla mia (appena ieri sera, raccontando che vengo qui mi hanno risposto perché perdi tempo in rete dove non c’è niente di interessante e che è frequentata dai drop out e dagli sfigati, naturalmente non è così e, se è così, sono una drop out e una sfigata anch’io)

    Il bello dei commenti, ai miei occhi, è la loro capacità, anzi, vocazione ad andare fuori tema. I commentatori non pensano “bene”, non rispettano le regole. Non parlo dei troll, ovviamente, anche i commentatori che a me interessano a volte se ne vanno a spasso per i fatti loro spostando sempre il bersaglio.

    QUESTO interessa me, è da questo spostamento del bersaglio che sono venute fuori a volte cose interessanti e suggerimenti, di libri, di altri punti di vista, di linguaggi e territori diversi.

    E mi interessa sommamente la lingua che si usa in rete, questo parlato/scritto che è prodotto proprio dall’immediatezza a volte poco ragionata delle reazioni.

    In ogni caso, nello specifico del post di Inglese io apprezzo e cerco proprio quello che a DB non è piaciuto.

    Inglese, che è un poeta, ha mischiato, parlando di traduzione, la sua pratica e il suo pensiero di traduttore alla sua pratica di poeta.
    Si era “messo in dialogo”, come dice bene, e il suo discorso sulla traduzione non era “esclusivo”.

    E per fortuna. Come potrebbe essere “esclusivo” il discorso di un poeta sulla traduzione?
    Se volessi un discorso esclusivo leggerei un teorico della traduzione. Dal poeta che parla del suo lavoro io mi aspetto che metta in dialogo tutto e contemporaneamente, solo così potrò mettermi in dialogo anch’io, anche contraddittoriamente, con quel che dice.

    Ora succederà una cosa ovvia e banale.
    Questo discorso che ho appena fatto è semplice.
    Avrei potuto organizzarlo diversamente e fingermi più agguerrita teoricamente ( in realtà un po’ lo sono o almeno ho uno scaffale di opere sulla teoria della traduzione che mi avrebbe aiutato a fingermi tale) ma preferisco il discorso comune, che ha però il difetto, nella sua semplicità, di essere visto come “insignificante”.

    In questo DB, che è così acuto nella sua lettura dei modi di stare in rete è a sua volta agito dalla rete e dà la sua “vera” attenzione ai nick solo se parlano la sua lingua.
    Se il commentarore non la parla non ha tempo di prestare orecchio, aiutato forse dall’avere di fronte un nick che si dà di per sé come un soggetto molto debole. (E questa è invece la ragione per cui uso un nick, la debolezza mi è sempre piaciuta)

    Al contrario io penso che sarebbe interessante indebolire la postura filosofica di DB (non certo il suo rigore teorico quando opera come filosofo).
    Spero che i miei commenti non siano presi da nessuno come una forma di ostilità contro DB, mi è simpatico, sento sotto le sue parole e nei suoi OT la persona umana e mi piace, è contro l’invasività dell’imporre queste modalità, e non solo da parte sua, che mi ribello un po’, anche in quanto amica di un paio di filosofi che amo molto come persone ma con cui litigo spesso davanti a un bicchier di vino.

    Del resto, a me piace la varietà delle specie animali e dunque anche umane e vorrei ricordare che non solo i filosofi hanno contribuito a darci l’immagine di mondo che ancora stiamo elaborando, ma anche i mercanti e i poeti.

  23. db il 24 febbraio 2006 alle 21:34

    Temp. scrive: *Vorrei vedere i testi, cioè, vorrei vedere i risultati.* Giusto, 100 chiacchiere non valgono 1 fatto (ho postato la mia traduzione di Die Aussicht su http://www.ubicue.splinder.com – Hoelderlin, Poesie dalla torre, a cura di G. Celati, Feltrinelli, con testo a fronte).

    *Vorrei sapere che cosa vuol dire letteralità* Privilegiare la lettera, nel senso dell’interpretazione letterale (Bibbia et alia) rispetto a quella allegorica ecc.

    *ogni lingua pensa diversamente* Se un francese parla e pensa diversamente da un italiano, come faranno a capirsi? Ci vorrà un pensiero comune che pensi le loro differenze di pensiero – ma se c’è questo pensiero comune, non pensano più diversamente.

    *quando lascio il “soggetto verbo predicato” e mi ritrovo tra le mani una secondaria, che faccio, fin dove arriva la letteralità?* Se il testo francese ha una secondaria e io la volgo in principale paratattica, dovrei cambiar mestiere.

    *Quando mi trovo in un bosco/wald/forêt , mi trovo in un bosco, oppure in un wald o in una forêt?* Il problema è diverso: selva/bosco/foresta (e boschetto/boscaglia…) sono varianti lessicali significative riferite al concetto generico “insieme di piante selvatiche”. Ogni lingua ha le sue varianti: la situazione perfetta per il traduttore è che corrispondano nel numero a quelle offerte dalla lingua in cui traduce. Ora, poniamo sia questa la situazione tra il tedesco e l’italiano: l’autore nel produrre la sua opera poteva scegliere 1 tra le 3 – ha scelto, e il traduttore deve rispettare questa scelta, e non giocare alle 3 tavolette con le 3 varianti della lingua sua, scegliendo quella che “gli viene meglio” (per far questo, basta diventare scrittore).

