Poesie

9 marzo 2006
Pubblicato da

(Dal numero 1 delle rivista “Re:” a cura di Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi)

PABLO GARCÍA CASADO

Traduzione di Alessandro Raveggi

Da I dintorni

I DINTORNI

per quanto si estendano le città fino ad unirsi
l’una con l’altra per quanto le disillusioni che il sesso la morte
o le opposizioni ci procurano rimarranno sempre i dintorni

l’oscurità dei complessi industriali l’inefficacia
il ministero delle opere pubbliche per quanto si impegnino
collettivi cittadini associazioni di vicini continueranno

ad albeggiare i resti dell’amore nei dintorni

*

1972
parigi, texas

perché travis che ti rimane di quella oscura domanda
perché la casa ridotta in rovina perché lui perché lei
perché l’estate del millenovecentosettantuno

che successe perché una lezione di chimica perché
lo sciopero nel settore metallurgico perché l’ingorgo
perché arrivarono arresi e comunque si baciarono

come se la mia vita consistesse in quello

*

DIXAN

perché si asciugheranno così lentamente i vestiti perché restano
le macchie di grasso di frutta e delle tue labbra
se il dixan cancella le macchie una volta per tutte
perché l’asprezza degli indumenti la secchezza del suo tatto
se penso alle tue mani al tuo modo di guardarmi di dirmi
che per colpa dell’amore si dovranno lavare le coperte di nuovo

domande tristi tristi come tutte le pubblicità di detergente
ed è che non incontro ammorbidente migliore delle tue mani
in quei bar supermercati nudi della notte

*

Da Mappa dell’America

FORD

come un osso che si sveglia dal letargo
il nostro ford sta sciogliendo la neve del parabrezza
metto le valige nel sedile posteriore riguardo la cartina stradale

adesso arrivi tu mezza addormentata
né truccata né sistemata rotta dalla notte passata
una notte di domande di paura di vestiti che entrano

e escono dagli armadi una notte di nevischio sconnessa
però oggi è diverso e ti siedi al mio fianco come prima quando viaggiavamo senza fretta
attraverso boschi e campi di mais in queste notti
di fari accesi alla ricerca di oceano

il ford sale lento su di una collina
voglio viaggiare al sud al sud di tutti i progetti

*

TRAVELLING

mamma che dice ciao casa mia i cani nel giardino
i fiori della casa dei bradley proprio prima che morisse jim bradley
rottami foglie secche l’incrocio colla lincoln avenue

il negozio di roba commestibile i bambini jane fonda che presenta cosmetici
cartelli di campagne pubblicitarie pallide sbarre e stelle
sopra pali del telegrafo reclute

che baciano la loro ragazza prima di salire a bordo
il biglietto che arde nelle mie mani

poi piccole case nere fabbriche di circuiti
e quindi i seminati i piccoli terreni irrigati l’autostrada
il limite dello stato e poi l’america

*

ITHACA

la nostalgia non è fiori secchi nel tuo letto
è la vecchia 2 Cavalli buttata nell’autorimessa l’insonnia

non è il mantello nero che copre le piccole strade
è una sveglia che segna le 3:09 la paura

non è il luccichio delle lame alla luce della luna ma uomini
travestiti da elvis dietro gli angoli il destino

non è la rosa dei venti è una deviazione per lavori
itaca non è itaca è san francisco

*

LAS VEGAS, NV

benedetto sia il croupier che truccò i dadi
benedetta sia la exxon ltd. che rovinò i progetti della compagnia
benedetta la convention repubblicana che ci fece cambiare tutte le date
benedetti i disastrosi risultati finanziari benedette le camere
oscure solitarie benedetta la solitudine e la sofferenza
senza tutto ciò senza la exxon il croupier e tutto il resto non ti avrei conosciuta

sposiamoci lidia
voglio puntare tutto sul tuo numero
starmene nel tuo buco per sempre sposiamoci
conosco una chiesetta nella avenue ovest 24 ore 40.95

fiori a parte sposiamoci sposiamoci questa notte
perché questa notte sono fortunato

*

WOMAN IN BLUE

dopo una vita di mattonelle spezzate
di torbide relazioni con commessi viaggiatori camerieri e altri uomini di mondo
volesti porre un punto riprendere il tuo cognome da ragazza nasconderti

in questo triste paesino in questo oscuro 2 e
50 grazie per la spesa
però ci sono volte che torni indietro e ti vesti del 1987

infagottata di azzurro balli like a virgin in feste per segugi
uomini maturi che ti chiedono ciao bellezza
ci siamo visti prima da qualche parte per caso?

