Fanfani nel cosmo

23 febbraio 2006
Pubblicato da

di Cristiano de Majo

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La prima volta che gli apparve l’Assenza si trovava in una sala lettura della Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio, appollaiato su una lunga panca di legno, davanti a un tavolo occupato da un gruppo di studenti universitari con acconciature punk e bracciali di metallo. L’Assenza si manifestò come un’interferenza. Uno sbandamento del campo visivo che Mario Mari non seppe subito decifrare. All’inizio diede tutta la colpa alla luce fioca che si spandeva nella sala lettura da quei lampadari antidiluviani appesi al soffitto. Poi pensò all’infinita casistica degli errori di stampa, numeri che saltavano e prendevano il posto di altri numeri.
Capì solo dopo aver scartato questa seconda ipotesi, quando rintracciò il taglio e realizzò che il volume Amintore Fanfani – Discorsi Scelti aveva in realtà subito una mutilazione. Qualcuno aveva strappato dieci pagine. Di netto. La recisione era stata praticata tra la pagina 156 e la pagina 176, un intervallo che, secondo l’indice, corrispondeva in modo esatto alla trascrizione di uno dei discorsi del ’53, anno in cui il politico aretino era stato nominato Ministro dell’Interno nell’Ottavo Governo De Gasperi.
Mari guardò all’interno del libro sempre in più in profondità, come un mago in una sfera di cristallo, cercando di convincersi che il fenomeno non fosse così straordinario. La spiegazione poteva essere persino banale. Era un’epoca in cui il crollo dei valori aveva spalancato le porte a qualsiasi tipo di rivendicazione e la gente, soprattutto certa gente, si riteneva autorizzata a tutto. Si ritenevano autorizzati a bruciare nottetempo intere file di automobili parcheggiate in stradine residenziali, si ritenevano autorizzati a imbrattare vagoni della metropolitana con calcografie di lottatori mascherati, e ora si ritenevano autorizzati a strappare pagine dai libri della Biblioteca Nazionale. Era il nuovo che avanza, pensò Mario Mari, che stava avanzando e che prima o poi avrebbe travolto tutto. Guardandosi intorno, ipotizzò che il responsabile sarebbe tranquillamente potuto essere uno di questi studenti emaciati e scorticati che sedevano intorno al tavolo. E, per qualche secondo, spiò i loro volti inespressivi, gli abiti a brandelli, i manuali di sociologia e psicologia, pedagogia e sessuologia, ma senza trovare alcun indizio.
Pensò che segnalare il disguido alla biblioteca sarebbe stato inutile e che rassegnarsi fosse la cosa più saggia. Avrebbe perso solo tempo se si fosse messo a protestare con uno degli stanchi impiegati meccanici della biblioteca. Erano stupidi e a tal punto che sarebbero stati capaci d’incolpare lui. Allora richiuse il libro e si alzò dalla panca. L’unica cosa che contava, del resto, era rispettare la scadenza per la consegna della prima stesura della biografia di Fanfani che l’Associazione Amici di Fanfani lo aveva incaricato di scrivere in cambio di un accettabile compenso. Al momento, era in ritardo di almeno cinque giorni sul piano di lavoro e un giorno in più di ritardo avrebbe significato perdere dei soldi e forse anche la reputazione.
Per questa ragione, dopo aver restituito il libro ed essersi assicurato che la copia incompleta fosse l’unica in possesso della Biblioteca Nazionale, si diresse, senza neanche pranzare, con lo stomaco vuoto, bruciato dai succhi gastrici e dal caffé, alla Libreria della Camera, in via del Tritone.

Era novembre, piovigginava e le nuvole avevano assunto un colore bluastro, vagamente sintetico. Attraverso i finestrini incrostati dell’autobus, Roma sembrava un plastico in decomposizione. Palazzi morti con luci accese. Fantasmi ricoperti di tessuti impermeabili. Carcasse metalliche immobilizzate dal traffico. Ed era come se tutto si stesse sbriciolando.
Quando l’autobus approdò in piazza Barberini, Mari prenotò la discesa e si catapultò in strada. Fuori, in balia degli agenti atmosferici, fu aggredito da una salva di gocce pungenti. Il rimedio che utilizzò fu alzare il bavero dell’impermeabile e correre all’impazzata. Ciò malgrado, la pioggia gli spruzzò il viso, le guance, il naso e le labbra. Mari l’assaggiò e trovò che fosse piuttosto acida.
Entrò gocciolante nella Libreria e rintracciò nella sala principale un commesso che conosceva. L’uomo, pelato e basso in modo anormale, stava sistemando una pila di libri nell’espositore Commissioni Parlamentari. Nel corso degli ultimi mesi aveva avuto modo di parlargli diverse altre volte. Era un esperto. Lo aveva indirizzato sulla retta via della ricerca fanfaniana fornendogli il nome di un antiquario che spacciava sottobanco vecchi diari della Prima Repubblica. Questa volta lo avvicinò e gli chiese i Discorsi Scelti con un tono tale da fargli capire che non era il caso di addentrarsi in complesse dissertazioni sulla teoria delle convergenze parallele, perché non aveva tempo, perché andava di fretta.
Il commesso sembrò afferrare il concetto. Scomparve e, dopo qualche minuto, ricomparve con i suoi passetti da topo e il libro tra le braccia. Mari lo vide appoggiare i Discorsi Scelti sul bancone e fare una specie di inchino del tutto sopra le righe. Lo sentì dire “mi faccia sapere”. Poi non fece più caso a lui, ma al volume che era lì.
Lo prese e iniziò a sfogliarlo. Giusto il tempo di scoprire che anche quella copia era stata tagliata. Conteneva le briciole dei fogli recisi, come un cadavere ancora caldo.
Questa seconda apparizione fece assumere all’Assenza un significato diverso. Ora non era più possibile attribuire il taglio all’azione di un teppista. Fu in quel momento che si fece strada l’idea del complotto. Un complotto contro Fanfani, oppure un complotto degli Amici di Fanfani. Forse, pensò Mario Mari, un omissis sottoforma di strappo.
Seguì un’esplosione di fantasie perverse e retrò. Avevano a che fare coi Servizi Deviati, coi Pezzi Marci dello Stato, con le strutture clandestine finanziate dalla CIA, e con tutto il repertorio dell’Italia dei misteri e delle stragi, delle cose che non si capivano e che non si sarebbero mai capite. Allora Mari ebbe la sensazione che potesse trattarsi di un sogno che l’aveva catturato. Pensò a tutti i libri che aveva letto per studiare la vita di Fanfani e all’atmosfera dell’Italia anni ’50, ’60 e 70′ in cui era stato immerso per troppi mesi, come se quei libri e quell’atmosfera lo stessero inducendo a produrre un abnorme allucinazione a tema, una potentissima visione in grado di produrre effetti nella realtà sensibile.
Frastornato, lasciò cadere il libro sul bancone ed esercitò la coda dell’occhio. Il commesso non era più davanti a lui, stava già servendo un altro cliente. Ne approfittò per dileguarsi. Almeno, osservò, avrebbe evitato di dare spiegazioni che non aveva nessuna intenzione di dare.
Fuori, in strada, pioveva ancora e Mari si riparò sotto un cornicione, davanti al palazzo del Messaggero, a pensare, a chiedersi cosa stesse succedendo. Il titolo del giornale di quella mattina lo riportò coi piedi per terra. Rimandava all’ennesima strage di civili in Medio Oriente. Mari lo trovò rassicurante. Se era un sogno, disse a se stesso, prima o poi si sarebbe svegliato. Oppure, osservò, il contratto sarebbe scaduto e l’Associazione Amici di Fanfani gli avrebbe revocato l’incarico. In ogni caso, era meglio darsi un’altra possibilità. Pensò alla Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” e alla sua clientela selezionata.

