Niente, sono stanco

24 febbraio 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Quando va in giro per Roma e guarda i grandi cartelloni con le facce in primo piano e una scritta vicino chiede sempre a suo padre, che gli risponde chi è quello e che cosa dice la scritta e che vuol dire responsabilità e perché a uno hanno dipinto i baffetti sotto il naso. Ora sa che ci saranno le elezioni quando sarà finito Carnevale ma prima che arriverà Pasqua e che da allora in poi questi grandi cartelloni con le facce scompariranno e torneranno quelli con le pubblicità dei biscotti e dei condizionatori o quelli con i film che fanno al cinema, che sono i cartelloni che a lui piacciono di più perché alle volte, se va in giro a piedi, si ferma da solo per strada, e legge tutti i nomi degli attori, degli sceneggiatori, e del regista, così quando si parla di un film anche se non l’ha visto può dire chi c’era e chi l’aveva fatto.
Con suo padre passano un sacco di tempo in macchina. Sua madre esce la mattina presto, prima che lui si svegli e va a lavorare al centro, ed è suo padre che lo accompagna a scuola e lo viene a riprendere, e così sia all’andata che al ritorno si possono fermare a chiacchierare per un bel po’ su via della Bufalotta. All’uscita della scuola poi capita che molto spesso, prima di tornare a casa, lui deve accompagnare suo padre a fare la spesa, a pagare le bollette alla posta di Viale Adriatico che è aperta fino alla sette del pomeriggio oppure a vedere le case. Da un mese a questa parte infatti loro due hanno visto già quattordici case. Devono sceglierne una nuova e suo padre ha deciso che lui è abbastanza grande per dare la sua idea su dove dovranno abitare. Lui, se potesse scegliere sul serio, rimarrebbe dove sono adesso. Nel suo palazzo abitano Davide e Michele al primo piano, e Domenico al quarto e così può andare a giocare a casa loro senza che suo padre e sua madre devono uscire a accompagnarlo. Ma nella casa dove stanno, a via Isola Bella numero quattordici al secondo piano, che poi è la casa dove lui è nato, non possono più rimanere. È una cosa che si chiama sfratto. Suo padre non gliel’ha spiegata bene, ma è come se prendi la carta sfortunata quando giochi a carte. Un po’ di tempo il signor Macelli, che è un tizio del Molise, un po’ basso e pelato e che fa l’amministratore del loro palazzo è venuto a dirgli questa cosa, che era arrivato lo sfratto.
Suo padre rispetto a sua madre è una persona molto nervosa e quindi è stato a litigare con quest’amministratore che si chiama signor Marcelli per una settimana, fino a quando un giorno si sono quasi presi a botte proprio di fronte la porta di casa, e suo padre l’ha sbattuto fuori e da quel giorno non si è più visto. La cosa gli è dispiaciuta perché il signor Marcelli prima gli era simpatico. Lo immaginava che stava nella sua casa in un piano sotterraneo e aveva un tavolo enorme da dove controllava tutte le case che doveva amministrare. Immaginava su questo tavolo c’era il disegno di tutti i palazzi e tantissime lucine che si accendevano e spegnevano a seconda se uno accendeva o spegneva le luci dentro casa. Quando veniva a casa loro, suo padre e sua madre lo facevano accomodare, gli offrivano il caffé, e gli domandavano anche di come stava sua figlia, che è una donna che ha la stessa età di sua madre e ha due bambini gemelli che hanno la sua stessa età. Da quello che ha capito nella loro casa dovrebbe venire proprio ad abitare sua figlia, la figlia del signor Marcelli, che non ha trovato casa da nessun’altra parte e quindi deve trasferirsi a casa loro, che è una casa che è un possesso del padre. Secondo lui, la verità è che la figlia del signor Marcelli un’altra casa dove andare non si è messa proprio a cercarla. Perché se avesse fatto come fanno lui e suo padre che tutti i giorni vanno a vedere una casa, secondo lui, con tutti i soldi che lei c’ha, una casa l’avrebbe trovata subito, e lo sfratto che a loro era arrivato magari non contava nulla.
Dello sfratto con suo padre non ha parlato più, perché ha paura che suo padre diventi nervoso. Ma alle volte mentre sta in macchina, guarda i palazzi e pensa ad alta voce. Chiede Papà ma non ci sono delle case vuote dove uno potrebbe andare a vivere? Chiede Papà ma perché non chiediamo a qualcuno che vive da solo in una casa grande di farci vivere a casa sua? Ha paura di pensare cosa succederà se non riescono a trovare una casa, ha paura di pensare dove andranno. Quanto tempo hanno per lo sfratto? Suo padre non glielo dice, e allora lui ha deciso di non fare mai storie, per ogni casa che vedono, e anche se non è la casa perfetta come la vorrebbe, dice sempre Si può fare, Non è male.
Il mondo dei grandi gli sembra sempre un mondo molto migliore del mondo dei bambini tranne per queste cose. Lo sfratto, i soldi, e i litigi con le persone che durano mesi. Quando guarda i grandi cartelloni con le facce per strada, pensa che ci sia qualcosa che gli nascondono. Sorridono sempre, ma sorridono come se devono far vedere per forza che sono contenti. I grandi non sono così. Almeno i grandi che conosce lui: sorridono poco, hanno la faccia spesso triste, e hanno l’aria stanca. Anzi suo padre è una delle cose che dice più spesso Sono stanco. Anzi, per essere precisi, la cosa che dice spesso è quando uno gli domanda Che c’hai?, lui risponde Niente, sono stanco.
Anche oggi devono andare a vedere due case, una a Vigne Nuove e l’altra a Ponte Mammolo. Anche oggi passeranno un’altra ora in macchina, a sentire la radio e chiacchierare e commentare i cartelloni per strada. A lui non dispiace. È vero anche che quando sta con suo padre da solo in macchina, da un paio di settimane può stare davanti, se si lega la cintura.
E la cosa che pensa, guardando la faccia di suo padre concentrata sulla strada, e guardando le facce della gente sui cartelloni, che se dovesse andare lui a dire chi c’ha ragione nelle elezioni che si devono fare, lui vorrebbe fargli vedere per spiegare a qualcuno una faccia come quella di suo padre su un grande cartellone. Non per forza suo padre, anche uno che gli somiglia e basta, e una scritta vicino che dice Niente, sono stanco.

