Libertà d’informazione in Italia

4 marzo 2006
Pubblicato da

di Lorenzo Ansaloni

“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”.
George Orwell

Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l’Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d’informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere.

Mi sono preso la briga di fare una ricerca a proposito del tema “libertà d’informazione in Italia”. È un argomento che spesso accende gli animi nel nostro paese e volevo esaminare la questione con una certa equanimità, racimolando le informazioni attraverso un mezzo (Internet) che ancora non risente in maniera apprezzabile della censura e dando una netta preferenza a documenti ufficiali di organi o istituzioni autorevoli.
Va da sè che, per non incorrere in una sorta di petitio principii, ho usato fonti internazionali (prevalentemente in inglese ma ho cercato di tradurre il piu’ fedelmente possibile i paragrafi citati). Se infatti fosse vera l’ipotesi di una compromessa libertà d’informazione in Italia, questo ci dovrebbe portare a ritenere le fonti italiane “compromesse” e, almeno parzialmente, non affidabili da cui nel dubbio la preferenza per fonti internazionali sicuramente piu’ lontane dai teatrini televisivi della politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti.

Quello che emerge è un quadro che, fin dalle sue origini, non è mai stato particolarmente roseo:

“According to the information received by the Special Rapporteur, the public television network RAI has been strongly politicized since its creation in 1954. At the time, and until the major political changes of the end of the 1980s, Italian public television was controlled by the political party in power, the Christian Democrats.”
(In accordo con le informazioni ricevute dallo Special Rapporteur, il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All’epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni ’80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana.)
(Dal rapporto dell’esperto dell’ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo).

Mi sembra una ricostruzione storicamente fedele dei fatti. Affermare che in Italia il problema della libertà d’informazione nasce con il Governo Berlusconi sarebbe fuorviante. Tuttavia, stando ai rapporti e ai documenti ufficiali delle principali ong e istituzioni prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione.

Una carrellata non esaustiva ma quasi:

1- Reporters sans frontiers (http://www.rsf.org/) è un’autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro. Ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi (167 in quello del 2005).
Il rapporto 2005 vede l’Italia al 42esimo posto, dietro il Costa Rica, ultima tra tra le nazioni dell’Europa Occidentale e considerata, a livello di libertà d’informazione, solo “parzialmente libera”. Il rapporto è disponibile a questo indirizzo:
http://www.rsf.org/rubrique.php3?id_rubrique=554
L’Italia era 39sima nel 2004, 53sima nel 2003 e 40esima nel 2002.

2- La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) nella risoluzione 1993/45 del 5 marzo 1993 decise di istituire la figura del “Special Rapporteur” al fine di promuovere e proteggere il diritto alla libertà di espressione. Il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto sulla situazione italiana dell’esperto incaricato: il keniota Ambeyi Ligabo. Il documento è disponibile a questo indirizzo:
http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/G05/116/15/PDF/G0511615.pdf?OpenElement
Il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche della libertà d’informazione in Italia includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lotizzazione ai giorni nostri.

Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l’anomalia italiana:
a) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti)
b) il conflitto d’interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.)
c) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica.

La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni. Mi sembra di un certo interesse riportare almeno le seguenti
“The Special Rapporteur encourages the authorities to take the necessary measures to depoliticize the media sector, in particular regarding the management of the public television and the allocation of subsidies to the print media.” (73)
(Lo Special Rapporteur incoraggia le autorità a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata.)
“The Special Rapporteur strongly recommends that the issue of conflict of interest, in particular concerning the President of the Council of Ministers, be further analysed, in consultation with all concerned actors, in order to find a sustainable solution whereby influence by the political sector in the media would be significantly reduced.”(74)
(Lo Special Rapporteur raccomanda fortemente che la questione del conflitto d’interessi, con particolare riferimento al Presidente del Consiglio dei Ministri, sia ulteriormente analizzata, consultando tutte le parti interessate, al fine di trovare una soluzione percorribile attraverso la quale l’influenza politica nei media possa essere significativamente ridotta.)