Il Palazzo della Minerva, sede della Biblioteca Spadolini, era immerso quel giorno nel buio più totale. Era come un tunnel, ma corredato da busti risorgimentali e affreschi e acquerelli con paesaggi della Roma papalina. Mari s’immerse nel tunnel e si fece trascinare dal buio lungo le scale di marmo fino al primo piano, dove scoprì che la Sala delle Richieste era stata spostata al piano ammezzato, un luogo a tal punto nascosto che lui stesso si chiese se non fosse un altro parto della sua mente, un luogo che in realtà non esisteva.
Entrò e ne fu ancora più convinto. All’ingresso della Sala, in un angolo, c’era un vecchio vestito con un completo marrone smangiucchiato e con il viso, letteralmente, coperto da un paio di occhiali da sole a specchio. Mari lo notò perché era strano, perché era un vecchio con gli occhiali da sole a specchio, e non poté fare a meno di ipotizzare che fosse un agente dei Servizi, o un infiltrato, o chissà cos’altro e che fosse lì per via dell’affaire Fanfani. Ecco che stava succedendo, pensò. L’incubo materializzava nella realtà anche esseri umani, per esempio vecchi con occhiali a specchio. Provò ansia, senso di soffocamento, la premonizione di essere sotto il tiro di qualche speciale arma telepatica, ma durò poco, perché qualcuno, urlando qualcosa, una specie di suono atonale, chiamò il vecchio, e il vecchio si allontanò zoppicando in diagonale lungo il corridoio.
Mari realizzò allora di essere al limite della capacità di sopportazione. Capì che doveva cercare di rilassarsi. Provò a farlo avvicinandosi al banco delle richieste, compilando il Modulo di Richiesta, e consegnando il modulo al bibliotecario, un altro signor x della burocrazia statale la cui esistenza fisica sembrava stesse da un momento all’altro per svaporare. Ma la terza apparizione dell’Assenza lo ripiombò nel panico. Era di nuovo lì in mezzo al libro, tra la pagina 156 e la pagina 176, con il segno inconfondibile dei pezzi di carta rimasti attaccati al dorso.
“Mancano anche qui, “, disse Mario Mari, “anche qui, anche qui”, ripeté più volte come un disco incantato, come un pazzo del tutto privo di freni inibitori.
Per tutta risposta, il bibliotecario lo guardò con un’aria annoiata e gli disse “ce lo hanno già detto”, come se si trattasse di una cosa normale.
Mari avrebbe voluto urlare, ma si trattenne.

