La solitudine di Travis Bickle

21 febbraio 2006
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar 

 855_taxi.jpgSono passati trent’anni da quell’unica volta che mi capitò di andare al cinema con i miei genitori, che erano ancora giovani: mio padre aveva ancora tutti i capelli neri e mia madre era bionda ed era ancora una bella donna; andammo a vedere Taxi Driver; l’altra notte non riuscendo a dormire e facendo zapping forsennatamente ho trovato, per un miracolo palinsestico, uno spazio d’interesse vero in quel turbinare in senso spesso contrario di canali inutili, e ho rivisto il film su Retequattro, rimanendo sveglio e fisso davanti al piccolo schermo come l’Alex di Arancia Meccanica, con gli occhi sbarrati, stanchi, brucianti, fino alle due e mezza del mattino; e dopo ho fatto fatica ad addormentarmi; e nel dormiveglia i temi dell’acqua, del sangue, delle luci artificiali, i colori accesi del fotografo Michael Chapman ricorrevano pulsanti nel sottosuolo della mia testa; ed è stato bello ma ancora una volta doloroso rivedere Taxi Driver, per l’ennesima volta; perché ogni volta che lo rivedo scopro qualcosa di tremendo che non ho ancora visto prima; è un pugno da K.O. ogni volta, che si rivela più duro per l’appunto ogni nuova volta.

Travis Bickle, questo personaggio creato dalla fantasia dello scrittore e regista Paul Schrader autore della sceneggiatura, è un antieroe dei nostri tempi = un ex marine del Vietnam, che fa il tassista girando la notte per tutta New York, solcando con i  pneumatici larghi del suo taxi giallo qualsiasi zona di New York, da Queens al Bronx, passando per Harlem; qualsiasi strada malfamata, qualsiasi incrocio di morte probabile; sembra non abbia nulla da perdere nell’aver scelto di girare per tutta New York la notte, divenendo possibile bersaglio di gente che ancor più di lui non ha nulla da perdere.
La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi… dappertutto. Non c’è scampo, sono nato per essere solo“. Così recita la voce off di Robert De Niro – doppiata dal grande Ferruccio Amendola- che incarna Travis Bickle; mentre la macchina da presa di Michael Chapman, guidata come fosse un taxi onnivedente da Martin Scorsese, riprende quattro volte un semaforo che scatta al verde, ossessiva; un taxi-macchina da presa che disincarna per gli spettatori lo sguardo desolato del regista, uno sguardo che s’insinua in maniera del tutto naturale in quello ancor più desolato di Bickle; per cui noi spettatori stiamo vedendo qualcosa di più di un film, stiamo proprio vedendo la fusione di due sguardi desolati; per meglio dire quello di Scorsese, questo straordinario uomo di cinema, cinema fatto uomo, che racchiude in sé quello di Bickle; lo sguardo di Scorsese è ancor più suo – anzi è del tutto suo, e così diventa automaticamente anche il nostro- quando riprende Bickle dentro e fuori il suo taxi – mentre ad esempio fa ginnastica per rimettersi in forma; o nella tavola calda, tra i colleghi; e fuori la tavola calda, mentre parla con il collega Peter Boyle, e gli dice che deve fare qualcosa, ( per reagire a una vita ossessivamente monotona di voyeur del male altrui); e l’altro non ha capito cosa, e allora quest’altro gli dice soltanto, per tagliar corto: “Vedrai che tutto s’aggiusta”, e risale sul suo taxi senza aver capito nulla, e senza che gliene sia importato nulla; mentre guarda alla televisione il senatore Charles Pallantine, questo scherano della finta democrazia, questo democratico di facciata, questo damerino cinquantenne politicamente corretto dai buoni natali; e quando porta fuori la ragazza Betsy, incarnata in Cybill Shepherd, questa  bionda w.a.s.p. che lavora proprio per il senatore Pallantine, la porta fuori a vedere un film porno svedese invece che nel solito aggraziato ristorantino borghese; e la ragazza esce dal cinema disgustata, e lo molla con la furia dei timorati moralisti bisnipoti di quel pugno serrato di navigatori degli antichi Padri Pellegrini – lì, in mezzo alla strada, fuori dal cinema, tra le puttane negre sbraitanti. L’algida bellezza w.a.s.p. e democratica ha un cuore duro, ha un hard core asessuato al posto del cuore, un hard core dal battito lento e inesorabile; successivamente la bellezza algida w.a.s.p. e democratica respinge i fiori di Travis Bickle, respinge i suoi tentativi goffi e senza pelle di rimediare alla sua gaffe, respinge tutto, tutto quanto, con la forza di una purezza disumana.
E così la misoginia di Bickle – prima soltanto latente- aumenta il suo stonato, irregolare battito nel suo cuore esacerbato; e così la sua misantropia e la sua paranoia, e la sua incolmabile, voraginosa solitudine. La musica straziante di Bernard Herrmann – è la sua ultima colonna sonora prima della morte, ha già dato alla storia del cinema commenti sonori come quelli di Psycho, Quarto Potere, Intrigo Internazionale, La donna che visse due volte, Fahrenheit 451 – sottolinea con note da ballad infelice – musica che sembra arrivare da una sala da ballo fuori tempo massimo, situata in uno spazio-tempo fuori da ogni orbita umana, così che questa sala da ballo extramondana potrebbe essere quella dell’ Overlook Hotel – questa solitudine metropolitana così straziante, livida e al contempo accecante.
La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi… dappertutto. Non c’è scampo, sono nato per essere solo.” Queste terribili parole rimbombano nei miei occhi brucianti dal fumo delle sigarette, che sto accendendo una dopo l’altra a tarda notte, davanti al piccolo schermo, il volume tenuto basso; è un freddo venerdì notte di febbraio, sono trascorsi esattamente trent’anni da quando andai al cinema con i miei genitori a vedere Travis Bickle e la sua solitudine incolmabile, in un cinema nel centro della mia città, little Apple europea; due anni dopo, nemmeno maggiorenne, andrò negli Stati Uniti per la prima volta, e vedendo uno di quei vecchi taxi gialli ricorderò Travis Bickle e la sua voragine interiore; prendendo un taxi all’aeroporto La Guardia per un viaggio fino a Newark mi farò derubare dal tassista di un centinaio di dollari, perché il tassista avrà preso la faccenda alla larga facendo un giro per l’appunto molto largo, (come Peter Boyle e i suoi colleghi); ma questo lo capirò soltanto più avanti, quando sarà troppo tardi; nel frattempo, avrò visto dal finestrino del taxi giallo certe strade desolate di Queens e del Bronx e non potrò non ripensare a Travis Bickle: “La solitudine mi ha perseguitato tutta la vita. Dappertutto.” E mi sentirò solo e straniero come mai mi sarà capitato e mi capiterà anche dopo, in tutta la mia vita.

