Amore

25 febbraio 2006
Pubblicato da

di giuliomozzi

Il bambino disse: «Voglio una pistola».

L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.

All’Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l’impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto.

A casa, l’uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca.

L’uomo avvolse il bambino nell’asciugamano grande, lo portò in camera da letto e lo distese sopra il letto grande. Aprì l’asciugamano e cominciò a massaggiare delicatamente il bambino. Lo toccava appena con la punta delle dita.

Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.

Poi l’uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava ancora il bambino con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la pistola nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l’alto.

L’uomo baciò i capezzoli del bambino e poi cominciò a leccargli il petto. Il sesso del bambino si mosse appena. L’uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.

«Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola. L’uomo si abbandonò.

Il bambino si sedette sopra il petto dell’uomo. Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola.

L’uomo si sollevò appoggiandosi sui gomiti. Era quasi seduto. Con entrambe le mani prese il bambino per la vita. Ruotò in modo da appoggiarlo sul fianco sul letto. Aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca.

Il bambino cominciò a leccare il sesso dell’uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L’uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi.

Con un brivido il bambino venne, una sola goccia molto liquida. L’uomo la inghiottì, pulì il sesso del bambino con la lingua. Il bambino rimase fermo, gli occhi ancora chiusi.

«Fai venire anche me», disse l’uomo.

Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.

«Fammi venire», disse ancora l’uomo.

Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse.

L’uomo disse: «Io ti voglio bene».

«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte.

«Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse.

Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi.

L’uomo venne sussultando. Lo sperma, molto e denso, bagnò la mano del bambino. Il bambino sfregò la mano sporca sulla pancia dell’uomo.

L’uomo restò disteso con gli occhi chiusi, respirò a fondo tre volte, quattro. Aspettò un poco. Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore».

«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

[Pubblicato nel volume: Il male naturale, Mondadori 1998.]

365 Responses to Amore

  1. Trespolo il 26 febbraio 2006 alle 12:09

    Un bel pugno nello stomaco questo pezzo. Bello. Buona giornata. Trespolo.

  2. ale il 26 febbraio 2006 alle 13:27

    Un pezzo incolore e scostante e di brutte sensazioni. Ma è quel che volevi, ovvio.

  3. Iltov il 26 febbraio 2006 alle 19:05

    Come il ghiaccio, freddo, scivoloso e duro.

  4. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 12:58

    verrebbe voglia di commentare a lungo, e off topic, il concetto di “male naturale”: il libro di mozzi non l’ho letto, ma adesso, incuriosito, lo cercherò.
    leggendo Amore mi è venuta in mente tutta quella poesia greca che parla di rapporti simili, versi di struggimento amoroso del poeta per un fanciullo.
    noi oggi, me compreso, restiamo interdetti perché una cosa del genere è completamente fuori paradigma etico: quindi parliamo di “un pezzo incolore e scostante e di brutte sensazioni”.
    eppure per la cultura greca, della quale rivendichiamo fieramente l’ascendente, quello era amore.
    dunque forse non si tratta, a stare al titolo del libro di mozzi, di un “male naturale”: forse il male naturale non esiste, forse esiste solo il “male culturale”.

  5. dario il 27 febbraio 2006 alle 13:06

    mi piacerebbe sapere il perchè di questo post, come mai, giulio, periodicamente ritorni su questo racconto. C’entra col tuo prossimo libro-romanzo?
    Quanto a me, il male naturale è l’unico libro mozziano, tra quelli affrontati, che non ho finito di leggere. stasera lo cerco…

  6. dario il 27 febbraio 2006 alle 13:12

    ecco, non avevo letto i commenti al post precedente.

  7. georgia il 27 febbraio 2006 alle 15:12

    Roland Barthes in La camera chiara scrive alcune pagine memorabili in cui spiega molto bene la differenza tra pornografia ed eros e lo fa analizzando una bella foto del grande Mapplethorpe: un ragazzo che sembra un adolescente (Mapplethorpe stesso) di cui si vede solo la faccia e un braccio steso abbandonato mollemente.
    Non volevo dare un giudizio su questo racconto perchè sarebbe stato negativo, ma se tash si mette a parlere dei greci e dell’eros … beh, allora non resisto … io ormai sono abituata che in rete le sparano grosse, però tutto ha un limite.
    In questo racconto non esiste un grammo di eros, forse perche giulio presumibilmente non è un pedofilo, e/o, più probablmente, perchè oggi la nostra societa, a differenza di quella greca, lascia poco spazio all’eros.
    Tutto è merce quindi l’eros lo captano in pochissimi dotati di grazia naturale.
    Penso ad esempio ad un racconto bellissimo sull’incesto di Celati
    Io non ho nulla contro la pornografia, è un genere vecchissimo, antichissimo (presente anche all’epoca degli antichi greci anche se a noi non è arrivato quasi nulla) ed è un genere con un alto potenziale commerciale (quindi molto praticato oggi), se uno vuole scrivere un racconto pornografico lo può fare e lo può anche postare in NI, non sarò io a dire che non va fatto, però, cristo di dio, che nessuno lo chiami eros greco, perchè altrimenti è un delitto e mi salta la mosca al naso.
    Giulio è un bravo scrittore e a volte sa essere molto abile, qui si è cimentato in una sceneggiatura per un filmetto pornografico per pedofili. Molto abile, molto bravo, ma nulla di più.
    geo
    P.S
    Premetto che quando l’ho letto ho vomitato, ma … ma la mia soglia al dolore, si sa, è molto più bassa della vostra.

  8. s. il 27 febbraio 2006 alle 15:27

    per i greci era normale anche lo schiavismo, ne vogliamo parlare?
    non so: qualcuno di voi vorrebbe essere schiavo?
    a qualcuno di voi sarebbe piaciuto finire sotto le grinfie di un pedofilo (anche se ‘innamorato’)?
    anche su di me il racconto ha un effetto emetico, come pure certi commenti sull’amor greco.
    Giulio, sarà pure scritto bene, ma fa cagare. scusa la brutalità, ma lo penso veramente e penso pure che ci sia una certa insistenza morbosa e priva di partecipazione, soprattutto rispetto al sentire (o meglio alla subalternità) del bambino.

  9. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 15:36

    @georgia
    non parlavo di eros, ma di etica.
    del dilemma pornografia erotismo non me ne può fregare di meno.

  10. georgia il 27 febbraio 2006 alle 15:46

    Lo struggimento amoroso è eros, caro tash e la differenza tra pornografia ed eros esisteva (eccome se esisteva) anche ai tempi degli antichi greci

    Ad ogni modo io cercherei di essere più prudente a parlare di etica, ma tanto qui si spara alla io boja e ci si sente degli intellettuali ;-)

    Forse se leggi attentamente platone ti accorgi di quanti luoghi comuni noi accettiamo, che con la cultura greca non c’entrano nulla.
    Ad ogni modo per me questo discorso è chiuso non voglio affrontarlo ulteriormente.

  11. mauro il 27 febbraio 2006 alle 16:37

    concordo con Georgia…di cui mi sto’ innamorando..anche quando vomita..nell’atto..esprime..con forza! :-)

  12. francesco forlani il 27 febbraio 2006 alle 17:07

    Davvero un pugno nello stomaco questo racconto ma ancora di più la tensione che lo accompagna dall’inizio alla fine. Dov’è il male ? Nel narrante che assiste alla scena senza provare alcunchè? Nel lettore che deve confrontarsi a un certo voyerismo- vi ricordate le splendide pagine di Sartre sulla vergogna? Nell’uomo, visibilmente vittima, forse proprio perchè carnefice? Nel bambino che è naturalmente, colpevole? Insomma, molti interrogativi ed un profondo fastidio. Quello che accade con della buona letteratura.
    effeffe

  13. Cristina il 27 febbraio 2006 alle 17:12

    Concordo con Georgia. E aggiungo: l’elemento che vira il tutto a effetti disgustosamente emetici è il titolo. E nel titolo – ironico, grottesco, patetico fate voi, tanto non cambia – c’è il punto di vista di chi scrive, non – ovvio – della persona fisica Giulio Mozzi, semmai della persona narrante che in quel momento Giulio Mozzi ha deciso di essere. Penso mi sia concesso dire che quella persona narrante, lontanissima dal mostrare l’episodio sotto la luce tagliente del dissidio morale, della complessità delle esperienze umane, non mi piace. Il suo punto di vista è bifido senza essere aperto e scomposto, finendo per risultare furbamente ambiguo. Non mi scandalizza, nè mi turba, lo trovo brutto e irritante e basta.
    E poi vorrei capire perchè è stato postato questo racconto: sembra una provocazione, messo lì dopo lo scritto di Gabriella Fuschini, dove si parla a chiare lettere e senza ambiguità di soprusi e violenze.

  14. angelo il 27 febbraio 2006 alle 17:44

    questa pagina ad un comune lettore provoca solo una pruderìe voyeristica;racconto volutamente scarno? che si dovrebbe -raccontare-da solo?non c’è un alito di emozione ne da parte di chi racconta,nè di chi lo guarda o lo legge…questa la mia sensazione a pelle.sembra una versione di melissa P secondo una legge matematica:cambiando i fattori il prodotto non cambia.

  15. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 17:46

    Francamente non capisco come si possa liquidare questo racconto come pornografico.
    Aggiungo che anche se lo fosse, e non lo è, non meriterebbe di essere liquidato lo stesso.
    Appena si toccano certi argomenti la fretta di condannare prevale su quella di capire e valutare.
    Il racconto di Mozzi, qualsiasi sia l’intenzione dell’autore, spinge chi legge a interrogarsi sulla natura di tali rapporti e se sia giusto liquidarli sotto la categoria pedofili & pedofilia.
    Sono un relativista assoluto, non credo esista il male se non come categoria sotto la quale immagazziniamo le azioni che l’etica nella quale siamo di volta in volta immersi, giudica riprovevoli.
    Per questo dicevo che il male è, salvo qualche eccezione, culturale.
    Per questo citavo banalissimamente la pederastia della Grecia classica.
    Se una lettura provoca disagio, credo sia opportuno interrogarsi sulla natura del disagio, invece bollarla sotto la prima riprovazione “universalmente condivisibile” che ci viene in mente.
    Ciò che non ci piace, tuttavia esiste.

  16. AndreaPM il 27 febbraio 2006 alle 18:32

    La miglior cosa sarebbe stato chiudere i commenti a questo post. Non credo che abbia particolari meriti narrativi questo scritto, se non un’unica accortezza: l’aver evitato l’intrufolarsi del narratore per commentare. Perchè in casi come questi è tutto fuori luogo: o si rende il tutto patetico, o si commenta con gli occhi dell’indignazione, o si rischia di risultare “malato”…
    Ci sono momenti in cui non si parla, nel bene nel male. Forse dopo averlo letto bisogna star zitti. Proprio come si zittiscono nel mondo le indagini che vanno nella direzione di scoprire pedofili importanti uomini politici…

  17. angelo il 27 febbraio 2006 alle 18:34

    così,mentre in italia qualche illuminato dice che è riprovevole giocare con i palloni confezionati da bambini in tante parti del mondo(lo è ma non dobbiamo giocare più a pallone?),sfruttare gli stessi per scrivere pagine che non aggiungono niente al problema della pederastia(sia che fosse nobilitata dai greci ma anche praticata dai romani) è invece nobile arte,su cui pure dobbiamo riflettere e magari vergognarci se tanti universalmente pensano la stessa cosa e cioè che la pederastia praticata o scritta fa schifo); e non basta cercare di nobilitare ulteriormente queste avances (culturali?artistiche?)stampando il marchio doc al tema “il Male” e giù ad interrogarci sul destino umano…e ai bambini,quando ci si pensa? e a noi adulti serve ancora a leggere simili testi? fretta nel condannare? forse è vero:chissà che ragionando non ci venga voglia di provare simili emozioni…come il primo spinello che non fa male,secondo la vulgata ma che ti rende prigioniero .di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

  18. Cristina il 27 febbraio 2006 alle 18:39

    @ tashtego
    Io non mi sono affrettata a condannare. Il post è qui da due giorni e prima di scriverci su ci ho pensato, perchè non riuscivo a focalizzare che cosa mi stesse schifando di questo pezzo. Il fatto che ciò che non piace esista non mi impedisce di continuare a ripetere, all’infinito se voglio, che non mi piace. Nel caso in questione, ripeto, trovo il pezzo brutto, inutile e posticcio.

  19. piero sorrentino il 27 febbraio 2006 alle 19:03

    Se non mi ricordo male, questo racconto fu oggetto di un’interrogazione parlamentare, e dev’ essere stato davvero divertente stare alla Camera, quel giorno, e sentire le voci imbarazzate dei deputati promotori dell’interrogazione mentre leggevano gli stralci incriminati del racconto…

  20. georgia il 27 febbraio 2006 alle 19:31

    Interessante questa osservazione di Sorrentino.
    Molto interessente.
    Infatti è ridicolo che della scrittura pornografica (qualunque ne sia l’oggetto) diventi oggetto di interrogazione parlamentare.
    La fotografia, il film sono altra cosa, perchè dietro la macchina fotografica deve esserci un bambino da fotografare, e i bambini vanno SEMPRE lasciati stare e difesi anche penalmente.
    Ma dietro la scrittura non c’è nulla altro che la capacità di scrivere dello scrittore.
    La scrittura non è azione e quindi non la si può condannare come se fosse azione (ci mancherebbe altro, nessuno scriverebbe più).

    Però è anche ridicolo voler far passare per letteratura quello che non lo è, e non per l’argomento, ma proprio per la scrittura (quella unione indissolubile e misteriosa di espressione e contenuto).
    Penna, ma non solo, ha scritto poesie struggenti su questo argomento e io non mi permetterei mai di giudicarle con moralismo.
    Ma questo racconto io lo derubrico dalla letteratura e lo inserisco nella categoria pornografia (ma sia chiaro che NON lo condanno come pornografico, io non condanno la pornografia). E’ pornografia proprio perchè il racconto è privo di tutto quello che rende poesia anche l’argomento più scabroso. E’ solo una scrittura abile che esibisce e rappresenta il sesso. E’ una scrittura pornografica e basta.
    Vogliamo trovare somiglianze con altre scritture esibitive? allora è simile ad una sentenza di tribunale o a una pagina di educazione sessuale scritta da un prete negli anni 50.
    Ripeto forse perchè giulio non è pedofilo, si è rifiutato inconsciamente di fare vera letteratura su quell’argomento, oppure proprio non ne è capace.

    Però è stato abile perchè mi ha fatto vomitare.
    A me la pornografia con argomento bambini, fa vomitare.
    Sono io che ho ancora anticorpi per buttare fuori il veleno di oggi o siete voi che siete così vaccinati alla cattiva letteratura da scambiare Giulio per un Penna?
    geo

  21. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 19:45

    Il pezzo fa parte di una raccolta, nella quale probabilmente si inserisce.
    Sarebbe interessante capire perché Mozzi lo ha postato qui.
    L’intenzione e il contenuto sono molto diversi da quelli di Penna, lo capisco persino io.
    Discutere con voi è deprimente.

  22. georgia il 27 febbraio 2006 alle 20:06

    lo ha postato (almeno come motivo più vistoso) per dire che non solo le donne (minorenni) sono oggetto di violenza, questo è stato chiaro pure a me.
    Poi lo avrà postato per venderne qualche copia, è merce che vende molto bene quella, ma questo è del tutto secondario;-)
    Ma il motivo principale è (o almeno così sembra) una risposta, forse polemica, al racconto di gabriella.
    Anche il racconto di gabriella, se lo avesse voluto, avrebbe potuto essere solo pornografico.
    E guardate che non si tratta solo di scelta, perchè scrivere di pornografia, come scrivere una sentenza, ma anche un romanzo rosa, non è cosa che si improvvisi e che riesca a tutti anche se sono bravi scrittori ;-).

    Però gabriella è riuscita a mettere la verità, la tragedia della verità, nelle poche righe della lettera di vanessa, giulio ha solo esibito una merce pornografica.
    La brevissima lettera di gabriella fa venire il desiderio di rileggere il pezzo, ma il racconto di giulio una volta letto, se si cercava qualcosa di autentico, lo si lasca perdere. Non lo si porta alla Camera per una interrogazione, ma lo si lascia perdere ;-)
    geo

  23. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 20:16

    Però non descrive un atto di violenza, Geo.
    Rgia.

  24. georgia il 27 febbraio 2006 alle 20:38

    ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Fare sesso con un bambino NON è un atto di violenza????!!!!????
    Tu hai un concetto di violenza veramentne molto singolare.
    Tash discutere con te non so se sia deprimente o meno, so solo che non mi piace più farlo.
    geo

  25. emma il 27 febbraio 2006 alle 20:58

    Nel racconto io trovo grande violenza e dolore. Un dolore devastante e senza vie d’uscita. Insopportabile e soprattutto fuori luogo. Un dolore che opprime il più debole ma non risparmia affatto il più forte, l’adulto abietto e vile. Non ci trovo pornografia.
    Se proprio si vogliono fare paragoni (impropri), mi sembrano più pornografiche – nel senso di dominate da una vera e propria ossessione erotica – le poesie di Penna.
    Penso poi che appartengano alla letteratura sia il racconto di Mozzi sia le poesie di Penna.

  26. Cristina il 27 febbraio 2006 alle 22:19

    Per me il problema non è stabilire se il pezzo di Mozzi sia letteratura o no. Per me, qualunque cosa esso sia, e non mi interessa stare a definirne l’identità, è un pezzo furbo, viscido e ambiguo. Non vedo in nessun segmento del testo la rappresentazione di un dolore, nè la rappresentazione complessa e plurima di un evento inaudito come il rapporto sessuale tra un bambino e un uomo adulto. Un bambino non ha possibilità di scelta di fronte a un adulto e questo fonda il rapporto su una disparità incolmabile. Vi assicuro che i bambini che rimangono vittime di episodi simili spesso, nel momento in cui li vivono, non si rendono neanche conto di quello che gli accade. Poi per anni se ne ricordano. E si rovinano la vita.

  27. fm il 27 febbraio 2006 alle 22:43

    Forse qualcuno non se n’è accorto, ma in qualche intervento si scorge, anche se in forme non controllate dallo scrivente, un lento slittamento verso l’equazione pedofilia = omosessualità: la qual cosa, per quanto mi riguarda, è aberrante esattamente quanto lo pseudo racconto di Mozzi, quali che siano le ragioni che l’hanno ispirato.

    Nel caso interessasse a qualcuno, io continuo a vomitare insieme a Georgia.

  28. Baldrus il 27 febbraio 2006 alle 23:45

    E’ un racconto senza un vero inizio né un vero finale: è una scena in progress, che pone una serie di domande: chi sono questi due? Chi è l’uomo? E il bambino? E’ un “marchettaro?” L’uomo lo riaccompagna a casa. Che casa? Chi c’è in quella casa? I genitori? E’ scritto senza alcun moralismo, né compiacimento. Sembra una scena di vita comune, di vita “normale”, e questo risulta inaccettabile. Provoca inquietudine, ripugnanza, spavento. Georgia ha vomitato, e anche fm, che lo definisce aberrante. Tashego, per cercare una forma di assoluzione (inconscia, Tash, inconscia) scomoda gli antichi greci.
    Dunque, va bene.
    Cioè, georgia, non fraintendermi, non dico che vada bene se hai vomitato per il ribrezzo, io ti sono vicino, ma che ha raggiunto il suo scopo. Perché è un racconto maledetto, è una discesa nel pozzo nero. E i testi maledetti provocano reazioni negative, proteste, indignazioni. Qui l’autore ha tirato fuori un pezzo di anima nera. E’ abbastanza insostenibile per qualcuno, per molti, forse per tutti, anche se con intensità diverse. Tutti abbiamo una fetta di anima nera. Sapete cosa dicevano Gassman e Dino Risi quando, a passeggio per Roma, incrociavano una povera signora anziana che camminava curva? “ehi, guarda quella vecchiaccia, prendiamola a calci in culo!”. Poi scoppiavano a ridere, e ovviamente non facevano nulla del genere, anzi, l’aiutavano ad attraversare la strada. Però tiravano fuori una fetta di anima nera. Non dobbiamo avere paura della nostra fetta di anima nera. Proviamo ad affrontarla, ad ascoltarla. Proviamo a confrontarci con lei. Guardare in faccia la nostra fetta di anima nera non significa passare all’atto. Non significa approvare quello che ci dice, ci sussurra, insinua, grida.
    Un racconto maledetto non è una giustificazione o una esaltazione della pedofilia. Non è “immorale”, è “amorale”. E non deve essere “bello”, ma dannato, nero e sgradevole, oppure insostenibile, odioso. Anche la scrittura deve essere adeguata, e questa lo è: perché è secca, è “normale”, non si compiace, è fredda, scientifica. Un supporto perfetto a una storia nera.

  29. Cristina il 27 febbraio 2006 alle 23:54

    Sì Baldrus, peccato che Mozzi non sia Dostoevskij – che di anima nera se ne intendeva, eccome. E la cosa non gli riesce, si attesta a un fondo apologetico e fintamente, anzi direi normalmente scandaloso che non ha nulla a che vedere con l’amoralità che tu invochi. Torno a ripetere che la chiave secondo me sta nel titolo.

  30. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 00:09

    Chiedo scusa se mi intrometto, ma questa sequela di interventi è l’unica cosa davvero offensiva di questo post, offensiva nei confronti di chi legge e nei confronti dell’infanzia a cui, non era molto difficile capirlo, questo breve racconto rende un servizio di delicatezza e comprensione struggente.
    Amore è un pezzo di vera letteratura. Non è un pezzo abile, né furbo, è un pezzo “vero”, come insegnerebbe a scriverlo una Kristof. Si sta qui disquisire sulla qualità, ottenendo il solo risultato di evidenziare come ancora una volta l’eccesso di cultura vanesia nelle valutazioni sfoci in puntuale ottusità, scoraggiante abbaglio, depistaggio della verità.

    “Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.”

    “Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse”.

    “«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte”.

    “«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.”

    E’ davvero così? Scusate, è bene pensarci, perché se è così, allora tantovale buttare a mare gli anni di studio, i libri letti, le cose imparate. Davverò l’uccello di un bambino in bocca a un uomo ci fa gridare “E’ porno!”, ci fa vomitare, anche se gli occhi del bambino stanno guardando la pistola giocattolo appena ricevuta in regalo perché non avrebbero idea di dove altro posarsi? Basta una goccia di sperma di un orgasmo involontario ad accendere le antennine in difesa della “letteratura che è unione indissolubile e misteriosa di espressione e contenuto”? E la pistola, che preme nell’ombelico? Io non ci credo. Basta un po’ di cervello di troppo per dimenticare un bambino. Perché questo racconto è soprattutto pieno di bambino e di dolore bambino nel futuro. Dell’adulto appaiono la psicologia sottile, la delicatezza, l’affetto recitato delle parole. Il resto è bambino.
    Effeffe, che evidentemente ha antenne di altro tipo (come Emma), ha detto l’unica cosa sensata in questa marea di sproloqui. Il bambino è già naturalmente colpevole. Il bambino sa già perfettamente la propria colpa naturale e tutto quello che gli resta è di forzare il gioco, con la pistola finta, che non potrà mai davvero azionare sul suo carnefice, perché l’odio e la vendetta gli saranno per sempre preclusi. Quella pistola la userà probabilmente su sé stesso, negli anni a venire, per quella goccia di orgasmo, incomprensibile e oscena.

    Il bambino preme contro l’ombelico e spinge. Questa è l’immagine che il bambino si porterà dietro ed è l’immagine sorda della sua rovina futura. Questo racconto è una spina mortale e dolorosissima perfettamente affondata.
    Vi chiedo scusa, ma sono molto arrabbiato.
    Un racconto così, non ve lo meritate.

  31. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 00:20

    chiaramente hai postato mentre scrivevo, Baldrus, sennò avrei precisato che mi trovavo perfettamente d’accordo con te.

  32. unoqualunque il 28 febbraio 2006 alle 00:29

    “Vera letteratura, antichi greci, scrittura secca, normale, l’imbarazzo divertente dei deputati, basta una goccia di sperma per gridare allo scandalo…” Voi siete malati! Questa è la verità (che cosa non fareste per ingraziarvi uno che scrive per Mondadori…). E, presumibilmente, senza figli. Come, presumo, sia l’autore di questa merda (che di questo state parlando e leccando) e l’editore (gli editori) che la mandano in giro. Un maestro di scrittura? Dev’essere davvero rilassante mandare un figlio a lezione da un tale professorone. Fate pena.

  33. LaGiardiniera il 28 febbraio 2006 alle 01:03

    Non ho capito la parte sul bambino “naturalmente colpevole”. Scusate, non sono tanto intelligente… qualcuno può spiegarmela?

  34. fm il 28 febbraio 2006 alle 01:24

    @ Matteo

    Scusa se ti ho “offeso”, ma succede quando non si hanno i tuoi finissimi strumenti di analisi, pronti a garantire a favore di un’arte che solo tu riscontri, attraverso una lettura che è la “tua” e che non mostra nessun rispetto per chi ne ha raccolto un’altra impressione. Si dà il caso, però, e tu prova a considerarlo almeno di sfuggita se ti riesce, che per qualcuno la “vita” (sì, hai capito bene: la vita) possa venire prima (sempre), e avere più valore in assoluto, di ogni forma di rappresentazione letteraria. Mozzi sarà anche un “grande scrittore” (e sono fiero di non meritarlo, se la sua grandezza si risolve in quei capolavori), quel testo dovrebbe essere inquadrato nell’opera complessiva da cui è tratto: bene: ma io, qui davanti a me, ho quelle righe, quelle immagini: e non c’è cultura che tenga, non serve a un cazzo tutta la tua e la mia cultura, perché se voglio comunicare coi miei figli, o con qualsiasi bambino di questo mondo, tutto il mio sapere diventa un muro, non uno strumento di contatto: sono io che devo regredire a quel sentire, a quell’immaginario, a quei valori, non l’altro, il “diverso”, che deve spogliarsi della sua dimensione per adeguarsi al mio universo malato. Il “vomito” è proprio il frutto di questa reazione: il rifiuto di una cultura che pùò produrre, a qualsiasi titolo, strumenti di giustificazione (del lager: e quella stanza è un lager), perchè tali si rivelano alcuni commenti, di un orrore che tu e qualche altro conoscete solo per sentito dire, perché ne leggete nei libri. La vita, con i suoi drammi, è altrove. Quell’osceno pastrocchio non denuncia una beata fava: la Fuschini, per rappresentare un orrore della stessa specie, ha scelto altre strade: e la commozione vera di tanti che hanno letto quelle venti righe mi dice solo che l’autrice, prima di scrivere, vive, è vera e reale, non un frutto inerte e senza semi della sua stessa penna. Quel racconto, o presunto tale, invece, è offensivo: offensivo nei confronti dell’infanzia violata, qui e altrove, ieri e oggi: un’infanzia a cui non rende una briciola di giustizia, né di umanità.

  35. db il 28 febbraio 2006 alle 01:49

    Il difetto del racconto è che applica uno schema generico a una realtà specifica. Se al posto del bambino mettiamo una prostituta o una coquette, il racconto regge uguale. E questo è un guaio, perché, alla fine, della cosa non sappiamo niente (se non che un bambino è come…, il che è falso).
    Il titolo poi, che penso volesse essere provocatorio, riflette nolente questa genericità (come se a una storia di pescatori si desse il titolo “animali”, ossia il genere che comprende la spece “uomini” che comprende la sottospecie “pescatori”).

  36. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 03:58

    Caro Fm,
    probabilmente non mi sono spiegato affatto bene e mi dispiace.
    Vedi, trovo coerente, ma fuori luogo che tu mi venga a parlare di cos’è la vita vera. E’ stata proprio questa impostazione del confronto tra difensori dei valori e cinici sostenitori dell’arte, che io trovo strampalata e un po’ sterile, a infastidirmi e a farmi parlare di offesa non certo nei confronti dell’arte, o nei miei, ma proprio in quelli dell’infanzia violata. Credo che ci volesse e ci voglia più accortezza parlando di pedofilia e di letteratura, probabilmente più tempo, e in questo senso cercherò adesso di spiegarmi, precisando subito, per non incorrere in nuove bastonature, che tutto quel che segue è solo un personale punto di vista che contiene tuttalpiù un invito, ma niente di tremendo.
    Per fugare confusioni ti dico immediatamente che la letteratura è per me il luogo dove mettere in scena ciò che della vita vera, nella vita vera, i paradigmi culturali e di costume non ci permettono di cogliere. Naturalmente facendo appello, con maggiore o minore intensità, alla sensibilità del lettore. La letteratura vera deve o dovrebbe saper spostare le coscienze indirizzandole altrove ed è questo per altro un pensiero assai consueto.
    Ora io, senza problemi, in virtù di questo ti dico: Amore è un racconto sulla genesi di un trauma costruito per indizi visivi. Altro che pornografia. La pornografia lasciamola al cinema e al video making. Un video girato in quella stanza-lager sarebbe pornografia. Ma la letteratura (intendo prosa narrativa) non può essere pornografica perché non può mostrare, può al massimo svelare, magari rivelare. Quindi, con questa storia della pornografia in letteratura io la smetterei, perché è un modo di utilizzare le parole che alla lunga le falsifica, anche se in buona fede.
    Tornando allo sciocco scontro tra i paladini della “vita viene prima di tutto” contro gli algidi “eredi dei fratelli Goncourt” (scontro che io vorrei far cadere), ti dirò che un solo rimprovero io faccio a Giulio: questo suo racconto svela, prima di tutto, una finissima sensibilità di narratore e la svela sopra il resto. La precisione dei gesti messa in atto presuppone una delicatissima, davvero delicatissima, operazione di immedesimazione da parte dell’autore e, torno a ripetere, soprattutto nei confronti del bambino. Questo genera irritazione. Sembrerebbe un esercizio di stile à la Mozzi, tanto più odioso perché operato su un tema intoccabile come quello della pedofilia. Questo distoglie, nella valutazione, dalla qualità del racconto ed è un limite.
    Dopodiché, quel che è fatto è fatto. Io leggo Amore e so chi è un bambino nel momento esatto in cui riceve violenza, so come si comporta e perché si comporta così e posso intuire anche che cosa ne sarà di lui. Questo mi avvicina alla comprensione di un problema la cui soluzione non sta nella rimozione. Questo sposta la mia coscienza, questo è letteratura. E’ bene, sacrosanto, che faccia male.
    Non diamo, per altro, alla letteratura le stesse responsabilità di un video porno amatoriale. La letteratura ha delle responsabilità, ma sono molto diverse.

    Tu mi dirai: si, ma quale spostamento di coscienze? Dove indirizza le coscienze Giulio con il suo racconto? Quello che Giulio ci dice, lo sappiamo già. Il suo racconto è gratuito, non serve.
    Tu hai ragione, io ti dico, ma sperando di nuovo di non essere considerato arrogante, è proprio qui che penso andrebbe fatto un passo in più, perché non credo che, come dicevi tu, si tratti di un racconto di denuncia. Per quanto mi riguarda non ho vomitato al termine di questo racconto, ma mi sono commosso. Credo che l’autore sia arrivato a svelare, con grande finezza poetica, la psicologia di un bambino violato (la pistola premuta contro l’ombelico, la pistola, per favore, non il sesso orale, la pistola tenuta nella mano abbandonata, quella è importante!) esclusivamente attraverso una sensibilità. Questa attenzione, questa delicatezza dell’autore che è sempre presente, sempre e dice “Io so cosa capita a questo bambino”, questo è Amore. L’intelligenza di uno scrittore, la capacità di affondare lo sguardo e capire e conoscere laddove non si vorrebbe nemmeno buttare un occhio e dove si rischia di rimuovere insieme al male anche la cura della vittima, questo è Amore.
    Caro Fm, la stragrande maggioranza degli abusi avviene in famiglie dove uno dei due genitori, solitamente il padre, abusa, e l’altro sa, ma si immagina di non sapere niente di quel che capita dietro la porta. Amore dice non quello che capita dietro la porta (quello lo direbbe un video pedopornografico), ma quello che capita dentro un bambino. Questo rende giustizia a un bambino violato, secondo me, con un’attenzione che è frutto di coraggio o di vittoria sulla paura, dote che forse non possiamo chiedere a noi stessi, ma possiamo almeno ringraziare uno scrittore quando ce l’ha lui per noi.

    Ps. Le venti righe di Gabrella Fuschini sono veramente molto belle. Ma consentimi di dire che non sono un termine di paragone perché trattano, in modi doverosamente differenti, un problema molto differente. Sul quale, per altro, siamo già svezzati da molto tempo, tanto che accettiamo di sentirne parlare Maurizio Costanzo e Morelli, alle dieci di mattina, facendo colazione.

    @La giardiniera: naturalmente colpevole si riferisce al senso di colpa del bambino violato, che psicologicamente attribuisce per sempre a sé stesso la responsabilità della violenza.

  37. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 04:00

    Caro Fm,
    probabilmente non mi sono spiegato affatto bene e mi dispiace.
    Vedi, trovo coerente, ma fuori luogo che tu mi venga a parlare di cos’è la vita vera. E’ stata proprio questa impostazione del confronto tra difensori dei valori e cinici sostenitori dell’arte, che io trovo strampalata e un po’ sterile, a infastidirmi e a farmi parlare di offesa non certo nei confronti dell’arte, o nei miei, ma proprio in quelli dell’infanzia violata. Credo che ci volesse e ci voglia più accortezza nel parlare di pedofilia e di letteratura, probabilmente più tempo, e in questo senso cercherò adesso di spiegarmi, precisando subito, per non incorrere in nuove bastonature, che tutto quel che segue è solo un personale punto di vista che contiene tuttalpiù un invito, ma niente di tremendo.
    Per fugare confusioni ti dico immediatamente che la letteratura è per me il luogo dove mettere in scena ciò che della vita vera, nella vita vera, i paradigmi culturali e di costume non ci permettono di cogliere. Naturalmente facendo appello, con maggiore o minore intensità, alla sensibilità del lettore. La letteratura vera deve o dovrebbe saper spostare le coscienze indirizzandole altrove ed è questo per altro un pensiero assai consueto.
    Ora io, senza problemi, in virtù di questo ti dico: Amore è un racconto sulla genesi di un trauma costruito per indizi visivi. Altro che pornografia. La pornografia lasciamola al cinema e al video making. Un video girato in quella stanza-lager sarebbe pornografia. Ma la letteratura (intendo prosa narrativa) non può essere pornografica perché non può mostrare, può al massimo svelare, magari rivelare. Quindi, con questa storia della pornografia in letteratura io la smetterei, perché è un modo di utilizzare le parole che alla lunga le falsifica, anche se in buona fede.
    Tornando allo sciocco scontro tra i paladini della “vita viene prima di tutto” contro gli algidi “eredi dei fratelli Goncourt” (scontro che io vorrei far cadere), ti dirò che un solo rimprovero io faccio a Giulio: questo suo racconto svela, prima di tutto, una finissima sensibilità di narratore e la svela sopra il resto. La precisione dei gesti messa in atto presuppone una delicatissima, davvero delicatissima, operazione di immedesimazione da parte dell’autore e, torno a ripetere, soprattutto nei confronti del bambino. Questo genera irritazione. Sembrerebbe un esercizio di stile à la Mozzi, tanto più odioso perché operato su un tema intoccabile come quello della pedofilia. Questo distoglie, nella valutazione, dalla qualità del racconto ed è un limite.
    Dopodiché, quel che è fatto è fatto. Io leggo Amore e so chi è un bambino nel momento esatto in cui riceve violenza, so come si comporta e perché si comporta così e posso intuire anche che cosa ne sarà di lui. Questo mi avvicina alla comprensione di un problema la cui soluzione non sta nella rimozione. Questo sposta la mia coscienza, questo è letteratura. E’ bene, sacrosanto, che faccia male.
    Non diamo, per altro, alla letteratura le stesse responsabilità di un video porno amatoriale. La letteratura ha delle responsabilità, ma sono molto diverse.

    Tu mi dirai: si, ma quale spostamento di coscienze? Dove indirizza le coscienze Giulio con il suo racconto? Quello che Giulio ci dice, lo sappiamo già. Il suo racconto è gratuito, non serve.
    Tu hai ragione, io ti dico, ma sperando di nuovo di non essere considerato arrogante, è proprio qui che penso andrebbe fatto un passo in più, perché non credo che, come dicevi tu, si tratti di un racconto di denuncia. Per quanto mi riguarda non ho vomitato al termine di questo racconto, ma mi sono commosso. Credo che l’autore sia arrivato a svelare, con grande finezza poetica, la psicologia di un bambino violato (la pistola premuta contro l’ombelico, la pistola, per favore, non il sesso orale, la pistola tenuta nella mano abbandonata, quella è importante!) esclusivamente attraverso una sensibilità. Questa attenzione, questa delicatezza dell’autore che è sempre presente, sempre e dice “Io so cosa capita a questo bambino”, questo è Amore. L’intelligenza di uno scrittore, la capacità di affondare lo sguardo e capire e conoscere laddove non si vorrebbe nemmeno buttare un occhio e dove si rischia di rimuovere insieme al male anche la cura della vittima, questo è Amore.
    Caro Fm, la stragrande maggioranza degli abusi avviene in famiglie dove uno dei due genitori, solitamente il padre, abusa, e l’altro sa, ma si immagina di non sapere niente di quel che capita dietro la porta. Amore dice non quello che capita dietro la porta (quello lo direbbe un video pedopornografico), ma quello che capita dentro un bambino. Questo rende giustizia a un bambino violato, secondo me, con un’attenzione che è frutto di coraggio o di vittoria sulla paura, dote che forse non possiamo chiedere a noi stessi, ma possiamo almeno ringraziare uno scrittore quando ce l’ha lui per noi.

    Ps. Le venti righe di Gabrella Fuschini sono veramente molto belle. Ma consentimi di dire che non sono un termine di paragone perché trattano, in modi doverosamente differenti, un problema molto differente. Sul quale, per altro, siamo già svezzati da molto tempo, tanto che accettiamo di sentirne parlare Maurizio Costanzo e Morelli, alle dieci di mattina, facendo colazione.

    @La giardiniera: naturalmente colpevole si riferisce al senso di colpa del bambino violato, che psicologicamente attribuisce per sempre a sé stesso la responsabilità della violenza.

  38. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 04:02

    pardon, ho postato due volte per errore

  39. Pamela Canali il 28 febbraio 2006 alle 04:31

    Giulio, come ti permetti di scrivere un racconto sull’incontro tra un pedofilo e un bambino precedentemente circuito e plagiato ad arte? Così ci confondi, non riusciamo a capire se si tratti di eros o di pornografia o altro. Non abbiamo elementi sufficienti, stiamo ad arrovellarci e tormentarci. cerchiamo lumi nella tua biografia. Siamo sicuri che non sei pedofilo, allora forse sei un discendente degli antichi greci? No, non lo sei. Solo un pedofilo o un greco antico nonché pedofilo potrebbe raccontare degnamente e poeticamente questa storia, farne una storia d’amore. Forse vuoi portarci sulla cattiva strada, offrendoci un racconto come si offre uno spinello? Vuoi che noi si diventi tutti pedofili? Hai scritto un racconto che sembra erotico, ma non lo è, ci fa solo incazzare e star male. Dov’è l’amore che ci hai promesso nel titolo? Quel titolo è una vera e propria truffa.

    Questo racconto, secondo me, raggiunge perfettamente il suo scopo. Il male fa male, il male è follia. Entriamo nella testa di un pedofilo, che è un uomo qualunque, apparentemente, potrebbe essere chiunque. Ha una casa normale e se deve comprare un giocattolo va all’Upim. Quest’uomo lascia che il bambino giochi, che inserisca il gioco nell’altro gioco che l’uomo gli ha insegnato e che a lui non piace. Il bambino continua ininterrottamente a giocare con la sua pistola nuova e solo nel gioco riesce a rappresentare i suoi sentimenti per quello che l’uomo gli sta facendo. Il bambino vuole uccidere l’uomo.
    E’ facile, se se ne ha l’occasione, circuire e plagiare un bambino. I bambini non sanno niente e si fidano degli adulti. Ogni adulto, il più sfigato degli adulti, per un bambino è un’autorità.
    I pedofili sono pazzi, poeti o no. Hanno perso il contatto con la realtà, hanno perso la capacità di avere rapporti umani, di considerare i propri simili come esseri capaci di soffrire. Infliggono sofferenza, inventando, nel loro delirio, sentimenti inesistenti nei bambini. Il bambino del racconto vuole uccidere l’uomo per quello che gli sta facendo.
    Ho sentito serpeggiare nei commenti il timore del contagio. Non c’è possibilità di contagio in questo racconto che mostra, in modo solo apparentemente neutrale, tutto l’orrore della pedofilia. Non c’è possibilità di contagio per chi non sia già pazzo di suo.