Uscì dal palazzo che era buio anche fuori e si diresse verso casa, il solido trapezoidale di cinquanta metri quadri in cui abitava sulla Tuscolana. Lo raggiunse mentre i negozi abbassavano le saracinesche e le insegne luminose si spegnevano e un triste viale del tramonto prendeva forma sulla sopraelevata ferroviaria.
In casa, respirò da subito l’aria viziata, di chiuso, della sua solitudine. Un’altro genere di assenza – di umanità questa volta – lo accolse come un cane che fa le feste al padrone. Era circondato dai libri di politica, di storia e filosofia, di diritto e dalle videocassette con le vecchie registrazioni della Notte della Repubblica di Sergio Zavoli e dei Mixer coi Faccia a Faccia, ma non c’era nessuno che potesse dirgli cosa fare, che potesse tranquillizzarlo, che potesse dargli qualche conferma circa l’ordinario procedere delle cose. La percezione che aveva era quella di essere sparito dal mondo, anche lui, come la pagine, di essere stato strappato da un altra realtà e trasportato lì, in quel solido trapezoidale di cinquanta metri quadri sulla Tuscolana.
Sfilò l’impermeabile umido e lo appese all’attaccapanni. Calzò le pantofole e un cardigan con le toppe sui gomiti. Scostò la tenda e guardò fuori dalla finestra della stanza da letto. Vide nuvole rosse e cemento e lampioni giallastri che irroravano il panorama. L’aria era pesante, e a tal punto che ebbe l’impressione di essere tornato agli anni ’70, a quella stagione di distopie realizzate, di speranze convertite in odio. In quel momento, osservò, nel deserto di piazza Ragusa non sarebbe stato fuori posto un carro armato della Decima Mas di passaggio verso il Ministero degli Interni.
Incapace di resistere oltre alla fame, raggiunse la cucina e diede fondo alla riserva di scatolette Simmenthal accumulate nel piccolo cubo di formica sopra i fornelli. Accompagnò la carne in gelatina con alcune fette di pan carré e un paio di bicchieri di aranciata frizzante. Poi, da sazio, ricominciò a produrre pensieri, congetture, ipotesi di complotto.
Trascorse la notte senza riuscire a dormire. Osservò per ore la foto in bianco e nero di Fanfani che aveva stampato da un sito internet e che teneva appiccicata alla cornice del suo monitor. La osservò come se nelle pieghe di quel volto si potesse nascondere una risposta alle sue domande. Ma Fanfani rimase zitto. Fanfani non disse niente. Fanfani, semplicemente, sorrideva.
Di fronte a quel sorriso, Mari ipotizzò che avrebbe potuto parlare con il presidente dell’Associazione Amici di Fanfani, quel Giuseppe Veruziis che gli aveva fatto firmare il contratto in un decrepito sottoscala tappezzato di ammuffiti manifesti anti-divorzisti nella vecchia sede della Democrazia in piazza del Gesù. Poi si rese conto che sarebbe stato un gesto molto stupido: chiunque poteva essere coinvolto nella sparizione, anche Veruziis, malgrado la sua espressione, in apparenza mite, da delegato congressuale senza seconde mire. Si chiese allora se non fosse il caso di rinunciare all’incarico e ritornare alla sua occupazione principale, cioè scrivere discorsi per un sottosegretario di una formazione neocentrista – Onorevole Mauro Basile – in cambio della poco considerevole cifra di 30 euro a cartella. E confessò a se stesso che, in effetti, sarebbe stato il caso di rinunciare, ma il fatto era che non riusciva a smettere di pensare a Fanfani e alle pagine strappate, ed era come se la questione fosse diventata di importanza vitale, ma per la sua stessa vita.
Durante quella notte insonne, la sua immaginazione si lasciò andare e produsse un caleidoscopio di scene macabre e ultra-note. Scene di vecchi telegiornali con inviati in dolcevita e loden, e occhiali con montature cubiche e basette folte. Fotografie sgranate da prima pagina e titoli inzuppati d’inchiostro grondanti paura e orrore. Moro rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4. Detriti di vetri e carne e pietrisco nel cratere di piazza Fontana. Corpi umani gonfi di acqua alla deriva nel mare di Ustica. La foto-tessera di Mino Pecorelli e una copertina di OP. Macchine crivellate di proiettili e corpi di giudici nascosti sotto teli color panna. Proprio in quel punto, Mari inserì all’interno della sequenza anche le dieci pagine strappate. Le inserì e le dieci pagine strappate non gli sembrarono così fuori posto. Anzi. Per qualche istante, come se fosse riuscito a sistemare le sei facce di un cubo di Rubik, ebbe la percezione di essere a un passo dallo svelarsi della storia d’Italia, quella lunga processione di misteri irrisolti. La teoria era vaga quanto inconfessabile. C’era una linea che percorreva i decenni. Ogni avvenimento era collegato all’altro come i fili di una ragnatela e c’era un ragno, un unico cervello, che tesseva i fili. Quando alzò gli occhi e vide la foto di Fanfani sulla cornice del monitor, gli sembrò evidente che il ragno fosse lui, un’eminenza grigia praticamente insospettabile. Si chiese se in qualche modo le dieci pagine contenessero, seppure in modo oscuro, rivelazioni di questo tipo. E si lasciò andare a farneticazioni di ogni genere.
Fanfani il boia, pensò. Oppure no, ripensò.
“Una marionetta”, sussurrò nel vuoto.
Poi si alzò dalla sedia, spense il monitor, andò al gabinetto, si bagnò la faccia con l’acqua tiepida e la strofinò col sapone, fino all’alba.

Preferì rimanere chiuso in casa. Per due giorni scavò su internet alla ricerca di informazioni. Dopo centinaia di tentativi a vuoto, trovò finalmente qualcosa di interessante sul forum morotei.org. Niente su Fanfani, ma il luogo, data l’ingente quantità di domande criptiche e risposte altrettanto criptiche, si prestava in modo particolare all’infiltrazione che Mari aveva in mente di mettere in pratica. Lanciò l’amo attraverso un messaggio intitolato Che fine ha fatto il sommo aretino? che nel testo riportava semplicemente la frase Dieci pagine che mancano.
Poi, a distanza di qualche ora, ricevette un’e-mail.

Da: zaccagnini_52@libero.it
A: mariomari@yahoo.it
Oggetto: Meglio di no

Ho scelto di rimanere anonimo. Nonostante abbia preso le mie precauzioni, sto rischiando gi‡ a scriverle questa lettera, ma mi preme, in nome dell’affetto che mi lega a una persona che ora non c’Ë pi_ (le B.R.? No le B.R. non c’entrano niente!), dirle qualcosa a proposito della sua richiesta. » vero, le pagine sono scomparse. Sono state annullate, tutte, e ovviamente non posso dirle il perchÈ. Ma se lei Ë veramente interessato a quel discorso, esistono dei nastri. Qualcuno ha quei nastri in Giappone. Sono nastri che tutti, a parte me, hanno interesse a far rimanere lÏ. » un’informazione di cui siamo in possesso solo io e altre poche persone. Se Ë veramente interessato, vada a Tokyo. Tra un’ora le lascerÚ una risposta sul forum. Da quella risposta potr‡ capire come procurarsi i nastri. Stia attento.
B. Z.

