La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione

24 febbraio 2006
Pubblicato da

di Giacomo Sartori


Il doppio fraintendimento – da parte di Massimo Rizzante e di Gianni Biondillo – che due miei interventi precedenti hanno subito mi spinge a provare a chiarire meglio la mia posizione. Lo faccio, più che per volontà di polemizzare con le due persone – che stimo, e nelle quali riconosco la preziosa dote di saper argomentare le proprie idee senza cercare di sminuire le altrui affermazioni, e tirando fuori ottimi spunti – soprattutto perché questi due fraintendimenti sono speculari e, mi sembra, entrambi molto sintomatici. Rizzante dice: è uno sbaglio centrare l’attenzione sulla lingua, l’importante sono le tecniche romanzesche, che non conoscono vincoli linguistici e non hanno confini nazionali. Biondillo dice: attenzione a mettere l’accento sulla lingua, quello che davvero rimane in fin dei conti sono le storie. Sia Rizzante che Biondillo presuppongono che la maggiore consapevolezza della lingua (termine che del resto ho usato in senso molto lato) che auspicavo, non come ricerca estetizzante o fine a se stessa, ma come unico possibile baluardo – OGGI, in ITALIA – contro i conformismi veicolati dalla lingua media, equivalga necessariamente a nuocere alle priorità che hanno rispettivamente a cuore. Nella mia pratica di scrittore io non vedo l’ombra di nessuna di queste due antitesi, né la vedo negli scrittori contemporanei, italiani e non, che più ammiro. Considero entrambe queste contrapposizioni legate a dibattiti letterari storicamente superati (la “rivincita” contro le tesi neoavanguardistiche, in Italia; la riscossa, in Francia, contro il dominio dell’écriture nel periodo strutturalista), ma che evidentemente hanno lasciato, e penso naturalmente soprattutto alla prima, delle ferite ancora aperte.


Ma vedo anche che proprio la scarsa attenzione per la lingua, OGGI, in ITALIA, genera da una parte una narrativa molto superficiale e incredibilmente convenzionale, ed era questo il fulcro del mio discorso, dall’altra l’arbitrarietà più completa dei giudizi, la possibilità da parte dei critici giornalistici di trattare solo aspetti tematici o extraletterari, l’assenza di una qualsivoglia profondità delle analisi, l’incapacità di saper individuare i testi che valgono o che comunque rappresentano un qualcosa di diverso rispetto a quanto già prodotto, l’incapacità di riconoscere le corrispondenze non solo di superficie con la tradizione letteraria, l’incapacità di cogliere le macroscopiche corrispondenze con i conformismi della società e del mondo culturale, la dittatoriale confusione tra successo commerciale e significatività letteraria, le più avvilenti rincorse conformistiche che caratterizzano le politiche editoriali delle maggiori case editrici. Resto convinto che, come ho già detto più in dettaglio altrove, se l’entrata della narrativa nel mercato delle merci è un fenomeno ormai globale (il quale per certi aspetti nulla ha di drammatico), l’incapacità generalizzata di riconoscere nei testi gli aspetti più conformistici, almeno da parte di un ristretto numero di addetti e di critici più esigenti, e la “rassegnazione” (anch’essa molto conformistica) di fronte alla realtà rappresentata dalle vendite, l’incapacità del mondo editoriale di preservare delle nicchie di qualità e di sperimentazione, sono fatti invece molto peculiarmente italiani.


1. Il fraintendimento di Biondillo


Biondillo sull’ultimo numero di Stilos, ripreso qui su NI, sostiene, riferendosi al mio pezzo su vibrisse (qui), che «questo cercare l’essenza della letteratura tutto nella lingua mi pare oggi, comunque, riduttivo». E più giù: «cercare l’essenza di una scrittura solo dentro un unico ambito (la capacità d’innovazione linguistica) non basta a spiegare la letteratura.» Dopo aver giustamente argomentato che «La letteratura è qualcosa “che dice”. C’è una imprescindibilità del raccontare…», Biondillo mette avanti come argomento l’evidenza che i testi letterari si possano leggere con diletto anche tradotti, per dedurne, altrettanto incontrovertibilmente, che «Questo incantamento del racconto supera le barriere linguistiche….».


E’ evidente che i testi letterari si possono tradurre e ritradurre, è evidente che i capolavori a cui fa riferimento Biondillo il più delle volte mantengono gran parte della loro forza anche in traduzione. Un qualsiasi testo letterario può essere tradotto in tutte le lingue del mondo, è ovvio. E l’italiano – si rileggano le magnifiche pagine dello Zibaldone a questo proposito – è una lingua che può accogliere come poche altre le sfumature più diverse e più sottili delle altre lingue. Anch’io come Biondillo e come tanti altri italiani mi sono formato sulle traduzioni italiane, spesso pessime, di opere scritte in altre lingue, le ho amate furiosamente anche così. Anch’io, come forse anche Biondillo, alcuni testi di Kawabata e di altri giapponesi (lasciando quindi stare la bibbia) li ho letti e amati in una doppia traduzione, perché all’epoca non erano disponibili traduzioni “dirette” dal giapponese in italiano. Ma non di questo parlavo.


Non parlavo affatto della possibilità o meno di tradurre i testi, e più in particolare i capolavori, parlavo della sovente travagliata genesi di un testo in una data lingua, e nella fattispecie l’italiano di OGGI. E argomentavo che il conformismo della lingua corrente italiana e l’estremo conformismo della cultura italiana attuale sono due barriere che volente o nolente, lo scrittore italiano si trova di fronte. Barriere che non possono essere affrontate e abbattute – al di là della valenza e della “forza intrinseca” delle storie ideate (ammesso che si possano concepire delle storie senza il supporto di una qualsivoglia lingua, usando per esempio dei simboli matematici) – che con lo strumento della lingua italiana stessa.


Certo, anche le storie, come non essere d’accordo, sono importanti. Ma io appunto dicevo che pure le storie possono essere contaminate dal conformismo della lingua che le nutre e da quello della società da cui nascono. Dicevo che molti scrittori italiani, e citavo Ammaniti e Baricco, ma si potrebbero fare molti altri nomi, scrivono oggi delle storie molto avvincenti, costruite in molti casi molto bene, ma estremamente convenzionali. Dicevo che il devastante conformismo della società italiana attuale rende il lavoro dello scrittore molto delicato. Dicevo che gran parte dei testi che si pubblicano si portano dietro inconsapevolmente, proprio per una scarsa consapevolezza della lingua (alla quale davo un senso lato), i vari conformismi. Senza che quasi nessuno, aggiungo ora, e questo mi pare la cosa davvero grave, dica nulla, senza che quasi nessuno si prenda la briga di “smontare”, e ci vorrebbe molto poco, questi conformismi letterari, mostrando come si parlano tra loro, da dove vengono, dove inevitabilmente portano, cosa c’è dietro.


Ricordo a Biondillo che questa sua presa di posizione, anche senza andare molto lontani, ha dei precedenti. Qualche anno fa era di moda sostenere che la nuova narrativa italiana, i testi cioè di quegli autori che hanno cominciato a pubblicare tra il 77 e l’inizio degli anni ottanta, metteva di nuovo al centro appunto “le storie”. Si citava molto Bichsel, si deprecava il terrorismo antidiegetico della neoavanguardia, al quale questi giovani scrittori erano finalmente riusciti a reagire, si esaltava la benefica influenza di McEwan. Ci si attendeva un avvenire diegeticamente radioso.


Con il senno di poi, mi sembra che si possa dire – naturalmente è solo un’opinione personale – che questi scrittori, che ora hanno tra i cinquanta e i cinquantacinque anni, hanno dato il meglio di se stessi piuttosto nei registri dell’intimità. Penso a “Camere separate” di Tondelli, testo molto lontano dalle precedenti frenesie trasgressive dell’autore, penso all’uniforme e ottima e dolente qualità di tutti i testi di Piersanti. Il che è del resto perfettamente in linea con la nostra più riuscita tradizione letteraria. Che se ne sia coscienti o meno, che la si conosca o meno, che si abbiano velleità di vario tipo, scostarsi dalla tradizione è forse molto più difficile di quanto ci si possa immaginare. Probabilmente proprio perché la tradizione non è solo una fila di libri allineati su degli scaffali, la tradizione è introiettata nel nostro modo di ragionare, nella lingua che parliamo e con la quale scriviamo.


2. Il fraintendimento di Rizzante


Nel suo commento alla mia risposta al suo intervento (qui), Massimo Rizzante, con il quale peraltro come ho già detto concordo per moltissimi altri aspetti, stravolge il mio pensiero dicendo che secondo me «“le strategie narrative” di un romanziere devono tener conto soprattutto dei testi narrativi elaborati nella propria “lingua”». Io non ho affatto detto questo. Ho detto che «Qualunque sia la strategia scelta da un determinato narratore italiano… resta pur sempre il fatto che il narratore in questione è legato non solo alla lingua italiana, ma anche alle strategie letterarie che le sono proprie, vale a dire alle vie individuate dai narratori che lo hanno preceduto e alle vie percorse dai suoi contemporanei.» E ho poi aggiunto «In realtà i problemi linguistici (in senso lato) che il nostro narratore si trova di fronte sono rigorosamente gli stessi che devono affrontare i suoi contemporanei.»


Rizzante mi ha frainteso. Io non ho enunciato alcun precetto, ho solo cercato di descrivere, partendo dalla mia esperienza di scrittore, e da quello che la mia esperienza di scrittore mi permette di leggere nel lavoro di moltissimi altri scrittori italiani, il complesso legame che lega lo scrittore alla propria lingua e ai diversi ambienti che utilizzano questa lingua, a quello che insisto a chiamare i conformismi del nostro paese. La differenza è radicale: io non propongo di restare ingabbiati nella tradizione, teorizzo piuttosto la necessità di una profonda attenzione della lingua quale unico mezzo per scardinare la tradizione stessa, per arrivare proprio a quei testi slegati dai limiti della narrativa italiana che auspica anche Rizzante. Qui il fraintendimento è ancora più grande!


Rizzante conclude il suo commento dicendo, pur senza prendermi di petto, che «in Italia, l’ossessione linguistica di quelli che scrivono come di quelli che leggono non permette agli uni e agli altri di riconoscere i “passi in avanti” di quelle “strategie narrative” di cui Sartori parlava, e quindi neppure di procedere da quel riconoscimento essenziale perché la propria opera romanzesca possa inserirsi in una storia del romanzo.» E anche qui, che io condivida o meno – secondo Rizzante – quest’ossessione, mi sento completamente frainteso. Tutto il mio ragionamento mirava a provare che la maggior parte degli scrittori contemporanei sono sprovvisti di quest’ossessione! In questo campo preferirei, devo ammetterlo, molta più ossessione. Non per restare attaccati alla tradizione italiana, ripeto, ma proprio per rendere possibili altre vie, come unica via per riuscire a prendere le distanze. Provo a spiegarmi meglio.


Come Rizzante sa molto meglio di me gli scrittori che hanno cominciato a pubblicare un quarto di secolo fa, i sopra citati “nuovi narratori”, hanno goduto, forse senza rendersene pienamente conto, di un privilegio inaudito nella tormentata vicenda della letteratura italiana: per la prima volta dopo un secolo e mezzo il problema della lingua non era più pregiudiziale. Detto in altre parole questi fortunati scrittori si trovavano davanti – cosa che prima non era mai successa – dei modelli linguistici al passo con i tempi, avevano tra le mani più opzioni linguistiche preconfezionate, prêt-à-porter. Erano lì, bastava indossarle.


Calvino e Pavese e Fenoglio e Parise e molti altri si erano dannati l’anima per dei decenni, letteralmente, ma a differenza dei loro predecessori c’erano riusciti: per la prima volta la letteratura italiana aveva una lingua che non era più così separata dal linguaggio di tutti i giorni, che aveva smussato le punte troppo letterarie e che aveva trovato dei nobili compromessi con gli idiomi regionali, che era insomma “usabile”. Ancor meglio, non si trattava di una sola opzione, di una sola strada, ma di più strade, tutte praticabili. Una manna. E loro – i nuovi narratori – si sono sparpagliati per queste strade (si vedano le “cartografie” di Filippo La Porta, nella sua edizione ampliata del 99, di Fulvio Panzeri, e di Barenghi).


La diga linguistica era rotta, le narrazioni potevano scorrere. Le decine di scrittori che sono apparsi nel corso degli anni 80, l’onda ancora più grossa apparsa negli anni 90, non poneva certo al centro delle proprie preoccupazioni la lingua, aveva – generalizzo – una coscienza ancora minore del tributo nei confronti di chi aveva aperto la via. Ormai le strade sperimentare da Calvino e dai suoi contemporanei erano diventate delle autostrade, ormai si perdeva la coscienza della svolta da loro effettuata, dei fragili compromessi, del contesto storico di certe scelte, dei nodi linguistici che ancora rimanevano da sciogliere. Naturalmente ci sono delle eccezioni, naturalmente si potrebbero fare dei nomi di autori con una maggiore coscienza della lingua. Ma devo confessare che non riesco assolutamente a vedere l’ossessione della lingua di cui parla Rizzante, quell’ossessione che effettivamente ha caratterizzato i periodi precedenti. Mi sembra piuttosto che la stragrande maggioranza dei testi dell’ultimo periodo siano inficiati da una scarsa consapevolezza della lingua (sempre dando alla lingua un senso lato: “recul”, insomma), che porta, proprio a causa dell’incontrollata zavorra di referenzialità scontate e banali, a cadute di vario tipo nel conformismo. Io non riesco a non vedere un rapporto tra questa nuova ignoranza del problema della lingua e la banalità di tanta narrativa italiana, non riesco a non vedere un rapporto con il candido conformismo (critico) di molti critici incapaci di decifrare questo conformismo, o che si limitano a stigmatizzarlo come se fosse un male inevitabile, una oscura condanna dei tempi (invocando a torto la dittatura del mercato). Non riesco a non vedere un nesso tra una mal controllata medietà della lingua e l’incapacità di raccontare delle storie – se torniamo alle storie – di ampio respiro e nello stesso tempo profonde.

3. La rimozione del problema della lingua


Sia Biondillo che Rizzante mi hanno frainteso. Hanno letto nelle mie parole un esclusivo interesse per la lingua. La loro reazione parte da presupposti diversi ma arriva alla stessa conclusione, entrambi mi attribuiscono dei pensieri che non sono i miei, ma che derivano dai rispettivi schemi mentali. In questa reazione vedo una rimozione di quello che storicamente ha preso il nome del problema della lingua. Questa stessa rimozione la noto anche, come dicevo sopra, in moltissimi scrittori, in quasi tutti i giornalisti culturali, in molti critici. Questa rimozione mi sembra quasi generalizzata.


Non sono ossessionato dal problema della lingua. No, ma ritengo fondamentale un radicale lavoro sulla lingua per non essere vittime delle chiusure, non necessariamente legate solo all’attualità più recente, che vive il nostro paese. Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente COSCIENTE di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti.


Ritengo che OGGI, in ITALIA, non sia possibile scrivere dei testi di un qualche interesse senza avere una estrema padronanza della lingua che si adopera, senza battere delle strade per certi versi nuove. Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua. Per questo pongo tutto l’accento sulla lingua. Ma naturalmente ci sono anche le storie, ci sono anche le tecniche narrative, ne sono perfettamente cosciente. Nei miei testi uso delle tecniche, che naturalmente mi vengono da narrative anche molto lontane dalla nostra, sviluppo delle storie. Ma a differenza di Rizzante non credo che le tecniche narrative siano sufficienti, di per sé, per produrre dei testi letterari non conformistici. E a differenza di Biondillo mi sembra, come provano appunto tanti testi degli ultimi dieci anni, che le storie di per sé possano essere irrimediabilmente conformiste.


Lo dico ancora più chiaramente: personalmente gran parte dei testi che si vedono in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo, o per esser più precisi da diversi tipi di conformismo. Sarei tentato di tirare fuori dei nomi, i primi quindici, anche eccellenti, così di botto, che mi vengono in testa. Ma non lo faccio. Perché la cosa interessante è analizzare e ragionarci sopra, non stigmatizzare. Perché però nessuno lo fa, nemmeno NI, nemmeno i blog che si vogliono più critici? Curioso, no? Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana. Manco stessimo discutendo sulla luna. I più integerrimi se ne vanno per conto loro, per meglio battagliare contro la RESTAURAZIONE (scusate, ma io preferisco continuare a chiamarla, proprio non riesco a vedere questa grande differenza con il passato, conformismo), e nemmeno dalla nuova postazione prendono posizione, ancora non mettono le mani nella pasta. Ma davvero non c’è nessuno disposto a lavorare a una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana, per la propria salute mentale e per il bene delle patrie lettere? Se qualcuno fosse interessato io ci sto (nei limiti del mio tempo e delle mie capacità). Secondo me ci si ammazzerebbe dal ridere.

***

L’indice della discussione alla quale questo articolo appartiene:
– Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
– Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
– Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
– Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
– Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
– Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
– Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
– Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
Vedi anche:
– Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
– In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell’articolo di Biondillo.

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94 Responses to La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione

  1. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 16:17

    @Sartori, io condivido tutto, tutto quello che dici.

    Non so chi sei, non ho letto niente di tuo ( ti prego discusarmi), ma lo farò al più presto.
    E se anche quello che scrivi dovesse non piacermi, il che come sappiamo entrambi è anche possibile, non si modificherà in nulla la mia comprensione millimetrica e adesiva al tuo discorso.

    Adesso non ho tempo, seguirò come posso, se nasce la discussione, che spero combattiva, magari, ma non sterilmente polemica e personalistica, e per quella cartografia di cui tu dici, in qualche modo io sono, nei miei limiti, disponibile.

    E tutto questo, postilla irrinunciabile, amando le storie anch’io e la letteratura in TUTTe le sue più eccentriche declinazioni

  2. arminio il 24 febbraio 2006 alle 16:19

    è una bella discussione, ma ormai è tempo di cominciare a farli questi nomi. non c’è altro da fare se si vuole far capire cosa si sta dicendo.

  3. Aldo Biscardi il 24 febbraio 2006 alle 16:34

    Già i nomi: facciamoli. Altrimenti non si capisce niente! Cosa intendete per “lavoro sulla lingua”? Un autore X a me può sembrare ultraimpegnato con ‘sta storia della lingua, magari per te è solo conformista. E viceversa.

  4. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 16:41

    Far parlare i testi, Arminio, non: fare i nomi.
    Fare i nomi vuol solo dire ricominciare con guerre stellari.

  5. marco il 24 febbraio 2006 alle 16:55

    sulla questione del romanzo (e della ‘forma non breve’ in letteratura, in generale) mi permetto un rapido accenno OT: chi legge romanzi? chi dispone di tempo lineare, di segmenti non effimeri montati in sequenza in tratti sufficientemente stabili & abitabili da farci star dentro un romanzo? (o un’opera che si sviluppa giocoforza linearmente: penso a un’opera lirica per esempio; o a un ciclo, o a una sua parte, p.es. in riferimento a Wagner).

    l’OT è out dunque fino a un certo punto. perché mi domando: quanto dello sciatto andamento pianeggiante di tanta narrativa è dovuto – ‘oggi’ ma forse non solo ‘in Italia’ – alla necessità di raggiungere (e al fatto di partire da) individui ormai derubati alla radice di tempo, energia, picchi di attenzione, accesso all’analisi, modo (e denaro) per raggiungere una ‘formazione’?

    perdonate l’input tropo rapido, forse banalizzante e laterale. è solo un altro argomento che sentirei di proporre. il discorso di Sartori chiede (e a mio parere merita di ottenere) ben altre analisi. volevo dare un piccolo contributo clandestino, fuggendo appunto da/in un tempo ‘rubato’, ora. (sul lavoro)

  6. georgia il 24 febbraio 2006 alle 17:48

    testi letterari si possano leggere con diletto anche tradotti, per dedurne, altrettanto incontrovertibilmente, che «Questo incantamento del racconto supera le barriere linguistiche….».

