NON CONFORM/ Colette Peignot alias Laure

27 febbraio 2006
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souvarine e laure.giffoto di Souvarine e Laure da
http://www.missouri.edu/~engjnc/bataille/images/souvarine.gif

Bataille, l’inappagato
di
Elisabeth Barillè

traduzione di Francesco Forlani

« Bataille, mi annuncia al telefono una voce suadente, abbiamo pensato a Lei». Capita in un momento sbagliato: sto ultimando un romanzo impegnativo in posizione da penitente, in ginocchio e catene alle caviglie . Come mi dice un amico: « Con te sarà sempre o tutto o niente, i tuoi slanci sono radicali esattamente come i tuoi rifiuti». Eppure questa volta, sospendo quanto iniziato, da brava ragazza quale sono, fedele ai ricordi e preda dei miei entusiasmi …Per quattro anni, improvvisandomi biografa ho frequentato « Lord Auch » *. Si trattava di braccare Laure, una meteora nei suoi scritti, d tirare fuori dal mito la donna, dal letterario la carne.
« Su quattro cartelle, continuo’ la bella voce, Bataille e i suoi eccessi sessuali immaginari»
Decisamente una bella trinità ! recalcitro, m’irrito, fiuto, come dire, una nota pleonastica su tempo hegeliano. Sessuale e immaginario, schiavo e padrone, stessa lotta, stessa dialettica. Rileggere Sade, Flaubert, Réage.
E per quanto concerne il rapporto propriamente detto , se rapporto v’è, (mai, direbbe Lacan) le impronte che lascia nell’anima se ne vanno spesso meno alla svelta di quelle sulle lenzuola …Cosa puo’ il vigore del cazzo senza la frusta cerebrale ? Sensazioni, performance, ma per « l’au-delà insensé », ci ritorneremo…
Tutto questo, chi l’ha inquadrato meglio di Bataille, nella crudeltà d’un pensiero che si è sognato puro prima di svegliarsi libero ?

Bisogna immaginarlo ancora vergine a diciassette anni, tirare a campare nel tormento d’avere un padre cieco e paralitico e i sacramenti d’un battesimo a Reims, una vita da santo « dalla fronte dura e collo sguardo fisso ». Il seminario lo tenta, per poco tempo, grazie a Dio… scampa alla tonsura ma non agli incunabili , e si ritrova parigino, all’Ecole des Chartes «romantico, sentimentale, e pio » secondo le sue parole. Non scopando affatto ai tempi, o poco, nondimeno legge. Chestov che lo inizia a Nietzsche, Dostoïevski e Freud danno i primi colpi di piccone, poi la Spagna, altre bruciature, la corrida e le ballerine «che mettono a fuoco il letto» : perde la fede in un’immensa risata.

Conversione a ritroso: al Bene , valore lenitivo delle anime deboli, la supremazia liberatrice del Male. Più nessuna morale, ma dispendio assoluto, la trasgressione che, secondo le parole di Blanchot, amico suo, non « trasgredisce la legge ma la trascina con sé. »
Eppure qualcosa si aggrappa e resiste della fede saccheggiata, un’ossessione di sozzura, un diletto amoroso per la morte, un bisogno forsennato di trascendenza, per quanto blasfema, una mistica della nudità, un idealismo erotico. Colette Peignot del resto non si sbaglierà, quando gli dirà : « il mio tempo più cristiano é con te che l’ho passato»