Più tardi, nell’argomento di discussione che Mari aveva aperto sul forum, comparve la risposta firmata B. Z. C’era scritto Le dieci pagine si trovano al telefono. Una sentenza enigmatica che Mari si affrettò a trascrivere sulla sua agenda senza sforzarsi di comprenderla. Ritenne che a quell’ora – le due antimeridiane – sarebbe stato meglio non farsi domande perché a quell’ora qualsiasi domanda sarebbe stata travisata. D’altra parte la ricerca aveva già oltrepassato molti limiti. Si era addentrata nei meandri della storia non ufficiale. Aveva scoperto l’esistenza di un labirinto con un cunicolo che collegava l’Italia al Giappone.

La notte il sonno lo sprofondò in un abisso cospiratorio in bianco e nero. Partecipava a una riunione della P2 presieduta dal Generale Dalla Chiesa. C’erano molte persone sedute intorno a un tavolo ovale. Facce di politici, di giudici, di giornalisti. Renato Altissimo era alla sua destra. Maurizio Costanzo di fronte. Corrado, il presentatore della Corrida e del Pranzo è servito chiacchierava con Licio Gelli in un angolo della sala. Si doveva votare una condanna a morte per alzata di mano. La condanna del Presidente Rumor. La condanna non aveva alcuna ragione apparente. Eppure erano tutti d’accordo. Tutti al segnale dato da Dalla Chiesa alzavano la mano. Tutti desideravano che Rumor fosse ucciso. Una terribile ingiustizia che lui, con la sua presenza, non poteva avallare. E allora, nel bel mezzo della riunione, incominciava a urlare. Urlava “Fanfani, Fanfani”, come se il nome avesse il potere di bloccare il procedimento, ma con il risultato che un energumeno con le sembianze di un agente del SIFAR lo trascinava fuori dalla stanza della riunione e lo trasportava fino alla stazione… Roma Termini, il monolito grigio. Era satura di nebbia e desolata. L’energumeno lo trascinava su un treno fermo al binario, anche se gli lasciava il tempo di leggere il cartello giallo di ferro esposto sulla fiancata. Italicus – Monaco di Baviera, c’era scritto. Un’informazione preziosa sul destino a cui sarebbe andato incontro. Il fatto era che non aveva alcuna possibilità di modificare questo destino. Ormai non poteva più uscire dal treno. L’energumeno lo aveva chiuso a chiave in una lacera carrozza della seconda classe, la numero 5. Attraverso i finestrini guardava la pianura padana, una terra piatta e incolore come una distesa di compensato che rendeva l’attesa dell’esplosione ancora più straziante…

Si risvegliò con la frase che si ripeteva in testa.
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”, la frase nella mail di B. Z.
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
Si risvegliò e la frase continuava a ripetersi.
Si risvegliò e fu sicuro di voler andare in Giappone, a Tokyo, anche sapendo che questa cosa aveva poco senso, anche sapendo che andare in Giappone sarebbe stato come tuffarsi da un trampolino alto dieci metri in un piccola vasca con solo un sottile strato d’acqua; sarebbe stato un suicidio. E poi chi era questo B. Z.? Poteva essere chiunque. Poteva essere un ragazzino di tredici anni. Poteva essere un pazzo mitomane drogato o uno di questi depravati, uno di questi psicotici della dietrologia democristiana.
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
“Se è veramente interessato, vada a Tokyo…”
La frase si ripeteva e lo faceva sentire strano, come in preda a una specie di trance. Doveva partire e recuperare i nastri. I nastri, si era convinto, esistevano davvero. Rappresentavano un crocevia fondamentale. Avrebbero fatto luce su una quantità di cose in ombra, le avrebbero illuminate con un abbaglio. Del resto, pensò, se non fosse partito, quel tarlo avrebbe continuato a scavare nella sua materia celebrale e lui non sarebbe riuscito a vivere normalmente con una cosa che scava nel cervello.

L’agenzia di viaggi si trovava a qualche centinaio di metri dal portone del suo palazzo. L’insegna lampeggiava la scritta Il Paradiso del Turista in un fucsia accecante che si scioglieva nell’aria scolorita di quella mattinata autunnale. Mari aprì la porta a vetro tappezzata di immagini marziane, si avvicinò a una scrivania, si accomodò su una poltroncina rivestita di velluto rosso e, senza esitare, dichiarò all’addetta tinta di platino, che masticava una gomma in modo piuttosto sguaiato, di volersi recare a Tokyo, l’indomani. Nel giro di una ventina di secondi, l’addetta formulò un paio di proposte convenientissime che lo avrebbero costretto, prima di poter raggiungere il Giappone, a trascorrere un lungo periodo sul Mar Rosso o, in alternativa, alle Seychelles, in certi villaggi vacanza convenzionati e super-accessoriati. Mari evitò di cadere nel tranello e, dopo ripetute insistenze, riuscì a procurarsi un volo diretto Roma – Tokyo della Philippines Airlines con ritorno aperto.
Il conto che l’addetta gli presentò qualche minuto più tardi fu un altro tassello che si aggiunse a quel puzzle di Fanfani ancora così pieno di spazi vuoti. Mari si pietrificò con il foglietto tra le dita, impallidì e avvertì un suono dentro il suo corpo, però muto, come un’esplosione subacquea. L’addetta si accorse che era in difficoltà ed ebbe paura che si trattasse di un altro attacco, una cosa simile a quella che sei o sette mesi prima aveva ucciso sul colpo l’uomo con la barba che si era seduto davanti alla sua scrivania per acquistare una settimana a Zanzibar. Allora si angosciò in modo anormale. Sfiorò il polso di Mari con la sua mano inanellata. Fece uno sguardo sinceramente allarmato. Gli chiese “qualcosa non va?” con un tono carezzevole.
Mari la guardò stringendo gli occhi e rispose “sì” senza aggiungere altri particolari. L’addetta non poteva sapere che il prezzo del biglietto – millecento euro tasse incluse – coincideva in modo esatto con la somma che l’Associazione Amici di Fanfani gli aveva versato come anticipo per la biografia.

