Che tutto torni

22 febbraio 2006
Pubblicato da

di Stefano Zangrando

H. S.
in memoriam

Entrambi, all’improvviso, avevamo decisamente voglia di rivederci

All’inizio della scorsa primavera rividi finalmente Rachel, il più importante personaggio femminile dell’avventura metropolitana con la quale, quattro anni prima, avevo congedato la mia giovinezza. Fu un caso fortunato: l’avevo chiamata il sabato sera e mi aveva risposto da Lisbona, dov’era in vacanza con due amiche, dicendomi che il giorno dopo sarebbe arrivata in Italia, da sola, per lavorare una settimana sulle piste da sci. Non sentivo la sua voce da quasi due anni e mezzo.

L’ultima volta che mi aveva ospitato a Berlino (the place where he was born and raised) le mancavano pochi mesi alla fine dell’impiego temporaneo presso l’ambasciata australiana; ero rimasto da lei tutto novembre, poi mi ero trasferito in una camera a Schöneberg. Da quel momento, se non ricordo male, non ci vedemmo più e ci telefonammo solo due volte. Poi io rientrai in Italia e lei, poco più tardi, si trasferì a Barcellona, dove l’aspettavano il suo ragazzo di allora e un master in relazioni internazionali. In due anni ci siamo scambiati qualche e-mail e un paio di sms, niente di più. Una volta venne in Italia con il ragazzo per una settimana bianca in Lombardia, ma non riuscimmo a incontrarci; io andai due volte in Spagna, ma non passai per la Catalogna. E tuttavia, in tutti questi casi, non fui troppo dispiaciuto: eravamo così sicuri di volerci rivedere? La vita allontana, si sa, e l’età affievolisce l’entusiasmo platonico dei rapporti a distanza…
A meno che, grazie allo stesso scorrere del tempo, non s’impari anche ad aspettare. La domenica mattina ricevetti un sms: era atterrata a Verona e tra poco sarebbe partita per il Tonale, dove, precisava, avrebbe avuto da fare per tutti e sette i giorni di permanenza. Mezz’ora dopo, cedendo a un infantilismo, le risposi che probabilmente in quel momento eravamo distanti non più di cinque chilometri l’uno dall’altro, due punti vicini sulla linea del Brennero. Non ci sentimmo più fino al giovedì, quando mi chiamò per spiegarmi che il sabato, terminata l’ultima giornata di lavoro, non avrebbe trovato l’autobus con il quale in principio aveva creduto di poter scendere a Bergamo per il volo di ritorno del giorno dopo. Solo allora, ascoltando le sue pause, capii che rimanere a piedi non era già più un’emergenza, ma il giusto pretesto. Entrambi, all’improvviso, avevamo decisamente voglia di vederci.