Il piacere con lui si ordina in messa nera, i rantoli dell’orgasmo sostituiscono le preghiere, ma l’eternità occupa sempre l’orizzonte. Quando afferma « Non confondo le mie dissolutezze e la mia vita mistica» non resta che credergli, eppure partecipano l’uno e l’altra di uno stesso clima, d’una stessa sensibilità, prendendo il bordello lo stesso posto della chiesa, la sua « vera chiesa, la sola inappagata » la sola che attraverso lo sperma, il sudore e le lacrime, offerte carnali, celebra le spoglie di quel Dio che non cessa d’assassinare.
All’epoca, tutti vanno al bordello come oggi in vacanza. Se Breton vede in lui un malato, un ossesso, non é tanto per l’uso smoderato che ne fa. Bataille il pensatore dà fastidio a Breton il poeta, per la natura delle sue attività, per il loro affermarsi come meno genitali che spirituali. La riserva di fighe dove gli uomini vengono a sedare l’oblio, s’apparenta per lui a un “luogo di veglia» come la grotta per l’eremita.

Seguiamolo in un tugurio : « L’orgia a cui assistevo (partecipavo) – la parentesi attira l’attenzione sulla pausa del testimone e la posa dell’attore – stanotte era di natura volgarissima. Eppure la mia semplicità mi mise a livello del peggio. Rimango silenzioso, tenero non ostile, in mezzo alle grida, dei mugolii e cadute dei corpi. »
Silenzioso, tenero non ostile: postura di saggio, di meditante … Lucidità di moralista che fissa le vertigini: « Il sapore di un culo, di una bocca, di seni, soprattutto la sensazione di nudità (…)Una puttana graziosa, nuda e triste nella sua gaiezza di piccolo porco. »

L’ipnosi sentimentale e i suoi sermoni rimati, l’ordine coniugale, le imposture e gli arrangiamenti, non saprebbero tradirlo. Vi si bagna, per gusto dell’esperienza; Sposa Sylvia, svergina Marcelle, desidera Carmen, ma é Angèle che cerca, la sorella in assoluto, una santa senza dio, una tenebrosa raggiante che rispetterebbe « giustamente perché (…) persa di scelleratezze », una complice che lei sola potrebbe portargli quanto la più viziosa, lasciva di “porta culo” potrà mai offrirgli..
Una sorella eroica come preda dell’impossibile. Unica risposta agli insondabili movimenti dell’essere.
L’eccesso questa volta si radica nell’attesa, la domanda, la speranza, ovvero in quanto vi sia di cristiano….Eh si, Bataille non ce la fa proprio a venirne fuori !

Niente di strano allora, che sopraggiunga un miracolo, che “Lei” faccia la sua apparizione, tenebrosa a piacere , « une sainte de l’abîme » fracassata d’irreligione e anti stalinismo. Compagna di Souvarine, all’epoca del loro incontro, impegnata politicamente, Colette Peignot, alias Laure, porta con sé come odore di «Il suo nome aveva per me il senso delle orge parigine di suo fratello di cui m’avevano parlato a più riprese» La fenditura, come sempre con le donne, non è più la puntata. « Da quel primo giorno sentii tra me e lei una completa trasparenza . »
Pensava che nella migliore delle ipotesi, l’avrebbe seguito nell’ebbrezza, e lei non smetterà di superarlo, non senza buone ragioni. Cognitivo in Bataille, diventa in Laure espiatorio. La dissolutezza è un gran rogo, lei vi getta l’onore della sua famiglia, i privilegi della classe, le porcherie.. Sulla loro storia comune Bataille evocherà « lo spaventoso, le lacrime, l’orgia e la febbre », mentre lei lo interpellerà con vanteria : « Non dimenticare che anch’io ho qualche pretesa e lo stesso tuo diritto di rifarmi a Sade. Ho ancora la scelta del ruolo, il piacere di interpretarlo secondo la mia immaginazione. »
L’erotismo é approvazione della vita fino alla morte Bataille, in segno di sfida. Colette la raccoglierà.