Per tutto il tempo del volo, scalo a Dusanbe incluso, Mario Mari analizzò la frase riportando impressioni piuttosto contrastanti. Sentiva di essere in qualche modo vicino alla soluzione dell’enigma, ma, al tempo stesso, aveva paura che non avrebbe mai trovato una risposta convincente. Gli sembrava che esercitarsi in quel genere di problemi logici fosse come cercare di rimanere in piedi su una lastra di ghiaccio: un’attività scivolosa e piuttosto a rischio. Se le dieci pagine si trovavano al telefono, osservò, mentre a diecimila metri d’altezza le hostess filippine ritiravano le scatolette vuote del pranzo a base di anguille, dove si trovava allora il benedetto telefono?
Qualche ora dopo, lo scintillio di luci colorate, di neon lampeggianti, di orizzonti futuristici con cui lo accolse il Giappone, rappresentò un frastornante e piacevole diversivo. L’effetto fu quello di uno sbarco su un pianeta alieno. Mari s’immerse nel sottosuolo gommoso. Attraversò nugoli di Hello Kitty fiammeggianti. Calpestò pavimenti ricoperti di manga. E, infine, fissò una singola all’Hyatt Park Hotel senza sapere come, né perché.
Chiuso a chiave nella stanza 3006, situata al trentesimo piano nella torre ovest, si fece ammorbidire dal getto d’acqua rovente, circondato dalle pareti in plexiglass di un avveniristica cabina-doccia che sembrava progettata per viaggiare nel tempo. In questo stato d’isolamento ebbe modo di constatare che nel bagnoschiuma al profumo di alga marina in dotazione dell’albergo galleggiavano centinaia di chicchi di riso. Non sapendo cosa fare di preciso, decise di strofinarseli sulla cute, sul torace e sui glutei, sulle gambe e sul collo, e con questa strana e nuova sensazione di chicchi di riso cosparsi sul corpo pensò che il Giappone non se l’era immaginato così.
Dopo la doccia, con ancora addosso l’accappatoio e una cuffia sul cranio ricoperta di goccioline di vapore, si sedette sul letto, fece cadere la testa tra le mani e per qualche minuto sembrò arrendersi all’intontimento da jet lag.
Ma, invece, riuscì a non cedere. Questo perché ricominciò a pensare alla frase, riprendendo il ragionamento interrotto in aereo. Anzi, a un certo punto, la frase apparve proprio nella stanza e iniziò a turbinare sul soffitto come un micro-uragano.
Le dieci pagine si trovano al telefono…
Si guardò intorno. Sul comodino c’era un apparecchio telefonico da film di fantascienza. Era cromato e con pulsanti lampeggianti.
Le dieci pagine si trovano al telefono…
Cosa doveva fare? Smontare l’apparecchio e cercare nella scatola metallica i fogli con i discorsi di Fanfani? Sentì un chicco di riso staccarsi dal polpaccio e scivolare lungo la gamba fino al tallone, e disse a se stesso “no, non può essere”.
Le dieci pagine si trovano al telefono…
La frase diceva al telefono e non nel. Non ci aveva pensato prima, ma era una differenza fondamentale.
Alzò la cornetta e, con un certa timidezza, come se qualcuno potesse guardarlo traendo conseguenze pessimistiche circa il suo stato di salute mentale, pigiò i tasti che corrispondevano allo stralcio mancante.
1 – 5 – 6 – 1 – 7 – 6
Le dieci pagine si trovano al telefono…
E aspettò con il battito cardiaco passato improvvisamente a tempi frenetici.
Il telefono squillò sei, sette, otto volte, fino a che rispose una voce femminile.
“Hello, who is it?”, disse.
Mari non si era preparato un discorso, in effetti non sapeva proprio cosa dire, ma quella voce in inglese, straniera anche per il Giappone, lo incoraggiò a rischiare il tutto per tutto. Ci pensò su per qualche secondo e poi aprì bocca.
“Fanfani”, disse, solo questo, convinto che, se quello era il numero giusto, Fanfani sarebbe bastato.
La donna rimase in silenzio per un tempo lungo, lunghissimo. Due, tre minuti percorsi da una tensione insopportabile. Quindi formulò la risposta.
“Fan-fani”, disse la donna, anche lei, prima di riattaccare.
Mari non seppe se interpretare la risposta come un segno positivo. Di sicuro, si disse, l’unica cosa che poteva fare era aspettare.