Giusto il tempo del brindisi, poi Rachel si addormentò

Alle otto di sera del sabato, dopo due ore in salita tra curve e tornanti, ero immerso in un rosso crepuscolo ai piedi di un’ombrosa statua della Fortuna. Non ero mai stato al Tonale e adesso, dall’interno dell’auto parcheggiata nella piazza principale, smaltivo lo sbalordimento per lo scempio edilizio che, entrando nel centro abitato tra gli ampi declivi innevati, mi aveva colto in controluce. Chiamai Rachel. Mi spiegò come raggiungerla e scoprii che in quei sette giorni aveva dormito proprio in uno dei tre osceni casermoni da socialismo reale che deturpavano la vallata: le abitazioni del personale.
Rabbuiava; giunto ai piedi del secondo edificio parcheggiai e, concentrando lo sguardo verso l’ingresso, riconobbi il passo da atleta di Rachel. Prima di scendere e andarle incontro, sorrisi dei suoi jeans a zampa d’elefante: riconoscevo il suo gusto americanoide nelle decorazioni floreali sui lati, era l’indizio fidato di una diversità che avevo imparato ad amare a fatica. Poco dopo, quando salimmo in camera sua per le valigie, la luce dell’ascensore ci permise di ispezionarci con discrezione, riparati dalle battute che scambiavamo come vecchi amici. Non si schiariva più i capelli, che ora avevano ripreso il rosso naturale. Immagino che lei, dal canto suo, abbia notato l’avanzamento implacabile della mia calvizie. In ogni caso, bastò una manciata di secondi perché entrambi ci convincessimo di aver ripreso possesso l’uno delle forme dell’altro, come si dice: sembra ieri che ci siamo salutati.
Ovviamente era un’illusione. Nella prima parte del tragitto verso valle, mentre la strada senza illuminazione mi obbligava a tenere le dita sul comando degli abbaglianti, ci servimmo del passato prossimo per riaccomodarci nelle persone che si erano lasciate due anni prima e che adesso dovevamo pazientemente aggiornare. Allora Rachel mi spiegò che aveva accettato quella settimana di lavoro sottopagato per poter sciare gratis e allontanarsi per un altro po’ da Barcellona, che dopo la fine della relazione con il ragazzo catalano le si era definitivamente rivelata come un posto “non suo”. Poi, quando la strada si fece più chiara e scorrevole, venimmo all’amato dunque, alla nostra avventura berlinese, e il nostro ricordo comune risultò divertito e innocente, tutt’altro che una commemorazione. Fummo sereni, coraggiosi, lei nominò persino la notte in cui cercai di possederla con la forza; così anche la nostalgia fu tenuta a bada (ma qui parlo per me soltanto, perché lei fu più brava fin dall’inizio a non ammalarsene). E poi, naturalmente, vennero gli altri: l’insegnante del corso di tedesco, i compagni di classe, la collega bella e impossibile che Rachel mi presentò una notte a Prenzlauer Berg…
Ormai riconoscevo intorno a noi la valle di Non e guidavo sciolto, una mano sul volante e l’altra sul sintonizzatore della radio; ma il nostro adesso era un rincorrersi di ricordi e impressioni, con la voce coprivamo senza sforzo i suoni che si diffondevano nell’abitacolo. “Senti un po’, e George?”, domandai.
Rachel eruppe in un “Oh” più profondo, volse lo sguardo su di me e disse: “Non lo sai? Non te l’ho mai detto?”.
La radio gracchiò. Era fin troppo chiaro. Repressi la costernazione: “È morto?” le chiesi il più prontamente possibile, aspettando la conferma. Che giunse puntuale. Poche settimane dopo il trasloco a Barcellona, aveva trovato nella segreteria telefonica un messaggio del suo principale dell’ambasciata: le comunicava che George, da poco trasferito all’ambasciata australiana in Vietnam (he has no friends to help him now), era deceduto la notte precedente.
Lo avevo conosciuto alla fine di una serata di bagordi. Non ricordo né come né perché, ma quando rientrai con Rachel nel suo appartamento a due passi dalla stazione Zoo lui era lì, chiuso nel bagno più piccolo. Si udì lo sciacquone e la porta si aprì. Non avevamo acceso le lampade, preferivamo muoverci nella penombra creata dalle luci della città che penetravano dalle pareti vetrate e dai lucernari, e poiché George vestiva in jeans, la mia prima immagine di lui è tutta in gradazioni notturne di blu.
Era basso e ben piantato, la sua stretta di mano fu energica. In viso, dietro le piccole lenti luccicanti nel buio, portava i segni di almeno trent’anni di un’ostinata ricerca di appagamento. Prendemmo posto in soggiorno, ognuno su una poltrona attorno al tavolino quadrato con i ripiani in vetro. Rachel crollava dal sonno. George propose di bere qualcosa. Il suo tedesco era impeccabile. Gli dissi che qualche ora prima avevo messo delle birre in fresco. Si alzò, andò in cucina e tornò con tre bottiglie stappate. Giusto il tempo del brindisi, poi Rachel si addormentò.

