Da “Del sangue occidentale”

26 febbraio 2006
Pubblicato da

mic 1.jpgdi Michelangelo Zizzi

La camera ardente

Perché qui è la camera che brucia
i vessilli sono l’olocausto del pianto
ci saranno spettatori credo che vadano oltre
le tombali consegne.
Ascoltate, ascoltate
qui non c’è che una sola deriva
una diramazione fatale
non sono io qui nel detto
o nel già sentito
né oltre la polvere diasporetica
che sulla bara si posa
o nel bar accanto
che ci dice che è tardi
tardi ormai anche per quelle frasi
quel commiato che dà la misura
il respiro nella crasi.

*

In un’apocalissi residuale
del resto
di brani di stoffe di stracci carnei
che fluviale, New York, il tuo porto importa
con petroli soffiati dal Novecento tutto
da interstizi di sotterranee gore d’orefici
che a Manhattan sostarono sotterra
fino al gorgo d’oceano sinuolente
– immensa autoclave dei millenni-
tu sbrachi le bende le lenzuola
di fine filigrana aurea
fino alla siccità dei tempi dei pionieri
che una volta giunsero qui
su sfasciate botti di vino d’Olanda
per drenare le incostanti fonti
da pulviscoli pepite fortune
sbollendo col conio delle pentole
i legumi del profitto.

*

Come residue mosche a settembre
su pani di glassa rompono quegli zuccheri
succhiando le madide vaniglie
scioglientesi
e vescicole lasciando virali,
pestilenze che la lingua suggerà
con le catene alimentari
così tu tutto ti illarvi Occidente
nei trionfali assiomi
di una libertà consutile
che ora galleggia in zattere del profitto
quell’economia scavata da due secoli
ricucendo le blatte sonnecchianti
che ti azzannano nei cuscini democratici
con filami di sartoria genetica
quella liquida occasione per te populista
quell’assioma conclusivo oltre i teoremi.

Ti vedo oggi
che sfareggi consunto
con l’eco di un bagliore massonico
quella rinverderante astuzia del rinascere.

Eppure non somigli a quegl’altri umani
burroni del disfacimento
che noi scarnano, scarneranno
nelle facezie della polvere solvendoci un giorno
a sera della vigilia della vita stretta
quando le carni una volta turrite
scrolleranno gli argani,
le suppellettili rifacenti,
i modelli privilegiati
ed infine come botri stramati in vera terra
s’inoltreranno per il curvo tempo che ci parve
di già una volta
falciante dalle originarie infanzie
per un tunnel senza buddismo
senza nipponiche sedazioni
senza origami calmanti.

*

Eppure questo te lo chiedo,
Sofia,

qui nella calamita calandrica del canto
qui arrotinato per veglie funebri
e attratto dallo stesso stupore attorto
che come residuo di un discorso
il pantano offre rotto
io per vigilie arrotinato
per vigilie di vita stretta
o vera che sia
davvero dicendevole vicenda tuttavia
vigilie nelle cui durate
a Sofia drappeggi fumiganti storno
qui nella veglia nell’anemia del canto
– nell’emostasi di sole rubre strie di sangue a porti-
che è la risorsa agraria dei cruscotti dei Tuareg
in quei vessilli banderuole sfilate dal vento di drappeggi
che tendono allo zero
allo zenit del caos
qui nello sfacelo che trasmigranti forme
a gravi botri del sotterra
fanno pantano delle Murge
che s’imprimono come fantasmi,
vascelli
e forge fanno delle induzioni idrauliche
delle sidereoconiche torri che sono tolos
a rose viole nubi dei tramonti
quei ruscelli sfociati per sole condutture di calda ingegneria
dei millenni alchemici
qui nell’atanor che è l’estate non lavante
oltre le diaforetiche spettraglie di vetrate
a gotiche
barocche normanne chiese
dove incarnati di rosoni vedi
come diafane risorgenze della luce
al tuo occhio cosmico
oppure quegli alti forni vedi d’altopiano
quelle rupestri canicole insomma
che apprendono facili e più rosei passaggi
che non la tua stessa carne
di folto pasteggio ormonico
se ti mordo ti apprendo ti scarno
svulvandoti oltre le reminiscenze
– impararando a dimenticare
tutte le icone che imparai a collezionare –
qui nello sfacelo che trasmutanti orme
sono drappeggio dei passaggi in ciglia
o in conca di forme
con brodi preistorici rappresi nelle fanghiglie
che sdrenano sdrenano delle famiglie
dei licheni di molluschi pure le trame
qui in questo caos levantino
nel frattame di carnaglie
che sono di Puglie ossari
o delle Calabrie immani
chincaglierie di remote foreste
che sono cocci mocci sanguinolenti di faune
qui
qui
qui
che te lo chiedo, te lo chiedo, te lo chiedo Sofia,
che io forse,
che io sono forse un vivo?

*

(I primi tre testi sono inclusi nella raccolta Del sangue occidentale, Lietocolle, 2005. L’ultimo è inedito)

71 Responses to Da “Del sangue occidentale”

  1. antonio sparzani il 26 febbraio 2006 alle 23:33

    L’impressione è di una densità sconcertante Grazie Andrea, a proposito,
    “”impararando a dimenticare”” è un refuso o fa parte di questa lingua davvero forte? Ho la sensazione che, anche se fosse un refuso potrebbe essere recepito dentro la lingua. Ciao Antonello

  2. arminio il 27 febbraio 2006 alle 10:19

    caro michelangelo
    questa poesia mi piace e vorrei leggere altre cose. ci siamo incontrati in una serata pugliese di qualche anno fa.

    ti lascio qui indirizzo e mail
    franco arminio via caravaggio 1
    83044 bisaccia av

    farminio@libero.it

  3. andrea inglese il 27 febbraio 2006 alle 10:24

    bella domanda Antonello, che rigiro all’autore. Mich? “Impararando”: lectio coretta o refuso?