    Questo è sicuro. Nessuno può negare che c’è qualcosa che supera le barriere linguistiche ma è anche vero che non basta.
    Ad esempio perchè le traduzioni dopo un po’ (a meno che non siano state fatte anch’esse da scrittori o poeti) sono datate?
    Perchè diventano illeggibili, come del resto diventano, con gli anni, illeggibili i libri scadenti?
    L’opera invece, se è grande, non è mai datata, si può leggere petrarca con piacere enorme anche oggi.
    Perchè la lingua conformista, sciatta banale ecc. (cioè la lingua dello scrivente che non è quella dello scrittore) può essere tollerata al massimo dai contemporanei che ci sono dentro fino al collo.
    Quante volte troviamo pallosa la trama di un autore che abbiamo avuto la sfortuna di leggere mal tradotto?
    L’incantamento di un’opera è la storia ed è la lingua (è difficile separarle anche nelle traduzioni, i grandi scrittori sono difficili da tradurre)
    Anche la trama della storia ha un suo codice formale da rispettare e da inventare, ma anche la lingua, la parte formale, ha una sua trama che ci fa tremare le vene se è avvincente e miracolosa come lo è nei grandi scrittori.
    geo

  7. francesco forlani il 24 febbraio 2006 alle 18:20

    Quello che sta accadendo tra questi post e commenti sull’asse che va da Inglese a Sartori, passando per Biondillo e Rizzante, è di quanto più profondo abbia letto in questi ultimi tempi sul fare letterario.

    Le tinte e gradazioni delle dfferenti posizioni non mi fanno però pensare a contrapposizioni quanto a spostamento del punto di vista sull’oggetto, quello strano oggetto che è la letteratura.

    In altri termini l’accento messo da Rizzante sulla strategia compositiva del romanzo, si affianca alla dimensione “affabulatoria” biondillesca , che potrebbe completarsi con l’affrancamento della letteratura dalla sua necessaria fruibilità- lingua standard bassa, fraseggi semplici, plot semplificati e ancor meglio se televisivi- che si augura Sartori. A queste posizioni si aggiunge l’escursione di Inglese sulla traducibilità dei testi che mi sembra comune a tutti gli interventi.

    Se si abbandona la dimensione diagnostica, di cosa soffre il romanzo italiano? e ci si concentra sui sintomi della malattia, credo di sentirmi totalmente in accordo con Sartori quando usa la parola chiave “conformismo”. Parola molto più felice di restaurazione. Primo perchè per esserci una restaurazione deve per forza esserci stata una rivoluzione e questo sia che si tratti di letteratura che di politica in Italia rivoluzioni (riforma protestante, rivoluzione francese…)non ce ne sono mai state. Secondo perchè credo che quel luminoso mostro che non è la televisione in sè ma il modo imperante di farla, abbia modificato la nostra capacità percettiva, sia di lettori che di autori.

    Tempo fa avevo scritto un articolo per l’atelier du roman, buffoni e cortigiani, dove tentavo di spiegarmi l’anomalia italiana nella storia del romanzo europeo. A guardare semplicemente le date del suo periodo più felice scopriamo:
    Flaubert, Madame Bovary (1851), Dickens , David Copperfield (1849), Dostoïevski, Souvenir de la maison des morts (1850)» . Balzac Illusions perdues, (1837), Stendhal, La chartreuse de Parme, (1838), Dumas, Montecristo (1845), e che in Italia non accade nulla di simile, ovvero non su quelle corde.
    ma se consideriamo un altro fenomeno, l’Opera,er lo stesso periodo preso in considerazione e per il solo Verdi abbiamo:Nabuchodonosor (1842), Hernani (1844), Macbeth (1847), Rigoletto (1851), La Traviata (1853).
    Molte di queste opere sono “traduzioni” di opere teatrali o romanzesche e quello che sappiamo con certezza è che ebbero lo stesso impatto diciamo popolare dei romanzi d’appendice, per non tacere l’interesse dei romanzieri verso l’universo operistico sia che si trattasse di Victor Hugo, Dumas, Goethe o Flaubert.
    Secondo Gramsci ciò era possibile,ovvero la maggiore popolarità dei musici rispetto agli scriba perchè la lingua italiana troppo parcellizzata nei vari dialetti e poco esportabile non poteva riflettere una dimensione europea come quella del romanzo. Riporto la citazione in francese perchè non ho sotto mano l’edizione italiana:
    « Cette substitution a pu s’effectuer parce que, à travers la musique, les intellectuels italiens pouvaient accomplir une fonction européenne. Par ailleurs la trame des livrets n’est jamais nationale mais européenne, soit pour le fait que l’histoire se passe rarement en Italie soit parce que les sentiments et les passions contenues dans les opéras répondent à un besoin et à une sensibilité européenne. »

    E a proposito di Dumas figlio ( La dame aux camélias 1848 – ) e della sua traduzione operistica di soli quattro anni dopo : la Traviata 1852 scriveva Proust:.
    « La Traviata me plait. C’est un opéra qui va droit à l’âme. Depuis longtemps les snobistes l’ont rangée parmi les œuvres négligeables et il peut se faire qu’ils ne s’en souviennent plus. Une bonne chose, parce qu’on pourra l’aimer pour elle même sans devoir en parler… Verdi a donné à la Dame aux Camélias le style qu’il lui manquait. Je dis ceci non parce qu’il me semble chose négligeable le drame de Dumas fils, mais parce que quand une œuvre dramatique touche les sentiments populaires, a besoin de musique. » écrivait Marcel Proust

    effeffe
    à suivre /a seguire

  8. stefano il 24 febbraio 2006 alle 18:25

    Un’interrogativo a proposito della critica.

    Credo innanzitutto che la comprensione del punto di vista di Sartori dipenda molto dalla giusta valutazione di questo passo, quasi una sintesi della sua estetica:

    “Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente COSCIENTE di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti.”

    Ma quando poi Sartori dice: “Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua”, mi viene da chiedermi: come? Con quale approccio? Con quale metodo?

    Posto cioè che l’analisi della lingua è solo una parte, per quanto importante, della critica “in profondità” di un testo, ovvero della sua comprensione estetica complessiva (che tiene conto anche della forma, della composizione, dei temi, dei personaggi, della trama e quant’altro in misura più o meno variabile a seconda del romanzo che di volta in volta ci si trova di fronte), come può essere condotta questa analisi rispetto al problema della lingua presentato in termini di “conformismo” o, nel migliore dei casi, di “errori possibili”, di “pericoli”, di “rimandi impliciti”? Con gli strumenti della sociolinguistica? O comparando? (Ma comparando che cosa con che cosa?) O tutte e due le cose?

  9. arminio il 24 febbraio 2006 alle 18:35

    caro temperanza, caro sartori,
    secondo me non si devono fare le liste degli scrittori conformisti e di quelli che non lo sono, ma qualche esempio gioverebbe, tutto qui.

  10. georgia il 24 febbraio 2006 alle 18:41

    decidere cosa sia scrittura conformista in un momento che sta soffocando nel conformismo marziale non credo che sia cosa facile da capire, forse arminio dovrai rassegnarti ad aspettare che diradi un po’ la nebbia oppure usare fari antinebbia, ma … sembra siano stati opportunamente fatti tutti sparire dalla circolazione e, siccome NON siamo in guerra, non esiste neppure speranza di trovarli al mercato nero

  11. stefano il 24 febbraio 2006 alle 18:45

    Un secondo ed ultimo spunto.

    In un pezzo apparso di recente su “Il primo amore”, Moresco parla della recensione di D’Orrico, uscita sul “Corriere della sera”, al nuovo libro di Vassalli. Ebbene, nelle seguenti parole di Moresco io trovo descritto molto bene un aspetto extra-linguistico, ma secondo me fondamentale, dello stesso conformismo di cui si parla qui, di cui perciò bisognerebbe forse tenere conto:

    “Si sente da un po’ di tempo un ronzio generale, nelle pagine culturali, in rete, un’ ansia di ridimensionare tutto, di rendere ogni cosa proporzionale alle proprie frustrazioni e alle proprie illusioni perdute o tradite e alle proprie forze, un bisogno di indistinguibilità e di ordinata mediocrità occultato dietro piccole coperture ideologiche populistiche e demagogiche, di asservimento ai bisogni delle grandi macchine che producono libri clonati per lettori che si vorrebbero anch’essi clonati, ai loro bisogni e ai loro orizzonti. Si va avanti così, con piccole schermaglie prive di ogni sostanza, come se fossimo in uno show e non in una situazione maledettamente seria, con battutine dove dovrebbe conquistare la vittoria chi trova la gag migliore. C’è in giro un lavorìo continuo che tradisce il bisogno di eliminare o ridimensionare la diversità, l’irriducibilità e la forza distruttivo-construttiva e di conoscenza che si può liberare attraverso la letteratura e le altre forme di espressione e pensiero.”

  12. stefano il 24 febbraio 2006 alle 18:49

    (Ho capito che Sartori distingue una questione relativa al mercato e una propriamente italiana relativa alla lingua, e mi rendo conto che qui sopra Moresco non entra nel merito di questa distinzione, tuttavia sento che qualcosa ci azzecca. Se sbaglio, spero che qualcuno sappia smentirmi.)

  13. volodja il 24 febbraio 2006 alle 18:51

    La letteratura è un prodotto di linguaggio; tutto il suo senso è NEL linguaggio (il quale, e lo dico per evitare fraintendimenti, è determinato, si relaziona e a volte determina a sua volta, da un qualcosa che gli sta “fuori” – dall’extra-linguistico insomma). È il metodo semiotico – scrive Rossi-Landi – che considera l’arte come linguaggio; e dice anche che il linguaggio è un sistema di segni, ovvero una unione (o sintesi) di significanti e significati. Non ha quindi senso parlare di “storie” (meglio sarebbe dire “vicende”) separate dalla “lingua” (meglio sarebbe dire “linguaggio”), né viceversa. È comunque vero, come scrive Sartori, che il conformismo odierno si basa su una “lingua media” omologante, che di solito è tale perché omette lo scavo dei significanti: ogni struttura serve – è in funzione di – un insieme di significati, che devono poi essere espunti – pena l’esclusione dal gioco della compra-vendita – da ogni “crudeltà” (in senso artaudiano), dunque piacevoli, ben rifiniti, lineari. E anche quando i significati mettono in gioco temi scottanti, tutto è addormentato dall’andamento temperato dei significanti, che ammorbidiscono, ammorbidiscono, ammorbidiscono … Tre nomi di questa tendenza: LUCA DONINELLI, WU MING, ASCANIO CELESTINI … Storie edificanti, spesso “di sinistra”, in cui è omesso ogni disturbo, ogni rumore del linguaggio, ogni “eccedenza” – in una parola, viene evitata ogni “stranezza” (si evita lo STRANIAMENTO come risorsa innovativa della comunicazione letteraria).

    Volodja

  14. stefano il 24 febbraio 2006 alle 18:59

    Bravo Volodja: STRANIAMENTO. Non so se avessi in mente Sklovskij o Brecht, ma di certo è ancora un eccellente strumento e/o criterio di comprensione e valutazione.
    Ecco un primo passo per ricostituire una buona cassetta degli attrezzi.

  15. Tiziano Scarpa il 24 febbraio 2006 alle 19:07

    Caro Giacomo Sartori, scrivi: “Ma davvero non c’è nessuno disposto a lavorare a una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana, per la propria salute mentale e per il bene delle patrie lettere?”

    Quello che tu chiedi mi sembra un po’ troppo oneroso. Se dovessi mettermi a fare una seria “cartografia del conformismo della narrativa” penso che dovrei chiudermi in casa per tre anni senza occuparmi di altro, e non credo di averne il tempo (né – perdonami – la voglia). In più, dovresti tenere conto che sono un autore anch’io, e mettersi a fare le pulci alla lingua degli altri autori verrebbe recepito come scorretto, se non frutto di invidia, ecc. (lo sappiamo, le accuse – più che accuse, stolti pettegolezzi – in questi casi sono sempre quelle). Mi sembra più interessante e doveroso segnalare il buono che c’è in giro, ogni volta che ci capita di incontrarlo.

    Se permetti una notazione detta con tono tranquillissimo, mi sembra un pochino ingeneroso da parte tua dire “Perché però nessuno lo fa, nemmeno NI, nemmeno i blog che si vogliono più critici? Curioso, no? Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana.” Proprio qui su Nazione Indiana in passato c’è stato per esempio Raul Montanari che ha analizzato con acribia i romanzi di Moresco, io stesso ho analizzato la lingua di Mauro Covacich, per fare solo due esempi (e aggiungi le interviste e segnalazioni di ottimi libri italiani consigliati su NI per la loro consapevolezza o estrosità linguistiche oltre che narrative: ovviamente, anche in questi casi si levano gli stolti pettegolezzi che parlano di cricche, di autori che si fanno pubblicità a vicenda, ecc.!). E, nota bene, stiamo parlando di autori che analizzano altri autori, il che è piuttosto delicato perché si rischia di essere fraintesi, una critica spassionata viene presa come un gesto arrogante, offensivo, oppure si passa come invidiosi scorretti ecc. (non è affatto il caso dei due esempi che ho menzionato sopra, sia chiaro). Eppure in passato gli scrittori si criticavano reciprocamente, eccome, basti pensare alla mole di critica letteraria che Pasolini ha dedicato ai suoi contemporanei italiani, e alle sue analisi linguistiche strepitose come “Un passo di Gadda”. Però considero un sintomo di fallimento della critica, il fatto che si chieda AGLI SCRITTORI di fare l’analisi linguistica dei loro colleghi: non dovrebbero pensarci i critici? TUTTO gli scrittori devono fare? Pure l’analisi linguistica dei loro colleghi? Come noti tu alla fine del tuo intervento (quando dici “nei limiti del mio tempo e delle mie capacità”), il tempo, se non le capacità, è limitato.

    Ad ogni modo io non sono d’accordo su quel che dici a proposito di Ammaniti e sul suo supposto conformismo: ho affrontato i suoi libri in almeno due occasioni, proprio qui su Nazione Indiana, negli articoli “L’Italia al tempo del batticuore” e “Il voto agli immigrati”.

    Grazie del bell’intervento che – non l’ho ancora detto – mi trova d’accordo su parecchi punti.

  16. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 19:16

    Cercherei di sottrarmi, in questo campo, alle terminologie critiche più estreme o più specialistiche, o per meglio dire, cercherei di fare un discorso il più possibile “semplice”, perché se l’analisi della lingua della prosa romanzesca, o narrativa o anche (perché no) saggistica deve essere di una qualche utilità, deve essere messa a disposizione degli scrittori i quali, per quanto sofisticati nel loro operare, non necessariamente sono al corrente dell’armamentario accademico.

    Credo che Sartori, se lo ho capito bene, non si riferisca a un’analisi semiologica o testuale in senso accademico.

    Se così fosse non credo varrebbe la pena farli qui, questi discorsi, ma spostarci sul Verri o sull’Ospite ingrato, luoghi molto più teorici, mentre NI, a mio parere, almeno in queste discussioni, ha molto più a che fare con l’officina, la bottega o cmq con uno di quei luoghi in cui l’analisi si intreccia con l’operare.

    Se penso a un vetraio, lo vedo che soffia, e poi si stacca e guarda, valuta e soffia ancora e taglia.
    Il sapere che lo guida è quel sapere pratico che gli ha dato l’occhio perfetto, che è un occhio critico, ma non terminologico, o almeno non terminologico al punto da toglierlo dalla vetreria e portarlo a un tavolo di biblioteca.
    Il vetraio è sempre in rapporto con il disegnatore, è in colloquio, ma non possono usare lo stesso linguaggio.
    Mi piacerebbe che qui i linguaggi si intrecciassero in modo non ostile, ma cooperativo.

    A proposito di “analisi della lingua”, avevo già tentato di farlo, come semplice lettrice, in una piccola discussione con Franz, mesi fa, in modo molto pragmatico, ma portando qualche esempio di lingua scollata e strumentale e lingua invece perfettamente “economica” aggettivo che per che per me significa “non ‘inutilmente’ ornamentale, non ‘inutilmente’ descrittiva, non ‘inutilmente’ barocca, non ‘inutilmente retorica e ridondante’ “.
    Può essere “economica sia la lingua barocca di Gadda che la lingua minimale di Calvino. Entrambe sanno esattamente dove vanno a parare perché non sono decalcomanie, ma sono concresciute con l’opera, cosa che la traduzione non può fare, da qui la sua deperibilità.

    E’ evidente che su questo terreno così malfermo ci si intende poco alla volta. Allora, se non mi sbaglio, avevo citato ( tanto per non sbagliare) Manganelli come esempio perfetto.

  17. arminio il 24 febbraio 2006 alle 19:16

    concordo con scarpa: questo lavoro dovrebbero farlo in primo luogo i critici. ma sartori nel suo pezzo mi pare vestisse i panni del critico e in questa veste non bisogna aver paura di mettere in evidenza le cose che ci piacciono e quello che non ci piacciono. non c’è bisogno di fare tutta la cartografia, basta qualche cenno e capiamo meglio un pò tutti di cosa si sta parlano quando si parla di conformismo in letteratura.

  18. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 19:26

    Ho visto adesso gli altri interventi, mi ero fermata a Stefano, per me è un po’ macchinoso entrare per i commenti;

    Mi dispiace però di sentire già un fruscio tra di voi di vecchie polemiche che -visto che non mi riguardano – mi annoiano profondamente, spero che adesso non comincerete a mettere i puntini sulle i di secoli fa.

    All’improvviso mi sembrereste enormemente vecchi, pur essendo tanto giovani, non deludetemi, pensate che sono una delle poche persone della mia generazione che ha abbastanza fiducia in voi da venire fin qui, siate generosi e parlate del peccato, vi prego, non dei peccatori.

  19. una questione di lingua e di morte il 24 febbraio 2006 alle 19:44

    Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.
    Ti avverto là fuori, amica mia, a braccare o farti braccare dalla morte, la morte che non è questa morte.
    Ben poco tempo fa, l’elettricità di queste notti l’inseguivo sul tapis roulant, trasformando in accordo ogni sinapsi della città.
    Ben poco tempo fa, mi orientavo a New York contando i fuochi fatui, la città era passato e futuro, il suono evocava gli spettri e li faceva muovere, serpenti incantati usciti da una cesta.
    Ora il futuro s’inarca sul passato, la notte è attesa dell’alba, la vita è attesa di morte.
    Ma la morte, la morte che è questa morte, questa morte è attesa di vita, perciò giungo le mani.
    La mente trafora la montagna del dolore per trovare l’orizzonte.
    Ti avverto là fuori, armata solo di voci, forse sola, o con un compagno di ventura, ti fai strada nel tumulto dei corpi di stasera, nomadi dell’entertainment.
    Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.
    La mente è con te, amica mia, pensiero trafora il dolore e, diretto all’orizzonte, t’avvolge.
    Il corpo, sacco che è pasto di tarme…
    Tempo di affidarlo a qualcuno.

  20. magda mantecca il 24 febbraio 2006 alle 20:02

    Tutte le ragioni che ha illustrato molto bene Sartori, mi portano, da tempo, a disertare qualsiasi lettura romanzesca e a preferire i saggi classici o meglio antichi.
    Temo che produrre una nuova lingua necessiti il distanziarsi dall’appiattimento generalizzato della stessa, e anche un minimo di isolamento acustico e visivo dalla banalizzazione dei contenuti.
    Noto che cio’ che circola anche tra i buoni scrittori, è una curiosa l’abilità all’assemblaggio di scritture apparentemente nuove, ma che se scomposte, si riconducono a terribili deja vieux.
    Il giornalismo è qualcosa che al momento non meriterebbe grande analisi critiche.