La porta dello stanzino con il proiettore e le pellicole era ancora aperta

Non ho ancora imparato ad accettare di avere una memoria disastrosa e non so se mai vi riuscirò. Ma se ripenso al modo in cui l’ho maltrattata nel terzo decennio di vita e soprattutto in quei giorni a Berlino, il disappunto nei confronti del patrimonio genetico si stempera, mio malgrado, nella coscienza irrisolta delle mie responsabilità. Perciò adesso non riesco neppure a compiangermi per il poco che mi è rimasto di George, anche perché è quanto basta a restituirmi il senso di un piccolo legame realizzato e, con esso, l’anelito nostalgico di una riconoscenza inadempiuta.
Davvero avrei di che lamentarmi: dopo quella prima notte a chiacchierare sottovoce mentre Rachel dormiva rannicchiata al nostro fianco, e durante la quale George si mise scalzo ma tenne sempre indosso il giubbetto jeans, ci dovettero essere diverse altre occasioni che ho smesso da tempo di conservare. Quale fu, per esempio, la volta in cui seppi che i genitori di George erano di madrelingua tedesca e che lui, prima di Berlino, aveva lavorato all’ambasciata a Bonn? (Fu poi lui a raccontarmelo, o non fu piuttosto Rachel in uno dei numerosi momenti qualsiasi trascorsi insieme?) E quale fu la circostanza in cui ascoltai per la prima volta la voce incredibilmente potente di George cimentarsi in brani country-western suonati alla chitarra acustica dal suo collega David? Non ne ricordo un solo particolare! E quale, quale quella in cui fui io a imbracciare la chitarra, che David aveva dimenticato a casa di Rachel, per accompagnare il canto sanguigno e senza sbavature di George, la sua rotolante pronuncia australiana amplificata dall’esagerazione alcolica? Le immagini che ho in mente non sono che brandelli, astrazioni… E quando capii o venni a sapere, infine, che George aveva un pericoloso debole per Rachel e che lei, pur non corrispondendolo, stentava a prendere le misure a causa dell’inclinazione di George alla depressione? Forse all’inizio, quando andai ad abitare da Rachel, lui dovette vedere anche in me un avversario o un antagonista. Tuttavia, e benché nemmeno la mia infatuazione fosse un mistero, credo che cominciai presto a piacergli. Fu lui a insegnarmi la parola tedesca “Kumpel”, compagno, con cui una volta si rivolse a me in un sms. Ancora l’anno scorso, ma non potrei giurarlo, credo di avergli scritto un messaggio con questa stessa parola al numero tedesco rubricato nel mio vecchio telefono portatile, prima che questo si rompesse dissolvendo anche la mia memoria artificiale. Se così fu, in ogni caso, dovetti smettere in pochi giorni di preoccuparmi della mancata risposta.
Rachel, dal canto suo, non ricordava la notte in cui io conobbi George e lei si addormentò sulla poltrona. Dopo l’uscita dall’autostrada, guidando per le vie del quartiere dove abito da un paio d’anni, tentai inutilmente di risvegliare la sua memoria con qualche confuso dettaglio. Ma fui contento di scoprire che uno dei migliori ricordi che le restavano dell’amico scomparso comprendeva anche me. Risaliva alla sera in cui capitammo in un cinema all’ultimo piano di un insospettabile edificio di Kreuzberg, in cima a un condominio malridotto al quale si accedeva attraverso uno dei numerosi cortili interni di cui si compone l’architettura residenziale berlinese.
I berlinesi smettono presto di stupirsi della varietà del posto in cui sono nati, ma noi stranieri, che fossimo lì da qualche anno o da pochi mesi, ci cullavamo nello stupore di fronte a ogni nuova scoperta. Il cinema a Südstern fu una di queste. Lo cercammo, credo una domenica pomeriggio, perché davano O Brother, Where Are Thou? dei fratelli Coen in lingua originale con sottotitoli in tedesco, e ci trovammo in uno dei posti più caratteristici che io abbia mai visitato (George avrebbe detto – o forse disse: “Klassisch!”).
Subito a lato dell’entrata, di fronte a una parete tappezzata di locandine celebri, una porta aperta ci invitò a sbirciare nello stanzino con il proiettore e le pellicole; quel locale angusto e disordinato aveva il fascino imperfetto di uno spogliatoio, odorava di celluloide e, probabilmente, della pelle e del fiato della persona che ci lavorava dentro ogni giorno (perhaps he’ll die upon this train). Proseguimmo.
Avevano unito tre, forse quattro appartamenti per farne due sale di proiezione. Nella stanza dove comprammo i biglietti, fornita di un banco bar e un paio di tavoli con i ripiani in formica, si respirava un diffuso aroma di cannabis. Fu allora, mi piace credere, che ci guardammo tutti e tre negli occhi sorridenti, pensando la stessa cosa: questa è Berlino, ragazzi! La sala in cui entrammo per il film non era in pendenza; le file delle poltrone erano separate da muretti in pietra grezza sopra i quali gli spettatori appoggiavano i piedi o, più spesso, le bottiglie di birra. George, seduto tra me e Rachel (o fu Rachel a stare in mezzo?), ne approfittò in entrambi i modi.
Non capii molto di quel film, quella volta: il mio inglese era insufficiente e il mio tedesco troppo lacunoso. Tuttavia uscii di buon umore dalla sala, compensato e forse anche gratificato dalle risate e dai commenti soddisfatti dei miei due “Kumpel”. Quando uscimmo dal cinema, la porta dello stanzino con il proiettore e le pellicole era ancora aperta.