  4. arminio il 27 febbraio 2006 alle 10:24

    per errore avevo letto solo la prima, ma mi piace anche di più l’ultima

  5. Francesco Amato il 27 febbraio 2006 alle 10:36

    A me pare che Zizzi sia davvero un talento prodigioso. Al di là della risonanza massmediale che trova il tempo che trova.
    Una delle nostre voci più possenti, che scardina le normali traiettorie della poesia contemporanea.

  6. Elisabetta L. il 27 febbraio 2006 alle 11:27

    L’autore lo trovo inquieto, forse inquietante, ma affascinante. Ha delle cose di Dylan Thomas e Baudelaire.

  7. angelo petrelli il 27 febbraio 2006 alle 12:23

    “impa-ra-rando” credo sia proprio un refuso (non essendo l’autore posso solo ipotizzare, ma armato di una certa convinzione).

  8. Anonimo minimalista il 27 febbraio 2006 alle 12:36

    Questa poesia non mi piace: boria, saccenza, eccesso e mancanza di stile. Di ‘stile’. Una massa di parole senza senso. nessuna metrica, nessuna compostezza. Come l’autore che ahimé ricordo nel 1992 veramente fare una mega rissa a Napoli durante una conferenza sulla poesia giovane.

  9. db il 27 febbraio 2006 alle 13:24

    *se ti mordo ti apprendo ti scarno
    svulvandoti oltre le reminiscenze
    – impararando a dimenticare*

    In piena foia cannibalica, la lingua del poeta im/bar/bar/isce sino a bal/bet/tare-bla/bla/blare: valga dunque la lectio del post.

    DB

  10. emma il 27 febbraio 2006 alle 13:36

    Lingua lussureggiante, immagini immaginose, postura similprofetica (profeta di sventura), dizione (si suppone) alla Carmelo Bene…
    Riconosco che per dare del “tu” a New York ci vuole un certo coraggio, e tutto sommato anche per puntare il dito sulle “zattere del profitto”, sui “cuscini democratici”, sul “populista” (…Pound?).
    Ma.
    Visto che alla fine di tutti i ragionamenti si torna alla nozione di gusto (e se può farlo Berardinelli lo può fare qualsiasi anonimo lettore)…
    Visto che il gusto va quasi sempre associato al giusto mezzo, alla misura, eccetera (a ciò che sembra giusto mezzo, misura, eccetera)…
    io dico (e non so chi sia l’anonimo minimalista più sopra) che queste poesie NON mi entusiasmano.
    Che le trovo troppo ambiziose, troppo piene di sé, troppo affette da machismo (da macho).
    Che può darsi che nella deriva postmoderna tutto ciò sia un bene. Che può darsi.

  11. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 13:44

    con tutto il rispetto e la devozione per chi li ha scritti, questi sembrano a me versi pieni di pompa.
    ci vedo la proccupazione costante di mettere l’aggettivo sempre prima del sostantivo.
    ecco, qui si potrebbe riprendere, nel merito, il discorso di Sartori sul conformismo del linguaggio, forse.
    voglio dire: è questo l’inspessimento del linguaggio che lui auspica?

  12. angelo petrelli il 27 febbraio 2006 alle 13:57

    possibile db,
    comunque prima o poi zizzi interverrà, e sapremo.

  13. Luciano Freud il 27 febbraio 2006 alle 16:54

    suona bene, si. ma che vuol dire?

  14. Michelangelo Zizzi il 27 febbraio 2006 alle 17:14

    Quest’aria serena, fatta di quasi unanimi consensi mi disinnesca, quasi mi intenerisce.
    E tuttavia se mi fa evitare di indossare le maschere dell’istrione, mi invoglia a dire qualcosa sul poema.
    Ovviamente non parlerò della poesia, della sua presunta qualità o meno, ché cadrei nel ridicolo autocompiacimento o peggio in autismo puro, ma parlerò del suo argomento.
    E lo farò con succinta brevità.

    L’argomento.

    L’occidente e la passione (o forse meglio la donna, la ‘femina’) sono i soggetti di quest’opera.
    Il primo l’ho inteso proprio nella sua storicità, storicizzazione, nonché nei suoi emblemi costitutivi: matrice giudaico – cristiana, ossessione ermeneutica, apologia dei fatti socratici (ovvero del discorso e della retorica), enfasi della tecnica, idea del progresso, evitamento della morte, prospettiva materialistica, perdita del centro.
    Il secondo l’ho letto (o scritto) secondo la condizione che mi è propria: ustione, abbacinamento, sorpasso del fatto retorico, congiunzione sacrale, azione nella passione (non è un ossimoro, per quel che ne sperimento).
    L’ascesi del fatto amoroso mi è parso isomorfo (seppure in una direzione opposta) al crollo delle torri, ma direi, alla ‘decadenza’ (intesa non come condizione descrittiva, ma come fatto che sta avvenendo, che non è detto, ma ‘agente’) dei modelli psicolinguistici di difesa, tipici di una certa occidentalità (insomma di quei modelli che ci parlano, ci dicono, ci indicano, quei modelli che infine comportano una certa convinzione delle cose).
    E’ proprio questa convinzione, questa persuasione che non ‘mi riguarda’, che finalmente trovo estranea al ‘fatto’ di scrittura.
    Per accentuare la linearità, l’essere breve, per forse ridiventare tuttavia oscuro, vorrei ricordare il ‘quarto’ senso della scrittura che Dante nel Convivio riconosceva all’Opera, oltre quelli classici letterari, allegorici, e morali: era quello ‘anagogico’.
    ‘La letteratura è un sistema che agisce’ è invece una citazione dall’immenso e mai troppo letto o compreso Manganelli.

    Il refuso

    Sì caro (che ringrazio per l’attenzione prestata) quello è un refuso. Sono greve di refusi anche oltre la scrittura. E poi quell’ultima composizione non essendo pubblicata l’ho probabilmente mal riletta. Anzi grazie.

    @ Franco Arminio

    Sì che ricordo, ricordo benissimo e con piacere. Bella serata, c’era anche il platonico Elio Paoloni (assomiglia a Platone, almeno nella nozione fisiognomica a noi nota), la mia compagna tantrica e si parlava di varie cose: poesia, cibo e delle ‘tecniche di suzione’.
    Ci sentiamo senz’altro. Un abbraccio.