*

JASPER, AL

un bar poltrone foderate di rosso
un uomo una donna all’altro estremo del bancone
il gesto logoro dall’uso lui chiede il conto
si tenga gli spiccioli

salgono le scale ho varcato la soglia sto in casa
jasper alabama 1967

la carta da parati dipinta col medesimo disegno ripetuto
mobili comprati in un catalogo
la foto di j.f.k. finestre senza tende

la donna si avvicina e gli sussurra all’orecchio
parole dolci parole del 1967
tesoro levati il cappotto
datti una sciacquata mentre preparo la cena

*

GARNER, NC

mettiamo che lui abbia 30 anni e lei 17
musica di tom jones i due ballano molto vicini
nel centro della sala mettiamo che si decidano

che lei si concede nel bagno degli uomini

che trascorrano tre giorni e tre notti chiusi
nell’holiday inn toilette piscina viste sulla strada
che lui è un maniaco che lei fa delle cose davanti ad una handycam sony 8 mm. cose che all’inizio fanno male e dopo ancor di più

che si sveglia al margine della 95esima
stordita per l’effetto dei sonniferi mezza nuda
come i figli del mare

e che aspetta l’autobus in un punto della mappa dopo aver camminato tutta la notte con le scarpe bianche nella mano illuminata dai fari di tutti i camionisti

PUZZLE

ho una tristezza si chiama disoccupazione

distrugge i cuori svuota i depositi
sbecca le frecce di quell’arciere che corre per i boschi
e chiude gli uffici postali
ho una tristezza di fabbriche in rovina
una tristezza
inutile come un puzzle come una mappa senza nord

*

LE TASCHE DEI MORTI

metto la mano nella tasca dell’uomo morto
frugo all’interno trovo una busta chiusa
e una chiave al suo interno

questa chiave mi conduce fino a questa stanza questa dove guardo
me stesso

frugando nelle tasche dei morti
frugando nelle tasche dei morti

io che ho conservato i miei soldi nelle banche
del giro cattolico io che ho pagato le mie tasse le multe
del parcheggio

io che senza dubbio sto da questo lato della vita perché vedo
me stesso

frugando nelle tasche dei morti
frugando nelle tasche dei morti

*

WORKMANSHIP

metti il tuo cuore in quella borsa di plastica
conserva la borsa nello sportello lascia la chiave all’incaricato
mettiti gli abiti da lavoro

concentrati non perderti nei dettagli
appunta solo l’importante però stai attento che questo invito
non ti porti a troppe conclusioni

qui hai gli attrezzi
lascia tutto pulito quando finisci chiudi bene tutte le porte
e riprenditi il cuore che non si sciupi

#

PABLO GARCÍA CASADO è nato a Cordoba il 13 maggio del 1972. Ha pubblicato Las afueras (DVD Ediciones, Barcelona, 1997), per cui ottenne il primo premio Ojo Crítico di RNE 1997 ed è stato finalista del Premio Nacional de Poesía del 2004. La sua seconda raccolta è El mapa de América (DVD Ediciones, Barcelona, 2001). È stato incluso in diverse antologie di poesia spagnola come “La Generación del 99” a cura di José Luis García Martín, “Feroces” a cura di Isla Correyero e “25 poetas jóvenes españoles”, pubblicata dalla prestigiosa Ediciones Hiperión.