  40. mag il 28 febbraio 2006 alle 07:57

    Qui trovo tutto il vero di una relatà spesso nascosta, taciuta.
    I bambini, prima di diventare adulti, sono vicinissimi all’eros proprio per la loro ingenuità, la mancanza di senso di peccato, che avvicina il loro corpo in maniera tanto desiderata al mondo dell’erotismo adulto.
    La pedofilia è ridare bellezza alla propria infanzia.
    Se questo succedesse senza invadere lo sviluppo del bambino, non ci sarebbero implicazioni morali, che per altro con l’eros hanno sempre poco a che fare.
    Il confine tra abuso e gioco è molto labile, capirlo è troppo difficile, giudicarlo arduo.
    Se le pulsioni erotiche fossero esenti da sdoganamenti morali, ciascuno di noi si spaventerebbe della quantità e varietà di oggetti investibili dal nostro desiderio.
    Un caos….evitato dalla morigeratezza dei costumi, dalle direttive delle religioni, e dai veti etici.

  41. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 08:08

    @pamela
    “Solo un pedofilo o un greco antico nonché pedofilo potrebbe raccontare degnamente e poeticamente questa storia, farne una storia d’amore.”
    certo te la sei rigirata un po’ come ti pareva.

    a me il racconto piace, nel senso che dice e coglie il segno.
    concordo in questo con Matteo.
    non avevo intenzione di assolverlo da nulla.
    tuttavia voi, seguitando un po’ scioccamente ad incentrarvi solo sul fanciullo (forse lo fa anche Mozzi), mostrizzate l’adulto.
    succede sempre così, di questi tempi.
    fine e ciao.

  42. db il 28 febbraio 2006 alle 09:34

    Matteo scrive: *La pornografia lasciamola al cinema e al video making. Un video girato in quella stanza-lager sarebbe pornografia. Ma la letteratura (intendo prosa narrativa) non può essere pornografica perché non può mostrare, può al massimo svelare, magari rivelare*
    Libertario per le lettere e censorio per le immagini? Ci vorrebbe un nuovo Lessing, che togliesse il graphéin da “porno-grafia”.
    *Sembrerebbe un esercizio di stile à la Mozzi, tanto più odioso perché operato su un tema intoccabile come quello della pedofilia.*
    Direi il contrario: sembra che tocchi un tema intoccabile, ma è un mero esercizio di stile.
    *Credo che l’autore sia arrivato a svelare, con grande finezza poetica, la psicologia di un bambino violato (la pistola premuta contro l’ombelico, la pistola, per favore […] Amore dice non quello che capita dietro la porta (quello lo direbbe un video pedopornografico), ma quello che capita dentro un bambino. Questo rende giustizia a un bambino violato, secondo me, con un’attenzione che è frutto di coraggio o di vittoria sulla paura* (e Pamela specifica: *Il bambino continua ininterrottamente a giocare con la sua pistola nuova e solo nel gioco riesce a rappresentare i suoi sentimenti per quello che l’uomo gli sta facendo. Il bambino vuole uccidere l’uomo*).
    La mia tesi è questa: Mozzi va a puttane e perciò va a puttane il racconto.
    Mozzi va a puttane in effigie, qua scrittore (non in realtà come molti, né in idea come Diderot nell’incipit del Nipote di Rameau), ossia schematizza un materiale desumibile dall’area adulta. Nella casella vuota della prostituta/coquette/marchettaro inserisce un bambino: dovendo qualificarlo, opta per il significante-pistola. Ora, in sé il gioco parlato/agito della pistola è affatto pertinente, ognuno di noi lettori lo ode/vede quotidianamente tra bambini, dove il “Ti uccido” è addirittura topico. E questo gioco, come del resto altri, assume e presenta una gamma di significati assai vasta, che va da un minimo a un massimo di aggressività. Possiamo dire che più aggressivo diventa, meno gioco rimane.
    MOZZI: *Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola»*«Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola*Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola*«Fammi venire», disse ancora l’uomo. Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse. L’uomo disse: «Io ti voglio bene». «Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte. «Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse. Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi. L’uomo venne sussultando*«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere*.
    La sequenza è standard dell’erotismo sado-maso adulto: il più anziano maso + il/la più giovane sado + il medium/attrezzo. La sequenza ovviamente può essere applicata anche al rapporto con un bambino, ma perdendo totalmente la specificità del rapporto stesso (si può cioè sempre dire che c’è almeno un bambino che si comporta da adulto, ma appunto letteralmente “non fa testo”). Se poi al “Ti uccido” si vogliono dare valenze retoriche di opposizione/liberazione, la frittata, oltre che fatta, risulterà bruciata.

    DB

  43. giuliomozzi il 28 febbraio 2006 alle 09:35

    Come ha ricordato Piero Sorrentino, questo racconto è stato effettivamente oggetto di un’interrogazione parlamentare. Chi volesse può leggere qui il verbale della seduta: http://www.giuliomozzi.com/archives/2003/12/cinque_anni_fa.html
    Concordo con l’osservazione di Georgia: “In questo racconto non esiste un grammo di eros”. Questo è un racconto sul potere, non sull’eros.

  44. Cristina il 28 febbraio 2006 alle 10:04

    Mozzi, dopo 42 commenti l’unica cosa che sai dire è che hai scritto un racconto sul potere?

  45. angelo il 28 febbraio 2006 alle 11:29

    P otere…P istole…P iselli…mah!!!

  46. Baldrus il 28 febbraio 2006 alle 11:32

    Unoqualunque, la tua accusa ricorre spesso: se uno “scrive per Mondadori” i commenti che non stroncano hanno sempre come scopo quello “di ingraziarselo”. Dico, ma dobbiamo commentare con un manuale in mano, un elenco di editori che sono “fedeli alla linea?”

  47. maline il 28 febbraio 2006 alle 11:32

    Mah… sarà anche un racconto sul potere, ma c’è troppo compiacimento, troppa calligrafia.
    È indubbio che esistano lati cosiddetti oscuri, in ognuno di noi, dei quali raramente riusciamo a parlare -che sono ridicolmente incoffessabili anche a noi stessi a volte. È indubbio che la morale non può essere un metro per valutare le cose -è una barriera imposta non una scelta (ed una maturità) maturata. Ma questo indugiare nel particolare (accettabile se fosse feticismo) è ciò che toglie alla scrittura la sua capacità catartica. Mi tornano in mente certe foto dettagliate di corpi straziati da bombe nelle quali in nome della verità, del così-è, si esercita alla fin fine solo uno sterile voyeurismo, che stuzzica e provoca la morale ma non è in grado di fare un solo passo più in là: l’orrore della guerra non è nel corpo straziato, che muove solo le corde dell’emotività, ma blocca spesso il pensare; bensì nella bomba che cade -quel che accade dopo non è davvero che un “collateral damage”…

  48. georgia il 28 febbraio 2006 alle 11:55

    Il racconto è vecchiotto come mai ci viene riproposto oggi?
    E’ provocatoria la cosa oppure è solo un bello spot pubblicitario sbattutoin prima pagina?
    Alcuni di voi analizzano il racconto e finiscono per essere più pornografici dell’autore :-(, pietoso.
    Lo ripeto il racconto è un brutto racconto (capita anche ai migliori) e quindi risulta pornografia per l’argomento che tratta.
    La “letteratura” pornografica esiste ed ha anche un florido mercato, quindi nulla di male, la stupidità sta nel chi, volendo assolvere il racconto, vuole fare nobili paragoni che proprio non esistono.
    Nessuno, se non un pavido parvenu della letteratura, oserebbe mai paragonare, un qualsiasi raccontino porno su un amore tra una ragazzina e il padrigno con lolita o gigi di colette (era lo zio ma fa lo stesso)
    Se noi ci cimentassimo in quel genere, con descrizioni crude, esibite, senza lasciare nulla all’immaginazione, forse i più abili di noi riuscirebbero a scrivere un buon (dal punto di vista commerciale) racconto pornografico, ma nulla di più.
    Solo uno su 1000 milioni scrive Lolita la cui poesia da le ali all’argomento scabroso. Il guaio è che simili argomenti anche senza ali vendono parecchio.
    Giulio obbiettivamente non c’è riuscito ad alzarsi da quell’orrido letto, lui dice che è un racconto sul potere. Boh… come racconto del genere porno, l’ho già detto, è abile e si vede che da anni “insegna” scrittura. Come racconto sul potere è un autentico fallimento: racconto puerile e muto e, a mio modesto giudizio, non comunica nulla del genere.
    Semmai l’avercelo imposto, quasi provocatoriamente, senza una riga di introduzione per spiegarci il perchè, l’averlo scelto fra tutti i racconti, del libro, per sponsorizzarlo nel sito della mondadori, la derisione di chi vomita giudicandolo un interlocutore deprimente, lo stesso che trova gli altri deprimenti che ci accusa di fare la mostrizzazione dell’adulto e di non considerare eventuali *colpe* del bambino. BLEAH …. di moda oggi difendere il forte e dare addosso al debole, succede tutti i giorni.
    L’insistenza dei fan come matteo a dire, con protervia, che non ci meritiamo simile meraviglia (ah ah ah ah, la pubblicità è l’anima del cmmercio), Tutto questo si che a me parla del Potere e del Conformismo Marziale di ora, molto attuale visto che la pornografia è al momento molto usata per esportare la “civiltà” nel mondo.
    Si con questo racconto il potere c’entra parecchio, per questo ho vomitato, ma non è la scrittura (o la fabula) che ci comunica il gesto orrido del potere (lì rimaniamo nella pornografia banale e forse cattiva) ma tutto il paratesto che gira intorno al racconto. Compreso la ormai *macchina* tash che candido dice: ma non ha descritto una scena di violenza!
    Io vorrei cambiare genere. Cioè … non voglio più appartenere al genere umano
    geo

  49. georgia il 28 febbraio 2006 alle 11:57

    maline hai scritto veramente un bel commento.
    mi fai pensare … e non è poco

  50. arminio il 28 febbraio 2006 alle 12:21

    a me interessano le scritture radicali e radicate. poi possono essere delle fiction o delle testimonianze di cose vere poco importa, e dipende sempre da quello che è congeniale a chi scrive. che potere ha la letteratura se non riflette in maniera impietosa sul potere? il potere che non è prerogativa di quei miserabili che stanno al parlamento. bisogna incoraggiare chi scrive cose radicali, sta lavorando per rendere meno asfittica la vita. la letteratura non può adeguarsi al clima da caserma che c’è in giro.

  51. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 12:25

    “Solo uno su 1000 milioni scrive Lolita la cui poesia da le ali all’argomento scabroso.”
    eh.
    la poesia che “da le ali”.
    cioè nobilita la materia vile.
    la parola “scabroso”.

    (l’ormai macchina) tash

  52. Cristina il 28 febbraio 2006 alle 12:29

    Questo racconto non è radicale. Dostoevskij è radicale, Houellebecq è radicale. Questo racconto è pieno di conformismo, è apologetico e autoindulgente, dunque esattemente il contrario di radicale. Nessuno ricorda quel thread nato a seguito del post di Giulio Mozzi “Un ragno nella mente”, qui su NI, in cui venne fuori un singolare accostamento tra la xenofobia e la pedofilia?

  53. georgia il 28 febbraio 2006 alle 12:41

    @ Arminio e a te sembra scrittura radicale?
    boh …
    è proprio la scrittura di quel racconto a non essere radicale, ma conformista marziale. Tu confondi la scrittura con l’argomento trattato che, ad essere dei puritani in incognito, si può anche considerare un argomento radicale.

    Come per i colori, si vede che io e te vediamo scritture diverse
    a me la scrittura da caserma (che poi spesso è pornografia) sembra proprio quella di quel racconto, hai usato un termine giustissimo che mi piace: scrittura da caserma
    Sottolineo che tu a volte riesci ad avere una scrittura radicale (che brutta parola scrittura radicale sembra quasi sinistra radicale ;-)) ad affrontare argomenti con vera poesia, non sempre, ma alle volte ci sei riuscito.
    Ci riesce molto bene, per dote quasi naturale,Andrea Di Consoli, ma mozzi in questo racconto no. Mi sembra quasi che tu cerchi di scivolare sugli specchi per vedere quello che in realtà non vedi neppure tu ;-)
    geo

  54. Franz Krauspenhaar il 28 febbraio 2006 alle 12:46

    Un bellissimo racconto, disturbante senza nessunissimo compiacimento, senza nessun “abbellimento” pulpico.
    Un racconto che, a saperlo leggere (risoffermandosi, perlomeno) trovo molto morale.
    Ci vuole coraggio.

  55. mag il 28 febbraio 2006 alle 12:56

    C’è una distanza abissale tra i commenti e il post.
    Ho l’impressione che nessuno abbia centrato il punto nodale, che sfugge, rimanendo confinato nel non compreso, nel timore, nel tabu’.
    anche io faccio fatica a focalizzarlo.
    Mi sento come dopo la visione dei film di Kubrick e Haneke: attonita e sconvolta.
    Ma dopo mesi di riflessioni, ho quasi sempre cercato le ragioni di realtà tanto scomode, le logiche di ogni avvenimento, comprensione necessaria per averne meno paura.
    La criminalizzazione della pedofilia non aiuta, aiuterebbe invece comprenderla e prevenirla.
    La violenza, l’abuso di potere(?) in generale è qualcosa di incomprensibile proprio perchè apparentemente illogici.
    Ma la sua comprensione è molto piu’ dolorosa di un comodo giudizio superficiale, perchè ci costringerebbe a prendere coscienza degli infimi livelli in cui la natura umana esprime la sua maggiore crudeltà.
    Nessuno puo’ sentirsi indenne dalla spietatezza o dalle bassezza, non conosciamo le ragioni dell’altro ne’ come ci comporteremmo noi al suo posto.

  56. LaGiardiniera il 28 febbraio 2006 alle 12:56

    @mag: “La pedofilia è ridare bellezza alla propria infanzia.”
    È possibile che per difendere una posizione si debba arrivare a questi estremi, a questo assurdo (l’assurdo del tuo commento)? Dovrebbero mettere te in moderazione: la pedofilia è un reato, non è “ridare bellezza alla propria infanzia”. La “morale” che tu invochi non è per forza moralismo posticcio (ma veramente si può trattare in questo modo un concetto come quello di “morale”?).
    Anche a me questo pezzo sembra più vicino a piatta pornografia che a una magnifica opera d’arte, da noi immeritata. In questo senso trovo che quella di @db sia l’analisi più puntuale ed esatta di ciò che infastidisce nel racconto.
    Forse dovremmo smettere di commentarlo, per non scatenare eccessi come quello di cui sopra…

  57. mag il 28 febbraio 2006 alle 13:06

    Care ragazze, giardi e geo, sono contenta che questo post abbia scatenato i terrori di ognuno e tanto accoramento.
    Parlo come parlerebbe uno psichiatra o un criminologo, non un giudice, questo non è un tribunale.
    Non credo che si possa sconfiggere o inibire la pedofilia affidandola solamente ai giudici…il poso è solo descrittivo nè opera d’arte nè pornografia.
    Sicuramente le mamme sono le meno adatte a comprendere questo fenomeno, proprio per questo io ci voglio provare.

  58. georgia il 28 febbraio 2006 alle 13:18

    Scrivere “la pedofilia è ridare bellezza alla propria infanzia” cara mag non è altro che scrivere nella neolingua attuale che tanto mi fa orrore, poi tu (e voi tutti) rigiratevela come volete, la realtà, l’arte, se dio vuole, è altrove che nello stagno di questo colonnino.
    Ma che altro si può chiedere a persone che restano in silenzio, come se non succedessero, di fronte alle bombe e alle torture che stiamo facendo nel mondo.
    Vi elenco le parole irrimediabilmente danneggiate in pco tempo, parole dolci che proiettavano Contenuti
    Democrazia = se ci penso ora vedo bambini spiaccicati contro il muro come decalcomanie.
    Libertà d’espressione = se ci penso ora vedo libertà di offendere i più deboli. Vedo calderoli, borghezio :-(((
    Amore = spero duri poco, ma per ora vedo quelle pietre pornografiche messe una in fila all’altra, e che qualcuno chiama scrittura radicale.
    Infanzia = mio dio magda ora ti ci metti pure tu a fare la killer del vocabolario e ad impallinare le mie parole preferite?

  59. mag il 28 febbraio 2006 alle 13:22

    Per evitare interpretazioni superficialie frettolose, riprendo e specifico:
    dal punto di vista patologico, la pedofilia, corrisponderebbe alla rivisitazione della propria infanzia in chiave adulta, per cercare in maniera diacronica, di rivivere oggi, quello che ieri è stato vissuto in maniera incompleta o traumatica.
    Quindi la metafora incompiuta che consente la comprensione della stessa è ridare bellezza e/o completezza alla propria infanzia, non vissuta, rubata, abusata, incompleta.

    http://www.unich.it/tabella/scsociali/criminol2.pdf

  60. georgia il 28 febbraio 2006 alle 13:34

    mag??????
    Boh? e doppio boh, un po’ come quando ci parlavi di filosofia e hai scritto 4 volte sbagliato Leibniz.
    Certi argomenti forse, se non si conoscono veramente a fondo, sarebbe meglio lasciarli stare, e non discuterli in un colonnino.
    Come un chirurgo che non sa operare sarebbe bene che facesse un altro lavoro. lo dico per esperienza di questi giorni in cui una amica ha rischiato di morire perchè le hanno fatto danni operandola.
    Insomma oggi ognuno crede ci si possa improvvisare in tutto, anche nella radicalità. Il liberismo sfrenato (e da loro definito libertario) della nuova destra ce lo fa credere, ma NON è così, prima o poi verrà presentato il conto e sarà pure salato e chi lo pagherà si spera che sappia rimanere macchina come lo è stato nei confronti del prossimo, così soffrirà meno.
    geo

  61. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 13:41

    @georgia: le nostre posizioni sono abbastanza speculari, a te il racconto ha fatto schifo a me è proprio piaciuto e mi pare che nell’esprimerlo con concitazione riusciamo a peccare entrambi di un po’ di assolutismo del quale io in generale mi scuso, magari fallo anche tu.

    @db
    purtroppo la natura umana non è così varia come ci piacerebbe e ognuno è, suo malgrado, stereotipabile. Proprio come rilevi tu, bambino e uomo sono spersonalizzati, ma non al punto da diventare pezzi rimovibili e intercambiabili con altri soggetti. Giulio dice: è un racconto sul potere. La trovo un’uscita al limite della provocazione, dal momento che nelle relazioni umane si tratta sempre di potere. Amore sembra qualcosa di più, sembra nato dalla lettura attenta di trattati e trattati di psicologia dell’abusatore e dell’abusato. Ogni gesto e ogni parola di questo racconto sono perfettamente rappresentativi non già di quel bambino e di quell’adulto, ma del tipo di relazione messa in atto, un rapporto pedofilo, che implica nell’uno e nell’altro quei comportamenti e quelle reazioni. Per quel che mi riguarda, poiché questo racconto non è e non credo voglia essere solo un buco nero, rinnovo l’invito a cercare il barlume di luce che contiene.

  62. mag il 28 febbraio 2006 alle 13:48

    Io sono vicina a Franz e Matteo, non penso che siano dei pazzi visionari o dei pedofili, semplicemente persone che “vedono” e persone “vissute”

    geo: non me ne frega nulla delle formalità, non mi ricordo nemmeno come si scrive il mio indirizzo di casa in maniera corretta, non voglio assolutamente passare per un modello di stile linguistico.
    in questo non sono una signora.

  63. georgia il 28 febbraio 2006 alle 13:50

    matteo perchè dovrei scusarmi?
    Io non ho mai escluso che un racconto pornografico possa piacere parecchio, anzi è molto più commerciale.
    Che a te sia piaciuto non è cosa che mi abbia stupito, semmai è un dettaglio in più per capire come mai giulio ce lo abbia postato oggi dopo 9 anni che lo aveva scritto.
    geo

  64. georgia il 28 febbraio 2006 alle 13:54

    Io mag NON sono vicina a Franz e Matteo, ma neppure io “penso che siano dei pazzi visionari o dei pedofili, semplicemente persone che “vedono” e persone “vissute””
    Se fossero dei visionari o dei pedofili ragionerebbero in maniera molto diversa.
    Anzi penso proprio come te: che siano persone *vissutissime* e molto pratiche dello stagno, mentre sul *vedono* … beh prima bisognerebbe trovarsi d’accordo sui moltissimi significati della *radice* di vedere ;-)

  65. db il 28 febbraio 2006 alle 14:14

    mag: “La pedofilia è ridare bellezza alla propria infanzia”. Ha fatto bene mag a dare il file sulla pedofilia, ha fatto male a copincollare una sola campana, quella junghiana, che nel file è dichiarata teoricamente la più debole, e giustamente perché è un discorso da preti (che per mestiere perdonano come i giudici condannano, mentre noi dovremmo/vorremmo capire).
    Che di “Lolita” ce ne sia 1 su 1milione, non è un argomento. Importante invece è notare che in Nabokov il titolo corrisponde al contenuto, ossia Lolita è descritta, interpretata ecc. Ora, Mozzi descrive l’adulto con tratti plausibili, ma nella casella del bambino ci mette qualcos’altro.
    Poniamo che io voglia scrivere un racconto e cavarmela con poco: prendo quello di Mozzi, al posto del bambino ci metto un marchettaro, al posto del “dono” un deca, al posto del sesso orale l’anale, e tutto mi torna. Il marchettaro come pattuito penetra l’adulto, poi l’adulto si mette in testa di penetrare il marchettaro, che reagisce: “Ti uccido”, e con un bastone al posto della pistola traduce in pratica. Poi, per rendere più accattivante il racconto, metto in coda 3 finali diversi, a scelta del lettore: 1-il marchettaro fugge da solo 2- due suoi compari sbucano fuori a finire l’adulto 3- un grande vecchio aveva organizzato tutto. Ci metto un bel titolo, tipo “Pasolini”, e via. Io dico che regge, e che non regge Moggi.

    DB

    PS Il libro più approfonfito sul tema che conosco è collettivo, Pedofilia-pedofilie, Bollati B., di psicanalisti genovesi che lavorano nelle istituzioni. Il plurale indica la voglia di capire-differenziare. Non vi ho trovato il tipo-Mozzi.

  66. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 14:20

    “quando ci parlavi di filosofia e hai scritto 4 volte sbagliato Leibniz”, scrive georgia: e questo mi piace, davvero.

    concordo con chi scrive che è un racconto coraggioso, che non è pornografico, che costringe a riflettere.
    concordo con chi scrive che demonizzare la pedofilia non significa per ciò stesso eliminarla, ma casomai, al contrario, significa renderla più pericolosa.
    aggiungo che nessuno di noi può scegliersi le proprie tendenze sessuali.
    se sei pedofilo probabilmente non sei contento di esserlo, perché l’unica scelta eticamente praticabile sarà l’astensione perpetua dall’oggetto dei tuoi desideri.
    non tutti ci riescono.
    trattarli da cani, come fa georgia e le altre, che li vogliono tutti in galera, forse meglio sul rogo, meglio ancora se sono loro ad appiccare il fuoco, è segno di un sentire cripto-fascistico: se è vero che la pedofilia minaccia le creature è anche vero che se trattiamo tutti i pedofili da mostri non solo non arriviamo da nessuna parte, ma apriamo le porte ad altre demonizzazioni.
    strano si debba ricordare qui, alle erinni giustizialiste, quello che dice nella sostanza e pacatamente mag: nessuno si creda esentato, in nome di chissà quale dono di nascita, da ciò che si manifesta nell’umano, perché non è né realistico, né ragionevole, né, appunto, umano.
    questo, naturalmente vale anche per i credenti.

  67. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 14:30

    @db
    Quello che tu dici vale per tutte le narrazioni. Da ogni storia è possibile estrapolare lo scheletro per poi rivestirlo con un’altra pelle. Delle storie è appunto la pelle che cambia, gli schemi narrativi in sé sono pochi. Oltretutto, inventando “Pasolini”, mi pare tu abbia dimostrato come cambiando i personaggi e la situazione, pur conservando lo schema, cambi anche, e di molto, il significato della relazione tra i personaggi e quindi la storia.

  68. georgia il 28 febbraio 2006 alle 14:31

    tash ma ci sei o ci fai?
    Dove ho parlato di galera e di rogo?
    Non ho neppure dato giudizi sulla pedofilia, ma solo sulla pornografia del racconto.
    L’unica mia colpa èdi aver dato inizio alla discussione prendendoti sul serio, era meglio se ti lasciavo dire le tue cazzate sui greci da solo, almeno finivano lì.

    Poi pregherei DB di non fare una subdola confusione fra omosessualità e pedofilia. L’omosessualità fra adulti è cosa del tutto normale e legittima come l’eterosessualità fra adulti.
    I bambini invece vanno SEMPRE lasciati stare, e protetti dalla comunità, anche da quella illuminata delle macchine che vanno alla ricerca della bellezza della loro infanzia perduta.

  69. Franz Krauspenhaar il 28 febbraio 2006 alle 14:33

    Ragionate con l’emotività, quindi non ragionate. Mozzi ha fatto centro, la letteratura puo’ far discutere e indignare, sollevare la pelle, far gridare allo scandalo. La letteratura puo’ essere potentissima. Questo lo sappiamo, ma qua sopra secondo me abbiamo in bella mostra un esempio direi significativo.
    Ma vi capisco; molti di voi probabilmente hanno figli, dunque credo sia normale “vedere” certe scene, per voi, con gli occhi di un padre; o di una madre, ancora di più.
    Ma bisogna oltrepassare la propria emotività, ad un dato punto, per tentare di agganciare il significato vero, un vero e proprio messaggio. Anche io, pur non essendo padre, dopo la prima lettura sono rimasto come colpito al volto. Facendomi forza, lo ammetto, ho riletto il racconto, credo di aver capito. E sono arrivato alla conclusione brevemente spiegata nel mio precedente commento.

  70. Matteo il 28 febbraio 2006 alle 14:34

    per altro, aggiungo che l’esempio che hai fatto, mi pare assai infelice.

  71. giuliomozzi il 28 febbraio 2006 alle 14:41

    Il mio articolo “Un ragno in mente” citato dalla persona che si firma semplicemente “Cristina” è qui: https://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/

    “Pedofilia pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo”, ed. Bollati Boringhieri, è a cura di Cosimo Schinaia.
    – in Psychomedia si possono trovare l’indice del volume [ http://www.psychomedia.it/pm-revs/books/schinaia.htm ] e un sostanzioso estratto [ http://www.psychomedia.it/pm/answer/abuse/schinaia.htm ].
    – In Psychiatry on line si può trovare un interessante intervento di Schinaia sul tema: “Mass media e pedofilia” [ http://www.priory.com/ital/sipemassmedia/schinaia2.htm ]

  72. georgia il 28 febbraio 2006 alle 14:50

    secondo me siete dei preti (franz e giulio) franz addirittura si eccita sul nulla, giulio arriva tutto trafelato a dare gli indirizzi del suo pezzo precedente (caso mai qualcuno se lo perdesse) secondo me altro che letteratura che fa discutere ecc. secondo me siete patetici e un po’ ridicoli ;-) e forse … pagati dalla lobby dei pedofili (se mai esistesse).

    Discutete un mese sì e l’altro pure contro i commenti, e contro i nick e poi vi eccitate dal numero dei commenti per trarre balorde conclusioni teoriche.
    ah ah ah ah ah ….
    ma se i post peggiori riescono ad avere un numero infinito di commenti e quelli migliori spesso scivolano via senza un commento o magari solo quello tenero di un amico.
    Il valore del post spesso (non sempre, a volte sono solo soporiferi) è inversamente proporzionale alla discussione che suscita.
    geo

  73. alice il 28 febbraio 2006 alle 16:22

    Una mia personale piccola postilla, al di là di tutte le vostre rispettabili impressioni da salottino letterario. Il fatto che questo testo sia oltremodo tanto perverso quanto eccitante, deve far riflettere. Solo questo. Grazie.

  74. mag il 28 febbraio 2006 alle 16:30

    Si nota con piacere che scorre un filo di comprensione tra chi è attento a stare “oltre”, questo è confortante e dice che la linea è esatta.

    Inoltre l’arma puo’ essere anche un simbolo fallico mutuato dal cucciolo d’uomo per poter attaccare ad “armi pari” l’adulto della sua specie, che se non si fosse relazionato in modo psicologicamente “onesto” non glial’avrebbe certo comprata, anzi regalata.

    Se Mozzi fosse un fotografo, sarebbe un ritrattista di psicologie di confine.

  75. georgia il 28 febbraio 2006 alle 16:30

    alice (che ‘un s’era mai vista prima) perverso ed eccitante lo sarà per te
    geo

  76. mauro il 28 febbraio 2006 alle 16:46

    GEO..PER IL SEMPLICE FATTO CHE ‘UN SERA VISTA PRIMA..NON TI DA’ DIRITTO..USARE L’ABITO PIU’ ARROGANTE DEL TUO GUARDAROBA..

  77. gianni biondillo il 28 febbraio 2006 alle 17:06

    GEORGIA,
    il post non è mio, ci penserà Giulio a farne quello che vuole.
    Quello che so è che se fosse mio una frase come quella che hai scritto tu non passerebbe. Questa:

    “secondo me siete dei preti (franz e giulio) franz addirittura si eccita sul nulla, giulio arriva tutto trafelato a dare gli indirizzi del suo pezzo precedente (caso mai qualcuno se lo perdesse) secondo me altro che letteratura che fa discutere ecc. secondo me siete patetici e un po’ ridicoli ;-) e forse … pagati dalla lobby dei pedofili (se mai esistesse).”

    A casa mia questo è insultare una persona non discutere un’idea. Non bastano un milione di emoticon per cancellare il fatto che hai dato a due persone rispettabilissime e moralissime non solo del prete eccitabile, del patetico e del ridicolo (ma come ti permetti?) ma anche che forse (quindi non improbabile) siano pagati da lobby di pedofili!!!
    Il fatto stesso io debba fartelo notare mi fa vergognare per te.
    Se il post era mio ti avrei cancellata all’istante.
    (e, ti anticipo, te lo dico da padre sensibilissimo sull’argomento, da chi su questo tema ha discusso anche alacremente a suo tempo con Giulio. Ma che non ha mai perso la misura e ha sempre creduto nella qualità suo interlocutore).
    Dammi del fascista se vuoi, del pedofilo, dello sceriffo. Me ne sbatto. Sei tu che stai insultando, notalo. Non io.

  78. Cristina il 28 febbraio 2006 alle 17:19

    Senti Franz, smettiamola con questa storie delle mamme sensibili. Io non ho figli, non sono sposata e sono omosessuale, dunque di “escursione” dei comportamenti sessuali qualcosa ne so. il racconto mi fa schifo e non smetterò certo di ripeterlo perchè arriva il saggio di turno a dirmi che alla letteratura tutto è concesso, che la letteratura è radicale, che il racconto è nerissimo e profondo (sto parafrasando qua e là) etc. etc. quando per me non è in discussione un problema morale, perchè – detto molto chiaramente – quella cosa striminzita e morbosetta che voi dite “grande letteratura” non ha i mezzi, nè l’impostazione di porre alcun problema morale, nè tantomeno estetico.
    Voi non avete la minima idea di cosa sia anche un rigo soltanto di radicalità, vi riempite la bocca ecolalisticamente di roba che per il resto qui, su NI 2.0, smentite sistematicamente coi fatti, cioè con la roba che postate. E poi vi permettete pure di sbeffeggiare i commentatori facendoli passare per bacchettoni come se si avessero davanti Les fleurs du mal sotto processo. Avete semplificato tutti gli interventi dei commentatori che non hanno gradito il racconto, creando una falsa dicotomia tra radicalità e sensibilità al tema, come se qui si fosse tutti delle educande che non hanno alcuna esperienza di lettura che gli consenta di apprezzare le meraviglie del racconto di Mozzi. E’ disperante interloquire in questa maniera, procedendo per coppie oppositive entro cui stampigliare a dura forza la colonna dei buoni e quella dei cattivi.
    Perchè non la diciamo tutta? Perchè non si può dire di un racconto a tema scottante che è brutto? Forse che, solo il fatto di rappresentare quel tema gli conferisce automaticamente un valore aggiunto? Sono brava a priori se mi metto a scrivere un racconto sui torturatori americani a Guantanamo?
    Questa maniera di ragionare è grezza, ideologica e, passatemi il termine che una volta qui su NI si poteva pronunciare, restaurativa.

  79. Cristina il 28 febbraio 2006 alle 17:24

    E tu Mozzi, smettila di annichilire il tuo interlocutore scrivendo “la persona che si firma semplicemente Cristina”. I redattori di NI sicuramente vedono l’indirizzo mail che si deve depositare al momento di scrivere un commento. Se vuoi scrivimi. Sono in carne e ossa.

  80. francesco forlani il 28 febbraio 2006 alle 17:26

    Georgia il linciaggio di NI in atto sul tuo blog mi fa veramente schifo e mi dispiace che a ballare su quelle strane arie che vi date, patetiche, retoriche e finto libertarie, ci siano persone che fino a poco tempo fa rispettavo moltissimo. A questo punto a nome mio ti pregherei di farti da parte per un pò. La tua presunzione piccolo borghese mi dà fastidio e soprattutto non permetto a nessuno, nemmeno se ha il frigorifero di casa più pieno del mio, di darmi del pedofilo o del prete (che tu l’abbia detto a Franz o a me è la stessa cosa).
    effeffe

  81. georgia il 28 febbraio 2006 alle 17:28

    vedo che ti rispondi e fai tutto da solo.
    Non vedo perchè ti dovrei dare di fascista, pedofilo tanto meno, sceriffo forse, ma non ti ci vedo nel ruolo.
    Non è la prima volta che mi riprendi (a volte per delle stupidaggini, o per un post troppo lungo o solo perchè girano a te) ma può essere che tu abbia ragione stavolta.
    La lobby dei pedofili era un’iperbole tanto è vero che ho aggiunto che non esiste.
    Se qualcuno si è offeso chiedo scusa però renditi anche conto che se vengono postati racconti come quello poi non puoi aspettarti che i lettori siano tutti in punta di forchetta mi sembra naturale che si ecceda, altrimenti vuol dire che il postarlo è stata tutta una gigantesca e ridicola ipocrisia (come temo che in realtà sia). Scrivere, approvare, definire addirittura un’opera d’arte simile racconto (scadente, e aggiungo che giulio ha scritto bellissimi racconti, ma non questo) non può lasciare indifferente chi ci tiene davvero alla letteratura (ma non solo) e le offese possono fioccare, spero almeno che siate ancora abbastanza fatti di carne da capirlo, o davvero avete ormai solo valvole e pistoni?
    Però come si fa ad avere orrore dei commenti e poi esaltarsi perchè un post porno ne ha avuti molti e vederlo come una foza della letteratura.
    Se permetti qualcuno doveva pur ridere e rischiare l’epurazione.

  82. matteo il 28 febbraio 2006 alle 17:32

    Certo Cristina, puoi dirlo che questo racconto è brutto e spiegare perché, ma è evidente e lo era già prima, che partiamo da presupposti diversi, da differenti e difficilmente conciliabili percezioni letterarie (ovvero da sensibilità che reagiscono in maniera differente di fronte alla lettura del medesimo testo). Io quindi continuo a dirti che invece il testo è molto bello e molto efficace, adducendo le mie ragioni, ci si scorna un po’ e amen.
    Il dibattito mi sembra aver raggiunto ormai il punto di cottura, no?

  83. matteo il 28 febbraio 2006 alle 17:38

    il delirio è partito. a geò, svegliati, non è porno, non è porno. fatti una cura a base di porno, non è difficile con internet, se ne trova di ogni risma e vedi che cos’è, davvero, il porno, dove arriva e dove si ferma. e comunque invito, prima che il caos, il rancore, la demenza esplodano sul serio, a fermarsi tutti qui, nel rispetto non della letteratura, vera o presunta tale, ma di ciò di cui si è parlato.

  84. georgia il 28 febbraio 2006 alle 17:40

    effeeffe non ho mai dato di pedofilo a nessuno.
    L’unico che ha dato di pedofilo a qualcuno è stato tash quando ha detto che il racconto di giulio rientrava nell’etica greca e parlava di versi struggenti verso un fanciullo.
    Secondo me voi non capite nulla, vi impermalite come bambini ma non approfondite mai.
    Io non mi sono mai data arie di libertaria (altra parola sputtanata alla grande), semmai cerco di essere libera.
    E presuntuosi piccoli borghese mi sembrate voi che credete che si possa sempre giocare. Se si scrivono e si postano simili racconti se ne accettano le conseguenze e non si fa i padroncini di casa a cui hanno rovesciato il caffe nel tinello sulla poltroncina della nonna.
    Sono cose grosse caro francesco, quelle che avete affrontato, ma vedo che tu non te ne rendi neppure più conto.
    Tash ha detto che il racconto non descriveva un atto di violenza e VOI TUTTI ZITTI come se fosse tutto normale. Io vi do di superficiali e …succede il finimondo

  85. maline il 28 febbraio 2006 alle 17:40

    Sono d’accordo con cristina.
    Sopratutto sulla semplificazione che viene fatta degli interventi “contro” -che contro poi non sono, bensì semplicemente esprimono un diverso modo di leggere e di concepire. Si stava infatti parlando non di pedofilia, ma di letteratura e in particolare di un racconto. Se non abbiamo la pretesa di giungere in queste righe alla definitiva soluzione del problema sollevato, può darsi si riesca ad intendersi (o a rispettarsi -già tanto!).
    Anch’io mi ritrovo in imbarazzo di fronte alla radicalità ostentata e per questo spesso di maniera -che radicalità poi non è; alle equazioni ti piace=progressivo (e progressista magari); non ti piace=moralista (o bacchettone appunto). Non tutto il voyeurismo (e ce n’è di interessante) è utile… Non tutto lo spiattellare (e appiattire) la cosiddetta verità lo è. Perchè non si può dire semplicemente che il racconto è debole (non mi avventuro nemmeno nella categoria del “brutto”), sterile, piatto (a mio modo di vedere e di sentire) e che al di là di qualche prurito in qualcuno (forse) non dà (almeno a me) nulla?

  86. georgia il 28 febbraio 2006 alle 17:50

    malineeeeeeee, sei da tener d’occhio sei molto intelligente, e anche cristina mi è piaciuta, forte decisa … qui bisogna sempre sorseggiare rosolio e da un po’ non si riesce più a dire nulla di …. radicale ;-)

  87. matteo il 28 febbraio 2006 alle 17:51

    scusa maline, ma quello di cui tu e georgia parlate mi pare un complesso sciocco e ingiustificato, anche perché a lungo tra i commenti le posizioni contro hanno avuto la meglio su quelle pro e in generale pochissimi hanno mostrato grande entusiasmo per il pezzo. In secondo luogo l’opposizione progressisti/moralisti l’ho sentita pronunciare solo da chi attaccava il pezzo di mozzi, mai da chi lo difendeva. A questo proposito si potrebbe a lungo parlare della semplificazione delle posizioni di chi è a favore. Come ho detto prima, evidentemente non ci capiamo, partiamo da presupposti diversi. Amen, chiudiamola qui.

  88. matteo il 28 febbraio 2006 alle 17:54

    Per inciso, stiamo solo aspettando che qualcuno dica finalmente che la pedofilia è di sinistra e l’antipedofilia è di destra, dopo di che la frittata è completa.

  89. maline il 28 febbraio 2006 alle 17:58

    @ matteo
    Perdonami, ma non ho capito un’acca di quello che hai scritto. Cos’è il “complesso sciocco e ingiustificato”?
    Su chiuderla qui… mah, non so. Se non ne hai più voglia puoi andare. Io preferirei rimanere (se me lo consenti).

  90. matteo il 28 febbraio 2006 alle 18:13

    Il complesso sciocco è quello di sentirsi non capiti e semplificati.
    Lo stesso potrebbe dire chi sostiene la posizione opposta.
    Partiamo da un presupposto fondamentale.
    Qui nessuno è pedofilo. Nessuno avalla la pedofilia, nessuno crede che ci sia una pedofilia buona e una cattiva, nessuno ha lo stomaco di non indignarsi di fronte all’infanzia violata.
    Si sono create due fazioni molto semplici in questa tornata di commenti e sono queste:
    chi, per sua personale sensibilità ha scorto nel testo in questione grande qualità letteraria e una profonda moralità riguardo alla tematica della pedofilia;
    chi, per sua differente ma certamente altrettanto valida sensibilità, vi ha scorto altro o non vi ha scorto nulla.

    Questa doppia possibilità contiene il maggior fascino della letteratura e dunque va bene così.

    Chiunque voglia restare, resti, ma si va avanti da 85 commenti e ci tenevo a far notare come la qualità degli interventi cominci a vacillare e si ripetano, rimacinati, concetti già spolpati.

  91. emma il 28 febbraio 2006 alle 18:17

    @Maline
    “Si stava infatti parlando non di pedofilia, ma di letteratura e in particolare di un racconto…”

    Non ci si è limitati a dire “questo è un racconto non riuscito”, o – anche – “questo è un racconto ambiguo…”.
    No. Si è mescolato pesantemente – anzi, per essere precisi, alcuni di quelli del “non mi piace” hanno mescolato pesantemente – il piano della letteratura con quello della vita reale.
    Da qui alle proiezioni sulle persone e agli insulti delle persone il passo è breve.