3- L’International Press Institute (http://www.freemedia.at/) è nato intorno agli anni cinquanta e oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha membri in 120 paesi nel mondo.
Gioca un ruolo consultivo per L’UN (ONU), l’UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà d’informazione su vari fronti.
Non pubblica una vera e propria statistica o classifica ma un “World Press Freedom Review”. Quello inerente l’Italia (2004 reperibile al seguente indirizzo: http://www.freemedia.at/wpfr/Europe/italy.htm
e denuncia un quadro preoccupante per una democrazia occidentale.
Valga a titolo d’esempio il solo incipit:
“Italy has a special place in Europe with regard to freedom of the media because in no European country does the prime minister, the head of the government, who is the politician that can exert the most power over the state media, own most of the other broadcasting media, and many of the print media”.
(Per quanto riguarda la libertà dei media, l’Italia ha un posto speciale in Europa in quanto in nessun altro paese il Primo Ministro, capo del governo (il politico che può esercitare il maggior potere sullo stato dei media), possiede la maggior parte degli altri media televisivi e e molti dei quotidiani nazionali.)

4- L’European Federation of Journalists (EFJ) (http://www.ifj-europe.org/) è l’organizzazione europea dell’International Federation of Journalists (IFJ) (http://www.ifj.org). L’ EFJ, rappresentando circa 280.000 giornalisti in 30 paesi, è la piu’ grande organizzazione giornalistica in Europa.
In base a una risoluzione addottata nel meeting di Praga del 2003, l’EFJ si è impegnata ad investigare la situazione dei media in Italia. Il risultato di tale sforzo è il rapporto “Crisis in Italian Media: How Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure”
(disponibile all’indirizzo: http://www.ifj-europe.org/pdfs/Italy%20Mission%20Final.pdf ) che già dal titolo non lascia presagire una situazione rosea.
Le conclusioni sono riassunte in otto punti. Mi limito a citare il primo:
“It is impossible not to conclude that the media crisis in Italy is profound and serious. There is a deeply flawed system of management, a lack of public awareness, an element of political paralysis, and a deep sense of professional unease within Italian journalism about the future of media.”
(E’ impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C’è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media.)

5- Freedom House (www.freedomhouse.org) è un’associazione no profit fondata piu’ di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa.
Nel corso degli anni Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa denunciando sistematicamente le numerose violazioni in U.S.A. e nel mondo. È presente a livello mondiale con sette sedi sparse tra U.S.A. e Europa.
Ogni anno pubblica un rapporto teso a fornire un quadro a livello mondiale sull’indice di libertà di stampa e d’informazione. Nel rapporto 2004 (disponibile a questo indirizzo:
http://www.freedomhouse.org/pfs2004/pfs2004.pdf ) l’Italia è al 74esimo, ultima tra le nazioni dell’Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana e Papua Nuova Guinea e considerata a livello di libertà d’informazione solo “parzialmente libera”.
Nel rapporto 2005 (che non sono riuscito a trovare on line sul sito) l’Italia è sempre considerata parzialmente libera ma al 77esimo posto.

6- L’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) (http://www.osce.org/) è una organizzazione di sicurezza paneuropea i cui 55 Stati partecipanti coprono l’area geografica da Vancouver a Vladivostok. Quale accordo regionale ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, l’OSCE si è autodefinita strumento fondamentale nella sua regione per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa” (dal sito del ministero degli esteri).
Il 7/6/2005 l’OCSE pubblica un rapporto dal titolo: “Visit to Italy: The Gasparri Law” che passa nel quasi silenzio totale. Il documento è reperibile a questo indirizzo:
http://www.osce.org/documents/rfm/2005/06/15459_en.pdf

