A Gamba Tesa/Come invecchiano i romanzi?

6 marzo 2006
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Immagine, Buster Keaton working with Samuel Beckett on Film (1965) da www.wacc.org.uk/var/ corporate/storage/images

Note al margine del recente scambio su NI (Biondillo, Sartori, Inglese, Rizzante)

Di
Francesco Forlani

Ci sono in francese delle espressioni che letteralmente mi incantano. Beau comme un camion, bello come un camion, o Avoir la gueule de bois, che potremmo tradurre con avere la faccia di legno e che sta a significare lo stato di post ubriachezza dei santi, mai abbastanza, bevitori. Eppure, insieme a queste, ci sono frasi che uno non vorrebbe sentirsi dire mai e che spesso emergono in certe discussioni provocando, almeno in me, un brivido lungo la schiena: il (elle) a pris un coup de vieux.

Come se un colpo di vento spingesse la persona oltre la linea invisibile che separa quell’insieme di esperienze, nonostante tutto, ancora legate al presente, che si tratti dell’infanzia o dell’adolescenza e perfino dell’età adulta, dal mondo dei vecchi, solo passato e vero punto di non ritorno.
In questi giorni di esilio nomade mi è capitato di recuperare la vecchia scatola di scarpe, riempita di fotografie e presente ad ognuno dei venti e passa traslochi, sempre più pesante e preziosa come le ceneri di un antenato.

Rigirandomi tra le dita ognuno di quei tempi, sgranando immagini e gli occhi come un rosario, ho trovato a un certo punto la foto di mio padre. Era di qualche mese precedente alla terribile diagnosi che gli avrebbero fatto per un malessere che come un fulmine avrebbe bruciato i due mesi che gli restavano, da vivere.

Per la prima volta vedevo mio padre vecchio, e mi sono anche chiesto, colpevole, come cazzo ho fatto a non vedere che era ammalato? Il tutto a qualche anno dalla sua morte. Quanti di preciso, tre? quattro?
Cos’era successo?
E intanto un”altra domanda mi attraversava lo spirito.
Come invecchiano i romanzi?

Prima ipotesi: come le opere d’arte contemporanea.
Qualche anno fa (cinque?dieci?) ci fu un piccolo, relativamente,scandalo sulla scoperta di migliaia di opere “contemporanee” riposte alla meno peggio, ammucchiate, in umidi scantinati ed erosi da ruggine e polvere. Opere, ben inteso, costate alla collettività centinaia di milioni, corrispondenti al valore sul mercato di tali opere e artisti. Opere e artisti che lo stesso mercato avrebbe di li’ a poco svenduto facendo cadere quelle quotazioni a meno di un terzo. In altri termini il mercato contemporaneo aveva completamente invertito il classico adagio dell’artista che diventa famoso dopo morto con quello assai più vantaggioso per l’artista di farlo famoso in vita, ancora di più se giovane, per poi togliere anno dopo anno ognuno di quei benefici raccolti. Famosi in vita per morire sconosciuti e dimenticati. Qualcuno di voi ricorda il nome dell’autrice di “Volevo i pantaloni?”

Seconda ipotesi: come le canzoni

Da qualche tempo (un mese? Due?) frequento persone che potrebbero essere figli dei miei amici. Devo dire che la loro compagnia mi diverte e che in qualche modo questa generazione abbia una marcia in più. Parlo di venticinquenni trentenni che nelle città in cui vivo animano teatri (Teatro della Caduta Via Buniva 24 Tel. 011.889931 a Torino, sorprendente e straordinario) Case Editrici (Sparajuri, Zandegù) Band musicali (come il Trio Untermenschen di Eric, Fabio e Federico o Nadar Solo, animato dal bravissimo scriba matteo De Simone) e quant’altro. Una sera ero con Paola, ventisei anni a febbraio e occhi grandi e neri, e ho messo su il mio i pod in random (lettore di mp3, ndr) . Quando in coda alla sequenza, Clap your hands, stormy six, coltrane, barbara, noir desir, Systeme of Down, è apparso Sting ha sbottato con la stessa intensità e nostra insofferenza di quando a un x festival di Sanremo appariva il Reuccio, ovvero, Claudio Villa.
Sting come Claudio Villa? Non lo so, ho ancora le vertigini, ma quello che posso dire è che anche a me era apparso vecchio, o come dicono i francesi con un’espressione inglese che non amo “Has been”.
Il nome della Rosa come Sting?