  21. tashtego il 24 febbraio 2006 alle 20:57

    Non so.
    Mi sembrano argomentazioni troppo generiche perché si possano veramente afferrare e discutere con qualche profitto.
    Soprattutto è l’uso frequente della parola “conformismo” (già di per sé un po’ farlocca, come il suo contrario: anti-conformismo) senza specificazioni, esempi, a sgonfiare il ragionamento, così che uno arriva alla fine del lenzuolo di Sartori e si ritrova con la stessa curiosità che aveva all’inizio di capire di cosa caspita si stia parlando.
    E però qualche spunto interessante l’ho colto anch’io, da tardigrado quale sono, quando Sartori parla del lavoro sulla lingua degli scrittori emersi alla metà del secolo scorso, per ottenerne uno strumento più maneggevole e meno ingolfato di voler essere letterario.
    Ma naturalmente c’era molto più di questo: leggevo ieri notte un racconto di Fenoglio notando con stupefazione la mancanza quasi totale, nella sua pagina, di AGGETTIVI. Sì, di aggettivi. Ora è anche vero che non è che in Fenoglio puoi separare i temi narrativi dal linguaggio: sono una cosa sola, che si chiama appunto “Fenoglio”. E però sto parlando del più grande scrittore italiano del secondo Novecento. Se esiste un italiano standard che viene usato anche dagli scrittori perché questa cosa dovrei considerarla a priori un male? Non è forse vero che molta della letteratura mondiale è andata verso l’uso di una lingua semplificata, parlata, secca e precisa? Gran parte della lezione americana non consiste proprio nell’uso di una lingua standard, molto semplificata, per ottenere effetti di grande efficacia? Chi si ricorda dell’Hemingway di Un posto pulito, illuminato bene?
    Esistono pittori che ancora preparano da sé i colori, ma non sono necessariamente migliori dei loro colleghi che li comprano già fatti. Anzi, nel XIX secolo, la comparsa sul mercato dei colori in tubetto, già pronti, permise lo svilupparsi della pittura en plein air, con tutti gli sviluppi linguistici che conosciamo. Forse non è un paragone azzeccato, ma nelle argomentazioni di Sartori ci vedo una specie di rimprovero a priori, uno sdegno per chi si limita a “usare” una lingua, invece di “lavorarla” o “scardinarla”.
    A meno che lui non intenda riferirsi a testi precisi, ma allora bisognerebbe capire quali.
    Personalmente non mi interessa se la lingua di uno scrittore che mi piace è la stessa che usano i mezzibusti del telegiornale o che senti all’altoparlante dell’areoporto: mi interessa quello che CI FA con quella lingua, come la usa, ma sopra tutto, quello che mi dice.
    Quanto al conformismo dell’oggi– e chiudo che ho scritto un lenzuolo – a natale mi hanno regalato l’Abecedario di Deleuze (autore che praticamente non conosco), molto bello: lui a un certo punto dice che nella storia culturale di un paese ci sono alti e bassi, vacche grasse e vacche magre, che è così e non ci si può fare niente: anche in Francia hanno da tempo sensazioni di declino culturale simili alle nostre. Qualcuno in America denuncia un clima analogo: sarà colpa del “conformismo”?
    Sarà solo una percezione? Io una teoria forse ce l’ho.

  22. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 22:08

    Caro Tash, tu dici:

    “Gran parte della lezione americana non consiste proprio nell’uso di una lingua standard, molto semplificata, per ottenere effetti di grande efficacia? Chi si ricorda dell’Hemingway di Un posto pulito, illuminato bene?”

    Sei sicuro che l’Hemingway di Un posto pulito usi una lingua standard, molto semplificata?

    Una lingua standard, molto semplificata è una lingua povera, è la lingua dei depliant.

    Hemingway usa una lingua letteraria nuova per i suoi tempi, poco ingessata, molto efficace. Ma per essere molto efficace la taglia e la cuce su misura. Non è la vera lingua che parla la gente, anche perché chiunque abbia sbobinato sa che quello che dice la gente quando parla è incomprensibile. Quella di Hemingway e’ una lingua letteraria con una sua velocità che sembrava velocissima allora e che adesso sembra molto più lenta, tra l’altro.

    Una lingua standard non è mai tagliata su misura. E’ il prêt à porter, che ci veste tutti uguali illudendoci di essere alla moda. Questo è il conformismo. Questo io trovo detestabile nelle scuole di scrittura.

    Evitare questo, analizzare il prêt à porter, è il compito di chi analizza la lingua del romanzo.

    Mi stupisce molto che Scarpa dica: ” Però considero un sintomo di fallimento della critica, il fatto che si chieda AGLI SCRITTORI di fare l’analisi linguistica dei loro colleghi: non dovrebbero pensarci i critici? TUTTO gli scrittori devono fare? Pure l’analisi linguistica dei loro colleghi? ”

    Se sono uno scrittore la prima cosa che farò, quando leggerò un libro, sarà proprio fare l’analisi della lingua, così come il vetraio di un’officina guarderà il vaso di un altro maestro vetraio analizzandolo bene, per valutarlo e vedere in cosa è buono e in cosa cattivo, con l’occhio dell’intenditore.

    L’analisi della lingua dei critici serve assai poco, mi spiace dirlo, agli scrittori. Dipendeva dalla lettura di Contini, Gadda? Poteva stupirsene ed esserne flatté, ma dipenderne proprio no.
    Dipendevano dall’analisi della lingua dei critici, Tozzi? O D’Arzo? O Calvino?

    Se è vero che si impara dai grandi che ci hanno preceduto, magari ribaltandoli dal seggiolone, come impariamo, se non analizzando la loro lingua?

    Perché dico la lingua, invece che “le strutture narrative”?
    Perché la lingua è corpo e veicolo di ogni struttura narrativa, idea, genialata o crimine. La lingua, caro Tash, e lo dico perché mi ricordo un tuo pezzo, è come la pelle, non semplice sacchetto che contiene. ma organo esso stesso, e vitale.

    Dici ancora (grazie, anzi, perché mi semplifichi il ragionamento):

    “Personalmente non mi interessa se la lingua di uno scrittore che mi piace è la stessa che usano i mezzibusti del telegiornale o che senti all’altoparlante dell’areoporto: mi interessa quello che CI FA con quella lingua, come la usa, ma sopra tutto, quello che mi dice.”

    Appunto, quello che CI FA, e se CI FA male, quello che ti dice ti arriverà appannato e meno efficace e, soprattutto, non cambierà niente.

    Questo è quello che io intendo quando dico che il problema cruciale del romanzo è la lingua.

    Tutti hanno sempre detto che Svevo scriveva male, grande cazzata, scrivere bene non vuol dire togliere i “che” superflui o le rime improprie o le ridondanze e le ripetizioni e gli avverbi in ente, o le parole dialettali eccetera eccetera eccetera, questo è maquillage editoriale. E neppure usare parole inusuali, o obsolete, o inventate, questo può essere banale manierismo. Scrivere bene è pensare con precisione (con precisione, non con avarizia) e, per quanto a me consta, si pensa con le parole.

    Una lingua conformista pensa in modo conformista, e se non è così fatemi un esempio di pensiero non conformista che venga al mondo nella lingua-pelle dei depliant.

    Il depliant mi dirà in lingua standard: “Sollevare la linguetta, tirare e girare delicatamente verso destra”. Questo non è un pensiero, è un’istruzione.

    Il mezzo busto mi dirà in lingua standard: “Oggi a Washington Condoleza Rice si è incontrata con il ministro degli esteri iraniano”. Questo non è pensiero, è un’informazione.

    Uno scrittore non conformista portà usare queste frasi così come sono persino all’interno di un testo di lingua non conformista, ma le lascerà così perché saranno un poro di quella pelle, in sé insignificante, che diventerà pelle solo all’interno del discorso.

    Se il discorso non le metterà in azione resteranno povere parole senza eco né significato né senso e senza nessuna capacità di spostarci da qui a lì.

    Non vedo quello che scritto e non capisco se sono stata molto lunga e noiosa, nel caso, scusatemi.

  23. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 22:09

    Cavolo, davvero molto lunga, mi spiace.

  24. Tiziano Scarpa il 24 febbraio 2006 alle 22:53

    Temperanza, non fraintendere. Con “fare analisi linguistiche” io intendevo “SCRIVERE articoli, recensioni, saggi, trattati”, mentre tu hai capito, evidentemente, “studiare le caratteristiche linguistiche”, “analizzare privatamente, mentre si legge, per capirle e farne tesoro”: ma è ovvio che questo gli scrittori già lo fanno!, l’hanno sempre fatto e sempre lo faranno.

    Qui Giacomo Sartori aveva fatto una domanda precisa: “Ma davvero non c’è nessuno disposto a lavorare a una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana, per la propria salute mentale e per il bene delle patrie lettere?” Io ho risposto a quella domanda: per quanto mi riguarda, non sono disposto a lavorare a quella cartografia (cioè a scrivere una serie di saggi, di volumi – sì, ci vorrebbero interi volumi – di analisi linguistica delle opere dei miei colleghi), e penso che non sia questo il compito principale degli scrittori, dei romanzieri, dei narratori, dei poeti, o, almeno, ritengo che non lo si possa pretendere da loro. Ma quel che avevo da dire l’ho già scritto sopra, in maniera piuttosto chiara, mi pare; è veramente curioso che tu mi abbia frainteso.

  25. tashtego il 24 febbraio 2006 alle 23:01

    @temp
    come si fa la “e” col circonflesso?
    grz per l’attenzione, anche.
    non mi inoltro nel sartori-problema, non so gestirlo.

  26. stefano il 24 febbraio 2006 alle 23:01

    Cara Temperanza, io trovo invece che quest’ultimo commento, raccogliendo anche molto succo di quello di Tashtego, porti finalmente degli esempi importanti, più centrati anche rispetto a molto di ciò che è stato detto in precedenza, compresa la mia deriva intellettualoide nell’armamentario accademico (che però fuori da queste colonne secondo me ha ancora senso se usato con parsimonia e senso del concreto).

    A questo punto sarebbe molto interessante leggere presto in questa colonna la “teoria” di Tashtego sul conformismo…

  27. stefano il 24 febbraio 2006 alle 23:02

    …come non detto, Tash.

  28. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 23:05

    @Scarpa

    Forse avevo frainteso Sartori, prima di fraintendere te, non l’avevo inteso come un invito a creare un gruppo redazionale, ma come a una mappatura lenta che nascesse di post in post e di commento in commento, una lettura non proprio privata ma neppure così pubblica e perciò schiacciante e impegnativa come tu la intendi. Ogni tanto, qui, ci sono degli spazi abbastanza calmi e civili in cui si può anche far questo, almeno così spero sempre.

    Niente di male, scucchiaia il mio stupore fuori dal commento.

  29. Tiziano Scarpa il 24 febbraio 2006 alle 23:20

    Bene, ora ci siamo capiti. Ma visto che dialoghi civilmente, e mi hai aiutato in quest’ultima tua replica a vedere le cose da un’altro punto di vista (“analisi linguistiche” espresse non necessariamente con saggi lunghi e articolati, ma anche solo con brevi post incisivi), ti faccio una domanda: immagina un post, un commento, ecc., in cui un romanziere prende un paragrafo di un suo collega, o un poeta prende due versi di un altro poeta vivente e ne analizza le caratteristiche linguistiche mostrandone i “conformismi linguistici”, con lo scopo di contribuire a fare “una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana”. X prende due righe di Y, le analizza con sagacia e dimostra: “guardate come scrive conformista Y”. Per quanto mi riguarda sarebbe molto interessante, utile, bello. Temo però che la cosa verrebbe presto spettaciolarizzata, verrebbe considerata una “rissa”, un “affronto”, uno “schizzo di fango”, ecc. (la nomenclatura della conflittualità è molto ricca); insomma, verrebba presa come una “polemica” e non come una onesta analisi a scopo di spassionata conoscenza. Sono pessimista?

  30. Tiziano Scarpa il 24 febbraio 2006 alle 23:22

    ops, perdona i refusi “spettaciolarizzata” e “verrebba”…

  31. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 23:25

    Tash e Stefano, non vi avevo visti, i commenti oggi si riordinano come gli pare.

    @ tash
    Io schiaccio la maiuscola, schiaccio in contemporanea l’accento circonflesso e mollati quei due tasti schiaccio la e.

    @Stefano

    Io posso fare solo esempi “semplici”, intanto perché non sono più fresca di studi e come si dimenticano le lingue così si dimenticano le terminologie, e poi perché avendoci pensato a lungo e in solitudine ho le “mie” idee e anche le “mie” parole chiave che dicono qualcosa solo a me.
    Ma non mi pare che la tua fosse una deriva intellettualoide, hai solo una migliore memoria specialistica, e lo credo bene, ci sei ancora in mezzo. Io dovrei arrampicarmi sulla scaletta e verificare se sto dicendo una cazzata o mi ricordo bene, meglio far da sé.

  32. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 23:37

    @ Scarpa
    Temo di no, infatti ho detto ad Arminio che non era il caso di fare i nomi per evitare le guerre stellari.

    Ma gli esempi si possono fare anche in positivo, e in negativo quelli dei morti. Oppure, come ho fatto in passato con Franz, scrivere un pezzo conformista al puro scopo di esaminarlo (anche se io ho scritto tre righe). Insomma, alcuni accorgimenti per evitare il peggio ci sono.

    Il problema, a mio avviso, è che se si fanno articoli di principio e si lanciano proclami tutto resta chiuso nella mossa retorica e alla fine o è poco efficace, o porta a schieramenti un po’ ideologici. Voi non lo ricordate, ma ci sono stati tempi in cui si leggevano solo “libri adelphi”, è stato poco dopo il periodo in cui si leggevano solo “libri einaudi” e io appena sento puzza di “a priori” mi deprimo.

  33. marco v il 24 febbraio 2006 alle 23:38

    .. caspita, questa è una delle discussioni più complesse e seriose (ma non inteso come patologia della serietà! ;) degli ultimi tempi nei lit-blog.
    Non sono in grado di contribuire, ma partecipo sperando abbiate voglia di continuare. Ad esempio, mi viene alla mente quel che Pasolini disse, a gran voce, sul linguaggio tecnologico, e lo disse – come al solito – contro Calvino; penso anche (ogni tanto ci casco e lo cito, ma d’altronde è in assoluto uno dei miei argomenti preferiti) a Horcynus Orca, allo scandalo di quella lingua ultraletteraria innestata di dialetti e gergalismi, tentativo contrastatissimo, odiatissimo, di superare il dualismo triviale-elevato e arrivare ad un realismo ‘altro’ (secondo me fallito, ma nelle grandi imprese basta aver voluto): Moravia puntò il dito contro quel linguaggio che trasformava ogni pescatore ‘in una statua atteggiata’.. e fece appello proprio alla dote linguistica moderna che aveva rotto la diga di cui parla anche Sartori (se non ho capito male, se è la stessa).
    Io sono tendenzialmente d’accordo con chi pensa che – ma è generico -l’intimismo della narrativa italiana dagli anni ’80 in poi sia un effetto di qualche scelta sbagliata e sintomo di un mutamento storico (ma Pasolini diceva persino ‘antropologico’): ma che la scrittura sia ombelicale poiché ombelicale la lingua della quale è fatta… sì, forse, ma non solo.
    Ho scritto come m’è venuto alla mente. E si vede, scusate ;)

  34. Tiziano Scarpa il 24 febbraio 2006 alle 23:39

    “Voi non lo ricordate”. Ehm, Temperanza, stai parlando con una persona di quarantatre anni… E non credere che anche gli altri qui siano tutti ragazzini…

  35. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 23:52

    @Scarpa

    Potresti essere mio figlio.

  36. db il 24 febbraio 2006 alle 23:55

    Quando fanciullo io venni / A pormi con le Muse in disciplina, / L’una di quelle mi pigliò per mano;/ E poi tutto quel giorno / La mi condusse intorno / A veder l’officina. / Mostrommi a parte a parte / Gli strumenti dell’arte, / E i servigi diversi / A che ciascun di loro / S’adopra nel lavoro / Delle prose e de’ versi. / Io mirava, e chiedea: / Musa, la lima ov’è? / Disse la Dea: /La lima è consumata; or facciam senza. / Ed io, ma di rifarla /Non vi cal, soggiungea, quand’ella è stanca? / Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.

    Ho riportato lo Scherzo del Leopardi non per irreverenza ai nostri scrittori: immagino senza difficoltà quanto sudino sulle carte. L’ho riportato per il verso finale. Dicendo “il tempo manca” il Conte fa gran satira, e critica dei tempi. Che vanno di fretta ecc. ecc. e la lingua si appiattisce per non parlare dei costumi. Questo per dire che neanche allora erano rose e fiori, e forse è congenita allo scrittore moderno l’opposizione-isolamento. Perciò enfatizzare la cosa, ad es. col termine restaurazione, può avere un effetto di ricaduta non proprio positivo sui vari geremia (a me personalmente il termine fa venire in mente i soldatini di plastica con cui si giocava da piccoli).
    Io ho in mente quel libro Einaudi curato da Fortini col carteggio Pasolini-Fortini, quasi un piccolo Zibaldone a due: come lavorano sulla lingua! Ma giustissima l’osservazione di Tahtsego, che importante non è la qualità del materiale grezzo, ma l’operazione che su/con esso si compie (altrimenti dovremmo cancellare un secolo di arte).
    Penso che Benjamin sarebbe d’accordo con Sartori, e io sarei d’accordo con Benjamin (ma perché Sartori lo fraintendono tutti?).
    Considero anche quanto può essere stato nocivo ridurre progressivamente lo studio della metrica nei licei, e quanto assurdo che nemmeno la sinistra si sia ricordata di inserire l’insegnamento della musica nelle medie inferiori come i tanti Paesi d’Europa (metrica e musica, tengono un po’ più desto l’orecchio).

    DB

    Lo Scherzo del Leopardi chiude i Canti: perché ha voluto metterlo proprio lì, in una posizione-chiave? Non l’ho mai capito bene.

  37. temperanza il 25 febbraio 2006 alle 00:04

    @DB
    Infatti non è mai rose e fiori, e si potrebbe anche dire che una volta sì una volta no è sempre la stessa solfa, ma insomma, si fa quel che si può per svuotare la barca dall’acqua;–)

  38. andrea inglese il 25 febbraio 2006 alle 00:25

    Su quanto dice Tiziano Scarpa, in risposta alla proposta di Sartori. Due cose diverse dice Tiziano. Una del tutto condivisibile: il tempo è poco, preferisco scrivere di cio’ che per me vale, che smontare cio’ che non vale.(Lo condivido.) L’altra: se poi smontassi quello che fanno i miei “colleghi”, questi s’incazzerebbero, scoppierebbero polemiche, tiro incrociato, ecc. Addio quieto vivere! E l’argomento ha altrettanto peso del precedente. Io personalmente non mi trovo a mio agio in un polverone polemico, ecc.
    A questo punto bisognerebbe chiedersi se il gioco vale la candela. Cioè: è possibile sopravvivere in un ambiente altamente conformistico, senza venir soffocati? E’ possibile cercare di sfuggire alla presa degli stereotipi, nel proprio laboratorio di scrittura, quando ovunque lo stereotipo è premiato, osannato?