  92. emma il 28 febbraio 2006 alle 18:18

    Ma la cosa più fastidiosa è il mare di post di chi presume di essere in possesso di una *sensibilità* superiore, di chi sbandiera in continuazione e con arroganza questa del tutto presunta e mai provata superiore *sensibilità*.
    L’imporre e il disporre, il liquidare e il condannare, l’insultare impunemente (e su questioni pesanti) in nome della superiore *sensibilità*…
    E la superiore *sensibilità* – questo è sottinteso – è sempre e comunque e per definizione *radicale*…

  93. maline il 28 febbraio 2006 alle 18:25

    @ matteo.

    Grazie.
    Per quanto mi riguarda non mi sono comunque mai ritenuto “non capito” o “semplificato”.
    La questione è in realtà più semplice e prettamente… italica. Guelfi e ghibellini. Se non sei pro sei contro. Dove non trovo conferme o appoggi ho un avversario. Eccetera. Manca troppo spesso l’esprimersi sentendosi liberi da schieramenti che non siano fasulli, di pura bandiera. In ogni intervento cerchiamo infatti ciò che ci può far incazzare -geneticità polemica?- e lancia in resta partiamo… verso dove?

  94. alessandra il 28 febbraio 2006 alle 18:32

    Premetto che il mio commento vorrebbe essere (e spero di riuscire nell’intento anche se non è per niente facile) libero da giudizi di sorta sia in merito al valore letterario del racconto sia in merito ai contenuti del racconto stesso e a qualsiasi ragionamento di tipo etico. Quelli preferisco tenerli per me, perché, come qualcuno ha detto nei post precedenti, certe volte si può solo tacere, di fronte alla verità sugli esseri umani.

    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Potere

    (…) Il concetto di potere è stato analizzato a fondo e sono state sviluppate numerose teorie, a volte convergenti, altre volte contrastanti.

    In termini giuridici si potrebbe definire il potere come la capacità, la facoltà ovvero l’autorità di agire, esercitata per fini personali o collettivi.

    Nelle altre accezioni il potere riguarda sostanzialmente la capacità di influenzare i comportamenti di gruppi umani. (…)

    e, più avanti,

    (…) Esso è un bene materiale (visione sostanziale) o una relazione tra individui? La seconda teoria è oggi la più accettata.

    Ciò porta a definire il potere come la capacità di ottenere obbedienza.(…)

    Mi sono fatta molte domande leggendo questo testo nella chiave di lettura gentilmente offerta dall’autore. E’ un testo che parla di ‘potere’, dice Mozzi. E io voglio per un momento interpretare ‘potere’ in quest’ultima accezione, cioè come ‘capacità di ottenere obbedienza’ di ‘influenzare i comportamenti umani’. E allora vado a rileggermi il racconto e trovo alcuni passaggi che mi accendono più lampadine.

    “Il bambino disse: «Voglio una pistola». L’uomo disse: «Va bene».”(…)

    “(…) Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.(…)”

    “(…) «Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». (…)”

    “(…)«Fai venire anche me», disse l’uomo. Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.«Fammi venire», disse ancora l’uomo. Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse. L’uomo disse: «Io ti voglio bene». «Non devi muoverti», disse il bambino. (…)”

    “(…) «Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse. Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido».”

    Chi è qui (in questo racconto) che ha la capacità di ottenere obbedienza? Chi sta influenzando i comportamenti umani? Chi è, cos’è un pedofilo? Chi è ‘questo’ pedofilo? E ‘questo’ bambino chi è? Quanti anni ha? Sulla base di cosa viene definito ‘bambino’? Dove finisce il bambino e dove comincia l’adulto? Dove finisce la libertà dell’uno e dove comincia quella dell’altro? E per contro, dove finisce il potere dell’uno e comincia quello dell’altro? Sono solo domande, quelle che mi pongo. E, come ho detto in premessa, non voglio dare alcun giudizio.

  95. mauro il 28 febbraio 2006 alle 18:40

    …Biondillo mi sei piaciuto.. Sei Biondo..ma quando ci vuol ci vuole..concordo con quanto hai scritto..GEO ama esser radicale ….andare controcorrente solo per il fatto che ama i salmoni..!!…direi per evitarle eccesso di acidita’ ..piu che il Rosolio..un buon extravergine con una foglia di lattuga..

  96. georgia il 28 febbraio 2006 alle 18:55

    basta che non sia extravergine di ricino e poi … ok sul salmone va bene :-)

  97. db il 28 febbraio 2006 alle 18:58

    @ georgia, matteo e…

    Se qui stiamo parlando di un racconto che ha a tema la pedofilia (e non della pedofilia in sé), mi ripeto sperando di essere più chiaro:

    1- Mozzi ha in mente uno schema classico sado-maso con la 1- fissa= cliente maturo e la 2-variabile (prostituta, mantenuta, coquette se etero, marchettaro giovane se omo – minorenne come Pelosi o no qui poco importa)
    2- Mozzi progetta di scrivere un racconto su un rapporto pedofilo
    3- Mozzi prende il suo schema classico e sulla 2- mette un bambino. Solo che un bambino lì non è “in parte” (come invece Lolita), ossia è un finto bambino coi tratti del marchettaro.
    4- Il racconto va a puttane, non regge.

    Dario Borso

  98. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 19:07

    le buone le domande di alessandra.
    le condivido.
    violenza e potere sono cose diverse.
    io seguito a non vedere violenza nella vicenda raccontata da Motzi.
    nemmeno violenza psicologica ci vedo.
    forse c’è “circonvenzione”, circuizione, induzione, ricatto, persuasione, plagio.
    forse, dico.
    ma la domanda resta: chi circuisce chi?

  99. gianni biondillo il 28 febbraio 2006 alle 19:13

    Beh, Tash: “circonvenzione, circuizione, induzione, ricatto, persuasione, plagio” sono elementi che creano un rapporto eminentemente violento, no?

  100. maline il 28 febbraio 2006 alle 19:17

    Concordo con biondillo.
    E quanto alla domanda “chi circuisce chi”? li bisogna davvero riandare alla genialità di un Nabokov. Questa domanda, mi spiace, ma non la ritrovo in Mozzi.

  101. alessandra il 28 febbraio 2006 alle 19:20

    Provo ad andare oltre. Diciamo che “il bambino” ha diciassette anni. E che “l’uomo” ne ha diciotto. E la pistola non è un giocattolo, ma una pistola vera. E’ l’elemento esterno nel racconto che serve a denunciare un criterio in base al quale la legge decide (il bambino non la può acquistare, l’uomo sì; il bambino non può avere comportamenti sessuali da uomo, l’uomo sì ma non con un bambino). Mi pare che il racconto acquisisca, letto così, sfumature totalmente nuove. E che sollevi dubbi di tutt’altra natura. Oserei aggiungere ‘viva il dubbio’, senza il quale il mondo non si muoverebbe di un millimetro ma si rilascerebbe tronfio e grasso in poltrona a gioire soddisfatto dei progressi compiuti.

  102. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:11

    db
    credo che le tue osservazioni siano le più ‘centrate’:

    Mozzi descrive l’adulto con tratti plausibili, ma nella casella del bambino ci mette qualcos’altro.
    Poniamo che io voglia scrivere un racconto e cavarmela con poco: prendo quello di Mozzi, al posto del bambino ci metto un marchettaro, al posto del “dono” un deca, al posto del sesso orale l’anale, e tutto mi torna.
    Se qui stiamo parlando di un racconto che ha a tema la pedofilia (e non della pedofilia in sé), mi ripeto sperando di essere più chiaro:
    1- Mozzi ha in mente uno schema classico sado-maso con la 1- fissa= cliente maturo e la 2-variabile (prostituta, mantenuta, coquette se etero, marchettaro giovane se omo – minorenne come Pelosi o no qui poco importa)
    2- Mozzi progetta di scrivere un racconto su un rapporto pedofilo
    3- Mozzi prende il suo schema classico e sulla 2- mette un bambino. Solo che un bambino lì non è “in parte” (come invece Lolita), ossia è un finto bambino coi tratti del marchettaro.
    4- Il racconto va a puttane, non regge.

  103. db il 28 febbraio 2006 alle 20:13

    @ donne e a tutti (o a nessuno)

    Proporrei un piccolo quiz-esperimento mentale: stante che la pedofilia è tanto etero che omo,

    QUAL E’ LA BAMBINA ANALOGA?

    analoga cioé al bambino del racconto.
    NB non la bambina che v’immaginereste voi come autrici, ma quella che corrisponderebbe di più al racconto di Mozzi (domande tipo: quale l’analogon della pistola? ecc., ricalcando il più possibile il testo). L’eventuale obiezione che nel mondo infantile femminile non si troverebbe una bambina analoga non regge, perché per ora resta indeciso che in quello maschile si trovi un bambino come sopra.

    DB

    penso che come minimo il quiz sbollirebbe gli animi.
    Devoto/Oli (idem De Mauro): bambino/a = individuo nell’età compresa tra la nascita e l’inizio della fanciullezza = età infantile compresa tra il sesto anno e il periodo prepubere (11-12 anni)
    bambino/a = da 0 a 6 anni.

  104. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:13

    continua…..

  105. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:14
  106. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:16

    Non mi prende il seguito, perchè?

  107. m. per s. il 28 febbraio 2006 alle 20:18
  108. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:20

    non insulto, non dico parolacce, commento placidamente, perchè non posso postare il seguito?
    mi sembra cosa estremamente scorretta.

  109. m. il 28 febbraio 2006 alle 20:24
  110. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:35

    Se l’intenzione di Mozzi (non metto in dubbio la liceità e l’onestà
    intellettuale) era quella di farci leggere un testo del tipo:
    Questo è un racconto sul potere, non sull’eros.

    credo che fallimento maggiore non si possa dare, i commenti di molti ne danno piena conferma:

    tash
    per la cultura greca, della quale rivendichiamo fieramente l’ascendente, quello era amore.
    dunque forse non si tratta, a stare al titolo del libro di mozzi, di un “male naturale”: forse il male naturale non esiste, forse esiste solo il “male culturale”.

    Forlani
    Dov’è il male ? Nel narrante che assiste alla scena senza provare alcunchè? Nel lettore che deve confrontarsi a un certo voyerismo- vi ricordate le splendide pagine di Sartre sulla vergogna? Nell’uomo, visibilmente vittima, forse proprio perchè carnefice? Nel bambino che è naturalmente, colpevole?
    (n.r. quale sarebbe la colpa del bambino? di subire un rapporto sessuale con un adulto? mi piacerebbe avere qualche ragguaglio)

    tash
    io seguito a non vedere violenza nella vicenda raccontata da Mozzi.
    nemmeno violenza psicologica ci vedo.
    forse c’è “circonvenzione”, circuizione, induzione, ricatto, persuasione, plagio.
    (n.r. forse bisognerebbe essere stato circuito o ricattato o plagiato per sapere di quanta violenza si è stati oggetto, ma non cosa simile a Tash)

    alessandra
    Chi è qui (in questo racconto) che ha la capacità di ottenere obbedienza? Chi sta influenzando i comportamenti umani? Chi è, cos’è un pedofilo? Chi è ‘questo’ pedofilo? E ‘questo’ bambino chi è? Quanti anni ha? Sulla base di cosa viene definito ‘bambino’? Dove finisce il bambino e dove comincia l’adulto? Dove finisce la libertà dell’uno e dove comincia quella dell’altro? E per contro, dove finisce il potere dell’uno e comincia quello dell’altro?
    (n.r. bisognerebbe cercare nel vocabolario la parola bambino, scoprire fino a che età arriva e ricordarsi che un adulto non è un bambino, non solo davanti alla legge, ma anche davanti ai comportamenti sessuali di un bambino)

  111. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:36

    continua

  112. s. il 28 febbraio 2006 alle 20:41

    sono solo alcune frasi, poi devo uscire, fatemele postare. No cazzate, no incazzature. No censure, prego.

    Ne consegue una bella confusione sulle dinamiche di potere (tra un bambino e un adulto, il rapporto più assimetrico che esista soprattutto in ambito sessuale e tutti sappiamo intuitivamente dove sono i due estremi anche di ‘potere’) non solo non è percepita, ma addirittura da alcuni viene vissuta come ‘ribaltata’.
    Non sono nick qualsiasi a maturare questa confusione, ma persone scafate anche se probabilmente a digiuno di qualsiasi resoconto vero (non solo verbale, ma soprattutto comportamentale e di ‘equilibrio’) di bambini in merito alle loro ‘esperienze con pedofili’. Nessuna sorpresa quindi se a parità di quoziente d’intelligenza e di cultura il racconto suggerisce ad altri tutt’altre conclusioni.

    Provo a sintetizzare a modo mio dopo essermi sorbit* il racconto, avere avuto una brutta reazione e poi letto tutti commenti:
    il risultato è un autentico pistolotto (letterario e di intenzioni andate a male) anche se a prima vista sembra un pistolino.
    Capita, non bisogna prendersela. Oltre che imparare la bella forma bisogna sperimentare anche una certa profondità che il giorno in cui è stato scritto forse latitava.
    Non tutti i pedofili vengono col buco. E vista l’aria che tira confermo ch si tratta di humor nero.

  113. alessandra il 28 febbraio 2006 alle 20:51

    S., io oltre a essere madre con i bambini ci lavoro. E li chiamo bambini anche se hanno più di sei anni. E non solamente perché se li chiamassi con il tecnicamente più corretto ‘fanciulli’ (grazie db) mi riderebbero in faccia, ma anche perché in molti loro comportamenti sono ancora bambini. A volte però li guardi all’improvviso e il bambino dentro di loro non lo vedi più. Andato. Finito. Ogni tanto riemerge in una lite, in un dispetto. Ma spesso, sia nel corpo sia nel carattere (e di solito ma non sempre molto prima per le femmine che per i maschi) del bambino non c’è proprio più traccia. Questi bambini hanno pulsioni sessuali. Alcuni le soddisfano, a volte con maggiorenni. Siamo di fronte a pedofilia?

  114. Antonio De Medici il 28 febbraio 2006 alle 21:23

    La scrittura di Mozzi – di questo bisognerebbe parlare, non di altro – è sempre sorprendentemente deludente, scarna e quaresimale. Qualcuno ha invocato la “radicalità”, ma credo proprio che qui si tratti di una scelta ideologica opposta: scrivere sottraendo alla scrittura tutto il suo potenziale profanatorio, allo scopo di giustificare il potere, qualsiasi potere, primo tra tutti quello di chi manovra le parole e può fare con i propri personaggi quello che vuole, anche le cose più abbiette. La mira di Mozzi è la creazione di un IMPROFANABILE, come lo definirebbe Agamben, ossia di un meccanismo scrittorio lindo e immacolato, asettico e deviscerato, senza vita – come un villaggio turistico, un cibo precotto. E la sua fonte di ispirazione principale sono non a caso i giornali, non la letteratura, che qui davvero è un ricordo lontano e “perduto”: i giornali con i loro ritmi e contenuti abominevoli e ossessivi, consumativi, e così via. Mozzi bisognerebbe studiarlo come esempio perfetto di riduzione della scrittura letteraria a misero contraltare della prosa giornalistica, gioco di effetti e di falso sentire – abbandono definitivo della forma e della ricerca.

  115. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 21:30

    Forse antonio de medisci vuole citare qualche altra lettura mozziana che l’ha indotto ai suoi attuali convincimenti critisci sull’autore?
    Oltre il racconto qui sopra, voglio dire.

  116. daldivano il 28 febbraio 2006 alle 21:41

    coraggioso il pezzo di Giulio Mozzi, credo anche combattuto.
    non è facile mettere in scena la banalità del male senza infiorettare per il piacere di un lettore vouyerista.

    daldivano

  117. Andrea Raos il 28 febbraio 2006 alle 21:52

    Trovo di grande interesse l’osservazione di Emma sulla “pornografia” di Penna. Mi sembra che meriterebbe un approfondimento.

  118. Giorgio Di Costanzo (Ischia il 28 febbraio 2006 alle 22:10

    Per favore, Emma: lasciamo Penna in pace. Non confondiamo l’oro con il rame.

  119. Antonio De Medici il 28 febbraio 2006 alle 22:15

    No, T., voglio citare invece Agamben, quando parla del “valore di esposizione” che nella moderna società del consumo ha un peso superiore perfino al valore d’uso e di scambio. Nella società dello spettacolo, il “valore d’esposizione” è quello che rende più di tutto VENDIBILE (e IMPROFANABILE, cioè “non più comunemente usabile”) qualsiasi cosa, perfino – io dico – la scrittura, che non a caso, con Mozzi, si fa PORNOGRAFICA, perché, come nella pornografia, risolve tutti i suoi problemi con il puro esibire il proprio valore espositivo. “E’ la sfrontata indifferenza che le mannequins e le pornostars e le altre professioniste dell’esposizione devono innanzitutto imparare ad acquisire: non dare a vedere null’altro che un dare a vedere”, fino a una “nullificazione dell’espressività”, perché il dispositivo PORNOGRAFIA o quello MODA pretende una tale frigidità o assenza. Non sembra che Agamben, qui, parli proprio di questo testo di Mozzi? E, anzi, di tutta la scrittura di Mozzi, fatta, come ben sa chi la consoce, di niente altro che di esibizione scarna e asciutta, anaffettiva, e tendente verso un “non dare a vedere null’altro che un dare a vedere”? Ecco allora che la letteratura è diventata un preciso dispositivo IMPROFANABILE, qualcosa di soffocante, di repellente, che attira soltanto verso il basso (gli istinti bassi del consumatore di scrittura, in questo caso) e mette in mostra soltanto la propria autoreferenzialità gelida – come, per l’appunto, un film pornografico, come bene hanno visto e notato molti attenti lettori di NI. La liberazione del CORPO o del VOLTO, che nelle pronostars e nelle mannequins comincia a manifestarsi nella loro apertura quasi totale a un nuovo uso COMUNE, diventa una gabbia nel momento in cui è assorbita dai dispositivi del PRONO e della MODA. IDenticamente, la scrittura mozziana, che sembra alludere in principio a una sorta di ripartenza dalle radici e dalla semplicità del gesto dello scrivere, viene immediatamente a situarsi, con l’adozione del punto di vista PORNOGRAFICO e GIORNALISTICO, nello spazio dell’IMPROFANABILE, del CONSUMABILE, del NON PIU’ VIVO.
    (Quello scritto di Agamben, in ogni caso, ha un valore altissimo, e sembra applicabile a davvero tante situazioni – Dico: Giorgio Agamben – PROFANAZIONI, Nottetempo 2005).

  120. db il 28 febbraio 2006 alle 22:15

    @ alessandra
    Hai ragione, la lingua parlata ha un’elasticità che i dizionari non contemplano. Io direi che bambini li chiamiamo fino alla quinta elementare, prepuberi: in prima media, ragazzini e a seguire ragazzi. Un giorno ero al parco da solo, e dietro una siepe ho sentito una ragazza di terza media raccontare agli amici il “regalo” fatto a un’amica: l’ha invitata a casa e violentata in combutta con altre. Questo per dire che ho sentore della sessualità infantile in genere e delle possibili aberrazioni adolescenziali.
    Ora ho chiesto a mia figlia di 11 anni fino a che età un bambino di oggi può desiderare un set da pistolero. E’ stata categorica: dai 3 ai 6 anni. Dopo varie mie obiezioni dialettiche, mi ha concesso fino a 7. Certo, lavorando di fantasia si può può ipotizzare tutto: ma allora si oltrepassa la soglia aristotelica del verosimile i.e. si perde il riferimento alla realtà del mondo infantile e si costruisce a freddo un “caso” (Aristotele direbbe “monstrum” o mostriciattolo di Duesselorf) – tra virgolette per non confonderlo con un caso clinico.
    Insomma, resto dell’idea che Mozzi abbia proiettato uno schema suo a una realtà diversa. Fino a prova contraria, che accetterei senza resistenze.

    DB

  121. Ezio il 28 febbraio 2006 alle 22:34

    Trovo una singolare sintonia fra questo racconto e quanto ha scritto Christian Raimo in merito alla discussione sulla lingua. Commento che non ha generato la benché minima curiosità nei commentatori, lasciato cadere nel nulla in un modo che mi ha lasciato piuttosto perplesso.
    “Amore” mi sembra rientri nella categoria di letteratura a-civile, non riconciliata, che sceglie di stare “dalla parte sbagliata”. Che si specchia nella realtà senza mediazioni, in modo in apparenza così diretto e mimetico da non poter non essere invece totalmente mediato – dalla letteratura.
    Sul racconto è stato detto tutto, nel bene e nel male. A me pare semplicemente sgradevole: perfettamente riuscito.
    Ezio

  122. mag il 28 febbraio 2006 alle 22:39

    Bene Alessandra!
    dici in modo diverso cio’ che volevo esprimere io.
    Ribadisco: a me della bella scrittura di Mozzi non interessa nulla, nel senso che non sono un critico letterario.
    Noto che è denuncia potente e sopratutto ha effetti devastanti sulla pentola in ebollizione che è il nostro nonconscio pulsionale.
    Temo che siamo tutti intrisi di pregiudiziali allucinanti sulla sessualità conducendoci quasi ciecamente a commentare su basi istintuali e ad accordarci con chi si esprime sulle stesse tonalità emotive.
    Ho cercato invece tra i commenti un legame concettuale e l’ho trovato con Matteo, Tash, Franz, Alessandra, Gianni a volte con Maline e DB.
    Sarebbe meglio mantenere un atteggiamento distaccato per poter evincere qualcosa di costruttivo.

  123. gabriella fuschini il 28 febbraio 2006 alle 23:22

    @ Giulio:
    Avevo deciso di non commentare per non entrare con l’emotività da disgusto immediato, ho lasciato passare due giorni riflettendo molto sul perché uno scrittore decide di scrivere un racconto così forte nel senso che provoca reazioni, positive o negative, estreme. Questo a me interessa. Non ho letto tutti i commenti, perché voglio chiedere all’autore e non interpretare sulla base di altri pensieri. Tu hai scritto che è un racconto sul potere. E a me è venuto in mente Foucault. E continuava a girarmi nella mente il pensiero di Foucault sul potere e sul sacrificio. Non sono un’addetta ai lavori filosofici e quindi perdona le riflessioni random. Il potere si esercita secondo Foucalt come diritto di dare la morte, secondo un procedimento di lenta e graduata sottrazione – la vita viene trattenuta nella sofferenza suddividendola in “mille morti”. Le mille morti che subirà il bambino nel suo futuro o che perlomeno il lettore intuisce accadrà. La lotta tra la vittima e il boia “giocata” attraverso il corpo perché è il corpo il protagonista di questo racconto. Corpo violato. Quello che mi ha colpito è l’assenza totale di anima, tutto si svolge in un ambiente asettico dove le emozioni non entrano. Mi piacerebbe tu mi dicessi se questa lettura ha un senso, perché deve pur andare a parare da qualche parte tutto questo percorso. O no?

  124. Pamela Canali il 28 febbraio 2006 alle 23:26

    Tashtego dice che è meglio non mostrizzare i poveri pedofili, non criminalizzarli. Chi sono i pedofili, secondo lui? Tutte brave persone, innocue e miti, assolutamente inoffensive? Dice anche che non ci dobbiamo sentire esentati dal male. Baldrus dice che tutti abbiamo una fetta di anima nera.
    Questo tipo di pensiero secondo me è molto pericoloso. Mettere tutto nello stesso calderone, la pedofilia e le nostre piccole nevrosi, depressioni reattive e schizofrenia, vaghe infelicità da amori andati a male e paranoia, porta solo confusione e permette di giustificare tutto, anche i poveri pedofili di Marcinelle, che forse non l’hanno fatto apposta, è stato più forte di loro.
    I pedofili sono criminali in quanto considerati tali dalla legge. Ripeto che sono pazzi, pazzi pericolosi. Mettono in pericolo il nostro futuro, i bambini che sono il futuro di tutti, anche di chi, come me, non ha figli. Provocano sofferenze terribili, fisiche e psichiche, ai bambini.
    Nessuno sceglie le sue tendenze sessuali, dice Tashtego, il che è vero. Però si può cambiare, ci si può curare, se ci si rende conto che le proprie tendenze sono un pericolo per sé stessi e per gli altri. E’ possibile curarsi anche nelle Asl, nei CIM, se non ci si può permettere uno psichiatra privato.
    Non credo che tutti abbiamo una fetta di anima nera, vale a dire che siamo tutti un po’ perversi e anche un po’ pedofili, perché no. Credo che la gente sana non abbia neanche un briciolo di anima nera e che sia completamente esente dal male. Credo anche che tutti i bambini nascano sani di mente e si ammalino solo quelli che si trovano in un ambiente privo di affetti. Chi non è del tutto sano si può sempre curare. La malattia mentale, nelle sue molte forme, non è una bella cosa, non è un abito alla moda, da indossare con disinvoltura e una discreta ostentazione.

  125. emma il 28 febbraio 2006 alle 23:45

    @Andrea Raos

    Mah.
    Io Penna l’ho letto tutto insieme (Sandro Penna: “Poesie” – Garzanti – 2000).
    E insomma, l’attenzione è andata sì alla forma e alla lingua, ma l’immagine ossessiva del “fanciullo” mi ha colpito davvero.
    Può darsi che dipenda anche da me (orrore per la pedofilia? moralismo? voyeurismo?), ma sappiamo che Penna era consapevole della scabrosità dei suoi temi. (“Sempre fanciulli nelle mie poesie! / Ma io non so parlare d’altre cose. / Le altre cose son tutte noiose. / Io non posso cantarvi Opere Pie.).
    Naturalmente Penna è un grande poeta (per Garboli, e anche per Berardinelli, il più grande o uno dei più grandi poeti italiani del novecento). Così come grandissimo poeta (temi in parte simili) è Kavafis. Su questo nessuno discute.
    Resta tuttavia l’idea che la poesia sia meno distante dall’esperienza di vita dell’autore rispetto alla narrativa (racconti, romanzi). Che l’io poetico, benché mai banalmente coincidente con l’io reale del poeta, sia diverso dall’io del narratore. Che il tasso di fiction (“Fiction” è un titolo di Mozzi) in poesia sia minore.
    E allora una poesia come questa che trascrivo – pur priva di dettagli e di descrizioni “scandalose” – potrebbe apparire più inquietante del racconto di Mozzi.

    Dominare un fanciullo, ed ascoltare
    la propria voce crescere nel canto.

    La buia sera nasconde e riunisce.
    Assai lontano già dorme il fanciullo.

    Dominare un fanciullo, ed ascoltare
    la propria voce crescere nel canto.

    (Giorgio, se ho detto cose sgradevoli mi dispiace).

  126. luciano freud il 1 marzo 2006 alle 00:09

    se vi piace la letteratura finta andate a leggere zagor,mica mozzi. e titate il fiato, giorgie e soci/socie, che siete patetici

  127. Giorgio Di Costanzo (Ischia il 1 marzo 2006 alle 00:39

    Gentile (poco) luciano freud (che grande fantasia!), proprio perchè amiamo la Letteratura preferiamo Penna, Kavafis, perfino Michel Tournier… A Emma, persona adorabile: contattami, ti parlerò di Sandro non per sentito dire…

  128. georgia il 1 marzo 2006 alle 00:56

    Ma emma il racconto di mozzi non è per niente inquietante.
    Per me non è un racconto è una sceneggiatura per un filmino porno.
    Ne abbiamo dette tante ma nessuno credo abbia detto che sia inquietante.

    Le poesie di Penna possono essere invece molto inquitanti perchè sono brandelli di vita e di sofferenza e sono bellissime.
    Nelle poesie di Penna non c’è ombra di pornografia.

  129. s. il 1 marzo 2006 alle 01:00

    alessandra,
    lasciando per un attimo da parte il racconto di Mozzi su cui ho detto quello che pensavo (pistolotto) rispondo a te e al discorso sulla pedofilia.
    In generale voi impostate il problema in modo diverso da come lo vivo.
    Una tua frase è significativa:
    – Ma spesso, sia nel corpo sia nel carattere (e di solito ma non sempre molto prima per le femmine che per i maschi) del bambino non c’è proprio più traccia. Questi bambini hanno pulsioni sessuali.
    Sono una persona che (pur non mancando di informazioni sul sesso, sui contraccetivi e sui fenomeni di costume) è arrivata molto tardi a capire che al mondo esisteva una categoria di persone (adulti) che ‘se la facevano’ sessualmente coi bambini. Le prime reazioni sono state di stupore, come se più che altro si trattasse di una roba da marziani. Qualcosa di materialmente impossibile. Ho cestinato la cosa in un angolo del mio dizionario personale a proposito di ‘malattie mentali’ e ho rispolverato la materia solo in questi ultimi anni quando il fenomeno è ‘esploso’ con casi clamorosi (Marcinelle e il turismo sessuale per es.) a livello di media e di informazione di massa.
    Chiaramente in me (ma non solo, in massa, direi) si è venuta a creare la sindrome dell’attenti al pedofilo e a una realtà già pessima di suo si sono aggiunte anche le paranoie rispetto a qualsiasi adulto che nel parlare si avvicina troppo a un bambino.
    Fin quì è storia comune. L’unica cosa che in qualche modo mi allontana, e molto, dal tuo punto di vista è il mio modo di meditare sulla cosa. Dopo che la mia sindrome di paranoia verso il pedofilo o il bambino ‘che provoca’ con alcun comportamenti ambigui (questa se non sbaglio è una teoria che molti tirano in ballo e che mi sembra di intravedere nelle tue righe, ma potrei sbagliare) stava raggiungendo un punto di confusione proporzionale al sensazionalismo vuoi giornalistico, vuoi letterario ho cambiato punto di vista. Ho smesso di guardare i bambini di ‘adesso’ e di valutare le loro azioni. Mi è successo infatti di ripensare alla mia infanzia povera, ai vestiti che a volte avevo e a volte no e anche ai cosiddetti comportamenti ‘ambigui’ (sessuali) che potevo avere sia con fratelli che con la ghenga di cui facevo parte. Non poche delle cose che facevamo avevano anche valenza ‘sessuale’ (queste pulsioni non nascono con i bambini di oggi, semmai loro imitano comportamenti che vedono in televisione mentre per noi erano comportamenti di cani e mucche forse meno ‘morbosi’ di quelli umani). Ho avuto una fortuna che ho capito solo a posteriori: tutti gli adulti con cui ho avuto a che fare non solo non partecipavano ai nostri innocui giochetti, ma ci allontanavano (non di rado in malo modo) e mai hanno manifestato desiderio di condividere, con corpi che d’estate giravano mezzo nudi, un qualsiasi tipo d’attività che oggi posso riconoscere come ‘sessuale’. Se solo immagino cosa avrei potuto vivere nel caso in cui un adulto mi avesse ‘amato’ nel modo descritto dal Mozzi la mia risposta è che la pistola (vera) probabilmente l’avrei rubata alla prima occasione per impedire al tipo di ‘amare’ mia sorella o mio fratello. Chiaro che si tratta di risposta intestinale, quella razionale di oggi è che avrei fatto di tutto per evitare che altri subissero: in qualsiasi modo.
    Pensare alla mia infanzia e a cosa avrebbe rapprentato per me un amante pedofilo mi aiuta a non interpretare i bambini di ora con gli occhi maliziosi di adult*, ma a restituire loro la stessa dimensione che avevo allora. Solo chi si è scordato quegli anni può ragionare in termini di ‘ma adessso è diverso’ ‘adesso sono dei piccoli adulti’. Mi spiace per te Alessandra, ma i bambini di ‘adesso’ quelli che sembrano piccoli ‘adulti’ sono quanto di più fragile e vulnerabile ci sia.
    Non vorrei ricadere nell’acqua calda ribadendo che i bambini hanno pulsioni sessuali, ma che è giusto (necessario) che gli adulti ne stiano fuori.
    Voglio chiudere con una considerazione da fare quando si parla di pedofilia. Non sono ferrat* in psicologia, in una discussione sul tema uno psicologo (l’orientamento mi è ignoto) ha fatto una giusta osservazione: i veri pedofili, quelli che non di rado soffrono e vanno spontaneamente dallo psicologo o quelli che finiscono in galera perchè hanno portato alle estremo limite le loro tendenze (non di rado con la sopressione dei bambini), sono esigua minoranza. I soggeti che noi vediamo andare in Tailandia, in Brasile e nelle zone più povere del mondo a comprare sesso bambino in cambio di croste di pane sono persone che niente hanno a che fare con il pedofilo. Sono solo pezzi di merda che non soddisfatti di comprare per uguale crosta di pane una puttana (la cosa non li renderebbe certo migliori, ma almeno qualche piccolo sarebbe risparmiato) affrontano una ‘trasgressione’ (non dimentichiamo che la nostra società è ‘trasgressiva’) che nel cortile di casa è proibita pagandola oltrettutto una miseria. Poi a pochi capita di degenerare, la maggior parte torna a casuccia e ‘trasgredisce’ alla prossima vacanza con un altro bambino (magari anche quelli hanno ‘comportamenti sessualmente ambigui’ e nessuno pensa a dar loro una pagnotta di pane o un libro piuttosto che il c**** turistico) usato più o meno come una bambolina gonfiabile o vibratore piantato nel culo.
    Che un accidente se li pigli tutti al più presto possibile. Scusate, ma quando ci vuole ci vuole.

  130. luciano freud il 1 marzo 2006 alle 01:01

    dai georgia, fà la brava, vai a nanna, che per oggi hai dato. domani è un altro giorno.
    fossi fk e mozzi ti darei una pacca sulla spalla, come puo’ fare uno zio con una nipote un po’ rincoglionita.
    fk, mozzi, diteglie qualcosa!

  131. mauro il 1 marzo 2006 alle 01:58

    …Georgia..mi ha telefonato il Mozzi trafelato, stava partorendo il seguito del racconto..appunto mi ha detto preparar la spalla…come sai cucinarla Tu non riescono nemmeno a San Secondo…vedi alla fine l’hai preso per la Gola..^_____*

  132. db il 1 marzo 2006 alle 08:15

    Il bambino disse: «Voglio una pistola». L’uomo disse: «Va bene». All’Upim il bambino […] prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto. A casa, l’uomo […] lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi […] Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola […] Il sesso del bambino si mosse appena. L’uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto. «Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola. L’uomo si abbandonò. Il bambino […] strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola. L’uomo […] aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca. Il bambino cominciò a leccare il sesso dell’uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L’uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi. Con un brivido il bambino venne […] «Fai venire anche me», disse l’uomo. Il bambino disse: «No» […] Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse. L’uomo disse: «Io ti voglio bene». «Non devi muoverti», disse il bambino […] Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte. «Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse. Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi. L’uomo venne […] Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore». «Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

  133. oratio de hominis indecentia il 1 marzo 2006 alle 08:52

    Il parallelo Sandro Penna / Giulio Mozzi (sic!) è quanto di più delirante si possa escogitare per dare corpo e sostegno a tesine smunte di licealini in fregola d’esame: una vera ciliegina sulla torta del nulla. Questo thread dimostra, in modo lampante, salvo rarissimi lampi di lucidità, la deriva inarrestabile verso il bagaglinismo intellettuale, morale, culturale e politico di alcuni (molto presunti) compagni della domenica. Parecchi mi sembrano già pronti per fare i critici culturali e di costume, i commentatori politici o gli opinionisti sulle pagine del foglio e di libero; qualcun altro è già proiettato verso i lidi sublimi della padania. Auguri, signori. Che pena.

  134. mag il 1 marzo 2006 alle 08:58

    @Ezio
    Ezio è un altro dei lucidi.

  135. mag il 1 marzo 2006 alle 09:12

    I pedofili sono i vostri vicini di casa, colleghi di ufficio, i vostri fratelli, padri, curati, insegnanti, assessori, zii, fidanzati di vostra figlia, commessi dei negozi, avvocati, medici, volontari, formatori, etc.
    Come del resto chiunque vuoi conosciate puo’ essere visto il giorno dopo nelle pagine di cronaca nera per aver buttato un figlio in lavatrice, accoltellato la moglie, avvelenato il fratello, fatto a pezzi gli zii, massacrato i genitori.

    Vogliamo fare un’indagine sui pensieri reconditi che stanno dietro faccie come quelle di Ferrara? di Biondi? Emilio Fede? per non parlare delle espressioni raccapriccianti dei nostri parlamentari trasudanti ambiguità viscida, falsità, repressioni e perversioni d’ogni genere. (il ministro della paura di Albanese li riassume tutti)

    E allora?
    Viviamo in regime di violenza e terrore, totale assenza di approccio formativo e totale presenza di condizionamenti d’ogni genere.
    Qualsiasi patologia è risposta consequenziale a stimoli adeguatamente impartiti.

  136. cristiano prakash dorigo il 1 marzo 2006 alle 09:14

    faccio una premessa: commentare qui a NI è molto difficile, sempre più. tuttavia, vorrei dire lo stesso.
    il racconto di mozzi l’avevo già letto sul suo stesso blog e quindi, sarà forse per questo, non mi ha prodotti sforzi di vomito. certo, affronta un argomento molto difficile ma, forse perchè lavoro in ambito sociale con minori e giovani adulte, e da un bel pò di anni, mi sembra che il racconto affronti la realtà. certo, lo fa attraverso una scelta azzardata e sapendo di raccontare e suscitare sentimenti estremi. ma quel che racconta, accade.
    non che abbia bisogno che lo dica io, ma mozzi, per chi non lo sa, si dichiara credente e filo democristiano. forse anche per questo, e per la sua inquietante intelligenza, sia per i suoi scritti che per la sua persona, è uomo che mi mette a disagio.
    detto questo, non capisco come si possa affermare, come ha fatto georgia, e altre/i, che le loro idee rispetto al racconto possano essere oggettive e che chi non le condivide sia varie cose non propriamente virtuose.

  137. db il 1 marzo 2006 alle 09:26

    Il racconto è intitolato AMORE, e il termine compare nell’ultima frase detta dall’uomo, come epiteto del bambino. L’uomo ha infatti un debole = è innamorato (stato desumibile dall’inizio, dalla “cura” con cui lava il bambino, e poi nella dichiarazione «Io ti voglio bene»), ed è un debole = arrendevole: “Va bene”, dice subito, e cede fino a donare, oltre alla pistola, “tutto”. Le reciproche posture in bagno sono emblematiche: chino l’uomo a servire, ritto in piedi il bambino a farsi servire. Mozzi con un suo commento ci ha dato un’indicazione: *Questo è un racconto sul potere, non sull’eros*. L’indicazione per fortuna è superflua, e purtoppo imprecisa, ne senso che il racconto è anche sull’eros, come si è appena visto. Potere è una parola grossa e un tema enorme, ma per affrontarlo pur senza definirlo possiamo chiederci: chi comanda? La risposta è agevolata in un rapporto a due, poiché sarà uno dei due, e più agevolata ancora se il rapporto è in forma di dialogo, perché basterà isolare gli imperativi. Prima il bambino: 1-: «Voglio una pistola» = regalami una pistola. 2- «Portami la pistola». 3- «Non devi muoverti» = non muoverti. Ora l’uomo: 1-. «Lascia stare la pistola, adesso». 2- «Fai venire anche me». Ai 3 imperativi del bambino l’uomo risponde con 3 sì, ai 2 imperativi dell’uomo il bambino risponde con 2 no. Lo può fare perché ha il potere di farlo, e il potere s’incarna nello strumento per eccellenza del potere i.e. l’arma: l’arma infatti è potere di uccidere, e nella fattispecie di immobilizzare (del quale immobilizzare la morte è la variante eterna = immobile per sempre). L’uomo è il servo che vorrebbe emanciparsi dal/col padrone, e difatti i suoi 2 imperativi in realtà sono 2 suppliche: “Ti prego, elimina il (medium del) potere!” e “Ti prego, rendimi uguale a te con un gesto di reciprocità!”. Alla supplica il padrone risponde negativamente/ironicamente i.e. diabolicamente coi fatti, e cioè usando lo strumento stesso del potere per fintamente esaudire la seconda supplica: eccita il membro del servo con la pistola, poi usa la lingua come una pistola (“piccoli colpi”), infine stringe il membro come prima impugnava la pistola. Il diabolico sta nel fatto che il bene supplicato si volge per il servo in male: «Mi fai male».
    Il risvolto implicito di ogni imperativo è la punizione: «Se ti muovi ti uccido» dice il padrone, e siccome proprio questo succede («Ti sei mosso»), coerentemente il racconto chiude sull’esecuzione capitale.

  138. emma il 1 marzo 2006 alle 09:29

    Caro Orazio eccetera,

    1) posso convenire sull’inopportunità di un parallelo tra Penna e Mozzi (la primogenitura dell’idea non è mia), tuttavia – se ti siedi in cattedra e pontifichi a questo modo – devi anche spiegare (a me in maniera *elementare*) cosa intendi dire. Altrimenti un posto a Libero o alla Padania potresti ritrovartelo pure tu, e d’ufficio.

    2) Per quel che mi riguarda, la provocazione mirava anche a evidenziare i rischi del mescolare/confondere letteratura e vita. Se ci si mette su questo piano, non capisco perché ci devono essere degli intoccabili.

  139. matteo il 1 marzo 2006 alle 10:14

    “@db

    Molti commenti fa ho postato questa risposta all’esemplificazione (un po’ infelice) da te scritta a sostegno della tua teoria. La riposto perché il tuo intervento successivo non l’ho trovato chiarificatore. L’applicazione di uno schema generale, per altro solido, continua per me a non essere una prova del fallimento di un racconto.