17 Responses to Niente, sono stanco

  1. dani il 24 febbraio 2006 alle 18:45

    e bravo raimo!

    la sensazione che provo io quando guardo i cartelli elettorali a prima mattina è analoga: “che cazzo ti ridi?mi sto bagnando tutto in bicicletta e tu ridi…”.
    il ceto medio, il lavoro, la casa…tutti concetti spariti dalle campagne elettorali per fare posto ai faccioni di lor signori.
    sembra quasi ti prendano per i fondelli “lavora, lavora che io da qua su ti guardo e rido.. perchè tanto poi mi vai a votare comunque!”

    buon lavoro a tutti
    forza i…ndiani!!!

  2. ale il 24 febbraio 2006 alle 21:31

    Christian, forse l’ho già detto ma fa niente, sei maledettamente bravo, con leggerezza e densità.

  3. nanook il 24 febbraio 2006 alle 23:38

    … e c’è una certa delicatezza, un pudore che contraddistingue il modo in cui scrivi, che mi accompagna anche quando c’è sofferenza nella storia che stai raccontando.

  4. db il 25 febbraio 2006 alle 10:00

    @ raimo
    oltre alla cosa, ho apprezzato la connessione veloce tra il manifesto e la cosa: significa che sei uno che dice e fa quello che dice. Mi riferisco alla distinzione da te proposta tra civile e acivile. Io la intendo anche così: l’opposizione classica richiede il nemico definito. Se il nemico si sdefinisce (alcuni la chiamano conformismo, altri restaurazione, io non gradisco, troppo generica la prima, troppo ingenua la seconda), l’opposizione dovrà attrezzarsi, ossia qui innanzitutto buttare vecchi attrezzi, ad es. il prefisso in-. Tu proponi a-, e la categoria “acivile”. Bene, se c’è da fondare un apartito e scendere in campo, io garantisco il pacchetto-astensioni degli ubarchici (ti abbiamo già dato l’an-, come vedi) e propongo già l’inno: “con quell’ afaccia un po’ acussì, con l’aspressione un po’ acussì, che abbiamo noi che siamo anati a”.
    Fammi sapere!

    d

  5. ale il 25 febbraio 2006 alle 14:13

    Il massimo sarebbe astenersi anche dall’astensione se più per più non facesse meno.