  15. Michelangelo Zizzi il 27 febbraio 2006 alle 17:16

    Altro refuso, anzi concitazione nel battere.
    “Caro [..]” vale per “Caro Antonio Sparzani

  16. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 17:27

    E facendoti schiavo ora del giorno
    sbrogli la matassa del tempo e non reclami
    la tua né mia sconfitta
    eppure orrore sbrana ora
    dal basso e chiede
    pertinenza di parole estreme
    ormai.
    E non giungi fratello per frattali
    smossi dal mio cervello che ti cerca ottuso
    sventrato (ormai(
    dissolto & circonfuso
    da miasmi e rutilanti discariche.
    E la mente
    bambina accosta il dito
    e preme e schianta la verità
    e ci impone la sua
    (balbettamenti, dici?
    forse)
    O invece sempre le cerimponie usuali
    e le perverse o pervicaci usure del corpo
    che più non vuole e grida.

  17. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 17:30

    Questa cosa, qui sopra l’ho fatta in tre secondi e se non vi dicessi subito che è uno scherzo, sono certa che qualcuno l’avrebbe presa sul serio.

    Dico questo NON contro Zizzi, ma contro questo infiammarsi immediato dei giudizi, positivi e negativi, prendiamocela calma, amici cari, giudichiamo lentamente, non si valuta se uno è poeta da una cinquantina di versi, io almeno non ci riesco, ho bisogno di tempo.

  18. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 17:50

    io però non mi sono infiammato per niente, mi pare.
    apprezzo la parodia tua, oh temperanza.
    anza.

  19. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 17:58

    @Tash

    E’ vero, tu in fondo sei un potenziale saggio flemmatico con qualche scarto.

    Ma mentre scrivevo lo pseudopoem avevo in mente non solo questa striscia qua sopra, ma tutti i commenti (miei compresi) che mi circolano intorno alla testa come uccellini.

  20. tashtego il 27 febbraio 2006 alle 18:22

    @temp
    con molti scarti.
    i flemmatici sono quelli che invidio di più.
    una vecchia pubblicità di un profumo diceva: la force tranquille d’un parfum d’homme.

  21. Luciano Freud il 27 febbraio 2006 alle 18:45

    proprio vero. bella la poesia di temperanza. ce ne scrivi un’altra?:-)

  22. db il 27 febbraio 2006 alle 18:57

    *succinta brevità* pleonastico
    *apologia dei fatti socratici* = apologia di Socrate?
    *enfasi della tecnica* = sulla?
    *(seppure in una direzione opposta)* pleonastico
    *come fatto che sta avvenendo, che non è detto, ma ‘agente’* = descrittiva
    *Per accentuare la linearità, l’essere breve, per forse ridiventare tuttavia oscuro* sicuramente
    *oltre quelli classici letterari, allegorici, e morali: era quello ‘anagogico’* tutti e 4 erano/sono classici, il primo è il letterale.
    *Elio Paoloni* = *la mia compagna tantrica*?
    *nozione fisiognomica*?

    dott.DB?!

  23. sud il 27 febbraio 2006 alle 19:08

    grande DB
    dovresti ascoltare il nostro durante le presentazioni… mentre si scrolla i riccioli.

  24. emma il 27 febbraio 2006 alle 19:16

    @DB

    Massì, Zizzi mi sta pure simpatico.

    Però *Elio Paoloni* = *la mia compagna tantrica*?
    mi ha fatto piegare in due

    *:-)))))))))))))))))*

  25. Michelangelo Zizzi il 27 febbraio 2006 alle 19:21

    Ma DB, dott. DB, io mi son contenuto.
    Ho cercato finanche di dare indicazioni, strade, suggerimenti. Innanzitutto perché il post è stato inserito da mio amico e da autore che stimo molto, moltissimo, secondariamente perché esso (il post) è relativo a mio testo e per ultimo perché ritengo che chi qui vi circola, fuori da un certo tipo di saccenza (ideologico – preterintenzionale), sia sommatamente colto, se non quando è persino praticante nella scrittura.
    Comunque proseguo in questa ‘falsariga’ di benevolenza, di abbandono paradossale, di discorsività.
    Il fatto è tuttavia che non sono mai serio. Mai troppo. E comunque.

    Il pleonasma mi appartiene.

    ‘apologia dei fatti socratici’ è in effetti criptico, ma intendevo dire una certa maniera di orizzontalizzare il dialogo, di esaltare il dialogo, di fare del dialogo la misura del rapporto di conoscenza del mondo.

    ‘enfasi della tecnica’ è come avessi detto ‘enfasi del bello’ intendendo quel ‘del’ come complemento d’argomento e quindi un equivalente di ‘sul’.

    L’isomorfia presuppone anche un’orientamento analogo, una spazializzazione simile. In ogni caso il pleonasma mi appartiene.

    Gli altri commenti te li lascio alla tua ossessione analitica, diluitiva, autospezzettante.

    Il primo è ‘letterale’ è vero. Ma scrivevo in fretta.
    Ma l’anagogia di Dante non è presente tra i sensi classici della letteratura, almeno non nel senso che intendi tu, o Lei dott. DB.

    Aver usato la virgola può anche indicare un elenco. Va da sé che non è Paoloni la mia compagna tantrica.

    La nozione fisiognomica?

  26. mamma mia! il 27 febbraio 2006 alle 19:33

    quante chiacchere!

  27. Michelangelo Zizzi il 27 febbraio 2006 alle 19:38

    E comunque il mio tempo a disposizione scade: esco e m’immergo in altro, molto più ‘vivo’ che non le ceoie cartesiane, le meticolose prudenze socratiche, le cadenze dottorali che come alle scuole medie mi correggono qua e là.
    Questo è in fondo l’oggetto del poema, della scrittura.
    Sembra che agisca, Bregola, sembra. Con lentezza, certo non come una fregola.
    A questo punto rivedrò il motivo ‘morale’ dell’opera, da me sempre tralasciato. A bentiot.