    *Quando una congiunzione subordinante mi chiede il congiuntivo in una lingua e ha l’indicativo in un’altra, fin dove arriva la letteralità?* Mi va bene quello che risponderesti tu.

    *Quando una poesia vive anche di rime, assonanze e poi chiasmi e poi organizzazione dei grafemi sullo spazio bianco della pagina ecc, fin dove arriva la letteralità?* Fin dove è possibile.

    *Cos’è un traduttore medio?* La media comparata dei traduttori italiani oggi (come il cittadino medio, diverso dal cittadino ideale = come dovrebbe essere).

    *Quanta letteralità tollera la traduzione di una poesia di Zanzotto in tedesco?* Il più possibile (e Zanzotto amerebbe il massimo di letteralità, te lo posso garantire perché frequentiamo lo stesso bosco e seguiamo lo stesso galateo, abitando a 15 km. di distanza).

    *Il traduttore ideale è una figura retorica. Posso chiamarlo aporia, con un po’ di disinvoltura terminologica?* Troppa disinvoltura c’è anche nel definirlo “figura retorica”: banalmente è un concetto, come l’idealtipo di Weber, che ci aiuta a capire il Fuhrer con la umlaut e i baffetti.

    *Non credo a nessuna “tesi di fondo” su una pratica che è prodotto dello Zeitgeist, e la pratica traduttoria lo è sommamente* Lo Zeitgeist è senza mani.
    .
    * vorrei dire ai filosofi: GIU’ LE MANI DALLA TRADUZIONE, le traduzioni filosofiche sono cibo immangiabile* I filosofi hanno le mani, i traduttori di filosofia pure: come ogni pratica-mestiere, chi lo fa bene e chi male. Tu vuoi dire che il traduttore italiano medio di filosofia fa schifo, e un giudizio così lo puoi esprimere solo se hai già un’idea di come dovrebbe essere un traduttore vero: hai cioè un tuo concetto di traduttore ideale di filosofia (né retorico né aporetico).

    *E soprattutto GIU’ LE MANI DALLA POESIA. L’arroganza con cui i filosofi mettono le mani sulla poesia, il povero Hölderlin in primis, è disgustosa* Platone era poeta, Aristotele scrisse la Poetica: se sotto la categoria “filosofi” comprendi anche loro, sbagli. Se alludi ai filosofi attuali, non saprei, perché sono poco al corrente; se alludi in particolare a Heidegger su Hoelderlin, sì, l’ho letto, ma subito dopo ho preso il purgante Jakobson, e mi è passato tutto.

    Sulla tua chiusa sono d’acordo, variando un poco: *Se invece parliamo di (tentativo sempre rinnovato di) fedeltà, la cosa cambia e dalla generica teoria si può arrivare a confrontare le pratiche traduttorie, ben vengano a questo punto i traduttori, ben venga il discorso “autobiografico” di AI e DB*.

    DB

    I 2 problemi enormi che ho dovuto affrontare nella traduzione sono:

    1- i giambi a 5 arsi di Hoelderlin chiamerebbero l’endecasillabo italiano: ma usando l’endecasillabo, si perde ¼ del lessico ( 10 righe di tedesco o inglese medio richiedono infatti 13 righe circa d’italiano). Per cui: si tiene l’endecasillabo sacrificando il lessico, o si tiene il lessico sacrificando l’endecasillabo?
    2- Hoelderlin usò la rima nei primi e negli ultimi anni del suo poetare: ha scelto lui cioè quando usare o no la rima. Il traduttore deve/può rispettare questa sua scelta?

  24. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 22:34

    “Fin dove è possibile”
    Questa in realtà è la sola risposta giusta a tutte le mie domande.

    Quanto a Zanzotto non è vero, anch’io abito vicino al suo bosco e siamo andati a passeggio lungo gli stessi sentieri, anche lui sa che la risposta è “fin dove è possibile”.

    Quanto ai filosofi alludo agli attuali, certo.

    Quello che mi ha spinto a tutte le domande alle quali tu hai così gentilmente risposto è il fatto che avrei voluto sentirti fare “per prime” le due domande che ti fai indicando i due “problemi” che ti ha posto Hölderlin.

    Non c’è legge che valga per la traduzione, tradurre è interrogare il testo e fare “fin dove è possibile”.

    Mi va bene la tua chiusa modificata, anzi, mi concilia con le tue affermazioni precedenti a questo commento.

    Non ho in mente un traduttore ideale di filosofia, ma mi sono convinta che le traduzioni di testi filosofici siano rimaste a metà del guado, come gelate dal terrore che il traduttore prova di fronte all’autore, lo studioso di filosofia che si è apoplicato alla traduzione è rimasto lettore, lettore amoroso, anche, ma non compiutamente traduttore.
    Dico questo perché sono convinta che i filosofi siano molto meglio di come li si dipinge:–)

    Questo che ti ho messo dopo “dipinge” è una cosa stupida che si chiama emoticon, caso mai tu non lo sapessi, e che si usa in assenza della faccia, in questo caso indica un sorriso.