    “Quello che tu dici vale per tutte le narrazioni. Da ogni storia è possibile estrapolare lo scheletro per poi rivestirlo con un’altra pelle. Delle storie è appunto la pelle che cambia, gli schemi narrativi in sé sono pochi. Oltretutto, inventando “Pasolini”, mi pare tu abbia dimostrato come cambiando i personaggi e la situazione, pur conservando lo schema, cambi anche, e di molto, il significato della relazione tra i personaggi e quindi la storia”.

  140. matteo il 1 marzo 2006 alle 10:21

    sempre @db

    leggendo poi il tuo ultimo intervento, da te postato mentre scrivevo il mio, continuo a sostenere che tu dica cose decisamente corrette, ma contemporaneamente che il tuo approccio narratologico sia inadatto a cogliere a fondo i problemi che il racconto solleva (senza per questo – @emma- sostenere che sia necessaria una sensibilità “superiore”, anche perché le sensibilità, più che superiori e inferiori, sono differenti e là dove arriva una non arriva un’altra e viceversa).

  141. emma il 1 marzo 2006 alle 10:37

    @Matteo
    “senza per questo – @emma- sostenere che sia necessaria una sensibilità “superiore”, anche perché …”

    Non mi riferivo certo a te, Matteo.
    Il mio discorso era (è) assimilabile a quello che fa più sopra Dorigo riguardo al misterioso *dono* dell’oggettività, che qualcuno si ritrova sempre e comunque e qualcun altro invece no.

  142. andrea raos il 1 marzo 2006 alle 10:41

    Grazie, Emma.

  143. matteo il 1 marzo 2006 alle 11:07

    @emma
    menomale… in effetti mi pareva strano :)
    meglio far precisazioni comunque, che da queste parti i fraintendimenti mi paiono di casa…

  144. unoqualunque il 1 marzo 2006 alle 11:10

    Siete malati, sono sempre più convinto. E la mucca grassa si bea nel veder tanti mosconi sul suo olezzante prodotto.
    due perline a caso
    “Qualsiasi patologia è risposta consequenziale a stimoli adeguatamente impartiti.”
    Come questo…ad esempio (tornando a casa, assicuratevi che i vostri bambini abbiano il pc collegato, e dite loro, questo è il messaggio che vi mandano i Maestri)
    “trattarli da cani, come fa georgia e le altre, che li vogliono tutti in galera, forse meglio sul rogo, meglio ancora se sono loro ad appiccare il fuoco, è segno di un sentire cripto-fascistico”
    Forse non hai capito, tu dal sentire cripto-liberale: se sfiori mio figlio (anche solo a parole…) io prima ti sparo in bocca (non con una pistola dell’upim) poi cerco di capire dove nasceva il tuo problema.
    Andate a lavorare.

  145. Aldo Biscardi il 1 marzo 2006 alle 11:29

    emh, dudes, “fallacia referenziale” anyone?

  146. s. il 1 marzo 2006 alle 11:42

    db
    una precisazione:
    forse in letteratura il potere è manifestato dagli ‘imperativi’ (sturmtruppen kamminen !!!!), ma nella realtà (e credo che Mozzi di questa intenda parlare, non del sesso degli angeli) il potere (in quel tipo di rapporto) è di chi ti può portare alla Upim, disporre di una stanza e chiudersi da solo con te bambino a fare un ‘gioco’.
    Non so perchè ma a me (che ho avuto il piacere di non essere finit* in mano a un pedofilo) ogni volta viene in mente la bella faccia di Elmut Berger (si scrive così?) e la bambina nella ‘caduta degli dei’ di Visconti. Di cosa accadesse nella stanza molto si può intuire. Di chi avesse il ‘potere’ non ci sono dubbi. Della fuga estrema (suicidio) della bambina dall’orrore neppure.
    Un caso di ‘pedofilia’ forse più chiaro e allarmante del pistolotto di Mozzi. Ma non è un rimprovero, il ragazzo si farà e non è detto che la strada sia facile.

  147. tashtego il 1 marzo 2006 alle 11:42

    “Forse non hai capito, tu dal sentire cripto-liberale: se sfiori mio figlio (anche solo a parole…) io prima ti sparo in bocca (non con una pistola dell’upim) poi cerco di capire dove nasceva il tuo problema.
    Andate a lavorare.”

    Forse per NI 2.0 è arrivato il momento di provare a capire cosa stia succedendo.
    È bastato un buon racconto che descrive un rapporto sessuale tra un uomo e un ragazzo per strappare il velo “progressista” e “letterario” che ammantava questo Blog sotto il quale è emersa la stessa poltiglia confusa, fatta di politically correct impastato di pulsioni istintive (dunque di destra), che impregna il resto del Paese.
    Meglio dunque non affettare più differenze, meglio non guardare “da fuori”, distinguendosene, lo stato politico e culturale del Paese.
    Meglio tacere, in proposito.
    E forse anche su tutto il resto.
    La prova a cui Mozzi, magari senza volerlo, ha sottoposto NI 2.0 non è stata superata.

  148. maline il 1 marzo 2006 alle 11:56

    Via tashtego, non esageriamo. Stiamo discutendo. Stiamo discutendo di un raccontino (per te buono, per me piatto e debole) -non di Proust, dell’Alighieri o della Bibbia. Che prove dovremmo mai superare? Dobbiamo ogni volte arrivare alle “ultime cose”? Dal racconto di Mozzi dipende dunque la nostra vita (almeno quella intellettuale)?
    Magari non sarebbe male se prima di scrivere ci si prendesse il tempo di bere un tè o un caffè (a seconda dei gusti e della cultura).
    E poi…Se poi qualcuno interviene senza aver nulla da proporre se non insulti… basta ignorarlo e cercarsi altri interlocutori.

    Una cosa però mi par di notare: c’è poco riconoscimento del sesso come cultura.

  149. mattia il 1 marzo 2006 alle 12:09

    non ho letto tutti i commenti e forse dirò qualcosa che altri hanno già detto, sarò comunque breve. a me il racconto è sembrato bello, duro, ha un suo senso che va guardato senza falsi pudori. il tema è difficile da affrontare, urta, ma mi pare che qui si sia spostato l’asse del discorso. io valuto questo racconto nella misura in cui mi ha reso un certo rapporto, non mi metto a giudicare la pedofilia, se non nella misura in cui in questo racconto viene resa. mozzi ne parla in termini di potere, e non si può che condividere l’approccio alla questione.
    alla vista delle reazioni, mi pare giusta l’ultima osservazione di tashtego, se si critica la letteratura per i temi che affronta e non per quello che è di per sè si ripropone un vincolo tematico che onestamente mi pareva superato da un tot.

  150. Baldrus il 1 marzo 2006 alle 12:46

    Lascerei perdere le considerazioni tipo che i pedofili violenti sono criminali e i minori vanno tutelati ecc. Siamo tutti d’accordo, ma non è questo l’argomento del racconto, che è, come ho già scritto, una scena in progress, senza un inizio né un finale. Quindi è meglio anche non scomodare Lolita, che è invece un romanzo compiuto. Prendiamolo e analizziamolo per quello che è. E’ scritto con compiacimento? L’autore si voltola nell’eccitazione e nel male? Secondo me no. Non ho trovato nulla di tutto questo. Possiamo quindi provare a leggere senza far scattare l’istinto di autodifesa della condanna morale? E quindi leggerlo senza fare scattare risposte emotive, come ha scritto Franz? Cristina scrive “mi fa schifo”. Certo, è una risposta emotiva, più che legittima e comprensibile. Ma è superabile? Mozzi non è il primo che scrive storiacce che coinvolgono bambini. C’è un raccontino di Carver, con lo stesso impianto, senza un vero inizio né un finale, dove due genitori litigano (ovviamente con contorno di alcool, come di solito in Carver), e mentre litigano tengono il loro bimbo piccolo ciascuno per una mano; grida e grida, tira di qua e tira di là alla fine il bambino si “spacca” in due. Atroce. A sangue freddo, senza compiacimenti nè voltolamenti nei rimorsi. Possiamo accettare o no queste letture, senza avere il terrore di dovere approvare l’azione narrata per il solo fatto di leggerle?

  151. tashtego il 1 marzo 2006 alle 13:10

    “E’ scritto con compiacimento? L’autore si voltola nell’eccitazione e nel male? Secondo me no.”

    domando: se invece fosse scritto con compiacimento, se l’autore si voltolasse nell’eccitazione e nel “male” non potrebbe essere buono lo stesso?

  152. F.K. il 1 marzo 2006 alle 13:21

    A Cristina (mi è piaciuto il tuo intervento, pieno di forza e passione, nonostante le critiche pesanti): a me non pare che questo racconto sia di tipo “restaurativo”, tutt’altro.
    E nemmeno voglio fare il saggio. Dicevo semplicemente, naturalmente generalizzando, che è possibile, a mio personale parere, arrivare al nocciolo del racconto con una certa freddezza dopo aver subito un colpo duro; a me è successo, tutto qui. Se la questione è estetica, ovvio che non c’è problema. Se il tuo schifo è un atteggiamento di rifiuto, anche qui nessun problema. Ma se io rispetto il tuo parere, tu rispetta il mio; o meglio, cerca ci rispettare il mio modo di sentire il racconto, che viene da un’analisi, da una sorta di voluto “distacco”.
    Infine: il titolo a mio avviso non è casuale; quello che prova l’uomo nei confronti del bambino sembra proprio amore. Il bambino, ovviamente, non ricambia. L’amore diventa violenza se “somministrato”a un minore, che lo ricambi o no.
    La posizione dell’uomo nei confronti del bimbo è di potere.
    L’inermità del bimbo è paradossalmente ancor più evidenziata da quella pistola giocattolo che non puo’ sparare che bolle di sapone o miccette.

  153. mag il 1 marzo 2006 alle 13:23

    se le due figure protagoniste fossero state di sesso femminile tutto questo scalpore avrebbe avuto luogo?

  154. matteo il 1 marzo 2006 alle 13:30

    grazie per aver citato quel racconto, Baldrus, cercavo ieri un esempio valido per citare Carver, che stranamente nessuno aveva ancora nominato, e questo è perfetto.

  155. maline il 1 marzo 2006 alle 13:33

    “Ma anche lui non voleva mollarlo. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò anche lui con molta forza.
    In questo modo, la questione fu risolta.”
    (R. Carver, Piccole cose)

    Questo è il finale del racconto che citi. E la sua grandezza sta proprio in quell’indicare, in quel suggerire senza nominare -ma con quale precisione! La fantasia di ognuno potrà raffigurarsi la scena -inequivocabile nella sua rudezza (e persino, spero di non essere frainteso, “ironia”). Non c’è compiacimento in Carver -come forse nemmeno in Mozzi- ma non c’è neppure asetticità e neppure la morbosità del particolare. Quelle di Carver sono parole al vetriolo, sono colpi di coltello precisi che squarciano il velo. Sono parole che mi hanno provocato un brivido. Il racconto in questione mi ha invece annoiato nel suo voler essere in qualche modo iperrealistico. Non è il tema ma la scrittura che mi fa dire essere debole.

  156. ufficiale giudiziario il 1 marzo 2006 alle 13:34

    @uomoqualunque
    facciamo un esperimento: sottoporrei la tua sensibilità a continue, quotidiane vessazioni, sfrutterei ogni tua forma di sensibilità per colpire qualsiasi tuo sentimento sino a renderti anaffettivo, provvederei a fare precipitare con intrighi e complotti di ogni genere la tua professionalità e il tuo conto in banca, ti metterei amici, parenti, amanti e figli contro, ti obbligherei a subire ingiustizie di ogni genere e abusi di potere…..vediamo dopo anni ti tali trattamenti come reagisci.
    I casi sono due: o non reagisci e quindi non sei normale,
    o reagisci violentemente come ogni essere umano farebbe dimostrando sanità mentale, ma per chi non conosce le pressioni a cui sei stato sottoposto, appariresti come pazzo.
    Questi sono dei piccoli trucchetti che i periti psichiatrici dei tribunali adottano quando vogliono liberarsi di cittadini “scomodi”.

  157. maline il 1 marzo 2006 alle 13:34

    Il post precedente era per Baldrus (ma non solo ovviamente)

  158. oratio de hominis dignitate il 1 marzo 2006 alle 13:47

    @ Emma

    Se vuoi che risponda alla tua domanda, cara madamalamarchesa, devi convincere i redattori di NI a non cancellare la mia risposta. Farò rispondere a te, al signor mozzi e a tutti quelli che stanno scoprendo arte e letteratura in un raccontino di impianto nazista, oltre che osceno di per sé, da una persona che quell’orrore l’ha vissuto a sei anni, una donna che ha forse la tua stessa età oggi. O vuoi che a risponderti sia uno dei tanti ragazzi (soprattutto bambine) di cui ho cercato di raccogliere i resti, negli ultimi venticinque anni, mentre contemporaneamente raccoglievo anche i miei? E dopo, solo dopo, vi direi anche dove andare, e a fare che cosa, te e tutti gli intellettuali o presunti tali di cui reggi il moccolo.
    Tu intanto, vai a leggere quello che scrivevi il 27 febbraio alle h 20.58, prima di tirare in ballo Andrea Raos che con le tue “meditazioni” c’entra ben poco e rischia, se non ha letto, di farsi trascinare in una polemica che tu, e pochi altri, sapete innescare ad arte. Infatti, madamalamarchesa, qualcuno qui ha offeso (ed ha sbagliato) trascinato dai suoi sentimenti (e l’avete “licenziata in tronco”): ma sappi, compagna della domenica, che i tuoi “asterischi” hanno la stessa violenza e volgarità di uno sputo in piena faccia.

    Non rispondermi, adesso, che non parli con un nick: fatti dare il mio none e cognome da NI (vi risalgono dall’indirizzo IP), ti invito a casa e ti faccio parlare con mia moglie. Lei avrebbe veramente qualcosa da dire a te, a tash e a mozzi: dovrete venire ben armati e schermati, però, perché vi sarebbe un po’ difficile reggere il suo sguardo mentre vi racconta cosa sia veramente la “vostra” letteratura di merda.

  159. s. il 1 marzo 2006 alle 14:19

    a quelli a cui andrebbe bene un asettico commento sul presunto asettico racconto dico che si può proceder per analisi logica, grammaticale o semantica. Volete farlo? è questo il modo in cui normalmente vivete un racconto? de gustibus . Ad altri capita di ragionarci anche fisicamente, razionalmente e affettivamente. Non mi stupisce la reazione del tizio che minaccia con la pistola è quella più immediata di chi sente, e a comprensibile, ragione, la pedofilia come un pericolo per i propri figli. Non mi piacciono le sue parole, ma mi stupisce che quì dentro non ve ne siano state di più pesanti. Credo che chi è capace di un briciolo di empatia con le vittime (sempre e solo bambini e su questo credo non sia possibile discutere) ne pensi anche di peggiori. Solo dopo esiste la ragione, le considerazioni sulle difficoltà altrui e la condanna penale del pedofilo e di certi comportamenti.
    Ritorno però un attimo al testo di Mozzi per aggiungere una considerazione. Non si tratta solo di un pistolotto senz’anima (a mio avviso), ma anche di un quadro d’insieme ingannevole e falso. I motivi non sono solo quelli che indicava db sulla struttura, ma anche l’immagine che alla fine resta e non è quella del pompino su minore o della masturbazione e mezzo pistola (puah comunque), ma la sensazione di avere assistito a un rapporto ‘alla pari’. La parte nascosta e perfida di quel mediocre racconto è proprio questa: pensare che bambino e adulto siano su un piano di parità. A molti di voi (basta rileggere qualche commento) la cosa è parsa o greca o di colpa reciproca (il bambino intrinsecamente colpevole come l’adulto), Quando è chiaro che l’Upim, la pistola, la camera (di cui l’adulto dispone), l’solamento (di cui l’adulto dispone e impone) sono le forme di una coercizione che nessuna ‘partecipazione’ passiva, attiva o sadica a un ‘gioco sessuale’ declinato per l’adulto può rendere ‘paritaria’.
    Questo mi sembra il maggior danno che un racconto del genere può arrecare a chi lo legge, un ragionamento del tipo: ma allora neanche il bambino è innocente. Sono meccanismi non insoliti di questi tempi e applicati in molti ambiti non strettamente pedofili.
    Spesso sono persone che esercitano molto potere a lavorare per cambiare la prospettiva sia come lettura ‘sociale’ (es: siete poveri perchè incapaci, non perchè abbiamo fatto in modo di affamarvi, poi derubarvi e infine occuparvi militarmente) che come interpretazione della realtà da parte delle vittime (e la cosa riesce molto bene con i bambini abusati da figure familiari che si colpevolizzano e non riescono a maturare opposizione e consapevolezza dell’abuso subito).
    Considerando i bambini che si sentono colpevoli per gli abusi (la colpa è mia, sono io che ho qualcosa di sbagliato, mio padre ha ragione ecc…) mi è balenata, per una frazione di secondo, l’idea che il racconto di Mozzi potrebbe averlo scritto una vittima di abusi e che quella descrizione ‘paritaria’ è voluta ed è parte di una colpa indotta, accetata e riproposta.
    Non è così (a meno di diversa versione mozziana), il racconto è brutto lo stesso ed è anche pericoloso nel momento in cui non distingue il divario tra vittima e carnefice.

  160. db il 1 marzo 2006 alle 14:22

    Un vantaggio del blog è che si può parlare con altri, oppure da soli. Io parlo da solo e casomai con altri. Il post è un racconto, e io guardo il racconto. Come prima cosa quindi evito di chattare sulla pedofilia, come seconda sospendo il giudizio sulle intenzioni dell’autore e come terza sospendo il confronto con testi di altri autori.
    Il grosso del lavoro l’ho già fatto: prima ho sgombrato il testo dalla mobilia (tipo l’asciugamano ecc.), poi ho esaminato la struttura. Ora tiro le conclusioni.
    1- il fulcro-tema del racconto è un rapporto a 2 di tipo classico servo/padrone i.e. sado/maso.
    2- i 2 attanti sono un pedofilo adulto in ruolo servo/maso e un bambino di 6 anni in ruolo padrone/sado.
    3- il racconto non affronta né il tema della pedofilia, né quello dell’infanzia, e siccome è sul registro realistico, risulta totalmente incongruo/inverosimile (fosse stato sul regime grottesco, con una scimmia ad es. al posto del bambino, avrebbe potuto funzionare).
    Infine tolgo l’epoché sulle intenzioni: immettendo nella struttura sado/maso i 2 attanti in ruolo rovesciato rispetto a quanto avviene nella realtà, l’autore perde la verosimiglianza, ma guadagna in eccentricità – épater les bourgeois insomma (fin che ne sono).
    Quanto al confronto con altri autori, getto la spugna.

  161. temperanza il 1 marzo 2006 alle 14:33

    160 commenti sono troppi per le mie forze.

    Solo una cosa sul testo. E non sto a chiedermi se sia meglio Sade, o Houllebeq o Dostoiewskj.

    Ho un rilievo da fare a Mozzi, mi pare in parte in sintonia con quello di DB, e che forse si lega anche ad altri. Mentre sono riuscita a entrare nella mente dell’adulto, non sono riuscita a entrare in quella del bambino, il che mi fa pensare che Mozzi non avesse “esperienza” di quel bambino, esperienza letteraria, intendo, non certo personale, o non la volesse.

    Detto questo, il racconto mi ricorda, per impianto stilistico e tono, certi quadri americani, e uno in particolare, Tashtego forse ricorderà il nome del pittore (che non mi sembra Hopper, ma potrebbe) è grigio, dipinto in una serie di grigi, per meglio dire, e ci sono due vecchi coniugi in piedi, lei in cuffietta, aspri immobili e raggelati, e dietro si vede una casa. Non fanno niente, non c’è traccia di attività, guardano lo spettatore e non lo vedono, fanno paura.

  162. emma il 1 marzo 2006 alle 14:33

    @oratio de hominis dignitate

    No, in effetti non mi pare il caso di rispondere.

  163. F.K. il 1 marzo 2006 alle 14:40

    Temp, il quadro è “American Gothic” di Grant Wood.

  164. andrea raos il 1 marzo 2006 alle 14:42

    Ri-grazie, Emma.

  165. s. il 1 marzo 2006 alle 14:55

    Per chiudere (io, non so voi)
    Lo consiglio a tutti. Ad alcuni in particolare. A me è bastata la presentazione e sono grata a chi l’ha scritta con garbo e umanità. Lo consiglio anche a Mozzi, il prossimo racconto potrebbe migliorare.
    da Carmilla
    Giovanni Polesello: TI FACCIO UN GIOCO
    di Daniela Bandini
    Giovanni Polesello, Ti faccio un gioco, Barbera Editore, 2005, pp. 220, € 15,50
    Questo romanzo è una cruda poesia. Lettori abituati a splatter, sangue a profusione, squartamenti, violenze di ogni sorta, capiranno che la descrizione di questo tipo di brutalità tocca corde ben più profonde e laceranti del macellaio serial killer con il suo bagaglio di minuziose descrizione compiaciute. E’ un romanzo imperdibile, sia per chi si avvicina per la prima volta al tema della pedofilia, sia per chi, anche nel retroterra più lontano dei ricordi, pensa quindi sa di avere subito un certo tipo di influenze devastanti. .

    A Giovanni Polesello il merito grandissimo di avere affrontato queste tematiche con un pudore a oltranza, senza mai lasciarsi tentare dalla facile identificazione tra vittima e carnefice; i confini, difesi spietatamente, sono il punto fermo di questo romanzo. E’ per questo che ho parlato di poesia all’inizio di questa recensione: il salvaguardare l’innocenza e credere ancora nel valore di difenderla, hanno di questi tempi il sapore di una provocazione contro l’egemonia di una cultura dominante. Esercitare violenze su un bambino piccolo, piccolissimo, due anni e mezzo, pensare al turismo sessuale come a un diritto acquisito, capire che il trauma non è un fattore continentale. Questo libro ci porta a giudicare diversamente quei comportamenti che vengono spesso considerati mere valvole di sfogo organiche e liberatorie, una coincidenza paurosa tra il sopruso e la logica di mercato: l’identificazione è certamente la parola che più latita in questi anni.
    Ma veniamo al romanzo. Il punto di partenza è l’osservazione: c’è chi, incapace per timidezza o altro di partecipare all’esistente, si rifugia nella contemplazione attiva della vita altrui. E’ il caso di Oreste, forse il personaggio migliore del romanzo, sicuramente il più complesso e il più impegnativo, che passa la sua esistenza a cercare negli spiragli di vita degli altri l’aggancio a una sorta di normalità. Egli passa ore a curiosare nelle finestre di fronte a lui, sino a cercare nei ritmi che non gli appartengono una cadenza rassicurante fatta di orari, di preparativi, di pulizie domestiche, di piccole manie personali. E così si affeziona a una famiglia composta da una madre e da un bambino piccolo, dei quali conosce le abitudini e verso i quali si sente responsabile.
    Oreste fa un lavoro che gli permette di agire sul tempo alterandone i ritmi quando vuole, un orso timido e scostante considerato eccentrico ma innocuo. Nella vita cadenzata e tutto sommato metodica della famiglia che gli è cara giunge un giorno una figura maschile che destabilizza la sua consuetudine. Arriva il mostro. Arriva un mostro attento e disponibile alla esigenze di una madre e di un bambino, premuroso fino all’eccesso, consolante. Quella persona che, per una madre separata, sembra piovuta dal cielo, capace sia di amare lei che, soprattutto, suo figlio.
    La madre non si abbandonerà mai completamente, più per carattere che per circostanza, alle lusinghe di quest’uomo. E’ una persona intelligente e ama difendere i propri spazi, e poi ci sono cose che non quadrano, forse sono eccessive. Eccessivo il legame che unisce l’uomo alla figlia, eccessivo anche l’annullamento verso questa nuova famiglia, eccessiva la dicotomia tra disponibilità e severità, tra intransigenza e liberalità. La figura inquietantissima della figlia, che gioca con le bambole coprendole di colore rosso sangue e calpestandole, insultandone la sessualità, è raccapriccinate, ma il lettore non lo scoprirà per deduzione. Anch’essa è ormai un mostro undicenne, che sa nascondere tutto quello che le è stato tolto, contando sulla prossima vittima da prevaricare per riscattarsi anch’essa. Tutti tacciono, tutti recitano la parte della famigliola felice, o ci provano, per poi venire allo scoperto appena credono di poter allentare la morsa della prudenza. Un gesto, terribile: la masturbazione di un bambino di due anni e mezzo nella vasca durante il bagnetto, chiedersi dove mai l’avrà imparato, le mezze parole, quell’uomo che gli ha fatto la pipì in faccia, vedere il proprio bimbo succhiare palloncini gonfiabili come gli ha insegnato lui ma sul proprio membro, il tutto mentre tu come madre hai permesso che ciò accadesse e non sai se uccidere lui, uccidere te stessa o uccidere il bambino, perché tanto niente sarà più come prima. E finalmente tutto quadra, quelle cose che proprio non andavano giù e che ora si spiegano, l’accenno del mostro all’educazione al dolore, al fatto che portasse la figlia negli spogliatoi dopo le partite di tennis, il fatto che dormissero insieme, e poi quella conchiglia appuntita conficcata per sbaglio nel corpo di lei durante un soggiorno in Spagna in tenda, ma destinata a suo figlio: per educarlo al dolore. Ecco spiegato quell’urlo lacerante nella notte, di ogni notte, che la svegliava e la spingeva a chiedersi perché piangesse a quel modo, perché così all’improvviso. Perché il sonno dolcissimo di un bambino di due anni e mezzo si fosse interrotto con un grido.
    Oreste in tutto questo, lui che ha subito violenze analoghe, prova impotenza e disperazione. Sa che la denuncia probabilmente non servirà a niente, ma sa anche che tacere sarebbe la fine del bambino. Non basta sapere e allontanarsene, bisogna parlarne, bisogna far capire che i grandi che fanno certe cose ai bambini vanno puniti. Non andrà così, come era logico aspettarsi. Sicuramente il fatto che Polesello sia un insegnante contribuisce al quadro lucidissimo e spietato di una metodica analitica superficiale e arrogante, fatta propria da parte di un corpo scolastico burocratizzato e incompetente, ma anche di una magistratura gonfia di tutte quelle avvilenti procedure nelle quali inevitabilmente la vittima diventa il colpevole. Ma senza un colpevole, la prossima vittima diventerebbe sicuramente un carnefice a sua volta, e allora Angelo – un nome non certo casuale, il nome del bambino – potrà finalmente odiare ed essere un uomo libero domani.

  166. temperanza il 1 marzo 2006 alle 15:12

    Grazie @Franz, adesso me lo segno, cerco sempre di ricordarmi di chi è e non lo so mai, è proprio il quadro che dicevo, American Gothic.

  167. temperanza il 1 marzo 2006 alle 15:15

    Forse, oltre alla mia ignoranza della pittura americana, non me lo ricordo perché il quadro vive di vita propria, potrebbe essere anche l’unico quadro di quel pittore, vive quasi in sé, simbolo di ogni raggelamento e orrore.

  168. tashtego il 1 marzo 2006 alle 15:56

    A me quel quadro di Grant Wood dice molto, invece.
    Infatti è diventato un’icona della cultura americana.
    Tutte le icone americane si installano anche qui da noi.

  169. anonimo il 1 marzo 2006 alle 16:00

    L’idea che un frequentatore occasionale si fa leggendo questi post (non tutti, una buona parte) e il racconto di Mozzi, è la totale mancanza di relazioni. Intendo quel tipo di relazioni che solo l’esperienza può fornire, avere figli, fare da mangiare, frequentare le persone, bere qualcosa, fare due chiacchiere. Questa esperienza, credo, fornisce la possibilità non di un’isola, ma di un limite. La letteratura non è dir tutto, è limitare il dire. ll capitalismo moderno ci da l’impressione che tutto sia lecito e possibile, la letteratura (civile) dovrebbe essere il contrario: l’antitodo. Sembrano tutti preda del demone della teoria. C’è un racconto di Coetzee, Elisabeth Costello, il problema del male in letteratura. E’ un racconto serio, parla dela possbilità di non essere costretti a guardare. Ho pensato a lui leggendo Mozzi. Non farmi assistere al male, Mozzi. Torna all’esperienza, lascia perdere la teoria.

  170. Writer il 1 marzo 2006 alle 16:19

    A me il racconto di Mozzi non è piaciuto, non perché racconti una vicenda “al limite” (nella realtà, come tutti sanno, c’è molto di peggio e comunque la radicalità del tema non può essere oggetto di censure morali), ma perché lo sguardo del narratore pare congelato. Non è un racconto sull’amore, nè sul potere, ma un racconto sulla morte, su pulsioni di morte travestite da eros. Nel rappresentare questa perversione dellla pulsione di vita, l’autore assume un modulo narrativo che sembra affetto da “rigor mortis”. Tutto è sotto la luce, nulla è taciuto, ma tutto è irrimediabilmente privo di vita.

  171. mattia il 1 marzo 2006 alle 16:20

    ma il male in letteratura ci deve essere, c’è nella vita e non vedo perché debba essere assente in letteratura. con la letteratura possiamo interrogarci sulla sua identità, pravare a rispondere. anche perché non serve a niente distogliere lo sguardo.
    questo racconto ha del male, c’è del male in questa relazione, è malvagia questa forma d’amore.
    non capisco però tanta rabbia e reazioni. il tema è la pedofilia, è un tema difficile, qui è raccontato con freddezza, certo. ma non credo sia un’esaltazione della pedofilia, tanto è vero che a mio avviso dice molto anche sul qualcosa di diverso dalla pedofilia, dice qualcosa sul male che nasce da certe forme d’amore, e dal potere.
    io, e qui semplifico, l’ho trovato bellissimo.

  172. mattia il 1 marzo 2006 alle 16:21

    tra parentesi:
    è anche per questa immobilità funerea, questa pulsione di morte travestita da eros, che questo racconto mi è piaciuto.

  173. Writer il 1 marzo 2006 alle 16:36

    Cerchiamo di capirci. Il problema non sta nell’oggetto, ma nel modo di narrare. La prosa di Mozzi in questo pezzo è priva di vita, è congelata e quindi rischia di essere sterile e difensiva.
    Credo che questa scelta sia stata dettata dalla sua necessità di prendere le distanze da ciò che narrava, ma così facendo ha fatto una scelta che mortifica in primo luogo le sue capacità di raccontare.
    Sembra un po’ di vedere quei quadri iperrealisti: Si percepiscono persino i pori della pelle, ma l’effetto è di “non realtà”.Il racconto di Carver, su una realtà ugualmente dura, invece, lascia uno spazio all’immaginario e quindi rende dinamica la percezione della situazione.

  174. mattia il 1 marzo 2006 alle 16:41

    si è un racconto assolutamente privo di umanità, ma lo trovo appropriato rispetto al rapporto di potere che emerge fra i due. certo, è vero, mortifica parte degli aspetti che, da un simile soggetto sarebbero potuti emergere. però credo che anche così sia un racconto riuscito.

  175. temperanza il 1 marzo 2006 alle 16:44

    @tash

    Anche a me “il quadro” dice molto. Il racconto di Mozzi me lo ha ricordato, ma non sono equivalenti, se però me lo ha ricordato mi viene da pensare che vada o intenda andare in quella direzione, il tono è quello, ma qualcosa a mio avviso manca, forse il bambino, come dicevo, infatti dubito che diventerà un’icona. E in questo dubbio c’è, ma anche non c’è un giudizio.

  176. Baldrus il 1 marzo 2006 alle 18:12

    Tashtego, è molto interessante la tua domanda. E’ possibile che l’autocompiacimento nella scrittura di un racconto (che è poi una forma di narcisismo) possa non essere una variabile contraria alla sua riuscita. Credo sia possibile, ma a mio avviso ostacola una delle funzioni della “vera” narrativa, che è quella di ripulitura delle scorie e delle sciatterie varie che tutti noi ci portiamo dietro. La scrittura punta al cuore del problema, delle emozioni, punta al nociolo duro, cerca di andare in profondità. La sciatteria del compiacimento invece resta in superficie. Ed io lo trovo sgradevole e inutile.

  177. mauro il 1 marzo 2006 alle 19:24

    BALDRUS eviva il narcisismo…TEMPERANZA..non sono Itoni quanto i mezziToni su cui devi soffermarti…MATTIA…Bravo ti trovo ecumenico..WRITER..Capiamoci !Suggerisco una tavla rotonda..sull’ERPES GENITALE “si sposa perfettamente coi porri di cui parlavi..chissa che non se ne arrivi a capo di questa discussione!!MATTIA..per una volta apri le parentesi…!WRITER..ancora rigor mortis..siamo in periodo..quasi Pasquale..semprefuoriTempo!S.un consiglio..meglio non dar consigli..!TEMPERANZA1..immagino cosa avresti scritto..sentendoti nel pieno delle forze dopo due piatti di tortelli verdi&zucca…per rifarmi alla differenza dei toni!dbDB..ho inviato il tuo intervento al mio professore di anatomia veterinaria alla fine dell’autopsia mi dira’ in poche parole il significato di quanto volevi dire..attendo curioso!Orazio de omnis eccecc..affettuosita’ tra cortigiani..quanto rimpiango la ghigliottina!!….

  178. mauro il 1 marzo 2006 alle 19:28

    ..Mozzi..hai fatto una vera operazione di Marketing..sei na Lenza come dicono a Roma..hanno abboccato…! Hai superato l’esame..puoi aprire una Pescheria….le sarde le incartiamo ..con la pagina del saggio….!^______*

  179. mag il 1 marzo 2006 alle 19:48

    Tira piu’ un post di mozzi che un carro di buoi.
    Certo che se anche i parlamentari ne hanno discusso i casi sono due:
    o non hanno un chip da fare
    o hanno approfittato, come noi per fare terapia di gruppo, già che in parlamento c’è pure la disposizione delle poltrone a cerchio, tanto predicata da chi guida i gruppi di automutuoaiuto.
    Io mi sono divertita molto, finalmente capisco in cosa i parlamentari sono rappresentativi dell’italianità moderna.

    :-)

    complimenti a tutti per la trasmissione

    M
    A
    G
    D
    A
    sto verticalizzando i contenuti

  180. mauro il 1 marzo 2006 alle 21:02

    …Magda..se sei alta bella snella e con i TacchiAspillo..ti invito a cena..tanto per crearmi..un alibi..!..naturalmente mio e’ l’invito..a Te pagare il conto..!..verticalizzando ..il mio conto e’ in rosso…!

  181. mag il 1 marzo 2006 alle 21:51

    Io con i tacchi a spillo sono alta 170, 175 se i tacchi sono un po’ piu’ alti.
    Snella?nè anoressica nè Boteriana, nella media nazionale: mediterranea nelle forme, nordica nei colori, mongola nei modi. (nomadi).
    Anche il mio conto è rosso come il mio pezzo di cuore di sinistra.
    facciamo cosi, io ti invito, portiamo la cena cinese a casa, e la serviamo sul piatto di portata per le feste, morbido, tondeggiante, abbondantemente declinato su ampii pendii e lussureggianti pianure.

  182. mag il 1 marzo 2006 alle 21:52

    ps: ma quanti anni hai? no perchè non esco con i piu’ giovani di me….mica sono pedofila IO!
    viro verso la gerontofilia….tuo nonno come sta?

  183. db il 2 marzo 2006 alle 08:08

    Il discorso sulle intenzioni dell’autore è sempre delicato, e di buone intenzioni è lastricata la strada della critica. Ma siccome la scrittura è un gesto, resta legittima la domanda sul movente: perché l’ha scritto? Qui poi la domanda è doppia, raddoppiata dall’altra: perché l’ha postato? Suppongo che la risposta giusta sarebbe anche unica per entrambe le domande. Ora, chiederlo all’autore (che nella fattispecie latita) serve eccome, ma non risolve nulla; piuttosto, la sua risposta stessa darebbe materiale ulteriore all’analisi.
    Nel dibattito, una costante è stata la sottolineatura di uno sguardo freddo dell’autore. Penso anch’io così. Penso a Flaubert, il maestro dell’oggettività, alla sua ossessione della pagina. Si usa dire che l’oggettività non esiste. A maggior ragione, aggiungo io, per l’oggettività letteraria, dove l’oggetto è addirittura inventato. Ma sullo sguardo oggettivo di Flaubert si può almeno rilevare questo: suo padre era chirurgo e dissezionava, e il figlio assisteva. Questo per dire che il voyeur è sì super partes in quanto non partecipa, ma anche ha parte in quanto parteggia. Insomma, l’autore freddo è tendenzialmente sadico (come fu fatto notare a Lucrezio sulla vista con naufragio).
    “Amore” esibisce una classica scena sado-maso in cui il focus dell’autore e conseguentemente del lettore è sul polo sado, ossia sul bambino. Poe nella sua Flosofia della composizione butta lì una legge: l’uomo-lettore è fondamentalmente masochista. Classica è l’identificazione col personaggio sofferente (e spasmodica se ingiustamente sofferente). Mi allineo senza tema: parteggio per il servo, e qui per il pedofilo. L’arte-artificio dell’autore sta qui nel porre in ruolo sado un bambino. Ne viene questo: in situazione, ossia nel racconto parteggio per il sofferente-pedofilo, ma in generale, ossia fuori del racconto parteggio per il bambino-sofferente di prevaricazioni adulte. Da un certo punto di vista, un colpo al cerchio e uno alla botte potrebbero dare una miracolosa oggettività. Ma la realtà è: focalizzando sul bambino, l’autore fa leva sull’identificazione con lui del lettore. E ne viene questo: il bambino farebbe bene a uccidere il pedofilo, peccato che la pistola sia finta. Flaubert in Vandea.

  184. giuliomozzi il 2 marzo 2006 alle 11:19
  185. db il 2 marzo 2006 alle 12:59

    “Amore” viene criticato qui:
    http://www.nazione indiana.it

    Flaubert viene criticato qui:
    http://lafrusta.homestead.com/rec_flaubert1.html#anchor_12317

    Il bovarismo viene processato qui:
    http://letturalenta.net/2006/03/lombra-lunga-di-ernest-pinard/

    “Amore” viene processato qui:
    http://nusquam.net/2006/03/lombra-lunga-di-ernest-pinard/

  186. db il 2 marzo 2006 alle 13:32

    Qui siamo tutti critici dilettanti. E’ ora di sentire non dico un professionista, ma un genio della critica:

    *A modo suo, doveva avere coscienza del suo lavoro, anzi, del suo progetto, e proprio nei termini in cui possiamo ragionarci noi, compresi ancora, tutto sommato, nella sua epoca. Eppure in Madame Bovary, rispetto al progetto della serietà oggettiva linguisticamente autocostituitasi (con la doppia conseguenza di dare diritto all’autore di raccontare e, insieme, di farlo scomparire come persona), c’è un grave errore, che sta li, inesplicabile, ingiustificabile, imbarazzante, in prima pagina. Madame Bovary comincia autobiograflcamente! L’autore, lui, è il testimone oculare della realtà fisica di Charles Bovary […] è dunque lì, coi suoi compagni: un manipolo di coppie di occhi che guardano e osservano crudelmente.*

    Cos’è questo “crudelmente”? E cos’è questo gioco a nascondino di un postante che semina quà è la qualche asettico link e quindi ti fa sapere che ti sta guardando? E’ un teatrino parodico della crudeltà? E’ un “Dio ti vede” (“ma non fa la spia” aggiungevamo noi sui cessi dell’oratorio)? Vieni fuori, Mozzi, che diventeremo tutti o deisti o ateisti!

    Dario Borso

  187. Gino l'uccellino il 2 marzo 2006 alle 13:49

    Trovo questo racconto di Mozzi molto brutto. Non perché scandalizza, figuriamoci. E’ solo che non basta enunciare le cose per farle vivere sulla pagina, ci vuole il dettaglio, il pathos, la verosimiglianza… Tutte cose che al racconto di mozzi mancano clamorosamente. Mozzi piantala di ammormarci con i tuoi vecchi raxcconti!

  188. Antonio De Medici il 2 marzo 2006 alle 14:01

    Veramente comico e buffonesco: paragonarsi a Flaubert! Mozzi qua non lo tiene più nessuno – fra un po’ si paragonerà a Dante, e buonanotte!

  189. Cristina il 2 marzo 2006 alle 14:32

    Trovo incredibile che mozzi non si degni di rispondere a nessuno dei suoi commentatori se non con quei ridicoli link. Perchè non chiudevi i commenti al pezzo? Che significato ha postare un racconto sul quale in tanti ci siamo pronunciati e rimanere nell’ombra?
    Per me questo blog ha chiuso.

  190. maline il 2 marzo 2006 alle 14:53

    @ cristina

    concordo.