  28. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 19:50

    E s’aggroppa
    e provvisoria alloga di caduta in caduta
    in se incistata,
    nera schiena del tempo
    l’anima mia,
    la benzodiazepina del dolore
    offre adiacenze al napalm
    solo mentali
    o provvisorie,
    (un tempo, ora
    è cambiata la chimica)
    e la natura offre un tale creativo ingombro
    di corpuscoli e possibilità
    – o distruttivo, a scelta –
    tu sai,
    si innestavano in me
    e col Senno Di Poi
    facevano commercio
    le sue stanze.
    Ma la memoria
    opererà?
    o divagando declinerà tra le nebbiose stanze
    sciacquando via, lavando
    (ph neutro, dice, chissà …)
    violando
    quella pallida bolla iridiscente.
    Mi sto esaurendo
    nell’immane naufragio
    della cena
    che pure
    si annida e si nasconde
    nel fondo del mio forno a microonde.

    La lingua
    non si addice
    alla vita

  29. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 19:51

    Questa ci ho messo qualche secondo in più, come dire, mi sto esaurendo, e ho fame.
    Adieu

  30. gabriella fuschini il 27 febbraio 2006 alle 20:04

    Questa è geniale, temperanza. Chissà quando sei a digiuno…

  31. Maria il 27 febbraio 2006 alle 20:04

    Vorrei spezzare un’arancia a favore di Zizzi, anzi due
    1- se è poeta, come dite voi, può fare gli errori
    2- se è medico, come risulta, può mettere le mani addosso
    Avanti senza paura.
    Maria Salerno

  32. Heidi il 27 febbraio 2006 alle 20:12

    *in se incistata* accento (acuto)
    *si annida e si nasconde
    nel fondo* prolisso: metti “birgt sich”

    N. Egger

  33. temperanza il 27 febbraio 2006 alle 20:34

    @GB
    grazie grazie, mi sento come una foca con sardina! E *son* digiuna in effetti, ma per poco.

    @Heidi,
    grazie anche a lei cara pastorella, “birgt sich” mi convince, la rende internazionale, un po’ cacanica magari, ma perché no?

    Visto come vanno le cose, quel “in se incistata” potrebbe però essere incistato nella congiunzione, chissà, il poeta non sa cosa lo spinge e chi parla attraverso di lui (o no?). Analizzeremo, vedremo, studieremo.

  34. lello il 27 febbraio 2006 alle 21:08

    epperò la Temperanza….

    e poi si parla male delle virtù

    lv

  35. lello il 27 febbraio 2006 alle 22:04

    PS: *In ogni caso il pleonasma mi appartiene.*

    che picchio è il pleonasm*a* ?
    la parte femminile del pleonasmo?

    lv

  36. oratio de hominis incolumitate il 27 febbraio 2006 alle 22:18

    Alla “voce” della “virtù”.

    Ragazzi, state scherzando col fuoco (sacro?): attenti ai ganci volanti! ;-)

  37. Maria il 27 febbraio 2006 alle 23:01

    Voi scherzate, ma provate voi a stare con la spada di pericle dei critichi tra le palle!
    Avanti senza paura, Zizzi.

    Maria Salerno

  38. gabriella fuschini il 28 febbraio 2006 alle 00:01

    Pericle il Nero? ‘azz, c’è d’aver paura sì, e tanta.

  39. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 00:30

    temp, gabri, lello ecc., siete persone che stimo, e conosco (alcune); se avete voglia di fare interventi sensati, anche critici, bene, se volete iniziare un gioco di denigrazioni, vi metto in moderazione; come faro’ con l’ultimo commento di gabri; non serve all’autore, non serve a noi, non serve a voi questo tipo di atteggiamento;

  40. gabriella fuschini il 28 febbraio 2006 alle 01:43

    Chiedo scusa. Era solo una battuta, mentre di là si disquisisce di pedofilia come se si parlasse di caramelle. Mi dispiace molto Andrea.

  41. oratio de hominis humilitate il 28 febbraio 2006 alle 02:53

    @ Andrea

    – Preambolo (una voce dal coro)
    “Talento prodigioso”

    – Apparizione del nume
    “Quest’aria serena mi disennesca, quasi m’intenerisce” (!)
    “M’invoglia a dire qualcosa sul poema” di “succinta brevità” (!!)

    – Qualche fischio dal pubblico

    – Il vate sta per incazzarsi, ma si contiene (a stento)
    “Ho cercato di dare indicazioni, strade, suggerimenti” (!!!)
    “Proseguo in questa falsariga di benevolenza” (!!!!)

    – Altri fischi dal pubblico e qualche pernacchia (non alla poesia, ma al nume)

    “Esco e m’immergo in altro, molto più vivo”.

    Andrea, ti voglio troppo bene per non credere che tu stessi scherzando quando chiedevi moderazione e interventi critici. Sono già stati tutti molto buoni di fronte a questa (a stento trattenuta) strabordante esposizione di una mercanzia che ha un solo nome: (esilarante, a tratti grottesca) ipertrofia dell’io.

    p.s.

    Ho ricevuto il libro, qualche giorno fa, e l’ho letto con grande rispetto, trovandolo di buon livello complessivo. Il mio giudizio non muta di una virgola: ma dopo quello che ho “sentito” da qualche giorno a questa parte sul/dal soggetto in questione, difficilmente leggerò altri suoi capolavori.

  42. lello il 28 febbraio 2006 alle 06:56

    Andrea stai scherzando?

    lello

  43. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 08:29

    grazie gabri, che hai capito; lello e oratio non stavo scherzando; i “fischi dal pubblico” si sono sempre fatti, e sono in sé eloquenti, inutile quindi accanirsi a ripetere in due o tre commenti, quello che si è già detto una volta; ho detto cio’ in anticipo, perché non ci si accannisse nella pura e ripetuta denigrazione, che è sempre facile, laddove argomentare sui testi mi sembra la cosa più interessante da fare.