Terza ipotesi: come i film

Prendiamo per esempio due film quasi contemporanei: Tommy e Quadrophenia; Il primo è stato un trauma rivederlo quanto per il secondo, alla luce degli anni trascorsi dalla prima visione, una vera scoperta. E non perché Tommy sia un musical e l’laltro più sociale (omaggio ai Mods) Prendete per esempio Rocky Horror Picture Show o Blues Brothers, pellicole sempre verdi con il tempo che non ci fa una gran bella figura. Lato cinema italiano basti pensare a due commedie esilaranti all’epoca (anni ottanta) con protagonista l’immenso Massimo Troisi (hommage) rivisti recentemente, Ricomincio da tre, e Non ci resta che piangere. Tanto il secondo è inguardabile, quanto il primo fresco come se fosse appena uscito. Ora io vorrei che qualcuno mi dicesse perché. Visto che non si tratta di supporti tecnici differenti, di diversità di grammatiche di ripresa e di montaggio o dei dispositivi della comicità.

Triste y solitario final

Tento una risposta. Sono le storie (che come la pasta coniuga contenuto e forma) che raccontano che fanno si’ che l’uno resista al tempo e l’altro no. Sting e i Police cadono al primo colpo di vento dall’albero discografico mentre Sex Pistols e Velvet resta in sella a quella strana creatura grazie alla linfa vitale che giungeva ai frutti. A mettere l’anima e non solo il cervello nelle opere. Avoir les tripes, dicono i francesi. Se ne avessi avute all’epoca sarei arrivato prima dei medici a quella terribile verità su mio padre. Allora?
Del Giudice come i Police? Tondelli come i Talking Heads?

ps

Quarta ipotesi: come me (invecchiano i romanzi)

17 Responses to A Gamba Tesa/Come invecchiano i romanzi?

  1. Bartolomeo Di Monaco il 6 marzo 2006 alle 11:04

    Difficile non invecchiare:-)

    Anche i classici, pur restando tali, invecchiano… Piccole rughe, s’intende, ma invecchiano.

    Bart

  2. temperanza il 6 marzo 2006 alle 12:29

    @Forlani

    Del Giudice, è la prima volta che vedo fare questo nome qui, eppure gli altri sono stati fatti quasi tutti, curioso!

    (Ti facevo più giovane, non dirmi che sei un mio contemporaneo! Figli venticinquenni e trentenni di amici, ma guarda un po’!!))

  3. francesco forlani il 6 marzo 2006 alle 12:41

    @Temperanza
    diciannove febbraio millenovecentosessantasette!!!
    Non in crisi di senilità ma con un profondo rispetto (e ammirazione) verso l’altrui gioventù.
    La frase , amici ventenni trentenni che potrebbero essere figli degli amici si giustifica con il fatto che i miei amici hanno per la maggior parte la tua età: Poi per me vale la regola secondo cui gli anni all’estero contano doppio
    effeffe
    ps
    ciao Bart

  4. volodja il 6 marzo 2006 alle 13:00

    Sono le storie che restano? Sarà … Per quanto mi riguarda resta altro: resta Burri, resta Bunuel, resta l’immenso Frank Zappa, ovvero resta la non-pittura, il cinema fatto deragliare nella poesia dell’immagine, la corrosione dei canoni musicali; restano le FORME che rimeditano se stesse senza acclamare ciò che le trascende (il “deserto del reale”). Se dovessi applicare il tuo criterio, poniamo, degli Stormy Six dovrei ricordarmi solo “Stalingrado” e non “La macchina maccheronica”, immensamente più importante; oppure ricorderei “I funerali di Togliatti” di Guttuso e non i “tagli” di Fontana, “Non ci resta che piangere” e non invece la “Salomé” filmica di Carmelo Bene … No, questa storia delle storie non mi convince per niente … Di Arnold Schoenberg si ricordano le “storie”? Che sia, anche lui, da dimenticare?

    PS: magari diamo solo un significato diverso alla parola “storie” …

    Volodja

  5. temperanza il 6 marzo 2006 alle 13:06

    Visti gli esempi che fa, almeno per quelli che conosco anch’io, dice “storie” e intende” linguaggi”;-)

    E si torna, guarda, ma guarda caso! al vecchio discorso della lingua:-)))

  6. francesco forlani il 6 marzo 2006 alle 13:16

    C’est ca!
    Grazie a Volodja per il beneficio del dubbio e a Temperanza per il beneficio della chiarezza. Quando dico storie dico linguaggi ecco perchè la mia visione del mondo non può essere popolata dai romanzi di baricco che sono solo storie. A proposito di questo ho riletto l’articolo critica in questione e pur avendo solo due? tre? giorni di vita l’ho trovato vecchio (e non nel buon senso del termine). La foto era ingiallita. Comunque Baricco, Ben Jelloun, non so. Vale veramente la pena soffermarvisici 8tibixi…?
    effeffe
    ps
    Volodja. Gli Area, non dimenticare gli Area, per dio!