Non solo è un esame della legge Gasparri ma un’ottima ricostruzione storica di quella che viene chiamata “Italian anomaly”. Ripercorre gli albori della lotizzazione, passa per la legge Mammì e mette in guardia contro l’eccessiva concentrazione dei media televisivi. Sanziona l’incompatibilità d’interessi del Primo Ministro:
“In a democracy, it is incompatible to be both in command of news media and to hold a public post”.
(In una democrazia è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico.)
Riconosce alcuni meriti e innovazioni nella legge Gasparri ma avverte: ”The Gasparri Law is not likely to remedy the Italian anomaly”
(La legge Gasparri probabilmante non risolverà l’anomalia italiana)

7- Il Parlamento Europeo (http://www.europarl.eu.int/) ha approvato (22/04/2004) il testo del rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak dal titolo “Relazione sui rischi di violazione, nell’UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione” con 237 si, 24 no e 14 astenuti. Il rapporto è reperibile all’indirizzo:
http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?L=EN&OBJID=75982&LEVEL=3&MODE=SIP&NAV=X&LSTDOC=N
Il rapporto è il linea con i precedenti documenti e rileva che “uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset” (cfr pag 17) (da una traduzione italiana non più disponibile on line)
Non si sbilancia in un analisi storica delle ragioni dell’anomaila italiana ma costituisce un ottimo compendio sulla critica realtà mediatica italiana redatto da una fonte autorevole quale il Parlamento Europeo.

8- L’Helsinki Final Act è il risultato finale della Conference on Security and Cooperation in Europe tenutasi ad Helsinki nel 1975 tra vari paesi (U.S.A., Canada, Unione Sovietica e la quasi totalità dei paesi
europei). Per monitorare la parte dell’accordo inerente i diritti umani fu creata la Helsinki Watch (associazione indipendente non governativa) che divenne la International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) (http://www.ihf-hr.org/) in seguito ad una conferenza del 1982 tra i comitati costituenti.
Ogni anno, l’IHF pubblica un rapporto per un quadro generale sul rispetto dei diritti umani. Il rapporto 2005 inerente l’Italia è reperibile al seguente indirizzo:
http://www.ihf-hr.org/documents/doc_summary.php?sec_id=3&d_id=4057

Mi limito a riportarne un breve stralcio:
”The main human rights concerns in the field of media freedoms were the high level of media concentration, governmental control over public radio and television, inadequate legislation to protect journalistic sources, and the continued criminalization of defamation through the media.”
(Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della liberta’ d’informazione, sono l’alto livello di concentrazione e controllo governativo sopra radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche (NdT ma recentemente e’ stata approvata una nuova legge) e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media)

9- Il Consiglio d’Europa (Council of Europe, http://www.coe.int ) ,è la più vecchia organizzazione politica del continente (1949): raggruppa 46 paesi, tra cui 21 Stati dell’Europa centrale e orientale (Italia compresa) ed è un’organizzazione distinta dall’Unione europea dei “25”. Il Consiglio d’Europa è stato istituito allo scopo di:
– tutelare i diritti dell’uomo e la democrazia parlamentare e garantire il primato del diritto
– concludere accordi su scala continentale per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri
– favorire la consapevolezza dell’identità europea, basata su valori condivisi, che trascendono le diversità culturali
Il 3 giugno 2004 il Consiglio d’Europa pubblica un rapporto (Doc. 10195) dal titolo: “Monopolisation of the electronic media and possible abuse of power in Italy” a cui fa seguito la “Resolution 1387”. Il documento è reperibile all’indirizzo:
http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/WorkingDocs/doc04/EDOC10195.htm

mentre le risoluzioni si possono trovare al seguente indirizzo:
http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/AdoptedText/TA04/ERES1387.htm

L’incipit del rapporto da un idea dei contenuti:
“The concentration of political, commercial and media power in Italy in the hands of one person, Prime Minister Silvio Berlusconi, is recognised as an anomaly across the political spectrum.”.
(La concentrazione in Italia del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una persona, il Primo Ministro Silvio Berlusconi, è riconosciuta come un anomalia in tutto lo spettro politico)

E ancora: “The Assembly deplores the fact that several consecutive Italian governments since 1994 have failed to resolve the problem of conflict of interest and that appropriate legislation has not yet been adopted by the present Parliament.”
(L’Assemblea deplora il fatto che diversi governi italiani succedutisi consecutivamente dal 1994 abbiano fallito nel risolvere il problema del conflitto d’interessi e che appropriate misure legislative non siano state adottate dal presente governo)