  44. gabriella fuschini il 28 febbraio 2006 alle 09:04

    Vorrei solo aggiungere che la mia battuta non era affatto rivolta nè all’autore nè al testo, ma al commento che mi precedeva. Così, tanto per chiarire. Nessuna denigrazione.

  45. lello il 28 febbraio 2006 alle 09:11

    Caro Andrea,,
    di che denigrazione parli? Io mi sono limitato ad apprezzare un commento di Temperanza, facendolo seguire da una mia notazione sul *genere* del termine pleonasmo. Mi pare inevitabile che quando si adottano nelle risposte certi toni un po’ (si può dire, o mi moderi?) magniloquenti poi si incorra nell’ironia altrui.

    Il sottoscritto è stato su questo stesso sito amabilmente insultato da un paio di troll (peraltro poi abbondantemente ‘tracciati’) senza che ciò ti inducesse a moderazione alcuna.

    Trovo tutto ciò ridicolo.

    Quindi mi istiga. Chiedo a Zizzi di dirmi se gli viene naturale parlare come parla, infarcendo il suo scritto di paroloni e paroloni, come un leguleio di provincia. Io non credo. Devo supporre che Zizzi stia ironizzando, o dobbiamo prendere sul serio il riferimento alla sua ‘compagna tantrica’ e robe del genere?

    in attesa di essere moderato, uno che della moderazione non se ne è mai fatto vanto…

    Lello Voce

  46. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 09:28

    Caro Inglese,

    solo per quanto riguarda me, se vuoi mettermi in moderazione ne hai tutti i diritti e non protesterò, ma prima vorrei fare un paio di considerazioni, NON principalmente su ZIZZI, ma prendendo spunto da quello che è successo e a cui ho contribuito.

    In generale: presentare un poeta non molto noto che scriva testi non nella norma (e lo apprezzo) è un azzardo. Il poeta lo sa e anche voi. E allora due righe di pacata presentazione magari servirebbero. Invece qui, a testi criticabilissimi ( me lo concedi, questo?) sono partiti commenti che neppure Montale se li sarebbe presi senza arrossire e uno di Zizzi stesso ai miei occhi… beh, mi tengo l’aggettivo tra i denti.

    In più Zizzi, da quel che ho letto in giro, vuol fare il personaggio, e per di più sopra le righe, evidentemente chiama la provocazione e se l’aspetta, credo addirittura che la voglia. E l’ha avuta.

    Ma se pubblicate testi come quelli precedenti sulla traduzione e sulla prosa, che stimolano a pensare appassionatamente e seriamente i vostri lettori, e a intervenire in questo senso più volte, e che per di più spingono a pensare intorno al conformismo (e ci sono conformismi che camminano a due cm dal suolo e conformismi che cavalcano l’iperbole) non puoi pensare che non ci siano reazioni a commenti appunto “iperbolici” per una poesia che a qualcuno può dare l’impressione di non essere necessaria e di sfruttare con abilità e furbizia un certo liguaggio.

    Per questo DOPO IL COMMENTO DI ZIZZI a se stesso, e non dopo la sua poesia, ho voluto fare un commento creativo, anzi, due. Che sia creativo e non volgare almeno me lo concederai. E sono stata anche abbastanza gentile da dire subito che era uno scherzo, perché nessuno si facesse male.

  47. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 09:32

    Caro Lello,
    uno dei problemi che si riscontrano nei commenti, è l’assiduità di pochi, che a volte sono assidui nel ripetere una loro opinione o un loro giudizio;
    semplicemente non vorrei che, in questo post, chi ha già espresso il suo giudizio (positivo o negativo, poco importa), si accanisse poi a ripeterlo (variazione sull’identico), facendo sponda con altri. Ho avuto l’impressione che cio’ stesse accadendo, per questo sono intervenuto.

    Che tu sia stato insultato da troll mi dispiace. Sei stato insultato in un pezzo che avevo postato io? Se cosi fosse, oggi ci starei più attento.

  48. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 09:47

    Temp, d’accordo. Tranne sul fatto che un debba per forza presentare un poeta. La poetica di Zizzi è molto lontana dalla mia. In NI ho, come altri, dato spazio a poetiche anche molto diverse, di persone più o meno note, che mi sembra giusto abbiano l’occasione di incontrare dei lettori, che non siano i “soliti” addetti ai lavori. Poi ognuno dica la sua. Tutti l’hanno fatto, Zizzi compreso. Bene. Se tu pero’ di similpoesie nei fai due, poi magari tre, altri si mettono a fare battute sul personaggio, ecc. il rischio è quello di trasformare i commenti in un tiro a segno, o in una sequela di botta e risposta sarcastici, ecc. Non mi sembra di esprimere una preoccupazione astrusa.

  49. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 10:00

    @AI

    D’accordo, capisco il criterio di non-presentazione.

    E magari una pseudo-posia bastava, ma una volta partita avevo materiale.
    (non mi hai detto però se ti son piaciute:–))

  50. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 10:22

    cara temp, sai quante volte avrei voglia di prendere un critico esimio per sottoporgli qualche poesia di Autore celebrato, magari un testo meno conosciuto, per sentirmi stroncare, oppure presentare similpoesie, trovate nel similcassetto dell’autore scomparso, oppure ancora, e questo l’ho fatto, mettere un mio testo come similtraduzione da Brecht (anche quelli del sito feltrinelli, per esempio, l’avevano bevuta)

    il tuo gioco puo’ essere quindi letale, se fatto fino in fondo (e questo lo dico con sorriso mefistofelico)

  51. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 10:30

    ps: all’interno di Ni abbiamo avuto una lunga discussione sui commenti (con anche buone ragioni), ma forse mi ha reso troppo paranoico, facendomi scivolare verso la dottrina della “moderazione preventiva”; rimetto il commento di gabri (che in sé era poca cosa, ma era ottima esca); le preoccupazioni che ho espresso comunque restano, e spero che le abbiate comprese

  52. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 10:44

    @ ai

    Non puoi sapere quanto ti capisco:–))

    Ma questo mi fa pensare anche che forse, visto che è così difficile farsi un’idea di un poeta senza una certa frequentazione, sarebbe più opportuno mettere i testi senza commenti.
    Salvo Arminio, che è talmente bravo a mettersi in relazione con i suoi lettori e che ha un tale, non so come chiamarlo, coraggio della nudità, che le sue poesie offrono sempre, anche quando ci sono commenti negativi e grazie principalmente a lui, a una coda che ha un suo senso (non le ho seguite tutte ma l’impressione è stata questa).
    Credo che i lettori apprezzino che lui sia “lì”, a petto nudo, mentre altri magari stanno dietro le quinte a vedere cosa succede.
    Comunque, dopo questo sentito omaggio ad Arminio, ti e vi saluto, buona giornata.