  191. Piero Piccioni il 2 marzo 2006 alle 15:34

    Amore amore amore amore amore amore amore amore amor…

  192. oratio de hominis transeuntis il 2 marzo 2006 alle 15:39

    Grazie, Cristina, era come se aspettassi un segnale che finalmente è arrivato, anche se la decisione l’avevo presa già ieri.
    Seguo questo blog fin dalla sua nascita, a volte sono intervenuto, molto spesso mi sono limitato a leggere, ma ora basta. Lascio, caso mai qualcuno avesse voglia di leggere, un paio di minime riflessioni, chiedendo, cortesemente, di non prendersi nemmeno la briga di rispondere, perché tanto non tornerò a leggere.

    1) Un intellettuale, uno scrittore, il primo o l’ultimo mozzi di questo mondo, ha una responsabilità etica, che aumenta enormemente quando ciò che scrive diventa di dominio pubblico. Il che non significa che non si possa scrivere un racconto su quel tema, assolutamente, ho letto e visto ben altro nella mia vita per scandalizzarmi o per prendermi del moralista da parte di chi non sa più (ammesso che l’abbia mai saputo) cosa concretamente, nei fatti della vita, quella parola significhi. Il fatto vero, e di esempi ne sono stati fatti, è che di fronte all’orrore deve esserci nel racconto una virgola fuori posto, un accento sbagliato, un oggetto fuori quadro, che ti dica dov’è lo scrittore, dove si orienta il suo sguardo, a cosa mira. Il quella merda asettica, sulla quale sono stati scritti chilometri di dotte ed erudite analisi, non c’è niente di tutto questo. Il “male naturale”? Allora è “naturale” anche che un milione di sacchi di spazzatura italiani vadano ogni anno in estremo oriente o in America latina ad abusare di bambini e a soddisfare le loro voglie, frutto degenere di questa immonda e ancora più degenere società della merce, del consumo, del capitale, della reificazione di ogni valore umano. Ed è anche un fatto di classe, signori: o credete che ad andare in quei posti siano i cassintegrati dell’alfa o i braccianti a cinquanta giornate lavorative l’anno della Basilicata e della Puglia? Siamo il terzo paese al mondo per turismo sessuale che ha per oggetto i bambini: capisci, mozzi, quale “responsabilità” hai quando prendi la penna in mano? Il tuo dio, sempre ben disposto da duemila anni verso i vincitori di ieri di oggi e di domani, non ti ha detto niente al proposito?

    2) A volte, in alcuni thread, avrei voluto intervenire, credevo di avere qualcosa di intelligente da dire, ma non l’ho fatto: a trattenermi era il pensiero che quello che stavo per scrivere avrebbe potuto ferire i sentimenti e la vita di qualcuno: si chiama etica.

    3) Avete “gentilmente” cacciato Georgia, perché secondo voi ha offeso. Bene, mettiamola in questi termini. Come mai, però, con tutti gli strumenti critici da donne e uomini colti che possedete, nessuno di voi si è preso la briga di analizzare da dove derivava quello sfogo, finito poi in un esempio sopra le righe? Ah, già, eravate intenti ad analizzare il capolavoro del signor mozzi, dimenticavo. Ebbene, che vi piaccia o no, Georgia sarebbe una delle poche a poter ascoltare i racconti delle persone di cui vi parlavo ieri tenendo gli occhi fissi, e vivi, al volto dei suoi interlocutori, senza doverli abbassare: era quella la ragione del suo sfogo, ragione non contemplata nell’universo-macchina che è diventato il sentire di alcuni illustri commentatori.

    Ringrazio, comunque, questo posto: qui ho incontrato degli amici che, almeno per me, tali resteranno per sempre, lo vogliano o meno; insieme all’unica persona che, cultura o non cultura (e io credo di averne) mi ha insegnato sempre qualcosa ogni volta che ha scritto: Temperanza.

    Addio, signori, e buone cose a tutti.

  193. mag il 2 marzo 2006 alle 15:40

    Di Mozzi hanno parlato adesso a Fahrenheit, rai 3 e credo fosse lui al telefono..

  194. Salambé il 2 marzo 2006 alle 15:43

    Mozzi, voglio la la penna di Flobér.
    Subito!

  195. Galletto Guzzi il 2 marzo 2006 alle 15:50

    me è vero che al processo Mozzi lo difende Zizzi e il presidente è cesare Ragazzi?

    GG

  196. mag il 2 marzo 2006 alle 16:11

    magari bastasse uscire da un blog per riavere la propria libertà.
    Cosi come non basta fruire di basse pulsioni agendo su effetti schiavizzanti per esprimere affettività-
    Mantenersi nelle logiche servo-padrone significa legarsi, condannarsi a un un processo finale, un processo che non cambierà mai perchè agisce sugli effetti, le dipendenze, ma non sulle cause: la perdità di Libertà e libertà.
    Nessuna persona libera lega la sua affettività a modi cosi distanti dalla naturalezza dell’amore.
    C’è chi purtroppo non puo’ riavere nessun tipo di libertà se non espatriando da uno stato come questo che non tutela piu’ nessun diritto elementare.
    Ma forse non c’è piu’ nessuno stato in cui questo puo’ essere garantito.

  197. db il 2 marzo 2006 alle 16:15

    Gentile Censura Internetica,
    come sa ho la fedina pulita: l’unico suo fischio di sintassi fu un fiasco. Ma ho un problema: i metacommenti sono IT o OT? Ad es., se io non parlo del post, ma del perché un postante posta un post e poi invece di guardarlo lo spia, invece di intervenire con vera cura pizzica a lato con dei link per poi spostarsi di sede ecc. – io sono in o sono out? I metacommenti sono come il prezzemolo (IT) o come la peste (OT)? Andrebbero postati prima (alla nascita), durante (adesso), o dopo (alla morte)?
    Sono stato sempre sincero con Lei, e cercherò di esserlo anche adesso. Qui tutti vedono tutto, i commentatori i commentati e viceversa, i commentatori i postanti e viceversa ecc., ma da 2 giorni al festino partecipa un commendatore, e nessuno tranne io lo sa. Questa insomma è una soffiata.
    Una mia ex-allieva di parecchi anni fa (di cui farò casomai il nome a Biondillo perché è l’unico che qui conosco personalmente, e anzi casomai gliela presenterò perché è simpatico) ha un posto di rilievo in una grande agenzia di comunicazioni internazionale. Io la vedo spesso, perché moglie di un mio caro amico (così caro che gli ho fatto da compare), e la settimana scorsa abbiamo praticamente passato la serata a blog, tornando sempre su NI. Be’, in 4 e 4 = 8 ha messo su un piccolo brainstorming di brains filosofici (lei, che si laureò su Duns Scoto, assume volentieri neolaureati in filosofia) per studiare proprio la blog-comunication. Tutto qua, ma mi è sembrato giusto segnalare che qualcuno (non Mozzi) guarda senza essere guardato.

    In fede

    Dario Borso

  198. luciano freud il 2 marzo 2006 alle 17:08

    a mozzi, eddai, dì qualcosa, dai, che sennò qua i commentatori spariscono. prima quella santasubito di georgia (georgia, staccasa aspietta a tte) mo’ orazio, poi db (quello che mangia con gb).
    dai mozzi, nun fà er fanatico, dì qualcosa, spiega il racconto, io l’ho capito e mi piasce, ma tu non puoi sta sempre zitto, capisci?

  199. mauro il 2 marzo 2006 alle 17:09

    …Mio caro Sig.Dario Bosio..relativamante ai commenti non commenti del Sig.Mozzi sono stato IO..in qualita’ di consulente..suggerirlo tenere questa linea editoriale.Ne curo l’imagine..a questo aggiungo che mentre Ella si divertiva con gli amici 4 salti in padella a fare il Capitan Tempesta..Io mi preoccupavo non fare impazzir la maionese.! Spero esser stato Esaustivo…Dimenticavo del suo intervento..sopra..mi ha colpito soprattutto
    il finale..”In fede”..Ecumenico! :-)

  200. mauro il 2 marzo 2006 alle 17:13

    ..Carissima Mag..il nonno sta’ bene..e’ sempre in gamba,una..se non fosse stata quella granata ,in trincea, sul Carso..!…relativamente alla sua proposta di Pic-Nic alla cinese..accetto…ma non porti il ..Pollo.

  201. luciano freud il 2 marzo 2006 alle 17:16

    ma non dite stupidaggini, qua mozzi dovrebbe intervenire per fare chiarezza, secondo me.

  202. luciano freud il 2 marzo 2006 alle 17:18

    ah dimentichevo che pure andrea barbieri non commenta cchiu, come dicono a naples. come faremo?

  203. yara il 2 marzo 2006 alle 18:19

    *se vuoi fare il San Giorgio, devi ammazzare il drago, non le lucertole* Berardinelli, sul Foglio di ieri

    e Georgia? Berardinelli l’ammazzò perché era un drago, o per via di Giorgio? e chi l’ha riammazzata qui, perché era amada o perché gia matada?
    Mah

  204. mauro il 2 marzo 2006 alle 18:20

    ..FAMIGLIA INDIANA HA DECISO DI TAGLIARE LA TESTA “AL TORO”nell’annunciare la prematura dipartita della Sig.GIULIOMOZZI rivolge un particolare ringraziamento al medico senza le cui premurose cure non ce l’avrebbe mai fatta.

  205. mauro il 2 marzo 2006 alle 18:25

    ..d’ora in avanti..i commenti sono POST MORTEM…

  206. mag il 3 marzo 2006 alle 07:58

    mauro il pollo non lo porto, non sono cannibale.

  207. db il 3 marzo 2006 alle 10:45

    Premetto che qui ho speso e spendo tempo perché penso che: 1- “Amore” è emblematico di… 2 Il dibattito su “Amore” è emblematico di… 3- Il popolo di NI è di sinistra. Fosse mancata una di queste condizioni, sarei passato ad altro.

    Ieri qui alle h. 11.39 Mozzi ha invitato i commentatori a trasferirsi su Letturalenta. Lì ho trovato: * a parziale discolpa dell’autore di codesto delirio, inviterei il medesimo lettore a tener conto del fatto che a volte la realtà [il dibattito su NI] supera la fantasia.
    Il processo
    Nel 1857 il Tribunale di prima istanza di Parigi si riunì per decidere su un’accusa di oscenità. La pubblica accusa era rappresentata dal procuratore imperiale Ernest Pinard. L’imputato principale era lo scrittore Giulio Mozzi, autore del racconto Amore*
    L’autore cioè sostituisce Flaubert con Mozzi. Questa operazione alla “si parva licet”, se compiuta da un autore ragionante, produce una parodia; se compiuta da un autore delirante, qualifica il suo delirio come bovarismo. E siccome qui si dà il secondo caso… (un sintomo è l’indicazione della fonte http://www.springfield.k12.il.us/schools/southeast/bovary/ – un sito in inglese dove mancano i materiali seppur tradotti del processo reale, che si trovano invece in svariati siti francesi, ad es. http://www.bmlisieux.com/curiosa/epinard.htm).
    Ora, Mozzi interviene subito su Letturalenta, e precisamente alle h. 11.18: *confesso di essere d’accordo più con l’accusa che con la difesa.* Ciò ha un significato inequivocabile: Mozzi al processo ci sta, e addirittura parteggia per l’accusa. Un processo è un luogo deputato del potere, a gerarchia servo/imputato – padrone/accusa (con la giuria super partes). L’identificazione di Mozzi la dice lunga (bisognerà indagare quanto), ma più lunga ancora la dice il sincronismo con cui Mozzi prima posta il suo commento alle h. 11.38, e poi in 1 minuto si trasferisce su NI, segala il luogo del processo e posta alle 11.39. Mozzi cioè vuole l’accusa vittoriosa, ma notabene in pubblico: solo così infatti egli, dopo essersi trasformato da autore criticato a imputato, potrà trasformarsi finalmente da imputato a martire. C’è molta libido insomma in Mozzi, e che lo slittamento delle tre figure sia da imputare a libido sua e non a un generico andamento del dibattito, lo mostra altrettanto inequivocabilmente il suo comportamento nel dibattito stesso: invece di intervenire, orientare, correggere, lasciava andare sperando… (l’unico suo intervento di sostanza fu uno ieratico “il tema non è l’eros, è il potere” – non a caso, ma non nel senso che sembrava).
    Resta da determinare quanto la casereccia “volontà di potere” che traspare da questa metamorfosi delirante sia in atto nella scrittura stessa di Mozzi qua autore.

    DB

    PS. Quanto all’autore della “parodia” flaubertiana, dopo un po’ è intervenuto così: *Mozzi non è sotto processo, quindi non ha alcun dovere di rispondere ad alcunché. Se Mozzi fosse sotto processo saremmo fermi a centocinquant’anni fa, cosa peraltro non impossibile.* Senza ironia, stupendo. E pensare che il sottotitolo di Letturalenta è…

  208. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 12:11

    Ha scritto Luciano Freud: “a mozzi, eddai, dì qualcosa, dai, che sennò qua i commentatori spariscono. prima quella santasubito di georgia (georgia, staccasa aspietta a tte) mo’ orazio, poi db (quello che mangia con gb).
    dai mozzi, nun fà er fanatico, dì qualcosa, spiega il racconto, io l’ho capito e mi piasce, ma tu non puoi sta sempre zitto, capisci?”. E successivamente: “qua mozzi dovrebbe intervenire per fare chiarezza, secondo me”.
    Ha scritto Cristina: “Trovo incredibile che mozzi non si degni di rispondere a nessuno dei suoi commentatori se non con quei ridicoli link. Perchè non chiudevi i commenti al pezzo? Che significato ha postare un racconto sul quale in tanti ci siamo pronunciati e rimanere nell’ombra? Per me questo blog ha chiuso”.
    Ha scritto Dario Borso (db): “E cos’è questo gioco a nascondino di un postante che semina quà è la qualche asettico link e quindi ti fa sapere che ti sta guardando? E’ un teatrino parodico della crudeltà? E’ un “Dio ti vede” (”ma non fa la spia” aggiungevamo noi sui cessi dell’oratorio)? Vieni fuori, Mozzi, che diventeremo tutti o deisti o ateisti!”.

    Rispondo: io non sono stato zitto, non sono rimasto nell’ombra, non ho giocato a nascondino: ho scritto il racconto e l’ho pubblicato.
    Quanto al “fare chiarezza”: il racconto stesso rappresenta tutta la mia capacità di “fare chiarezza”.

  209. Blaise il 3 marzo 2006 alle 12:33

    Mon Dieu, je sais que Tu es vraiement absconditus, que nous, crétins chrétiens, devons nous contenter des pellicules; mais Tu, en nous créant, nous as donné l’espoir d’exercer sur Toi, au moins dans l’autre vie, l’art pauvre des hommes, la capillaire.

    Pascal, coiffeur

  210. db il 3 marzo 2006 alle 14:24

    MOZZI BARA

    *io non sono stato zitto, non sono rimasto nell’ombra, non ho giocato a nascondino: ho scritto il racconto e l’ho pubblicato.* e cioè
    non sono stato zitto = ho scritto il racconto
    non sono rimasto nell’ombra/nascondino = l’ho pubblicato
    Ora, Mozzi ha sì scritto/pubblicato il racconto, ma pure 3 commenti (escluso questo sopra), dove dà seccamente i link de:
    1- gli atti parlamentari riguardandi il suo libro
    2 – un suo articolo su NI
    3- il luogo del “processo” al suo racconto
    Sostenendo che il suo “dovere” l’ha assolto pienamente postando il racconto, Mozzi bara, poiché appunto lui nei commenti c’è. Solo, senza volerlo dice un pezzo di verità: che lui nei commenti non c’è. Difatti c’è e non c’è = ombra = nascondino.

    *Quanto al “fare chiarezza”: il racconto stesso rappresenta tutta la mia capacità di “fare chiarezza”.*
    Mozzi bara anche qui: se tutta la sua capacità si fosse esaurita nel racconto, non sarebbe stato capace di aggiungere nel commento 1- *Concordo con l’osservazione di Georgia: “In questo racconto non esiste un grammo di eros”. Questo è un racconto sul potere, non sull’eros.* Mozzi cioè ha fatto chiarezza eccome, su un aspetto centrale quale il tema. In più concorda con Giorgia, ossia prende partito.
    Mozzi dev’essere agito da una mitopoiesi spinta e continuata, da autore “perfetto” (da perficio = compiere) à la Flaubert. Solo che commette errori i.e. è imperfetto. Se continua così, l’identificazione lo porterà a Madame, alla scimmia di un dio bovarista. Per fermarsi fin che è in tempo, deve fare una cosa sola: scendere dal piedistallo traballante al saldo terreno del confronto.
    Da piccolo, come tutti, ho giocato tantissimo a nascondino. Una volta un compagno s’è nascosto troppo, nel senso che non volle farsi trovare anche dopo finito il gioco. E’ stata una disgrazia perché, zitto come una bara, morì di sete.

    Dario Borso

    Quanto al “fare chiarezza”: il racconto stesso rappresenta tutta la mia capacità di “fare chiarezza”.

  211. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 15:01

    Come noto, io non mi “confronto” con nessuno. Ho sempre rifiutata qualsivoglia forma di relazione con i lettori dei miei testi.

  212. s, il 3 marzo 2006 alle 15:04

    Scusa G.Mozzi, ma leggendoti in più post ho notato che intervieni o a ‘fare chiarezza’ (in presenza di contestazioni o adulazioni) o a fare sfilze di domande anche su te stesso e su quello che scrivi spingendoti spesso al limite dell’autoconfusione.
    Niente da obiettare, ognuno (in questi ambiti) si sceglie le sue croci.
    Non intervenire in questo conteso in cui hai pubblicato un racconto provocatorio a ridosso di un altro che richiamava a una sentenza ingiusta su una ragazzina violentata dal patrigno è, lasciamelo dire, inquietante.
    Sinora non avevo particolari opinioni sul conto, adesso ne ho una: pessima.Se tu dici che l’unica cosa da dire l’hai detta nel racconto allora io sono autorizzat* (vedi i commenti fatti prima) a pensare che sei uno capace di scrivere uno squallido pistolotto su un tema tremendo come la pedofilia senza neanche un briciolo di ironia (non sei un comico) o di ‘paradossalità’ (che avrebbero dato altra dimensione all’orribile scritto). La cosa basta a creare in me un forte pregiudizio sulla sensibilità della tua scrittura, visto che l’unica attenuante che ti riconosco è il sensazionalismo a fini pubblicitari (escludo che quella sia la tua visione del mondo, almeno lo spero, me lo auguro).
    Non basta. Penso anche che con questo tuo racconto metta in pista un pistolotto utile a chi sostiene che la pedofilia non è un danno per il bambino perchè egli ha le medesime possibilità di interagire dell’adulto. E quì le cose si aggravano perchè questo è il pensiero di chi crede che le prevaricazioni siano legittime (tanto non esistono persone prive di ‘male naturale’). Mi dispiace comunicartelo, non solo non è così, ma queste conclusioni sono sempre più spesso usate per ‘usare’ (violentare, macellare, uccidere ecc..) gli altri e venirne fuori indenni, se non santi. Non mi convince la tua scrittura (tetramente fredda e compiaciuta oltre che diretta alle sole rappresentazioni scandalose), non mi convince quello che leggo tra le righe (tremendo ai fini della salvaguardia delle persone incapaci di difendersi), non capisco e non apprezzo il tuo silenzio (che mi pare solo di vergogna se non di colpa).
    Mi sento quasi costrett*, pur non volendo giudicare la persona e limitarmi al pistolotto, a dire: Mozzi, non mi piaci per niente.
    Non voglio però essere altro esempio di ‘male naturale’ (o meglio, figli* dell’Adamo ed Eva tanto comodi quando si tratta di giustificare le merdate di certo clero) e quindi ti regalo il mio silenzio e la mia indifferenza. Mi sembra il minimo che posso fare.

  213. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 15:09

    Ma, se io sono uno che “fa letteratura”, conta ciò che dico quando si parla d’altro, o conta ciò che faccio quando “faccio letteratura”?

  214. mag il 3 marzo 2006 alle 15:20

    Richiesta a Mozzi
    Ti sembra possibile dipingere una prospettiva psicologica che sia una volta il bambino che si racconta o contemporaneamente all’esperienza o poi, in differita sotto forma narrata e poi quella dell’adulto?

    una specie di rivisitazione della situazione che al momento è descrittiva, un microspot, in una versione piu’ evocativa, intimistica, insomma voglio entrare dentro ai due protagonisti.

    Ti va?

  215. mag il 3 marzo 2006 alle 15:22

    insomma il bambino che si racconta e l’adulto che si racconta.
    Non solo tu che li vedi.

  216. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 15:23

    Non ho capito.

  217. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 15:25

    Ah, ho capito (il mio “non ho capito” ha incrociata la tua aggiunta di spiegazione).
    No, non mi va.

  218. mag il 3 marzo 2006 alle 15:27

    Diventare sia il bambino che l’adulto e raccontarli entrambi dalle loro prospettive.
    un’ operazione teatrale.

  219. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 15:31

    M’interessa ciò che è accaduto.

  220. mag il 3 marzo 2006 alle 15:32

    legittimo, non me la sentirei nemmeno io.
    pero’ potrebbe essere un ‘operazione d’immedesimazione e forse chissà, di comprensione, oltre che di coraggio e di capacità mimetico-istrionica.
    ci vuole un attore.

  221. mauro il 3 marzo 2006 alle 15:51

    ….Cara Mag…dalla gerontofilia..vedo ora sei passata alla necrofilia..Donna in cerca di emozioni FORTI.Non hai ancora capito..che quel bambino son Io..?..credi sia rimasto piu’ turbato da quell’esperienza..o da queste DUECENTO recensioni?…! Cosa ne diresti..di una gita fuori porta…Ho messo via

    Abiti rosa, essenze di zagare,
    fiori e stagioni, frutti maturi,
    per il nostro incontro….

  222. db il 3 marzo 2006 alle 16:47

    mag: *… insomma il bambino che si racconta e l’adulto che si racconta. Non solo tu che li vedi*
    Mozzi: *M’interessa ciò che è accaduto.*
    mag: *legittimo, non me la sentirei nemmeno io…ci vuole un attore*

    Scusate se m’intrometto, ma cos’è accaduto? Mozzi è un giornalista sul fatto? Sa nomi e cognomi? Li faccia, in questura.
    O è accaduto nella sua testa? Se è così, l’ha fatto accadere lui, per una qualche sua ragione che noi lettori possiamo/dobbiamo ipotizzare.

    Se io ad es. scrivo un racconto in cui un bambino infila un manico di scopa in culo a uno che intanto come se niente fosse continua a scrivere un racconto intitolato “Anore” (non “Amore”, per carità), e poi Mozzi mi viene a chiedere perché l’ho scritto così “oggettivo”, freddo ecc., posso rispondergli: “M’interessa ciò che è accaduto”? Se sì, lo scrivo stasera.

  223. s, il 3 marzo 2006 alle 16:58

    a: db
    sottoscrivo.

  224. maline il 3 marzo 2006 alle 17:03

    “M’interessa ciò che è accaduto”?
    Ma allora mica abbiamo bisogno della letteratura. Basta la cronaca nera. Dove. Quando. Come… Non v’è nulla da dire. Lo scrittore è un ambasciatore -che non porta pena, of course. L’oggettività… Mi ricorda Berlusconi: “Il Presidente del Consiglio non può mentre per definizione”. Il racconto non mi era piaciuto. Ho espresso le mie opinioni -in libertà, compresa la possibilità di sbagliare. L’atteggiamento di Mozzi mi piace ancor meno, mi ricorda un bambino (sic) che dopo aver rubato la marmellata nega di essere stato presente al fatto -forse perchè, come diceva Rimbaud, “Je est un autre”…?
    Mah.

  225. maline il 3 marzo 2006 alle 17:04

    @ db e s.

    mi ritrovo nei vostri commenti

  226. maline il 3 marzo 2006 alle 17:07

    Errata Corrige

    La citazione corretta di Berlusconi (pensa te! mi ritrovo a correggermi su una sua frase!) è naturalmente “Il Presidente del Consiglio non può MENTIRE per definizione”:

  227. db il 3 marzo 2006 alle 17:23

    L’ANORE

    Il bambino disse: «Voglio uno secchiello». L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio. All’Upim il bambino guardò tutti i secchielli. Ne scelse uno grande, di plastica nera e lucida, col manico di ferro. Prese anche una scopa e uno straccio. L’uomo pagò tutto. A casa, l’uomo andò subito con lo straccio in bagno. Lo scartò e lo lavò con cura nella vasca, sbattendo e strizzando. Il bambino stava dritto in piedi davanti alla vasca.

    (continua)

  228. tashtego il 3 marzo 2006 alle 17:40

    mozzi non sarà magari uno giovialone, ma sul punto in questione ha ragione al 100%: tutto quello che doveva dire l’ha già detto scrivendo il racconto.
    se pensate che debba avere un senso univoco, vi sbagliate.
    non ce l’ha e fine.

  229. mag il 3 marzo 2006 alle 18:05

    quello che intendevo io, puo’ essere applicato a qualsiasi altro racconto, per esempio Gabriella l’ha fatto su un altro tema.
    E’ un modo per capire quanto è possibile mettersi nei panni dell’altro.
    Io per esempio dei miei drammi riesco poco a raccontare, ma c’è chi l’ha fatto magistralmente aiutando me ad uscire dalla situazione ed entrare nell’oggettività.
    un’ astrazione emotiva e contemporaneamente una immedesimazione.

    E’ accaduto?quindi non racconto realistico ma reale.
    pensavo fosse solo verosimile.
    A me interessa quello che accade dentro le persone, non tanto fuori.

    (dovevo fare il gastroenterologo).

  230. mauro il 3 marzo 2006 alle 18:17

    ..MozziGiulio..non replichi..son tutti commenti postMortem….la cosa si fa’ comica ..preferisco per chiuder questa querelle…ormai si sta’ perdendo del discorso il FILO…per cui a nome suo (postMortem ne curo ancora l’immagine..) sdrammatiziamo..Un tempo facevo parte di una filodrammatica di filoferrotranvieri, sita in Milano
    nell’anno del Signore 1953. Titolata per la qualità delle rappresentazioni, l’avevamo
    titolata “Filodrammatranviaria meneghina”; era un tempo, quello, in cui i filosofi
    s’incontravano sul filobus ed i filologi, invece, perlustravano le mesticherie del centro.
    Nel grande atrio del deposito dei filobus facevano arco immensi filodendri, tra i
    capannoni ed il filo spinato, filovia d’arbusti per grassi ratti, filodrammatici anch’essi.
    La nostra filodrammatica titolata era solita titolare le rappresentazioni con la parola
    “Filo”, sì che facesse da filo rosso tra una commedia ed una tragedia; la nostra prima fu
    “La filogenesi del filo. Dal baco alla seta” (e l’anno appresso fu “La filogenesi del Panfilo.
    Dal Bacco alla Setta).
    Grandi discussioni, a quei tempi, tra filosofi filoamericani e filologi filosovietici! Noi
    filoferrotranvieri, invece, si stava dietro al filo del discorsi quotidiani: che so, tra le
    panche del filobus un tale che fa il filo alla sartina, tale Filomena, la quale gli dà filo… da
    torcere. Il vecchio capomacchina, filosofo seguace di Filodemo, certo anziano ma ancora
    in filo, pensa tra sé e sé “Non me li filo”, e segue la sua filovia “stesa sopra il macadam”
    (come direbbe l’avvocato filojazzista).
    Siamo ormai nel ’54, la filodiffusione trasmette un filosofema anti- filocomunista, o giù di
    lì; filocinesi non ce ne sono ancora. Ricordo che quell’anno perdemmo il filo di Bacco,
    pari per noi a quello d’Arianna, e rappresentammo, con grande sforzo, il “Filottete” di
    Sofocle. Tutto il pubblico venne anestetizzato.
    Il biglietto del filobus costava 20 lire, un filo di pane da un chilo 100 lire..si ringrazia per il contributo…il compianto Macchinista Pelliti :-)

  231. mauro il 3 marzo 2006 alle 18:26

    MAG..detto questo..ora sai che sono Filotranviere..1200Euro al mese…in due vi sarebbero pure gli assegni famigliari…piu’ quelli per il pupo..!

  232. mag il 3 marzo 2006 alle 18:27

    va bene mauro sei sufficentemente vecchio.

  233. db il 3 marzo 2006 alle 19:39

    Anch’io vorrei filosdrammatizzare, e mi sfiguro una situazione così:
    1- un autore ha appena finito un pezzo. Lo guarda, lo posa sul tavolo, e gli pare che stia in piedi da solo.
    2- lo mette come post su NI e vede le reazioni della ggente: chi dice lì zoppica, chi va già bene così, chi vede un crepo… L’autore ha tutto l’interesse che vengano più obiezioni possibili, tanto saprà poi lui che farne.
    3- ringrazia la ggente, porta a casa il pezzo, lo ritocca come gli pare e lo pubblica.
    Tutto qui. Anzi, tutto là, perché qui è avvenuto il contrario: l’autore posta un pezzo pubblicato 8 anni fa, lo butta là come un sasso, e a chi gli dice che non sta in piedi… non può rispondere niente, come dice quel filone di Mauro, è post mortem, e ci ammorba e basta. Quindi basta, torna a casa Mozzi!

    DB

    Se io fossi un redattore di NI, alla prossima riunione direi: o va via Mozzi, o vado via io. Ma davvero.

  234. maline il 3 marzo 2006 alle 20:21

    a meno che… non si agisca secondo il principio: Tûcc vén a taj, anca i ong per pelà l’aij (Vien buono tutto, anche le unghie per pelare l’aglio)

  235. mauro il 3 marzo 2006 alle 20:52

    …Mag antico NON VECCHIO!!… non esagerare..non sto’ mirando avendoti accanto…all’assegno di accompagnamento..!

  236. s. il 3 marzo 2006 alle 21:46

    Ho capito un’altra sfumatura che mi era sfuggita e mi fa male parlarne.
    Mi fa male perchè non posso pensare che la dignità di un bambino o di qualsiasi persona sia barattata con qualcosa d’altro. Non mi rassegnavo all’idea che chi l’ha scritto fosse uno che volesse scrivere solo un pistolotto squallido, non mi rassegnavo al fatto che una persona per altri versi stimabile avesse messo in piedi un teatrino simile. Nel leggere quella roba provavo un senso di disagio legato in qualche modo al retrobottega della mia mente. Avevo fatto, nel parlare di Adamo ed Eva, un primo paragone del ‘male naturale’ del racconto con il ‘peccato originale’ di cui erano piene tutte le parafernalia cattoliche della mia infanzia. Ed è stato da lì che ho dato un senso diverso al ‘male naturale’. Non poteva sfuggire a uno intelligente come Mozzi che il bambino subiva una coercizione. Lui ne aveva creato i presupposti soffusi. La cosa che disturbava il mio retromemoria cattolica era altro e quindi l’ho lasciata libera per un pò e gli ho chiesto lumi. La risposta è stata fredda, sicura: il bambino prova piacere nel sesso, il bambino eiacula (sembra provare qualche tipo di ‘piacere’, anche se semplice reazione del corpo lui diventa impuro), la pistola è solo un corollario e serve a una coscienza forse tormentata per trovare simboli alternativi. Devo dire che mi sono sentit* pers*, ho chiuso immediatamente il retromemoria e non sapevo se ridere o piangere. Ho optato per una rabbia feroce pensando a come occhi impostati in quel modo possono guardare bambini costretti alla prostituzione o a ‘giovani donne che hanno perso la verginità’ e continuano fare sesso (in quali condizioni di disagio, violenza, degrado o altro poco importa). Sono diventat* una belva al pensiero che bambini che si accalcano maliziosi (ma con in mente solo un panino e prosciutto) davanti agli inguini offerti dai turisti del sesso possano essere considerati ‘colpevoli’ afflitti da’male naturale’ solo perchè il sesso o la pornografia sono gli unici giochi che gli sono stati proposti/imposti per mangiare un tozzo di pane o per portare soldi ai loro padroni. Ho provato orrore per giudici che giudicano ‘scaduta’, non sottraibile a violenze sessuali una ragazzina solo perchè è stata macchiata da sesso non scelto, ma soprattuto è stata macchiata dal sesso (dal ‘male naturale’ che la condanna al pari dello stronzo patrigno). Quello che nella mia mente laica è violenza e sopraffazione nel retromemoria cattolico è ‘partecipazione della vittima’ (colpa, macchia, infamia). Ho capito da dove veniamo e dove un racconto come quello di Mozzi ci porta e ho provato vergogna. Vergogna di sopportare ancora questi ancestrali imperativi sull’ impurità dei corpi e dei loro piaceri (anche se imposti, anche se semplici reazioni di riflesso), sulla presunta dignità di castità spesso malate. Ho capito anche l’omertà della chiesa sui preti pedofili. Immagino le assoluzioni a carnefici e vittime con l’invito alle vittime di riprendersi diritti nel regno dei cieli e ai carnefici di spostarsi da altra parte per ‘meditare’. Sono stat* male. Non mi aspettavo che un pisolotto simile facesse arrossire anche le mie lontane ascendenze cattoliche. Spero che un giorno tutti i poli della terra in omaggio al Sacro (qualsiasi) smettano di sacrificare la dignità degli uomini.
    Sono esaust*, non commenterò oltre.

  237. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 21:49

    Ha scritto Dario Borso (db): “Mozzi è un giornalista sul fatto? Sa nomi e cognomi? Li faccia, in questura”.
    Rispondo: la fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo.

    Ha poi scritto sempre Dario Borso (db): “Se io fossi un redattore di NI, alla prossima riunione direi: o va via Mozzi, o vado via io. Ma davvero”.
    Giro la proposta agli altri indiani.

  238. db il 3 marzo 2006 alle 22:07

    ANORE 2

    Quando l’uomo toccò il manico del secchio, il bambino disse: «Portami la scopa». L’uomo andò nell’ingresso e prese la scopa dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.
    Poi l’uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava il suo racconto con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la scopa nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l’alto.

    (continua)

    PS. A parte gli scherzi, questo racconto l’avevo scritto 9 anni durante una pausa forzata del mio lavoro al romanzo “Inanoramento”. Piuttosto, vedo che Mozzi dilaga col “suo” Flaubert, ed è intervenuto oggi su Un cuore semplice in http://www.ubicue.splinder.com. Coma farà?

  239. mag il 3 marzo 2006 alle 22:12

    Mauro saro’ il bastone della tua vecchiaia.

    Magda& Mauro la cariatide con il suo partenone.

  240. s. il 3 marzo 2006 alle 22:14

    faccio uno strappo ai miei propositi. Non rispondo per db, ma per gli atti del processo che citi. Il tuo racconto è una ricostruzione e il tuo sguardo è quello che è. Su questo, qualsiasi siano le osservazioni di db, noi discutiamo, abbiamo diritto di discutere. Nella cronaca ci sono episodi anche peggiori, ma anche la ricostruzione filologicamente (ammettendo che le cose dette in processo siano ‘vere’ e non dichiarazioni in cui si circa di discolparsi o incolpare) più attenta porta a spasso il punto di vista di colui che scrive. Soprattutto se si tratta di un racconto.

  241. mag il 3 marzo 2006 alle 22:15

    Bene quindi questo è come se fosse stato davvero un tribunale a porte aperte e noi i giurati.
    il teatro vivo.

  242. db il 3 marzo 2006 alle 22:17

    Mozzi: *la fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo.*
    Gli credo al millimetro sulla parola. Dunque erano in due, e agli atti ci sarà una deposizione: di chi fra i due? Del pedofilo? come avranno fatto i giudici a credergli? Del bambino? come avranno fatto i giudici a credergli? O era una deposizione congiunta? O c’era un voyeur? un voyeur scrittore? Fuori il nome Mozzi!

  243. mag il 3 marzo 2006 alle 22:25

    quindi chi si è sentito scandalizzato da Mozzi, cosa farebbe se lavorasse tra i togati o le forze dell’ordine? chi sono i pazzi?coloro che amministrano la giusitizia e debbono trascrivere la realtà nel dettaglio, Mozzi che l’ha riportata fedelmente o voi che vivete su un altro pianeta?

  244. s. il 3 marzo 2006 alle 22:30

    Mag
    a parità di soggetto se io e te descrivessimo un processo o un evento (oggettivo) stai pur sicura che il risultato sarebbe diverso. Nel racconto c’è un punto di vista e a meno che Mozzi non dichiari che ha scritto sotto dettatura del suo giardiniere quello resta il punto di vista di Mozzi. E al suo posto non me ne vanterei.

  245. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 22:36

    Agli atti ci sono ovviamente le deposizioni di entrambi. Alle due domande: “Come avranno fatto i giudici a credergli?” rispondo: c’è una vasta letteratura sull’argomento, e non mi metto qui a riassumerla.
    Posso rinviare, come lettura generalista, al “Trattato di psichiatria forense” di Ugo Fornari; o, più specificamente, alle numerose pubblicazioni di Guglielmo Gulotta o di Luisella De Cataldo Neuburger (quest’ultima ha appena pubblicato un testo su “La testimonianza del minore”, ed. Cedam).

  246. mag il 3 marzo 2006 alle 22:39

    Qualcosa di simile è successo nel programma un giorno in pretura, lettura degli atti, etc etc….
    La cosa che cambia sostanzialmente è essere guidati verso una presunta finzione oppure essere consapevoli della realtà.
    Di fatto il nostro atteggiamento non dovrebbe cambiare, anzi oserei dire, che è molto piu’ violenta la reazione al pensiero che uno scrittore inventi una storia simile, quindi accusabile di qualsiasi malaintenzionalità, piuttosto che seguire la cronaca scritta, vissuta, istituzionalizzata.
    Fa’ piu’ paura la fantasia della realtà, perchè quest’ultima non la si conosce affatto.

  247. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 22:40

    Qualunque narrazione è fatta “da un punto di vista”. Ho scritto: “La fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo”, dove con l’aggettivo *materiale* intendevo dire – e mi pareva chiaro – che la fonte *formale*, cioè la fonte che fornisce la *forma* del racconto, non sta certo in quegli atti di processo. Sta in me.
    Gentile S., mi sono vantato di qualcosa?

  248. mag il 3 marzo 2006 alle 22:46

    rimane la genialità di sottoporre a giudizio questo accadimento, esemplificando la difficoltà del lavoro dei giudici, psichiatri, e tutti coloro che su vicende di questo tipo non avrenno certo potuto permettersi nessun coinvolgimento emotivo.
    A proposito: la sentenza?

  249. s. il 3 marzo 2006 alle 22:47

    Mag,
    quì ti sbagli, mi sarei sentit* meno peggio se Mozzi avesse messo in rete i verbali. Il racconto non è il racconto del processo (che avrebbe avuto un altro senso), ma il modo in cui nella mente di una persona (in questo caso Mozzi) si sono ricomposti i tasselli di una violenza e in questo (nel ricomporre in forma di racconto) nessuno è neutro. Continuo a dire che il modo in cui GM ha immaginato/presentato questa situazione è un punto di vista ed è il suo. Quello dei giudici non lo conosco, ma non mi stuperei se fosse identico. Dopo la sentenza sulla ragazzina non mi stupisco più. Mi piacerebbe leggere le tante domande che uno Mozzi può fare sul punto di vista di un autore (lui in questo caso) e anche qualche risposta (sua in questo caso).

  250. s. il 3 marzo 2006 alle 22:50

    no, Giulio, non ti sei vantato di niente, ma non è questo il punto. Non fissarti su questo dettaglio di cui ti chiedo scusa, preferisco che la tua attenzione sia rivolta al senso di quello che è stato proposto come racconto. Ringrazio di eventuali chiarimenti

  251. mag il 3 marzo 2006 alle 22:56

    S@ Cosa c’è che non va in questa trascrizione-racconto? cioè dov’è che vira verso forme di compiacimento o devianza interpretativa?
    possiamo sempre metterci alla prova con dei verbali veri, che temo siano nettamente piu’ stomachevoli.
    questa è la ragione per cui tante violenze non vengono denunciate, perchè nella migliore delle ipotesi la vittima, viene esposta al pubblico ludibrio.
    io penso che di Mozzi,(scusa Giulio), non ce ne debba importare nulla, ma ci debba interessare capire quanto della relatà vogliamo sapere e quanto siamo in grado di sostenerla.

  252. s. il 3 marzo 2006 alle 23:05

    Mag
    Ho postato prima diverse considerazioni su quello che traspare dal racconto, forse non li hai notati. In quel racconto (come in tutti del resto) non ci sono solo regole grammaticali o descrizioni anonime. Il fatto che la cosa narrata sia diversa da persona a persona la dice lunga su quello che diciamo di noi stessi mentre scriviamo. Nel racconto di Mozzi ci sono cose che credo siano molto brutte (e non si tratta del pompino, l’ho già spiegato) sono cose legate a una visione della violenza subita e delle sue implicazioni. Ho sbagliato? possibile, ma l’ho fatto pacatamente e spiegando. Puoi con argomenti diversi convincermi che sbaglio? la cosa non mi dispiacerebbe.
    Ma quello che io ci vedo dovrai andare a rileggerlo, non ho voglia di tediare.

  253. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 23:05

    Gentile S., hai scritto: “Continuo a dire che il modo in cui GM ha immaginato/presentato questa situazione è un punto di vista ed è il suo”.
    Su questo, non credo si possano avere dubbi. Come ho già scritto, qualunque narrazione è fatta “da un punto di vista”.
    La sentenza ha condannato l’uomo a dodici anni di carcere.