10- L’Open Society Institute (OSI) (http://www.soros.org) nasce nel 1993 ad opera di George Soros come fondazione tesa a promuovere il rispetto dei diritti umani e riforme sociali e economiche. Fa parte della Soros foundations network che comprende piu’ di 60 paesi. L’11/10/2005 l’ EUMAP (un progetto – iniziativa dell’OSI) (http://www.eumap.org) pubbica un autorevole studio dal titolo “Television Across Europe: Regulation, Policy, and Independence”.
L’analisi complessiva e suddivisa in tre volumi, piu’ il rapporto introduttivo di 337 pagine ed è reperibile al seguente indirizzo:
http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011

Il rapporto inerente l’italia è reperibile invece all’indirizzo:
http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011/voltwo_20051011.pdf (in inglese)

oppure, in italiano, sono disponibili i rapporti dedicati al singolo stato a:

http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita1.pdf
http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita2.pdf

Un’altra traduzione in italiano si può trovare anche al seguente indirizzo:
http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf

Cito dalla traduzione italiana: “La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l’eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto “anomalie italiane”. Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell’Europa Centrale e Orientale.”
E ancora: “Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell’informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l’inefficacia delle norme per garantire un’informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell’evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del “conflitto di interessi”,che affligge da tempo il panorama politico italiano.”
E per concludere: “In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il “contratto di servizio” che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della “lottizzazione”, ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica.”

11- Nel settembre 2002 la Commissione Europea crea una network di esperti in diritti umani
(http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm) in risposta alle raccomandazioni espresse nel rapporto del Parlamento Europeo inerente lo stato dei diritti umani in Europa (2000) (2000/2231(INI)).
Ogni anno il network di esperti redige un rapporto, quello inerente l’Italia (2004) è reperibile al seguente indirizzo:
http://cridho.cpdr.ucl.ac.be/DownloadRep/Reports2004/nacionales/CFR-CDF.repITALY.2004.pdf

L’analisi condotta, prende in esame alcuni dei documenti proposti nella presente lista e conferma sostanzialmente la gravità e l’anomalia del caso italiano:
“It seems possible to agree with those taking the issue of pluralism and interconnection between the political and media power as serious, in particular after the new legislation of 2004″(Nda la legge Gasparri) (pag. 41)
(Ci sembra possibile concordare con coloro i quali ritengono che la questione del pluralismo e della commistione tra potere politico e mezzi d’informazione sia seria, in particolare dopo la nuova legislazione del 2004)(NdT la legge Gasparri)

Ribadisce il conflitto di interessi tuttora irrisolto che sta portando congrui ed ingiustificati benefici a Mediaset:
“the imbalance between press and television, that absorbs the 60 per cent of the overall mass media advertising spending; the substantial monopoly of privately-owned television, with Mediaset that continues to show a significant increase in income and revenues every year, thanks to the “dragging effect” of the “Berlusconi-Prime Minister” factor.” (pag 41)
(Lo squilibrio tra stampa e televisione, che assorbe il 60% delle spese totale per la pubblicita’ sui mass media; il sostanziale monopolio della televisione privata, con Mediaset che continua a mostrare un significativo incremento di entrate e di reddito ogni anno, grazie all’effetto trascinante del fattore “Berlusconi-Primo Ministro”)

Mette in risalto la sostanziale omologazione al potere politico dei media italiani:
“At the end of 2004 all the three Mediaset news are edited by journalists with similar political ideas.”pag. 43).
(Al termine del 2004 tutti e tre i telegiornali di Mediaset sono diretti da giornalisti con idee politiche simili.)

Mentre: “The first two Rai news seem to have assumed the role of loudspeakers for the executive, the third for the opposition.” (pag. 42)
(I telegiornali delle due prime reti RAI sembrano aver assunto il ruolo di altoparlanti per l’esecutivo, quello della terza rete per l’opposizione.)