  53. Michelangelo Zizzi il 28 febbraio 2006 alle 11:31

    Il confliggere è una regola delle cose che si manifestano. E che anzi è proprio il confliggere a determinare aumento delle posizioni di identità reciproca quando lo si assume appunto come condizione di sé. E’ per questo che ad uno stupido pacifismo che nasconde sempre la paura di essere annientati preferisco che il volto della realtà mi si presenti ‘senza mediazioni’.
    Il mio alto senso di fierezza (non di resistente orgoglio, quello lo lascio agli erbivori) mi deriva dalla ‘vita’, non dalla cultura.
    Dall’infanzia rovinosa che non ho ‘riscattato’ o negato o come dicono gli psicanalisti (ma chi sono costoro?, cos’è questa cosa che si chiama psiche?) sublimato, ma invece accettato, posseduto, assunto.
    A me non danno fastidio eventuali interventi decostruzionistici. La decostruzione, ma forse la distruzione, sono due figure che mi riguardano.
    Solo non si dica che ‘faccio’ una parte.
    Il prolema è che non penso, sento. Non rifletto, agisco. Non medio, ma affronto. Questo atteggiamento (che non ho inventato un giorno a tavolino, non sono un secchione) mi permette un’operazione di messa a nudo molto meno ‘cortese’ di chi si fa parlare dai modi. L’operazione in sé non è difficile: si tratta solo di togliere tutto. Un’operazione, simile a un esercizio zen (ma non mi riferisco a quelle ginnastiche orientaleggianti che si importano per folklore), che consente di trovare al fondo qualcosa. Questo qualcosa non muta, non oscilla, non ha mediazioni.
    Questo qualcosa che pare vuoto, ma non lo è, (è vuoto solo per chi si accontenta di un ‘pieno’ di povere cose umane), diventa improvvisamente un pieno in sé. Ricordate i deserti di Carmelo Bene?
    Da qui si apre un mondo di ‘proprietà’ (non mi riferisco a proprietà di una cosa o di cose) che sono in sé, neanche nel mio sé. Sono e basta. In questo senso contemplavo un’idea di anagogia della scrittura.
    Detto ciò è palese che non sto facendo un discorso ‘culturale’ o peggio ‘culturologico’.
    Tradotto in termini esistenziali una riduzione delle resistenze psichiche e psicoemotive e psicolinguistiche produce quanto meno una chiarificazione della propria posizione assai più di quanto lo possa una qualunque ideologia.
    Tradotto in ambito relazionale consente l’identificazione dell’autenticità della comunicazione. Più semplicemente l’identificazione di veri amici o di veri non amici. E difatti questo avviene. Sta avvenendo.
    Il problema della scrittura è il problema dell’essenza, non della moda, dell’essere ‘moderni’, modisti. Superare la semiologia e la sua infinita modulazione è possibile solo attaccando da un altra parte il sistema della lingua. Non partire dalla lingua ma assumersi in un altro spazio, senza mediazione. Qui vedo che c’è chi interviene (non mi riferisco al post in particolare, né tantomeno al sito; si legga il ‘qui’ come processo, come processo ‘occidentale’) partendo e arrivando (naturalmente) dalla, alla psiche, dalla, alla lingua.
    Per il resto caro Andrea a me non dispiace proprio nulla e anzi mi dispiacerebbe un’eventuale, anche minima, censura di qualcosa.
    Un abbraccio.

  54. lello il 28 febbraio 2006 alle 12:50

    Caro Zizzi,

    apprezzo il tono della risposta e la franchezza di chi non si sottrae alla polemica, nascondendosi dietro a un dito. ma… continuo a credere che la poesia sia lingua. Prima, dopo e durante. Alcune delle cose che dici mi ricordano Villa o Artaud, ma per l’appunto, depotenziate dell’innesco linguistico.

    Ti (le?) dico con altrattanta franchezza che affermazioni come la seguente mi paio invece una riscrittura, neanche tanto riuscita di certi milieu tra Futurismo e D’Annunzio:
    *Solo non si dica che ‘faccio’ una parte.
    Il prolema è che non penso, sento. Non rifletto, agisco. Non medio, ma affronto.*

    Ma la parte che le spetta è quella del poeta. A meno che tu (lei) non pretenda di farci credere alla ‘sincerità’ della sua poesia.

    Questo sarebbe troppo.

    con interesse

    Lello Voce

  55. lello il 28 febbraio 2006 alle 12:52

    errata: paio / *paiono*

  56. Mal il 28 febbraio 2006 alle 12:59

    Inglese come censore sei proprio scarso, te ne sei pentito subito. Ha prevalso un libertario e notturno senso di colpa. datti alla poesia

  57. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 13:00

    caro mich, a me la questione dell’identità interessa poco quando leggo un testo, m’interessa poco che cosa uno sia o come agisca o quali appartenenze abbia; è un meccanismo sviante, a cui siamo sempre sottopposti, quello di giudicare un testo attraverso l’identità (quale che sia) dello scrittore; sia che questo meccanismo sia indotto dallo scrittore, o che lo sia dal lettore;

    mi sembra che l’intervento di Sartori inviti a questo, e i poeti che parteciparano nel 1999 al progetto Akusme, dissero sentirono la stessa esigenza: partire dai testi

  58. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 13:20

    Akusma, pardon!
    Mal hai ragione: sono un censore da frana. E anzi, già che ci sono chiedo io scusa a gabri che è finita inopinatamente sotto la mia mannaia.
    Ma spero che la “commedia della moderazione” sia stata utile.

