Ammazza la vecchia 2

4 marzo 2006
Pubblicato da

di Elio Paoloni
03524715.jpgCome notava Vito Bruno sul Corriere del Mezzogiorno, Sergio Rubini non è realmente interessato alla Puglia: La terra non si occupa della realtà antropologica cara a Edoardo Winspeare, e neppure della trasformazione epocale del microcosmo cittadino esplorata da Alessandro Piva. Rubini ha da fare i conti con un Sud stilizzato, arcaico. Con il sangue, con l’eredità biologica, con la Famiglia. E il professor Luigi Di Santo i conti con la famiglia li regola allo stesso modo di Michael Corleone nel Padrino. Colto, benpensante, proiettato nel futuro, urbanizzato (americanizzato), legato a una donna non meridionale (non italiana), Bentivoglio-Al Pacino torna per un breve periodo a una famiglia che ormai lo disgusta. Quando i fratelli vengono coinvolti in fatti di sangue, però, si ritrova a caricarsi sulle spalle tutto il peso della famiglia, riunita nella copertura di un assassinio. In tutti e due i film a riunire e a pacificare non è l’affinità del sangue che scorre nelle vene dei fratelli ma l’estraneità di quello versato per strada. Il succo è lo stesso: non si sfugge all’eredità (della terra ma soprattutto biologica). Il destino del meridionale è segnato: per quanto lontano vada, basta che rimetta piede al paesello e resta impaniato nel familismo amorale.
Tullio Kezich sul Corriere della Sera cita I fratelli Karamazov. E questo ci riporta a un film girato da un ebreo newyorchese nelle atmosfere felpate di Belgravia, anni luce dalla masseria di Rubini: anche per Match Point si è molto parlato di Dostoevskij. Non sempre a proposito, dato che il tomo di Delitto e castigo veniva inquadrato da Woody Allen solo per preparare meglio il colpo di scena finale, per farsi beffe dell’idea di un castigo non solo inevitabile ma quasi agognato dal peccatore: nessun rovello etico nel film di Allen, solo audacia e immaginazione. E culo: il mondo è il regno del caso, le traiettorie delle palline da tennis assomigliano a quelle delle particelle subatomiche come le ha tracciate Heisenberg. Naturalmente nella vicenda dell’arrampicatore sociale la famiglia di origine non esiste. Il tennista sradicato viene adottato da un’altra famiglia, ma rimane sostanzialmente solo, come sola è la vittima, anche lei sradicata. Il protagonista difende un benessere recentemente strappato, non tramandato.

Resta il fatto che due pellicole importanti si sono permesse di infrangere le regole: il colpevole resta impunito (e in sala sembra di sentir scrosciare gli applausi). Nasce il noir a lieto fine, con somma gioia degli spettatori. Non sono certo i primi in assoluto, è vero, ma i precedenti vanno ricercati tra filmetti che strizzavano l’occhio, macchine narrative per passare il tempo.

Livio Romano era rimasto scandalizzato dalla reazione del pubblico al finale di Match Point. Come si fa a fare il tifo per il cattivo? Cosa siamo diventati? Io avevo minimizzato, dissertando sull’abilità del regista, che riesce a rendere simpatico il cattivo e insopportabile la buona. E’ un escamotage per spiazzare, argomentavo: con questa sua imprevedibile eccezione, Woody Allen è riuscito a sorprendere davvero gli spettatori. Del resto il regista si guarda bene dal dare un giudizio favorevole, il suo è pur sempre un quadro corrosivo. Abbiamo un bellimbusto che ammazza la vecchia giusto per far scena. Se lo spettatore gioisce è colpa sua.

Ma al secondo film assolutorio mi ritrovo a sussultare anch’io. Soprattutto perché nel finale di La terra non c’è traccia della cupezza in cui dovrebbe sprofondare chi condivide un colpevole segreto (come accade nei classici sulla provincia francese che pure sono stati tirati in ballo a proposito del film). Il finale è gioioso, anzi giocoso: si riagguanta un’innocenza perduta, una ben strana innocenza. Il professore è orgoglioso di quello che fa. E noi lo siamo insieme a lui, questo è il problema. Gongoliamo quando intima alla sua donna (che dava per assodata l’emancipazione) di tacere e aspettare a casa. Che queste son cose da uomini. Ritrovare l’orgoglio meridiano significa riappropriarsi della giustizia del clan, del rifiuto della legge, del maschilismo? E’ questa l’appartenenza che Rubini invoca nelle interviste? Non c’è scampo? Non diventeremo mai Cittadini?