Sappiamo che fu membro dell’Acéphale, l’unica donna di questa comunità segreta attraverso la quale Bataille, coinvolgendo gli amici, tento’ di mettere in scena, in maniera rituale e quasi liturgica, le sue ossessioni. Si è parlato d’orgia nella foresta di Saint Nom la Bretèche. Si é parlato di sacrificio. Un esemplare femmina di gibbone sotterrata a testa in giù e messa in agonia. Si vuole andare più lontano? Roger Caillois, uno degli iniziati afferma di si’: « Da non crederci, ma fu più facile trovare una vittima volontaria che non un sacrificatore disponibile» Si é detto che Colette fu la prima e che Bataille stavolta oppose il suo veto. L’eccesso trovava qui un suo limite …
Confessione dello scacco, fallimento teorico? Io ci vedo piuttosto un gesto d’obbedienza all’ingiunzione d’uno strappo. Quello dell’amore forse…
Qualche mese più tardi, a 35 anni, Colette si spense per tubercolosi. Bataille, che veglierà su di lei fino alla fine, poserà sulle labbra sigillate, una rosa di novembre, l’ultima del giardino.
—-

*pseudonimo scelto dall’autore de l’Histoire de l’œil, scandaloso per chi sappia decifrarlo .

Elisabeth Barillé é molte cose. Collabora a Sud e questo testo è inedito in Italia.
Il sito dell’autrice: http://www.elisabethbarille.com/

43 Responses to NON CONFORM/ Colette Peignot alias Laure

  1. arminio il 27 febbraio 2006 alle 14:06

    caro francesco
    bel dono!
    ridammi anche la tua mail voglio scriverti.
    la mia è farminio@libero.it

  2. francesco forlani il 27 febbraio 2006 alle 14:14
  3. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 27 febbraio 2006 alle 16:03

    Posso fornire un’indicazione bibliografica? Laure, “Storia di una ragazzina”, Scritti, frammenti, lettere. A cura di Anne Marie Boetti e Maria Caronìa. Milano 1976, Edizioni delle donne, pp. 284, Lire 8000.

  4. arminio il 28 febbraio 2006 alle 08:29

    questo bataille meritava maggiorni commenti. ma anche su nazione indiana le cose migliori hanno vita difficile.

  5. Marco Rovelli il 28 febbraio 2006 alle 11:01

    Bataille non può che essere, sempre, di troppo.
    In ogni caso non sono troppo d’accordo quando si centra la riflessione rispetto a Bataille sul suo “misticismo nero” – sulla scia di Sartre, che lo accusò di essere “vedovo di Dio”. B. in realtà giunge all’apex mentis, porta la ragione au limit – è il linguaggio che fa segno a se stesso.

  6. francesco forlani il 28 febbraio 2006 alle 11:27

    @Marco
    Conversione a ritroso: al Bene , valore lenitivo delle anime deboli, la supremazia liberatrice del Male. Più nessuna morale, ma dispendio assoluto, la trasgressione che, secondo le parole di Blanchot, amico suo, non « trasgredisce la legge ma la trascina con sé. »

    Secondo me in questo passaggio c’è l’anticorpo alla tentazione di trovare in Bataille la deriva del misticismo nero. Per certi versi Bataille è più vicino a Pasolini (la comune fascinazione per Sade?). Noto però che ci si stia soffermando sul nostro mentre figura assolutamente straordinaria di quella stagione letteraria è proprio questa donna, Colette Peignot e il suo “avanguardistico” coraggio.

    @ Arminio
    A partire da due non si è più soli. Qui siamo almeno in quattro, pour l’instant
    effeffe

  7. marco rovelli il 28 febbraio 2006 alle 12:41

    L’avvicinamento a Pasolini mi trova con.corde (ne parlavo proprio qui, quando scrivevo su Porcile). Però mi pare che la lettura pasoliniana di Sade vada in altro senso, forse opposto, rispetto a Bataille: laddove per questi Sade è il rovesciamento del platonismo, Pasolini dà una lettura delle 120 giornate come metafora del potere e della mercificazione.
    Quanto a Colette, ringrazio Giorgio per la citazione di un libro che immagino, ahimé, essere introvabile…