    Mi sembra che la constatazione di Sartori sia alquanto disperata: certo, entrare in un esercizio di denuncia di certo conformismo “premiato”, puo’ scatenare un bel gioco al massacro, addio quieto vivere con i colleghi; ma forse anche stare in posizione di resistenza, cercare vie di fuga, alternative, non è più praticabile: si muore la stesso, la scrittura migliore muore lo stesso o abortisce… e allora a questo punto è davvero necessario rompere il gioco dell’ignorarsi reciproco, della quiete basata sull’indifferenza…

    Io ho sempre scelto, come Tiziano, di parlare di cio’ che più mi interessa, piuttosto che dedicarmi a smontare quanto non funziona. Ma il contesto della poesia e quello della narrativa non sono equivalenti. E lo stesso discorso relativo al conformismo, sarebbe da riarticolare, considerando che dietro il prodotto di un poeta non c’è interesse di mercato, ma al massimo un capitale simbolico dalla natura incerta. Detto questo, il discorso di Sartori mi fa nascere dubbi forti sulla legittimità, anche in poesia, di quest’ameno ignorarsi reciproco di percorsi e di scritture diverse.

  39. fm il 25 febbraio 2006 alle 00:48

    Sottoscrivo il contenuto del tuo intervento, Andrea.

  40. christian raimo il 25 febbraio 2006 alle 03:18

    mi veniva in mente in questi giorni forse una categoria dirimente nella massa informe della letteratura italiana. si mettono vari guadi, e ognuno giudica conformista e anticonformista o restaurazione e illuminismo dove vuole. io propongo questa polarità levistraussiana. letteratura “civile” e letteratura “a-civile”. rientrano per me nella letteratura civile tutte le narrazioni che si scudano dietro temi di supposta o verificata presa civile: desaparecidos, pennachismi, scuola & cultura, ambra jovinelli, veltroni, sorianismi, quanto eravamo belli a fare i terroristi, mi piace scopare e te lo ripeto parecchio, tenerezza precaria, orgoglio mignotto, identità sessuali ed etniche da definire per riderci un po’, w pasolini, resistenza reloaded, la storia del novecento secondo biagi… rientrano in questo discorso molti autori: gran parte del catalogo stile libero e stile libero noir, buona parte del catalogo fazi, oscar mondadori, baldini e castoldi quasi in toto, e un po’ di questa tentazione civile ce la vedo in tutti, me compreso, autori che stimo di più compresi. donchisciotti atemporali compresi, come ad esempio parente o moresco, che a forza di fare polemiche e preterizioni sul valore astorico di quello che scrivono secondo me gettano in pieno i loro romanzi in una caducità che vorrebbero evitare come la peste. ma non sono per quello li vedo tentati dalla letteratura “civile”, ma anche per il contesto metaforico che utilizzano che vorrebbero visionario poetico e mitopoietico toutcourt ma appunto ha una gravità metaforica che li riporta sulla terra.
    esempi opposti, di letteratura a-civile ne vedo pochi. li vedo in pincio, in aldo nove, in albinati, in michele mari, in groppi nella scuraglia di scarpa per dire, come in autori che cercano di creare prima di tutto una forma narrativa che corrisponda alla loro epoca e poi attraverso quella forma, molto spesso infantile, minorata, sciatta, non schierata dalla parte giusta. in questo senso per me qualsiasi celebrazione della grandezza di autori passati risulta deleteria. da kafka a pasolini, dal vecchio busi a fenoglio a bianciardi, gli autori che più amo diventano feticci e santini da celebrazione ogni volta che si ricordano come esempi. uccidere i padri, o almeno scordarsene per un po’.

  41. sergio garufi il 25 febbraio 2006 alle 06:16

    Noto con piacere che da quando parlai di “cartografie” e “mappature” ora è tutto un fiorire di geografi nei post e nei commenti di NI. Che siano un esempio di conformismo linguistico anche le mode lessicali ? Quanto alla consapevolezza linguistica, faccio presente che per molti scrittori della mia generazione la deliberata adozione di un italiano standard, cioè di un linguaggio brachilogico, iterativo e pleonastico, figlio delle teorizzazioni degli studiosi del Reader Response Criticism, spesso corrisponde alla volontà di denunciare il processo di reificazione di cui sono vittime sia gli uomini che le parole. In altri casi, i tic verbali, i modi di dire, le formule del parlato medio mutuate dalla televisione possono essere semplici stratagemmi ritmici, elementi di una sinfonia comica e assurda. In ogni caso, questa consapevolezza linguistica, di per sé, non è garanzia di nulla, se non si ha qualcosa da dire e se questo qualcosa da dire non si è capaci di organizzarlo e strutturarlo. Questo vale per chi adotti il pastiche (a volte Mari), il parlato anacolutico (Nori), il lirismo epifanico (Biamonti), il gergale, il registro infantile (Nove) o la lingua isterica e ossessiva à la Bernhard (Trevisan). Forse, più che la consapevolezza, vale qui l’incontro fra pensiero e parole; che potremmo definire come “la voce personale dell’autore”. Posto che, come scrive Agamben, “l’ingresso nel linguaggio (nella scrittura) non è mai un gesto neutrale, ma introduce nel soggetto un principio di divisione tra pensiero e scrittura”; ciò che dobbiamo allora augurarci come precondizione è che si verifichi questo incontro, ossia che lo scrittore si trovi, individui quello che è il suo particolare timbro espressivo. Ma resta comunque una precondizione. Investire su uno stile anziché un altro è progetto intellettuale, non ancora letteratura.

  42. volodja il 25 febbraio 2006 alle 09:38

    Gadda è stato uno scrittore che si è posto il problema del linguaggio, nei termini della sua impossibilità di RAPPRESENTARE compiutamente la realtà. Nella sua scrittura, sostanza e finzione (“storia” e “lingua”, per dirla con Sartori) coincidono ad un alto livello; ed è anche possibile individuare con chiarezza la sua intenzionalità nel volere “scardinare dall’interno il sistema gerarchico delle funzioni linguistiche”; ciò non per mero vezzo, ma perché la norma letteraria è specchio fedele di una COMPATIBILITÀ con l’ordine sociale. Il DISPREZZO per la conformazione del reale non è disgiunto dal disprezzo per la tradizione letteraria: in uno cova l’altro, sempre. Io credo che questo debba essere, ancora oggi, il primo criterio per misurare un autore; per misurare come, nella sua opera, l’avversione per lo scadimento presente possa articolarsi al di là della rappresentazione, dunque come capacità di scardinare le tecniche della narrazione lineare o leziosamente moralistica, dove la funzione referenziale prevale. Nel “congegno meccanico” della scrittura, insomma, il linguaggio è il primum. Va da sé che in questo contesto, più che le “trame” (le “storie”), assumono valenza i “pensieri” cristallizzati in scrittura. Testori è un altro esempio utile. La sua scrittura è una espansione senza freni del corpo. “La cattedrale” o “Passio laetitiae…”, ma anche i suoi monologhi plurilinguistici, mettono in gioco una corporeità che cozza con il suo apparato ideologico: è come se l’uomo-Testori, militante di C.L., entrasse in contraddizione con lo scrittore-Testori; agendo un linguaggio spezzato, ritmicamente non uniforme, direi proprio STRANIATO, lo scrittore di fatto CRITICA l’uomo. Stiamo parlando di letteratura; è quindi ovvio, almeno per me, che io possa apprezzare l’opera di Testori pur rifiutandone l’ideologia, esattamente allo stesso modo come possa ritenermi sodale a certe posizioni “politiche” di Wu Ming, ma trovare la sua scrittura perfettamente integrata con il sistema disciplinare corrente. Bisogna intendersi su ciò. Se nel processo compositivo “il procedimento è più importante del referente”, allora io posso affermare tranquillamente che “La macinatrice” di Parente è letterariamente più interessante di “Asce di guerra” o di “Q”, o che una pagina de “I canti del caos” di Moresco vale da sola tutta l’opera di Baricco. I “significati” – direbbe di nuovo Rossi-Landi – sono DENTRO il linguaggio, giacché non possono esistere al di là dei segni (è il SENSO che sorge al di fuori, essendo, in famosa ultima analisi, la materialità del reale a determinare le priorità; ma questi sono altri discorsi). Se è vero tutto ciò, il peso che diamo alle parole “conformismo” e “anti-conformismo” cambia. Io, ritenendole vere, posso arrivare a svelare, con l’analisi, il conformismo della scrittura (e anche delle modalità del suo farsi teatrale) di Ascanio Celestini; lo posso fare perché la sua “tecnica” addormenta il lettore facendolo entrare in un qualcosa che già conosce, anzi: che vuole riconoscere quando apre le pagine o lo sente narrare ad alta voce (è una scrittura CONSOLANTE). Se poi c’è qualcuno – Biondillo? – che ritiene, in letteratura, più importanti le “storie”, allora il peso di un autore si misura sull’aderenza o meno alla nostra “ideologia”, visto che le “storie” non possono che trattare della Storia, mostrando IN FORMA DI PAROLE la visione del mondo dell’autore (in questa accezione, i giudizi di qualità si rovesciano, per cui, per restare agli esempi precedenti, Wu Ming diventa più importante di Testori). Sono due orizzonti distanti, direi quasi inconciliabili …

    Volodja

  43. tashtego il 25 febbraio 2006 alle 11:12

    Lateralmente, rispetto al main stream di questo discorso, se capissi qual è, c’è la questione dell’italiano che mi appare come una lingua terminale, una lingua continuamente rimestata nello stesso recipiente, senza significative implementazioni di formule e parole che esprimano ciò che accade e sopravviene in ogni istante, vale dire “il nuovo”, che noi siamo ormai abituati a dirci in altre lingue, e più precisamente in inglese.
    Se non fosse che questo “nuovo” accade principalmente altrove.
    In fondo nel Novecento hanno provato in molti a rivitalizzarla, con iniezioni dal basso e dall’alto, e più volte a re-inventarla, diciamo, perché già allora si percepiva ristretta, difettosa, asfittica, al punto che qualcuno faceva prime stesure in inglese, altri in dialetto, per arrivare all’italiano da un’altra direzione che non producesse la solita roba, le solite parole, le formulazioni correnti, eccetera. E spesso il risultato era l’illeggibilità quasi assoluta di Horcynus.
    Il difetto di questa lingua è nella sua storia, così artificiale e colta, al punto che, è vero, noi riusciamo abbastanza agevolmente a leggere un autore del trecento, perché la lingua che usa, nel frattempo è stata solo SCRITTA, ma PARLATA DA NESSUNO, o quasi, mentre altre lingue più vive e parlate si sono nutrite e rinnovate e abbisognano di traduzioni moderne.
    Perché quando mi incazzo, metti in macchina, le cose brutte e ingiuste che dico e spesso urlo, le dico e urlo in romanesque, invece che in italiano?
    Perché dico “mannaggia alla miseriaccia zozza” invece che “male incolga all’indigenza sudicia”?
    E perché, se scrivo in un testo sia la prima che la seconda formulazione, suona male e sbagliata? Perché la prima è troppo bassa e la seconda troppo alta?
    In mezzo cosa c’è?
    Solo pochi tra i parlanti “italiano” sono quelli che sono anche intimamente “abitati” dall’italiano: la maggior parte di noi ha l’anima immersa nel dialetto.
    Non è un fatto marginale, credo.
    Dico l’ovvio se ribadisco che le lingue non sono uguali, sono cose storiche, complesse, stratificate. Gran parte dell’italiano mi appare “fossile”, possiede poche parole, rispetto alle molte del francese e alle moltissime dell’inglese, poche sono le aree di rinnovamento, attraverso le quali si esprime bene ciò che accade nell’oggi. Finisce allora che le invenzioni della parlata coatta, risultano molto più vitali e interessanti dell’italiano corretto e liceale.
    (Il punto è sempre lì, nel liceo classico: per me è un’ossessione).
    Tra la pittura di Afro Basaldella e quella, metti, di Cimabue, c’è enorme differenza, ma parlavano la stessa lingua, o quasi: qualcosa vorrà pure dire.

  44. Miku il 25 febbraio 2006 alle 12:47

    Tashtego: bisogna proprio suggerirti qualche buon manuale di storia della lingua? E “Horcynus illeggibile”? Non letto, piuttosto.

  45. tashtego il 25 febbraio 2006 alle 13:32

    bene, grazie.
    io pensa, mi attenevo al de mauro.
    per me horcinus non è leggibile.

  46. emme il 25 febbraio 2006 alle 16:15

    sembra un fungo velenoso

  47. Alessandro Canzian il 25 febbraio 2006 alle 16:40

    Condivido le preoccupazioni di Sartori, oggi c’è un rischio di appiattimento e di uso poco cosciente della lingua italiana da parte di chi scrive o ambisce a scrivere letteratura, ma mi trovo in parte d’accordo anche con Biondillo quando segnala il rischio opposto, quello di concentrarsi eccessivamente sulla lingua. Mi sembra che oggi siano individuabili due atteggiamenti estremi, due opposte esasperazioni. Da una parte vi sono autori come Massimo Carlotto, i cui libri hanno un forte impatto ma soltanto per la tematica che affrontano, non certo per la lingua, che è sempre un registro medio-basso, molto standardizzato, appena un gradino sopra la sciatteria vera e propria. Dall’altro abbiamo gli eredi di D’Arrigo, i Moresco che vengono esaltati principalmente per la capacità di “eccedere” nell’uso della lingua. Detta così, pare che in mezzo non ci sia nessuno. In realtà non è così, il territorio non mi sembra così deserto, esiste un uso cosciente della lingua (cosciente anche degli errori e dei rischi, appunto) che non va nella direzione di Moresco, ed esiste un primato del raccontare che però non appiattisce la lingua. L’operazione che fa Camilleri col ricalco sul siciliano – e non solo – può non piacere, ma è un’operazione coerente, fin troppo. E parliamo di un autore che “racconta”. Viceversa un autore poco narrativo come Stefano Tassinari, i cui romanzi sono più simili a prose poetiche, dà il primato alla lingua ma non fa in nessun modo un’operazione di “eccesso” alla Moresco. Ci sono anche diversi modi di “eccedere”: Genna eccede in tutt’altro modo rispetto a Moresco. Scarpa eccede in tutt’altro modo rispetto a Genna. Simona Vinci eccede nella direzione opposta, quella del cesello e dell’asciuttezza.
    Mi collego a queste ultime osservazioni per dire che mi sembra del tutto fuorviante citare i Wu Ming come esempio di primato del contenuto sulla forma e di poca consapevolezza della lingua. La riflessione dei cinque bolognesi sulla lingua è continua, e le loro scelte, convincano o meno, sono meditate e spiegate (“ex cathedra”, dicono alcuni, comunque spiegate). Quando affrontano la “scrittura piana”, secondo me lo fanno proprio nel modo a cui accennava Sartori: la scrittura è piana in apparenza, ma tante piccole scelte producono effetti a catena che tengono la lingua sospesa e in tensione. Ho notato che a volte rendono transitivi i verbi intransitivi, o addirittura tolgono il verbo, rendendo alcune frasi a-grammaticali. A volte scrivono interi capitoli al futuro, o riproducono il punto di “vista” di oggetti inanimati. Ripeto: può convincere o non convincere, a volte ha valore letterario e a volte meno, ma c’è l’impronta di un lavoro fatto con intenzione. Questo è un chiodo sul quale battono in diverse interviste.
    Digressione: in generale ho l’impressione che quel che si dice dei Wu Ming sia spesso cinque o sei anni indietro rispetto a quel che il collettivo sta realizzando e pubblicando. Si fa la polemica sulla scrittura collettiva “che livella gli stili” nel 2006, dopo che negli anni sono usciti tre romanzi “individuali”, ognuno dei quali dimostrava che il variare dei registri nei romanzi di gruppo non dipendeva dal “cambio di mano” ma scelte consapevoli. In almeno uno dei casi, quello di “The New Thing”, la scrittura è tutt’altro che “piana” e il linguaggio ha il primato sulla storia. Come diceva WuMing 1 tempo fa, ci sono interi paragrafi che diventano versi in rima se tradotti in inglese. Questo può essere solo divertissement un po’ bartezzaghi, ma non si può dire che non sia lavoro sulla lingua. Quello che Volodjia dice di “Q” e di “Asce di guerra”, si sente di dirlo anche per tutte le pagine di “54” o per “New Thing”, o per “Breed’s Hill”, l’ultimo racconto pubblicato su web? O per il racconto su Battiato uscito su “Nuovi Argomenti” qualche numero fa? Adesso che ci penso, noto che spesso si parla dei loro romanzi quasi come fossero “realismo socialista”, eppure a me sembrano molto visionari e con lunghi momenti surreali. “Asce di guerra” (che è probabilmente alla causa di questo giudizio) è un discorso a parte, perché prima di tutto non è letteratura (non lo è dichiaratamente), e i Wu Ming stessi nell’introduzione alla nuova edizione dicono che sono “le pagine peggiori” che hanno scritto. Infine sono anche passati sei anni. Come, credo, sono passati dieci anni da quando hanno scritto “Q” (e anche su quelle scelte dell’esordio hanno detto qualcosa). In ogni caso, in quei libri vedo la divisione tra “buoni” e “cattivi” molto, molto più sfumata di quel che si dice. Direi quasi, rovesciando un modo di dire, che “il più buono ci ha la rogna”… Leggevo anni fa una discussione su un blog di cui non ricordo il nome, in cui qualcuno diceva che la scrittura dei Wu Ming sarebbe “priva di immagini”. Se c’è una cosa su cui concordano tutti quelli che leggono i loro romanzi, è che la loro scrittura si affida moltissimo alle immagini, tanto da accumularne in modo ridondante (si veda per esempio quella specie di introduzione poetica che apre “54”). Questo diventa un difetto, a volte.
    Fine digressione e ultime cose, e chiedo scusa per la lunghezza: molti autori che sembrano “sciatti” andrebbero letti con più attenzione: ho visto definire sciatto lo stile di De Cataldo in “Romanzo criminale”. E’ senz’altro scrittura “pianeggiante”, non c’è dubbio, eppure ti entra dentro e alla fine ricordi i nomi e nomignoli di tutti i personaggi, cosa che accade con pochissimi romanzi contemporanei, e credo sia il risultato di strategie stilistiche che sfuggono mentre si legge ma che ci sono e si possono individuare. Uno che lavora in questo modo non è “sciatto”, è attento e cosciente dei propri mezzi espressivi. Lo stesso Biondillo è uno che “racconta”, è uno che sta nel “genere”, ma mette sulla pagina una lingua che non è solo “efficace” (come si dice quando si vuole concedere che un giallista non scrive proprio a casaccio ma a ragion veduta), è anche bella e poetica. Mi sembra di grande interesse proseguire la discussione, ma lo farei concentrandomi non tanto sui “mostri” (detto senza ingiuria) Moresco o, all’estremo opposto, Lucarelli. Credo più interessante concentrarsi sugli autori che si muovono lontani dai due estremi. Tutto questo era a proposito del “fare i nomi”. Madonna, che lungo!!!

  48. Miku il 25 febbraio 2006 alle 17:09

    @tashtego: cosa, esattamente, di De Mauro? ;-)

    E poi, suvvia, ci vogliono solo 5 paginette per entrare nella dinamo sonora di Horcynus: dopo 10 tutti capiscono di cosa si stia parlando. Ne restano un buon migliaio da godersi sulla sdraio, con una bibita e un pacco di pop-corn.

    Sfido, inoltre, qualunque autore inglese a produrre un libro come quello di D’Arrigo, questo sì panciuto di una serqua tale di innovazioni positive e di inestimabili risorse linguistiche da non temere confronti, bocca di fuoco dei miti del bacino del Mediterraneo. Mi chiedo veramente come si possano preferire le possibilità dell’inglese all’immenso archivio di materiali, esornativi o triviali che siano, dell’italiano.

    Saluti darrighiani,

  49. temperanza il 25 febbraio 2006 alle 17:38

    Quante idee ricevute, un po’ troppe. ma non dico altro, sennò arriva la mia Fraülein e mi dà un sganassone.