    A proposito, che lo Zeitgeist sia senza mani è un’affermazione azzardata, le ha, le ha.

  25. db il 24 febbraio 2006 alle 22:59

    ciao, tempestosa erranza!

    d

    ;-)

  26. db il 24 febbraio 2006 alle 23:12

    @ temporanea assenza

    db: *Zanzotto amerebbe il massimo di letteralità* = il massimo possibile di letteralità (come il maratoneta che al traguardo sussurra: ho dato il massimo).

  27. andrea inglese il 25 febbraio 2006 alle 00:50

    a db: ho finalmente capito cosa vuoi da me su OT e IT; (apro una parentesi, se sono qui a risponderti per chiarire ancora una mia frase insulsa, fatica, che voleva al massimo dire: ehilà, significa che la mia vita è alla deriva (ormai da anni) e l’unica soddisfazione è che con me viaggia l’intera epoca… )

    la frase era questa: “i tuoi off topic sono divertenti (e veramente anarchici)”; potevi dimenticarla, per il peso semantico che aveva, tendente allo zero (il peso fatico, pure uguale a zero perché nel virtuale manca il corpo); potevi dimenticarla, ma siccome hai insistito da filosofo come un trivellatore, te la spiego: mi riferivo al tuo secondo commento (inizia: “A una virtù”, in cui dici una serie di cose per me incomprensibili riferendoti ad altri commenti e ad altri commentatori, ecc. ) Quindi ho letto, non capito, mi son divertito: e ho detto db è un bakunin del commento

    Ecco. Ci siamo capiti. Chiudiamo la semiosi innescata da quella mia insulsa frase?

    Lo sai, db, che ti ho scritto all’indirizzo che compare, invitandoti a mandarmi la traduz. di Holderlin, ecc., ma non ho avuto risposta? E’ buono l’indirizzo?

  28. db il 25 febbraio 2006 alle 01:54

    @ andrea

    ciao! l’hai visto per caso Mary di Abel Ferrara? Il problema degli apocrifi scandalosi che la mamma umile risolve dicendo più o meno: se ci sono, l’avrà voluto Dio, e io mi fido di Dio, per cui non ho bisogno di leggerli? Ecco, dopo tutto questo schermagliare, quello che mi resta e resterà è l’immagine tua da giovane che da solo ti apri un varco verso Paterson. Paterson l’ho amato anch’io, nella mitica Lerici, purtroppo prima di te (= sono più vecchio).
    un abbraccio

    d

    oggi pomeriggio ti ho spedito una e-mail. da casa ora non posso controllare se è partita, e domani è chiuso. casomai mandami una conferma.

  29. db il 25 febbraio 2006 alle 13:10

    @ Temp & a.

    sulla traduzione filosofica/di/da filosofi ho trovato questa recensione che ti dà ragione e non mi dà torto, di Maurizio Ferraris a Heidegger, Sentieri erranti nella seva (gli Holzwege, ex Sentieri interrotti)

    http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/030202d.htm

    La strategia del traduttore Cicero è: *sovra-semantizzare tutte le parole di Heidegger, escogitare neologismi, rinverdire arcaismi (le scelte sono evidenziate in un glossario di ben 250 pagine), nella ipotesi che lì, sotto il velame della forma linguistica, si celi una verità essenziale. Ricordo di aver fatto qualcosa di simile una dozzina di anni fa, l’unica volta in cui mi cimentai nella versione di un testo, peraltro brevissimo, di Heidegger. Ora non lo farei più, perché spesso la felicità del traduttore non coincide con quella del lettore.*

    Mi inquieta per più motivi:
    1. (a proposito di bosco/wald ecc.) perché non tradurre allora: Sentieri erranti nella selva per cui i montanari sogliono andare a legna (con eventuale sottotitolo: Senza escludere che i sentieri siano effetto stesso del trascinamento)? E pensare che il termine è desunto da una bellissima poesia dell’ultimo Rilke (solo che Heidegger chissà perché non lo dice, e i seguaci chissà perché non lo sanno).
    2- l’inquietudine mi si fa terrore e si risolve brillantemente in paro-meraviglia al constatare che le note equivalgono per peso/volume/pagine al testo.
    3- sconforto invece per la chiusa. Ferraris dice che ha fatto così anche lui una volta – niente di male; che ora si è pentito – meno male; e che si è pentito perché prima badava alla felicità sua qua traduttore, e ora invece alla felicità del lettore. Ora, se la felicità del traduttore consiste: o nell’egoistico sovra-semantizzare, escogitare ecc., o nell’altruistico semplificare a pro della felicità del lettore – be’, chi dice questo ha sbagliato mestiere, perché la felicità del traduttore è e deve consistere nel sentirsi fedele all’autore (questo sentirsi, questa convinzione può rivelarsi errata, ma in essa sola può consistere la felicità)

    db

  30. temperanza il 25 febbraio 2006 alle 17:25

    @DB
    Sono d’accordo sulla tua conclusione, la felicità del traduttore è di sentirsi (e essere) fedele all’autore.