  8. francesco forlani il 28 febbraio 2006 alle 14:47

    due indicazioni bibliografiche e anch’io ringrazio GdC

    Peignot, Colette –
    Storia di una ragazzina : scritti, frammenti, lettere
    – Edizioni delle donne – 1981

    Laure, la sainte de l’abîme
    de Elisabeth Barillé
    Flammarion
    Broché – 377 pages
    (1 novembre 1998)
    effeffe

  9. marco rovelli il 28 febbraio 2006 alle 20:20

    Francesco (ci tengo a dirlo)…il ringraziamento a te era implicito…
    (però, non so perché, il sito della Barillè mi appare tutto nero – à propos – e senza vie d’uscita)

  10. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 21:09

    Io ho la seconda edizione, riveduta e ampliata, dice, ma la cosa curiosa è che dal colofon risulta stampata nel mese di settembre 1981, mentre nella pagina dove sono riportati i diritti (non mi ricordo come si chiama) c’è scritto:

    La diapositiva per la copertina ci è stata comunicata da Arturo Schwarz ed è estratta dal suo libro, L’amore è (sic) l’erotismo nella grafica surrealista, Multhipla, Milano 1982″

    Può darsi che il libro si Schwarz fosse in bozze, ma mi pare strano.
    Ancora più strano mi pare rivedere ciclicamente ripescati ( e ne se sono lieta) i libri che abbiamo della nostra giovinezza, a quando Unica Zürn?

  11. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 21:10

    Viva i refusi!

  12. temperanza il 28 febbraio 2006 alle 21:18

    Insomma, sembro ubriaca, scusatemi.

    Laure, Storia di una ragazzina. Scritti, frammenti, lettere. A cura di Anne-Marie Boetti e Maria Caronìa, Edizioni delle donne, Milano, 1981. 2° edizione riveduta e ampliata. 284 pagg. Trad. di Dianella Salvatico Estense

    L’indicazione bibliografica di Forlani è creativa:–)

  13. marco rovelli il 28 febbraio 2006 alle 21:40

    Temperanza, come non essere ebbri, in questa stanza batailleana?
    Non è che hai una seconda copia? ;-)

  14. Giorgio Di Costanzo (Ischia il 28 febbraio 2006 alle 21:51

    Unica Zurn , “L’uomo nel gelsomino”, tr. it. di Silvia Magliano e Lydia Magliano, Edizioni delle donne, Milano, 1980, pp. 240?

  15. temperanza il 1 marzo 2006 alle 00:21

    No, non ce l’ho una seconda copia:–)

    Ma prima della Zürn meglio il trovabilissimo Hans Bellmer, Anatomia dell’immagine, Adelphi, 2001, magnificamente tradotto da Ottavio Fatica.

    Eh, se si avesse un mecenate che ci permettesse di passare il tempo a leggere, saremmo veri pascià.

  16. Giorgio Di Costanzo (Ischia il 1 marzo 2006 alle 02:23

    Temperanza: ma io volevo offrirti la mia copia!

  17. temperanza il 1 marzo 2006 alle 10:19

    @GDC

    Ti ringrazio, ma io ce l’ho, offrila a Rovelli che mi pare la vorrebbe, certo questo del reperimento di libri usciti di catalogo potrebbe essere un côté imprevisto e gradito di NI.
    A me, se qualcuno ne avesse due copie, hanno rubato la prima edizione delle poesie di Pavese, con la copertina di cartoncino blu e il dorso di telina bianca, resto in fiduciosa attesa.

  18. marco rovelli il 1 marzo 2006 alle 13:22

    Qua si ruba la piazza a Fahrenheit, di questo passo…
    Il libro di Bellmer ce l’ho, è veramente bellissimo.