La terra ci predispone all’adesione amorale molto più della trasferta alleniana: a Mesagne non ci sono innocenti liquidati per amore del lusso, ma un criminale giustiziato. Non delitto per rivalità, o per interesse, come ci era stato fatto credere inizialmente, ma condanna a morte per mano di un giusto. Giustizia “socialmente impegnata” ma pur sempre privata. Forse era meno amorale Match Point, nel quale il protagonista, fedele alla caratteristica tutta inglese delle scommesse, gioca d’azzardo, in solitario: o la va o la spacca, 50 e 50, se l’anello supera la barriera tu vieni scaraventato all’inferno. Nel sud di Rubini invece “sai” che in famiglia, alla fine, troverai sempre chi ti fornisce un alibi, chi si vende la terra, chi si accorda con un testimone.

Il carattere vendicativo dell’omicidio dell’usuraio induce a chiedersi: siamo nel solco tracciato da Kill Bill e dalla trilogia di Park Chan-wook? Tutt’altro versante, certo, questo dei manierati omaggi ai film di serie B. Ma un aspetto li unisce agli altri due: sono accattivanti. Charles Bronson si rivolgeva a un pubblico ristretto e i vari Giustiziere della notte sono stati immediatamente bollati di fascismo, irresponsabilità, esaltazione degli istinti criminali. Nulla del genere succede per queste pellicole. I critici sollevano sì la questione ma solo come uno degli elementi della recensione: ne soppesano l’aspetto tecnico, estetico, relativo all’efficacia e all’incisività della sceneggiatura. Per Match Point Claudio Carabba si è limitato a un “né bello né istruttivo, ma maledettamente realistico”. Per il film di Rubini, Kezich accenna a una “sanatoria non del tutto convincente” e Bruno delinea il messaggio inquietante trattandolo però come un elemento accessorio: “a volerci ricavare una morale”. Ma la morale è proprio ciò che salta agli occhi, anzi passa per le viscere, non c’è bisogno di rifletterci e organizzarla in discorso. C’è una frase importante verso la fine: “Se non lo facevi tu, prima o poi lo facevo io” dice uno dei protagonisti a un fratello. La cosa andava fatta. Chi ti intralcia, o non ti garba, va fatto fuori. Questo passa. Un ragazzo che va a vedere quel film, un ragazzo del sud, trova conferma della naturalezza di un certo modo di vedere il mondo.

Una volta ci si preoccupava del carattere educativo di un’opera cinematografica: a Hollywood c’erano veri e propri manuali, da noi si dava per scontato che il crimine non paga. Oggi invece non si sta lì a soppesare il messaggio: non è elegante. Il mondo intellettuale solleva ogni giorno la questione morale, lamentando il pessimo esempio di civismo fornito dalla classe politica al potere, ma ribellarsi alla disinvoltura etica di un film non sta bene: ti fa passare per un parruccone appiattito su posizioni retrive, un occhiuto attivista del Moige.

Un finale in cui il colpevole paga non è più proponibile: statisticamente irreale, diviene non praticabile. E nessuno pretende il Trionfo della Giustizia né sembra il caso di rimpiangere certi schematici film d’impegno civile, privi di sfumature, costruiti per infondere ripugnanza verso i soliti, ben distinguibili, impuniti. Rispetto a quelli, i film di Rubini e di Allen hanno il pregio di imbrattare il lato della lavagna riservato ai buoni. Potrebbero indurci a riflettere su di noi, sulle zone d’ombra e le sfumature di grigio, evento più utile dell’indignazione. Ma il vissero felici e contenti proprio non va giù: che questi adorabili assassini perdano almeno la tranquillità interiore. E soprattutto la perdano gli spettatori.

20 Responses to Ammazza la vecchia 2

  1. arminio il 4 marzo 2006 alle 13:25

    caro elio hai messo tanta e buona carne al fuco, ma non ho visto il film di rubini. su quello di allen posso testimoniare che ho partecuipato intensamente. pensavo di essere diventato insensibile alla fiction (cartacea e filmica) e invece mi sono ritrovato a ballare sulla poltrona. ma anche qui è in gioco il caso. più che l’intreccio sapiente di allen, il film mi ha preso per la somiglianza della protagonista altra e magra con una mia amica di cui ero e sono evidentemente ancora appassionato. di qui il mio tifare perché alla ragazza non venisse alcun male dalla storia che si andava dipanando. potenza del cinema. sono tornato a casa con la fiducia che che le cose potenti ti trasmettono un pò della loro potenza e con la sensazione che molta letteratura sia sostanzialmente dimissionaria e abbia rinunciato in partenza a produrre e suscitare potenza.

  2. Ecate il 4 marzo 2006 alle 15:39

    Gentile Elio,
    a differenza del post precedente, posso parlare a ragion veduta del solo “La terra”, e dopo aver letto il tuo articolo penso, perché? Perché un film deve essere morale? Gli intellettuali devono ancora indottrinare la plebe e riempire le giovani menti di storie edificanti?
    “Il giustiziere della notte” non è amorale, è brutto. E superficiale, nella sua divisione tra cattivi e buoni, che a un certo punto s’incazzano ma sempre i buoni sono.
    Il film di Rubini è ben scritto e ben girato. Non è realistico, con tutti quei duelli al sole nelle piazze assolate e deserte, ma nessuno gli chiede di esserlo. A me basta che sia veritiero. Dalla classe politica, invece, pretendo ben altro, serietà e, udite udite, onestà, dal momento che non si occupa di fiction ma della mia vita e del mio futuro.
    Parteggiare per chi ha fatto fuori un disgustoso cravattaro non è morale, è umano e l’arte dovrebbe parlare di ciò che fanno e pensano gli uomini, senza sciatteria formale e inchini reverenti al potere.