*

Dal n. 1 del semestrale cartaceo Re: “Litware. L’ennesima potenzialità della letteratura”, ZONA, febbraio 2006 con saggi e testi inediti di Altri Luoghi, Gabriele Becheri, Túa Blesa, Guido Caserza, Arnaut Daniel, Riccardo Donati, Lorenzo Durante, Marcello Faletra, Gabriele Frasca, Pablo García Casado, Francesca Genti, Tommaso Lisa, Lorenzo Orlandini, Rubén Martín, Francesca Matteoni, Luciano Neri, Fabio Orrico, Tommaso Ottonieri, Leopoldo Maria Panero, Tommaso Pippucci, Laura Pugno, Alessandro Raveggi, Angelo Rossi, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Matteo Vignali

Il volume può essere richiesto direttamente all’editoreEditrice ZONA, via dei Boschi 244/4 loc. Pieve al Toppo52040 Civitella in Val di Chiana – Arezzotel/fax 0575.411049www.editricezona.it – info@editricezona.it

18 Responses to Poesie

  1. Giancarlo Tramutoli il 9 marzo 2006 alle 09:25

    che meraviglia!

  2. db il 9 marzo 2006 alle 09:55

    Grazie, Andrea (dico “grazie” perché secondo me un post su NI sottintende un donare agli altri del postante – ma non sempre, stando a Virgilio: timeo Mozzos et dona referentes)

    il pericolo di un europeo poetante sugli USA è che le sue poesie scontino in qualche modo i luoghi comuni sugli USA capita mundi ecc. Bene, queste ne sono esenti, e io l’autore me lo figuro (mi viene megio figurarmelo) come mai stato in USA, tipo l’immenso Lars von Trier.
    Fulminanti per me la terzultima e la penultima.

    Dario

    (siccome l’autore forza la sintassi ma non il lessico, penso che “valige” sia da correggere in “valigie”)

  3. f. il 9 marzo 2006 alle 10:42

    Interessante proposta, Andrea. Grazie.

    @ Dario

    “Timeo Mozzos et dona ferentes”. Sei un grande!

  4. andrea inglese il 9 marzo 2006 alle 16:33

    caro dario, cerchiamo di nutrirvi con il meglio, anche perché vi fate di palato sempre più esigente ed implacabile

    (sugli inutili libri scritti dagli europei sugli USA: l’ultimo in ordine d’apparizione è quello di Bernard-Henry Lévy; in copertina solito deserto con sassone sullo sfondo; titolo: American Vertigo; rivelazioni assicurate)

  5. emma il 9 marzo 2006 alle 19:24

    @db
    (siccome l’autore forza la sintassi ma non il lessico, penso che “valige” sia da correggere in “valigie”)

    Pensiero inutile.

  6. db il 9 marzo 2006 alle 19:33

    per semplice chiarezza: se dico “valigie” non è per maestrinismo, ma perché forse è un refuso, e allora è una piccola segnalazione per il postante, un donininino. E scommetto che così l’ha inteso Andrea (scommetto = spero di vincere, e comunque quello era e sarà il mio intento) :-)

  7. emma il 9 marzo 2006 alle 20:36

    @db

    “come un osso che si sveglia dal letargo
    il nostro ford sta sciogliendo la neve del parabrezza
    metto le valige nel sedile posteriore riguardo la cartina stradale”

    “Valige” non è sbagliato (consultare il dizionario, prego).
    Inoltre:
    1 – è più vicino al parlato (dunque in linea con lo stile della poesia);
    2 – ha un’assonanza con sedile.

    Non ho niente contro le *brave* maestrine :-)

  8. tashtego il 11 marzo 2006 alle 20:42

    poesia de-localizzata, dislocata altrove, nei sempiterni spazi fisico-mental-letterari americani.
    poesia che genera ri-conoscimento, che ri-percorre, che ri-traccia sul già tracciato, che ri-torna ancora una volta sul già detto e narrato talmente tante volte che viene da chiedersi se davvero qualcuno abbia anche vissuto queste attimi e ore e giorni così tanto detti.
    wim wenders disce che l’america ci ha colonizzato l’inconscio.
    è totalmente vero.
    tuttavia questi versi sono belli.