  19. geko il 2 marzo 2006 alle 12:58

    bello… grazie. Anche delle indicazioni biblio. Adoro parlare e sentir parlare di Bataille.
    pero’…”L’erotismo é approvazione della vita fino alla morte”..in realtà, è “fin dentro alla morte” (De l’érotisme, il est possible de dire qu’il est l’approbation de la vie jusque dans la mort. ). C’est très différent, à mon avis……

  20. tashtego il 2 marzo 2006 alle 13:51

    Bataille mi ha sempre annoiato a morte.
    Ma, a parte questo, che vorrai mai significare una frase come “nella crudeltà d’un pensiero che si è sognato puro prima di svegliarsi libero ?”?
    Aggiungo che in genere i francesi e i loro vezzi (di scrittura e non) – ma a chi può interessare? – mi annoiano a morte.
    Non tutti i francesi.
    Certi francesi solamente.

  21. tashtego il 2 marzo 2006 alle 13:56

    Aggiungo che in questo pezzo della Barillè si cerca inutilmente un centro, un concetto formato cui aggrapparsi.

  22. gabriella fuschini il 2 marzo 2006 alle 14:07

    Tash, posso esprimere vera ammirazione per quanto hai scritto? Bataille ho provato a leggerlo, mi annoia da morire e non lo leggo. E mi annoiano gli intellettualismi su Bataille.

  23. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 14:23

    Senza polemica, trovo insensato intervenire per dire che una cosa annoia. Tanto più se poi ci si chiede “cosa mai significherà”. Se una cosa annoia non interessa, punto. Dopodiché noi qui che amiamo Bataille potremmo dirti (dopo aver evitato un bel chissenefrega) che a noi non ci annoia, invece: ebbene, in che cosa ci siamo arricchiti ora che te l’ho detto? In niente. —- Nemmeno ti arricchirei se adesso ti spiegassi “cosa mai significa” quella frase: che, ti assicuro, ha un senso ben preciso, chiaro e distinto. Ché la formulazione retorica dell’interrogativo fa capire che non interessa la risposta. E’ solo un modo per tacciare di ‘intellettualismo’: ma cosa ne sapete voi di chi quelle pagine le ha vissute con la carne, le ha respirate, le ha tremate? Che presunzione.

  24. temperanza il 2 marzo 2006 alle 14:58

    Il significato della frase “nella crudeltà d’un pensiero che si è sognato puro prima di svegliarsi libero” si chiarisce nel paragrafo immediatamente successivo. E ancora di più io credo, se si legge:

    Bataille, Mia madre, editrice l’airone, 1969

    o anche:

    Bataille/Sartre/Hyppolite, Dibattito sul peccato, a cura di Pierre Klossowski, Shakespeare & Company, Milano 1980

    Anch’io ho letto Bataille con grande passione e coinvolgimento, capisco che possa non interessare, ma è vero che basta non leggerlo.

  25. gabriella fuschini il 2 marzo 2006 alle 15:05

    Marco, io rispetto il tuo amore per Bataille e rispetto anche te, lo sai. Però io ho pure il diritto di dire che una cosa mi annoia o i commenti servono solo se positivi? Non sono presuntuosa, comunico la mia incapacità di trovare un senso in quelle pagine. Non ho espresso giudizi su chi lo ama. Mi sono piaciuti altri pezzi della Barillé su NI e questo no. E’ lecito non amare un autore, se no saremmo tutti uguali. E’ lecito avere anche il coraggio di dire che un autore molto amato, io non lo amo. Poi se da fastidio commenterò solo ciò che mi piace.
    un caro saluto.

  26. temperanza il 2 marzo 2006 alle 15:16

    @gabriellaF

    Ma infatti, sono d’accordo, non ha senso scannarsi, ma è vero che niente come le cose scritte attizzano le passioni vive:–)

  27. temperanza il 2 marzo 2006 alle 15:17

    niente come le cose vive “attizza”!! ecchediamine, mi mando a settembre da sola.