  3. Francesco Lanzo il 4 marzo 2006 alle 19:16

    Mah, forse ha ragione Elio quando dice che il pubblico sembra applaudire. E che poi ci si goda di tutto questo vincere dei cattivi è una cosa che a pensarci bene non è che ci colpisce più di tanto. Parlo del fatto che qualche tempo fa sono andato a vedere Match Point e si era lì in quattro, due ricercatori di Filosofia Morale e un’occhialuta divoratrice di allenerie, eravamo dai venti ai venticinque come età e stavamo guardando la pellicola in una città del Sud. Insomma alla fine del film c’era tutto quest’entusiasmo, l’umore della sala si percepisce e avevamo capito che erano tutti belli e contenti che il cattivo l’avesse fatta franca. Eravamo contenti anche noi a dirla tutta, intensamente affascinati, oltre che dalla sceneggiatura perfetta, dai vestiti dei protagonisti e dai loro sogni di Aston Martin e ville in campagna. Perché chi è che non vorrebbe avere il dilemma di dover scegliere tra un’ Aston Martin e una decappottabile? Diciamoci la verità. Noi incollati a quella poltrona volevamo essere quel protagonista lì. E’ questo ciò di cui si parla, altro che questione morale. All’uscita siamo ancora emozionati, così come lo sono le mamme e le giovani coppie. Volete mettere uno dei loro figli in una situazione del genere, qui al Sud? Magari non si imbraccia un fucile per venirne fuori, ma quella pellicola diventa un nulla osta morale per farti valere, figlio mio. Insomma per uscire dalla miseria, dal precariato, dalla provincia. Ma quello che voglio sottolineare è che non ce la siamo presa. Ok la fa fuori, finisce lì. Dopo qualche giorno vedo lo stesso film con la mia ragazza, a Padova. Meno entusiasmi tra il pubblico all’uscita, molte facce incredule e per nulla convinte. Un’anziana signora che mi passa accanto è scandalizzata e si allontana veloce a braccetto con il marito. Mah, sono faccende che fanno riflettere. Quando siamo tornati a casa, invece, io e la mia ragazza pensavamo a Londra, io in particolare ad un maglioncino a V che indossava il protagonista.

  4. Livio Romano il 5 marzo 2006 alle 15:21

    Grazie Elio per questo intervento. Adesso potrò dire del film di Rubini “non l’ho visto e non mi piace” (già avevo trovato di una bruttezza imbarazzante un altro suo ambientato a Gallipoli, proprio con una “morale” reazionaria, adesso so che Rubini è molto meglio vederlo recitare che andare ad assistere a queste sagre del naturalismo meridiano che forse in qualche landa particolarmente isolata della Calabria avranno pure una loro ragion d’essere, ma che non “fotografano” l’evoluzione sociale del Sud degli ultimi 30 anni -per non parlare dell’ironia [puoi raccontare il Sud senza l’ironia che è connaturata ai meridionali?] non pervenuta).

  5. Elio Paoloni il 5 marzo 2006 alle 17:39

    Le considerazioni di questo post, come quelle degli altri due gentilmente pubblicati dal buon Franz

    (https://www.nazioneindiana.com/2006/02/09/contro-la-liberta-di-stampa/
    https://www.nazioneindiana.com/2006/01/31/natalita-ovvero-innaturalita/)

    nascono da un sussulto. Mi succede piuttosto spesso di trovarmi a riconsiderare delle ovvietà in cui tutti ci eravamo adagiati. Nessuno più si sogna di occuparsi dell’effetto di un film, di una vignetta, di un libro. Abbiamo messo al bando l’orrenda termine “messaggio”: le finalità educative non riguardano più l’autore, la letteratura edificante è roba d’altri tempi. E’giusto così: l’artista si occupa solo della coerenza interna della sua opera. E’ libero di far passare quello che gli pare. Su questo non si discute. Ma i critici, perché abbandonano completamente il campo? Quello che mi ha colpito, a proposito del film di Rubini, è l’atteggiamento dei recensori, esemplificato dal “a volerne ricavare” di Vito Bruno.
    “A voler”, come se non fosse un suo dovere, o almeno uno dei suoi compiti, come se occorresse esercitare uno sforzo per far qualcosa di così naturale. Solo se tirati per i capelli, quasi scusandosene, ci si occupa del senso di un’opera, del suo effetto, di quello che “vuol dire”, come diceva il critico millantatore impersonato da Benigni tanti anni fa. Anni fa, su un’altra trasferta americana in Gran Bretagna, quella di Peckinpah per lo stupendo Cane di paglia, ci furono dibattiti a non finire. Non rimpiango certi tempi, né gli ostracismi stalinisti a capolavori come quelli di Elio Petri, ma da questo all’abdicazione, all’astensione dal giudizio morale, c’è una bella distanza.