  7. volodja il 6 marzo 2006 alle 13:39

    Ti ringrazio, Francesco, per la precisazione, che mi pare importante. Ora quanto hai scritto si chiarisce. Gli Area non mi hanno mai entusiasmato troppo, preferisco di gran lunga il lavoro in solo di Demetrio Stratos. Ascoltandoli – ah! quanto li ho ascoltati! – gli Area mi hanno sempre dato l’impressione di un rimasticamento mal fatto del progressive inglese; ma su ciò potremmo discutere per anni … In ogni caso, gli Area non erano i Poooooooooh! … (ti consiglio, così, per simpatia, di ascoltarti gli Henry Cow e poi, subito dopo, gli Area, per vedere se cogli delle differenze di linguaggio; ecco, per restare all’esempio, il modo di impostare il linguaggio degli Henry Cow è quello che credo utile praticare: le ballate di Kurt Weill mischiate con l’atonalismo, l’opera con il rock, il free jazz con le canzonette da osteria, e tutto sapientemente e con grande maestria orchestrato “per dire contro”) …

    bye

    Volodja

  8. tashtego il 6 marzo 2006 alle 14:14

    Conosco forme che “rimeditano se stesse”, ma purtroppo acclamano “ciò che le trascende”.
    Ciò è male?

  9. Giorgio Morale il 6 marzo 2006 alle 15:41

    Questa estate rileggevo l’“Odissea”. L’avevo letta quattro o cinque volte prima dei vent’anni, poi più. E’ stata la lettura più bella da vari anni a questa parte. Come mai? A cosa è dovuto ciò? La capacità affabulatoria? Certamente. La lingua? Purtroppo no. Sento dire della bellezza dell’originale, e ci credo, ma le mie reminiscenze classiche non me lo permettono. Così come non posso leggere i poeti russi in originale, nonostante tutto quello che mi dicono sulla metrica russa (e quindi mi perdo il loro suono). Il linguaggio? Se è un modo per intendere tutta la cassetta degli attrezzi di un autore posso dire di sì, però si rischia la tautologia, detto in questo senso non è chiaro in che cosa consista.
    La stessa domanda ce la possiamo fare per altre arti. Perché fermarci agli anni Settanta/Ottanta? Perché Coltrane, Davis, Parker mi toccano più dei contemporanei? E Mozart, Beethoven, Bach? Perché le loro musiche hanno una profondità abissale? Perché Kurosawa, Ozu e Mizoguchi mi emozionano ancora e più dell’ultimo film uscito nelle sale?
    A me sembra che storia e lingua non dicano ancora tutto di quello che c’è nel bagaglio di un artista. L’antico trattatello greco sul “Sublime” metteva ai primi due posti, tra gli ingredienti del sublime, i pensieri elevati e l’intensità delle passioni. Di fatto, se penso alle opere grandissime, ci trovo grandezza di pensieri e passioni. Dal tragico al comico: da Shakespeare ad Aristofane. Dall’antico al moderno: dall’“Odissea” di Omero all’“Ulisse” di Joyce. Dall’alto al basso: da Sofocle e Dante a Rabelais e Cèline.
    Mi pare, insomma, che dall’altro coté della lingua non ci sia solo il contenuto, come una logica binaria ci porta a dire semplificando. E contenuto non vuol dire solo la storia. E poi l’opera è un insieme, fatta di parti, ma anche della progressione interna. L’ho sentito dire dei versi di Puskin, ad esempio, che isolatamente possono sembrare semplici e apparentemente non “singolari”, ma acquistano forza nella progressione e nel ritmo.
    Certamente pensieri e passioni da soli non bastano nemmeno, però sono parte imprescindibile. E poi, certo, richiedono la lingua che li esprima, ecc. ecc. E’ vero che pensieri e passioni sono più difficilmente valutabili sul piano “tecnico”. Però, insomma, io non parlo da critico, però mi pare di poter dire che solo la tecnica non possa permetterci di spiegare perché ci smarriamo nel mare di alcune opere e in altri no.