E l’assenza di un’alternativa effettiva “does not allow the “removed” professionals to practice their job with another broadcaster.” (pag. 42)
(non permette ai professionisti “rimossi” di praticare il loro attivita’ per un altro canale o per un’altra compagnia televisiva.)

E concludendo:
“The overall performance of the present Italian broadcasting system does not appear to reflect the significant check-and-control role that is traditionally attributed to the media in an advanced democracy and the Law n. 112 of 2004 seems to move away the system from this goal, although a complete evaluation is put off until its effective application.” (pag. 43)
(La prestazione complessiva dell’attuale sistema televisivo italiano non sembra riflettere il significativo ruolo di “controllo e verifica” che tradizionalmente viene attribuito ai media in una democrazia avanzata e la legge n. 112 del 2004 (NdT legge Gasparri) sembra allontanare il sistama da questo obiettivo, sebbene una valutazione completa e da rimandarsi fino alla sua effettiva applicazione)

11 Responses to Libertà d’informazione in Italia

  1. Vincenzo il 4 marzo 2006 alle 09:10

    Grazie per il lavoro certosino.

  2. Adriano Padua il 4 marzo 2006 alle 10:16

    Ricognizione esaustiva e preziosa. Ottimo lavoro davvero. Ci passerò un po’ di tempo. Grazie

    A.P.

  3. Trespolo il 4 marzo 2006 alle 11:24

    Molto interessante, però mi pare che manchi, in tutti questi stralci – forse è presente nelle relazioni – un’analisi relativa non solo alla TV, ma al mondo della stampa. E’ un’altra grnade anomalia italiana che vede le principali testate (Repubblica, Corriere, Stampa, Giornale) di proprietà non di imprenditori editoriali, ma di importanti Gruppi Finanziari e Industriali tutti con legami molto stretti con il mondo politico e che non hanno alcun interesse nel comunicare le informazioni oltre certi limiti.
    Se la TV può sfruttare una larga diffusione (e l’attuale duopolio, del quale si dovrebbero capire le fondamenta industriali e i passi che hanno portato alla nascita di questo duopolio), i giornali, la carta stampata, rimangono comunque il mezzo che cementa l’opinione: il mezzzo più credibile.

    D’accordo che il tema TV deve essere risolto, ma ritengo personalmente più dannoso, al fine di una informazione coerente, affidabile, puntuale, il condizionamento “implicito” che la maggior parte delle testate giornalistiche italiane si porta appresso dalle fondamenta.

    Chi ha interesse a riportare la notizia dell’equity swap “anomalo” se coinvolge la proprietà? Chi ha interesse a stigmatizzare balzani annunci estivi di fusioni finanziarie, poi andate a male, e la relativa speculazione scatenata, se la proprietà è coinvolta? E l’elenco potrebbe continuare…

    Amplierei il tema, interessantissimo, focalizzandolo anche sulla carta stampata e non solo sulle TV.

    Buona giornata. Trespolo.

  4. Trespolo il 4 marzo 2006 alle 11:42

    Sul tema della raccolta pubblicitaria, fondamentale perché diminuisce le risorse disponibili sul mercato e necessarie per far crescere qualunque azienda, sarebbe poi interessante andare a raffrontare le tariffe pubblicitarie di giornali esteri equivalenti, come dimensione ponderata, ai corrispondenti italiani e che vantano tirature ben più consistenti.
    Potremmo scoprire che i costi pubblicitari dei giornali italiani sono fra i più alti e persino sproporzionati rispetto ai corrispondenti esteri (se si considera la sola tiratura come elemento qualificante per determinare il costo pubblicitario). Quando mi trovo di fronte a situazioni simili mi viene sempre da chiedermi: perché in Italia la gente (traduci in società) è così stupida da spendere in comunicazione pubblicitaria più che all’estero?
    E perché la raccolta pubblicitaria per i quotidiani segue (con qualche piccola variante in più) lo stesso schema delle TV? (Corriere/Repubblica a farla da padroni con la variante Gazzetta dello Sport, ma sempre gruppo RCS).