    Abbiamo lottato contro ogni tipo di censura: ci sembrava intollerabile che lo stato trattasse i cittadini da minorati, che intendesse proteggerli da se stessi. Ma siamo certi che ogni adulto disponga dei filtri posseduti da noi sofisticati cazzeggiatori? E i non adulti? Quello che dice Francesco Lanzo è importante: qui le cose si guardano un po’ diversamente. Io conosco i discorsi di molti ragazzi di Mesagne, non so quanto sia opportuno che un professor Di Santo venga presentato come un eroe.

    In un vecchio racconto parlavo di un libro che, a parer mio, ha ucciso un amico. Naturalmente non basta un libro, io l’ho letto e sono ancora qui, ma non riesco a togliermi dalla testa che sia stato il martello che ha ribattuto i chiodi di un convincimento fasullo. Franco Arminio (sei grande, Franco, mica ti potevi accontentare dell’identificazione più banale, quella diretta, e poi, tifando per uno degli innocenti puoi giustificare l’assassino e assolvere te) parla di POTENZA, della magnifica potenza dell’opera. Appunto, se crediamo che sia un’arma, dobbiamo anche preoccuparci di come viene maneggiata.

    Riferendosi ai due “modi” di Bret Easton Ellis (Meno di zero e American Psyco) Franco Cordelli scrisse:
    “Di fronte al maledettismo non c’è che una risposta possibile: lo chic, il dandismo, il distacco sublime o, all’opposto, il sarcasmo.
    Lo stile impassibile, già presente (in dosi minori o più sofisticato) nella pop art e nell’iperrealismo, viene assunto come alibi, come se, avendo capito come funziona la macchina non se ne potesse essere travolti: lo snobismo è sufficiente per non precipitare nel moralismo.
    Lo stile fiammeggiante ha l’aria di rimboccarsi le maniche: ma se il ritratto non esaurisce il problema (esso sviluppa il lato tecnico e atrofizza quello morale) l’intervento risulta patetico, più complice d’ogni possibile complicità”.
    Ecco, Match point mi sembra un esempio del primo stile e La terra del secondo, anche se lì il sarcasmo è annullato dall’idillio finale.

  6. tashtego il 5 marzo 2006 alle 18:15

    Strana la proccupazione di Paoloni.
    Voglio dire il “messaggio” di Match point (l’altro non l’ho visto), se pure ne contiene uno, è nel finale, dove il cavarsela o meno è cosa determinata dal caso, da quella moneta che rimbalza di qua oppure di là.
    Su tutto il resto della vicenda si lascia che lo spettatore giudichi da sé.
    Vogliamo invece affermare che la fiction deve contenere un quantum di edificazione ad uso dei fanciulli e degli adulti non “sofisticati cazzeggiatori”?
    Ma su, per favore.
    Ricordo inoltre che Woody Allen, parecchi anni fa, fece un film con tematiche analoghe, dove anche lì il colpevole se la cava: Crimini e misfatti.
    La cultura imbastisce dilemmi, le soluzioni pre-cotte sanno di scadente e statìo, quando non di censura et di fascismo: l’etica non è un pret à porter (circonflesso) e sopratutto non va fatta passare come un dettato assoluto e non contraddittorio.
    Infine, Paoloni, una domanda: dove hai visto che la protagonista è “magra”?
    In un altro film, con un’altra attrice?

  7. tashtego il 5 marzo 2006 alle 18:16

    oops, non è una moneta, è un anello!