    Quanto agli Holzwege: ” weg der zu wirtschaftswecken in ein holz gemacht ist und nicht der verbindung zweier orte unter einander dient” (Deutsches Wörterbuch von Jacob und Wilhelm Grimm) spero che i traduttori di Heidegger ne abbiano visto uno, o almeno abbiano consultato il Grimm, prima di partire per la tangente
    .
    Quanto alla poesia di Rilke, forse Heidegger non la cita perché prima di Rilke il termine Holzwege lo hanno usato i legnaioli, come la parola Brot è stata usata da tutti gli affamati, non ha niente di aulico, lirico, enfatico.
    Mi pare che i traduttori dei filosofi tedeschi, per qualche perversa ragione, dimentichino che prima c’è stato Martin Lutero e la sua traduzione della Bibbia, e che la lingua tedesca è molto “contadina” a volte, semplice e fattuale.
    Tradurre un filosofo non è ragione sufficiente per non conoscere il tedesco e non sapere come “si è fatto”

    Son di corsa, quindi scusa la concisione.

  31. db il 26 febbraio 2006 alle 11:22

    @ Temp.
    Prima una curiosità, se vuoi levarmela: hai in casa 3 metri di Grimm? Se sì, complimenti (io ho lottato in dipartimento per farlo arrivare, e ho atteso finché è uscita l’edizione “economica”). Se no, conosci un accesso in rete? E nel caso, potresti segnalarmelo?
    Mi rifiuto di pensare che Chiodi o Cicero non abbiano consultato il Grimm, anche se non si può mai dire. Qui però il problema è un altro, anzi più di uno:
    1- la radice “materiale” della lingua (di ogni lingua), che fai benissimo a rimarcare, e di cui non dovremmo dimenticarci mai. Nella fattispecie, il legame ancestrale Holzweg-Holzhauer/legnaiolo. Avrai notato l’accezione metonimica di “holz” nella definizione dei Grimm, dove si scrive legno ma s’intende bosco, e poi anche i wirtschaftswecken, gli scopi economici, ossia recuperare legna. Ora, questi sentieri che non servono a collegare luoghi, ma a recuperare legna, percorsi non più da un boscaiolo ma da un passante come lo potremmo essere noi, non “dicono” più lo scopo per cui sono stati aperti, e possono risultare addirittura una scocciatura, in quanto s’interrompono, non portano a un altro luogo, sono insomma per il passante “sbagliati”. Questo non lo suppongo io, lo dice la lingua.
    2- La parola, nata tra i boscaioli, cambia mano e viene usata dai passanti, i quali le danno un’altra accezione: auf den Holzweg geraten = prendere una strada sbagliata / auf dem Holzweg sein = sbagliarsi di grosso.
    3- Heidegger ha presente entrambe le accezioni (lo scrive anche a chiare lettere), in più ha un amore manierato per la montagna (per dire, perdeva ore dal sarto per farsi l’abito echte tyrolisch): unterWEGs zur sprache, WEGmarken, der feldWEG sono titoli del suo periodo montanaro. E coglie al volo l’opportunità: Holzweg è una via (termine immediatamente metaforizzabile-filosofilizzabile) che ha perso la sua Zweckmaessigkeit ossia fuoriesce dal campo dell’utile, del Man, della tecnica ecc. e si ferma su un nulla. Ora, mentre il passante torna indietro, il filosofo sosta lì e cerca di tematizzare questo nulla, di forzarlo.
    4. Bene, questa terza accezione non è una scoperta di Heidegger, ma di Rilke, che decenni prima camminava per le forets del Valais e poetava in francese. Ecco il 31° dei Quatrains valaisans:

    Chemins qui ne mènent nulle part
    entre deux prés,
    que l’on dirait avec art
    de leur but détournés,

    chemins qui souvent n’ont
    devant eux rien d’autre en face
    que le pur espace
    et la saison.

    Avrai intuito da sola la forza filosofica genuina (anche se hai una legittima idiosincrasia per la filosofia).
    5. Dopodiché il traduttore dovrà rendere il tutto in italiano, rispettando l’icasticità sublime del termine (insomma, più breve è la traduzione del termine, e meglio è). Siccome non sono io che traduco, opterei di gran lunga per Chiodi/Sentieri interrotti, e scarterei la sbrodolata di Cicero.
    Buona domenica!

    Dario

    PS 15 anni fa, scendendo dal Piz del Diavolo, ho imboccato una scorciatoia ripida nel bosco:all’istante in cui mi sono accorto che finiva in un baratro, sono cascato e rotto tutto. Dalla ricostruzione fatta, sono rimasto semincosciente per un paio d’ore a guardare il paesaggio. In realtà mi era familiare, poiché ogni anno andavo lì, ma allora mi sembrò stupendo, creaturale. Qualche giorno dopo ho capito che non sempre i filosofi mentono: la seconda Promenade di Rousseau infatti racconta un caso analogo (solo, lui investito da un danese), e ti assicuro che non ha mentito.