Lo stato di grazia in cui possiamo illuderci di essere vivi per qualcosa

Qualche tempo fa un amico, direttore di una rivista letteraria, mi ha chiesto di scrivere un testo personale sul “romanzesco” per un numero monografico che aveva in mente di realizzare; il pezzo, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto sostituire un certo mio saggio critico troppo polemico, secondo lui, nei confronti dell’accademia. Fino ad oggi, tuttavia, non mi ero ancora rimesso a rifletterci. Il romanzesco, das Romanhafte: se si ricorresse ai pensatori tedeschi o all’etimologia, ci si potrebbe scrivere un trattato (probabilmente è stato fatto). Del resto, in quel breve saggio appoggiavo volentieri quella che mi pareva una tesi molto originale e tutt’altro che cervellotica su ciò che il romanzesco sarebbe “veramente” (qualcosa come un’avventura conoscitiva). Ma il mio parere, oggi, è sordo alla teoria: esso è piuttosto il frutto di una malia rara, di quello che certi intellettuali francofili sopra i sessanta chiamerebbero forse un “incanto dei segni”.
Quando seppi della morte di George, durante il viaggio in auto con Rachel, scivolai fin da subito in una scomoda irrequietezza. Decisi così che avrei scritto di lui, ma questo non era che il primo passo verso una composizione ancora del tutto ignota e bisognosa, per cominciare a prendere forma, di ben altri stimoli. Non tutti poi erano giusti: nelle prime settimane dopo l’incontro con Rachel, altri morti emersero dalle nebbie del passato e mi accorsero intorno, chiedendo di partecipare anche loro alla rappresentazione, magari in un trittico, oppure, per accontentarne il più possibile, in una breve ma intensa galleria di ritratti. Non si rendevano conto di quanto poco fossero compatibili l’uno con l’altro, benché si rivelassero abilissimi nel mettere in crisi le mie gerarchie affettive. Le idee iniziarono a chiarirsi solo quando, finalmente, riuscii a entrare in possesso del film che avevo visto a Kreuzberg con Rachel e George.
I fratelli Coen, questi raffinati amanti delle citazioni, hanno dato al film il titolo di una pellicola che il protagonista di un film dei primi anni quaranta (Sullivan’s Travels di Preston Sturges) avrebbe voluto realizzare sugli anni della Grande Depressione. È questa, infatti, l’epoca in cui si dipana anche l’avventura picaresca dei tre personaggi di O Brother, Where Are Thou?. Tuttavia, mentre il regista Sullivan intendeva girare il suo film più “impegnato” – un aspetto al quale ammicca, se non sbaglio, anche il titolo del film di Sturges, che riecheggia i Gulliver’s Travels di Johnatan Swift –, i fratelli Coen ribadiscono invece il proprio magistrale disimpegno: il loro film, infatti, pur conservando anch’esso l’intenzione satirica di Swift, non è che uno splendido esempio, stilisticamente impeccabile, di intrattenimento intelligente. (Fratello, Dove Sei? – così recita il titolo della versione italiana – dichiara almeno altre due parentele eclatanti: quella con Mark Twain e i suoi romanzi classici, i cui ambienti soffocanti e le cui atmosfere impure, come anche di nuovo l’aspetto satirico, rivivono, se pure inesorabilmente artefatti, nell’affettuosa stilizzazione del profondo sud degli Stati Uniti messa in atto dai Coen; e quella, tanto più ironica, con l’Odissea, sulla quale gli autori dichiarano, nei titoli di testa, di aver basato nientemeno che l’intero film, ma che in realtà viene ripresa solo parzialmente e in modo assai divertito, in assoluta libertà.)