  8. Enzo Verrengia il 5 marzo 2006 alle 20:06

    Caro Elio, ho letto il tuo intervento subito dopo l’intervista di Sergio Rubini a Oscar Iarussi su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di oggi. “La terra”, secondo me, non è tarato necessariamente su una latitudine pugliese quanto mediterranea. Questo include un più ampio raggio che include anche il noir marsigliese di Jean-Claude Izzo e la sua serie sul commissario Fabio Montale. Inoltre, i titoli di testa e la musica di Pino Donaggio sono visbili citazione di “Vertigo”, di Alfred Hitchcock (compreso quel giocoso finale sui tetti). Comunque, nell’intervista, Rubini sostiene, stretto stretto, di aver preferito andarsene dalla Puglia e quindi, in certo modo, di sentirsi autorizzato a rappresentarla con questa oleografia sanguinaria.
    Non per caso, ho visto la sera dopo il nord est di Carlotto trasposto al cinema da Michele Soavi in “Arrivederci amore, ciao”. Anche qui, oltre a “Match Point” e “La terra”, c’è un “villain” che non paga. Come piacerebbe agli italiani forgiati alla fucina immorale del berlusconismo (ma a fregare il prossimo avevano cominciato già a insegnarlo i cattolicissimi democristiani).
    La Puglia e il Veneto, già Puglia del nord.
    Io Mesagne la conosco bene per motivi di frequentazioni affettive risalenti alla seconda metà degli anni ’80. Concordo con Rubini che la storia poteva ambientarsi altrove. Anche a San Severo, che è la mia città, dove però gli agricoltori sono già ansiosi da se stessi di svendere la terra ai palazzinari. Però anche Carlotto, nel suo romanzo, fa dire al protagonista che la città in cui va a stabilirsi potrebbe essere Padova, Vicenza o Treviso, ma non ha importanza, perché le coordinate non influiscono sull’anima dei luoghi, come la definisce James Hillman.
    Secondo me, il problema non è come si rappresenta questo o quello spezzone della grande discarica abusiva di post-modernità senza sviluppo che è diventata l’Italia. L’importante è indicare alla gente che le canne della critica sociale sono puntate su di essa e si sta sparando ad alzo zero. Lo stronzo di “La terra” non è Tonino l’usurario, e nemmeno il fratellastro che non molla, ma il Di Santo mobiliere, che ha fatto debiti anziché impresa, come molti industriali del sud, del centro e del nord. Così come il mostro di “Arrivederci amore, ciao” è il funzionario di polizia corrotto Ferruccio Anedda, interpretato da Michele Placido con rifiniture da Actor’s Studio.
    Quanto a “Match Point”, a volte, di rado, gli americani sanno dimostrare intelligenza culturale: da loro Woody Allen non è sopravvalutato come in Europa. Lui ormai viene a girare qui perché a New York i soldi per produrre non glieli dànno più come una volta.
    Ma su tutto questo, mi preparo a intervenire su http://www.booksbrothers.it
    Ciao.

  9. Elio Paoloni il 6 marzo 2006 alle 07:13

    Magra l’ha detto Arminio e parlava della moglie del tizio. Però, Tash, davvero non mi sembra che tu dialoghi con me: ti rivolgi a una fotografia che ti sei fatto (forse per colpa dei miei modi provocatori) e tutte le mie premesse e i miei interrogativi cadono nel vuoto. Le mie domande qui sono soprattutto sulla responsabilità del critico, argomento molto dibattuto, qui, per altri versi. E non è il cinema che mi interessa: è di romanzi che parlo, in fondo. Non è importante che Allen affidi tutto al caso: mi preoccupano le reazioni degli spettatori – di me stesso. E’ su questo, alla fine, che mi interrogo. E tutti svicolano.

    Caro Enzo, l’ho detto all’inizio che il Sud di Rubini era stilizzato e arcaico. Tra l’altro ho seguito un po’ la lavorazione – ci ho scritto un articolo – e mi sono reso conto di come Rubini, oltre a quella spaziale, cercasse di lasciare indefinita anche la collocazione temporale, anzi di spostarla indietro di parecchio, nonostante alcuni dettagli recentissimi. L’altro film non l’ho visto, e la trama non basta a farmi comprendere quello che provoca – o meglio viene provocato – negli spettatori, che è poi ciò che mi interessa. Tu dici “come piacerebbe” agli italiani. E’ questo il punto: quello che piace agli italiani. Ho parlato con spettatori indignati, proprio come la signora di Padova, con persone che come me, si sono stupite – dopo – di essersi rallegrate e con i contenti irriducibili, quelli che non si fanno un problema di stare dalla parte del cattivo (e poi è solo un film ed è inevitabile l’identificazione e via dicendo). Nessuno però, ti assicuro, si è accorto che “le canne della critica sociale erano puntate su di essa”.
    Vedi, a parer mio non è importante che lo stronzo sia il mobiliere. Non è con lui che ci si identifica. E’ preoccupante che il professore sia presentato come quello ganzo, un vero eroe che rimette a posto le cose, orgoglioso di ciò che ha fatto e di prendere in giro la moglie o – peggio – di raccontargli tutto.
    La domanda è: perché – ammesso che io veda bene – diversi registi usano i loro artifici per rendere accattivanti gli assassini? Addirittura mi è parso che Allen abbia lavorato molto sulla trasformazione della vittima in una rompicoglioni, tanto da indurci a mormorare: ma sì, falla fuori.