  254. db il 3 marzo 2006 alle 23:14

    Mozzi: *Qualunque narrazione è fatta “da un punto di vista”. Ho scritto: “La fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo”, dove con l’aggettivo *materiale* intendevo dire – e mi pareva chiaro – che la fonte *formale*, cioè la fonte che fornisce la *forma* del racconto, non sta certo in quegli atti di processo. Sta in me.*

    1- anche le deposizioni in tribunale sono narrazioni fatte “da un punto di vista” (= siamo tutti narratori, chi con e chi senza penna).
    2- “fonte materiale” = materia, messa in forma da Mozzi. Dunque Mozzi ci può dare senza difficoltà gli estremi degli atti del processo: appena avrò un po’ di tempo me li guarderò con un occhio particolare alla pistola che stuzzica il membro, ai colpetti di lingua ecc. Se per caso negli atti non ci sono (intendo la sentenza, perché la narrazione del pedofilo e/o del bambino può contenere di tutto, ma formalizzato da loro, e non più quindi materiale)…

  255. db il 3 marzo 2006 alle 23:15

    Dodici anni di carcere all’uomo? Dal racconto penserei al bambino!

  256. s. il 3 marzo 2006 alle 23:17

    Giulio sul punto di vista dell’autore direi che l’osservazione era lapalissiana. Mi spiace che tu non trovi niente di interessante in tutte le altre che ho postate. Ma forse non sono importanti o ti sono indifferenti.

  257. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 23:24

    Non intendo fornire gli estremi degli atti del processo (non avrei potuto accedere a quegli atti).
    La sentenza è una narrazione formalizzata dal magistrato.

  258. s. il 3 marzo 2006 alle 23:27

    db
    d’accordo con la tua aspettativa di pena per il bambino. In un primo tempo temevo che, letto il racconto, gli avrebbero dato l’ergastolo.

  259. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 23:36

    Gentile S., hai scritto: “Mi spiace che tu [cioè io] non trovi niente di interessante in tutte le altre [osservazioni] che ho postate”.
    Mi stupisco sempre, quando trovo persone che presumono di sapere quello che penso.
    Qui sto cercando – non è semplice – di fornire risposte su dati di fatto. Qualcuno si domanda da dove viene questa storia, e io dico che viene dagli atti di un processo. Qualcuno si domanda come si fa a credere alle testimonianze, e io fornisco un minimo di bibliografia. Qualcuno fa notare che il mio racconto ha un “punto di vista” e io faccio notare che qualunque narrazione ha un “punto di vista”. Eccetera.
    Ciò che avevo da dire, l’ho detto nel racconto.

  260. db il 3 marzo 2006 alle 23:38

    Perché non si può accedere a quegli atti? se è vero, sarà per una particolare scabrosità delle deposizioni, che possono essere solo o del pedofilo, o del bambino. E’ verosimile che i giudici nell’emettere la sentenza non siano andati a verificare i particolari (che invece sono IL materiale di Mozzi), in quanto tendenzialmente inverificabili (ad es. chi dei due narratori ha descritto i colpetti di lingua? e come verificarli?).
    Quanto alla sentenza, sì, *è una narrazione formalizzata dal magistrato*, e persino ogni frase che pronunciamo è una narrazione formalizzata da noi. Ma dentro il genere c’è la differenza specifica, per cui uno scrittore e un imputato narrano diversamente che un giudice e uno storico. I primi due infatti hanno vincoli elastici di verosimiglianza, e sono mossi dall’interesse a inventare, o per creare o per scagionarsi; gli altri due invece sono mossi dall’interesse a ricostruire col maggior grado possibile di fedeltà la verità/realtà. Chiaro?

  261. s. il 3 marzo 2006 alle 23:46

    Giulio, infatti ti ringrazio per i particolari che fornisci. Molto utili. Però prima ho espresso un bel pò di opinioni, ragionando sul racconto. Non volevo farti fretta, non appena hai finito di dare i dettagli sul processo, se dai un occhio a quello che ho scritto ti sarei grat* di una risposta in merito (anche breve un vaffanculo, se motivato) . Senza fretta, ripeto, con calma si ragiona meglio. Verificherò domani e grazie comunque.

  262. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 23:47

    Non si poteva accedere a quegli atti, quando ho potuto leggerli, perché c’era di mezzo un minore. Che – non ne sono sicuro, ma potrebbe essere ancora minore; o ha smesso da pochissimo di esserlo.
    Che il giudice e lo storico siano “mossi dall’interesse a ricostruire col maggior grado possibile di fedeltà la verità/realtà” mi sembra un’affermazione discutibile. Ci metterei almeno un condizionale: “dovrebbero essere mossi” ecc.

  263. giuliomozzi il 3 marzo 2006 alle 23:51

    Ma io, gentile S., non ho intenzione di entrare nella discussione delle opinioni.
    Ciò che avevo da dire, come ho già detto, l’ho detto nel racconto.

  264. db il 3 marzo 2006 alle 23:57

    Mozzi: *Alle due domande: “Come avranno fatto i giudici a credergli?” rispondo: c’è una vasta letteratura sull’argomento*. Ci mancherebbe altro! Fa parte del mestiere del giudice, in tutti i settori del crimine, vagliare se una testimonianza è credibile o meno, ergo la bibliografia sarà sterminata. Ma io intendo: i colpetti di lingua, la pistola che struscia, come avranno fatto i giudici a crederci? Evidentemente i giudici badano alla credibilità della deposizione nel suo insieme, mentre nessun giudice si arrovellerà sul colpetto, a differenza di Mozzi. Il quale deve tacere, e glielo concedo, ma può senz’altro dirci se quei particolari stanno nella deposizione del pedofilo o in quella del bambino (che stiano in entrambe, sconfina nella fantascienza).

  265. db il 3 marzo 2006 alle 23:59

    Certo, Mozzi, ci sono giudici che fanno bene il loro mestiere e chi no, scrittori che fanno bene il loro mestiere e chi no, storici… imputati…

  266. s. il 4 marzo 2006 alle 00:01

    quindi Giulio sono autorizzata a confermare tutte le pessime opinioni che mi sono fatta e di cui sopra ti fornivo i motivi. Pensavo che la tua solita dialettica poteva farmi cambiare idea, lo avrei preferito. Ti ringrazio comunque, stavo cominciando a farmi degli scrupoli.

    Ti voglio però chiedere una cortesia. Se questo è il tuo atteggiamento rispetto ai post che metti a disposizione (ognuno ha i suoi metodi e chi sono io per discuterli) troverei molto imbarazzante se tu in altre occasioni partecipassi alle discussioni. Chiaro che hai tutti i diritti per fare come preferisci, ma sembrerebbe strano che a un post così terribile come questo sia stata negata la tua partecipazione al dibattito. Tutto quì.

  267. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 00:11

    Dario: mi sono “arrovellato sul colpetto”?
    La cosa si trova in entrambe le testimonianze.
    Durante l’audizione protetta (non in aula ma in una apposita sala, non difronte al magistrato ma nel colloquio con uno psicologo – mentre il giudice, il pm, gli avvocati e i periti assistevano in un’altra stanza grazie a una televisione a circuito chiuso) il minore ha mimato il gesto su un bambolotto di plastica.
    L’adulto ha dichiarata la cosa in un primo momento, presumo nel tentativo di convincere il magistrato che il minore “ci stava” (tentativo stupido: che il minore “ci stia” o no, conta nulla); successivamente, presumo su consiglio dell’avvocato, ha minimizzato il tutto, è arrivato fino a dichiarare che tra lui e il minore non c’era stato nulla.
    Sto andando a memoria: ho lette quelle carte dieci anni fa (e, ovviamente, non mi è stato permesso di farne copia).

  268. s. il 4 marzo 2006 alle 00:20

    gm
    – non ne sono sicuro, ma potrebbe essere ancora minore; o ha smesso da pochissimo di esserlo.
    -Sto andando a memoria: ho lette quelle carte dieci anni fa (e, ovviamente, non mi è stato permesso di farne copia).

    quindi il bambino poteva avere anche meno di 8 anni

  269. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 00:27

    Gentile S., qui ho pubblicato un racconto, non un’opinione.
    Avessi pubblicata un’opinione, avrei volentieri discusso (come faccio abitualmente).
    Avendo pubblicato un racconto, ho ritenuto opportuno non entrare nella discussione delle opinioni.
    La ragione di questa opportunità a me sembra evidente. Se un testo si pretende letterario, l’autore deve abbandonarlo a sé stesso.

  270. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 00:33

    Sì, credo che il bambino avesse, al momento del processo, circa 8 anni (i fatti risalivano a poco tempo prima). Non ricordo se poco più o poco meno.

    In questo momento non stiamo parlando del racconto. In quale modo le informazioni che mi sono state chieste e che ho cercato di fornire cambiano la lettura del racconto?

  271. s. il 4 marzo 2006 alle 00:46

    Giulio,
    in nessun modo l’età del bambino cambia il racconto. Per alcuni a un certo punto (molti commenti fa) si era posta la necessità di definire l’età. Adesso non ci sono dubbi.
    Per i commenti la penso diversamente e come me la pensano scrittori che in interviste (Lucarelli, Carlotto, Evangelisti, wm, ecc) o nei blog rispondono o chiariscono quello che hanno scritto. Aldilà di questo caso contingente non ho mai trovato strano che lo facessero. Tu hai altre abitudini, ne terrò conto.

  272. db il 4 marzo 2006 alle 00:51

    Prendo il “Dario” di Mozzi non come un lapsus, e perciò
    Giulio, credo totalmente al tuo commento delle 00.11. In questo caso, la differenza tra il giudice e te è che il giudice guarda il film intero, e tu come scrittore isoli una sequenza (sia chiaro: lo scrittore è libero di fare sempre quel che vuole). Faccio un esempio: in una rissa a due il prepotente mena a lungo il più debole, finché costui reagisce e mena l’altro. Il giudice condannerà il prepotente. Tu invece isoli la sequenza della reazione del più debole: isolandola, il lettore vede/sa sì che il primo è un prepotente, ma…
    Ecco, anche nel caso estremo tu abbia trascritto né più né meno le due deposizioni congiunte, tu sei “responsabile” della tua scelta di quella determinata sequenza (ovvero la scelta rientra nella forma che hai impresso). Nei miei commenti penso di aver sempre ragionato sulla tenuta poetica del racconto e sulle possibili reazioni estetiche di un “lettore medio”. Fuor di polemica ora, ribadisco la mia idea che sia un racconto infelice.
    L’appello censorio agli indiani, spero si sia capito, non riguarda il racconto, ma il modo in cui l’hai postato e poi seguito il dibattito. Nessuno ti potrà mai chiedere perché hai scritto il racconto. Ma legittimissima è qui l’altra domanda: perché l’hai postato? e perché hai tenuto nel dibattito un tale contegno?

    d

  273. Trespolo il 4 marzo 2006 alle 00:51

    In un modo semplicissimo: togliendo dalla testa di chi legge che quelle fossero solo fantasie dello scrittore (e come tali BRUTTE!) e ripiombando le coscenze nella loro tranquillità.
    Ora il sospetto cattivo è scomparso.

    Buona notte. Trespolo.

  274. db il 4 marzo 2006 alle 01:01

    Devo aggiungere una cosa: siccome “Amore” è parte di un libro, per lo scrittore quest’ultimo potrebbe essere il film, e il racconto una sequenza. Il timbro del racconto isolato è cioè infelice, mentre nell’armonia del libro potrebbe assumere altri connotati. E’ una mera ipotesi, perché il libro non l’ho letto.

  275. s. il 4 marzo 2006 alle 01:05

    gm
    In quale modo le informazioni che mi sono state chieste e che ho cercato di fornire cambiano la lettura del racconto

    Le considerazioni che ho fatto sul tuo racconto prescindono nettamente dai dati che tu hai dato e sono precedentie, non le modifico, le confermo tutte. Il dove hai preso spunto può al massimo essere una curiosità o un utilità per chi aveva dubbi. Il ‘come’ narri è, per le ragioni che ho detto prima, la parte significativa e, per le ragioni che ho detto prima, mi causa reazioni estremamente negative sui contenuti che trasmette. La tua ‘neutralità’ nella discussione non fa che peggiorarle. Questo non mi impedisce di augurarti la buona notte e di non comprare i frutti della tua penna. Nel caso preferisco scrivermeli in autonomia i pistolotti, almeno alle domande in merito potrò rispondermi.

  276. sergio garufi il 4 marzo 2006 alle 01:12

    @db
    “o va via Mozzi, o vado via io.”

    vai via tu db

  277. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 01:28

    db: “Anche nel caso estremo tu abbia trascritto né più né meno le due deposizioni congiunte, tu sei ‘responsabile’ della tua scelta di quella determinata sequenza”.
    Mi pare ovvio. Sarebbe davvero sciocco pensare che l’autore di un testo che si vuole letterario ne sia più o meno responsabile a seconda del metodo tenuto per scriverlo.

  278. mag il 4 marzo 2006 alle 06:58

    Tutto questo mi fà intravedere una vaga forma di comprensione verso le censure sugli atti, verbali etc etc e le scelte che vengono fatte nel non divulgare alcune notizie, immagini, video di realtà che evidentemente sono inaccessibili ai piu’.
    Ora è evidente che la gente non è in grado di vedere oggettivamente fatti, ma li riveste di proprie deviazioni.
    C’è piu’ abberrazione negli occhi di chi ha visto il male di Mozzi, che pure ce l’avrà ma sono affari suoi, che nelle intenzioni dell’uomo del racconto.
    E’ di questa ipocrisia che mi scandalizzo, non di un verbale ne’ dell’interpretazione dell’autore su cui si insiste in forma di sciacallaggio.
    Di fronte all’evidenza dei propri limiti umani, interpretativi, questa negazione aumenta, divenendo mostruosamente assurda.

  279. mag il 4 marzo 2006 alle 07:46

    OT
    Dormo poco, cosi ho visto una meravigliosa intervista di Enrico Ghezzi a Susan Sontag trasmessa stamattina alle 6.
    La Sontag parla a lungo e in modo profondo della cultura delle immagini, del divario tra l’accettazione delle immagini, video, racconti, insomma dell’aspetto narrativo della realtà e la realtà stessa.
    Da quanto Lei dice, pare esista una forma di autocensura che impedisce di guardare film o vedere immagini ad alto impatto emotivo, perchè è molto piu’ potente la suggestione effettuata dall’immaginazione che della realtà.
    Sottolineava il potere iconoscalstico della distruzione delle due torri gemelle, rispetto alla scarsa attenzione per i 3000 morti e come questa notizia sia passata piu’ come distruzione architettonica che una strage di vite umane, quasi se l’aspetto personale fosse da rimuovere.
    Riflette sulle modalità con cui passano certe immagini di morte e altre no: si vedono spesso i morti iraqueni, bosniaci, delle aree del terzo mondo, ma non si vedono mai i morti americani, e quando Lei chiese spiegazioni di questo, Le fu’ risposto che è di cattivo gusto mostrare i morti, perchè poi i familiari potrebbero esserne scossi… (questo riguardo non esiste per i morti di serie B).
    Dice che Lady Diana è morta perchè l’autista era ubriaco, e perchè stava sfuggendo alle persecuzioni dei fotografi, i quali hanno scattato fotografie di lei morente.Questi documenti di valore incalcolabile, non sono mai stati divulgati, da cui la Sontag deduce una volontà internazionale censoria nella scelta delle immagini destinate all’opinione pubblica.

  280. db il 4 marzo 2006 alle 08:06

    Ero crollato dal sonno sul sofà davanti alla tv spenta: per contrappasso ho sognato che a Sanremo vinceva Mozzi con “Anore” – ben mi sta!
    Parlavamo di film e di sequenza. Ho un vago ricordo di Schindler’s List, di collaborazionismi e di sadismi vari in un lager. Bene, questo è solo lo spunto. Perché, per le famose coincidenze della vita, io ho accesso a materiale storico che per buoni motivi non può legalmente essere reso pubblico – o diciamola tutta, si tratta di un blocco di filmini amatoriali che mio zio emigrato in Germania trovò nel ’49 durante un trasloco (era operaio in una ditta di) e io trovo adesso, dopo una settimana che è morto, tra le sue cianfrusaglie. Li guardo: scene di un lager. In uno ci sono ebrei al lavoro, in un altro un’esecuzione, in un altro una camera gas, in un altro ancora qualcosa di più particolare in interni. Chissà da chi è stato girato (un collega? un lacché?), ma si vedono un bambino ebreo e un ufficiale tedesco. Prima l’ufficiale gli toglie la casacca a righe e lo lava nella vasca, poi lo sdraia sul letto e si spoglia pure lui: i movimenti sono così lineari che s’intuisce subito l’abitudine. L’ufficiale gli fa un pompininino, e a questo punto il bambino ordina (ordina ?!) all’ufficiale di passargli dal comodino la pistola: l’ufficiale obbedisce un po’ stupito, e comunque toglie prima il caricatore. Con la pistola il bambino gli eccita il membro, poi sempre con la pistola in mano lo picchietta là con la linguina, poi lo masturba. Alla fine il bambino completa il gioco erotico andando a stuzzicargli con la canna l’ombelico e gridandogli: “Ich erschiesse dich!”, mentre l’altro, semirincoglionito, gli sussurra: “Ich liebe dich…”. Ammazza!, mi dico, e metto via i filmini. Dopo giorni li riguardo, e mi fisso su questo. Dopo giorni ancora mi fisso solo su questo, e mi masturbo. Ogni bel ballo stufa, e così, non passandomela io molto meglio del mio defunto zio, decido di andare in un centro studi sulla shoah per rivendere i filmini. Questi mi dicono: “Vedremo”, e poi mi arriva la polizia in casa e me li sequestra. Vaffanculo! Finché ho un’idea: se descrivo per filo e per segno la scenetta, magari qualche rivista letteraria me la pubblica (purtroppo nel racconto non posso premettere che è ricavata da un filmino vero, se no la polizia mi rifà il culo – anzi è meglio, acquista un sapore più, come dire, universale). Così è: soldi zero, ma mi ha contattato una casa editrice.

    Chiara la differenza tra sequenza e film? Qualcuno forse dubita che non sia successa una cosa del genere, con tutte le porcherie che si leggono sui giornali? Non sono io forse uno scrittore libero? (ammetto, qualche volta di notte mi sento una merda, ma questo anche prima). E poi non c’è Céline (non l’ho letto, ma tira molto, e un critico ha scritto che assomiglio a Céline in tono di complimento)?

  281. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 09:18

    db, ho una domanda.
    Caso [a]. La storia che ho raccontata, me la sono inventata.
    Caso [b]. La storia che ho raccontata, attinge la sua materia in una documentazione.
    La domanda è: una volta che c’è un racconto scritto – racconto che si dà per quello che è: un “racconto”, non un “reportage” -, che differenza fa?

  282. db il 4 marzo 2006 alle 09:20

    Mozzi h 01.28: *Mi pare ovvio. Sarebbe davvero sciocco*
    Ecco, davanti a frasi così mi sento in imbarazzo, l’imbarazzo di un meccanico al bar che per condiscendenza lascia parlare di spinterogeni l’avventore con cui ha casualmente attaccato discorso. Mi levo l’imbarazzo: da 10 anni ho una supplenza ad Architettura in Storia dell’estetica (non Estetica), quindi occhiocroce qualcosa di “oggettività”, “punto di vista” ecc. dovrei sapere. Dico dovrei perché il mondo accademico, esattamente come tutti gli altri mondi, pullula di individui che dovrebbero e non sono/sanno. Anzi, in tutti i mondi quelli che dovrebbero hanno tendenza innata a costituirsi in camarilla, che nel mondo accademico si chiama baronaggio. Io cioè potrei occupare quel posto indegnamente, per favori e non per meriti: ma allora come si spiega che, superata la soglia dei 50, sono ancora ricercatore, e da quasi 30 (di Storia della filosofia?)? Mi sono andati male i concorsi? Non ne ho fatto uno, li ritengo una cosa buffa e una gran perdita di tempo. Non mi vanto né mi lamento, sono moderatamente contento di appartenere alla specie accademica cui è appartenuta fino a 4 mesi fa Luisa Muraro.
    Se fossi redattore di NI, alla prossima riunione direi: “NI è un blog aperto ai commenti. Noi lo teniamo aperto perché crediamo che dal dialogo si possa uscire migliori, intellettualmente migliori. Ogni singolo post deve corrispondere a questo spirito, che è più forte ancora della netiquette, e ogni postante in questo spirito curerà il dibattito ‘amorevolmente’, se per amore intendiamo qui la spinta a raggiungere insieme una piccola verità, o un piccolo collettivo miglioramento. In una parola compagni, il contrario di quello che ha fatto Mozzi postando ‘Amore’. E quindi: o via lui, o via io – a meno che non si ravveda”.

    S.Garufi: *vai via tu db*. Ho visto che Garufi è redattore di NI, e necessiterei di un chiarimento: la frase è calata nel contesto ipotetico di me redattore al par suo, per cui se in una riunione redazionale io dicessi “via Mozzi” Garufi direbbe “via Borso”, o è in contesto reale, i.e. diretta a me commentante?

    PS. Il genio della critica che avevo citato su Flaubert è Pasolini. La cosa più acuta che ho trovato su Flaubert, oltre Pasolini e più di Nabokov e Sartre, è una lezione di Ejzenstein agli studenti.

  283. db il 4 marzo 2006 alle 09:32

    NO! una dimenticanza imperdonabile! La mia classifica sui critici di Flaubert è
    3- bronzo Ejzenstein (librino Einaudi)
    2- argento Pasolini (Descr. di descr.)
    3- oro Pound (nel carteggio Pound-Joyce)

  284. db il 4 marzo 2006 alle 09:41

    Rispondo a Mozzi, e poi taccio per un po’:ovviamente nessuna differenza. Aristotelicamente, il campo dell’arte è quello del possibile, non del reale. Poi, a seconda dei registri adottati, si può specificare: se ad es. il registro è oggettivo/realistico, varrà un criterio di verosimiglianza specifico. Ma sempre aristotelicamente, verosimiglianza = possibilità (e difatti ad es. lo stream di Joyce è vero-simigliante, ossia mima nel campo della possibilità una realtà psichica).

  285. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 10:18

    db: Se “il campo dell’arte è quello del possibile, non del reale”, e se i “criteri di verosimiglianza” possono essere diversi “a seconda dei registri adottati” (la “verosimiglianza” dell’Orlando furioso, per dire, è tutt’altra cosa dalla “verosimiglianza” dei Promessi sposi), ti domando:
    [a] Puoi definire il “criterio di verosimiglianza” adatto al racconto “Amore”?
    [b] Adoperando questo “criterio di verosimiglianza”, che cosa si stabilisce attorno al racconto “Amore”? Quali conoscenze si ottengono? Quali giudizi si producono?
    Poi:
    – perché quando scrivo: “Mi pare ovvio. Sarebbe davvero sciocco pensare che l’autore di un testo che si vuole letterario ne sia più o meno responsabile a seconda del metodo tenuto per scriverlo” tu ti senti in imbarazzo? Perché dici che ti senti in imbarazzo; ma non dici perché.
    Sei in imbarazzo perché ho detta una sciocchezza tremenda?
    Sei in imbarazzo perché non ho capito quello che tu intedevi dire?
    Sei in imbarazzo per altre ragioni?

  286. s. il 4 marzo 2006 alle 10:42

    Giulio,
    forse di db, ma anche di altri, ti sono sfuggiti gli interventi precedenti dove appunto si è parlato dei ‘contenuti’ del tuo racconto. Ci sono anche osservazioni non stupide o banali che danno resoconti poco lusinghieri del modo in cui il minore è stato presentato e di una certa visione ‘cattolica’ (la cosa è argomentata sopra). Molte risposte alle domande che poni le trovi da solo in alto. Mi sembra che in questi ultimi commenti si giri intorno a dei cavilli (mi sembra, non sono sicuro). Resta la tua non disponibilità a discutere quello che su questo racconto è stato detto, perchè fai agli altri tutte queste domande? sul tuo testo ci sono oltre duecento commenti che non ti interessano, perchè insisti nel sollecitare il nostro punto divista (non rispodo per db, che lo farò da solo, ma pongo la domanda perchè non strettamente legata al racconto e quindi suppongo che tu possa dare risposta)?

  287. temperanza il 4 marzo 2006 alle 10:52

    In un altro dibattito, molto meno lungo di questo, qualcuno si è chiesto a cosa serviva discutere, se non si cavava un ragno dl buco, e io ho pensato che ogni dibattito serve invece a chiarirsi le proprie stesse idee, prima ancora di chiarirle all’altro, e in questo vedo un notevole guadagno.

    Ma qui mi chiedo davvero a cosa serva ormai questa serie di precisazioni domande e puntigli, siamo ormai all’incaponimento personale, alla ripetizione, alla mania.

    Non posso dirvi smettetela, perché non sono affari miei, ma un invito a uscire di casa e fare una passeggiata ve lo faccio di cuore.

  288. s. il 4 marzo 2006 alle 10:55

    Temperanza,
    sottoscrivo

  289. s. il 4 marzo 2006 alle 12:29

    Un amico mi ha mandato questa.

    Per scartare lateralmente dal cavillo propongo una storia (che non so scrivere perchè di solito faccio altro)

    Un giorno mi alzo, mio cugggino assistente sociale mi racconta un ennesimo caso di pedofilia, mima resonti del fatto. Sono persona non indifferente e scrivo un racconto. Conosco molti dettagli, ma non ero presente, lavoro di fantasia e di morale. Il risultato desta scandalo e mi causa qualche problema giudiziario che ha anche un risvolto pubblicitario che all’editore non dispiace. La cosa (la pubblicità) mi lascia indifferente. A distanza di 10 anni ripropongo il testo a lato di un post critico sulla sentenza inaudita dei giudici su una ragazzina violentata dal patrigno, ma non considerata vittima perchè aveva già perso la verginità (ergo chiunque era libero di abusarne sessualmente). Ho i miei motivi e quindi mi riservo di dire che il fatto del bambino era ‘reale’ al momento opportuno (credo infatti ingenuamente che chi legge non abba mai sentito parlare della turpe pedofilia da fonti di prima mano) per condurre la discussione nella direzione che mi interessa (nessuno è colpevole perchè tutti sono colpevoli, il peccato originale del fare sesso nel paradiso terrestre ci accumuna tutti: il bambino che si è visto sollecitare le sue parti intime è gia impuro come la ragazzina).Queste cose le dico a voi, io nella discussione enorme che segue mi limito a guardare. Solo quando è stata raggiunta una ragguardevole cifra di interventi dico che quello è un caso vero di cui so, ma di cui non posso parlare ‘in chiaro’. La cosa fa l’effetto che doveva fare, qualche ‘fans’ chiede la pausa di riflessione. Una preghiera per l’anima di entrambi (ricordamo che la colpa è parimenti divisa) non guasterebbe. Morto lo stupore ripartono invece le voci che mi contestano il punto di vista e a questo punto l’unica difesa è il silenzio, ne ho diritto e lo dico. Siccome non smettono e un pò se la prendono, controbatto con sfilze di domande. La discussione non è arrivata dove forse volevo farla arrivare. Sono quì che tiro di scherma con le parole e sono dispiaciuto di non potermi rilassare un attimo e mandare a quel paese mio cugggino assistente sociale, i suoi pedofili e pure tutte le mie interpretazioni beghine. Una palma, un mare calmo, una bibita, una donna (adulta e consenziente, non retribuita) sarebbero l’ideale.

    Considerazioni dell’autore.
    mi assumo la responsabilità di ciò che ho scritto, ma non ne risponderò nel dibattito e in assoluto. Ho preso spunto da fatti realmente accaduti, ma li ho interpretati a mio modo. Auguro a tutti voi, ma anche al pedofilo e all’ex bambino a cui fischiano le orecchie, di passare la giornata sotto una palma (non la mia) a godere di un meritato relax.

    Considerazioni del postante:
    non mi assumo alcuna responsabilità sul racconto che comunque è frutto di fantasia.

  290. db il 4 marzo 2006 alle 12:52

    Rispondo prima alla seconda domanda di Mozzi, perché è un metadiscorsino. In tutto il dibattito io non mi sono mai sognato di chiedere all’autore se il racconto era “vero”, perché appunto l’arte riguarda il possibile non il reale, i.e. il verosimile non il vero. Siccome però è venuto fuori che ti basavi su trascrizioni processuali segrete (che manteniamo per comodità o nel nostro contesto equivalenti al vero-reale), ho chiamato tutte queste insieme “film” e la trascrizione processuale dell’episodio specifico da te isolato “sequenza”. Dopodiché ho concluso: *Ecco, anche nel caso estremo tu abbia trascritto né più né meno le due deposizioni congiunte [= senza togliere o aggiungere una virgola], tu sei “responsabile” della tua scelta di quella determinata sequenza (ovvero la scelta rientra nella forma che hai impresso). Nei miei commenti penso di aver sempre ragionato sulla tenuta poetica del racconto e sulle possibili reazioni estetiche di un “lettore medio”. Fuor di polemica ora, ribadisco la mia idea che sia un racconto infelice.*
    Ad es. il copiaincolla apre possibilità poetiche enormi, di collage velocissimo (poetica = analisi dei processi di produzione artistica, estetica = analisi dei processi di fruizione artistica), dove la mano/forma/”responsabilità” dell’autore si vede eccome, non nelle parole incollate, ma nel gesto dell’incollaggio. Riformulo quindi: “Ecco, anche nel caso estremo tu abbia copianincollato la sequenza…”. Tu mi rispondi: “Mi pare ovvio”, e io ti dico: certo, ma andava detto nel contesto specifico del dibattito, al momento cioè preciso in cui tu hai indicato la fonte e il pubblico commentante ha emesso un : “Ah… allora, se è vero cambia tutto!” (Trespolo instar omnium). Perciò io con quelle parole ho risistemato la faccenda con un :”Non cambia un bel niente, perché anche se è vero, l’autore è ‘responsabile’ della scelta della sequenza copiaincollata”. Quindi ovvio in sé ma niente affatto ovvio lì. Chiaro?
    E perché ho scritto “responsabile” tra virgolette doppie? Perché il termine riguarda l’etica e qui stiamo parlando di poetica/estetica. “… ” = come dire, per così dire, e si usano per significare un traslato – e cioè qui significano: se fossimo in ambito etico saresti responsabile, mentre qui in campo poetico/estetico sei l’equivalente di responsabile (autore non ha bisogno di virgolette, perché vale per un crimine come per un libro). Ma perché allora non ho usato l’equivalente invece delle virgolette? Perché il tuo caso è al limite tra estetica e etica, ergo con responsabile mi riferisco all’etica e con le virgolette all’estetica (su questo territorio di confine ovviamente c’è una bibliografia sterminata).
    A imbarazzarmi fu soprattutto il “davvero sciocco”, e per le ragioni che ho sintetizzato con l’esempio del meccanico al bar. Quando tu l’hai scritto, imputandomi sotto quella dizione ragionamenti meno che bislacchi, io sapevo qualcosa di te, ad es. che tieni un laboratorio di scrittura (un’iniziativa che in sé apprezzo molto, nel senso che ce n’è bisogno assai), mentre ho supposto che tu sapessi meno di me. Allora figurati un meccanico in incognito (= non in tuta e con le mani sgrassate) che incontra al bar un signore che gli si rivela meccanico, e incominciano a parlare di motori. Quel signore gli parlerà come a un profano, spiegandogli ad es. la funzione di una candela. E quell’altro, per condiscendenza timidezza o cos’altro, lo lascia parlare senza dirgli: “Ahò, guarda che sono meccanico anch’io!”. La situazione, se non si sblocca con l’outing, non ti sembra imbarazzante?
    Sull’altra domanda, dopo.

  291. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 13:08

    Gentile S., le domande che ho scritte negli ultimi miei interventi mi servono solo a capire che cosa mi si sta dicendo (in particolare che cosa mi sta dicendo db, che mi pare abbia un modo molto ellittico di dire le cose).

    Tre osservazioni:
    – quando Oreste Rossi presentò l’interrogazione parlamentare (e minacciò di denunciare l’editore: ma non ho mai saputo se l’abbia fatto davvero) l’editore non fu per niente contento. Ci fu una riunione nel corso della quale fui accusato di avere introdotto nascostamente quel racconto nel libro allo scopo di danneggiare l’editore. L’editore decise di abbandonare il libro a sé stesso, interrompendo ogni azione di promozione eccetera.
    – “nessuno è colpevole perchè tutti sono colpevoli, il peccato originale del fare sesso nel paradiso terrestre ci accumuna tutti: il bambino che si è visto sollecitare le sue parti intime è gia impuro come la ragazzina”: pur avendo letti e riletti i tuoi precedenti interventi, non riesco a capire come si possa ricavare una simile “morale” dal mio racconto. Poiché non riesco a capirlo, non ho niente da dire in proposito.
    – mi assumo ogni responsabilità sul racconto (per db sembra sia importante sapere se questo o quel particolare sia stato o non sia stato da me inventato: io dico che rispondo di tutto nello stesso modo). Me l’assumo così pienamente e completamente, la responsabilità sul racconto, che faccio il possibile per evitare di difenderlo, illustrarlo, argomentarlo, commentarlo, eccetera (e purtroppo, qualche parola mi è sfuggita; cosa che mi dispiace); ho risposto ad alcune domande dando delle informazioni, e ho fatto delle domande circa l’utilità – per la lettura del racconto – di queste informazioni.
    Cerco di rispettare il lettore, togliendomi di mezzo.

  292. s. il 4 marzo 2006 alle 14:27

    Giulio,
    prima non rispondi e poi ripondi a domande che forse non ti ho neanche fatto :-) . La mia interpretazione sulla presentazione dei due ‘alla pari’ e della visione ‘cattolica’, continua a essere valida (per me almeno). Che a te non risulti (che non fosse nelle tue intenzioni coscienti non ho dubbi) o non la veda, pazienza. Le prospettive sono diverse e il peso che si da alle cose anche.
    Il racconto era un racconto, non una domanda.
    Purtroppo a momenti devo prendere un treno. Ti saluto, saluto tutti e ringrazio per i modi pacati e per il reciproco rispetto.

  293. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 14:36

    Buon viaggio.

  294. db il 4 marzo 2006 alle 14:38

    Mozzi il postante, o il postore, s’è tolto di mezzo. Dunque c’è spazio per raccontare una storiella, “vera” quanto la sua, solo che: 1- è il riassunto di una trascrizione reale, quindi più breve della sua 2- è infinitamente più bella della sua (questo per dire che se uno, dopo averla letta dirà: ma è una storiella da nulla!, quando dirò donde l’ho presa, arrossirà).

    All’osteria del paese, tra i frequentatori abituali c’era uno scavezzacollo sulla trentina, aitante di suo e più ancora dopo l’acquisto di una Jaguar fiammante. Sempre lì stazionava un ometto già anziano, camionista (furgonista?) piuttosto sulle sue. Erano fatti per evitarsi, o per starsi a distanza. E così fu, fino a quel giorno che il giaguaro intavolò una discussione su quanto lui lui potesse fregarsene del prossimo, ovvero varcare certi limiti. L’ometto, tranquillo ma un po’ meno del solito, si sentì d’intervenire: prima piazzò una domandina, poi un esempio con domandina in cauda, poi domande più incalzanti… finché il giovane sbottò: perché non te le faccio io, le domande? Per me è uguale, rispose il nostro senza scomporsi. E così toccò al primo tartassare il secondo. Ma senza parità, perché dopo poco sbottò più vivace ancora: basta, con te non si può proprio discutere, perché non sembra, ma sei più violento di me! Col che inforcò la porta prima, e subito dopo la coupé. L’ometto restò lì con un palmo di naso e la gola assai secca. Ma ordinò un brulé, e gli passò tutto.

    Il QUIZ è aperto a tutti fuorché a Mozzi, e non perché sia andato via, ma perché se ne sapesse la soluzione, non si sarebbe comportato così.

  295. Matteo il 4 marzo 2006 alle 15:44

    db:
    Potrei, scrivendo, cadere in sbotti di nervosismo che cercherò di contenere, ma di cui mi scuso anticipatamente.

    Un’infinità di commenti fa postai per due volte poche banali osservazioni alle tue teorie (che un’infinità di commenti dopo sono sempre le stesse) osservazioni che tuttavia sono rimaste a quanto pare acqua fresca. Senza ripetermi (se le hai lette bene, sennò magari valle a rileggere) sulla soglia dei trecento commenti, ti dico che la tua visione sado/maso-bambino/uomo (ovvero banalissima dinamica di potere riscontrabile a vari livelli nel 90% delle relazioni a due di qualunque tipo in letteratura così come nella vita e in letteratura perché così anche nella vita) risulta assai più vomitevole del racconto stesso e questo indica che Amore è davvero un racconto perfetto per quel che si propone di essere. La “degradazione” di Amore o la sua “sublimazione”, il ritenerlo cioè inferiore a ciò che si propone oppure lo scorgervi una particolare profondità di sguardo, stanno evidentemente nella percezione del lettore, in misura alla sua vicinanza o distanza dal “male naturale”, dalla sua consapevolezza e conoscenza, esperita o innata, del male.
    Per semplificare: per dire con serietà le cose pur disciplinarmente corrette che dici su questo racconto, mi chiedo dove ti collochi tu rispetto al male. Anche se questo non è certamente un tema interessante.

    Quello che della tua analisi (per dirla con georgia, da “macchina”) mi inquieta maggiormente, ben più del racconto di Mozzi, sta però in una tua battuta, postata una miriade di commenti fa:

    “Dodici anni di carcere all’uomo? Dal racconto penserei al bambino!”.

    Ecco, db, Amore è chiaramente un buco nero. E’ un racconto capace di scatenare forze oscure e muraglie analitiche raccapriccianti come la tua, senza che alla fine se ne riesca a venire a capo.Tuttavia, un buco nero, a ben guardare, è soltanto un buco nero. Ci si può cadere e perdere la brocca, o restarne fuori per cercare di far luce all’interno, servendosi un buon lume (se non quello della ragione, almeno quello dell’intelletto).
    Secondo me si è andati molto oltre lo smarrimento della brocca e allora vorrei semplificare, perché alla fine, è davvero molto semplice (probabilmente troppo).

    Il bambino è padrone?
    Si, è vero. Però è un bambino.
    L’uomo è servo?
    Si, è vero. Però è un uomo.
    La pistola è un arma?
    Si, è vero. Però è finta.

    Db, ti chiederei, senza arroganza, di smetterla di offendere la tua intelligenza (e, se non la nostra, almeno la mia. O forse dovrei smettere io di leggerti).

    Sia chiaro, però, che non ti ho dato dello stupido.

  296. giuliomozzi il 4 marzo 2006 alle 15:50

    db, mi pare di aver visto un punto di incomprensione.

    Tu hai scritto a un certo punto: “Mozzi è un giornalista sul fatto? Sa nomi e cognomi? Li faccia, in questura”.
    Io ho risposto: “La fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo”.
    Perché ho risposto in questo modo, dando questa informazione? Per non essere accusato di essere stato a conoscenza di un atto di pedofilia e di non avere sporta denuncia.
    Non ho fornita quell’informazione per avvalorare il mio racconto in quanto “basato su una storia vera”.

    Tu poi hai continuato a interrogarmi sulla natura della documentazione che ho consultata e sulla relazione tra questa e il racconto.
    Ad esempio: [1] “Dunque erano in due, e agli atti ci sarà una deposizione: di chi fra i due? Del pedofilo? come avranno fatto i giudici a credergli? Del bambino? come avranno fatto i giudici a credergli? O era una deposizione congiunta? O c’era un voyeur? un voyeur scrittore? Fuori il nome Mozzi!”.
    [2] “Dunque Mozzi ci può dare senza difficoltà gli estremi degli atti del processo: appena avrò un po’ di tempo me li guarderò con un occhio particolare alla pistola che stuzzica il membro, ai colpetti di lingua ecc. Se per caso negli atti non ci sono (intendo la sentenza, perché la narrazione del pedofilo e/o del bambino può contenere di tutto, ma formalizzato da loro, e non più quindi materiale)…”.
    [3] “Perché non si può accedere a quegli atti? se è vero, sarà per una particolare scabrosità delle deposizioni, che possono essere solo o del pedofilo, o del bambino. E’ verosimile che i giudici nell’emettere la sentenza non siano andati a verificare i particolari (che invece sono IL materiale di Mozzi), in quanto tendenzialmente inverificabili (ad es. chi dei due narratori ha descritto i colpetti di lingua? e come verificarli?)”.
    [4] “Ma io intendo: i colpetti di lingua, la pistola che struscia, come avranno fatto i giudici a crederci? Evidentemente i giudici badano alla credibilità della deposizione nel suo insieme, mentre nessun giudice si arrovellerà sul colpetto, a differenza di Mozzi. Il quale deve tacere, e glielo concedo, ma può senz’altro dirci se quei particolari stanno nella deposizione del pedofilo o in quella del bambino (che stiano in entrambe, sconfina nella fantascienza)”.