    Butto lì un esempio: non ho trovato un quotidiano uno che, programmi alla mano, abbia abbozzato un confronto paritetico fra i programmi presentati dalle due coalizioni analizzandone il contenuto e ricorrendo, se necessario, ai suoi esperti (quelli del quotidiano), per confutare, numeri alla mano, le tesi esposte nei due programmi. Nulla di tutto questo: riportano il solito ammasso informe di opinioni (opinabili) appese ai soliti slogan e delle quali, senza nessun rimpianto, potremmo fare tranquillamente a meno.

    Forse vale veramente la pena allargare lo scenario e provare a guardare oltre il duopolio televisivo; che rimane comunque un nodo da affrontare e risolvere e, personalmente, non sono così convinto che possa essere risolto SOLO da una legge in materia.

    Buona giornata. Trespolo.

  5. Adriano Padua il 4 marzo 2006 alle 15:48

    Trespolo cogli nel segno. Quella dell’editoria impura è una delle principali cause dello stato penoso in cui versa l’informazione giornalistica in italia, ed è pre-berlusconiana. Da sempre i proprietari dei giornali italiani non fanno l’editore di mestiere ma sono impegnati in ben altri campi economici ed usano il giornale all’occorrenza come strumento di sostegno, pressione o pubblicità occulta. Mattei ne creò uno per l’eni (il giorno), poichè gli serviva uno strumento di pressione per le politiche energetiche (ed estere, ovviamente) Poi ci sarebbe da parlare anche del sistema dei finanziamenti pubblici e della raccolta pubblicitaria, entrambi infatti non funzionano. Per ora mi fermo però. Saluti

  6. mag il 4 marzo 2006 alle 18:42

    E’ improbabile che esista una qualche forma di libertà d’informazione in uno Stato il cui primo ministro è in questi giorni a sorridere all’assassino di Nicola Calipari.
    Berlusconi è l’uomo che ha allontanato l’Italia dall’Europa, segregandola all’ultima ruota del carro a stelle e striscie.
    Siamo un problema per l’Europa, questo dice tutta la stampa libera internazionale.

  7. temperanza il 4 marzo 2006 alle 20:06

    Come diceva il compagno Lenin:

    L’opportunismo non è più un effetto del caso, né un errore, né una svista, né il tradimento di individui isolati, ma il prodotto sociale di tutta un’epoca storica.

    E il compagno Mao aggiungeva qualche annetto dopo:

    Per rovesciare un potere politico, è sempre necessario in primo luogo creare un’opinione pubblica, svolgere il lavoro nel settore ideologico. Ciò è vero sia per le classi rivoluzionarie che per quelle controrivoluzionarie.

    Però diceva anche:

    Tutte le idee sbagliate debbono essere sottoposte a critica, in nessuna circostanza si deve permettere che esse si diffondano incontrallate.
    (la rete non gli sarebbe piaciuta, e non piace neppure ai suoi successori)