  10. tashtego il 6 marzo 2006 alle 10:03

    @paoloni
    massì, arminio, diceva magra, è vero, riferendosi alla moglie del tizio: scusami.

    allen ha sicuramente dipinto la ragazza appositamente come una rompicoglioni, lagnosa e insulsa, perché il film assume il punto di vista di lui, ci invita ad identificarci col tennista arrampicatore sociale e riesce nell’intento.
    perché è vero che alla fine si parteggia perché l’assassinio riesca: il narratore è riuscito a trascinare lo spettatore dove voleva lui.
    tutto questo accade non senza che, alla fine del film, si provi un certo disagio misto al sollievo per la partita che, come spettatori parteggianti per il male, l’assassino in un modo o nell’altro vince.
    questo la dice lunga sulla percezione del dettato etico come una cosa assoluta – che pure dovrebbe essere – invece che relativa alle proprie istanze personali, ai propri interessi, alla posizione sociale che si ricopre: se riesco a farti identificare con l’assassino, parteggerai per lui contro ogni tuo reale convincimento, perché *dentro* quella vicenda tu *sei* un assassino.
    ciò non significa che tu lo sia anche *fuori* della vicenda, cioè nella real-vita.
    è la fiction, bellezza.

  11. Enzo Verrengia il 6 marzo 2006 alle 10:48

    Sì, sì, sul fatto che la gente faccia il tifo per il cattivo, purtroppo, non ci sono dubbi. Mi spiego, sono d’accordo con te, in questo. Il problema, per me, infatti, è riuscire a realizzare opere, romanzi o film, che riescano a interessare la gente e nello stesso tempo la attacchino frontalmente. Perché, ripeto, per me il nemico è proprio quella parte della popolazione che rende la vita impossibile a chi, da sud-est (molti) a nord-est (non moltissimi) è ancora capace di concepire un modello di civiltà fondato sui valori e sull’etica, non sulla cacca, cioè i soldi e le merci.

  12. SunDanceKyd il 6 marzo 2006 alle 11:49

    vorrei dire questo – lo dico perché nessuno ci pensa più e invece è l’unico fatto che conta per via del … fatto che stiamo parlando di cinema cioè di arte (forse di poesia in senso lato) e non di sociologia o reportage antropologico o di studio psicoana-logico o di studio della realtà – di cui all’arte non infischia un fico secco se non in termini di allusiione o simbolismo
    vorrei quindi dire questo –
    LA TERRA è un film bellissimo
    intanto è una versione aggiornata, vorrei dire laica, dei FRATELLI KARAMAZOV del signor Fjodor Dostoevskij
    i personaggi di quel romanzo ci sono tutti
    in parte sono rimescolati
    c’è il padre padrone, qui non ucciso ma morto in un incidente stradale con la madre – un padre che il figlio filosofo ha rinnegato andandosene di casa
    anni prima
    c’è appunto Ivan, il filosofo, Luigi, il quale non uccide ma trova il modo, con la speculazione (!) filosofica, di escogitare una soluzione che salvi il fratello buono, Alioscia, incerto tra devozione e vita di natura (Briguglia)
    c’è Dimitri, il figlio compromesso con la realtà, quello che si barcamena, che non ha àncore, che fa errori, ha debolezze, è umano (Solfrizzi)
    e c’è anche Smerdijakoff, il servo (il figlio d’altro letto – Venturiello), il più devoto dei figli, quello che mantiene la terra e conserva il catorcio dell’auto in cui i genitori (ma solo l’uomo che gli è padre appartiene a lui) sono morti in un incidente
    qui l’etica è laica e non religiosa – benché “Aljoscia” sia impegnato in chiesa e nella carità. e scorra la processione del paese nel momento più drammatico della vicenda
    a differenza di Dostoevskij, Rubini, più … terra terra, riflette:
    un’etica suprema che sia monito e conforto non si dà più
    il filosofo deve fare i conti con un mondo in cui la vera lotta è tra l’uomo meschino e l’uomo pur laico ma puro
    il filosofo vede oltre la morale della legge degli uomini e del
    guilt&reward giudiziario
    visualizza la distribuzione di bene e male e tenta il riequilibrio delle parti
    la sua non è una morale bigotta che sa già dove è bene e dove è male
    ma ragiona e ridistribuisce continuamente il divenire di meriti e colpe
    deve muoversi cautamente in un insieme etico quantistico
    deve continuamente ragionare
    la sua stanchezza è in questo
    vorrebbe chiudere ogni questione o pendenza in due giorni
    non può
    deve restare perché il sistema einsteiniano in cui si è incautamente calato lo trattiene perché pretende la sua azione ragionativa
    l’etica è figlia del ragionamento
    non della irrazionalità
    non delle opposte reazioni o faziosità
    l’etica nasce dal faticoso rispristino di un minimo etico razionale
    il film racconta questo
    la puglia è il mondo che rubini conosce meglio e nella cifra simbolica della vicenda lo aiuta molto – è meridionale come lo era la russia di dostoevskij
    di cuore e intelligentissima – ragione sensibile o sensibilità razionale
    è questo
    tornerò a parlare con voi – ora devo lasciarvi di corsa
    ma mi piace questa discussione
    a presto