  59. db il 28 febbraio 2006 alle 13:37

    Zizzi: *Il prolema è che non penso, sento. Non rifletto, agisco.* Lo penso anch’io (+ 1 b), nel senso che la tesi si autocontraddice. Già di per sé, perché un non riflettente non sa la differenza (come un innocente non può dichiararsi tale se non sa la differenza da colpevole), ma platealmente nel commento, che è infarcito di termini astratti (astrazione=riflessione). Zizzi può dire che non riflette qua poeta, mentre riflette qua e basta, nel commento. C’è stata la scrittura automatica, e non vedo perché non credergli. Siccome però svaluta totalmente il piano della riflessione e però ci si mette di lena con una sfilza di astrazioni, i.e. siccome tale piano è da lui tanto lontano quanto assunto, ne viene ch’egli lo assume come una maschera. In succintissima, icasticissima, stringatissima brevità: Zizzi è un istrione.
    Ultima deduzione: con un istrione un troll è per definizione IT.

    dott. chir. est. prim. gin. DB

  60. angelo petrelli il 28 febbraio 2006 alle 14:02

    il fatto che “sempre gli stessi” dicano “sempre le stesse” cose può essere interpretato in diversi modi: ma trovo profondamente ingiusto, quasi iniquo, il trattamento ricevuto dai testi postati da ai, e non tanto il fatto che l’autore sia stato preso per il culo da una serie di commenti tipici di chi si diverte con poco. tutto questo divertentismo non è per niente utile, a nessuno, o almeno credo che c’è palesemente “chi stronca” e “chi osanna” ma la credibilità di chi fa questo poi da cosa è data – dalla leggenda di grandezza che aleggia da queste parti, dall’anonimato della maggior parte dei commentatori che per non sconvolgere il lettore con la propria grandezza preferiscono non rivelare la propria identità(che poi ci conosciamo tutti), quindi dov’è la parte divertente di questo giovo? si critica la posa, la diversità di zizzi, ma non si tiene conto che l’eccessiva modestia(per altro camuffata) è ancora peggio. e via al lancio di ortaggi.

    io penso che zizzi sia un ottimo poeta. questo fa di me una persona incapace di intendere e volere – immagino – o semplicemente questo giudizio fa supporre una mia amicizia con l’autore dei versi, o semplicemente una mia incompetenza. ebbene, ve ne do atto, sono il più ignorante tra i partecipanti a questa discussione. il vero pesce fuor d’acqua. non sono d’accordo con la maggioranza di coloro che hanno stroncato queste poesia. non condivido i motivi che hanno portato alla stroncatura. il limite è banalmente che zizzi(come persona e non come poeta) abbia il suo carattere, e ripeto, la sua “posa”(come l’abbiamo tutti). se poi il 90% di coloro che commentano sono dall’altra parte delle barricata( ed è per questo che ho fatto notare su vibrisse che “c’è” molta gente in malafede che commenta i testi e che li giudica) ma questo è un problema della critica in generale – finisce sempre per vince la moderazione(l’ideologia) che non è moderazione. la ragioni è sempre di chi può permettersi di trillare più forte nel suo mercato preferito, nel suo ambiente naturale.

  61. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 14:40

    @Petrelli

    Iniquo! Andiamo! Posso capire il tuo disagio, ma sappi che tutto quello che è successo qui è successo con la piena complicità di Zizzi. Del resto non a caso cita Carmelo Bene.

    Mi ha incuriosito invece una tua supposizione sulla “leggenda di grandezza” (“grandezza” è una parola che mi ha fatto sempre venire l’orticaria, per l’abuso, che intossica), vuoi dire che immagini che dietro ai vari nomi e nick ci siano grandi critici sotto mentite spoglie? Che so, Mengaldo, che viene qui a commentare Zizzi? O poeti come Zanzotto o Baldini? Che si firmano Octopus per non sconvolgere i lettori con la loro “grandezza”?

    E’ vero che adesso si dice “grande!” anche se uno riesce finalmente a montare la panna, ma mi sembra improbabile e mi chiedo chi possa credere a una simile panzana.

  62. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 15:04

    la “spada di pericle” non è male.
    me la rivendo.

  63. oratio de hominis veritate il 28 febbraio 2006 alle 16:19

    @ Angelo Petrelli

    “Ho ricevuto il libro qualche giorno fa, e l’ho letto con grande rispetto, trovandolo di buon livello complessivo. Il mio giudizio non muta di una virgola.”
    (February 28th, 2006 at 02:53)

    L’hai letto? Piuttosto che dare un giudizio su tre testi, ho parlato dell’opera nel suo insieme, dicendo che si tratta di un buon libro, quale effettivamente è.

    L’ironia sulle pose da vate di Zizzi (ironia bonaria, e in ogni caso meno offensiva di un suo post in cui, con ampi e retorici giri di parole, ci diceva che eravamo degli idioti) era la risposta al fastidio che la sua sceneggiata mi procurava: io, al suo posto, avrei solo ringraziato persone che, ad ogni buon conto, dedicavano un po’ del loro tempo alla lettura dei miei testi.
    Mi dici che questi atteggiamenti fanno parte del suo carattere, ma lo sai tu, io non lo conosco (e anche se l’avessi conosciuto, la cosa mi avrebbe dato fastidio lo stesso): potrebbero essere anche parte della mia personalità, ma quando mi rapporto a persone che non conosco (e tra loro ci sono studiosi e lettori seri e attenti), e voglio dialogare, devo essere capace di mettere in un angolo il vestito della festa e assumere le fattezze di uno che vuole discutere e confrontarsi. Non ti sembra?

    Leggi il suo intervento di stamattina, e poi confrontalo con quelli di ieri: nel primo caso c’è una persona che cerca interlocutori e li rispetta; nel secondo un attore (?) che si è trovato, dopo pochissimo tempo, a recitare in un teatro vuoto.

