Favola blu

3 marzo 2006
Pubblicato da

di Fiammetta Cirilli

Quella sera, mamma e papà Paperotti ritardavano. Erano le otto passate e ancora non tornavano a casa. I piccoli non sapevano proprio spiegarselo.
– Forse hanno perso la strada per qui – disse Camilla con fare sentenzioso. I fratellini la guardarono sbalorditi: com’era possibile? mamma e papà non erano grandi abbastanza da non smarrirsi mai?
– Tutti si perdono, ogni tanto – ripeteva Camilla. Poi, più rassicurante: – Vedrete che presto saranno a casa.
Bibino però non era per niente tranquillo. Sbuffava, balbettava frasette incomprensibili e sembrava lì lì per piangere: gli occhioni grandi come due uova al tegamino, lucidissimi.
– Mamma mi av…aveva… det..toto…dedetto… la favol… ffaffa…

– Bibino! – lo rimproverò Camilla che, niente affatto spaventata dal ritardo dei genitori, aveva preso a far la massaia: si era infilata il grembiulone da cucina, aveva apparecchiato la tavola con l’aiuto dell’orsetto Panna e ora seguiva in TV le notizie del telegiornale. Tale e quale a una brava donnina.
– Che ci cucini per cena? – chiese allora Duccio. E Jesus, l’altro orsetto di pezza, saltellando da un lato all’altro della cucina: – Sì, sì… che ci cucini per cena? mica gli spinaci… non li vogliamo gli spinaci, noi…
– Voglio mamamamma…. – frignava Bibino.
– Insomma! come siete noiosi… siete proprio dei bambini piccoli! – tagliò corto la ragazzina mentre frugava la credenza in cerca di qualcosa da cucinare. Mise a soqquadro tutto: ma c’era solo roba complicatissima… barattoli e barattoli di conserve, per esempio. Però mamma l’aveva spiegato mille volte a tutti: i barattoli di conserve non vanno aperti, è rischioso, ci si può far male alle mani…
La pastasciutta andava fatta bollire nel calderone: operazione molto pericolosa, a detta di papà. Ma pure accendere il forno per riscaldare le patate avanzate da pranzo era difficile. Non parliamo poi dello scongelare al microonde uno di quei misteriosi pacchetti del freezer…
– Non li vogliamo gli spinaci, non li vogliamo! – gracchiavano Duccio e Jesus in coro. Lo stomaco vuoto di Panna a tempi alterni brontolava, e sembrava far loro da eco.
– Quando totorna mamma? Quando totorna? – era il ritornello che di suo cantilenava Bibino. Mentre, a sottofondo di tutto, si percepiva il crunch crunch di Mimmo…
– Mimmo! Ma che ti stai mangiando? – fu la domanda stupita degli altri, all’unisono. Il crunch crunch finì di botto. Ma non servì poi a molto: bastò che Duccio allungasse la testa sotto il tavolo per scoprire che Mimmo, rintanato lì da un bel pezzetto, aveva fatto piazza pulita di tutti i biscotti, della cioccolata e pure dell’ultimo grammo di pizza col pomodoro. Di mangiabile adesso in casa non rimaneva proprio più niente…
– Ingordo!
– Brutto cattivo!
– Ciccione!
– Voglio mamamma! Mamamma!
– BASTAAA!!!! – urlò Camilla. Si tolse il grembiule e guardò storto i fratelli, dal primo all’ultimo.
Ma davvero fare la mamma era una faccenda così antipatica?