    Quando dici: “In tutto il dibattito io non mi sono mai sognato di chiedere all’autore se il racconto era ‘vero’ “, rimango un po’ stupito. Mi pare che, invece, con molta insistenza, tu mi abbia interrogato sulla relazione tra il racconto e la fonte della sua materia (gli atti del processo).

  297. Matteo il 4 marzo 2006 alle 16:01

    Aggiungo che molti commenti fa dissi che questo racconto non era e probabilmente non voleva essere “soltanto” un buco nero. Nell’ultimo commento, dopo tutte le considerazioni, mi sono trovato a pensare il contrario, perché in realtà questo racconto è principalmente un buco nero. La buona letteratura credo sia fatta di buchi neri.

  298. mag il 4 marzo 2006 alle 16:52

    la connotazione di tutto questo discorso è ormai quella della morbosità.

  299. db il 4 marzo 2006 alle 17:11

    Esattamente 24 ore fa, guardo il pc, e vedo un dialogo tra Mozzi e mag, la quale avrebbe voluto nel racconto più psicologia. Lo scambio mi sembra interessante al punto da intervenire, così:
    # mag: *… insomma il bambino che si racconta e l’adulto che si racconta. Non solo tu che li vedi*
    Mozzi: *M’interessa ciò che è accaduto.*
    mag: *legittimo, non me la sentirei nemmeno io…ci vuole un attore*
    Scusate se m’intrometto, ma cos’è accaduto? Mozzi è un giornalista sul fatto? Sa nomi e cognomi? Li faccia, in questura.
    O è accaduto nella sua testa? Se è così, l’ha fatto accadere lui, per una qualche sua ragione che noi lettori possiamo/dobbiamo ipotizzare.#
    Teniamo presente che fino a quel momento si era sempre e solo parlato di un racconto, e la questione in svariati modi, non tutti eleganti, era stata sempre e solo sulla verosimiglianza del racconto stesso. E ora Mozzi, per dire che non gli interessa la psicologia, dice secco: *M’interessa ciò che è accaduto.* Devoto-Oli, accadere = avvenire (generalmente di fatti che si verificano per caso), e avvenire = aver luogo. Il problema nuovo che solleva Mozzi con la sua frase è: ciò che è accaduto nella realtà o nella finzione letteraria? La domanda che viene è dunque: quel rapporto ha avuto luogo nella testa di Mozzi o nella realtà della vita? Il fatto che accadere = aver luogo per caso deporrebbe a favore del secondo corno, perché nella sua testa per caso avrà avuto luogo uno spunto, ma non il plot. E poi, perché non dice “ciò che accade”, espressione più in linea col “li vedi” di mag e più consona alla finzione del “ciò che è accaduto”, che rimanda a un passato vago? Questo però in me era solo un sospetto, su cui ho chiesto appunto un chiarimento; ma chi avrà voglia di rileggere il commento mio che ho appena incollato vedrà che io propendo ancora per la finzione.
    E invece, 5 ore dopo Mozzi scrive: *la fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo.* Dunque il sospetto era fondato, e la frase di Mozzi diventa: “Mi interessa ciò che è accaduto realmente” (senza tante psicologie à la mag). Così Mozzi si è spostato LUI su un altro terreno, perché un frase così è la frase per eccellenza di uno storico. Su questo terreno le domande diventano altre: affidabilità dei documenti, confronto intertestuale ecc. E io, che sono storico di professione, non posso non porgliele a Mozzi. Detto questo, prima si torna alla finzione, e meglio è perché da lì non si cava un ragno dal buco nero (e così ho fatto da stamane h 08.06, proponendo la coppia film/sequenza, ossia fiction).
    Detto in parole povere, Mozzi vuole tornare sempre lì, al processo, ma non quello per pedofilia, no, quello per immoralità che non gli anno fatto, e per il quale sarebbe disponibile sino al martirio (purché ci sia un bel pubblico).
    Sono sinceramente contento che Mozzi sia tornato a discutere mollando la Jaguar (a prop., e il Quiz?).

  300. db il 4 marzo 2006 alle 17:55

    Mozzi a db, h 15.50: *Tu hai scritto a un certo punto: “Mozzi è un giornalista sul fatto? Sa nomi e cognomi? Li faccia, in questura”.
    Io ho risposto: “La fonte materiale del racconto sta negli atti di un processo”.
    Perché ho risposto in questo modo, dando questa informazione? Per non essere accusato di essere stato a conoscenza di un atto di pedofilia e di non avere sporta denuncia.*
    Vedi Mozzi, ti avevo dato un aut-aut: 1- *Mozzi è un giornalista sul fatto?* 2- *O è accaduto nella sua testa?* Lo vede anche un tordo che potevi benissimo stare sul 2-, e nessuno ti avrebbe accusato *di non avere sporta denuncia* – e invece non vedevi l’ora di andare sull’1-! E io sono un tordo, ma aprendo bene gli occhi ci vedo.

  301. tashtego il 4 marzo 2006 alle 18:14

    db, fatti vedere da uno bravo.

  302. Phylo il 4 marzo 2006 alle 21:32

    Sporgo denuncia contro Mozzi sul punto preciso in cui scrive:

    *non avere sporta denuncia.*

    avendo egli copiaincollato la frase più volte, non può trattarsi di un lapsus, altrimenti si sarebbe rialzato. Di per sé, la frase non ha senso alcuno, a meno di ipotizzare sporte con marchio DENUNCIA (come ci sono profumi con marchio EGOISTE). Ne deduco che Mozzi ha declinato il participio passato “sporta” sul genere femminile di “denuncia”, contravvenendo alla sintassi italiana. Come ultimo tentativo di salvarlo, ho ipotizzato una reminiscenza/recrudescenza di ablativo assoluto da media inferiore: “sporta denuncia” = una volta sporta la denuncia – ma allora l’infinito “avere” rimane sospeso sull’abisso, con un nulla in mano. Ho parlato per scrupolo di coscienza: alla giuria di NI, comunque, raccomando clemenza (e in subordine temperanza).

    Logus

  303. mag il 5 marzo 2006 alle 10:18

    questo cambia il nick ma rimane sempre Fuori come un balcone.

    bene, a questo punto le possibilità di argomentare intelligentemente con i commenti si fanno sempre piu’ esigue ;tanto che gli Indiani facilmente opteranno per posizioni di chiusura?

  304. Nick il 5 marzo 2006 alle 11:21

    Secondo me db sbaglia a sottolineare con la matita rossa, anche perché ho visto che Mozzi che fa il prof. di scrittura, fino a prova contraria (e poi casomai matita blu, perché quegli errori li facciamo tutti). Ho letto solo il racconto e gli ultimi commenti. Qui mi sembra che tutto ruota attorno a: è un racconto hard? Io dico di no. ma in che mondo vivete? Non guardate le edicole? C’è qualcuno che vorrebbe proibirle? Uno scrittore non è libero di scrivere quello che vuole? Uno gli dice: io ci avrei messo questo, l’altro io avrei tolto quest’altro ecc. Ma perché quest’uno e l’altro non lo scrivono loro, il racconto? Fino a prova contraria, non c’è ancora la patente per la libertà (compreso di fare errori rossi o blu).
    A me è piaciuto il racconto. e anche la storiellina di DB, che si diverte a farci indovinare. Non sono sicuro, ma ho trovato qualcosa di molto simile in

    http://www.umarellsblog.it/

  305. Matteo il 5 marzo 2006 alle 12:55

    caro db, ci rinuncio.

  306. db il 5 marzo 2006 alle 14:18

    Mozzi a Genna, 31/01/05, su http://www.giuliomozzi.it

    *Io non voglio mai niente. Sono un uomo senza desideri. Pressoché tutto ciò che ho fatto, nella mia vita, nel bene e nel male, l’ho fatto perché è capitato […] Io non sono una persona. Io sono una funzione. Non credere che stia credendo a quello che dico: sto facendo dei tentativi. La cosa che mi riesce meglio è: essere servizievole. Io sono utile […] Il mio stato d’animo non è sempre quello, naturalmente (io sono uno che, non essendo una persona, è quello che è il suo stato d’animo), ma quello stato d’animo si presenta con una certa frequenza ed è, negli ultimi anni, nonostante tutto, il mio stato d’animo dominante […] Nel 1989, Giuseppe, io sono quasi morto. Non ti racconto che cosa è veramente successo. Di solito dico: “Sono stato male”, e così dico una pietosa bugia: perché in verità nessuno è stato male, non essendoci nessuno. Io non c’ero […] Naturalmente io ho vissuto tutto questo come un male morale. E credo di poter dire: se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo. Noi due, Giuseppe, tu e io, ci siamo incontrati alla fine del 1997. Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione […] Il male è un elemento d’irrealtà che si intrufola in noi diventando: influenza, disgrazia, morte dei cari, violenza, esplosione, tutte quelle cose lì. Il male appartiene a un altro mondo, quando compare in questo mondo non c’è altro da fare che scacciarlo. Io ho scacciato da me tutto il male che c’era in me, e non è rimasto niente. Poi ho brancolato.*

    Dario Borso

  307. db il 5 marzo 2006 alle 14:48

    La mia prima reazione, sincera anche in veste letteraria, è stata: o Mozzi, mon semblable! Perché in questa risposta Mozzi si rivela umano, non più autore/postante/perfectus/deus. E’ un testo assai denso, ma innanzitutto cerco di riportarlo al dibattito su “Amore”:
    1- il 1999 è l’anno della crisi/morte e di una svolta.
    2- la svolta è dovuta alla scoperta del(ll’idea di) male morale.
    3- il periodo precedente il 1999 era dominato dall’immaginazione del male naturale.
    4- conseguentemente,nel 2005 Mozzi non sa più cosa pensare del suo libro del 1998 “Il male naturale”, dov’è compreso il racconto “Amore”.
    5- da Nautilus apprendo che “Amore” fu scritto all’inizio del 1997.

    NB faccio queste deduzioni solo ed esclusivamente nell’ipotesi che il “1989” del testo di Mozzi sia un refuso per “1999” (e l’ipotesi la avanzo perché altrimenti il testo mi risulterebbe incomprensibile).

  308. mali il 5 marzo 2006 alle 17:01

    Questo cambia tutto o quasi. Passo e chiudo.

  309. db il 5 marzo 2006 alle 20:51

    “1989” è effettivamente un lapsus per “1999”. L’incipit della risposta a Genna infatti suona: * Ai tempi di Scarto minimo io non facevo niente. Firmavo la rivista come direttore responsabile […] Ma stando lì, e ascoltando, ho imparato, o almeno così mi sembra, una o due cose che hanno contribuito, qualche anno più tardi, a salvarmi la vita.* Siccome la rivista “Scarto minimo” è durata dal 1986 al 1989, il “qualche anno più tardi” non può riferirsi al 1989, ergo…
    Importanti sono altri due passaggi che non avevo riportato sopra:

    *Non so perché m’invento, e mantengo costantemente, “un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi”, o addirittura, aggiungo, giuliomozzi […] Mi viene in mente in Totò Merùmeni, questo “punitore di sé stesso” nel quale, a diciott’anni, mi sono allegramente riconosciuto.* Nel 1978 Mozzi legge dunque la poesia di Gozzano, parodica sin nel titolo, che italianizza Heautontimoroumenos, da Terenzio (le variazioni più importanti sono di Kierkegaard e Baudelaire). Un breve collage: “Totò ha 25 anni, tempra sdegnosa, scarso cervello, scarsa morale. Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti. È il buono che derideva Nietzsche, ‘l’inetto che si dice buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti’. Totò non può sentire. Un lento male indomo inaridì le fonti prime del sentimento: l’analisi e il sofisma. Dopo tristi vicende, quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima. E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà”.

    *Quando lavoravo come fattorino alla Libreria Cortina di Padova ero molto felice […] Non avevo nessun desiderio*. Il lavoro durò dal 1989 al 1996.

  310. giuliomozzi il 5 marzo 2006 alle 22:07

    Il 1989 è il 1989.

  311. db il 5 marzo 2006 alle 22:40

    Per lanciare McIntosh (= inizio della rete), la Apple creò uno spot che andò in onda una volta sola, nel febbraio 1984. Lo slogan era: *Il 1984 non sarà il “1984”* = non sarà Orwell. Così per Moggi: *Il 1989 non è il “1989”*.
    Sono fresco da una ricerca massacrante ma positiva su Kafka lettore di Kierkegaard: manovalanza, scoprire dove ha comprato un libro, da chi l’ha avuto ecc. Lo storico ha/deve avere di mira la verità, come lo scrittore la verosimiglianza. Con la verità, come con la verosimiglianza, non si scherza: la verità ha in più il problema del continuo riscontro, anche minuto, con la realtà. Se Mozzi si limita a dire: è il 1989, senza spiegare, motivare, è come se non avesse parlato. Appena parlerà, si terrà conto, si confronterà, magari insieme.
    Qui in gioco non è la vita di Mozzi, ma “Amore”. Da storico, guardo i fatti, e cioè i testi, tutti i testi disponibili, col massimo di serietà. La risposta a Genna dà molti elementi (ad es. che giusto un anno fa Mozzi era totalmente scettico = non sapeva che pensare circa “Amore”, mentre qui l’ha presentato come perfetto). Aggiungo che mi servo anche del suo Curriculum vitae che sta in rete, e come ogni storico spero di trovare altri documenti.
    Quindi, 1989 allo stato attuale NON può essere la data della quasi-morte, poiché all’inizio Mozzi afferma che è successa “qualche anno più tardi” della sua esperienza a “Scarto minimo”, che va dal 1986 al 1989. Mozzi cioè può dire che ha scritto il falso nella risposta pubblica (quindi meditata come un articolo, non privata-affrettata), oppure che era un anno diverso dal 1999, ma comunque non prima del 1993. La spiegazione più plausibile è un lapsus, e il lapsus può funzionare con due soluzioni: 1999 o 1998 (per inversione di 8 e 9).
    Se Mozzi risponde e motiva a breve, ne terrò conto, altrimenti andrò avanti, verso “Amore”.

  312. db il 5 marzo 2006 alle 22:52

    Scusate, ma lo storico è fallibile, quindi mi correggo. Siccome Mozzi ha lavorato in libreria dal 1989 al 1996 sentendosi “molto felice”, la quasi-morte non può essere avvenuta prima del 1997.

  313. db il 5 marzo 2006 alle 23:10

    Dalla risposta a Genna, la scansione temporale risulta chiara:

    1990-95: periodo di felicità senza desideri.
    1996-98: periodo del male naturale.
    1998/99: quasi-morte e male morale.

    “Amore” fu scritto e postato su Nautilus nel gennaio 1987, all’inizio cioè del secondo periodo, che si conclude con la sua pubblicazione in “Il male naturale”, Milano 1998.
    Sarebbe interessante sapere da Mozzi se fu uno dei primi racconti scritti tra quelli raccolti nel libro.

  314. db il 5 marzo 2006 alle 23:12

    Scusate il lapsus

    “Amore” fu scritto e postato su Nautilus nel gennaio 1997 [non 1987]

  315. db il 6 marzo 2006 alle 00:50

    *se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo.*
    “a un certo punto” è il punto di crisi/svolta del 1998/99 – e a ragione, perché krisis (da krino) = scelta = morale. La morale è infatti il terreno della scelta: il male, da naturale, si fa morale = frutto di una scelta. Mozzi diviene soggetto responsabile = risponde alla domanda: giusto? ingiusto?
    Tutto questo dopo “Amore”, e anzi dopo “Il male naturale”, che sin nel titolo è da intendere come epitome del periodo precedente. Ma come si configura tale periodo? Do per scontata la distinzione tra male naturale/fisico e morale (se si digita il termine su google, sin trovano file interessanti: l’importanza del terremoto di Lisbona, Rousseau e Voltaire, Auschwitz e la Ahrendt, la mentalità primitiva ecc.), e mi concentro sulle definizioni date da Mozzi del male naturale:

    *Il male è un elemento d’irrealtà che si intrufola in noi diventando: influenza, disgrazia, morte dei cari, violenza, esplosione, tutte quelle cose lì. Il male appartiene a un altro mondo, quando compare in questo mondo non c’è altro da fare che scacciarlo. Io ho scacciato da me tutto il male che c’era in me, e non è rimasto niente. Poi ho brancolato.* E’ esattamente quello che fanno gli stregoni, che scacciano con sortilegi le disgrazie naturali e non. Pulito il mondo interiore, però non rimane nulla, se non brancolamento. Ma da questo nulla è nata, dopo la pubblicazione de “Il male naturale”, la scelta, o la morale, o l’etica, e in Mozzi la possibilità di soprav/vivere. Un’ulteriore specificazione, che avevo tralasciato di copiaincollare, sempre da lì:

    *Io non c’ero. O forse stavano male le cose, il mio letto e il mio tavolo, forse stavano male le persone attorno a me (delle quali non dico il nome), forse stava male il mondo intero. Io non lo so: non lo so, perché non ero. Ciò che accadeva, lo percepivo come un accadere di male a me.* Ecco, tra quelle persone c’erano il pedofilo e il bambino di “Amore”, anonimi.

  316. temperanza il 6 marzo 2006 alle 02:08

    @DB
    Lascia perdere Mozzi , vorrei vedere invece come traduci questo:

    Gottfried Benn
    Incipit di a “Das Moderne Ich”

    Meine Herren Kollegen, die Sie jetzt Medizin studieren wollen, Kommilitonen, die Sie sich anschicken, die naturwissenschaftlichen Fächer zu beforschen, junge Leute, die Teubners “Aus der Natur und Geisteswelt” in ihren Freistunden ergriffen lesen und die kleinen Göschenbücher, meine Damen und Herren und alle Jugend, die antritt, in Laboratorien und Instituten, die Binde von Sais zu lüften, ich will Mißtrauen säen in Ihre Herzen gegen Ihrer Lehrer Wort und Werk, Verachtung gegen das Geschwätz vollbärtiger Fünfziger, deren Wort der Staat lohnt und schütz, und Ekel vor einem Handwerk, das nie an eine Schöpfung glaubte.

    Einige von Ihnen tragen ein Glasauge, einige den Arm verbunden, fast alle waren im Krieg. nach Schlammjahren, nach Ypernjahren, nach Kinoabenden hinter der Front einmal in sechs Monaten, nach Nuachetn, wo Ihnen die ratten den fettfleck aus del jacke fraßen und aus den Mundwinkeln den Kruumel Brot, stehen Sie da und beten, was der geist für Sie ersparte .

    et caetera

    Non è Hölderlin, ma è Benn, qui credo poco conosciuto, almeno dalla maggior parte dei commentatori, ti lascio questo pensum per la nottata;–)
    Io ho copiato le prime righe, perché non sono masochista, ma lascio a te la scelta di questo o altro.

  317. giuliomozzi il 6 marzo 2006 alle 09:05

    db, io ho detto: una certa cosa è avvenuta nel 1989. Tu dici: sarà un lapsus o un refuso, è avvenuta nel 1998. Io confermo: 1989. Tu dici: no. E vabbè, pensa quel che vuoi.
    L’indicazione http://www.giuliomozzi.it è un refuso. Il mio diario del 2003/2005 si trova all’indirizzo http://www.giuliomozzi.com. La lettera a Giuseppe Genna che citi parzialmente si legge per intero all’indirizzo:
    http://www.giuliomozzi.com/archives/2005/01/una_risposta_no.html
    Credo che “Amore” sia uno dei più “antichi” tra i racconti pubblicati nel “Male naturale”. Non mi sembra di averlo presentato qui come un racconto “perfetto”.

  318. db il 6 marzo 2006 alle 10:55

    Ringrazio Mozzi di aver corretto e specificato il link della sua lettera a Genna (non è un refuso/lapsus calami, ma un’imprecisione in quanto citavo a memoria), e di aver specificato l’anteriorità di “Amore” (che ho definito piiù volte perfectus = compiuto = non più passibile di rimaneggiamenti).
    Invece non ci siamo sulla data. Mozzi suppone che la parola mia valga quanto la sua (*Io confermo: 1989. Tu dici: no. E vabbè, pensa quel che vuoi.*). Glielo concedo, ma la sua parola (da ipse dixit) vale assai meno di un documento storico: questo è il punto. E di fronte a un documento, io come storico non posso pensare quello che voglio, ma devo cercare di capirlo.
    Perciò “1989” come data della quasi-morrte non può essere, poiché sta scritto che è avvenuta “qualche anno dopo” Scarto minimo (1986-89), e poiché il periodo in libreria (1989-96) è definito sempre nel testo “molto felice”, e non contempla dunque il dramma della quasi-morte. Per uno storico, questo basta e avanza.
    Giusto come pezza d’appoggio (o terza prova minor), prendo il testo del 31/01/05 nella sua forma specifica, che è di lettera (aperta), e nel suo registro/tenore, che è di confessione: lo considero cioè in situazione, come confessione epistolare a un amico.

    *Nel 19**, Giuseppe, io sono quasi morto. Non ti racconto che cosa è veramente successo. […] Noi due, Giuseppe, tu e io, ci siamo incontrati alla fine del 1997. Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu […]
Poi ho brancolato. Ho fatto dei libri per i quali sono stato, da te, aspramente rimproverato. Felice rimprovero, perché da lì nacque una conversazione scritta (della quale, confesso, non capii nulla), e lì, forse, almeno un poco, ti ho incontrato. Ho cominciato a sentirti.*

    A “rimproverato”, Mozzi linka su
    clarence.supereva.com//contents/cultura-spettacolo/societamenti/speciali/000615sfascio/mozzi.html, un articolo del 15/06/2000, dove Genna stronca un suo libro di poesie dello stesso anno.
    Il rapporto con Genna ha dunque avuto 2 inizi, uno alla fine del 1997, l’altro – dopo un vuoto – nell’estate del 2000. Il 1998/99 dà un senso compiuto alla confessione, in quanto coincide con quel vuoto, mentre “1989” lascia il tempo che trova.
    E dunque, avanti!

    DB

    (Temp sa che per lei tradurrei anche l’elenco telefonico, ma quel Benn è già stato tradotto, e si trova in Lo smalto sopra il nulla, Adelphi. Casomai una poesiola del giovane Benn…)

  319. db il 6 marzo 2006 alle 14:19

    L’11/10/05 Marco Candida/Alias Mozzi posta su Vibrisse: “per me la cattiveria è un dato di natura, io dico sono cattivo così come potrei dire sono Giulio, non c’è nessuno scampo […]. In questi mesi sono giunto alla conclusione che se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male, e specularmente è male che io cerchi di compiere il bene […]Non c’è nessuno al mondo che abbia il coraggio di punirmi, eppure è proprio di una punizione che ho bisogno […] Invece non mi punisce e non mi punirà mai nessuno, l’unica punizione che sono disposte a cominarmi le altre persone è lo spettacolo del loro dolore: io faccio loro del male, e lo faccio quasi con noncuranza, con naturalezza perfetta faccio loro del male, e loro non sanno fare altro che addolorarsi, mentre invece dovrebbero rivoltarsi verso di me, picchiarmi con le mani o con bastoni o con altri oggetti […] mi fa ridere quando di fronte ai miei tentativi di smentire la mia pretesa bontà gli accusatori fanno spallucce pensando che la mia cattiveria sia una cattiveria da dilettante […] No, io quando dico che sono cattivo pretendo di essere creduto (da Supernivem, in Il Male Naturale).”*

    Il 09/10/04 Giulio Mozzi/Alias Candida aveva definito Super nivem “un testo a metà strada tra una narrazione responsabile e una pura trascrizione di patologia: con qualche sbandamento, devo dirlo, verso la trascrizione di patologia. (Che poi la patologia sia reale, è un altra faccenda). E io, non so se ho voglia di tornare lì, di tornare nel luogo dove ho scritto “Super nivem” e altri testi. Dubito di averne la forza.”

    Il 16/11/05 Marco Candida/Alias Mozzi posta: “Il male naturale di Giulio Mozzi [1998, Mondadori] – un libro scandaloso e superbo che ingiustamente è stato reso indisponibile nelle librerie.”

    DB

    * di mio aggiungo, sempre da lì: “Da quando ho accettato la condizione di essere nel male, ho deciso che per me la redenzione è: sapere a che cosa ho rinunciato. Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale. Non credo che un perdono potrà salvarmi.”

  320. gianni biondillo il 6 marzo 2006 alle 14:28

    db,
    Marco Candida esiste ed è persona distinta da Giulio Mozzi. Lo so perché li ho conosciuti entrambi. (a meno che non sia uno straordinario trasformista).

  321. db il 6 marzo 2006 alle 16:03

    Biondillo, parlo al detective:
    1- Marco Candida m (etiam Candida Marco f) scrive espressamente di avere l'”ossessione” di Mozzi, e solo quella, perché altro non scrive.
    2- segue/mima Mozzi, e proprio su Vibrisse.
    Domanda: l’hai mai visto un imitatore in casa? Teocoli che abita da Celentano?
    Aspettando la tua risposta (vatti a guardare anche la sua foto in rete, che è l’autoritratto di un fotografo di Genova), ti concedo di variare in Marco Candida/Alien Mozzi. E ad ogni modo, capirai che il nocciolo è nei testi presentati, da Il male naturale. Su questi interverrò a breve. ;-)

    Dario

  322. giuliomozzi il 6 marzo 2006 alle 16:35

    db: “Per uno storico, questo basta e avanza”.
    Se hai quanto ti basta e ti avanza, sta’ contento.

  323. Matteo il 6 marzo 2006 alle 17:07

    caro db,
    Giulio Mozzi, comunque, è ancora vivo, è un po’ presto per fare un’indagine storica. Così facendo sembri uno di quegli spettatori di beppe grillo che guarda il mega schermo invece di guardare lui lì dal vivo, a due metri (hai presente)? Fermati!
    Quel che dici, poi, è inquietante. Se è così facile a uno storico prendere cantonate enormi indagando su documenti tanto recenti (e con un testimone vivo e vegeto) figuriamoci a rimestare nella storia dei morti.

  324. temperanza il 6 marzo 2006 alle 17:13

    @db
    vada per la poesiola (a tua scelta) anche se ritradurre è una pratica a volte più interessante del tradurre:–)

  325. db il 6 marzo 2006 alle 18:26

    @ Biondillo: http://www.pordenonelegge.it/weblogs/ leggere/archives/2005/03/unimprovvisa_in.html – 11k
    @ Mozzi: per uno storico, 2 prove provate per 1 datazione bastano e avanzano, ci mancherebbe! Per accogliere “1989”, Mozzi deve postare qui: “La data è 1989, ma ho sbagliato a scrivere ‘qualche anno dopo’ Scalo Minimo invece che ‘durante’ o ‘alla fine di’”.
    [Un inciso: quando una res è gesta, è disponibile allo storico/critico, anche 1 mn. dopo. Non c’è la minima differenza tra morti e vivi: la differenza è che se un autore scrive su internet, per lo storico la cosa è molto più veloce (link, copiaincolla ecc.). Qui il tema è “Amore”. La mia tesi è che sia un racconto infelice: perciò argomento, anche localizzandolo tra altri materiali contigui.]

    Il 13/01/14 Mozzi posta la sua parodia del Totò Merùmeni, dal titolo appunto “Canzone gozzaniana”, specificando che è del “marzo 1998”, ovvero contemporanea all’uscita de “Il male naturale”. Un collage:
    *Non ha più forza Giulio, la sua vita si smorza. L’ora delle emozioni è finita. In fondo vorrebbe mai aver pubblicato le sue storie. Eppure riceve
lettere commosse. Sorride di queste lettere così ingenue, Giulio, a volte, lui che sa cos’è l’artificio, il falso, l’abilità tecnica – «…Tutto quello che scrivi è vero, vero?» Giulio ha l’esperienza del falso. Sa che i ricordi mentono. Non ha più voglia di inventare, Giulio. Pertanto non farà più letteratura. Scrivere non è un trastullo, per lui. Ha cercato di salvarsi la vita. L’ha pagata cara, la vita. Giulio è felice. Giulio sta bene. Non crede che durerà tanto, questo bene, ma c’è. Non ha dolori. Giulio sente che si dirada il nero. Non sa se il grigio è meglio. Teme la cecità che il bianco candido può dare. C’è, dentro di lui, un male che non si vede.*

    Da esso si deduce che
    1- il 1998 è un periodo di felicità senza desideri (grigia)
    2- il 1996-7 fu un periodo nero, in cui ha cercato di salvarsi la vita a caro prezzo.

  326. gianni biondillo il 6 marzo 2006 alle 18:33

    Dario, va bene tutto. E in quanto storico (perché questa è la mia formazione) so che la critica delle fonti è fondamentale. E le fonti sono dirette: Mozzi è una persona, Candida un’altra. Li ho toccati con mano. (che poi Candida stesso veda Mozzi ovunque non è cosa nuova. E per contrappasso ora tu vedi in Candida Mozzi. E’ “giusto” così. Ma è “sbagliato”!)
    Fa’ il bravo, dai. Quello che dovevi dire l’hai detto. Non credo tu possa (o debba) far cambiare opinione ad alcuno, ormai.
    Ci sentiamo (domani. ora vado a casa. E non ho internet).
    ;-) Ciao.

  327. giuliomozzi il 6 marzo 2006 alle 21:02

    db, se la tua tesi è che “Amore” sia “un racconto infelice”, prova a spiegare che cosa c’entra tutto questo lavoro che stai facendo con la dimostrazione di questa tesi.
    La “Canzone gozzaniana”, per chi volesse leggerla, è qui:
    http://altrogiulio.clarence.com/archive/058285.html
    (db: ma gli storici, non usano citare le fonti per esteso?).
    (Dando come data di pubblicazione in rete della “Canzone” il 13/01/14 , intendevi il 1914 o il 2014?).

  328. db il 6 marzo 2006 alle 22:10

    Tutti i materiali di Mozzi convergono a delineare due stati psichici nettamente distinti, sotto cui si distribuiscono varie fasi della sua vita:

    1- INFELICITA’ GRIGIA SENZA DESIDERI
    a) 1990-95. *Quando lavoravo alla Libreria ero molto felice. Non avevo nessun desiderio. Non so bene perché mi invento e mantengo “un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi”. Mi viene in mente Totò Merùmeni, questo “punitore di sé stesso”. Queste cose ho provato a dirle in una poesia bruttissima ma molto chiara* [= veridica]
    b) 1998. “Canzone gozzaniana”: *Giulio è felice. Giulio sta bene. Non crede che durerà tanto, questo bene, ma c’è. Giulio sente che si dirada il nero. Non sa se il grigio è meglio*

    2- MALE NERO NATURALE
    a) 1989. *Nel 1989 sono quasi morto: io non c’ero. Avevo una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale*
    b) 1996-97. “Canzone gozzaniana”: *Ha cercato di salvarsi la vita. L’ha pagata cara, la vita*

    Quindi aveva ragione Mozzi. Ci sono arrivato grazie a una spia nella lettera a Genna: * So che è sciocco non volere che questo si ripeta: perché non si ripete, ma continua*. Da qui sono tornato all’incipit su “Scarto minimo”: *Ma stando lì, e ascoltando, ho imparato una o due cose che hanno contribuito, qualche anno più tardi, a salvarmi la vita.
Capisci: Stefano Mario e Fernando facevano la rivista, io non facevo niente […] Tuttavia, stando lì e sentendoli parlare, mi sono salvato la vita.* Il tutto è assai ellittico, ma dalla ripetizione del “salvarsi” si può dedurre che Mozzi si sia salvato dalla quasi-morte prima stando lì, e di nuovo “qualche anno più tardi”.
    “Amore”, scritto all’inizio del 1997, sta incastonato in questo male nero: resta ora da indagare questo male più dappresso, e vedere quanto e come entra nel racconto.

  329. db il 6 marzo 2006 alle 23:20

    Il 09/10/04 Mozzi assegna uno statuto speciale a “Super nivem” del 1997: *testo a metà strada tra una narrazione responsabile e una pura trascrizione di patologia: con qualche sbandamento, devo dirlo, verso la trascrizione di patologia. (Che poi la patologia sia reale, è un altra faccenda). E io, non so se ho voglia di tornare lì, di tornare nel luogo dove ho scritto “Super nivem” e altri testi. Dubito di averne la forza* [Ora infatti Mozzi è nello stato 1- d’infelicità grigia, se il 31/01/05, ossia meno di 4 mesi dopo scrive a Genna: *Non chiedermi che cosa voglio. Sono un uomo senza desideri*, e dubita di poter (o spera di non dover) tornare nello stato 2- di male nero, da cui sono sorti “Super nivem” + altri testi = “Il male naturale”]. “Amore” è con ogni evidenza una pura e semplice “trascrizione di patologia”. Cos’è allora la “narrazione responsabile” che differenzia da esso “Super nivem”? La forma autodiegetica, ossia che il racconto è in prima persona. “Responsabile” è qui la narrazione in quanto l’autore stesso “prende la parola” (in un senso generico infatti, la frase non avrebbe senso, perché l’autore è “responsabile” di tutti i suoi racconti). Insomma Mozzi descrive la patologia sua, e non di estranei. Certo, “che poi la patologia sia reale, è un’altra faccenda”… se non avessimo la confessione a Genna, dove Mozzi parla del suo reale male nero. E dunque:
    *Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale*, e *sono giunto alla conclusione che se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male*. Questo segnerebbe il passaggio dalla “cattiveria da dilettante” a una professionistica, i.e. dall’inetto gozzaniano al nietzscheano malvagio con “l’ugne”. Se non che la pulsione verso l’altro non è sadica, ma masochistica: “Non c’è nessuno al mondo che abbia il coraggio di punirmi, eppure è proprio di una punizione che ho bisogno […] dovrebbero rivoltarsi verso di me, picchiarmi con le mani o con bastoni o con altri oggetti*

  330. giuliomozzi il 7 marzo 2006 alle 09:11

    db: ““Amore” è con ogni evidenza una pura e semplice “trascrizione di patologia”. ”
    A me non sembra così evidente.

  331. mag il 7 marzo 2006 alle 11:21

    Cosi come non è evidente che una forma d’arte come il fado sia in realtà una elaborazione di cio’ che noi chiameremmo una patologia : la depressione.
    Mozzi ha descritto una forma “d’amore” che è definata reato e patologia.
    Potrebbe essere considerato amore?

  332. db il 7 marzo 2006 alle 11:38

    “Amore” è sul registro della “descrizione della patologia” (Non E’ una descrizione), “Super nivem” sovrappone per una metà scarsa a questo registro quello della “narrazione responsabile”/autodiegetica (non E’ una confessione). In questo senso è da prendere sul serio l’indicazione temporale *In questi mesi sono giunto alla conclusione che se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male*. Nei mesi all’incirca tra la stesura di “Amore” e quella di “Super nivem”, un processo mentale porta all’acting out nietzscheano, che però si rovescia in masochismo. La nuova figura, post-gozzaniana, è cioè l’Hautetherontimoroumenos (Toteterò Timorùmeni) = punitore di se stesso mediante altri.
    Qui però c’è un problemone: non si dà punizione senza colpa, e non si dà colpa senza criterio del giusto: ma criterio del giusto = morale.
    Ammettiamo cioè che tutto il male sia naturale: oltre a malattie, catastrofi naturali ecc. rientreranno omicidi, stupri ecc. Ammettiamo che nel mondo dilaghi il male naturale, e che noi di fronte ad esso siamo inermi. Bene, in questo caso noi veniamo colpiti, ma non puniti: per essere puniti infatti dovremmo aver commesso una colpa, ma colpa rientra nell’ambito morale, ergo…
    Idem se poniamo un dio come comminatore del male naturale: quel dio ci colpirebbe, ma non potrebbe punirci, poiché l’ambito morale è stato tolto dalla “teoria” del male naturale. Nella risposta a Genna del 31/01/05 Mozzi avverte che questa fa acqua, e la derubrica a “immaginazione” di cui è il primo a dubitare: *Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione*

  333. mag il 7 marzo 2006 alle 14:36

    Ma Db, molto piu’ sinteticamente potevi dire tutto quello che hai detto riassumendolo con la dicitura:
    il triangolo maledetto vittima, salvatore, carnefice, cosi’ ben delineato da Liotti.

    Tutto questo si risolve semplicemente educando, anzi no, estraendo in maniera graduale dagli individui la loro predisposizione alla libertà, autonomia, sensibilità.
    nessuno nasce con sensi di colpa, criminali si diventa, crescendo malamente, ed elaborado peggio.

  334. giuliomozzi il 7 marzo 2006 alle 15:31

    db: “per essere puniti infatti dovremmo aver commesso una colpa, ma colpa rientra nell’ambito morale, ergo…”.
    E se un dio ci punisse anche per un “male naturale”?

  335. db il 7 marzo 2006 alle 16:30

    Il peccato originale complica il quadro, senza però stravolgerlo: semplicemente, il male naturale è nell’uomo stesso. La formulazione non-confessionale è quella kantiana del MALE RADICALE = male naturale alla radice dell’uomo. Per Kant cioè nell’uomo c’è una tendenza innata/naturale verso il male, una corruzione che spinge l’essere umano ad agire per soddisfare la propria ferinità. Ciò significa però soltanto che la lotta morale contro il male sarà più dura, che la “responsabilità” dovrà penare assai per vincere sulla “patologia”. Alcuni rifiutano questa radicalizzazione tragica. Goethe ad es. commentò: «Kant, dopo aver impiegato una vita per ripulire il suo mantello filosofico dai pregiudizi che lo insudiciavano, lo ha imbrattato ignominiosamente con la macchia del male radicale». Altri la estremizzano ulteriormente, togliendo il risarcimento che la religione riserva. Emblematico il caso di Baudelaire, che come Mozzi spinge al parossismo il tema dell’Heautontimoroumenos: *Je suis la plaie et le couteau! / Je suis le soufflet et la joue ! / Je suis les membres et la roue, / Et la victime et le bourreau !* Bene, nell’Irrimédiable Baudelaire fornisce diversi emblemi allucinati di disperazione, e chiude: *Emblèmes nets, tableau parfait / D’une fortune irrémédiable, / Qui donne à penser que le Diable / Fait toujours bien tout ce qu’il fait ! / Tête-à-tête sombre et limpide / Qu’un cœur devenu son miroir ! / Puits de Vérité, clair et noir, / Où tremble une étoile livide, / Un phare ironique, infernal / Flambeau des grâces sataniques, / Soulagement et gloire uniques, / – La conscience dans le Mal !* Tutto si gioca nel verso finale, e precisamente nel termine « coscienza » : avesse scritto « percezione », avremmo Mozzi.
    C’è un passaggio della lettera a Genna che all’inizio avevo intepretato classicamente à la Kierkegaard, come passaggio dall’estetico (che in K finisce col suicidio) all’etico (che in K inizia con la scelta). E devo ricredermi: *Naturalmente io ho vissuto tutto questo [= il male naturale] come un male morale. E credo di poter dire: se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo*. La spia qui è nel “Naturalmente”, perché la scelta etica è di per sè innaturale, e non può darsi naturalmente (o ovviamente). E quindi devo intendere così: Per fortuna la realtà inaffrontabile del male naturale ha assunto i contorni più affrontabili del male morale, e così ho salvato la pelle/carne.

  336. db il 8 marzo 2006 alle 09:51

    Mozzi chiede: *E se un dio ci punisse anche per un “male naturale”?*
    Esplicitata, la domanda è: se un dio ci punisse anche per un “male naturale”, che dio sarebbe? La domanda suppone l’esistenza di un dio creatore del mondo e quindi anche del male naturale. Quest’ultimo comprende anche la natura umana, è anche male radicale dell’uomo. La religione cristiana rubrica il problema del male naturale sotto la sigla “teodicea”, che risponde in svariati modi alla domanda: se Dio è onnipotente e infinitamente buono e giusto, perché ha creato questo mondo e non uno migliore? Ora, essendo infinitamente giusto, Dio punisce gli uomini non per un male naturale, ma per un cedimento al male naturale (col cristianesimo cioè l’uomo è libero/responsabile di cedere o no).
    Il dio di Mozzi cristiano dunque non è: potrebbe essere un manicheo Re della luce in lotta col Re delle tenebre? Nemmeno: anche in questo caso l’uomo è una miscela di Bene e Male, e il Re della luce punirebbe l’uomo per aver ceduto al Male.
    L’ipotesi di Mozzi non si collega dunque a religioni storiche, ma prefigura un suo dio personale: quale? Non è difficile capirlo: se io fossi un dio che punisce un altro anche per un male naturale, che dio sarei? Infliggerei una pena per un dato naturale, ossia sarei un dio sadico (l’esperienza comune del bambino che tortura una lucertola). Quindi Mozzi sarebbe cultore di un dio sadico? Sì, a giudicare da “Amore”, dove un adulto per il suo male naturale viene punito in effigie da un bambino armato.
    Non dimentichiamo che l’identificazione di Mozzi con l’Heautontimoroumenos (punitore di sé stesso/masochista) è radicata. In “Super nivem” Mozzi prospettava l’idea di scaricare all’esterno, in sadismo, quel suo male, di diventare cioè un “professionista” della cattiveria: può darsi che la professione sia quella dello scrittore (a caccia di qualche vittima-lettore).