  6. ale il 25 febbraio 2006 alle 14:26

    Boh, poi mi è venuto in mente che forse devo tornare qui e fingere di spiegare “lo spirito” dell’altrettanto finto errore matematico; e così fingere anche di astenermi dall’astensione dalla “spiegazione”. Boh.

  7. tashtego il 25 febbraio 2006 alle 14:52

    la Stanchezza del Padre

  8. Nicolò La Rocca il 25 febbraio 2006 alle 15:40

    Bel pezzo, veramente bello. Complimenti.

  9. Gino l'uccellino il 26 febbraio 2006 alle 18:21

    Veramente bruttino.

  10. Iltov il 26 febbraio 2006 alle 19:26

    Niente, sono stanco? Cacchio lo dico anch’io quando mi girano. E pensare che ho letto tutto il racconto pensando di essere il bambino.

  11. fm il 26 febbraio 2006 alle 19:44

    Mi piacerebbe sapere (così, en passant) cosa cercano certi “graziosi” volatili dalla poesia, dalla narrativa, dalla critica, dalla vita. Immagino già la risposta, purtroppo. Se non altro (mettiamola in questi termini, che è meglio) rendono meno monotono il paesaggio.

    @ Raimo

    Come scriveva Ale ieri, “forse l’ho già detto, ma fa niente, sei maledettamente bravo”.

  12. nanook il 26 febbraio 2006 alle 23:47

    d’accordo in tutto e per tutto con fm

  13. ale il 27 febbraio 2006 alle 00:44

    Anch’io con fm, ed evidentemente ma non scontatamente con me stesso.

  14. Writer il 27 febbraio 2006 alle 01:03

    Il tuo pezzo è tenero, Raimo. Leggendolo mi è venuto da sorridere, pensando a questo bambino/ ragazzo che vorrebbe vedere sui cartelloni la faccia di suo padre o almeno di uno che gli somiglia.

    Non so se hai ricostruito il modo di sentire di un ragazzo in modo convincente (forse i minori di oggi sono più “tecnici” e utilitaristici), però il tuo pezzo lascia qualcosa.

    Non è poco.

    Writer

  15. SunDanceKyd il 1 marzo 2006 alle 16:40

    FUORI DAI DENTI

    perché invece a me ogni volta che ti leggo mi girano le palle?
    stanco io? reazione soggettiva? cosa c’è d’ oggettivo invece – temo – nel suddetto giramento? i
    l rimascico di lagne stanche
    il finto à-la-page-ismo
    il forzato updating
    penso a bela lugosi che sotto la regia di ed wood scuote un enorme polipone di pezza o plastica per farne un personaggio finto vivo
    sincera mistificazione?
    innocente nova ars mistificatoria?
    il giovanilismo assicurato e drammaticamente interpretato
    la riproducibilità e la replicatività spossessata
    ma come circostanze di fatto non come insinua/illazioni
    tu ti lamenti
    ma che ti lamenti
    picchia lu bastuni
    e tira fori li denti

  16. tashtego il 2 marzo 2006 alle 10:48

    Ho piena nozione del concetto di Padre Stanco.
    Nella mia famiglia esistevano due momenti della giornata dedicati alla Sacra Stanchezza del Padre.
    Il principale, e anche il più grave e drammatico, era nel primo pomeriggio, quando il Padre tornato a casa per pranzo – spesso carico del Sacro Nervosismo, che rendeva il desinare un supplizio di tensione – si abbandonava ad un sonno breve, prima di uscire di nuovo.
    La Sacra Stanchezza del Padre, che – come veniva costantemente ricordato – ci garantiva esistenza e agi, veniva parzialmente smaltita nella Sacra Stanza da Letto, mentre in casa doveva regnare il più assoluto silenzio.
    Alla sera dopo cena, molto presto, avveniva il Secondo Ritiro del Padre, dopo le Fatiche della Giornata, grazie alle quali noi mangiavamo ed esistevamo.
    Sto parlando di giorni ormai persi nel pozzo del tempo.

  17. nameless il 15 marzo 2006 alle 18:19

    Bella davvero, mi piace troppo il tuo modo di scrivere, ho letto “Latte” e mi è piaciuto un sacco, è uno di quei libri che ti leggi in 2 giorni perchè non puoi smettere di leggere, perhcè vuoi sapere come andrà a finire la storia e poi dice “Ma si dai ne leggo anche un’altra anche se son stanca e mi devo svegliare presto”, ma poi quando finisci vorresti che ci fosse un’altra storia…



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