Quando finalmente furono di ritorno a casa, mamma e papà Paperotti rimasero incuriositi a guardare la luna in cielo. Avevano appena parcheggiato la vecchia Cinquencento, faceva un gran freddo, e avevano fretta di andare al coperto per scaldarsi accanto alla stufa. Però la luna quella sera aveva proprio qualcosa che non andava, anche un cieco se ne sarebbe accorto.
– Ma che è successo? L’hanno tagliata? – chiese la mamma. E il babbo: – Sembrerebbe…
La luna aveva uno spicchio in meno come una torta appena cominciata. I bordi erano piuttosto irregolari, quasi che a ritagliare quella fetta fosse stata una mano inesperta con un coltello male affilato. Inoltre, tutto intorno nel cielo erano rimaste sparpagliate briciole e briciolette.
– Chi sarà stato?
Nessuno in città aveva fatto caso a quel furto. Era l’inverno più freddo e secco che anima viva si ricordasse, di che meravigliarsi se tutti rimanevano tappati in casa a guardare la televisione?
– Dobbiamo avvertire i pompieri, la polizia, i giornali – disse mamma Paperotti. Si spicciò a cercare le chiavi nella borsetta, mentre il marito calcolava a occhio quanta luna fosse sparita. Più in fretta che seppero, aprirono il cancelletto e poi il portoncino. Entrarono in casa: li sorprese un silenzio irreale.
I bambini aspettavano in cucina. Accucciati sulle seggiolette, assonnati, con le pancine ben tonde e satolle. Sul pavimento tutto intorno era sparso un tritello chiaro chiaro come sabbia, sicché, camminandoci sopra, scricchiolava.
– Bambini, che avete mangiato? Le avete lasciate voi tutte queste briciole in terra? E perché avete quelle faccette serie?
I piccoli avevano davvero l’aria di uccellini in gabbia. Non fiatavano nemmeno, e tenevano gli occhi bassi, fissi ai piedi di mamma e papà.
– Allora? Vi decidete sì o no?

Il guaio l’aveva preparato l’orsetto Jesus, quel pasticcione. Aveva cominciato col protestare che moriva di fame, che moriva veramente di fame, bum! e si era buttato a terra fingendosi svenuto. Aveva riaperto gli occhietti solo quando Camilla aveva promesso solennemente che avrebbe trovato qualcosa da far mettere sotto ai denti dei suoi fratellini.
– Sì, ma bada che non siano spinaci, ché gli spinaci io non li voglio… – aveva rintuzzato Jesus, e poi era tornato a fingersi svenuto.
Cupa come una civetta, la bambina aveva ragionato sul da farsi per buoni cinque minuti finché, stringi stringi, aveva preso quella che le era sembrata la più brillante delle decisioni: tagliare una fetta di luna, condirla un pochino, e cenarci.
– Una fetta di luna? Uhao! – era stato il commento di Panna.
– Luluna… ma… la luluna non ricresce, però – aveva detto preoccupato Bibino.
– Luna? Sì! Sembra una pizza ai quattro formaggi – di rimando, tutti gli altri.
Certo, pare facile tagliare una fetta di luna. Però quel che è detto è detto, e le promesse bisogna pur mantenerle. Così Camilla infilò il cappottino, il berretto e i guanti, prese un coltello di plastica e una scodella capiente, chiese in prestito a Mimmo il camioncino dei pompieri con la scaletta estensibile e uscì in giardino per procurarsi quel cibo insolito, stravagante.
Bibino, timoroso che potesse farsi male, la seguì con in mano una torcia elettrica.
– E noi? Non l’aiutiamo noi? – chiese Duccio ai fratelli con un tono severo, a rimprovero. Al che, un po’ per curiosità, un po’ per dovere, tutti quanti i piccini si imbacuccarono e affondarono i piedi e il nasetto in quella notte invernale buona soltanto per dormirci un po’ sopra.

La scaletta del camioncino non arrivava fino alla luna, anche allungandola tutta. Toccò rimediare alla bene e meglio: così Bibino si arrampicò sulla schiena di Mimmo, che era il più grosso di tutti e avrebbe retto un esercito. Su Bibino salì Duccio, e poi Panna, e poi di seguito Jesus e Camilla, col coltelluccio e la scodella ben stretti nella mano. Ma la luna non la riuscivano neppure a sfiorare, neanche se si alzavano tutti quanti insieme sulle punte dei piedi e stiracchiavano le braccia fino a farle indolenzire…
– E ora? Come facciamo?
– Aiuto! Sto per cascare!
– Milla, spicciati…
– Milla, scendi giù…
Ma Camilla non l’intendeva di tornar giù… c’era da prendere un pezzo di luna, lei l’avrebbe preso. Per questo si sforzò, strinse i pugnetti, si sollevò sulle punte dei piedi quanto seppe e ancora di più, si sollevò con tutto il corpo, e sembrava che volasse…
La luna, forse, gli andò di qualche centimetro incontro. Fatto sta che si afferrarono: la luna tirò su Camilla, se la mise a cavalluccio e le disse pure dove avrebbe dovuto tagliare perché la cena fosse più saporita e abbondante. Ma prima le fece guardare da vicino le stelle, e il mondo, e la torre bizzarra di nasi all’insù che formavano i suoi fratellini.
– Non ti faccio male se ti prendo una fetta? – chiese la bimba per educazione. Ma la luna assicurò di no, c’era anzi abituata perché la gente che saliva fin là per riempirsi lo stomaco era tanta, e sempre piuttosto affamata.
– E chi sono? Bambini come me?
– Bambini, sì. Ma anche poeti, innamorati, matti, sognatori, e donne dagli occhi tristi – rispose la luna.