(Foto di De Niro-Bickle: www.blogsimages.skynet.be)
 

8 Responses to La solitudine di Travis Bickle

  1. gg il 21 febbraio 2006 alle 15:01

    jjj

  2. lilia il 21 febbraio 2006 alle 16:54

    Di come una recensione cinematografica può diventare lo spunto per una meditazione che, scivolando a ondate lente, intermittenti, dalla pelle e dall’animo di chi l’ha scritta, ci investe tutti e ci attraversa col suo carico di solitudine e di dolente conoscenza. Ci costringe a osservarci da vicino, riflessi dalla superficie in ombra del nostro stesso specchio. Un testo bellissimo. Complimenti.

  3. stefano il 21 febbraio 2006 alle 18:37

    Non è possibile: domenica un amico è passato da me per bere un caffè e, appena entrato, la prima cosa di cui ha parlato, anzi su cui si è immediatamente dilungato, è stata l’analoga re-visione notturna, con annessi amari entusiasmi e meditazioni novelle, di questo stesso film che aveva visto molti anni fa con i genitori (e molte altre volte in seguito, va be’). Devo assolutamente passargli questo bel pezzo.

    Buona serata, StZ

  4. Franz Krauspenhaar il 22 febbraio 2006 alle 10:31

    Molte grazie, soprattutto a Lilia, che ha centrato quello che ho tentato (senza riuscirvi) di fare.

  5. Il Cinecontorsionista il 22 febbraio 2006 alle 15:08

    Amici, dato che si parla di cinema, mi permetto di segnalare la rubrica “Il Cinecontorsionista” al seguente link: http://www.mproma.net

  6. Giancarlo Tramutoli il 23 febbraio 2006 alle 11:32

    Forte, Franz. L’algida bellezza dal cuore freddo che esce dall’hard core imbestialita dura…

  7. tashtego il 24 febbraio 2006 alle 14:17

    Sono convinto che la messa in scena della metropoli come caos di corruzione-sesso-violenza-malattia-morte, contenuta in Taxi driver, sia volutamente ed evidentemente esasperata.
    È messa in scena, appunto.
    Ma non per questo meno (drammaturgicamente) vera.
    Non ho mai preso quelle immagini per reali: credo che anche Scorsese non le proponga come oggettive, ma piuttosto come un prodotto della visione disperata di Travis, che il film abbraccia in pieno, in un impeto di tenerezza per la sua condizione.
    Tutto la vicenda si impernia su questa visione metropolitana, che apre sostanzialmente le porte a tutte le successive elaborazioni, narrazioni, ipotesi, sul destino della città contemporanea e dei suoi abitanti, fino a Blade runner, al cyberpunk e oltre.
    C’era tutta una scuola di pensiero – siamo nel Settantasei – che teorizzava la fine, per schiacciamento sotto il suo stesso peso, della civiltà urbana occidentale.
    Tema ricorrente era l’incontrollabilità di una megalopoli apocalittica in crescita inarrestabile, di cui si profetizzava la fatale frammentazione in future comunità ristrette, specializzate e medievalizzate.
    Quelle di Taxi driver sono probabilmente visioni ispirate all’area di Manhattan attorno alla 42 est, che raggiunse in quegli anni l’apice del degrado e che fu, successivamente e radicalmente, bonificata.
    Molto cinema americano in quegli anni indugiava sulle sentine urbane del vizio.
    Su tutti nominerei lo splendido Cruising, di William Friedkin, che però è dell’Ottanta.

  8. tashtego il 24 febbraio 2006 alle 15:11

    volevo scrivere 42 OVEST, scus.



indiani