  28. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 15:19

    Certo, Gabriella, che è lecito non amare un autore. Anchi’io mi scopro spesso “incapace di trovare un senso” in molte cose che altri amano: ora, se per alcune cose sono felice di non trovarlo (che so, in una fiction televisiva, per dire la prima stupidata che mi viene in mente), altre volte so di aver perso qualcosa. Così, mi pare per me più sensato e fecondo cercare di cogliere ciò che non ho colto.
    Invece l’intervento di tashtego mi è apparso presuntuoso (e per proprietà transitiva anche il tuo) perché attacca di insensatezza qualcosa che invece è assolutamente dotato di senso. (ancora: si può concepire di non aver capito qualcosa?)
    Inoltre: se qualcuno dice di vezzi e intellettualismi (ma quali sarebbero questi intellettualismi occorrerebbe precisarlo, altrimenti è una sventagliata che colpisce tutti) rispetto a una cosa che mi ha segnato in profondità, qualcosa che scuote e fa contagio – allora lasciami saltare su. (Come se qualcuno insulta il tuo uomo – è un fatto di passione, capisci?)
    Detto questo, la mia amicizia per te resta immutata.

  29. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 15:20

    ecco, vedo che temperanza mi ha anticipato nel parlare di passioni…

  30. tashtego il 2 marzo 2006 alle 16:13

    ok, sarò presuntuoso nel dire che Bataille mi annoia.
    e lo so che non frega un cazzo a nessuno.
    e anche: ok la frase che segue “chiarisce” quella che precede, cioè “nella crudeltà d’un pensiero che si è sognato puro prima di svegliarsi libero”.
    tuttavia il pezzo non mi piace, non dice e cincischia, si pasce di imprecisioni e metafore, presuppone una conoscenza pregressa di vita e opere del Nostro.
    come dire: se non avete letto Bataille, che ve lo dico a fare?
    è esattamente questo atteggiamento intellettuale che trovo non del tutto onesto, anche se ha molti adepti perché forse li fa sentire meglio.
    magari ho torto.

  31. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 16:23

    Tashtego, a me il pezzo della Barillé non era piaciuto troppo. Anzi, avevo tenuto a marcare una differenza nel mio primo intervento. E forse è vero che richiede conoscenze pregresse. Ma poi il discorso si era spostato su Bataille, ed era lì che ho espresso il mio disappunto. In ogni caso mi pare ci siamo un po’ compresi, inch’allah.

  32. effeffe il 2 marzo 2006 alle 16:29

    @Gabriella Fuschini e Tashtego
    anche voi mi annoiate ma mi sembra meno grave della noia che Bataille suscita in voi. Trovo inoltre inutili questi interventi. O l’argomento vi interessa – a me piacerebbe sapere da Temperanza come fu “recepito” il libro di Colette Peignot (Laure) in Italia e come mai fu pubblicato dalla
    libreria delle donne- o non vi interessa e allora passate oltre. La vostra noia non ci aiuta e dubito che aiuti anche voi.
    In questi minuti ho ripreso un vecchio e fondamentale libro per me, la letteratura e il male, di Bataille. Non farebbe male nemmeno a voi (soprattutto Gabriella)
    effeffe

  33. tashtego il 2 marzo 2006 alle 17:24

    carino quell’anche voi mi annoiate, effeffe.
    e bello quel “non farebbe male”.
    naturalmente nessuno si prende la briga di dire una sola parola su bataille.
    quando qui difendevo wallace da attacchi inconsistenti, almeno provavo ad argomentare, ad incentivarne la lettura.
    e però per effeffe non si degna.