  337. giggetto er carrettiere il 8 marzo 2006 alle 15:38

    “In “Super nivem” Mozzi prospettava l’idea di scaricare all’esterno, in sadismo, quel suo male, di diventare cioè un “professionista” della cattiveria: può darsi che la professione sia quella dello scrittore (a caccia di qualche vittima-lettore).”

    caro borso, è questa l’impalcatura che regge tutte le sue inarcature e la sua volèe mitragliante e analitica. mi pare che nel virgolettato abbia detto tutto. io però toglierei il “può darsi” e diverrei più netto, ne guadagnerebbe. mi chiedevo: perché tanta importanza allo scrittore? e ancora cosa c’è prima o cosaa dovrebbe esserci prima? Ce l’ha con lo scrittore mozzi o con lo scrittore tout court? chi è lo scrittore? quale il suo sta-tutto? ha uno sta-tutto, poi?
    al filosofo è concesso uno stile o ha una pulce per orecchio?

    con stima,
    giggetto.

  338. db il 8 marzo 2006 alle 21:56

    *un “professionista” della cattiveria* è dedotto con assoluta conseguenza dalla smentita a quanti ritengono *che la mia cattiveria sia una cattiveria da dilettante*, IMN p.126. In chiusa, dopo aver affermato *che IMN sarà il mio ultimo libro di racconti*, Mozzi scrive: *Credo che fare questo libro mi abbia salvato la pelle e quindi m’importa poco del male che potrà fare ad altre persone.*
    Giggetto mi chiede il movente della mia critica: non ho difficoltà a rispondergli, anche se la cosa è secondaria rispetto alla fondatezza o meno della critica stessa. Kierkegaard è uno scrittore: per spiegare il senso della sua opera, scrisse “Sulla mia attività di scrittore”, non di filosofo. Sono ormai due decenni che lo traduco. L’anno scorso l’ho dedicato a Kafka ecc. Sono evidentemente due miei “amori”. A questo lavoro principale affianco lavoretti sporadici di critica polemica: l’ho fatto dieci anni fa con Cacciari (un Millelire), ora con molte meno pretese e assai maggior velocità telematica con Mozzi. Quello che li accomuna è uno spiccato “gusto” per il negativo. Ci sento del “marcio”, nel senso che qualcosa non mi quadra: e perciò vado a vedere. A darmi forza, è un consiglio spassionato datomi da Fortini. Tutto qua.
    Super nivem: *Sono giaciuto nel letto con Santiago, e tutto ciò che desidero è fare nient’altro che ascoltare il mio male, abbandonarmi a lui come ci si potrebbe forse abbandonare a dio. Io non posso scegliere, come un pezzo di legno non può scegliere di diventare violino. Ho bisogno della punizione perché il male che costituisce la mia natura ha prodotto nella mia carne una così grande quantità di dolore che la mia persona non riesce a sopportarlo. Io sono il diavolo in persona. E se sono diavolo, è stupido che mi redima*. L’economia del masochismo sta nell’effetto sgravante della punizione, senza escludere con ciò fugaci sgravamenti sadici.
    Il 9/10/04 Mozzi scrive: *”Introduzione ai comportamenti vili” è l’unico romanzo che abbia tentato di scrivere. Da un dattiloscritto di 170 pp. estraggo un frammento: “Santiago ha 19 anni compiuti. Santiago e Mario si sono conosciuti 5 anni fa, e da subito Santiago è stato il dominatore di Mario. Le passioni di Santiago sono la dominazione su Mario e l’uccisione dei cani. Santiago non prova nessun odio nei confronti dei cani, tuttavia ogni settimana uccide un cane. I cani che piacciono a Santiago sono i bastardini. In verità vorrebbe uccidere cani molto grandi, ma non è uno scherzo, le masse di carne da attraversare con il coltello sono molto spesse; inoltre i cani molto grandi sono difficili da immobilizzare e, se si rivoltano, sono capaci di farti del male. Santiago desidera uccidere i cani, ma non desidera lottare con i cani; quello che gli piace è l’uccisione, non la lotta.” Presentai il troncone di romanzo in Mondadori. La persona a capo della narrativa mi disse: “No”. Fatto sta che “Introduzione ai comportamenti vili” (come “Super nivem”) è un testo a metà strada tra una narrazione responsabile e una pura trascrizione di patologia*
    I due testi devono essere contigui, per il riferimento alla Mondadori che pubblicò IMN, e per la presenza in entrambi di Santiago. Molto probabilmente, dev’essere in chiave autodiegetica anche l'”Introduzione”: ma perché Mozzi trasceglie da 170 pp. proprio questo frammento?

    NB qui seguo la tecnica del collage, meno ligia delle citazioni, per il contesto più “libero”: ma qualora distorcessi, Mozzi può/deve segnalarlo.

  339. mag il 8 marzo 2006 alle 22:48

    preferirei la teodicea di Pierce

  340. giggetto er carrettiere il 9 marzo 2006 alle 12:54

    Se è movente, viene prima, non secondariamente.
    Tu sei molto bravo, acuto, acutissimo, caro borso, si prova affetto per te; tuttavia, questo tuo andare sciolto, rischia di farti bolso.
    Concordo con il tuo discorso, del resto unico, uno; tuttavua credo che tu nemeno ascolti gli interlocutori, o lo fai fino ad un certo punto; vai fuori bersaglio a furia di centrarlo.
    Ti chiedo: sei uno scrittore, un filosofo o un manipolatore di fonti?
    A conti fatti, cosa ti rode? Con chi te la prendi? Ti basta la critica polemica da primo della classe? Ti inorgoglisce? Se abbracci un asino, almeno te lo scopi, o ti fai solo impelare?
    Perché invece di svolazzare, non proponi tu al positivo, dato che in chi critichi vedi il gusto per il negativo.
    E ubicue è positivo, negativo o scherzo? E’ propositivo? A chi serve? All’accademia che si fa mondo, o al mondo che si fa accademia?
    Se tocchi il vitale, come pare, fallo fino in fondo, senza kierkegaard o kafka.
    Chi è Dario Borso, te lo sei mai chiesto?

    con stima
    giggetto.

  341. db il 9 marzo 2006 alle 16:19

    giggetto: *Se è movente, viene prima, non secondariamente.* A parte subjecti, di chi scrive, viene giustamente prima, come del resto la causa finale; ma a parte objecti di chi legge viene dopo, e spesso mai. Ad es., Eco può aver scritto Il nome della rosa per i soldi (causa agente = aviditas, causa finale = pecunia), ma il lettore giustamente guarda lo scritto (contenuto = causa materiale + forma = causa formale). Da questo punto di vista, quanto vo scrivendo qui è carente, perché la forma non ottempera al canone della citazione (è uno scritto in fieri, quando uscirà su “Humanitas”, la rivista della Morcelliana per cui sto curando i Discorsi edificanti di Kierkegaard, sistemerò alla meglio).
    La causa agente l’ho già espressa (non primo della classe, casomai rappresentante di classe), le cause materiale e formale le avete davanti, la causa finale me la tengo per ultima, in chiusa (solo un inciso: di primo acchito, mi suona strano che giggetto nutra affetto per me, ma se poi penso che paradossalmente io stesso nutro affetto per Mozzi…).

    *nemeno ascolti gli interlocutori, o lo fai fino ad un certo punto*: li ascolto fino a un certo punto, quello in cui perderei di vista “Amore”.

    *vai fuori bersaglio a furia di centrarlo* a freccette vincerei…

    *sei uno scrittore, un filosofo o un manipolatore di fonti?* sono uno e trino = 1 pirla con 3 maschere (dove manipolatore = massaggiatore).

    *Se abbracci un asino, almeno te lo scopi, o ti fai solo impelare?* la seconda che hai detto, ma con la doppia a.

    *Perché invece di svolazzare, non proponi tu al positivo?* Sono uno storico scrivente/filosofante, ergo non faccio (la) storia.

    *ubicue è positivo, negativo o scherzo?* ubicue è ubique.

    *Chi è Dario Borso* sono io.

  342. daldivano il 9 marzo 2006 alle 19:14

    Con la scusa del filosofo, db, lei si appresta alla pratica del confessore, in questo caso, tecnicamente, nelle due strade previste istituzionalmente (prete e psicologo) vigerebbe il segreto professionale. Il suo bisogno di “spiegarsi e spiegare” mi sembra piuttosto intrusivo, e poiché solo lei sapeva che lo sarebbe stato, avrebbe almeno dovuto dichiararne dal principio l’intento.

    Un saluto

    daldivano

  343. giuliomozzi il 10 marzo 2006 alle 00:01

    db, secondo me tu ci hai dei problemi. Anche gravi. Mai provato a sentire uno psic, o anche solo un santone di quelli un zàcco alternativi?

  344. giggetto er carrettiere il 10 marzo 2006 alle 10:55

    Se ti si deve ascoltare, chiunque si debba ascoltare, il movente viene prima. Guardare allo scritto non basta.
    “Da questo punto di vista, quanto vo scrivendo qui è carente, perché la forma non ottempera al canone della citazione (è uno scritto in fieri, quando uscirà su “Humanitas”, la rivista della Morcelliana per cui sto curando i Discorsi edificanti di Kierkegaard, sistemerò alla meglio).” Questo, poi, a chi lo racconti? Sei davvero un rappresentante di classe, K non merita uno che ha bisogno di spalmarsi di gloriette e che in fin dei conti, dalla parte di chi legge vorrebbe una ridicola e adulta ola da stadio con ooooh di meraviglia.
    Troppa diffidenza, caro mio, come era arguibile, c’avrei scommesso, preferisci l’impalamento e rifiuti affetto, sei un ladrone crocefisso ;-)
    Bene, allora parla e scrivi come storico
    , devi ancora diventare Dario Borso, e non è detto che lo diventerai, a meno che come suggeriscono sopra non ti affiderai a un santone alternativo :-)

    in bocca al lupo,
    gig

  345. db il 10 marzo 2006 alle 13:21

    daldivano Says: Con la scusa del filosofo, db, lei si appresta alla pratica del confessore*, ossia: “Con la scusa di svolgere la pratica del filosofo, db, lei si appresta alla pratica del confessore”. La frase è errata, in quanto finora ho sempre e solo svolto la pratica dello storico della filosofia. Se prendiamo l’oggetto principe della pratica, “Amore”, la differenza balza agli occhi: ammettendo infatti con Mozzi che tema del racconto sia “il potere”, un filosofo esaminerebbe il testo per formulare da lì una sua propria teoria del potere, mentre uno storico della filosofia lo esamina per formulare da lì la teoria del potere di Mozzi. Questa differenza essenziale ne produce un’altra, che mentre al filosofo basterebbe “Amore”, lo storico della filosofia ha bisogno anche del contorno. Eccolo:
    1- “Il male naturale”, libro Mondadori in cui è compreso “Amore”
    2- “Introduzione ai comportamenti vili”, http://www.giuliomozzi.com , dove Mozzi parla di “Super nivem”, racconto compreso in IMN
    3- UNA RISPOSTA (NON OBBLIGATA) A GIUSEPPE GENNA, http://www.giuliomozzi.com, dove Mozzi illustra la genesi di IMN
    4- Curriculum vitae di Mozzi, http://www.vibrissebollettino.net .
    Ma daldivano says: *db, lei si appresta alla pratica del confessore, in questo caso, tecnicamente, nelle due strade previste istituzionalmente (prete e psicologo) vigerebbe il segreto professionale. Il suo bisogno di “spiegarsi e spiegare” mi sembra piuttosto intrusivo* Io sarei più netto: non “piuttosto intrusivo”, ma “totalmente lesivo” dei diritti di Mozzi, come lo sarebbe qualsiasi prete e/o psicologo che s’intrudesse in casa altrui a svolgere la pratica del confessore, la quale prevede invece che sia il confessando ad andare di sua spontanea volontà dal confessore. Ora, anche ammesso che io abbia questo “bisogno intrusivo”, non lo potrei minimamente soddisfare, in quanto né conosco Mozzi di persona, né ho in mio possesso documenti suoi segreti/privati. [L’unico tra gli elencati che potrebbe somigliare a un documento privato è “Una risposta”, “confessione” à la manière di Rousseau che attacca così: *tu mi scrivi pubblicamente in Miserabili, invitandomi a rispondere privatamente (via email). La mia eventuale risposta, secondo quanto mi dici, sarà poi pubblicata in Miserabili: il che la farà ridiventare una cosa pubblica. Tuttavia mi imbarazza questo passare dalla comunicazione in pubblico a quella in privato, e poi di nuovo a quella in pubblico. Questo testo che sto scrivendo ora non è una lettera (via email) a te. E’ un testo che, appena avrò finito di scriverlo, pubblicherò nel mio diario. E’ quindi un testo che sta in pubblico fin dal suo principio, così come era la tua lettera”].
    Così la chiusa del commento di daldivano si toglie da sé. Siccome però allude al fatto che avrei dovuto dichiararne dal principio l’intento, ossia la causa finale, rispondo che la dichiarazione mi sembrava e sembra tuttora pleonastica se non comica, poiché dichiarare che uno storico ha a suo fine il raggiungimento della verità storica è comico quanto la recita del giuramento di Ippocrate da parte di un medico che si appresta a una visita. Questo in generale. Nella fattispecie si aggiunge una causa finale minore, che appunto svelerò o si mostrerà alla fine della mia pratica, in quanto dichiararla prima potrebbe venir preso per millanteria.

    Quanto al commento di giuliomozzi, qui c’entra poco, come poco c’entrerebbe se io gli dicessi: “giuliomozzi, secondo me tu ci hai dei problemi. Anche gravi. Mai provato a sentire uno psic, o anche solo un santone di quelli un zàcco alternativi?”

  346. db il 10 marzo 2006 alle 13:36

    C’è poco da fare, dei 3 interlocutori che vedo (purtroppo non vedo la ola) giggetto è il più simpatico. e impareggiabile, perché dove lo trovi uno che guarda il pc con le orecchie/ascolta il pc con gli occhi?
    Non c’è gran gloria a scrivere su “Humanitas”: dal fatto che ci scrivo giggetto dovrebbe dedurre non la mia voglia di gloria, ma la consistenza oggettiva di Mozzi: se lo ritenessi una scartina, sarei proprio un deficiente a impegnarmi su di lui.
    Non sono KK che devono meritarsi me, sono io che devo meritarmi KK (impresa disperante). Col copiaincolla faccio i collage, più ellittici e snelli delle citazioni barbose: come ho scritto espressamente, se e quando Mozzi si sente “tradito”, deve solo fare: Altolà!
    Lo storico deve essere diffidente, di tutto, ipotizzare sempre che le cose possano stare diversamente da come sembrano. Poi, se ha cuore, abbraccerà alla fine non l’asino e neanche il lupo, ma semplicemente l’autore. ;-)

  347. liviobah il 10 marzo 2006 alle 16:52

    tento una breve sintesi: mozzi bara (l’ha detto qualcuno), questo non è un racconto sul potere ma un r. erotico. d’altronde finchè ha licenza di commento gente violenta (assai più dei pedofili, la loro è la violenza conformistica del branco, dei 6 miliardi contro uno) come georgia o unoqualunque, lo comprendo e scuso. il racconto ha una sua pulizia e compostezza, senza essere un capolavoro. d’altronde la profluvie di commenti non vuole commentarlo, ma rispondere a queste domande: è legittima la pedofilia (greca, penniana o letteraria)? o è comunque legittimo eccitarsi per un racconto pedofilo? penso che a questo si voleva rispondere. personalmente rispondo: dipende.

  348. daldivano il 10 marzo 2006 alle 17:55

    Db, io continuo a rivolgermi a lei.
    Lei a chi si rivolge?

    Oggi metteremo sul tavolo degli esperimenti il “db”.
    Il “db” non si relaziona, il db insegna, in continuazione, in modo compulsivo, dove gli capita, la pulsione all’insegnamento è forte, e va soddisfatta, pena il sadismo verso colui che considera sadico (nessuno prenderebbe le difese per il primo sadico, ma del secondo sadico vendicatore sì però! sado e maso e bla bla bla).
    Il db appronta con l’interlocutore un discorso indiretto. L’interlocutore occasionale è evidentemente l’oggetto attraverso il quale parlare al * Proprio Interlocutore *, l’Unico: il Pubblico.
    Per l’Amore del Pubblico si è disposti a tutto (ricerca plauso e applauso).
    Poiché la parte del Protagonista non è ancora stata assegnata, (o meglio, un protagonista c’era prima che il db ne volesse prendere fortissimamente il posto) è necessario discreditare, agli occhi del Pubblico, ogni presenza fastidiosa non allineata alla ola, appunto.
    In questo scenario ogni strategia è consentita (il dibattersi per l’Amore del Pubblico è un conflitto vero e proprio):
    1) l’uso di strumenti e codici non condivisi con gli astanti e, quindi, impropri (travestiti da arroganza conoscitiva);
    2) costringere lo “scritto” altrui a proprie logiche e prassi, per renderle controllabili e gestibili;
    3) modificare le parole dell’interlocutore-oggetto a questo fine, assegnando loro il marchio umiliante dell’“inesattezza”.
    Una nota sull’”inesatto”, volgarmente riconosciuto dalla gente come male deprecabile e vergognoso, se ne consiglia l’uso qualora il pubblico ne condivida significato e modalità attributive, in questo caso sarà sufficiente evocarne la presenza per ottenere l’effetto desiderato, anelato, atteso (inutile ricordare quanto erotismo alberghi nella ricerca del caldo sguardo, fiato, corpo del Pubblico; se il db fosse un cantante, ma anche un attorone con gli attributi nella voce, perché no, e osasse buttarsi tra le braccia del Suo Pubblico… taccio di fronte all’orgasmo, per economia di spazio e tempo.).

    Db, a lei mi rivolgo, le sue lezioncine sono gradevoli e non ci sarebbe nulla di disdicevole nello scriverle e nel leggerle, nulla di brutto in un crescendo di amorosi sensi tra lei e il Suo Pubblico, se non perpetuasse in continuazione e sistematicamente un personale innalzamento attraverso l’utilizzo strumentale degli altri, senza porsi limiti e giustificandosi come un ragazzino, il vero problema, adesso, è che il Pubblico se n’è accorto…
    In sintesi: il gioco era bellissimo e divertentissimo (la rete è bellissima, è divertentissima!), in un calo di attenzione le è uscita accidentalmente fuori dal vasino, gli occhi del pubblico si sono spostati dal fallo al risultato di una pisciata poco precisa e, diciamolo, è francamente inaccettabile per chi sostiene di vincere a freccette.

    Concorderà che spegnere la luce mentre lei è in scena è scorretto, ma nella risposta che mi ha “dedicato” ci insegna che la correttezza è comica.
    Click!

    daldivano

  349. db il 10 marzo 2006 alle 21:53

    Nel gennaio del 1997 Mozzi posta “Amore” su Nautilus, e il 4 febbraio inizia la stesura di “Super nivem” che conclude il 6 novembre. SN consta di 60 pp. Alla 27sima (poco prima della metà) il protagonista Giulio scrive: *Quando ho cominciato [il racconto], credevo di voler innalzare un canto d’amore per Miro, nel tentativo di riscattare la mia colpa verso di lui* Volontà/colpa/riscatto: qui siamo nel male morale.. Ma il passo continua: *Eppure mi accorgo che ciò che sto facendo è solo un tentativo di trasformare il mio amore verso Miro in un oggetto intollerabile e schifoso, per di più generatore di altri oggetti intollerabili e schifosi* Prima erano azioni, ora sono oggetti; prima c’era volontà di innalzare un canto, ora impotenza a tollerare oggetti; prima c’era una colpa da assumere, ora un oggetto da rigettare che però si moltiplica invadendo tutto. E questo è il male naturale (che difatti provoca a Giulio una catena di dolori fisici).
    In “Introduzione ai comportamenti vili” del 2004, Mozzi scrive: *SN è un testo a metà strada tra una narrazione responsabile e una pura trascrizione di patologia: con qualche sbandamento, devo dirlo, verso la trascrizione di patologia* E’ mirabile la coincidenza tra questa “metà strada” scarsa (=con qualche sbandamento) e la quasi metà del racconto in cui avviene la svolta dal male morale/narrazione responsabile al male naturale/trascrizione di patologia. Mozzi poi chiude: *Che poi la patologia sia reale, è un altra faccenda* Qui intende: se la patologia ha avuto luogo realmente. In chi? Che il protagonista si chiami Giulio come l’autore, non significa nulla. Interessante piuttosto che la cornice spazio-temporale del racconto e il profilo professionale del protagonista coincidano col Curriculum vitae di Mozzi (servizio civile in un orfanotrofio nel 1980-1). Ma anche ciò resta estrinseco al centro del racconto, che è la “patologia”. Altra faccenda se la patologia trascritta in SI coincidesse col male naturale descritto in “Una risposta”.

  350. giuliomozzi il 11 marzo 2006 alle 09:20

    Il commento [ https://www.nazioneindiana.com/2006/02/25/amore/#comment-24741 ] firmato “giuliomozzi” che dice “db, secondo me tu ci hai dei problemi. Anche gravi. Mai provato a sentire uno psic, o anche solo un santone di quelli un zàcco alternativi?” non è stato scritto dalla stessa persona che abitualmente si firma, qui e altrove, “giuliomozzi”. Si tratta, piuttosto che di furto d’identità, di scherzo di cattivo gusto: l’ignoto estensore del testo ha infatti segnalata la natura dell’operazione inserendo sotto la “sua” firma un rinvio a un sito porno.

  351. db il 11 marzo 2006 alle 09:25

    daldivano: *Db, io continuo a rivolgermi a lei* Veramente si è rivolto in precedenza a me una volta sola, il 9 marzo h. 19.14
    *Lei a chi si rivolge?* In questo, come nell’altro caso a lei. Negli altri casi ad altri interlocutori, e fra questi uno che oggettivamente è diverso dagli altri: il postante (un primis inter pares nel dibattito: se mi figuro il dibattito come un negozio aperto, il postante-Mozzi è il negoziante, quello sempre presente mentre gli altri possono andare e venire)
    *Il “db” non si relaziona* V. sopra
    *sadismo verso colui che considera sadico* L’analisi critica ha in effetti una componente secondaria sadica sempre , quindi anche in questo caso che non ha nulla dunque di particolare. Io poi non considero Mozziscrittore sadico, e men che meno Mozziuomo di cui non ho idea: ho parlato casomai di fugaci sprazzi sadici.
    *L’interlocutore occasionale è evidentemente l’oggetto attraverso il quale parlare al “Proprio Interlocutore “, l’Unico: il Pubblico.* Se a “Pubblico” sostituisce “Mozzi”, è la verità.
    *Per l’Amore del Pubblico si è disposti a tutto* Anche qui, se toglie “Pubblico” e mette le virgolette a “Amore”, è la verità.
    *1) l’uso di strumenti e codici non condivisi con gli astanti e, quindi, impropri (travestiti da arroganza conoscitiva); 2) costringere lo “scritto” altrui a proprie logiche e prassi, per renderle controllabili e gestibili; 3) modificare le parole dell’interlocutore-oggetto a questo fine, assegnando loro il marchio umiliante dell’“inesattezza”. Una nota sull’”inesatto”, volgarmente riconosciuto dalla gente come male deprecabile e vergognoso, se ne consiglia l’uso qualora il pubblico ne condivida significato e modalità attributive, in questo caso sarà sufficiente evocarne la presenza per ottenere l’effetto desiderato* Non capisco.
    *in un calo di attenzione le è uscita accidentalmente fuori dal vasino, gli occhi del pubblico si sono spostati dal fallo al risultato di una pisciata poco precisa* Credo di capire: “fuori dal vasino” dev’essere una metafora per Off Topic. E io ieri sono effettivamente andato OT, in quanto ho postato il commento qui sopra del 10 marzo h 13.21 sotto il post “Baricco chi?” di Forlani, con una premessa in cui affermavo che lì ero OT – quindi è da escludere che mi sia “uscita accidentalmente”. L’ho fatta fuori apposta, e forse l’ho fatta grossa. Perché? Avevo scritto il mio commento su World, poi al momento di postarlo ho trovato sotto “Amore” la dicitura *1 comment* (non *345 comments*, né *leave A comment*, né *No comments*). L’ho aperto è c’era scritto che i commenti non venivano più aggiornati. Ho girato un po’ tra gli altri post di NI, tutti coi commenti aperti, poi ho navigato un altro po’ in rete, sono tornato su “Amore” e l’ho trovato uguale. Ne ho dedotto che i commenti fossero stati chiusi, e ho volutamente postato OT il mio commento su “Baricco chi?”. Siccome sono imbranatello col pc, forse la mia deduzione era errata. Se qualcuno mi spiega cos’è successo realmente, sono pronto a scusarmi della pisciata.
    *è francamente inaccettabile per chi sostiene di vincere a freccette* Altolà! Nel mio commento del 9 marzo h 16.19, a giggetto che aveva scritto: *vai fuori bersaglio a furia di centrarlo*, io ho risposto: “a freccette vincerei…”. = a giggé, se è vero quello che dici tu, che centro più volte il bersaglio ma l’ultima volta vado fuori bersaglio, a freccette e cioè a punti vincerei! Se, daldivano, se…
    *spegnere la luce mentre lei è in scena è scorretto* E’ la verità.
    *ma nella risposta che mi ha “dedicato” ci insegna che la correttezza è comica.* daldivano aveva scritto che io avrei *dovuto dichiarare dal principio l’intento* della mia analisi storico–critica di “Amore”, e io gli avevo risposto che una simile dichiarazione mi sembrava *pleonastica se non comica, poiché dichiarare che uno storico ha a suo fine il raggiungimento della verità storica è comico quanto la recita del giuramento di Ippocrate da parte di un medico che si appresta a una visita*, e aggiungo ora “quanto la dichiarazione di dire la verità da parte di un matematico che si appresta a dimostrare un teorema. Forse daldivano pensa che ci sia un secondo intento subdolo. Ma non c’è.
    *Click!* ?

  352. db il 11 marzo 2006 alle 11:12

    Se dal mondo si elimina il male morale, il mondo stesso risulterà un miscuglio di bene e male naturali, come quando si dice di un animale che è sia buono che cattivo. A questo punto però, è incongruo mantenere la coppia bene/male – e difatti Nietzsche nella “Genealogia della morale” toglie la coppia per sostituirla con la volontà di potenza.
    In SN il discorso è diverso. La p. 27sima continua: *La mia passione per Santiago è intollerabile e schifosa e io so che ogni minuto che trascorro vicino a lui è male, e che sconterò con quantità quasi indescrivibili di male ciascuno di questi minuti* Santiago è il giovane partner in cui il protagonista Giulio “vede” Miro, un ragazzino decenne incontrato 16 anni prima all’orfanatrofio. La “passione per Santiago” è il secondo oggetto intollerabile e schifoso; il primo è la passione per Miro. Il male morale entro cui era ancora inquadrata la colpa (+ la volontà di riscatto) avvertita per la prima passione si rovescia con Santiago innanzitutto in male fisico, dove la colpa morale, non che volatilizzata, si materializza: *Vorrei chiamare un medico, farmi dare dei farmaci che mi impediscano di sentire il mio male*, *voglio essere curato, custodito, sorvegliato [= clinica], tenuto prigioniero, punito [= carcere]* La progressione è dunque colpa morale/colpa somatizzata/voglia di punizione. La sintesi è 3 pp. dopo, quando già il protagonista si è descritto totalmente invaso dalla colpa ex-morale: *Ho bisogno della punizione perché il male che costituisce la mia natura ha prodotto dentro la mia carne una così grande quantità di dolore che la mia persona non riesce in alcun modo a sopportarla: non c’è muscolo del corpo che non mi dolga, lo stomaco e gli intestini si riempiono e si svuotano con dolore, il cuore diffonde dolore nel petto, i polmoni dolgono per la gola che sembra ogni pochi minuti serrarsi, le cosce mi dolgono come se io venissi ogni notte, nel breve sonno che mi è concesso, sistematicamente picchiato* Come si vede, il dolore è già punizione/pena da scontare, è cioè senso di colpa che è già esso stesso pena, e fisica. Da cui: *Voglio che questo dolore cessi e perché questo dolore cessi è necessario che tutto il male venga fatto fuoriuscire da me, è necessario che io venga punito in ciascuna parte del mio corpo, che così ne sarà liberata dal dolore, e punito in ciascuna delle mie azioni passate, che così saranno liberate dall’oblio nel quale il mio male le caccia. Il dolore più spaventoso che il mio male provoca nella mia persona è la perdita della mia memoria”.

  353. db il 11 marzo 2006 alle 14:38

    La perdita della memoria (un male psichico dunque) fa sì che *mi dimentichi di essere ciò che sono, ovvero una creatura del male*; *allora addirittura il mio corpo sta bene, i dolori muscolari scompaiono, la testa sembra essere piena d’aria tant’è leggera*, e così “vorrei che continuasse per sempre; ma appena concepisco questo desiderio, vengo risospinto nella condizione abituale”. Come prima la volontà di riscatto, ora il desiderio di benessere viene frustrato. Gli è che quella perdita di memoria *è come perdere il possesso del proprio corpo* Quel corpo, se esiste, è solo per un altro. *Questa è la mia bontà: abbandonare il campo. Io non voglio niente. Io non volevo te, tu volevi me. Se c’è chi mi desidera, io mi do. Ma non posso darmi per un tempo più lungo di quello che la mia breve memoria mi consente: una notte* Così il protagonista intrattiene 3 labili relazioni, con Santiago appunto e 2 donne. *Il mio desiderio di essere posseduto è così grande che ho risolto di farmi possedere dal numero di donne più grande possibile*, e siccome *è il mio male che alimenta il mio desiderio di essere posseduto*, così *ottengo l’effetto di diffondere il male a una quantità molto grande di persone* Insomma, uno schema masochistico fisso lascia libera/intercambiabile la variabile-partner. Ora, *da Miro ho ricevuto (anzi: ho preso) una sorta di imprinting*: questo ragazzino slavo che coi suoi “odalisca-show” e “orgasmi-show” *sul sesso avrebbe potuto tenere lezioni all’università* gli dava infatti *un piacere che è diventato, per la parte successiva della mia vita, una sorta di piacere modello. Qualunque piacere io incontri, lo confronto con quello. Mi stendevo sul letto, a schiena in giù. Miro si metteva a cavalcioni della mia pancia, mi spremeva il Vicks Vaporub sullo sterno e poi, a mani affiancate, cominciava a massaggiare*.
    “Amore” è un prodotto puro di questo imprinting, con la pistola-giocattolo al posto del Vicks e il “pistolero-show” al posto dell’”odalisca-show”. In ciò “Amore” è assolutamente coerente a SN (quasi un cammeo), ma da solo stona: perché presenta un rapporto pedofilo che lo è tale solo in apparenza, ossia è un rapporto sado-maso en travesti (tant’è vero che in SN il protagonista avrà un rapporto sessuale con la sorella di Miro con le stesse identiche posture) – come avevo ipotizzato sin dal mio primo commento. Perciò, essendo su un registro “oggettivo”, è un racconto esteticamente infelice, c.d.d.
    Infine, da “Una risposta”: *Io non sono una persona. Io sono una funzione. Io non voglio mai niente. Sono un uomo senza desideri. Di IMN non so più che cosa pensare. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Io ho scacciato da me tutto il male che c’era in me, e non è rimasto niente* Io di IMN penserei: esteticamente felice nel descrivere un’infelicità suprema. A metà dibattito avevo scritto: “Flaubert in Vandea”. Avessi letto prima il “Curriculum vitae” avrei scritto “Flaubert in Veneto” – lì soprattutto io, non che vietare IMN, lo diffonderei nei centri commerciali: non come antidoto, ma almeno come sintomo tangibile di tempi venetamente bui.

  354. db il 12 marzo 2006 alle 12:29

    Quello che penso l’ho detto, Però siccome ho sempre inteso questo dibattito come un dialogo, in primis col postante-autore, pongo una domanda che mi viene dal rileggere un passo della Risposta a Genna del 31/01/05. dove a proposito di IMN Mozzi afferma *Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione*. Allora cioè Mozzi:
    1- non sapeva cosa pensare di IMN
    2- non sapeva cosa pensare della sua teoria/immag. del male naturale
    2- chiedeva all’interlocutore cosa ne pensava.
    La domanda spontanea, se non obbligata, a Mozzi è: e adesso, dopo un anno abbondante e dopo un più che abbondante dibattito su “Amore”,
    1- cosa pensa di IMN?
    2- cosa pensa della sua teoria del male naturale?
    Grazie.

    Dario Borso

  355. giuliomozzi il 12 marzo 2006 alle 17:27

    1. che il libro al quale sto lavorando ora gli somiglia molto.
    2. non è una teoria, ma una immaginazione. Dunque non ne penso niente.

  356. db il 13 marzo 2006 alle 12:14

    La 1- è chiara, per quanto sottintesa. Il *Di quel libro non so più che cosa pensare* della “Risposta” significa che al 31/01/05 Mozzi ha smesso di pensare riguardo a IMN qualcosa di definito (e di positivo comunque, se aveva ritenuto bene pubblicarlo). Se ora sta lavorando a un libro molto somigliante, mi aspetto che vi sarà marcato il registro autodiegetico à la SN, che occupa da solo 1/3 di IMN. Del resto in “Introduzione” del 9/10/04 Mozzi dichiarava: *Dubito di avere la forza di tornare nel luogo dove ho scritto SN e altri testi*. Ora, un anno dopo, pensa bene di IMN e ha riacquistato la forza di tornare lì.
    La 2- è oscura, per quanto esplicita. Il 31/01/05 Mozzi scriveva: *Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione.* D’impulso avrei inteso “una sola immaginazione” = idea fissa. Il Devoto/Oli per “immaginazione” dà l’accezione unica di capacità, attività ecc. d’immaginare: dunque alla lettera la frase non avrebbe senso. Qui Mozzi evidentemente allude non alla facoltà producente, ma al prodotto, ossia nella fattispecie all’unico prodotto, che è appunto *il male non è morale, ma naturale* – nella sua forma pura, *il male è naturale*. Ora, “il male” = termine astratto = nozione = idea; “è” = copula; “naturale” = predicato. Insomma, la frase è un giudizio, ed essendo il termine astratto/generale, questo giudizio potrebbe porsi come teoria.
    Sotto “immagine” trovo invece un significato plausibile: “Descrizione più o meno adeguata… ‘una vaga immagine’… talvolta apparenza, parvenza”. Ci siamo. Mozzi il 31/01/05 intendeva: “immaginavo che il male fosse naturale” = pensavo/credevo/supponevo che … Quello cioè era sì un giudizio, ma ipotetico, da confrontare dunque con la realtà.
    Invece Mozzi di oggi, anzi del 12/03/06 scrive: *è una immaginazione. Dunque non ne penso niente* Come mai? Penso di saperlo. Che il male naturale sia un’immaginazione/ipotesi (debole, forse insensata), Mozzi lo diceva nel 2004/5, ma nel 1997/8 per lui non era solo un’ipotesi sensata: era LA SOLA REALTA’. E la realtà si accetta così com’è senza interrogazioni di senso = senza ipotesi. Mozzi torna “oggettivo”, e la sua risposta da oscura si fa chiara se riformulata: “è una realtà. Dunque non ne penso niente*
    Così tra l’altro ci ha fatto capire perché ha postato “Amore”. L’ultima domanda, circoscritta, che mi rimane da fare è: cosa significa “male morale” nella “Risposta”? Riporto il brano, e spero in una risposta.

    *Nel 1989, Giuseppe, io sono quasi morto. Non ti racconto che cosa è veramente successo. Di solito dico: “Sono stato male”, e così dico una pietosa bugia: perché in verità nessuno è stato male, non essendoci nessuno. Io non c’ero. O forse stavano male le cose, il mio letto e il mio tavolo, forse stavano male le persone attorno a me (delle quali non dico il nome), forse stava male il mondo intero. Io non lo so: non lo so, perché non ero. Ciò che accadeva, lo percepivo come un accadere di male a me. Non riuscivo a percepire che io non fossi. Forse accadeva che il mio non essere facesse male alle cose, al letto e al tavolo, alle persone vicine a me. Non dovrei dire: “Sono stato male”, ma: “Non sono stato”. Se dico: “Sono stato male”, nessuno mi fa più domande: e questo è bene. Non voglio che questo si ripeta. So che è sciocco non volere che questo si ripeta: perché non si ripete, ma continua. Naturalmente io ho vissuto tutto questo come un male morale. E credo di poter dire: se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo. Noi due, Giuseppe, tu e io, ci siamo incontrati alla fine del 1997. Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione. Che cos’è per me la letteratura? Non è altro che questo, credo: una lunga serie di tentativi di immaginare il mondo vero, ossia l’altro mondo, per mezzo di ciò di cui disponiamo: questo mondo. Se io sto male, una cura mi soccorre. C’è sempre un senso di irrealtà, nello star male, vero? Il male non è reale, stando alle conversazioni che sento al bar, in treno, nei corridoi. Il male è un elemento d’irrealtà che si intrufola in noi diventando: influenza, disgrazia, morte dei cari, violenza, esplosione, tutte quelle cose lì. Il male appartiene a un altro mondo, quando compare in questo mondo non c’è altro da fare che scacciarlo. Io ho scacciato da me tutto il male che c’era in me, e non è rimasto niente. Poi ho brancolato.*

  357. db il 14 marzo 2006 alle 23:36

    La domanda posta qui sopra circa un passo circonvoluto su una fantomatica “questione morale” è malposta – è cioè essenziale in sé, ma posta in un contesto che la rende vana. Nel momento cioè in cui Mozzi proclama di essere tornato nel luogo di SN, di morale non resta neanche l’ombra: ne parlava in un breve momento di sbandamento, quando non sapeva più che pensare di IMN. Ora dice giustamente come Newton: ypotheses non fingo (fingo/fiction, ma prima ancora fancy = immaginazione). Mezzo secolo dopo, Hume proclamò di voler essere il Newton della natura umana – e ci riuscì. Ora, sulla scia, un eroico Mozzi proclama di voler essere lo Hume della natura umana corrotta, di voler fare descrizioni di patologie senza ypotheses. Personalmente sono curioso; solo, dalle premesse mi sentirei di dire questo. Ci fu un Napoleone I, poi un Napoleone III, e infine tanti piccoli Napoleoni: sarebbe un vero avanzamento della specie umana se, dopo averli relegati per secoli dentro mura, potessero circolare bellamente nella repubblica delle lettere.

    SOLUZIONE DEL QUIZ: a metà del “Gorgia” platonico Callicle, dopo essersi rivoltato contro Socrate ponendo lui le domande, lo pianta in asso sostenendo che Socrate è un violento. E questo è strano, perché finora Callicle aveva sostenuto a chiare lettere e a chiari gesti la legge del più forte come atta a spiegare/orientare l’agire umano. L’umanità fa comunque ben sperare: di Callicle non si ricorda più nessuno e il suo moderno seguace è finito aggrappato a un cavallo. Mentre Socrate lemme lemme…

  358. Paul H. il 15 marzo 2006 alle 08:28

    Nulla è cambiato. C’è soltanto più gente, alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove, reali, fittizie, temporanee e inesistenti, ma il grido con cui il corpo ne risponde era, è e sarà un grido di innocenza, secondo un registro e una scala eterni. Nulla è cambiato, tranne forse i modi, le cerimonie, le danze. Il gesto delle mani che proteggono il capo
    è rimasto però lo stesso. Il corpo si torce, si dimena e si divincola, fiaccato cade, raggomitola le ginocchia, illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

    P.

  359. giuliomozzi il 15 marzo 2006 alle 10:26

    Per db: male “naturale” è quello che accade, male “morale” è quello che io faccio (e una specialità dei nevrotici è “far accadere”).
    La formula: “è una realtà: dunque non ne penso niente” mi sta bene, credo.
    Stavo giusto leggendo il Gorgia, nei giorni scorsi.

  360. db il 15 marzo 2006 alle 18:18

    Giulio, qui sopra hai fatto accadere – 1 commento.
    All’inizio hai fatto accadere – 1 post.
    Certo, il far accadere è un granello del Gran Accadere – ma cum grano salis, ché a prendere ciò sul serio, si starebbe ognuno fermi, o in ferma da, psicotici.

  361. birillo il 15 marzo 2006 alle 18:45

    perché, chi è fermo è uno psicotico? borso, hai un bel dire, ancora fermo a psicanalizzare!Sveglia!!

  362. db il 15 marzo 2006 alle 20:58

    @birillo-bowling-in-the-wind
    segui il ragggionamento, please: Mozzi nel commento prima ha detto “nevrotico” a chi fa accadere qualcosa (1 post compreso), e io sulla falsariga (do you know falsa&riga?) ho risposto: se è per quello (if it’s for that), allora (then then) chi gli accade solo è uno psico-cotica.
    Obviously, la lineamediana (nel 4-2-4 almeno) i.e. aurea (golden goal) is:
    LET IT BEAT!

    DBit

  363. giuliomozzi il 20 marzo 2006 alle 13:01

    db, la tua affermazione: “Mozzi nel commento prima ha detto ‘nevrotico’ a chi fa accadere qualcosa” è falsa.

  364. db il 22 marzo 2006 alle 16:46

    Ammetto l’errore, e mi correggo: giuliomozzi nel commento prima ha detto che *una specialità dei nevrotici è “far accadere”*.



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