  32. temperanza il 26 febbraio 2006 alle 18:04

    @Dario

    Son d’accordo su “quasi” tutto quello che dici e soprattutto sono d’accordo a favore di “sentieri interrotti” contro la tremenda sbrodolata, ma non ho una idiosincrasia per la filosofia, solo alcune riserve su alcuni modi di tradurre, soprattutto su quello che aumenta il tasso di sublime oltre misura e l’asperità sintattica e ritmica oltre il tollerabile.

    E questo non per voler appianare e imbellettare, ma in omaggio a una lingua, la nostra, che accoglie e forse auspica certamente un certo tasso di forzatura, ma produttiva e creativa, non provocata da un timore paralizzante e dal desiderio di incollarsi all’originale come un cerrotto.

    Per dire, se il tedesco nella secondaria mette il verbo in fondo alla frase, l’italiano non lo può fare, bene, questo è un caso estremo, ci sono altre posizioni degli elementi del discorso che hanno una posizione naturale che andrebbe rispettata, un diverso uso del possessivo, un diverso uso della particella, un diverso uso del soggetto pronominale espresso. Tutti questi elementi non sono del filosofo, sono della lingua, e la loro legislatura andrebbe rispettata nella lingua ospite.

    Ma a parte questo pistolotto, tu dici:

    “questi sentieri che non servono a collegare luoghi, ma a recuperare legna, percorsi non più da un boscaiolo ma da un passante come lo potremmo essere noi, non “dicono” più lo scopo per cui sono stati aperti, e possono risultare addirittura una scocciatura, in quanto s’interrompono, non portano a un altro luogo, sono insomma per il passante “sbagliati”. Questo non lo suppongo io, lo dice la lingua.”

    (Magari se il passante li considerasse sbagliati dovrebbe chiamarli Irrwege, ma è solo una mia pedanteria)

    Hai ragione, ma un poeta, e anche un filosofo come Heidegger, (il padre di tutti i leghisti, posso dirlo?) che io ho letto come ho letto Proust, e per di più non tutto, e dunque dirò senz’altro stupidaggini, non sono semplici passanti. Sanno che parole usano e anche le “vedono”, vivono nella lingua.

    Anche se l’uso concreto della parola si è perso, il suo ectoplasma rimane e la definisce in qualche modo, questo sapore di fondo non svanisce solo perché il passante non ne riconosce più l’uso e la adopera inconsapevolmente e in un’accezione che ha ormai abbandonato di almeno tre gradi il suo significato originale e la sua Zweckmässigkeit. Non credi?

    Perché a volte (non so se scrivi poesie, ma hai tradotto Hölderlin) una parola entra nel mio campo mentale e non lo lascia e attorno a quella parola se ne aggrumano altre e le ragioni sono anche estremamente materiche e fisiche e visive. E dunque, io penso che un traduttore, anche di filosofia, debba saper vivere nella lingua e aver ben chiaro tutto quello che tu dici al punto 3).

    Ma secondo me spesso non lo ha chiaro. Per tradurre magari Kant forse basta essere un grande studioso di filosofia, se si traduce Nietzsche o Heidegger credo che il traduttore debba aver una mente più “corporale” e una memoria più fisica dell’etimologia.

    Il sentiero senza meta di Rilke è “entre deux prés”, dunque non è un Holzweg. Ora, hai ragione a dire che ha una forza genuina, e forse persino filosofica (anche se penso che qualsiasi essere umano riflessivo avrebbe potuto pensare lo stesso, camminando in campagna, e forse anche formulare meditabondo il pensiero al suo ritorno a casa dopo la passeggiata), ma se dovrò tradurre non potrà sfuggirmi la grandissima differenza del paesaggio. Ne terrò conto o no?

    Dico tradurre, ma potrei dire leggere, mossa primaria di chi traduce, leggere e interpretare. Nella lettura di Holzweg entrerà anche l’immagine di Rilke, se la conosco, ma poi abbandonerà il campo, perché io “ho visto” anche la campagna francese e so che è molto diversa dal bosco dell’arco alpino. Lo so come lo sanno Rilke e Heidegger. E come dovrebbe saperlo il loro traduttore.

    Dove il filosofo originale, che non è un semplice professore, azzarda e gioca e comunque è in sotterranea sintonia anche con l’uso comune di una parola, l’accademico sia pure eccellente che traduce usa una lingua morta, anche se magari filosoficamente ha un suo senso. E dunque strutture sintattiche del tutto ovvie nella lingua di origine, si trasferiscono in Papuasia con il loro loden, e sudano, mentre tutti gli altri usano il pareo.

    Tra loden e pareo ci vorrebbe un abito da tropici che non fosse un ridicolo camuffamento, ma comunque un abito più consono.

    Quanto al Grimm, ho l’edizione economica, non misura più di un metro, ma so che adesso c’è anche su disco, molto più comodo, anche se io preferisco sfogliare le pagine, devi comprarlo però, credo. Mi hanno detto che costa poco

    Io in montagna non vado “mai” in discesa, ma mi sono immedesimata, ti sei riaggiustato?

    Buona domenica anche a te.