  13. arminio il 6 marzo 2006 alle 14:44

    caro elio
    io rifletto sul fatto che dopo il film di allen non mi sentivo incattivito e in cattività. non so come mi sentirò dopo aver visto il film di rubini. io fin qui al cinema non l’ho visto uno che sappia farci vedere il sud com’è adesso, o almeno uno dei tanti sud che ci sono (sempre considerando che siamo il sud dell’italia, ma non il sud del mondo)

  14. luciano freud il 6 marzo 2006 alle 14:57

    me pare che paoloni solleva un problema very important, però come se fa a sperare nell’arte? voglio dire, non è che ce dobbiamo aspettà dall’arte degli insegnamenti sulla nostra esistenza, non più di quanto facciamo già per contro nostro nella realtà. io ho visto match point e devo dire che non mi è piaciuto per niente; un film vuoto, tautologgico, scontato nell’assunto; scontato nel senso che da un interpretazione parziale e ben conosciuta, un film furbo perchè fa credere origginali certe idee solo perchè molto attuali (e lui è abbastanza bravo nella messinscena, anche se come reggista rimane un po’ scarso). come è furbo il signor allen che da interiors ci ammorba con la sua tristezza esistenziale post- bergamaniana datatissima.

  15. Livio Romano il 7 marzo 2006 alle 11:56

    Ok mò lo dico e voi pensate quel che volete. Io forse sono un boy scout dentro. Forse son dotato di un Super Io talmente vigile che non riesco a provare alcun sentimento di tipo “primordiale”, però nel film di Allen io mai proprio MAI ho fatto il tifo per il tennista fighetto. MAI ho trovato la ragazza rompicoglioni, e anzi ho trovato che fosse GIUSTAMENTE in cerca di protezione e coccole in un momento così delicato come l’inizio di una gravidanza. Al contrario, fossi potuto entrare dentro la storia, avrei preso una spranga e avrei picchiato di santa ragione il belloccio che Super Io pare non possederne affatto. Dunque ho concluso che Woody Allen si sia bevuto il cervello perché ok, ammazzi Dio, passi, ammazzi Marx e ammazzi Freud, benissimo. Ma così mi pare che Allen abbia ammazzato anche quella residua capacità di Fratellanza, di Amore fra gli umani. E’ inutile tentate di convincermi del contrario perché ho sentito un’intervista in inglese incontrovertibile (non c’erano interpreti): “Nella vita ci vuole culo”. Ma culo de che? Culo nel non beccare l’ergastolo? Culo nel non avere le palle di lasciarsi andare a un amore e di preferire una vita “molto gradevole”? Altro se non c’è una morale fortissima in Match Point. La morale è che il Caso decide sempre a favore dei poracci, ecco cosa. Poi Dostojevski. Ma de che? Arrivano i fantasmi e uno si immagina: “Adesso iniziano a divorarlo i sensi di colpa, mò incomincia il Castigo”. E invece non c’è alcun castigo né alcuna introspezione bergmaniana (Allen ha sempre detto che aspira a fare il polpettone psicologico alla Gergmann). L’unica introspezione è che Tanto Quest’Uomo E’ Nato Con La Camicia E Se La Cava Pure Stavolta. Mmha. Adoro il cinismo, è una cifra che sento molto vicina. Ma se è accompagnato dall’ironia. Qua, dove sta l’ironia? Vogliamo forse dire che questa vitaccia è tutta un’ironia della sorte senza possibilità di scampo? Mmha.

  16. Antonella Cilento il 7 marzo 2006 alle 12:10

    Siccome Livio mi posta aggiungo un commento, unicamente perchè, per un caso, ho visto il film di Rubini l’altro ieri. A me è sembrato molto bello e con una sceneggiatura robusta. Mi ha convinto. Condivido le preoccupazioni morali di Elio in linea teorica, d’altro canto le arti, quali che siano, e la letteratura ancor di più, sono fatte per sollevare domande non per fornire risposte. Verga era un conservatore ma Mastro Don Gesualdo rimane un capolavoro, di Cèline non diciamo neanche, tanto il discorso è vecchissimo. Rubini ha forse una visione reazionaria della Puglia? Può darsi, ma non è questo che a me rimane del film. Film italiani così tesi e problematici e ben scritti e ben recitati era un pochino che non ne vedevo… E la cosa che più mi rimane negli occhi è la faccia perplessa di Claudia Gerini che non riesce a sentire la voce del compagno nel finale a causa del treno che rumoreggia… Chi può dire da che parte sta il narratore? Dalla parte di chi copre il fratello o da quella della donna civile che ama ma rimane interdetta sulla morale dell’amante?
    Ciao