Sono pervenuto a queste notizie e osservazioni solo dopo aver guardato il film una prima volta nel modo più semplice e diretto possibile: senza riflettere. Ed è stata questa, in verità, la volta in cui ho cominciato ad accorgermi che “tutto tornava”: guardavo il film, ridevo, ricordavo George, sorridevo, e più andavo avanti, più mi convincevo, con stupore e godimento crescenti, che nessun altro film avrebbe potuto esprimere altrettanto fedelmente lo spirito di quel giovane uomo allegro e sofferente. Sapevo poco di lui, quasi niente del suo passato, lo avevo conosciuto appena, in una fase precisa dell’esistenza, non ricordavo quasi nulla di ciò che avevamo vissuto insieme, mi rimaneva solo un pugno di impressioni, di echi e fotogrammi incompleti, eppure sentivo, all’improvviso, di aver trovato un accordo, suonato alla perfezione da due cineasti ebrei americani, sul quale il mio George avrebbe potuto intonare con assoluta spontaneità il suo canto inebriato. Che giunse puntuale. Everett, Pete e Delmar, accompagnati dal chitarrista negro che la notte prima ha venduto l’anima al diavolo, arrivano in un piccolo studio in mezzo al deserto, dove un disc-jockey cieco e canuto fa registrare loro un singolo che di lì a poco spopolerà in tutto lo stato del Mississippi. È un brano tradizionale che un giorno forse suonerò anch’io, scosso nel sangue dal brivido semplice della scala pentatonica, quando all’inferno accompagnerò la voce calda e graffiante di George nel canto eternamente divertito di una solitudine incurabile:
I’m a man of constant sorrow,
i’ve seen trouble all my day…
(E intorno a noi, come lucciole in un bosco sterminato, brilleranno alla fine di ogni strofa le voci fedeli e beffarde del nostro coro, le stesse che accompagnano, racchiuse tra mute parentesi, questo modesto omaggio a un uomo in costante pena.)
Da allora, da quella spensierata espressione di dolore, da quel canto che riuniva in un felice paradosso un celebre esercizio di stile sulla Grande Depressione e il profilo sconosciuto di uno spirito depresso, tutto cominciò a scorrere e incastrarsi al posto giusto, sorprendente come un ometto in jeans uscito da un bagno di notte, come la scoperta di un cinema all’ultimo piano di un edificio malridotto, come la coincidenza di un trio di amici davanti a un maxischermo con un trio di fuggiaschi davanti a un microfono, come l’esattezza di un ricordo condiviso, come un’intimità improvvisamente ritrovata, come la poesia segreta di uno scempio edilizio, insomma tutto (while he is sleeping in his grave), tutto cominciò a prendere forma e così, un po’ alla volta, è nato questo piccolo racconto.
È questo, per me, il romanzesco: una fortunata macchinazione del caso, un duplice ordito improvviso: l’istante in cui la vita chiama l’arte e l’arte chiama la vita, in cui l’una dà all’altra una direzione, un senso: un significato. Il romanzesco è lo stato di grazia in cui possiamo illuderci di essere vivi per qualcosa.