    Temp

  33. db il 27 febbraio 2006 alle 00:13

    Cara Temp, volevo “approfondire” con te (e magari assieme ad altri, a cominciare dal postante).
    Heidegger col termine Holzweg compatta tre livelli fornendo una ricchezza estrema:
    1- quello materiale, dei boscaioli (dei sentieri da lui calcati)
    2- quello comune, del linguaggio/visione comune dei passanti
    3- quello filosofico, desunto da Rilke (il quale se non erro è trattato insieme a Hoelderlin proprio in Holzwege).
    Hai dunque ragione che al livello 1- il quatrain valaisien è radicalmente diverso (prato non è bosco), ma io mi riferivo per Rilke solo a livello 3- . L’incipit del quatrain designa cioè perfettamente il livello 2- (qui ne mènent nulle part), ma la chiusa apre sul “pur espace et la saison”. Quella “nulle part” era cioé a livello del senso comune non-filosofico, ossia: dove l’uomo comune non vede nulla, il filosofo intuisce “espace” e “saison” (2 astratti che sono poi gli stessi dell’ultimo Hoelderlin). Ora uomo/donna comune e filosofo/a possiamo esserlo, anzi lo siamo tutti/e anche nel corso di una sola giornata, ma alternativamente: possiamo o accorgerci di qualcosa, o sorvolare su qualcosa. La filosofia cioè non è una materia, e men che meno una professione: è un esercizio, un’attenzione.
    Può andare così, provvisoriamente?

    d

    Ho esagerato a dire 3 metri, ma i Grimm mi sembrano più di 1 metro: domani vado a misurare!
    Hai avuto modo di leggere la mia versione di Die Aussicht in Ubicue? Vuoi che la invii qui? Hoelderlin non può essere OT sotto un post che parla di poeti e traduzioni!

  34. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 10:07

    Si, inviamela qui, anch’io credo che non possa essere OT, ma credo che continueremo a parlare in due perché quando una pagina esce dalla prima schermata (non so come chiamarla) la gente pensa ad altro e si rivolge al nuovo che arriva, per me è meglio.
    Cmq stasera rileggo tutto e ti rispondo con maggiore attenzione, in ogni caso si, può andare molto bene, e “provvisoriamente” solo nel senso che continuiamo a parlarne, buona giornata
    Temp

  35. andrea inglese il 27 febbraio 2006 alle 10:35

    a dario e a temp: questa vostra fuga in avanti (teutonica) ha completamente spiazzato il postante che tenta, ammirato, di starvi dietro: mi stampero’ il vostro dialogo, poiché richiede una certa ponderazione

  36. georgia il 27 febbraio 2006 alle 12:39

    DB
    (ho postato la mia traduzione di Die Aussicht su http://www.ubicue.splinder.com – Hoelderlin, Poesie dalla torre, a cura di G. Celati, Feltrinelli, con testo a fronte).

    GEO
    Io ho una idea di db abbastanza bizzarra, insomma in poche parole lo considero un po’ … allegrotto, ma ora mi rendo conto che il mio giudizio potrebbe basarsi sul solito equivoco tecnologico.
    Lui ogni tanto dice di andare a leggerlo su http://www.ubicue.splinder.com, io ci sono andata le prime due volte poi naturalmente non ci sono andata più perchè c’erano solo geroglifici illeggibili.
    Ho pensato che ci prendesse per il culo e con un umorismo che a me appariva non divertente e soprattutto del tutto inutile.
    Poi ora si è messo a parlare di una sua traduzione, sembrava parlasse intelligentemente, sembrava una cosa seria, sono tornata su http://www.ubicue.splinder.com …. ma, naturalmente, sempre i soliti segni incomprensibili :-).
    Però stavolta, visto che tutti rimanete seri e lo considerate normale, mi viene il dubbio che forse sia il mio pc che non riesce a leggere;-) Altrimenti … beh altrimenti il povero db è veramente ad un livello senza ritorno, ma non solo lui :-(
    geo

  37. db il 27 febbraio 2006 alle 13:59

    La traduzione che ho inviato a http://www.ubicue.splinder.com ha occupato lì il # 244, e a chi vorrà, sarà semplice trovarla. Purtroppo non è corredata del testo tedesco, ma con un po’ di buona volontà è variamente reperibile.
    La collocazione casuale in # 244, di cui mi sono accorto 2 mn. fa, per me ha del magico e mi riempie di gioia infantile. Sulla scorta di Jakobson infatti, mi ero spinto oltre nel tentativo di decifrare il mistero delle date strampalate con cui Scardanelli chiudeva le poesie. Vi ho cioè colto la ricorrenza del numero 2, dei suoi multipli, e soprattutto del 4. La maggioranza assoluta delle poesie di Scardanelli riguardano le 4 stagioni, e sono quasi tutte composte di 2 quartine (4), a rima spesso baciata (2 a). Da qui avevo dedotto qualcos’altro di più “filosofico”, ma fa niente.
    Che ora Die Aussicht mi si piazzi così, sponte sua, al # 244…

    DB

  38. fm il 27 febbraio 2006 alle 14:33

    @ bario dorso

    La tua traduzione è “fedelmente” bella. L’ho apprezzata.

  39. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 15:26

    Trovata!! me la guarderò con calma.