  34. temperanza il 2 marzo 2006 alle 18:16

    @ff

    Negli anni settanta c’era un’attenzione molto forte da parte delle donne verso le donne artiste e la loro invisibilità e marginalità, adesso le cose sono cambiate, da un lato in meglio, perché il cerchio d’ombra si è ristretto, dall’altro però le donne sono meno militanti, io per prima;–)

    Donne come Laure, la Zürn, Camille Claudel e tante altre spesso suicide o finite in manicomio erano viste, sempre che fossero viste, come grandi ombre, personaggi minori e irrisolti a fianco dei loro compagni, Bellmer per la Zürn (l’uomo nel gelsomino però è Michaux), Bataille per Laure. Insomma, gli amanti erano sempre più grandi, e che fossero famosi le oscurava ancora di più. Per questo la Peignot e la Zürn sono state pubblicate da case editrici militanti. E poi non avevano scritto opere vaste, non erano scrittrici di romanzi, praticavano una scrittura marginale, frammentaria, autobiografica. Le scrittrici lesbiche paradossalmente erano più forti (o almeno questa è la mia impressione), la Yourcenar, la Bishop, queste donne invece si sono bruciate di più e più in fretta e hanno scritto al massimo un libro, raccolto poi avventurosamente dagli amici.

    Allora, ma sono passati trent’anni e certo qualcosa ho dimenticato, libro è stato accolto con interesse dalle donne e con spirito documentario ma non attentissimo (se non ricordo male) dagli uomini, o almeno dagli uomini che io frequentavo.

  35. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 18:24

    Per fortuna ci sono state donne ‘scompagnate’ come la Duras. Mi piacerebbe sapere, Temperanza, com’era ‘sentita’ dalle militanti femministe.

  36. temperanza il 2 marzo 2006 alle 19:19

    Non ne ho idea, ff, non sono mai stata femminista in senso stretto, dopo un paio di riunioni ho capito che non faceva per me, la letteratura non mi interessava in un’ottica di genere, anche se vedevo e vedo e naturalmente sono sensibile alle distorsioni che nella recezione delle opere ha portato una società maschilista.
    Sono molto più in sintonia con la Muraro di adesso che di allora, tanto per dire. Certo, leggere la Irigaray ti faceva aprire gli occhi, se già non li avevi aperti da te, ma il femminismo militante (dal mio personalissimo punto di vista e fatte salve le battaglie doverose) era una gran palla e mi pareva che mi facesse perdere tempo, teoricamente parlando.

    Mi interessana la Djuna Barnes perché aveva scritto Bosco di notte, non perché era una donna, che fosse una donna me la rendeva più prossima, ma se Bosco di notte fosse stato un libro poco interessante sarebbe finito nel cestino.

    Come vedi da questo punto di vista valgo poco;–)

  37. marco rovelli il 2 marzo 2006 alle 19:56

    Grazie per questo poco…;-) intanto recupero la Barnes.

  38. temperanza il 2 marzo 2006 alle 20:15

    Scusami marco, ti ho chiamato ff.
    Se ti interessa l’argomento la rivista di Diotima (una comunità di filosofe nata nel 1984 presso l’università di Verona) ti può dire molto di più. Non dovrebbe essere difficile trovarla in biblioteca. Io ne ho qui un numero, per esempio, che si intitola “Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale”, in cui si parla anche della Weil (ovviamente!) e della Morante. Ma come ho detto l’ottica, per altro molto interessante, è di genere.
    Ciao

  39. gabriella fuschini il 3 marzo 2006 alle 00:47

    @ francesco:
    Non ho parole! E aggiungo: ognuno segue i propri percorsi e esplora come meglio crede le tenebre e il male, con le letture che più gli sono congeniali.

    Grazie a Temperanza e a Marco per aver compreso. Il bosco di notte è un romanzo folgorante, fuori catalogo purtroppo.

  40. temperanza il 3 marzo 2006 alle 11:08

    Per chiudere (da parte mia), un pezzetto tratto dal “L’azzurro del cielo” di Bataille(Einaudi, I969)

    “Nel periodo della mia vita in cui fui più infelice, incontrai spesso – per ragioni poco giustificabili e senza l’ombra di attrazione sessuale – una donna che mi interessava soltanto per il suo assurdo aspetto: come se la mia sorte esigesse che un uccello di malaugurio m’accompagnasse in quella circostanza.