  50. volodja il 25 febbraio 2006 alle 17:45

    Attenzione, caro Alessandro Canzian: non ho scritto che Wu Ming ha “poca consapevolezza della lingua”; ho scritto che in Wu Ming il referente prevale sul procedimento – e lo confermo anche per “New Thing” (non ho letto tutto di loro, non ho tutto questo tempo); quindi è del tutto fuorviante quanto scrivi in difesa della loro scrittura. Io ho trovato il linguaggio di “New Thing” noioso, supponente, persino banale – e del tutto privo di arditezze metaforiche, di quella “perversione” del linguaggio che ha fatto grande, ad esempio, il Consolo di “Retablo” o Pizzuto o Manganelli … Ma potremmo discutere a lungo, senza trovare una mediazione; forse perché non diamo lo stesso significato alle parole, o semplicemente perché abbiamo universi letterari di riferimento diversissimi tra loro. Tant’è che dissento totalmente da quanto scrivi. Ma davvero, nel leggere Moresco, tu non trovi anche un SENSO? È solo scrittura portata all’eccesso o è anche altro? Se applicassi, come criterio di piacevolezza estetica, quella “via di mezzo” tra eccesso e normalità che tu auspichi, dovrei buttare a mare il meglio della letteratura novecentesca, da Joyce a Beckett. Faccio un altro esempio di scrittura dove lo smontaggio della lingua apre visionarietà: Heiner Müller. Le sue sospensioni del senso, le sue crudeltà, la sua scrittura del tutto senza centro, il metodo compositivo, la frammentarietà – insomma la “tecnica narrativa” di cui parlava Rizzante – non sono procedimenti fini a se stessi, gli servono per intervenire CON LA SCRITTURA nel suo tempo, uscendo da ogni parentela con ciò che consola … Moresco non è consolate; presuppone un impegno non indifferente del lettore nel decifrare gli enigmi che apre. Io credo che questa sia la scrittura più interessante, meno scontata, meglio capace di espandere la mia “percezione” del mondo –capace quindi di scavare nella mia mente e di riflesso, per quanto molto alla lontana, di scavare anche nella storia contemporanea … Scusa se è poco …

    Volodja

  51. tashtego il 25 febbraio 2006 alle 18:13

    @miku
    che fai, mi interroghi a salti?
    Horcynus conterrà pure una caterva di “innovazioni positive e di inestimabili risorse linguistiche da non temere confronti”, ma poi, strucca strucca, a chi hanno giovato?
    Voglio dire, chi se ne è servito? Sono entrate nella lingua?
    L’inglese mi serve solo come esempio di lingua enorme e in movimento, non ho detto che “preferisco l’inglese”.

  52. Alessandro Canzian il 25 febbraio 2006 alle 19:13

    Attenzione, Volodja: io non ho affatto scritto che in Moresco non c’è un senso, ho scritto che si tende a esaltarlo per la dimensione “eccedente” della lingua. E non ho assolutamente auspicato il “giusto mezzo” tra eccesso e normalità (dove lo avrei detto?), ho detto che secondo me le cose più importanti sono quelle che si muovono in altre direzioni rispetto alle due polarità che sembrano dominare questo dibattito. Sono possibili altri eccessi, e spesso la “normalità” non è affatto tale. Quanto ai Wu Ming, mi sembra che con l’ultimo suo intervento entriamo nel campo del “de gustibus”, mentre io volevo attenermi (citando anche il De Cataldo di “Romanzo criminale” alla dimensione precisata da Sartori in questa replica. Sartori infatti scriveva: “Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente COSCIENTE di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti.”
    E io ho cercato di parlare di questo. Che uno stile venga considerato “supponente” o antipatico è qualcosa che esula da quello di cui si stava parlando. Sono anni che di Moresco si dice che è “supponente”, “vanitoso”, “pieno di sé”, ma queste sono impressioni “di pelle”, preferenze, predilezioni: ognuno si tiene la sua. Al contrario, l’intenzionalità di un progetto letterario e stilistico è qualcosa di riscontrabile e su cui si può discutere su un terreno comune. Quello individuato da Giacomo Sartori in quel passaggio, a mio giudizio il più significativo, del suo testo. Si può forse negare che gli autori che ho citato nel mio commento (non solo i Wu Ming, ma anche Camilleri, Tassinari, Genna, Scarpa, Vinci, Biondillo) perseguano scientemente – ciascuno a modo suo – e cerchino di mettere sulla carta una “idea di lingua”? Credo di no. Vorrei parlare di questo, senza confondere le acque, senza eccitare opposte tifoserie. Io non “tifo” Wu Ming contro Moresco, e giudico insensato “tifare” Moresco contro Wu Ming (non sto dicendo che lei lo abbia fatto, ma se si va nella direzione di dibattito che lei propone, presto si scenderà quella china). Anche perché immagino che questi autori si leggano reciprocamente, e i loro percorsi possano essere arricchiti dai rispettivi approcci alla lingua.

  53. Miku il 25 febbraio 2006 alle 19:17

    Io credo che molti se ne siano giovati, tashtego. E porto un argomento decisivo: se da Rizzoli si ristampa un libro illegibile di 1300 pagine, con quello che costa, riterranno bene che dei lettori ci siano, non credi? Non sono dei filantropi.

    Poi, la direzione dell’innovazione linguistica non è quasi mai dall’opera verso l’esterno (pochi i veri onomaturghi), bensì il contrario: gli scrittori come “antenne della razza” etc. etc.. Le onde delle innovazioni linguistiche sono assorbite dai grandi contenitori narrativi: l’esempio del Finnegans Wake è evidente: qui si registra il grande spostamento verso la bolla di segni che è la contemporaneità, con il sovraccarico sonoro e la vertigine grafica. Il nuovo emisfero orale del Novecento ha la lì sua anticipazione.

  54. v il 25 febbraio 2006 alle 20:37

    Scusami, Alessandro, ho frainteso la frase finale del tuo precedente post, là dove scrivi: “Mi sembra di grande interesse proseguire la discussione, ma lo farei concentrandomi non tanto sui “mostri” (detto senza ingiuria) Moresco o, all’estremo opposto, Lucarelli. Credo più interessante concentrarsi sugli autori che si muovono lontani dai due estremi”. Ne ho dedotto che la scrittura che ti interessa era questa – quella che sta “nel mezzo”, insomma. D’altra parte, però, tu stesso, nella tua ultima risposta, scrivi: “ho detto che secondo me le cose più importanti sono quelle che si muovono in altre direzioni rispetto alle due polarità che sembrano dominare questo dibattito”, cioè esattamente quello che avevo capito io … A me, sinceramente, non basta la “consapevolezza della lingua”; è ovvio che anche Baricco è consapevole del suo prodotto letterario, anzi: è in grado di scrivere scientemente in quel modo preciso perché sa che l’orizzonte di attese cui lui si attiene presuppone quel tipo di scrittura … Puoi negare ciò? Non credo (e puoi negare, ad esempio, che la Tamaro non abbia questa consapevolezza?)… Ecco perché la “consapevolezza” non è sufficiente … Dirò di più: senza quel tipo di consapevolezza non può darsi nessuna “vendibilità” … Scrivere per rispondere agli orizzonti di attesa è – per quanto mi riguarda – il peggio-del-peggio. Non a caso ho sempre citato lo STRANIAMENTO come “metodo”, e proprio perché il suo uso presuppone lo slittamento tra attese e scritto; senza questa frizione non c’è apertura, non c’è ri-nascita, c’è solo l’affermazione di ciò che è … Certo che gli autori che citi hanno un loro progetto “di lingua”!!! Ma a me importa poco il fatto che lo abbiano o meno; mi interessano di più le caratteristiche di quel progetto… Insomma: non è questione di “tifo”, ma di TENDENZA sì … e non tutte le tendenze portano a Roma …

    Volodja

  55. gianni biondillo il 25 febbraio 2006 alle 22:05

    ragazzi, ho quasi 39 di febbe, perdonate il mio silenzio.

  56. arminio il 25 febbraio 2006 alle 23:34

    mi pare che si parla della lingua dei diversi scrittori come di una cosa che ha chissà quali riflessi sulla società. ci sono troppi specchi a voler produrre questi riflessi e alla fine non si produce un bel niente. ho il sospetto che queste discussioni non solo non cambiano la società, ma non cambiano minimamente neppure chi le fa.

  57. volodja il 26 febbraio 2006 alle 11:55

    Guarda, Arminio, ti dirò invece che questa discussione mi ha spinto ad approfondire alcune sollecitazioni venute da Canzian (e da Sartori e dagli altri intervenuti), dunque in un certo qual senso mi hanno cambiato, o per lo meno smosso da una precedente posizione che io stesso davo per acquisita. Credo anche che una conversazione di questa “profondità” – senza OT e senza autopromozioni – era un bel po’ che non mi capitava di leggerla su NI. Sul resto che scrivi, poi, che dire? La scrittura non può modificare nulla se non se stessa, direi. Ma abitare la scrittura non è, al contempo, abitare il mondo?

    Volodja

  58. Alessandro Canzian il 26 febbraio 2006 alle 12:10

    Prima una precisazione per Volodja: lontano dalle polarità già definite non significa “giusto mezzo” o “dorata mediocrità”. Ad esempio, se le due polarità già definite sono “Oriente” e “Occidente”, chi si dicesse più interessato alla divisione tra “Nord” e “Sud” del mondo non starebbe scegliendo una “normalità” senza guizzi, ma un’altra prospettiva. E’ quello che propongo di fare io, e secondo me è chiarissimo che, almeno nella sfera dei blog letterari, le “polarità già definite” sono da un lato la proposta Moresco/Parente/Neuropa (la lingua eccedente e sfrenata del romanzo-mondo parzialmente de-narrativizzato, filone ripartito coi “Canti del caos”) e dall’altro la narrativa “narratocentrica” (“di genere” o come la si voglia chiamare) in cui la lingua è TOTALMENTE al servizio della storia, senza eccedenze di sorta (ho citato Carlotto e Lucarelli). In Italia vi sono autori che si muovono lontani da queste due polarità, “raccontando” o “eccedendo” in altri modi, e ho citato ad esempio i Wu Ming, Genna e altri. Spero che adesso sia chiaro.

    Ritengo questa discussione davvero utile. L’importante è capirsi su cosa significhi “fare i nomi”. Ci sono stati sin troppi “processi a mezzo blog”, nell’ultimo anno (dal convegno sulla restaurazione in avanti), sono sfoghi inutili per i quali si mobilitano veri e propri “ultras” di questo o quell’autore, che spesso gli rendono un pessimo servizio. Finora il dibattito acceso da Sartori è rimasto nell’ambito da lui definito, e mi piacerebbe continuasse così. D’altronde, “fare i nomi” resta necessario per dare chiarezza a ciò che si dice.

    Allora faccio una proposta: Nazione Indiana cominci a intervistare gli autori italiani sul tema specifico della lingua, della sua importanza, del suo uso intenzionale, delle tecniche, dello stile, delle poetiche. Perché non fare qualcosa di simile alle interviste di Alberto Giorgi su Chiaroscuro? Si preparano dieci domande uguali per ogni autore, e si pubblicano le interviste una alla volta.

  59. Giacomo S. il 27 febbraio 2006 alle 02:39

    Trovo molto interessanti moltissimi spunti usciti in questi commenti (il discorso di Francesco Forlani sul melodramma, tanto per fare un esempio). E condivido l’opinione dello stesso Forlani, alla base non ci sono in realtà vere e frontali contrapposizioni: ogni diverso punto di vista porta pur sempre, si sia più o meno d’accordo, qualcosa. E soprattutto, mi sembra, siamo animati da una stessa passione, siamo tutti molto curiosi e assetati di conoscenze e interpretazioni, siamo disponibili a essere messi in discussione (la prova è che siamo qui). Quindi rispettiamo le nostre differenze, e dialoghiamo anche animatamente ma senza saltarci addosso. Teniamo presente che le nostre sono differenze anche di età, ma soprattutto di formazione/percorso: questo nello stesso tempo rende difficile ma anche estremamente interessante il confronto. Uno scrittore non ragiona con il rigore di un filosofo (lo ha detto benissimo Temperanza, qui e anche altrove), lo scrittore è spesso molto più ignorante del filosofo, è monomaniacalmente preso dai propri scritti, quello che dice va in fondo visto in relazione alla sua scrittura, ai complessi rapporti che la sua poetica ha con la sua opera. E il critico che lavora nell’accademia, anche se non lo si può definire un critico accademico, perché altrimenti se la prende, ha forse un po’ della confusione dello scrittore e un po’ del rigore del filosofo. Per non parlare dell’architetto-filosofo, del lettore-strutturalista, il non sa si sa cosa-linguista, e così via. Pensiamo, ripeto, che queste nostre differenze fanno l’interesse del confronto. Pensiamo, per non scoraggiarci, alla superficialità/coglioneria che c’è in giro.

    Tra le tante idee che mi sono passate per la testa mi limito a queste osservazioni:

    1) Trovo incredibilmente interessanti gli abbozzi di analisi linguistica che sono venuti fuori su una serie di autori. E’ la prova, in un certo senso, che ci vuole poco. Certo poi i livelli di analisi possono essere infinitamente più profondi, le tecniche possono anche molto più specialistiche, certo si potrebbe, avendo tempo e voglia, andare molto più lontano. Però mi sembra incredibile che già così in tre secondi vengano fuori alcune idee che potrebbero benissimo costituire delle ipotesi di lavoro. Credetemi, è già molto, vista la situazione attuale. Io almeno non conosco degli esempi, a parte le discussioni tra amici, dove questo accade. Per la scarsissima esperienza che ne ho (qui in Francia mi hanno invitato a qualche convegno) anche i lavori degli italianisti sono spesso molto deludenti, venati da una pedissequità agiografico-ammirativa nei confronti dell’autore prescelto (a parte il fatto che la stessa scelta degli autori è spesso legata al successo commerciale) e, come fanno notare Kundera/Rizzante, ignorando completamente le influenze delle altre letterature (ma se dovessi sbagliarmi, se qualcuno avesse dei saggi interessanti da segnalare, sono pronto a ricredermi). Speriamo quindi per il futuro di riuscire a fare qualcosa – già si cominciano a fare delle proposte concrete – in questo senso, di smuovere qualcosa.

    2) Io stesso, Tashtego cerchi di sopportare la mia ai suoi occhi inarrivabile e lenzuolosa genericità, parlando di “conformismo” ero molto a disagio. Naturalmente questa era solo una dizione provvisoria (come tutto il resto, del resto). Naturalmente “conformismo” non vuol dire nulla, e dio ci guardi dal suo contrario, “l’anticonformismo”, quasi sempre più conformistico ancora. Ma nello stesso tempo, e qui mi rifaccio a Temperanza, io so benissimo di cosa parlo. Sono quelle cadute contro le quali combatto nel mio lavoro di scrittore, quelle stesse cadute che mi danno molta noia nei testi altri scrittori, che spesso e volentieri – appunto – diventano appunto invasive. Adesso non mi sembra il caso, ma mi piacerebbe tornaci sopra con calma, magari facendo degli esempi, riferendomi a testi altrui o anche, perché no, miei. Ma appunto questo potrebbe essere un tema sul quale interrogare anche altri scrittori “cos’è per te il conformismo nei testi italiani contemporanei?”, o dei critici.

    3) Tiziano Scarpa ha ragione, questo lavoro dovrebbero farlo i critici, visto che è il loro lavoro. Il problema è che non lo fanno (prego vivamente di non fraintendermi, astraendo questa frase dal contesto degli interventi precedenti). Tiziano non dice – se non indirettamente, quando afferma di essere d’accordo per molti aspetti con me – se lui avverte questa mancanza, fino a che punto l’avverte. Io invece credo che sia molto grave, credo che abbia degli effetti nefasti. Credo per esempio che se qualcuno si prendesse la briga di dire – e di mostrare e argomentare – a De Luca che i suoi libri sono sempre più banali, a partire proprio dalla lingua, ma non solo, lui stesso forse ci penserebbe su, e invece di farsi fotografare a destra e a sinistra con i suoi ascetici sandaletti, o peggio ancora mentre scala, reagirebbe con il suo incredibile talento letterario (personalmente stimo moltissimo i suoi primi libri). Lo stesso vale per moltissimi altri scrittori. Forse anche per Tiziano potrebbe essere utile che qualcuno legga con estrema attenzione i suoi libri (i giornalisti leggono velocissimamente, e molto spesso a salti, per l’esperienza che me ne sono fatto) e dica delle cose profonde e sensate. Lo stesso vale per me, per tutti. Una narrativa viva e varia non può non avere di fronte una critica ricca e varia, è sempre stato così dappertutto (l’anomalia della narrativa italiana, una delle anomalie, è appunto quella che i grandi scrittori sono stati molto spesso dei “grandi isolati”).
    Tiziano Scarpa non dice, a parte la reazione per così dire “positiva” (consistente nel segnalare e appoggiare i testi che secondo lui lo meritano), come lui si posiziona di fronte a questa mancanza, se crede anche lui che abbia qualche influenza, quale. Non dice se anche per lui c’è una relazione tra il fatto che la banalità – o conformismo che dir si voglia – non venga rilevata, e la banalità stessa. Questo non è un attacco personale – mi creda (se dovessi prendermela con qualcuno certo non sarebbe lui, visto che trovo molto acuti e utili tutti i suoi interventi, visto che ho letto e apprezzato due suoi romanzi, che è stato tra i fondatori di NI, la quale appunto per “statuto” si oppone al generalizzato umma-umma, e visto che se ne è uscito perché la posizione di NI non gli sembrava abbastanza radicale) – ma una vera e genuina curiosità.
    Devo però confessare che questo suo timore – assolutamente giustificato, è ovvio – di suscitare delle invidie e dei risentimenti mi fanno pensare a un piccolo paese del meridione dove tutti sanno tutti di tutto, ma si preferisce tacere, perché poi la sera ci si ritrova dal farmacista a giocare a carte, perché è nell’interesse di tutti. Ma questa, ripeto non è affatto una critica nei confronti di Tiziano. Al limite, appunto ammirandolo, questa sua rassegnazione potrebbe piuttosto rattristarmi.
    Non pensa però Tiziano che si potrebbe cercare di inaugurare uno stile nuovo di parlare dei testi, dove un parlare franco non ha nulla ha che fare con il piano personale, nulla ha che fare con il rispetto per la persona? Non lo pensa che questa forma “laica” di critica sarebbe importantissima? Laica appunto nel senso di svincolata dalle lotte ideologiche e di cricca e personali, laica nel senso di disinteressata. Devo confessare che per me, più ancora degli argomenti/temi che sono stati tirati fuori all’epoca della scissione dei futuri primo amori, questo è il nucleo del problema.
    Io, per fare un esempio, a differenza di Tiziano, trovo che Ammaniti sia uno scrittore per molti versi banale. Credo che nella sua scrittura ci siano degli stereotipi che vengono direttamente dalla narrativa italiana dell’800, i quali personalmente mi danno molta noia. Li trovo, non essendo intenzionali, al limite del ridicolo. Questo però non vuol dire che io reputi Ammaniti uno scrittore che non vale nulla, o venduto, o fascista, o altro. Per me Ammaniti ha grandi doti, ma anche dei difetti, dei quali mi piacerebbe che qualcuno parlasse, dei quali in mancanza di meglio, e se a qualcuno interessasse, potrei cercare di parlarne io. Naturalmente io sarei prontissimo a confrontare la mia analisi con delle interpretazioni di segno completamente opposto, senza per questo sentirmi sminuito o oltraggiato o altro. E chissà, forse lui stesso sarebbe interessato al fatto che qualcuno parli con una certa profondità dei suoi scritti. O forse no, ma comunque questo eventuale discorso critico potrebbe interessare – e essere utile – a qualcun altro. Che ne so, un baldo e speranzoso futuro scrittore.
    gs

  60. arminio il 27 febbraio 2006 alle 08:20

    caro sartori
    aspetto con fiducia e curiosità le sue future analisi sul conformismo nella prosa italiana contemporanea. Da quello che scrive qui penso che potrà scrivere cose molto stimolanti.