  40. georgia il 27 febbraio 2006 alle 15:30

    deduco che tu non è che ci prendi in giro (non solo per lo meno) ma proprio NON SAI postare in un blog :-))))))))))))))))))))))))))))))))) sai solo postare nei commenti.
    se hai bisogno di aiuto chiedi saremo in molti a darti una mano, non puoi continuare a postare nei commenti del tuo unico post demenziale
    ah ah ah ah ah ah ….
    Grazie db perchè questa era una possibilità che non avrei mai neppure ipotizzato e forse, chissà, hai inventato un nuovo genere-blog;-)

  41. db il 27 febbraio 2006 alle 23:22

    @ Temp.
    mi ha fregato la disposizione su tre mensole in verticale: altro che 3 m., sono poco più di un m. in totale i 33 voll. dei Grimm! In verità alla prima misurazione, mi dava 115, poi schiacciando al massimo cm. 111, 1 periodico. Sentito per altre questioni pregresse, don Zenone, il mio ex-prof. di filosofia al Collegio Graziani, mi ha esortato a tener duro, che se non mi stempero la vinco io.
    Ho sbirciato alla voce Holzweg, e già i Grimm hanno 6 modi di dire per “strada sbagliata” = 2- passante. Ma c’è persin Lutero, che tuona: “L’unica via è Gesù, le altre sono Holzwege di dannazione”. Dal che deduco che 1- e 2- sono accezioni contemporanee (logico, ché per ogni boscaiolo che lavorava c’era un fancazzista eichendorffiano che si perdeva).

    @ Georgia
    i bei tempi di Ubique con la q sono stati funestati da una tremenda cacarestia che ha messo la scrittura tutta in verticale (le 7 cacche magre). Alcuni/e si sono adattati, altri hanno sacheggiato a man bassa Ungaretti che si prestava alla stipsi grafica, ma gente come Zizzi protestava, minacciava di passare alle m.f., e così abbiamo tolto la gambetta e siamo passati a Ubicue. Essendo un blog costruttivo, a Ubicue sarebbe esiziale il cambio di post.

    Non capisco perché qui su NI non siano visibili le ultime postate di commenti: ciò aiuterebbe a vedere dove sopravvive il dibattito (ad es. sotto la recensione alla Chiantelassa abbiamo cominciato a discutere del bacio, e promette bene)

    d

  42. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 09:43

    @DB

    Visto!

    oggi mi guardo la tua trad. di H.

  43. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 19:59

    @DB

    Letto.

    Il tedesco l’ho preso dal testo riportato del volume dei Meridiani, che sembrerebbe avere qualche differenza rispetto alla tua versione, per es. non c’è spazio tra le strofe e la prima finisce con un punto e virgola.

    A parte questo, che dire, io approvo una traduzione con l’impronta che tu le dai, se ho una riserva è che per seguire la lettera, non hai potuto, o non sei riuscito, a trovare una soluzione all’impianto metrico, che in Hölderlin è molto forte.
    La copio qui sperando di far cosa grata ai lettori

    Die Aussicht.

    Wenn in die Ferne geht der Menschen wohnend Leben,
    Wo in die Ferne sich erglänzt die Zeit der Reben,
    Ist auch dabei des Sommers leer Gefilde,
    Der Wald erscheint mit seinem dunklen Bilde;
    Daß die Natur ergänzt das Bild der Zeiten,
    Daß die verweilt, sie schnell vorübergleiten,
    Ist aus Vollkommenheit, des Himmels Höhe glänzet
    Dem Menschen dann, wie Bäume Blüht’ umkränzet.

    Mit Untertänigkeit

    Scardanelli

    d.24 Mai
    1748

    Poi ho una perplessità sul “lontano” del secondo verso, che nella tua versione sembra di stato, mentre è “in die Ferne”, e su “tono” per “Bilde” all 4° verso. Su “stagioni” per “Zeiten”. Su “sommità” per “Höhe”.
    Intendo dire: poiché si è parlato di “lettera” , se già qui la lingua “nostra” ti porta ad allontanarti di fatto da Hölderlin, o almeno ad azzardare, non valeva la pena cercare di trovare anche una soluzione metrica più adeguata?
    Ma cercherò di tradurla anch’io, perché altrimenti restano parole vuote, se questa striscia per qualche ragione scompare nel fondo del pozzo prima che io abbia avuto il tempo di provarci, te lo segnalo da qualche parte.
    Ciao
    Temp