    La vedevo, di solito, in un bar ristorante dietro la Borsa. La facevo mangiare con me. Riuscivamo difficilmente a finire un pasto. Il tempo se ne andava in discussioni.
    Era sui venticinque anni, brutta e visibilmente sporca (le donne con le quali uscivo prima erano invece ben vestite e belle). Il cognome, Lazare, s’addiceva al suo aspetto macabro meglio del nome proprio. Era strana, anzi piuttosto ridicola. Per spiegare in qualche modo il mio interesse per lei, bisognava supporre un mio disordine mentale. Questo, almeno, dicevano gli amici che incontravo in Borsa.
    Era, in quel momento, la sola persona che mi aiutasse a sfuggire alla prostrazione: appena oltrepassava la porta del bar – la sua figura malmessa e oscura sulla soglia di quel luogo consacrato al caso e alla fortuna, era una stupida apparizione della sventura – le andavo incontro per accompagnarla al mio tavolo. Portava abiti neri, sgraziati e macchiati. Pareva non vedesse nulla davanti a sé, spesso urtava i tavoli passando. Senza cappello, i capelli corti, irti e spettinati le creavano ali di corvo intorno alla faccia. Aveva un gran naso da ebrea magra, la carnagione giallastra usciva da quelle ali sotto occhiali cerchiati d’acciaio.
    Metteva a disagio: parlava lentamente con la serenità di un’indifferenza totale; la malattia, la stanchezza, la miseria o la morte non contavano nulla ai suoi occhi. Supponeva a priori negli altri il più calmo distacco. Esercitava un fascino, e per la sua lucidità e per le sue idee da allucinata. Le davo il denaro necessario per stampare una minuscola rivista mensile cui attribuiva molta importanza. Vi difendeva i principi d’un comunismo molto diverso dal comunismo di Mosca. Per lo più pensavo che fosse realmente pazza, da parte mia era uno scherzo malevolo quel prestarmi al suo gioco. La frequentavo, credo, perché la sua agitazione era altrettanto fuori luogo, altrettanto sterile della mia vita privata, e nello stesso tempo altrettanto torbida. Quel che mi interessava di più in lei, era l’avidità morbosa che la spingeva a dare la sua vita e il suo sangue alla causa dei diseredati. Riflettevo: dev’essere un sangue povero di vergine sporca.”


    E’ un po’ lungo, ma mi perdonerete, spero, solo qualche anno dopo averlo letto ho scoperto che il modello di Lazare era Simon Weil.

  41. temperanza il 3 marzo 2006 alle 11:09

    SimonE Weil, ovviamente

  42. LaGiardiniera il 3 marzo 2006 alle 13:24

    Non lo sapevo, grazie @t., che ce lo hai copiato (tra l’altro è molto bello)

  43. furlen il 4 marzo 2006 alle 14:53

    @temperanza
    scusa se intervemgo a singhiozzi- mai termine fu cosi’ appropriato per la condizione che l’accompagna- ma volevo ringraziarti della risposta e aggiungere che trovo Diotima e in generale il lavoro della Muraro tra i più interessanti sul versante filosofico italiano (insieme a Paolo Virno, evidentemente). Eppure non ho mai compreso fino in fondo la resistenza a un’autrice come Helene Cixous completamente trascurata in Italia. Come mai?
    effeffe
    ps
    il romanzo citato da Temperanza potrebbe essere un primo passo per vincere il vostro dis-amore, cari Tashtego e Fuschini. Insisto però sul saggio la letteratura e il male dove a mio parere Bataille offre delle letture (tra queste Kafka) assolutamente illuminanti . Poi magari si va a uncaffè e testi alla mano si discute, però si sa queste cose possono anche annoiare…
    effeffe



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