  61. db il 27 febbraio 2006 alle 08:49

    Filosofo/Critico/Scrittore: si potrebbe dire che ognuno lo è, alternatamente, più volte nel corso della giornata (intendo l’umanità acculturata in genere, ma per comodità qui la repubblica delle lettere, coi suoi 3 stati: filosofi di prof., critici di prof., scrittori di prof.). Diciamo che ognuno è una persona con 3 maschere a disposizione. Io ad es. indosso abitualmente più la maschera del critico, in quanto storico della filosofia (e obbligato dallo stipendio).
    C’è una sottocorrente della psicoanalisi kleinian-bioniana che ha focalizzato la sua critica sulla società più ancora che sull’individuo, arrivando a una categorizzazione assai semplice: società buona e società cattiva. La prima è dove gli elementi coesivi prevalgono sui disgreganti ecc. Ma già nella vita noi diciamo spesso: critica costruttiva e critica distruttiva. Ora, l’elemento disgregante, anzi ferale, di una società è l’invidia, poiché è l’unico tra i vizi capitali che tende ad azzerare l’altro, a trascinarlo giù, a svalorizzarlo.
    Mi sembra che l’obiezione alla proposta di GS viene dalla constatazione che nella comunità letteraria di oggi (=restaurazione), ciò scatenerebbe un putiferio. Il fatto è che tale comunità, nelle parole stesse dell’obiettore, è un putiferio = puzza assai, e lo è in quanto dominata dall’invidia reciproca tra i membri. Se è così, la proposta di GS è letteralmente rivoluzionaria, tale cioè da rovesciare un costume collettivo, e politica in quanto mirerebbe a fare di una prassi ancora fortunatamente in auge nel privato, una prassi collettiva, all’aperto.
    Lo stesso obiettore potrebbe dire: ma cosa penseranno gli altri? Ecco, un rivoluzionario non si pone questo problema, o solo molto in subordine: ossia prende l’iniziativa in quanto la ritiene giusta, e una volta data la sua testimonianza, potrà anche mediare.

    DB

    Kierkegaard espresse la sua critica della società/invidia in una recensione letteraria. Wittgenstein ne finanziò la traduzione tedesca, Kafka la lesse ed apprezzò (quest’ultima la so solo io, dopo aver girato parecchie biblioteche, e ora anche voi: il testo di Kierkegaard, Due epoche, è un 1.000 lire).
    Se intervengo qui, è sottinteso che a GS ho già abbonato i famosi 5 mn. della mia vita.

  62. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 09:42

    @ Forlani: “Se si abbandona la dimensione diagnostica, di cosa soffre il romanzo italiano? e ci si concentra sui sintomi della malattia, credo di sentirmi totalmente in accordo con Sartori quando usa la parola chiave “conformismo”. Parola molto più felice di restaurazione.”

    Sono ugualmente vaghe. Il rilievo “restaurazione implica rivoluzione” (schematizzando) lo leggi qui su NI, nei commenti di mesi, fa, e mi pare corretto, corretto ma stantio. Non portò a nulla, se non alla semplice “negazione per autorità” e all’esaurimento del dibattito per imprevista latitanza dei suoi protagonisti. Il “conformismo” implica l’esplicitazione della regola, dell’abito intellettuale a cui un individuo o un gruppo scelgono di aderire. Manca il “cosa”.

    @ Gianni, perdonato.

    @ Tiziano: ““Perché però nessuno lo fa, nemmeno NI, nemmeno i blog che si vogliono più critici? Curioso, no? Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana.”

    Va bene, io ho tirato fuori Platone e il platonismo, per esempio (e forse quasi nessun altro). Nomi: andrebbero bene Antonio Moresco e Carla (Carla, rif. sui testi), ossia il lavoro critico di Carla: non è una coincidenza, c’è solo un gruppo di intellettuali che ha portato avanti un discorso a cui si possa imputare una forma di platonismo sui generis, fraintesa e abusata. Ma il platonismo di cui scrivo (o scrivono altri, o altri sottintendono) è solo una scorciatoia critico filosofica per smascherare, almeno nelle intenzioni, la litania dell’Alto e del Basso, che se non è dichiarata è certamente intesa, la solita filastrocca del “valore”, l’evidenza del valore contro l’evidenza dell’impostura, tutte le evidenze del mondo, un atteggiamento da elite intellettuale autocertificata, che grida all’ostracismo ma pratica l’ostracismo (è una mia opinione, e posso benissimo sbagliare: ma dove sono questi autori nelle antologie contemporanee? Sbaglio insieme ad Asor Rosa, tanto per dire), et cetera. A che pro fare i nomi? Se mi dovessi prendere “la responsabilità” di discorso e nomi (id est: innanzitutto, rispondere alle argomentazioni dei testi di Carla, che come sai ho letto) ti prenderesti il corrispondente dovere intellettuale di replicare o faresti finta di non aver letto (la domanda è seria, Tiziano)?

    Io non credo che serva la cartografia, così come non servirebbero le fatiche di Ercole, e trovo che l’analisi linguistica di un paragrafo non possa dimostrare alcun genere di conformismo (perché quel conformismo, qualunque sia la “regola di conformità” può essere smentito dalla pagina successiva). Anzi, credo che non possa dimostrare nulla, ma chi vuole può iniziarla.

    @ DB: “Filosofo/Critico/Scrittore: si potrebbe dire che ognuno lo è, alternatamente, più volte nel corso della giornata (intendo l’umanità acculturata in genere, ma per comodità qui la repubblica delle lettere, coi suoi 3 stati: filosofi di prof., critici di prof., scrittori di prof.). Diciamo che ognuno è una persona con 3 maschere a disposizione”

    Semplice, lineare, e corretto. Un po’ OT, ma mi chiedo perché nessuno lo abbia scritto o detto durante le discussioni intorno alla “morte della critica” (vedi lipperatura e vibrisse, e relative repliche, in genere linkate sia su vibrisse che su lipperatura)

    @ Sartori: “Certo, anche le storie, come non essere d’accordo, sono importanti. Ma io appunto dicevo che pure le storie possono essere contaminate dal conformismo della lingua che le nutre e da quello della società da cui nascono. Dicevo che molti scrittori italiani, e citavo Ammaniti e Baricco, ma si potrebbero fare molti altri nomi, scrivono oggi delle storie molto avvincenti, costruite in molti casi molto bene, ma estremamente convenzionali. Dicevo che il devastante conformismo della società italiana attuale rende il lavoro dello scrittore molto delicato.”

    Certo che le storie possono essere contaminate da qualche tipo di conformismo: la genuflessione inizia con le parole, non con le ginocchia. Ma ho l’impressione che Gianni lo dia per scontato, e che il dichiararsi Gramsciano sia una sorta di premessa. Se si dichiarasse Chomskiano, nonostante, l’abisso storico tra i due, la differenza sarebbe minima. Resta la domanda: “di che conformismo si parla”. Se devo leggere “conformismo” come cieca adesione alle opinioni prevalenti, mi resta tutta la vaghezza della “restaurazione”, un’accusa senza imputati. A questo punto, vale l’obiezione di Tiziano, senza nomi e testi non si facciano discorsi, resteranno campati in aria. Sto ovviamente parafrasando e deducendo; è ovvio che servono i nomi, almeno quanto è ovvio il mio disaccordo di fondo: secondo me la restaurazione era puro conformismo delle idee a scopo di autolegittimazione; era l’opposto delle affermazioni che “conteneva”, e ricordo che non conteneva nomi, né paragrafi, né alcun riferimento ad autore contemporaneo. C’erano dei nomi nei libri di Carla Benedetti: ma lì è il “logos” a fare acqua, qui la prassi.

  63. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 10:35

    P.S.: mi scuso per i refusi

  64. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 10:56

    una precisazione: qualcuno mi ha fatto notare che avrei quotato Sartori per Tiziano Scarpa: no, è un malinteso. Ho quotato Tiziano Scarpa che quotava Sartori ma per rispondere a Tiziano, che bene o male si dichiarava d’accordo.

    Aggiungo…
    @ Stefano: secondo me la citazione di Moresco ci sta tutta: alla voce “è lecito scoprire per l’ennesima volta l’acqua calda”, tanto per citare un tuo omonimo

  65. gina il 27 febbraio 2006 alle 11:35

    penso, in tutta questa faccenda della lingua, al riverbero papillare, al SENSO del GUSTO. Per me quella della lingua è una faccenda fisica, metabolica, non parcellizzabile (dentro c’è l’orecchio anche (il ritmo) il naso (nella percezione del gusto) la vista (lunga o corta, l’occhio la lettura) il tatto (la lingua tocca s’incolla si scotta) di relazione col mondo, per cui il discorso forma contenuto NON HA SENSO, se non dal punto di vista autistico.

  66. francesco forlani il 27 febbraio 2006 alle 11:48

    @Ivan
    La parola conformismo la intendevo più o meno come “normalizzazione” del discorso letterario. Per normalizzazione intendo adattamento ai canoni in vigore e che nel mondo editoriale si traduce con “comunicabilità”, semplificazione, standardizzazione del linguaggio, e risposta al gusto delle novità. In altri termini secondo me Mazzantini e Baricco da un lato e Cannibali (come operazione di marketing senza entrare nel merito delle multple sfaccettature del volume einaudiano) dall’altra, traducono la stessa esigenza di fondo espressa da gran parte dei capetti dell’editoria italiana di proporre qualcosa di conforme ai gusti letterari della maggioranza (gusti letterari che essi stessi hanno forgiato con vent’anni di politica culturale degna delle peggiori tradizioni occidentali) ammantando di novità cose che così nuove non sono.
    Riprendendo quanto scritto dal giovane Matteo De Simone in un qualche commento apparso su queste nostre colonne e soprattutto riferendomi a una conversazione torinese a tre (con Sparajuri) la scuola Holden ha fatto meno danni alla letteratura italiana di quanti non ne abbia fatto l’opera di Baricco. Detto questo , lungi da me una messa a bando dell’opera di Baricco, penso che occorrerebbe meditare forse su un suo ridimensionamento, studiando un dispositivo (commerciale? editoriale?promozionale?) che possa garantire a cose più significative, secondo me, la stessa chance. Poi il lettore deciderà da sè, per carità e non c’è fretta.
    Per avere un’idea dei nomi vi invito a fare una semplicissima esperienza. Siete a Torino durante le Olimpiadi e visitate un sito olimpico (media center, villaggio olimpico…). Recatevi all’edicola libreria internazionale che si trova all’interno. A questo punto cercatevi gli autori italiani tradotti e esposti (inglese, francese e spagnolo) e avrete un’idea chirurgicamente precisa di quello che “va” o che ci rappresenta come letteratura nazionale all’estero.(piuttosto che si vuole che ci rappresenti)
    Volete i nomi? andate a cercarveli da soli. Ma allora perchè non promuovere la traduzione di altri autori, capolavori ai nostri occhi?Non basta.
    Ero a Parigi quando l’Italia era paese invitato al salon du livre (vi risparmio il ricordo delle pagliacciate di cui si resero protagonisti il nostro governo e anche una certa sinistra italiana in loco). Cosi’ ho seguito da vicino con Fortunato Tramuta, responsabile della libreria Italia, l’esplosione dei nostri autori in terra franca (dal punto di vista delle traduzioni) e anche la loro implosione (Il grande Consolo credo abbia venduto nell’anno poche centinaia do copie). Perchè per il lettore francese Baricco “funzionava” di più? Ma soprattutto perchè accusare Consolo di non funzionare ?(l’argomento preferito degli editori illuminati italiani è a quanto pare, “la sua opera è bellissima, ma non possiamo permettercela” per cui ho a lungo meditato sul suo risvolto positivo e con che coraggio un soi-disant editore potesse dire a un autore, “la sua opera non vale un cazzo ma proprio questo ci sembra un valore sicuro.”)
    Per concludere questa spero non noiiosa replica a Ivan, se vuoi da me una risposta precisa su cosa sia conformista, ti dirò soltanto: prendi un libro, anzi solo il titolo di un libro, e immaginatelo su un’affiche pubblicitaria all’uscita della stazione centrale. Se non ti sciocca, anzi perfino se ti diverte, allora potrai dirti che quello è puro e svaccato segno dei tempi. “và dove ti porta il cuore, Cento colpi di spazzola, Oceano mare” Provate a mettere “Fratelli Karamazov” o il processo. Chiunque vi capiti a tiro scapperebbe a gambe levate. Ed è proprio quello che i nostri eccellenti manager editoriali non vogliono.
    effeffe
    ps
    Qualcuno mi può spiegare, non l’ho chiesto all’autrice, perchè un capolavoro come Lezione di tenebra, di Helena Janeczek, non sia disponibile, nè in ristampa? Perchè Atzeni in Italia nessuno se lo fila mentre in Francia è un autore lettissimo? Insomma cose così

  67. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 11:58

    @ Gina: tre cosservazioni non mie, in ordine di pertinenza:

    “Il pensare non è un processo incorporeo che presti vita e senso al parlare, e che sia possibile staccare dal parlare, come il maligno stacca l’ombra di Schlemiel dal suolo”

    “Il concetto “dolore” l’hai imparato con il linguaggio”

    “Perché la mia mano destra non può regalare denaro alla mia mano sinistra?”

    sono sempre lo stesso “genere di problema”, con riferimento alla doppia coppia lingua/idealismo senso/autismo.

    (suppongo che tutti qui abbiano letto L.W., visto che viene citato spesso)

  68. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 12:43

    @ Francesco Forlani: “La parola conformismo la intendevo più o meno come “normalizzazione” del discorso letterario. Per normalizzazione intendo adattamento ai canoni in vigore e che nel mondo editoriale si traduce con “comunicabilità”, semplificazione, standardizzazione del linguaggio, e risposta al gusto delle novità.”

    In quella scrittura, tuttavia, che già presuppone il mondo editoriale (ma qui ci sarebbe da discutere). Adesso è chiaro. Credo che la “risposta al gusto” o alle aspettative sia anche un vizio che si impari, Francesco. Si inizia a vendere molto prima di arrivare il libreria: basta adattare il linguaggio. Però non vorrei restare nel vago, qui restano tutti nel vago. Permetti un’osservazione “breve”: anche su NI c’è una diffusa tendenza allo scambio di pacche (ho visto gente socializzare così), e lo scambio di pacche, che debutta con la neutralizzazione del linguaggio, si instaura con forme di reciproca indulgenza più o meno palesi, e con il sacrificio dell’intelligenza. Non proseguo perché sarebbe OT (ma l’OT era necessario).

    “In altri termini secondo me Mazzantini e Baricco da un lato e Cannibali (come operazione di marketing senza entrare nel merito delle multple sfaccettature del volume einaudiano) dall’altra, traducono la stessa esigenza di fondo espressa da gran parte dei capetti dell’editoria italiana di proporre qualcosa di conforme ai gusti letterari della maggioranza”

    Su Baricco non ho dubbi (nel senso che la penso come te): osserva addirittura delle precise regola “di retorica”, che poi si faccia finta di non notarlo è un altro discorso. Ma guarda che l’esigenza di corrispondere al “gusto” (metto da parte la questione: “quale sia questo gusto”) di un pubblico quanto più ampio possibile non è compiuta dagli editori, è compiuta da chi scrive. La volontà di uniformarsi è la volontà di essere accettati; è un puro e semplice compromesso della libertà di pensiero, della propria. Sempre per non “restare in aria”, preciso che la mia partecipazione a NI, indipendentemente da quello che si possa essere pensato e detto a suo tempo, si è limitata ad un solo pezzo esattamente per questo motivo (potevo certamente sbagliare, ma il motivo era questo).
    Si pone un altro problema, invece, quello che ha posto Giulio Mozzi in maniera più o meno diretta: tu credi al ruolo di chi deve “orientare il gusto”? (senza dubbio esiste qualcuno che si propone di farlo: ma ha un senso diverso dal “turlupinare” il pubblico?)

    “Detto questo , lungi da me una messa a bando dell’opera di Baricco, penso che occorrerebbe meditare forse su un suo ridimensionamento, studiando un dispositivo (commerciale? editoriale?promozionale?) che possa garantire a cose più significative, secondo me, la stessa chance. Poi il lettore deciderà da sè, per carità e non c’è fretta.”

    Non so se Baricco abbia davvero fatto danni, so che Baricco è “un pericolo”, culturalmente parlando, perché nell’orgia editoriale di questi anni molta critica è ammutolita ma molto rumore si è fatto, e gli atti pubblici sono la forma in cui ci proponiamo, volenti o nolenti, come “educatori”: non ancora come addestratori, il lettore che si fa ammaestrare è una balla patetica e insensata (tuttavia: vale la pena di rimandare ad un intervento di Andrea Cortellessa su Baricco, credo che tu lo abbia letto; il silenzio è una regola con delle eccezioni)

    “Per avere un’idea dei nomi vi invito a fare una semplicissima esperienza. Siete a Torino durante le Olimpiadi e visitate un sito olimpico (media center, villaggio olimpico…). Recatevi all’edicola libreria internazionale che si trova all’interno. A questo punto cercatevi gli autori italiani tradotti e esposti (inglese, francese e spagnolo) e avrete un’idea chirurgicamente precisa di quello che “va” o che ci rappresenta come letteratura nazionale all’estero.(piuttosto che si vuole che ci rappresenti)”

    Sì, bene. Ma la distribuzione, di cui so poco, certamente passa per le regole di mercato. Non c’è dubbio. Resta il fatto che sulla faccenda “chi venga tradotto all’estero” ci sono molti malintesi e molti altri silenzi. Innanzitutto, spesso bisogna capire chi ha il potere di proporre un autore all’estero quando non si tratti di Melissa P. (dico: o di un simile successo editoriale). Di solito gli accademici…

    “Ma soprattutto perchè accusare Consolo di non funzionare ?”

    Una curiosità: Consolo è tradotto bene in francese (suppongo che non sia facile)

    “Chiunque vi capiti a tiro scapperebbe a gambe levate. Ed è proprio quello che i nostri eccellenti manager editoriali non vogliono.”

    Francesco, tu non fai caso all’argomento della complicità. Un manager spesso non capisce nulla di letteratura, o legge poco: c’è un “incontrarsi” tra le sue esigenze e quelle del mercato che parte dalle scelte individuali. Scrivere un libro non è faccenda da dieci minuti. Io non so se tu sia un “osservatore” del mondo dei blog, ti posso solo dire che da un punto di vista semiotico si stanno producendo delle vere e proprie macchiette, che capiscono benissimo le regole del marketing e le adottano. Se il mercato non può non tenere conto dell’esigenza di un gusto spesso “anomalo” (è gusto quello per cui si corrisponde all’esigenza di scrivere un testo “natalizio” che non verrà mai letto, ma solo regalato?), c’è anche da dire che al mercato, come entità astratta, è perfettamente inutile rimproverare qualunque cosa. La responsabilità è delle persone, e in particolar modo di chi scrive: assecondare un sistema significa mantenerlo in vita, non ci sono sistemi che posseggano un grado di autonomia tale da poter fare a meno degli individui (perdona la banalità dell’osservazione).

    “Qualcuno mi può spiegare, non l’ho chiesto all’autrice, perchè un capolavoro come Lezione di tenebra, di Helena Janeczek, non sia disponibile, nè in ristampa?”

    Beh, chiedilo a Helena…Io ho chiesto in prestito il libro ad un amico, a suo tempo (riguardo la mia opinione sul libro, a meno che non voglia fare una recensione, il fatto di averla espressa a suo tempo all’autrice mi pare sufficiente). La mia idea è quella del “perfetto inesperto”: può darsi che le previsioni di vendita ne sconsiglino la ristampa. Stiamo parlando di Mondadori. Io non posso negare il problema, perché può darsi che abbia anche qualche esperienza personale: però, se parli di Mondatori non parli di tutto il mondo, magari un altro editore lo ristamperebbe (ammesso che i diritti d’autore lo concedano).