  44. db il 28 febbraio 2006 alle 23:40

    Cara Temp, se davvero la traduci, mi farai davvero felice. Le cose che ti dirò ora prendile non tanto come mie difese, quanto come dritte per il tuo lavoro futuro.
    1- ho guardato sia Grosse Stuttgarter sia la Frankfurter Ausgabe, optando per la prima (le differenze sono minime, ma ci sono – la punteggiatura è una questione spinosa perché bisogna tener conto che Hoelderlin scriveva in piedi alla finestra di fretta: non per dire che allora la cambiamo come vogliamo, ma ci sono casi in cui il verso chiude davvero anche nel contenuto, e allora è pura acribia tenere: ho detto la lettera, non la virgola!). Sullo stacco tra le due quartine ci ho perso qualche notte. Guardando il manoscritto, c’è una spaziatura indecidibile. Normalmente Hoelderlin stacca più decisamente. Ma le due quartine sono così diverse di registro, che ho optato per staccare. E la nuovissima Bremer Ausgabe in 12 voll. regalatami un mese fa da una carissima amica mi dà ragione.
    2- sulla metrica: avrai visto che sono giambi con 5 arsi (vv. 3, 4, 5, 6, 8) e con 6 arsi (vv. 1, 2, 7). Ora, in ipotesi adottiamo il nostro endecasillabo: questo copre i versi con 5 arsi, mentre gli altri versi “scappano”. Ma c’è una cosa molto più importante, che puoi desumere da una candida, troppo candida dichiarazione del curatore dei Meridiani, che dice di aver tentato la rima “naturalmente al prezzo di una inevitabile alterazione del lessico”, p. 1864 – cioè per fare rima ha dovuto “torcere” il lessico. Operazione inammissibile, perché il lessico è la materia prima. Ma c’è un’altra cosa importante che il curatore tace: se mantieni le 5 arsi i.e. l’endecasillabo, anche rinunciando alla rima dovrai egualmente alterare il lessico, in questo caso “sfrondare”, perché come ti dicevo all’ingrosso 3/4 pag. tedesca = 1 pag. italiana, e quindi nel giambo di Hoelderlin ci sta più “roba” che in un endecasillabo. Che fare? Mi sono orientato verso l’esametro (chiamalo alessandrino, martelliano ecc.), che è la coperta giusta per il tedesco “giambizzato” [ti piace questa parola di piombo? dimmi di sì!]. Questo in generale, e cioè nelle altre poesie di Scardanelli. In questa, come vedi, sempre per non sacrificare il lessico-lettera, mi ha giovato pensare alla musica da camera, un quartetto d’archi (barocca, non contemporanea a Scardanelli – Hoelderlin con la testa era sempre al 1800 o giù di lì): ho pensato a un largo. Così la mia traduzione parte con un movimento larghissimo che va a finire a imbuto nell’endecasillabo del v. 4. Nella seconda quartina parte strettina e si slarga piano. I metri sono vari, interni, come intrecci armonici: se non ci senti niente, mio danno, perché non sono riuscito a mostrarli. Sulla rima poi, mentre H. ha la baciata, io sono riuscito a renderla incrociata o chiusa, che è un altro modo di perfezione, a corona, rispetto al bacio (mentre l’alternata H. la usava quando ancora usciva per fare 4 passi: 1,2,1,2).
    2- *Wo in die Ferne sich erglänzt die Zeit der Reben*
    Wo è di luogo, in die Ferne di moto, erglaenzt è riflessivo: incredibile H.! tutto è fermo, e a muoversi è il brillare riflessivo, “in lontananza”. Ma anche noi poveri italiani, stendendo il braccio diciamo: là, lontano…
    3- Bilde: rendendo con “tono” ho torto per fare rima debole con “lontano”. Bild da bilden è alla radice “forma” ossia in pittura disegno, mentre “tono” è colore: sono stato cioè veneziano rispetto a H. toscano – ma: lo “scuro” applicato alla forma le fa perdere assai del suo nitore, la sfuma. ergo… (l’altra suggestione, con la musica, è stata la pittura di paesaggio di primo ‘800: la prima quartina non è un quadro? e quel bosco non è una macchia?)
    4- Zeiten, qui come altrove H. (seguendo l’uso comune) lo usa per aggiustare il verso al posto di Jahreszeiten (soprattutto al plurale non c’è ambiguità, sono proprio le stagioni).
    5- sommità per Hoehe è letterale (Lutero: dal sommo del cielo) lat. a summo = dall’alto.

    Basta, che mi fuma il cervello. Un caro saluto

    Dario

  45. temperanza il 1 marzo 2006 alle 00:04

    @DB
    Grazie, ho molto apprezzato, c’è davvero un grandissimo lavoro, e sapiente. E ne terrò conto nella versione che ti proporrò. Ti anticipo che forzerò di più, anche perché starti alla pari sarà difficile se non impossibile.
    Dammi “giorni”, però, che prima temo di non farcela.
    Notte
    temp

  46. db il 1 marzo 2006 alle 10:10

    @ Temp
    resterò in dolce attesa. Piuttosto, vedo che invece di temperare sotto il post AMORE, stai comodamente a bataillare: su, c’è urgente bisogno di te!
    buona giornata

    d

  47. temperanza il 1 marzo 2006 alle 10:37

    @DB
    No grazie;-) entrare a 140 commenti vorrebbe dire leggerli prima almeno in parte, il tempo dedicato al piacere in questi giorni è limitato e ne ho usato una parte per leggere l’articolo di baricco su repubblica, molto in tema con alcune discussioni fatte qui sul conformismo.
    E poi certe vagonate di puro moralismo a priori e politicamente corretto mi paralizzano la mente e mi tolgono la voglia, sono molto meno polemica di quanto può apparire qui;–)
    a presto
    Temp



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