Trascorse giorni di vagabondaggio intorno Asakusa. Si lasciò stordire dalle vetrine dei negozi di abbigliamento visivo. Frequentò locali per feticisti del piede femminile e bar rivestiti di bucce di kiwi. Si fece praticamente narcotizzare da quella profusione di stili di vita e in pochi giorni le pagine strappate finirono per occupare un posto sempre meno importante. Era come se gli effetti dell’incubo fanfaniano stessero svanendo. Come se il nuovo diverso ed elettrizzante del Giappone li stesse cancellando. C’erano dei rari momenti in cui il suo cervello cercava di resistere alla trasformazione evocando l’immagine del Fanfani sorridente appesa alla cornice del monitor, ma poi capiva quanto fosse inutile, quanto fosse controproducente. L’Italia era sempre più lontana… lontana come una sottile striscia di terra vista dallo spazio.
Iniziò a stare bene come non era mai stato. Iniziò a considerare la solitudine una possibilità più che una condanna. In Giappone sembravano tutti soli e lui si sentiva solo uno dei tanti. Per completare la metamorfosi, bastarono altri pochi giorni. La sera smise di tornare presto in albergo per quelle improbabili attese telefoniche e iniziò a frequentare i Karaoke, giganteschi locali dove si cantava leggendo i testi su monitor lampeggianti appesi alle pareti. Trovava questo genere di attività straordinariamente liberatoria. Cantare, cantare, cantare. Cantare con decine di sconosciuti fino al prolasso delle corde vocali.
Col tempo si specializzò nel repertorio classico. Periodicamente si esibì in solitario in strazianti interpretazioni di Volare di Modugno, circondato da decine di giapponesi che lo guardavano a bocca aperta e sembravano invidiarlo molto. Una sera vinse anche una coppa come miglior cantante della Fascia Oraria, un rombo ricoperto di vernice dorata, con ideogrammi in bassorilievo sui lati, una coccarda appiccicata sul vertice superiore e un pulsante sulla base che azionava una registrazione gracchiante e robotica del ritornello di My Way, l’evergreen di Sinatra. Mari portò il trofeo con sé, all’Hyatt, e lo depositò sul comodino, accanto al telefono. Qualche volta pigiò il pulsante prima di addormentarsi.

Il pomeriggio della Seconda Telefonata tornò in stanza più o meno alla solita ora. Ormai aveva i suoi ritmi e la sua dimensione. La mattina faceva lunghe passeggiate nel parco di Yoyogi per poi mangiare un boccone in qualche ramen-ya sulla Takeshita-dori. Questa routine lo spingeva ancora di più a pensare che il Giappone fosse un posto in cui sarebbe stato bello vivere. Non aveva nessuna nostalgia dell’Italia, nessuna nostalgia di cose decrepite, nessuna nostalgia di teorie della cospirazione. Ora pensava solo a come sarebbe stato possibile mettere in pratica il Cambiamento. Il suo sistema mnemonico era prossimo a trasformarsi in uno spazio bianco da colorare e riempire.
Quel giorno alle 15 e 05 nella stanza 3006 dell’Hyatt Park Hotel il telefono suonò – ed era la prima volta che suonava – una musica fatta di dlin e dlon, quasi a effetto calmante, che invogliava il proseguimento dell’ascolto piuttosto che la sua interruzione. Ciò malgrado, Mari fu colto da una reminiscenza – del perché si trovasse lì, di tutto quello che c’era stato prima, di fogli di carta stracciati, appalllottolati, buttati chissà dove – come se il suono avesse riattivato certi collegamenti intorpiditi. Colto da un raptus, attraversò il letto con un salto e alzò la cornetta.
La voce disse “sono io” con una certa confidenza. Era una donna e aveva un accento inglese e poiché era donna e aveva un accento inglese, e lui non aveva parlato con nessun altro durante quei giorni, immaginò che si trattasse della donna che aveva risposto all’1-5-6-1-7-6, quella che aveva detto “Fan-fani” prima di riattaccargli il telefono in faccia.
Per esserne certo, le chiese “tu chi?” in tono diffidente.
La risposta gli tolse qualsiasi dubbio.
“Fan-fani”, disse la donna, ma senza riattaccare.
Questa volta ebbe la ridicola tentazione di attaccare lui per pareggiare il conto, poi osservò che non sarebbe servito a niente. Il fatto era che ancora una volta si trovava impreparato. Aveva l’impressione che ci volesse un codice speciale, matematico, per aprire tutte quelle porte di doppi sensi e reticenza, ma non aveva alcuna idea su come procurarselo. Alla fine, quando non gli sembrò più possibile prorogare il silenzio, quasi come se lo stesse dicendo a stesso, le disse “allora cosa devo fare?”.
La donna urlò in un modo pauroso.
“Andreotti, Cossiga, Generale Dozier”, urlò.
Poi si sentì uno schianto e la linea cadde.