  10. francesco forlani il 6 marzo 2006 alle 16:06

    Partecipo alle tue considerazioni condividendo perfino i tracciati. Però mi piacerebbe capire che cosa intervenga nella nostra esperienza di lettori, ascoltatori, fruitori, utilizzatori, a far sì che una cosa che ti parlava ad un certo momento in un altro non ti dice più niente. In francese dicono di un film per esempio che “a bien vielli ou mal vielli (invecchiato bene o male). E’ questa idea della vita delle opere che mi affascina e per certi versi disorienta.
    effeffe

  11. Giorgio Morale il 6 marzo 2006 alle 17:36

    Mi pare allora che la domanda non riguarda tanto perché alcune cose ci parlano sempre, ma perché alcune cose ci parlano in un certo tempo e poi non ci riguardano più: è così? Perché non invecchiano bene, dici.
    Provo a pensarci. Il tempo che abitiamo e che ci abita, l’attualità, il gusto momentaneo, la moda, il fascino che sempre esercitano le novità… questo inevitabilmente ci attrae.
    Pensiamo ai vari dannunziani che parevano dover essere immortali perché garantiti da un certo “stile” e che adesso non ricorda più nessuno. Pensiamo, più recentemente, a “Io volevo i pantaloni” o al recentissimo “Cento colpi di spazzola”. Finita la novità, finita la “provocazione”, passato l’effetto di quel “contenuto” che adesso solletica certe curiosità, cosa ne resterà? Niente, mentre invece resterà, credo, parte di D’Annunzio e resterà “Lolita”, al di là della pruderie momentanea che ne decretò il “lancio”.
    I motivi per cui qualcosa ci attrae possono essere anche le tante contingenze come l’età, le occupazioni, le frequentazioni. “Sulla strada” di Keruac un tempo per me e alcuni miei amici era una Bibbia, ora non lo è più. Per un tempo la venerazione si spostò su Henry Miller e i suoi “Tropici”. Ormai anche lui si è allontanato dai miei orizzonti di lettore (lo stesso effetto di distanziamento, mi pare, può farci guardarci in una nostra foto di tanti anni fa: quando non la sentiamo ancora come storia e non è più attualità). Cosa mi attraeva in loro? Lo spirito del tempo, i contenuti che parlavano a me giovane e che adesso parlano ad altri giovani… A quei tempi mi parlavano anche Baudelaire e Rimbaud, ma loro sono rimasti, mi parlano ancora.
    Ecco, arrivo al punto. Forse ciò che ci tiene solo per un tempo e poi passa è ciò che ci lega solo per la moda, oppure solo per il contenuto: insomma, per fattori esterni e non interni all’opera. Quando il contenuto non è più significativo per noi, e la moda passa, e l’opera non ha altre attrattive che la rendono valida, l’interesse svanisce per sempre. Infatti, come storia “sulla strada” ora preferisco il “Satyricon” di Petronio. O forse semplifico troppo?

  12. Michelangelo Zizzi il 6 marzo 2006 alle 18:44

    Poco tempo a disposizione (entrato di fretta in rete da luogo di fortuna, senza internet a casa) vs il tempo lunghissimo che la disussione di Forlani merita. Lunghissimo quanto quello che qui si evoca a paradigma della letteratura.
    La discussione non è lontana da una riflessione sulla modernità (sulla lingua dei ‘modi’, ‘modalità’ del dire) e sulla sua produzione parabiologica di forme (anche letterarie) dall’emivita breve (per fortuna!, considerando la maggior parte di esse), non lontana neanche da un concetto alto della scrittura. Direi della scrittura vs letteratura.
    Un concetto che includa l’istanza non ecolalica e neanche pertanto ‘di genere’ dello scrivere, come lingua ‘prima della lingua’, come ‘stato’ prima della ‘lingua’ o forse ‘fuori dalla lingua’ e proprio per questo, o solo per questo ‘resistente’, ‘permanente’.

    Per evitare semplificazioni mi ripropongo di rientrare con maggior precisione domani o dopodomani nel post. Ma la discussione è (non esagero) in qualche modo epocale, almeno nel senso di Heidegger.

  13. francesco forlani il 7 marzo 2006 alle 08:38

    L’esistenza di un residuo prelinguistico, ovvero come di un “non so cosa” che pur esprimendosi attraverso la lingua ha in sè qualcosa di più originario mi ha sempre affascinato. E in particolare se pensiamo all’universo delle traduzioni. Cosa fa che un testo “mal tradotto” (e fu il caso per moltissime opere almeno fino agli anni sessanta) sia passato, abbia formato generazioni di scrittori, intellettuali, nonostante le “storture? Perchè lo scarafo di Kafka trasformato nella traduzione di Vialatte in “coccinella”, ha colto egualmente nel segno?
    Riprendendo le ultme osservazioni non sono d’accordo su Miller. Anzi potrei proprio citarlo come esempio di chi in auge negli anni sessanta e settanta cade nelle oubliettes (parola magica per dire dimenticatoio) e di questi tempi mostrerebbe tutta la sua potenza.
    effeffe