  17. elisabetta liguori il 7 marzo 2006 alle 13:02

    livio sa bene che l’ultimo Woody mi è piaciuto molto e sa pure che ne ho tratto un istintivo giudizio estetico ( mi pare che il cinema debba essere anche quello, e non solo messaggio).
    Forse ché il tema della forza del Caso mi piglia, mi sconvolge quasi, mi sfugge e pure mi appartiene geneticamente e quindi, toccata, mi sono subito schierata. il caso è senza regole o progetti: questo è il punto, non fa distinzioni tra buoni e cattivi, ricchi e poveri, rei o innocenti.
    Comunque stiano le cose, be’, siete riusciti a farmi venire dei dubbi!!!
    Dopo ho visto La Terra e i dubbi sono cresciuti. Proprio perchè si tratta di un film forte, denso, ben diretto e fotografato.
    Ma siamo proprio certi che un giudizio non ci sia? cosa c’è nella testa di chi narra? certo che c’è un’idea, non può non esserci, e allora cosa non mi convince esattamente? solo il finale? l’assoluzione? l’equivoco possibile per uno spettatore ingenuo più di me?
    mi pare, anzi spero, che il ragazzino, sparando a freddo, voglia punire se stesso, il suo amore, la sua distrazione.
    E’ vero. Il rischio che lo spettatore sia spinto a ritenere accettabili certe condotte esiste. in Laterra poi l’assoluzione è a formula piena, conveniente, agghiacciante, ( non proprio cosi’ invece mi pare accada in match point, ma con Woody per me, parla il cuore).
    con rubini alla regia, si assiste al crimine e al generale consenso, anche femminile, in questa landa orribile!
    E poi ‘ste donne che ruolo hanno? sì, terribile: taci donna, che dopo avrai il tuo, ne avrebbe detto il Guzzanti mitologico di domenica a Parla con me.
    Il sud guarda il sud e suonano pure le campane!!! il giudizio c’è, eccome!
    Rubini ha fatto un noir del suo sud ( il suo sud è sempre un po’ così, basti vedere che maschera diventi lui stesso per l’occasione! cambia persino il colore della pelle per diventare più meridionale!). Per lui le tinte non potevano che essere queste. La parte più arcaica del nero, la più crudele, animalesca. Pardini avrebbe forse parlato di lupi. Son tutti bestie del sud! vendicatrici, il sud ritorna come inevitabile. mancano i buoni in questo film e sembra colpa della terra. questo il giudizio: il sud è la causa.
    Son tutti animali, anche i filosofi. e pure i ragazzini.
    Una foto con sentenza di assoluzione per tutti, tranne che per il sud.
    Questo non mi sta bene, ma mi fa pensare.

  18. Livio Romano il 7 marzo 2006 alle 15:00

    Scusate, volevo dire che il Caso decide sempre a SFAVORE de poracci, ovviamente. Comunque il giudizio estetico non c’entra. Match Point (a questo punto non posso però non vedere anche il nuovo Rubini) è un film “bellissimo”. Sceneggiatura perfetta, fotografia raffinata ma non patinata, attori bravissimi che reggono primi piani molto difficili per interi minuti, una Londra lontana dal tossicume, metti, di un Welsh, ma anche dall’oleografia di film come “Quattro matrimoni e un funerale”. Come dice Arminio, anch’io son salterellato sulla sedia, suspense dosata sapientemente, sensualità distribuita lungo tutta la pellicola. Ma non è questo il punto. Elio tira fuori, guardate un po’, la “morale” di una storia. E io, che potrei ripetere a memorie interi spezzoni di sceneggiature alleniane, dico No, questo film è inaccettabile, per i motivi su esposti.

  19. arminio il 7 marzo 2006 alle 22:26

    caro livio, caro
    elio, vi scriverò quando avrò visto anche il film di rubini. ho l’impressione che il sud che si racconta da una posizione di successo è sempre un pò falsato.
    il successo fa male in dosi massicce e ovviamente ha nuociuto pure ad allen.
    il successo è bene desiderarlo superficialmente, ma osteggiarlo profondamente.

  20. liviobah il 9 marzo 2006 alle 16:19

    vorrei solo dire, anonimamente e in ritardo, ritenendomi ormai fuoriuscito dalle belle lettere e votato alla speculazione finanziaria, che ritengo che la letteratura abbia moltissimo a che fare con l’etica, anzi che sia l’etica, in quanto attività produttrice di pratiche linguistiche, ovvero di sistemi attraverso cui percepiamo e disponiamo gerarchicamente il mondo…il resto è intrattenimento, è estetismo, è gioco …tutte belle cose, ma a cui non serve la scrittura – e inoltre che la prima regola dai letterati dovrebbe essere una maggiore e radicale onestà intellettuale. io comincio confessando che l’unica cosa che mi è rimasto impresso di match point è il fascino della biondina, e la definizione che ne ha dato un giornalista: quello a cui nessun uomo può resistere, il fascino della commessa più graziosa dell’ipermercato.
    devo anche riconoscere a paoloni che ha individuato una questione e una tendenza (ribassista) importante



indiani