    P.S.: perdonate i refusi, di nuovo

  69. francesco forlani il 27 febbraio 2006 alle 15:51

    @Ivan

    trovo le tue osservazioni sempre pertinenti e non ti nascondo che certi passaggi appaiono anche a me più chiari. Non sono un osservatore di blog, per carità, forse uno scrutatore e allora come per gli orizzonti la giusta distanza in cui li guardo è quella che me li fa allontanare ogni volta. A differenza però degli ideologi dell’astratto virtuale a me le persone che scrivono sui blog piace sentirli respirare- come quelli che se ne stanno in un mutismo assoluto e sembra che ti dicano tutto con quel tipo di voce, quasi rumore di fondo.
    Per tornare però al discorso “sulla lingua” ho appena terminato il libro di Biondillo, “la morte nel cuore”. E’un libro che non si può liquidare col discorso del genere, esattamente come per Evangelisti (autore presente nella famosa libreria del media Center e me ne rallegro). Nei due casi ci troviamo davanti a scrittori, con la s maiuscola, ovvero capaci di inventare mondi e di intitolarli, lingue e di farle vivere, esattamente come i personaggi, vere esistenze possibili- nel caso di Evangelisti, Mitologiche. I dialoghi (e i personaggi) di questi due autori non sono inverosimili o poco credibili come spesso accade per molti degli scrittori nostrani.
    Sarà forse un caso che la nostra produzione di letteratura per il teatro è ai minimi storici? Cioè che ci siano difficoltà oggettive a creare personaggi e a imbastire dialoghi? Del resto soffermatevi sulla scrittura del nostro cinema contemporaneo. Quanti film (personaggi dialoghi) vi sembreranno veramente “scritti”? E quanti, secondo me la maggior parte, propongono delle mezze cose, finte, strafinte, piene di luoghi comuni, per capirci da “serial televisivi” (serial killer de letterario) o soap opera di terz’ordine?
    Chissà forse dovremmo avere il coraggio, come scrittori, di essere almeno all’altezza delle nostre riflessioni e tentare di fare scuola, certo, fare scuola, che significa, nè fare i professori nè spillare soldi a figli di borghesie confuse vendendo loro l’illusione di essere scriba (e guardandosi bene dal vendere loro la follia che ahimè non è insegnabile) ma semplicemente scrivendoli, quei libri.
    effeffe
    ps
    E infatti autori di NI (e di altri blog) quei libri li scrivono e mi viene da dire a me stesso, riprendendo Biondillo ” ma allora perchè scassi la minchia?” e mi rispondo qualcosa, e poi me ne dimentico.

  70. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 19:16

    Scusa se quoto, so che può risultare sgradevole

    “Per tornare però al discorso “sulla lingua” ho appena terminato il libro di Biondillo, “la morte nel cuore”. E’un libro che non si può liquidare col discorso del genere, esattamente come per Evangelisti”

    Ma il discorso sul genere a cui alludi è uno pseudoargomento di infimo grado (qui non c’è davvero bisogno di chiedere per esser sicuri di intendersi): il genere stesso è una convenzione linguistica che va usata per comprendersi meglio, per la “comodità della comunicazione”, ma non per i comodi propri. Quando si parla di genere in un altro senso, quando si sente dire “…sì, ma è un giallo” e resta inteso un “solo” (“solo un giallo”), si mette in scena una diminutio in cravatta, ci si appella con finta eleganza e rispetto della forma alla peggiore archeologia critica, quella che scava nei “tipi” per degradare il valore della “materia trattata”, trascurando affatto che quella materia sia narrazione, e il suo colore sia solo per incidente il giallo, il nero, il rosa e così via. Sono d’accordo su Gianni (ricordo che prendendo in mano il suo primo romanzo, ben prima di conoscerlo, annotai: “qui narrazione e dialoghi”), sono d’accordo su Evangelisti, che però ho letto molto di meno, anche se prima del mito vedo “la politica” (non che siano in conflitto), probabilmente per attitudine personale.

    “Sarà forse un caso che la nostra produzione di letteratura per il teatro è ai minimi storici? Cioè che ci siano difficoltà oggettive a creare personaggi e a imbastire dialoghi?”

    Non credo che sia un caso, ma non sono sicuro che ci siano problemi a creare personaggi, o non sono sicuro che sia la radice del problema. Dal punto di vista dell’autore: scrivere per il teatro è comunque una scelta, sebbene alcuni testi possano adattarsi al teatro senza essere pensati per il teatro: ma, sia come sia, scrivere per il teatro non è una scelta popolare (e spesso implica uno studio che il romanziere non deve fare, o almeno una disciplina a cui il narratore si può sottrarre). Credo sia il sintomo di qualcosa…

    “Quanti film (personaggi dialoghi) vi sembreranno veramente “scritti”? E quanti, secondo me la maggior parte, propongono delle mezze cose, finte, strafinte, piene di luoghi comuni, per capirci da “serial televisivi” (serial killer de letterario) o soap opera di terz’ordine?”

    Va bene. Ma ossequiare un clichè è anche un modo per assecondare una tradizione che si dimostra efficace in qualcosa. Se metti da parte il punto di vista dell’autore e sospendi il giudizio sull’eventuale crisi di creatività, non ti resta che tener conto del “prodotto” nel “mondo della produzione”. Che ogni oggetto narrativo si debba intendere come prodotto è probabile; ogni prodotto è “prodotto per”, ha uno scopo anche se gli manca un destinatario, o se il destinatario è ipotetico. Un “prodotto narrativo” può semplicemente essere “oggetto da palinsesto” pensato per un target che gradisce un certo tipo di intrattenimento, e non ci trovo nulla di male. Le soap si scrivono su commissione, mi risulta, e non mi riferisco al compenso, ma al legame industria/progetto/produzione. Che una soap sia anche narrazione è vero tanto quanto è vero che il racconto della mia giornata di ieri è narrazione, e nessuno lo può mettere in dubbio. Ma la mia giornata di ieri non vale molto come commento della situazione letteraria di una stagione, di un periodo, di un’epoca. Se da una parte è la “dimensione” che rende irrilevante il resconto privato, dall’altro è il “progetto” che rende irrilevante la soap. Breviter: non mi aspetto dalla soap nulla di diverso da una partita di calcio giocata con i confetti, tanto per dire (sebbene una partita di calcio possa avere molta più “poesia”).

    “Chissà forse dovremmo avere il coraggio, come scrittori, di essere almeno all’altezza delle nostre riflession”

    Perché non oggi stesso?

    Ivan

  71. Massimo Rizzante il 27 febbraio 2006 alle 19:34

    Il numero di commenti è diventato così impnente che non credo di avere la situazione sotto controllo. Anche i fraintendimenti non sono pochi. Ma sono fertili. Rispetto à ciò che Sartori ribadisce a proposito della lingua, credo di aver frainteso e perciò di essere stato frainteso. Perché ci sia “ossessione” dela lingua è necessario che ci sia una coscienza dell’uso linguistico. Sono d’accordo con Sartori: questa ossessione e questa coscienza non sono più tra noi. O meglio: incominciano di nuovo a spuntare qua e là, dopo il “ritorno” alla “story” degli anni Ottanta e l’abbuffata “pop” degli anni Novanta. Francesco Forlani mi sembra equo quando dice che tra la posizione di Sartori, la mia e quella di Biondllo non c’è contrapposizione, ma semmai una possibilità di armonizzazione di elementi indispensabili: la composizione, la “story”, la lingua o stile.
    Una annotazione sulla “story” mi sento di farla. Quando traducevo l’ultimo saggio di Kundera mi sono imbattuto in un capitoletto intitolato “Il dispotismo della story”. Kundera parla di Fielding e di Sterne, ma indirettamente parla del nostro presente, dove vede poca libertà compositiva e immaginativa e moltissima concatenazione causale di atti, gesti e parole, concatenazione che si vuole essenziale, concatenazione che, grazie anche a un’assenza di coscienza linguistica (di ricerca linguistica) – colma i vuoti compositivi e immaginativi. Una parte diventa il tutto. Come spiegare altrimenti il passaggio, nell’arco di due decadi, dalla proclamata nuova leggibilità dei romanzi degli anni Ottanta all’esposizione universale dei romanzi di “genere” della fine secolo? La margherita della “story” è stata colta e tutti i suoi petali strappati, fino all’ultimo “ti amo”. Non credo occorra essere dei sperimentatori assoluti per liberare le altre componenti del romanzo.
    L’altra cosa che volevo dire riguarda il finale del testo di Sartori, ovvero il suo invito a analizzare le opere e a metterne in rilievo l’eventuale conformismo. Sono d’accordo con Andrea Inglese e con Tiziano Scarpa. Anch’io tendo ad analizzare testi di valore piuttosto che spendere il mio tempo a criticare quelli che non reputo tali. La critica letteraria è una scommessa, sia che parli di opere del presente che di quelle del passato. E’ naturale che si cerchi di scommettere su chi riteniamo possa andare lontano. Tuttavia non condivido le remore o scrupoli di Tiziano Scarpa a proposito della critica degli autori ad altri autori. E’ bizzarro. Ma non è sempre andata così? Scarpa stesso mi sembra citi Pasolini e un suo saggio su Gadda. Scarpa afferma anche che questo fatto, cioè che gli autori siano costretti a scriveri sugli autori, è “sintomo del fallimento della critica”. Io rivolterei la faccenda: proprio perché penso che siamo in pieno fallimento della critica, gli autori devono, come possono, farsi critici dei loro colleghi. Da circa due decadi, dopo la fine delle grandi illusioni critico-metodologiche, nel mondo (non dico in Italia, dove tra l’altro la tradizione del “saggio” non è certo luminosa) sono gli scrittori che, essendosi accorti del vuoto critico, si sono adoperati a colmarlo: perchè gli scrittori lo sanno bene che l’opera non sopravvive al silenzio della critica.
    Se penso ad alcune grandi stagioni della letteratura italiana anche recenti, vedo sempre un’alleanza autentica – il ché non significa priva di spine e punte acuminate – tra scrittori-critici e critici-filologi. Ho come l’impressione che questa alleanza possa nascere di nuovo. Sempre che gli autori non temano oltre che di scrivere sulle opere dei loro colleghi del presente, anche di dire la loro su Dante o Boccaccio. Con umiltà e irriverenza.

  72. gianni biondillo il 27 febbraio 2006 alle 20:04

    Sono quasi fuori dall’influenza. Purtroppo mi ha bloccato ogni attività e tutti gli appuntamenti di lavoro sono saltati. Devo prima recuperare il dovere e poi, appena trovo tempo, torno al piacere, con un commento coerente.
    Dico solo che io non mi sono mai contrapposto proprio a nessuno, meno che mai a Sartori. E che la (orribile) semplificazione “forma versus contenuto” non è certo mia! (come mi è stata invece affibiata, a partire dall’orrendo titolo di Stilos, non mio)

    ciao, G.

  73. Giacomo S. il 27 febbraio 2006 alle 20:20

    solo una precisazione, in coda al bell’intervento di Rizzante, che è tutto da meditare, e alla precisazione di Biondillo quasi guarito, e che non centra con nessuno dei due: quando nel mio pezzo alludevo a Primo amore, non avevo ancora visto (non sono un grande surfista o surfatore, come diavolo si dice, devo ammettere) il pezzo di Antonio Moresco a proposito del Corrierone: se c’è un esempio di quello che intendo per lotta all’invadente e pluriforme conformismo (anche se in questo caso l’oggetto è un quotidiano, e non degli scrittori, e anche se Moresco preferisce chiamarla restaurazione), lotta con nomi e cognomi, è proprio questo; grazie Antonio Moresco
    gs

  74. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 21:21

    @forlani
    “Volete i nomi? andate a cercarveli da soli”.
    non ti capisco, se avevi i nomi perché non ce li hai detti?
    non è che tutti possono prendere il treno e andare apposta a torino.
    era carino che ce li dicevi, visto che li sapevi.
    @giacomo
    “grazie Antonio Moresco”.
    sono d’accordo.
    mille volte grazie, antonio!

  75. francesco forlani il 28 febbraio 2006 alle 11:06

    @Tashtego. A Termini . edicole internazionali puoi trovarli lo stesso. Quando ero a Parigi andavo spesso in una libreria anglo americana sotto i portici di Rivoli per avere un pò il polso della situazione. Comunque sia Umberto Eco, Italo Calvino, melissa P, Baricco, tutto Baricco, Camilleri, Ammaniti, Faletti, e l’immenso Evangelisti (per fortuna). vado a memoria ovviamente e ne dimentico parecchi.
    effeffe
    ps
    @ Ivan e Massimo
    “proprio perché penso che siamo in pieno fallimento della critica, gli autori devono, come possono, farsi critici dei loro colleghi” scrive massimo. Esattamente cpme sta accadendo in questo Threat e su NI in generale
    @Sartori. Il pezzo di Moresco mi è piaciuto però mi chiedo quanto ci sia di “rivoluzionario” nella modalità dell’attacco mirato ( contro Vassalli piuttosto che contro Citati, o Siciliano o Pedullà ecc ecc) e quanto invece “gioco” delle parti?
    effeffe

  76. Giacomo S. il 28 febbraio 2006 alle 14:04

    di rivoluzionario nulla, sono perfettamente d’accordo; e di gioco delle parti certo non poco.
    Però nello stesso tempo credo che sia importante reagire, “non lasciarne passare una” (almeno delle più grosse). E’ importante segnalare, è importante indignarsi, prendere in giro, provocare. In fondo è molto italiano lasciare correre (“tanto non cambia nulla”, “lo sanno tutti”…), e considerare un po’ sempliciotto e ingenuo chi si indigna e vuole reagire. Io credo, forse sarò un illuso, che loro stessi, che cretini non sono, non tutti, un po’ più attenti ci starebbero. La democrazia, anche nel mondino delle lettere, è fatta di gioco delle parti. Ma c’è un’altra ragione: è importante anche per chi non è d’accordo, tenere ben distinta la propria posizione. Per non soffocare nella coglioneria imperante, per salvaguardare la dignità e la libertà dei propri pensieri e delle proprie azioni. Le persone che mi hanno aiutato a credere nei miei scritti e a pubblicare le prime cose, molti anni fa, erano già allora amareggiate, trincerate nel loro caustico pessimismo. Delle vecchie e belle pantere in gabbia. Io ero riconoscente nei loro confronti, ma mi dicevo che non volevo diventare così. Adesso cerco di mantenere il mio proposito, anche se ci sarebbero tutti i motivi per inacidirsi e basta. La Benedetti ha fatto una cosa magnifica, indagando attorno al caso Martone. Azioni del genere, anche appunto più a piccola scala, sono per me molto importanti, esiziali. Liberissimi di considerarmi un ingenuo, naturalmente.
    A questo proposito, se a qualcuno interessasse, aveva postato tempo fa una specie di decalogo “Cosa chiedo ai critici dei critici” (non per autocitarmi, ma perchè lì chi fosse interessato, appunto, può trovare in dettaglio come la vedo)
    gs

  77. Ivan il 1 marzo 2006 alle 10:47

    “aveva postato tempo fa una specie di decalogo “Cosa chiedo ai critici dei critici” (non per autocitarmi, ma perchè lì chi fosse interessato, appunto, può trovare in dettaglio come la vedo)”

    Interessa, dove l’hai postato?

    Ivan

  78. temperanza il 1 marzo 2006 alle 10:58

    Questa mattina, bevendo il caffè e dedicandomi alla più inutile delle mie cattive abitudini, ho letto su repubblica un lunghissimo e quasi dolente articolo di Baricco sulle non-critiche che le vecchie glorie della critica italiana giornalistica gli riservano.
    Baricco, il padre nostrano, mi pare, dell’inautentico, o del postmoderno, come preferite chiamarlo, è un uomo colto e intelligente, piaccia o non piaccia, e se non fossi stata ancora piuttosto lenta di cervello sarei andata a prendere una matita e avrei sottolineato alcuni punti che si sarebbero potuti esaminare qui.
    Non ditemi, come disse un critico quando uscì Seta, che Baricco “non bisogna leggerlo”, del resto è quello che Baricco rimprovera ai suoi critici, per l’appunto, ma se l’avete letto mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate. In fondo lui dice bene: ha molti libri e lettori alle spalle, ignorarlo forse non è una cosa intelligente.

  79. Giacomo S. il 1 marzo 2006 alle 12:44

    @ivan: 10 gennaio

    @temperanza: il senso del mio discorso è proprio questo: parliamo anche di Baricco, di Ammaniti. della Vinci… analizziamo in profondità, vediamo cosa c’è nei loro testi di originale e quanto invece sono vecchiumi e materiali riciclati e, appunto, conformismo. Altrimenti, appunto, qualsiasi opinione (“mi piace” – “non mi piace”) è egualmente pertinente. Naturalmente questo lavoro, come dice Scarpa, dovrebbero farlo i critici. Ma non lo fanno e, secondo me, manca drammaticamente: qualsiasi opinione sulla narrativa presente diventa egualmente pertinente (“non c’è niente di interessante”), l’arbitrarietà e la superficialità (anche tra gli scrittori) infuriano
    gs

  80. temperanza il 1 marzo 2006 alle 15:07

    @ GS e tutti

    Io penso che questo lavoro vada fatto sempre da chiunque legga davvero, anche da un lettore che non scriva a sua volta ma capisca quello che legge. E una piccola parte di lettori lo fa, magari d’istinto, se ha molto letto e ha un orecchio non allenato soltanto al “bello scrivere” o al puro plot ma allo scrivere di senso.

    Io ho accompagnato una volta una ragazza che aveva frequentato i suoi corsi (di B.) a un incontro a Milano tra Baricco e Doninelli.

    La prima cosa che mi ha enormemente colpito (si svolgeva alla Statale e ci saranno state più di trecento persone) era che il pubblico era formato principalmente di donne entusiaste che sono poi intervenute numerose a far domande e a dire la loro e tutte le intervenute, erano, non ci crederete, insegnanti di lettere alla scuola media o alle superiori.

    Io ho sempre avuto nel cuore la scuola, in molti e contrastati modi, perché sono convinta che parecchie delle cose che accadono, dopo la famiglia e il gruppo, accadono lì.

    A parte questo choc (vivo a volte sulle nuvole), l’altra cosa che ricordo era che la contrapposizione che Baricco e Doninelli riguardava l’ AUTENTICO.
    Baricco sosteneva che l’autentico non esiste. Come non dargli ragione, per certi versi? Ma mi chiedo anche, di che autentico parlava Baricco?
    Doninelli invece insisteva sul senso, non ricordo con esattezza cosa dicesse, ricordo però che, stranamente, io avrei voluto dargli ragione, ma Baricco ne aveva di più.
    Perché è più bravo?
    Perché è più bello?
    Perché ha venduto l’anima al diavolo?
    Perché ha capito qualcosa che noi non abbiamo capito o non vogliamo capire?
    In ogni caso tutte le insegnanti di scuola media lì raccolte erano con lui.
    E le insegnanti di scuola media io non le sottovaluterei.

  81. temperanza il 1 marzo 2006 alle 15:09

    Scusatemi per i salti e i refusi.

  82. stefano il 1 marzo 2006 alle 18:09

    Scusate, ma di che cosa stiamo ormai parlando?

    Ho letto l’articolo di Baricco e, cara Temp, per la prima volta da quando conosco la tua voce, che del resto è tutto ciò che conosco di te, non riesco più a seguirti.

    E neanche Giacomo, a questo punto, riesco più a seguirlo.