  14. Giorgio Morale il 7 marzo 2006 alle 09:52

    Concordo: con Miller ho esagerato. Ma tornando al tema principale, e approfittando della citazione e della svolta filosofica della discussione, si può dire, seguendo la lezione di Heidegger, che il discorso è cooriginario alla comprensione e alla situazione emotiva, di cui il discorso poetico è l’espressione. La chiacchiera invece è la diffusione e la ripetizione del discorso, che proprio per il dire e ridire capovolge l’apertura del discorso in chiusura. Lo spesso processo di scadimento subisce la comprensione nella curiosità, non rivolta a vedere per comprendere, ma distratta e incapace di soffermarsi su ciò che si presenta. Ciò che non invecchia bene potrebbe quindi essere assimilato alla chiacchiera e alla curiosità, al discorso fritto e rifritto, a ciò che insomma è estraneo alla comprensione ed emozione autentiche.
    Sono, credo, queste ultime a costituire il “residuo prelinguistico”, in realtà, se seguiamo Heidegger, non “prelinguistico”, ma cooriginario alla nascita del discorso, il che potrebbe mettere fine alle controversie “forma/contenuto”. La curiosità e la chiacchiera, quindi, sono non-autentiche già all’origine, ecco perché non possono durare. Mentre un grande pensiero, o una grande emozione, anche nella traduzione, mantengono la loro forza. Mi è capitato di verificarlo, in particolare, leggendo alcune poesie di Saffo in varie traduzioni.

  15. db il 10 marzo 2006 alle 18:08

    ho letto solo ora il post. Francesco, mi dispiace avere indovinato su tuo papà. Le tue considerazioni al margine, secondo me, almeno all’inizio dovrebbero occupare il centro, partire da lì. Le considerazioni di Morale (omen nomen?) sono un esempio di come può essere fertile questo approccio, fuori dai generi e fuori o ai margini dell’arte stessa (non condivido solo l’accenno a Heidegger). Senza essere dylaniano (forse sono dylaniato :-), mi ha sempre colpito, positivamente, la sua svolta elettrica (Highway 61). Poche settimane fa ho letto cosa ne pensa Dylan: è ancora adesso meravigliato del sound, ma poi quando dice sound (con parole bellissime che non ricordo, come il colore cangiante di un ramarro al sole) intende: energia. Strano che adesso noi pensiamo a energia come una scorta da sfruttare, quando per Aristotele è lo sfruttamento stesso = l’atto, mentre la scorta è la dùnamis. Dicono che i Sex Pistols non sanno suonare – ma suonano, eccome! dicono che Ringo è un batterista mediocre – ascoltiamo un LP con l’oreccjio ai drums, dopo ne riparliamo (quando il Beatles l’hanno scelto con Martin, nel passaparola era il miglior batterista UK). Se poeta in senso lato (quindi anche romanziere) è chi sa far cantare la lingua come una moneta sonante, e se ciò stando a Jacobson è possibile solo isolandosi dal linguaggio medio (chiacchiera ecc,) – bene, pensate che un poeta che sa isolarsi così non si isoli anche dalla vita media? Dalla radice di questo isolamento (tragica, comica ecc, ognuno avrà il suo tono), da questa fonte/ferita sgorgano forma e contenuto ecc. ecc.. E questa per me è l’energia, la spinta, lo spessore che guardacaso sarà sempre sul bordo “impossibile”, sul crinale tra estetica ed etica.

    Dario

    Se non la conosci già, te la dedico effeffe: “Isolation”, dal primo LP di John Lennon da solo dopo i Beatlles (guardacaso con Ringo alla batteria – e poteva comprarsi 100 batteristi, nel ’69!)

  16. db il 10 marzo 2006 alle 18:19

    giò che ci sono e già che parlavate di…
    ho scaricato da poco un vero gioiello. nell’ultimo mitico tour dell”81 con la band di 11 elementi che si concluse a Genova (a Parigi intanto aveva fatto un disco con Boulez), a Chicago Zappa fece salire sul palco Sting: veramente l’aveva trovato in ascensore un’ora prima. Lo fa cantare come un direttore d’orchestra fa cantare i cantanti lirici: strumenti in mano sua. ottima la performance di Sting, ma ascoltate anche solo la voce parlata all’inizio di Zappa: E’ musica-energia. poi il brano si conclude con una cover jazz… “Murder by numbers”, da A hard way (neanche a farlo apposta). Il libro di Zappa è a livello della Lettera a uno sconosciuto di Cage: GENI!

  17. francesco forlani il 13 marzo 2006 alle 08:57

    mi puoi mandare il link?
    effeffe



indiani