    Grazie LA

  8. Luigi Lusenti il 5 marzo 2006 alle 12:09

    L’annosa questione della libertà di stampa ci rimanda all’altra annosa questione: che fare?
    Sembra ormai quasi frutto di impotenza riportare le continue denunce che escono, tutte giuste e sacrosante.
    Dobbiamo ragionare su come uscirne. Io credo che non solo necessiti ristabilire regole e comportamenti decorosi sui giornali e sulle televisioni, sapendo bene che il “fenomeno Berlusconi” ha estremizzato, e volgarizzato, un problema già esistente, quello della manipolazione dell’informazione, ma misurasi con i nuovi strumenti che ci permetteno di comunicare: web, digitale, free press.
    Ad esempio con pochi euro mi sono comprato un decoder e vedo alcune ottime televisioni, in primis RaiNews24, ottima non perchè dice quello che penso ma perchè fa il lavoro di informazione senza condizionamenti esterni.
    Ne faccio un altro di esempio: io compro il mio giornale tutte le mattine,anche se lo leggo sempre meno perchè ricevo molte notizie in tempo reale fra TV e Web. Il giornale mi piace completo e con articoli appronfonditi. E poi ho un senso di rifiuto a sapere che la gente non compra il giornale perchè deve pagarlo e poi invece prende quelli gratuiti (con la maleducazione di lasciarli in giro, specialmente sul metro).
    Eppure credo che dobbiamo superare una certa forma di snobbismo che ci segna. Nei free press passa molta informazione, rapida, a spot come in televisione, ma passa. E molti, penso a Metro a Milano, non sono poi così indecorosi. Vogliamo allora raccogliere questa sfida.
    Perchè non fare un free press popolare, tipo Paese Sera per chi se lo ricorda. Magari, visto i grandi investimenti che servono, pensarlo settimanale. Certo anche in questo caso deve essere garantita la libertà, l’indipendenza e la professionalità dei giornalisti.

  9. Lorenzo il 5 marzo 2006 alle 16:12

    Concordo con Trespolo. Aggiungo che il giornalismo della carta stampata troppo spesso si traduce in una scialba cronaca la dove testate estere tendono a svolgere un maggiore e più accurato lavoro d’indagine.
    Per quanto riguarda i ducumenti presi in esame, nel loro insieme costituiscono un punto di vista “esterno” sulla situazione italiana e da questo punto di vista ciò che cattura l’attenzione è lo stato in cui gravano i media televisivi che viene visto come ANOMALO in un assetto democratico e percepito come qualcosa di “scandaloso”.
    L’analisi dedicata alla stampa viene relegata in secondo piano. In alcuni casi la si giudica, a torto o a ragione, meno problematica semplicemente per via di un relativamente alto numero di testate giornalistiche nazionali.
    In altri casi si accenna al problema (sempre con un occhi di riguardo al aspetto “concentrazione”) ma pur rilevandone una certa problematicità non si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una sostanziale incrinatura dell’assetto democratito. Lo slogan “primo ministro proprietario o eminenza grigia di tutti i media televisivi italiani” (che poi solo uno slogan non è) evoca qualcosa di più profondo, minaccioso e anomalo che all’estero fa decisamente presa nella sua “inconcepibilità”.
    Aggiungo che, se alla stampa è tradizionalmente riservato un ruolo di approfondimento, la televisione è il mezzo a più vasta diffusione che raggiunge un po’ tutti (in Italia e latrove). Questo può contribuire a spiegare la maggior attenzione ad essa riservata in queste analisi.
    A parte ogni considerazione, una lettura anche sommaria, degli originali è un’esperienza che non lascia delusi:-)

    Ciao,
    Lorenzo.

  10. claudio il 5 marzo 2006 alle 18:39

    Il probelma è che a molti non è ancora del tutto chiaro come la libertà di informazione rappresenti un dato intimamente connesso alla qualità di una democrazia.

  11. mag il 11 marzo 2006 alle 10:53

    Ecco perchè possiamo sostenere che L’Italia non è un paese democratico,
    ecco perchè emergono giustamente in questi giorni gli scandali delle interconnessioni tra sistemi di intercettazione comunicativa finalizzata a pilotare consensi politici, risultati elettorali, coalizioni sotterranee.
    Non è piu’ comprensibile nè identificabili chi detenga oggi il potere di controllo delle comunicazioni ma sopratutto la gestione di questi dati.
    Fuori dall’ambito istituzionale, che per altro è stato ampiamente contaminato dalla criminalità, diventa una giungla di nuovi barbari telematici costituita da interessi e connivenze di svariato profilo.
    Il collante è il mercato dell’informazione, reale, invetata, cospirativa, l’informazione è il business del 3 millenio, le guerre sono mediatiche( 11 settembre, i processi televisivi( Cogne) la politica uno show da lavandaie(prodi berlusconi).
    Non se ne esce se non rompendo alla radice la mentalità che del fittizio e del clamore si nutre: il culto del falso basato sull’allenza potente tra ingoranza e criminalità.



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