    Qualcuno sa dirmi che cosa, attraverso questa lunga colonna di commenti e interventi, ha infine capito, ridiscusso, assodato, smentito, conseguito, compreso? A quali nuove conoscenze o almeno acquisizioni provvisorie è approdato?

    Io non lo so più.

    Oltretutto lavoro in una scuola media, e le mie due colleghe d’italiano… Ma no, lasciamo perdere.

  83. temperanza il 1 marzo 2006 alle 21:30

    Caro Stefano,
    un po’ in fretta, ma solo per ora.
    Il mio discorso, molto in sintesi vuol dire questo:

    1° commento: non sottovalutiamo Baricco, non basta fare come Citati e dire oddio! Bisogna capire (se uno vuol farlo, ovviamente) quali meccanismi, non solo letterari, ci sono dietro il successo di Baricco, perché Baricco non è la stessa cosa dei film di natale con De Sica e Boldi. Non è semplicemente conformista, non è neppure un clone della letteratura americana, è (e lo è davvero) un uomo colto e consapevole dei suoi mezzi e che per di più sa di avere successo e di poter imporre lui all’editore quello che vuole. Quindi se qualcuno lo considera un avversario, sappia che è un avversario sofisticato e vada a vedere il suo armamentario, ne vale la pena, perché è molto letto, credo che vada sempre sulle duecento-trecentomila copie, a star bassi.

    2° commento: le/i ragazze/i che negli ultimi vent’ani sono finite a insegnare nella scuola media sono in gran parte ex studenti/esse-massa, uscite dall’università di massa, che a parte poche e rare eccezioni non conosce più che tanto la letteratura contemporanea e che arranca piena di buona volontà e di buoni sentimenti (et romantici) dietro all’offerta commerciale delle case editrici. Non sono portatrici di discorso critico, a parte naturalmente una piccola minoranza, come in tutti i campi e i settori.
    Tu ci insegni, in una scuola media, io ho insegnato, so cos’è. Forse le tue due colleghe d’italiano non sarebbero mai andate a sentire Baricco, ma molte loro colleghe, un numero per me impressionante era lì. E quell’entusiasmo che manifestvano lì lo ho avranno certo trasferito ai loro allievi, immagino, o no?

    Che cosa ti scandalizza tanto? O ti sconcerta? O non ci stiamo capendo?

    Lascia che ti faccia io una domanda, cosa pensi tu dell’articolo di Baricco? Pensi che non se ne debba parlare? Un articolo grande come un lenzuolo su l secondo giornale nazionale? Un articolo che almeno la metà dei lettori di quel giornale leggerà uscendo subito dopo a comprare il libro e togliendo di fatto, con innocenza e naturalezza ossigeno ad altre scritture?

    Io sto leggendo il tuo libro, un libro a mio avviso di grande intelligenza, ironico, contro corrente, e mi fermo per ora, pubblicato da una piccola casa editrice e perciò stesso letto da pochi, tu pensi che per libri come il tuo e di altri che scrivono testi non conformisti e originali e non clonati sia più utile il silenzio qui (qui, perché altrove è sugli scudi, ovviamente) che un’analisi ANCHE del suo successo? Io no, il fenomeno baricco e tutti gli altri della stessa natura ci riguardano, non basta dire no, mentre noi diciamo no, lui entra, copia dopo copia, nell’immaginario (di plastica?) di trecentomila lettori, alcuni dei quali mettono il naso anche qui. :–)

    Ciao
    Temp

  84. stefano il 1 marzo 2006 alle 22:34

    Cara Temp,

    alla faccia della fretta! Ma la tua replica è talmente generosa che merita una risposta immediata. (Scusandomi fin d’ora per lo spazio che occuperà.)

    Sono convinto che il signor Baricco sia dotato di un armamentario notevole e che di questo si serva consapevolmente per soddisfare il suo vasto pubblico, benché, come lui stesso riconosce, le sue opere non siano destinate a durare, perché cadono fuori dalla storia della letteratura – la quale, piaccia o non piaccia, non tollera l’erba cattiva, foss’anche esprimendolo, ahimè, attraverso la triste spocchia dei mandarini che quella storia contribuiscono a scriverla (ma Baricco non è egli stesso un mandarino, anzi, il più grosso dei mandarini della letteratura di massa?).
    Detto questo, credo che l’articolo uscito sulla “Repubblica” (sul quale in effetti credo che sarebbe poco utile dilungarsi) sia innanzitutto una conferma di quanto si sta dicendo qui a proposito della latitanza, grave, della critica; solo che a me sembra che l’entità di questa conferma dovrebbe destare un surplus di fastidio e di riflessione, anziché passare per il semplice riconoscimento della cultura e dell’intelligenza di chi l’ha attuata: infatti, da quello che ho capito da quell’articolo (ma che la mia compagna per esempio non condivide, il che dimostra che potrei star fraintendendo diverse cose per diverse ragioni), Baricco non è solo colto e intelligente, ma anche cinico e contraddittorio, perché chiede a chi fa critica letteraria (si fa per dire) a livello istituzionale di occuparsi di un’opera, la sua, che egli stesso riconosce non degna di questo tipo di attenzione, e chiede questo adducendo la solo apparentemente giusta causa (perché in realtà non è che il suo principale grimaldello retorico) dello snobismo superficiale delle brevi battute liquidatorie di Ferroni e Citati. La malafede di Baricco, in questo senso, viene fuori tutta quando esibisce con tremenda malizia i propri numeri (centinaia di migliaia di lettori, estratto conto), svelando un populismo e un narcisismo che espongono i suoi lettori al medesimo sospetto di imbecillità dal quale egli sembra invece volerli difendere. La verità, secondo me, è che Baricco è intelligente a tal punto da conoscere a menadito i suoi polli, siano essi i propri numerosi e fedelissimi lettori o i due o tre mandarini della critica che si ostinano a non filarselo se non di striscio e a tradimento, e sa benissimo che toni e registri usare per apparire AUTENTICO agli occhi di tutti costoro; quella di Baricco, del resto, a me è sempre parsa precisamente un’abilissima retorica dell’autenticità, che evidentemente è ormai a tal punto (subdolamente) perfetta da persuadere anche i lettori più intelligenti (di lui), te compresa.

    Le mie due colleghe di italiano, alle quali voglio perfino bene e dalle quali imparo molte cose sul mestiere che faccio, sono esattamente come le insegnanti di cui parli tu, ma proprio per questo non credo che un discorso critico debba tenerne conto. Ed è qui che non capisco più neanche le pretese di Sartori. Perché tutto questo significherebbe, secondo me, fare o pretendere una critica di troppo corto respiro, ritirata in un rumoroso sgabuzzino comunicante con il medesimo salotto istituzionale di cui lamentiamo le deficienze, mentre a me interessa di più scommettere sulle lunghe durate, con un’espressione simile a quella di Rizzante nella sua troppo sorvolata replica più sopra. Ciò non toglie che, come dici tu alla fine, condurre QUI un’analisi ANCHE del successo di Baricco possa risultare utile. Magari…

    Ciao,
    StZ

  85. temperanza il 1 marzo 2006 alle 23:49

    Caro Stefano,
    sarò schematica, un po’ per chiarezza, e un po’ per la fretta, ma come sempre lunga:–)

    Baricco non riconosce che le sue opere non sono destinate a durare, riprende solo le parole dei mandarini, degli intellettuali sofisticati che non se lo filano (sofisticati poi… visibili direi, quelli che tutti conoscono, quelli della carta stampata che insieme alla televisione rappresenta tutto ciò che è e fuori di loro nulla è).
    Baricco spera, come tutti, che i suoi libri durino, non lo dice, ma lo spera. E pensa che almeno un po’ dureranno, almeno un po’ più delle previsioni dei mandarini, e certamente più dei mandarini stessi, perché lui E’ IL NUOVO, mentre “loro” sono il vecchio che non sa aprire gli occhi e vedere.
    Baricco crede nel proprio valore e pensa che la sua opera sia più che degna, come tutti.
    Quella di esibire il suo conto in banca è la sua SINCERA rivalsa, perché conto in banca vuol dire lettori e lui dice a Citati, ma tu dai del cretino a centinaia di migliaia di brave persone, con che diritto?

    La cosa interessante, ai miei occhi è che Baricco CI SOFFRE DAVVERO, e contemporaneamente non gliene può importar di meno. E questa, mi sono convinta, è la chiave del suo successo.

    Io non ho comprato la Tamaro, ai tempi, e neppure Eco, ma alla milionesima copia sono scesa dal mio scranno e mi sono chiesta cosa mi era sfuggito del mondo e con la noia nel cuore li ho presi in edizione tascabile. E qualcosa ho capito.

    Il vero inghippo, a mio avviso, è che Baricco non è affatto fasullo come tu sembri credere, o meglio, lo è in parte, ma questa parte di fasullo si mescola al vero. E del resto non si potrebbe sostenere cinicamente quel genere di finzione per anni senza stufarsi, prima o poi, bisogna anche crederci. E io sono convinta che quella parte di lui che ci crede passi ai suoi lettori e li aiuti a credere in lui.

    Baricco vuole sembrare autentico come persona, ma come scrittore proclama l’avvento (ormai avvenuto) dell’inautentico. Questo è l’inghippo.

    Come si chiama quel film molto intelligente sul quel tizio che vive in un mondo fasullo sempre sotto l’occhio della telecamera? I titoli sono la mia dannazione, ma hai capito quale intendo. Bene, se ti ricordi, alla fine il regista, quando il suo pupillo vuole lasciare la bolla, PIANGE. E quando il ragazzo esce dalla porta nel muro tutti quelli che lo avevano seguito urlano di gioia, e tre secondi dopo cambiano canale. Vere lacrime, vera gioia, vere passioni, per un nano secondo. Ma è quel nano secondo di autentico che tiene in piedi la baracca dell’inautentico.

    Adesso però non venirmi a dire che credi che io ami baricco, altrimenti vengo a BZ e regoliamo di persona;–)

  86. gabriella fuschini il 2 marzo 2006 alle 00:47

    The Truman show.
    Bello questo scambio tra Stefano e Temperanza, mi ha fatto riflettere molto perché sono stata una lettrice accanita di Baricco per anni, quando leggevo solo classici, un po’ di poesia e saggi inerenti il mio lavoro. L’unico scrittore italiano era Baricco. Poi ho cominciato a leggere molta letteratura contemporanea, sono diventata più attenta come lettrice e Baricco è svaporato con il suo Senza sangue… mi ritrovo pienamente nelle parole di Temperanza sull’inautentico, improvvisamente mi è sembrato tutto finto. A volte il leggere i commenti in modo silenzioso offre notevoli riflessioni.

  87. sergio garufi il 2 marzo 2006 alle 03:24

    Forse varrebbe la pena, dopo questa impressionante esibizione di bicipiti morali, di rileggere le pagine illuminanti di Manganelli a difesa del conformismo in letteratura (contenute nel “Lunario dell’orfano sannita”), e come solenne presa per il culo di chi (l’anticonformista) presume di “vivere in una condizione di perenne verginità feconda, in mezzo a pensieri tutti nuovi e suoi, aspramente meditati e sofferti”.

  88. luciano freud il 2 marzo 2006 alle 09:01

    no, dico, baricco? questo si lamenta de che? che feroni e citati l’hanno citato de straforo e male? quello è n’ cinico de niente! ha preso la palla al balzo per farsi uno spottone incredibile su repubblica (lui puote) e ora venderà un fottio di copie in più, potete giurarci. in ogni caso, ha mosso le acque alla sua promozione libraria.
    ora, questo è un uomo di marketing; ha capito che per vendere, in certi casi, si passa per l’attacco ai critici; citati e ferroni sono vecchi, e il primo non fa critica militante da decenni, che cazzo ne dovrebbe sapere di lui? non legge un contemporaneo da quando Saviane esordiva, per dire. quindi è chiaro che l’attacco è pretestuoso. svegliatevi!

    ps.: grande garufi!

  89. Simonetta G. il 2 marzo 2006 alle 09:11

    … arrivo trafelata solo adesso. Ho letto tutti i commenti dopo essere incappata, stanotte, nell’articolo di Baricco.
    Due cose:
    Chi puo’ spiegarmi perchè l’incazzatura di Baricco fa incazzare? e fa incazzare… chi?
    e
    qual’è il titolo del libro di Stefano?
    grazie

  90. temperanza il 2 marzo 2006 alle 10:35

    Bicipiti morali, @Garufi?
    Non mi sembra di avere mostrato i bicipiti. Qando uno è curioso e io lo sono, i bicipiti si sgonfiano subito, al massimo restano le analisi o nel caso peggiore le battute e quelle, lo ammetto, le faccio, e anche con gusto.
    Baricco è un fenomeno di cultura e come i fenomeni di natura uno sta lì e li osserva, e al massimo dice czz, grandina!

    @Simonetta

    Stefano Zangrando, Il libro di Egon, Greco & Greco, Milano, 2005

    Visto che non ho mai visto in vita mia Stefano Zangrando che ho conosciuto qui su NI e che cntinuo a conoscere virtualmente, penso di potermi permettere di dire il suo libro per me è stata una bellissima sorpresa.

  91. temperanza il 2 marzo 2006 alle 10:36

    Evviva i refusi, scusatemi, ma perdo sempre gli occhiali e sono miope e batto con due dita.

  92. sergio garufi il 2 marzo 2006 alle 10:52

    Non parlavo di te e di Baricco (ho espresso il mio pensiero sulla questione in lipperatura), parlavo di Sartori (“gran parte dei testi che vedo in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo”) e della sua comicità involontaria.

  93. sergio garufi il 2 marzo 2006 alle 11:22

    Riporto qui l’intervento fatto in Lipperatura su Baricco/Citati:

    Ho l’impressione che lo scontro fra Citati e Baricco sia stato determinato da uno “sconfinamento”; per usare un lessico geografico ora tanto di moda in ambito critico-letterario. Due universi asintotici, che s’ignoravano o fingevano d’ignorarsi, sono venuti improvvisamente a contatto. Citati non è uno stroncatore. Sui libri che non ama in genere tace, e questa abitudine diventa regola ferrea se l’autore in questione è commerciale e nazionalpopolare. Cos’è, allora, che ha spinto il gran mandarino, il pontefice massimo delle lettere italiane, a sentirsi in dovere di occuparsene? Perché solo ora, dopo che Baricco ha scritto una marea, un oceanomare di libri? E perché in quel modo stringato e sprezzante, inserendolo in un elenco di brutture al solo scopo di contaminarlo; come insegnava Borges ne “L’arte di ingiuriare”? Perché Baricco ha “sconfinato”, appunto, è entrato nel territorio esclusivo di Citati. Se si fosse limitato a scrivere i suoi romanzi tutto sarebbe proseguito come se nulla fosse; entrambi a scrivere sullo stesso giornale fingendo di non conoscersi. Invece Baricco ha osato scrivere su “L’Iliade”; e Citati, coi suoi bei saggi omerici della prestigiosa Fondazione Valla, ha sentito questa “incursione” come un affronto terribile, un’invasione di campo; e ha reagito nell’unico modo che il suo rango gli consentiva, ossia con una distratta e sprezzante menzione (o minzione). Già in passato aveva fatto una cosa simile con Erri De Luca, colpevole di essersi occupato di interpretazioni di sacre scritture. Argomentare la stroncatura, smontare e illustrare i meccanismi di quella prosa truffaldina, di quella retorica “ad animos permovendos”, è compito che spetta a un critico giovane e militante, che ancora ingenuamente confida nella vocazione didattico-pedagogica delle recensioni (perché educare il gusto la critica lo fa, ma con tempi lunghi e salti generazionali, nel senso che i nipoti dei lettori odierni di Baricco studieranno nei testi scolastici i libri di Houellebecq e Coetzee e non “Castelli di rabbia”). Difatti, e proprio su “L’Iliade”, ci provò Cortellessa su “Alias” non molto tempo fa. Baricco finge di non sapere che quelle argomentazioni che chiede a gran voce sono già state espresse in dettaglio perché sa che i suoi lettori, o perlomeno la stragrande maggioranza di essi, non legge “Alias”, e probabilmente non sa neppure che esiste. Allo stesso modo, chi legge i volumi della Fondazione Valla non legge i libri di Baricco. Ma lo sdegno di quest’ultimo è falso anche perché Baricco ha letto Manganelli, e quindi è consapevole del fatto che un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere. E’ colui che sa dire, come scrisse Scheiwiller, “non l’ho letto e non mi piace”. Il gusto è fatto da mille disgusti. Si affina e si definisce con un processo di selezione. E tanto più è affinato quanto più si affiderà nel proprio giudizio alla identificazione di sintomi rivelatori; come una frase in quarta di copertina o un incipit. Alfieri scagliò dalla finestra “Il Galateo” di Monsignor Della Casa perché iniziava con la parola “conciosiacosache”, sostenendo che un libro con questo avvio non meritava di esser letto. Citati si è limitato a menzionare i sintomi di una patologia, Cortellessa su “Alias” e Ferroni su “Il Giudizio universale” ne hanno illustrato l’eziologia. Ma presumere che con la semplice diagnosi di una malattia si ottenga subito la cura equivale a credere che la denuncia di uno stato di asservimento conduca di per sé alla libertà.

  94. Antonio S. E. il 5 maggio 2006 alle 09:56

    Ho letto delle considerazioni relative alla presunta lingua “standard”, colloquiale, quotidiana e, in quanto tale, conservativa di Ascanio Celestini, di contro allo sperimentalismo gaddiano. Personalmente non amo Gadda: a leggere le sue pagine mi viene sempre da pensare a Peter Brook che ai suoi attori diceva “NON TI CREDO”, ogni qual volta risultassero poco credibili, per l’appunto. Come se si trattasse di una scrittura che aspira di per sè a farsi letteratura, svincolata a tal punto da una precisa referenzialità che i romanzi gaddiani sono tutti incompleti: non era necessario raccontare, ma scrivere per Carlo Emilio. Come se alla base del suo lavoro ci fossero istanze individuali (scomodiamo pure Freud, per carità…) piuttosto che esigenze comunicative. Ed a me non interessa la letteratura che trasfigura e nobilita la vita, ma la vita che si fa letteratura. Mi sembra molto più interessante, tanto più lo è oggi che viviamo tempi bui e meschini. Detto questo, torniamo a Celestini: mi chiedo come si posse definire il suo eloquio come colloquiale e neutro, senza rendersi conto del lavoro che l’attore opera sul materiale linguistico che utilizza: calchi del parlato, gergalismi, localismi e dialettismi, ma anche forme desuete e (pertanto “ricercate”) che traspongono in termini sonori quel mondo anni ’50 che Celestini rievoca in scena. Senza dimenticare (e questo è l’aspetto più desolante delle considerazioni che mi sono trovato a leggere sopra…) che si tratta di un attore e qundi la sua lingua deve necessariamente essere pensata per la scena, fatta cioè di sudore-calore-colore-fiato-sangue: non è una lingua pensata per essere letta, ma detta ed ascoltata. Mi permetto a questo riguardo di rimandare ad alcuni volumi critici che credo possano aiutare la comprensione di una artista straordinario come Celestini:
    – Gerardo Guccini (a cura di), “La bottega dei narratori”, Audino, Roma, 2005 (con una sezione su Celestini);
    – Simone Soriani (a cura di), “Cicoria. Del teatro di Ascanio Celestini e di Gaetano Ventriglia”, Titivillus, Corazzano – Pisa, 2006 (con il testo dello spettacolo scritto da Celestini “Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini” ed alcuni saggi sull’attore romano scritti da Gerardo Guccini, Concetta D’Angeli, Antonio Audino, ecc.);
    – Ascanio Celestini, “Radio Clandestina”, Donzelli, Roma, 2005 (con un saggio di Sandro Portelli proprio sulla lingua dell’attore).
    Buona lettura e… meditate gente, meditate!
    A. S. E.



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