    Questo è quanto. Per quanto mi riguarda.

  64. angelo petrelli il 28 febbraio 2006 alle 18:01

    ho ricevuto anch’io il testo, e l’ho letto con attenzione e curiosità. il mio giudizio non si basa su tre testi.

    la questione è questa: oratio de hominis veritate (con tutto il rispetto) ma chi mischia sei?
    si può sapere il tuo nome, ti può firmare veramente? posso sapere con chi sto parlando. a chi sto rispondendo?
    è possibile che in continuazione si presentano(anzi non-presentano) nuovi fantomatici personaggi e che spesso sono solo mitomani che si firmano con il nome degli altri? che uno si firmi zanzotto(che non è credibile, perché ci ha novant’anni quel poveraccio e non me lo immagino proprio seduto davanti ad un computer a perdere tempo) o che intervenga un finto cortellessa o un finto mengaldo o baldini o una figura mitologica o una citazione o una banana con cappello o chicchessia o qualche morto resuscitato per dire la sua?! facciamola finita.

    in questo modo è facile offendere le persone o osannarle al contrario.
    lo so: certo bisogna essere veramente degli idioti per cascarci.
    quando parlavo di “grandezza” intendevo proprio quest’atteggiamento che non prevede nemmeno la “bassezza” di avere un nome e un cognome e di prendersi la responsabilità di quello che si scrive. io vengo offeso un giorno sì è uno no sul mio blog, ma solo da ANOMINI(senza palle, specifico). e che magari incontro alle presentazioni di libri e serate e mi salutano con educazione e rispetto.

    non credo siano assurde le mie perplessità. questo sistema mi da l’impressione di essere sbagliatissimo per discutere di un qualsiasi argomento.

    e quando il personaggio è “chiaro”, e noi tutti lo conosciamo, non a caso troviamo sempre il critico di “sinistra” che attacca il poeta di “destra”, o viceversa, e agghindati con maschere più grandi del solito sempre punto e a capo al consueto teatro tutti interpretano la nostra parte più passionale e priva di rispetto e serietà per il lavoro degli altri… e questa non è critica.

    da domani mi firmo: l’enfer, c’est les autres – citazione colta che mi piace assai – così mi conformizzo è sono mordace allo stesso tempo. e chi non mi conosce cazzi suoi.

  65. angelo petrelli il 28 febbraio 2006 alle 18:06

    refuso: intendevo – ovviamente – chi minchia sei?

  66. oratio de nominis dignitate il 28 febbraio 2006 alle 18:44

    @ Angelo Petrelli

    Ho risposto solo a un tuo rilievo del post precedente, laddove dicevi che non ci si fosse inoltrati nell’analisi dei testi di Zizzi. Non ho mai dubitato che anche tu abbia letto il suo libro, visto che è un po’ difficile parlare bene (o male) di qualcosa che non si conosce, anche se alcuni imbecilli lo fanno e sembrano anche “divertirsi”. Sono una categoria di persone che non mi interessano, al pari di coloro che insultano, nei blog o altrove. Il mio nome di battesimo è Massimo, il mio cognome non ti direbbe assolutamente niente, perchè solo solo un lettore e, tranne qualche post e i temi in classe, non ho mai scritto niente in vita mia. E, che tu ci creda o meno, con nome vero o con nick, io non insulto nessuno, nemmeno quelli che, per usare una tua espressione, mi stanno sinceramente sulla minchia. Al “massimo”, della sana ironia (e autoironia), che non fa male a nessuno e può permettere, a chi vuole farlo, di rimanere sempre coi piedi ben piantati in terra.

    Statt’ bbuon’, guagliò.

  67. maria il 28 febbraio 2006 alle 19:11

    Neoplasma l’ho trovato scritto sull’enciclopedia medica. e se Zizzi è medico, perché dovrebbe chiamarlo cancro o tumore? perché volete voi?

    M. E. Salerno

  68. CENSURA INTERNETICA il 28 febbraio 2006 alle 19:16

    Gentile DB, egregio, l’intelligenza che ci governa attribuisce a Lei ampi meriti d’intervento, lucidità mista a una sana nevrosi che fa di Lei soggetto iperplasticamente ossimorico.
    E tuttavia le segnalo un’incongruenza logica. Ma dovrebbe trattarsi di refuso.

    Lei scrive: “Già di per sé, perché un non riflettente non sa la differenza (come un innocente non può dichiararsi tale se non sa la differenza da colpevole), ma platealmente nel commento, che è infarcito di termini astratti (astrazione=riflessione). ”

    Manca un verbo credo o qualcos’altro.

  69. Un maestro d'elementare il 28 febbraio 2006 alle 19:22

    Insegno gli elementi. Non sono analitico, perchè non conosco i composti.
    Ma chiamato da spazi siderali a dir la mia, incarnatomi nell’evanescenza d’internet, mi esprimo: la mancanza di un predicato è cosa grave perché manca proprio l’azione.
    Ancora una volta. Ancora una volta.

  70. andrea inglese il 28 febbraio 2006 alle 19:43

    lo sapevo: a lungo trattenuti i due fantasmi del web, padri amletici sempre in ronda, ritornano, passata la soglia del 4Oesimo post: la disquisizione su nick o non nick, e l’analisi logica,

    ecco le due vere discipline del web, le due vere scolastiche elettroniche, virtuali, le vere ragnatele mentali della ragnatela!

  71. db il 28 febbraio 2006 alle 19:52

    Simpatica signora Censura,

    *che la tesi si autocontraddice. Già di per sé, perché un*

    Ecco, proprio perché è interetnica/internetica, Le vengo incontro, e volentieri modifico il non-errore:

    che la tesi si autocontraddice – già di per sé, perché un

    Sperando che questo sia l’avvio di una vera amicizia (sarebbe la prima volta per me), Le chiederei se trova errori nell’altra mia

    *con un istrione un troll è per definizione IT*

    A presto, allora!
    mit Untertaenigkeit

    DB



indiani