Aveva tagliato una fetta enorme, non voleva nemmeno che venisse così grande, ma che farci? era capitato. I fratellini non la smettevano di leccarsi i baffi mentre, ormai al riparo nel tinello di casa, rosicchiavano anche l’ultimo resto di quel cibo speciale.
– Quando ci ritorni a prendere un po’ di luna?
– È buoni…buo…buonissima…
– Sa di miele!
– Sa di panna montata!
– Sa di ragù!
– Meglio, molto meglio delle cose che ci cucina mamma!
Camilla sbocconcellò a mala pena qui e lì, assaggiando senza nemmeno far caso al sapore. Aveva ancora negli occhi il ricordo di quel volo notturno, la terra rimpicciolita, la luce della luna e la sua strana voce venuta fuori come da una matassa di lana. Immaginava come dovesse figurare ora nel cielo: rotonda, e con un grande spicchio in meno.
L’avrebbe mai scoperta qualcuno?

Quando Camilla ebbe finito di raccontare per filo e per segno ai suoi genitori cos’era successo quella sera, si aspettava un rimprovero o chissà che cosa. Anche Bibino, Duccio, Panna, Jesus e Mimmo erano preparati al peggio. Solo che non successe proprio un bel nulla. Babbo e mamma risero di cuore, assaporarono qualche minuzzolo di luna rimasto nei piatti e sui vestiti dei loro piccoli, la trovarono ottima e il discorso finì lì, tra uno sbadiglio e l’altro.
Andarono quindi tutti a nanna. Tutti, tranne Camilla che rimase affacciata alla finestra della sua cameretta per controllare che la luna non si rimpicciolisse troppo a forza di sfamare poeti, innamorati, donne tristi, bambini, e gente che voleva ancora sognare…
– Non temere, sai. Ci sarò sempre – le sembrò poi che le confidasse con la sua solita voce fioca. Camilla, forse già dormendo, sorrise.
La notte non fu mai tanto breve come allora.

*
Da: bina[ lettera aperta portatile (a)periodica di marco giovenale e massimo sannelli ]
http://slow-forward.splinder.com e http://sequenze.splinder.com
Roma-Genova sabato 24 dicembre 2005 : n. 57

11 Responses to Favola blu

  1. gianni biondillo il 3 marzo 2006 alle 16:31

    Splendida. La leggerò stasera stessa a mia figlia.

  2. mauro il 3 marzo 2006 alle 20:56

    ..Per il Mozzi 234 commenti…per un “soffio”..siamo solo in due! :-)

  3. Trespolo il 3 marzo 2006 alle 21:24

    E’ STUPENDA! Fiammetta, questa te la rapino e me la rivendo sabato prossimo col nipote, che mi toccherà (finalmente) il ruolo di zio baby sitter :-)

    Buona serata. Trespolo.

  4. mauro il 3 marzo 2006 alle 23:42

    ..vedo siamo gia’ in TRE..ho deciso di trascriverla..e posarla su di una nuvola di zucchero filato..!! :-))

  5. LaGiardiniera il 4 marzo 2006 alle 02:00

    Mi aggiungo, così facciamo quattro: davvero splendida. Mi ha ricordato una delle Cosmicomiche sulla Luna.

  6. Raffi il 4 marzo 2006 alle 10:04

    Inconsapevolmente devo aver mangiato un bel po’ di luna anch’io… fortuna che non le ho fatto male.