(1915-2005)

Che George, in uno dei loro ultimi tête-à-tête a metà fra seduta confessionale e dichiarazione d’amore, le avesse parlato di suicidio, sembrava essere per Rachel un motivo di tormento ormai superato. Lo aveva avuto, naturalmente, il tremendo sospetto, e per questo, dopo aver ascoltato il messaggio in segreteria, aveva richiamato il suo principale all’ambasciata di Berlino. Ma a quanto pare non vi erano dubbi: George era morto a letto, nel suo nuovo domicilio di Hanoi, per un arresto cardiaco. Una causa “naturale” in un posto “naturale”. Rachel insistette, mentre entravamo nel mio appartamento, su questo punto: ovviamente lei, soprattutto lei, aveva avuto il timore immediato di un gesto volontario, ma il suo capo l’aveva escluso. Era stata una disgrazia.
Fui d’accordo con lei, mentre mi abbandonavo finalmente allo straniante rammarico che la notizia di un George morto ormai da due ani aveva suscitato in me, nel riconoscere che erano molte le ipotesi, innocenti per quanto sciagurate, in grado di spiegare una morte per arresto cardiaco a trentacinque anni. Preferii invece astenermi dall’osservare che quel riconoscimento sembrava rispondere più che altro a un nostro bisogno di rassicurazione, forse perfino a un istinto di sopravvivenza; era già, in altre parole, l’oscura ammissione dell’enigma residuo al quale nessuno di noi voleva prestare attenzione, se non altro per pudore o per il rispetto che siamo indotti a provare nei confronti di chi ha condiviso con noi una felicità.
(he’ll meet you on God’s golden shore)
Quando, un paio d’ore più tardi, feci notare a Rachel che finalmente, per una volta, potevo augurarle buona notte a casa mia dopo tutte le notti passate insieme da lei, avevamo cambiato argomento da un pezzo. Lei si addormentò presto; io me ne stetti ancora qualche tempo, gli occhi fissi nel buio, ad ascoltare il suo respiro. Riconoscevo il suo ritmo profondo, lo sciabordio lunare di una donna che, di lì a poche ore, avrei ricominciato ad aspettare.

“Mi riferisco a quella libertà di avvicinarci al meraviglioso che non può esserci sottratta, il diritto di mettere a frutto il più possibile ciò che abbiamo, di mettere a frutto la nostra condizione più di quanto qualsiasi essere umano abbia mai fatto”.
Saul Bellow (1915-2005)

(Apparso nel volume collettivo Autobahn, a cura di R. Christanell, Traven books, Bolzano 2005.)

6 Responses to Che tutto torni

  1. mag il 22 febbraio 2006 alle 12:11

    Stefano……Stefano……
    empatico.

  2. F.K. il 22 febbraio 2006 alle 13:52

    Bravo Zangrando.
    Nelle corde del suo “Il libro di Egon”, ottimo romanzo d’esordio.

  3. db il 22 febbraio 2006 alle 17:37

    Grazie per il racconto.

    DB

    NB al terz’ultimo capoverso c’è “ani” per “anni” (parola d’esperto)

  4. gabriella fuschini il 22 febbraio 2006 alle 18:27

    Mhm, date le premesse, credo che non rimarrò delusa dal tuo libro. Sai Stefano, che trovarlo è stata un ‘impresa e una prova di grande pazienza?una vera caccia al tesoro.

  5. stefano il 22 febbraio 2006 alle 23:37

    Grazie a voi, la parola un/a buon/a lettrice/ore è sempre incoraggiante.

    Il refuso è certo uno scherzo del vero George, che dal regno dei morti si fa beffe della mia sobrietà.

    (Mi spiace, Gabriella, che tu abbia dovuto faticare tanto per il romanzo… Spero ne sia valsa la pena!)

  6. redengot il 23 febbraio 2006 alle 11:44

    che tutto non torni, ma che almeno non passi però!::::::



indiani