Per giorni non successe altro.
Per giorni Mario Mari provò a richiamare l’1-5-6-1-7-6, ma il numero era vuoto. Vuoto nel senso letterale del termine. L’altoparlante del telefono non trasmetteva alcun suono. La linea non era libera, né occupata.
Avrebbe voluto lasciar perdere, ma il fatto era che ora non sarebbe stato in grado di lasciar perdere. La Seconda Telefonata gli aveva risvegliato tutte le manie di persecuzione. Lo aveva ripiombato nello scenario cupo dei Palazzi, delle riunioni segrete, dei cervelli sanguinari. Praticamente lo aveva trascinato di nuovo nell’allucinazione cospiratoria.
Fu così che si lasciò andare, che perse tutte le buone abitudini della sua nuova esistenza: le passeggiate al parco, la pennichella pomeridiana all’Hyatt, le ore serali trascorse al Karaoke. E poi perse la calma. Perse il senso di pace, la dolce rassegnazione di quell’aldilà elettrico.
Ora preferiva non uscire molto. Preferiva studiare le prossime mosse. Questo anche perché ogni volta che usciva aveva la sensazione che qualcuno lo seguisse. Lottatori di qualche sconosciuta arte marziale medievale. Pupazzi di peluche dispensatori di varie specie di gas tossici. Uscire era faticoso. Significava fissare la gente in mezzo alla strada per individuare i nemici che si mimetizzavano in mezzo alla gente. Si trattava di nemici invisibili, invisibili come i vermi celebrali che scavavano dentro la sua scatola cranica.
In stanza passava in rassegna i volti che la donna gli aveva urlato per telefono. Andreotti, Cossiga, Generale Dozier. Li allineava come carte da gioco. Con quelle carte costruiva dei solitari che duravano intere nottate. Oppure utilizzava i volti come vertici di figure geometriche che si trasformavano in scarabocchi, finendo per accumulare ai piedi del letto una risma di fogli putridi d’inchiostro.
Una settimana dopo la Seconda Telefonata, seguì una ragazza per alcune ore. La ragazza gli aveva sorriso a una fermata dell’autobus e Mari si era convinto che fosse qualcuno. Un nemico o un amico di Fanfani, oppure un ragno. Oltre al sorriso sussisteva un secondo indizio. La ragazza portava un tricolore stampato sulla maglietta. Indossava questa maglia bianca a maniche lunghe con la bandiera dell’Italia stampata al centro, una microscopica gonna jeans, calzettoni a strisce orizzontali e un paio di scarpe da tennis che lampeggiavano un’odiosa lucina rossa. Osservandola con attenzione alla fermata dell’autobus, osservando il suo sorriso e la sua magrezza fasciata dal Tricolore, Mari si trovò a pensare che forse qualcuno gli stava mandando un messaggio. E allora seguì lei e le sue lucine rosse attraversando stazioni di metropolitana e svincoli autostradali, centri commerciali e mercati di fiori e pesce, fino a una spianata nel parco di Ueno-cho.
In mezzo alla spianata, c’era un muretto grigio di cemento armato alto non più di un metro e, intorno, un gruppo di individui inginocchiati. La cosa aveva tutta l’aria di essere un rito sacro con venti o trenta persone che adoravano un muretto. Mari si piazzò su una panchina a una cinquantina di metri dal centro della scena. Pensò che c’era poca luce e nessuno ci avrebbe fatto caso.
Vide la ragazza togliersi le scarpe, spegnere le luci sulle suole e inginocchiarsi anche lei. Vide una specie di sacerdote con una tunica porgere a tutti gli inginocchiati una bevanda, un tè pensò Mario Mari, in certi strani boccali conici che emettevano una luce fluorescente. Poi nel giro di pochi minuti li vide stramazzare al suolo, tutti compreso il sacerdote, e fu come assistere a uno sterminio di formiche intossicate da litri di insetticida.
Stavano dormendo? Stavano sognando? Non lo sapeva e non l’avrebbe mai saputo. La paura lo costrinse ad alzarsi dalla panchina. Lo costrinse ad attraversare rapido il parco di Ueno-cho dove stormi di impiegati in giacca e cravatta costruivano gigantesche coreografie di ginnastica a corpo libero.
Soltanto dopo, a mente fredda, sotto le coperte nella sua stanza d’albergo, coltivò il dubbio che tutto quello spettacolo fosse stato inscenato per lui. Ipotizzò che i nemici avevano voluto impressionarlo per costringerlo a ritornare in Italia. Chiuse gli occhi e a un tratto si sentì sfinito.

I nastri apparvero proprio quando la speranza di recuperare sotto qualsiasi forma le pagine strappate arrivò al punto più basso. Lo stato del fallimento conclamato, dell’autocritica, dell’assenza di certezze.
Quando apparvero era passata una settimana dall’inseguimento e Mari era seduto al bancone di una tavola calda di Ginza alle prese con una scodella di spaghetti freddi, impegnato a trovare il coraggio di dire a se stesso che i nemici avevano vinto e che quindi era decisamente venuto il momento di tornare a Roma. I nastri erano lì, proprio nella sua scodella. Erano tre micro-cassette con le custodie ricoperte di ideogrammi. Galleggiavano nella brodaglia di soia come atolli di un arcipelago esotico. Le aveva toccate con il cucchiaio. Le aveva viste affiorare in superficie. Evidentemente, pensò, non era stato in grado di trovarle, ma loro, invece, erano state in grado di trovare lui.
Pensò subito alla donna delle misteriose conversazioni. Pensò che era lei che doveva ringraziare. Poi si ricordò che i nastri erano tre come i nomi e quindi poteva essere che a ogni nome corrispondesse un nastro: Andreotti, Cossiga, Generale Dozier… Cercando di trattenere l’emozione, alzò gli occhi per essere sicuro che nessuno lo stesse guardando e che nessuno lo stesse seguendo e che nessuno gli stesse facendo uno scherzo. Quindi infilò due dita nella scodella e prese i nastri. Li sistemò nella tasca dei pantaloni, lasciò un biglietto da 10000 yen sul bancone e uscì dalla tavola calda.
Fuori iniziò a correre come un indemoniato aprendosi un varco nella muraglia umana che occupava i marciapiedi. Nella foga spaccò in due una gigantesca cavalletta di bambù messa di traverso sul marciapiede e spinse gambe all’aria un cos-play a immagine e somiglianza di Jet-Robot. Non si sarebbe fatto più fermare dai nemici e da nessuno. Doveva ascoltare quei nastri e farlo subito, al sicuro, nella sua stanza.
S’introdusse nel primo negozio di elettrodomestici che incontrò, un palazzo di cinque piani a forma di pagoda, per comprare un registratore. Si fece trasportare dalle scale mobili verso l’infinito, mentre centinaia di schermi – grandi piccoli giganti e microscopici – proiettavano la stessa sequenza di immagini: il video di una girl band composta da bambole gonfiabili. Trovò il registratore che faceva al caso nel reparto audio al terzo piano. Era un vecchio AIWA che il negozio stava svendendo a una cifra irrisoria. Lo comprò. E ritornò all’Hyatt.