  7. lo il 4 marzo 2006 alle 16:56

    facciamo cinque!
    Si trovano spesso favole in cui si cerca di raggiungere la luna per portarsene via un pezzettino e anche se si assaggia non riusciamo mai a gustarcela perchè non conosciamo il gusto della luna e così diciamo che sa di ragù o di cioccolato o di ben altro che conosciamo molto bene e che ci piace molto. Non riusciamo a gustarla perchè non la conosciamo o perchè siamo semplicemente dei sognatori… voremmo che la luna soddisfasse i nostri desideri e lo crediamo a tal punto che un gusto dobbiamo pur trovarlo. Altra ipotesi: siamo così vicini a raggiungerla che ci tiriamo indietro perchè poi ci manca. è lo stesso principio per il quale non vorremo mai conoscere il nostro mito. Nel momento in cui lo si incontra, scompare. anche l’immagine delle donne dovrebbe cambiare. Sono stufa di sentire che le donne sanno soffrire più degli uomini e che sono molto più forti. In questa favola si dice che le donne che vanno dalla luna sono quelle con gli occhi tristi, mai una volta che si dica che dalla luna vadano sognatrici, poetesse e uomini con gli occhi tristi.

  8. aledeca il 6 marzo 2006 alle 10:08

    Una favola! ;)

  9. francesco forlani il 6 marzo 2006 alle 10:32

    Fiammetta sa di avere in me uno scatenatissimo fan. Sono parole da mandare a memoria come in Fahrenheit, perchè non vadano perse.
    effeffe

  10. stefano zangrando il 6 marzo 2006 alle 10:43

    @Lo

    “In questa favola si dice che le donne che vanno dalla luna sono quelle con gli occhi tristi, mai una volta che si dica che dalla luna vadano sognatrici, poetesse e uomini con gli occhi tristi.”

    E’ il mondo “tradizionale” della favola, baby.

    Quello che dici tu, però, secondo me nella realtà, oggi, capita ancora più spesso.

  11. angelo cic il 8 marzo 2006 alle 11:04

    le favole! a cinquantanni riescono ancora a rallegrarmi-ogni tanto ne scrivo qualcuna anch’io per i miei bambini- e sognare.ne ho mangiato di luna finora! pane,nutella e luna neanche fosse una raccomandazione di uno specialista di diete fantastiche.la luna ha il suo potere taumaturgico e spesso ai miei bambini mi raccomando:se c’è qualcosa che non va ditelo alla luna!brava fiammetta.mi ha fatto ricordare anche un episodio giovanile legato alla luna.”amore facciamolo ,una volta tanto,romantico! continuava a sollecitarmi quella gnocca che frequentavo da ragazzo e che accucciavo nella mia 85o fiat abarth color nocciola chiaro.Non è che a me difettava,sebbene la giovine età,un sano e vigoroso romanticismo;alla bisogna mi bastava sfogliare il mio fumetto preferito,diabolik,e sapevo ripetere alla perfezione da attore consumato frasi e occhiate di terra che il mio eroe rivolgeva al suo grande amore eva kant.
    riuscivo a volte a calamitarla con gli occhi e le cambiavo la vita dentro,un pò come succede tra la luna e noi.Che ne sapeva la mia gnocca che tra una storia d’amore e la luna avrei scelto senza rimpianti e tentennamenti di guardare la luna,all’infinito,proprio come leopardi che stavo giusto studiando alle superiori.Che chissà quale mistero intrinseco attraeva anche lui come poeta ugualeuguale alla luna.Eppure a vederla così,farsi largo nel cielo quando è ancora giorno,farsi grande e piccola a seconda del calendario e risplendere appena può nella notte stellare,non si direbbe che è lei ad indicarci molto spesso la strada che governa le nostre vite,anche se molti di noi forse non lo sospettano nemmeno.Influenza i nostri gesti,le nostre passioni,il nostro aspetto fisico e determina la riuscita più o meno postiva di atti quotidiani apparentemente casuali.Talmente vero che volli sperimentare su di me questo potere astrale.Alla mia gnocca,che chiedeva anche un pò di romanticismo ho voluto rispondere alla grande.Ho aspettato con un filo lungo di pazienza e commozione,nonostante il bombardamento di espressioni sceme della partner mai doma,i giorni di luna calante ovvero tra ogni luna piena e ogni luna nuova,come queli dal 14 al 18 e dal 24 e 27 febbraio,oppure dal 15 al 17 e dal 23 al 26 marzo o ancora dal 19 al 24 aprile.Motivo?
    Nella fase di luna calante i pantaloni venivano giù,calavano,anche loro in maniera magica e dall’interno si sprigionava tanto magnetismo e tanta poesia.notti magiche.Inutile aggiungere che alla gnocca piaceva talmente tanto che riusciva ad immaginarsi in periodo di luna piena trasformandosi in una licantropa affamata di me o solo di sesso,mai scoperto se fosse anche romantico.Auguri alle donne e alla nostra luna comune.



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