Un segno

6 marzo 2006
Pubblicato da

 di giuliomozzi

Noi riscriviamo sempre la stessa storia, dice. Facciamo finta di volere storie nuove, ma quella che vogliamo è sempre la stessa. Vogliamo che ci sia una sconfitta, e dopo la sconfitta vogliamo che ci sia una vittoria insperata. Razionalmente è comprensibile il desiderio della vittoria: ma perché desideriamo, prima della vittoria, che appaiano tutti i segni della sconfitta? Così, quando guardiamo quel corpo che è morto, che è completamente morto, abbiamo una felicità. Perché pensiamo che quel corpo non sia davvero completamente morto. Perché la storia che vogliamo riscrivere, la storia che vogliamo sentirci raccontare infinite volte, è la storia di un corpo che sembrava completamente morto, ma non lo era davvero.

Su quel corpo allora noi mettiamo un segno. Un segno che dice: la morte di questo corpo è un’illusione. Questo segno di solito è una luce. Ad esempio, c’è questo corpo morto che viene portato via, gli hanno fatto una specie di amaca con dei teli, con delle lenzuola. Lo portano via, ma nonostante tutto l’amore e tutta la cura (quel corpo che è morto appartiene a una persona che è stata molto amata), c’è una mano che penzola. È la mano destra. La mano destra del corpo è uscita da quella specie di amaca, e penzola. E attorno a quella mano, c’è una specie di piccola luce bianca. Come un contorno.

Questa è la storia. La storia è che rimane un piccolo segno, e all’uomo che ci racconta la storia chiediamo di farci intravedere quel segno. La cosa che la narrazione fa è questa: far vedere quel segno.

Allora io racconto la mia storia, dice. Ero quasi completamente morto, una volta. Tuttavia, una persona ha visto un segno su di me. Naturalmente non era un alone di luce. E io non ero morto fisicamente. Ero rimasto senza la memoria. Non c’era più niente di me, se non il presente. Tuttavia, una persona vide un segno su di me e disse: ho visto un segno.

Io non volevo crederci. Per mio conto avevo deciso che diventare morto era il mio destino. Invece quella persona, cominciando dal mio segno, mi raccontò una storia. Lei dice, oggi, che ero io a raccontarla; tuttavia io so che è stata lei a raccontarla: perché c’è una storia quando si vede un segno, e all’inizio io il mio segno proprio non lo vedevo.

Mi rendo conto che non vi ho raccontato una storia nel modo solito. Volevo dirvi che la totale spoliazione della mia persona ha reso visibile il segno. Quando io ho perduto la memoria, ero come una lavagna pulita. Con la memoria avevo perduto la persona amata, il denaro, la posizione sociale. Ero rimasto solo io; e ci fu una persona che mi disse: tu ci sei. Così so perché si ama la sconfitta, e so che amare la sconfitta non è una follia. La sconfitta è semplicemente una cosa che capita. È dolorosa, e in cambio rende visibile il segno. Fa cominciare una storia. Tutto questo è banale, e tutto questo è ciò che mi è accaduto, dice. Non ho altro da dire che questo: sono io, sono qui. Grazie.

[1996]

11 Responses to Un segno

  1. Button il 6 marzo 2006 alle 11:25

    Onestamente io non ci ho capito un’h in questo – racconto? Riflessione? O che?

  2. arminio il 6 marzo 2006 alle 11:39

    caro giulio
    questo testo lo sento molto vicino. chi scrive non ha persona amata, non ha denaro, non ha posizione sociale. chi scrive è nudo e non può che impaurirsi di questa nudità, aggiungo io. la cancellazione ci rende rende visibili. il tuo testo è pacatamente vertiginoso e sono molto curioso di vedere che reazioni suscita.

  3. enrico de lea il 6 marzo 2006 alle 12:03

    “La sua esistenza era una giacca provvisoria, non un abito fatto su misura”. L’assistente bibliotecario Arcanà rilesse nell’unico diario tenuto durante la propria vita, tra i venticinque e i trent’anni, la citazione del proprio scrittore preferito a quell’epoca, ricopiata dal maggiore quotidiano della nazione. Etc. etc. (spero).
    P.s. sento anch’io molto vicino il tuo testo.

  4. db il 6 marzo 2006 alle 13:00

    Si allude qui al racconto di G*ulio M*zzi (uso gli asterischi per un motivo preciso) “ll bambino morto” (La Felicità Terrena, Edizioni Einaudi 1996)? Il post è stato pubblicato nel 1996, o solo scritto?
    Grazie

    Dario Borso

  5. mauro il 6 marzo 2006 alle 16:13

    Bravo Mozzi..mi piace..mi hai fatto sorridere malinconicamente…! :-)(
    Rimaniamo in attesa dei prossimi 234 commenti degli specializzandi in Anatomia..vivisezioneranno il pezzo..cercandone ad ogni costo qualche strana patologia…! un saluto

  6. giuliomozzi il 6 marzo 2006 alle 16:14

    Credo che questo breve testo non sia mai stato pubblicato da nessuna parte. Che cosa avessi in mente nel 1996, e se intendessi alludere a qualcosa, non lo so.
    “Il bambino morto” è un racconto scritto nel luglio del 1992.

  7. Elio Paoloni il 6 marzo 2006 alle 18:22

    è il segreto del grande successo di Rocky

  8. Lucio Angelini il 6 marzo 2006 alle 19:44

    Cfr. la vicenda del Cristo, prima morto, poi risorto. Morte e resurrezione. Due ingredienti di sicura presa:-/

  9. cristiano prakash dorigo il 6 marzo 2006 alle 20:54

    caro giulio, ho imparato a conoscere due giulio e quello di questo racconto, che ha un certo clima, mi ti fa amare, tanto quanto l’altro, mi ti fa stare lontano.

    quello che non mi piace, mi chiederebbe spiegazioni; quello che amo, credo, no.

    cristiano prakash dorigo

  10. ale il 7 marzo 2006 alle 00:03

    A me è piaciuto anche il commento di Mauro.
    Dario, il motivo è sempre preciso, ed autoriferito, no?

  11. beatiisecondi.com il 7 marzo 2006 alle 15:28

    Giulio, ti riporto la prima parte di un blog di Girolamo De Michele.

    ” tutto è già stato pensato (dopo Nietzsche? dpo Heidegger? dopo Vattimo? dopo Ferraris?), non c’è che da interpretare e narrare, cioè declinare l’essere come ricordo ”

    Ti saluto, ho tanta voglia di parteciparee mi metto in questo blog.

    p.s. – Ho comprato il tuo libro ” Questo e’ il giardino ” e tra un po’ passo
    alla lettura.

    vincenzo naclerio



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