Quando aprì la porta della 3006, era ormai notte. Le luci di Tokyo proiettate sulla finestra illuminavano la stanza con un effetto stroboscopico. Ghirigori al freon che disegnavano sulle pareti immaginari collegamenti tra costellazioni.
Felice di essere a un passo dalla verità qualunque essa fosse, Mario Mari si sedette sul letto, infilò nel registratore la prima cassetta, pigiò il tasto PLAY e ascoltò per alcuni minuti.
“Konnichiwa” fu l’unica cosa che capì. Il nastro parlava giapponese, ma la cosa sbalorditiva era che si trattava, senza ombra di dubbio, della voce di Fanfani. Quella voce la conosceva, l’aveva sentita centinaia di volte nelle registrazioni delle tribune politiche a cui l’AAF gli aveva dato libero accesso, e quella voce che parlava in giapponese era inconfondibilmente la sua voce.
Cacciò la prima cassetta e infilò la seconda nel registratore. Non cambiò nulla. Fece l’ultimo tentativo, ma anche nella terza cassetta Fanfani parlava in giapponese.
Assunse un’espressione corrucciata come chiunque avrebbe fatto al cospetto di un fenomeno così inspiegabile. Poi lasciò che quei suoni pieni di vocali scorressero in sottofondo e continuò a ragionare. Ragionò sul motivo per cui il politico aretino aveva deciso di registrare dei discorsi in giapponese. Era strano, pensò, perché a sua memoria nessuno sapeva o aveva fatto notare che Fanfani conoscesse il giapponese, ma soprattutto perché, anche se lo conosceva – e così in effetti sembrava -, non si capiva per quale motivo avesse deciso di usarlo. Forse per rivelare i segreti della sinistra democristiana fino in Sol Levante?, si chiese, oppure per tentare di rivendere il suo eloquio in qualche costosissima ansa del collezionismo nipponico? Erano piani segreti per l’esportazione delle stragi di stato? O cosa?
Nonostante nessuna risposta gli sembrasse plausibile, si torturò moltiplicando le ipotesi e rovesciando i più elementari principi di logica, e continuò a torturarsi senza alcun risultato. Poi, proprio quando la stanchezza stava per prendere il sopravvento sulla sua intensa attività celebrale, qualcuno forzò la porta della stanza ed entrò nella 3006.
Come un rettile di fronte a una minaccia, Mari s’immobilizzò e cercò di mimetizzarsi con il copriletto in raion. Nella penombra individuò tre figure, ma non fece a tempo a metterle a fuoco, perché questi si avventarono subito su di lui.
A una distanza più ravvicinata lo riconobbe. Era Veruziis, il presidente dell’Associazione Amici di Fanfani, dietro di lui, due giapponesi con giubbotti di pelle e collane di alluminio. Lo avevano incastrato e, del resto, la cosa non lo sorprendeva nemmeno.
“Bene, Mari…”, disse Veruziis.
“Ma cosa ci fa lei qui?”, disse Mari per guadagnare tempo, rannicchiandosi, cercando di nascondere le micro-cassette con il corpo, cercando d’inglobarle in sé.
“Lei ha i nastri… e i nastri sono nostri…”
“Ovviamente non sono la persona che lei crede che io sia”, disse, “non sono amico di nessuno, tanto meno di Fanfani e non sono presidente di nessuna associazione”.
“E allora chi?”
“Mi occupo di sparizioni”, disse Veruziis, “basta questo”.
In quel momento Mari realizzò di essere stato sfruttato, manipolato, teleguidato. Lo scienziato pazzo aveva generato certi stimoli e lui aveva risposto in modo automatico, per inerzia; aveva abbaiato come un cane di Pavlov. Non aveva fatto altro che seguire un percorso obbligato. In realtà si era mosso all’interno della storia come un ingranaggio, un ingranaggio dotato della grottesca presunzione di essere qualcosa di più che un semplice ingranaggio.
“Perché allora io?”, trovò la forza di dire.
“Perché lei non esiste”, rispose Veruziis facendo un cenno ai giapponesi, con i giapponesi che si avvicinarono ancora di più contorcendo il corpo in posizioni da lottatori di karate.
“Perché è un fantasma”, continuò, “il tipo di fantasma ideale…”.
“I nastri non possono sparire, la gente deve sapere…”, protestò debolmente Mario Mari guardando le tre cassette.
“Sapere cosa?”, rispose Veruziis ridacchiando, “non c’è niente da sapere che non si sappia già”.
“Ora, per favore, infili le cassette nelle custodie…”
Per un attimo, ipotizzò di ribellarsi al destino. Formulò ipotesi, progettò piani di fuga, organizzò un’immaginaria resistenza fisica. Poi, guardando le bestie giapponesi e rendendosi conto di non avere altra scelta, si rassegnò all’idea di consegnare i nastri. In quello stesso momento provò un senso di sollievo al pensiero di ritornare finalmente alla sua vita normale, la sua vita da fantasma.
“Infili le cassette nelle custodie e apra la finestra, per favore…”
Infilò le cassette nelle rispettive custodie, si alzò dal letto, si avvicinò alla finestra e pigiò un interruttore aprendo uno squarcio nel buio stellato. Quando la finestra si aprì completamente, uno dei due giapponesi mugugnò, si cacciò dalla tasca un piccolo telecomando e pigiò un pulsante. Si produsse un bip sottile e, al tempo stesso, penetrante, come un ultrasuono ammazza insetti, poi le cassette si librarono in aria contro ogni possibile legge fisica. Passarono sopra la sua testa. Accelerarono. Si catapultarono nella notte di Tokyo.

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4 Responses to Fanfani nel cosmo

  1. Paolo C. il 23 febbraio 2006 alle 13:19

    Complimenti.
    Solo un piccolo errore, all’inizio: da 156 a 176 le pagine mancanti sono 20, non 10. ;-)

  2. Giorgio il 24 febbraio 2006 alle 12:55

    Un racconto bellissimo.

  3. christian raimo il 24 febbraio 2006 alle 13:20

    dieci fogli, venti pagine. touché.

  4. Francesco il 26 febbraio 2006 alle 16:55

    Si intuisce un gan lavoro. E’ molto intrigante. Non trovate che l’atmosfera ricorda quelle di avoledo?



indiani