  9. andrea inglese il 12 marzo 2006 alle 00:10

    che l’america abbia colonizzato l’inconscio di wim weneders è certo, il mio pure, ma in porzioni meno arteriosclerotiche ( wenders e l’arteriosclerosi USA: ne verrebbe fuori un bel saggio)
    anch’io comunque sento aleggiare nel bravo poeta spagnolo certa aria da Sam Shepard (sbadiglio), ma malgrado tutti i rischi, mi sembra prevalga una reale “freschezza” e agilità di sguardo

  10. tashtego il 12 marzo 2006 alle 11:19

    L’America ha colonizzato l’inconscio di tutti noi e da molto tempo.
    Non solo quello “sclerotico” di Wim.
    È un fenomeno di trasferimento culturale che dura da almeno sessant’anni e che per intensità, forza e costanza non ha avuto precedenti nella storia.
    L’America si rivolge direttamente alle masse di tutto il mondo ricostruendone inconscio, valori, desideri, cultura, “identità”, eccetera.
    Gli intellettuali vengono saltati a piè pari: non si tratta solo di una semplice corrente di “influenza” culturale come ce ne sono state tante tra le diverse culture, si tratta di una vera a propria sostituzione, di un trapianto.
    L’America ci ha disinstallato dall’inconscio il software di default nazionale e l’ha sostituito con un altro, il suo.
    Non l’ha fatto di proposito, è stata una conseguenza, la più rilevante, della sua forza “fisica” che ne ha determinato la mostruosa capacità di “emanazione”.
    Il vento americano è incessante e violentissimo.
    L’unico paese nella storia dell’umanità che è riuscito ad imporre come moda a tutto il mondo (Cina compresa) il modo di vestire dei suoi bovari.
    Un poeta spagnolo che scrive versi situati nello spazio immaginario della provincia americana.
    Esisteranno poeti americani che scrivono versi situati nello spazio immaginario della provincia spagnola?

  11. superficia lotta il 12 marzo 2006 alle 12:07

    Wenders è uno scoppiato
    von Trier è uno scoppio
    manderlai, manderlai!

  12. emma il 12 marzo 2006 alle 12:09

    Le poesie sono interessanti, però le osservazioni di Tash pure.
    Evidentemente il mito e l’immaginario americani non sono aggirabili. Sia quando li si condivide sia quando ci si pone contro.
    E anche per le forme forse si possono fare discorsi analoghi.
    Qui mi sembra di avvertire l’eco della Beat Generation e qualcosa di Carver.
    Mi chiedo quanto conta, nella mia “accettazione” (nel “gradimento”) di queste poesie, il sentimento di relativa familiarità.

  13. tashtego il 12 marzo 2006 alle 14:11

    emma.
    acuta.
    precisa.

  14. emma il 12 marzo 2006 alle 22:57

    Beh Tash, ti ho semplicemente dato ragione.
    Certo, uno non può rovinarsi l’esistenza a chiedersi ogni volta perché una cosa (una poesia) gli piace o non gli piace.
    Però ogni tanto magari sì.
    Potrei chiedermi ad es. perché le poesie dei poeti francesi pubblicati da Andrea Inglese e Andrea Raos su N.A. mi sembrano meno gradevoli, e meno accattivanti, e meno cinematografiche di queste.
    Che sia anche perché vedo meno film francesi, leggo meno libri francesi, ascolto meno musica francese, ecc.?
    O perché anche in Francia i format davvero dominanti (nonostante un certo tradizionale nazionalismo) sono quelli americani?
    Lo so, sto semplificando e sto esagerando. Però…

  15. tashtego il 12 marzo 2006 alle 23:46

    @emma
    “Il mito e l’immaginario americani non sono aggirabili”, mi riferivo a questa frase, Emma, a quell’altra sulla familiarità dei temi di queste poesie.
    La periferia dell’impero ha lo sguardo costantemente rivolto al centro.
    I dominati sono assorti nella contemplazione del Dominante, del quale appaiono loro attraenti anche le scorie, le deformazioni, i palesi fallimenti.
    Il Dominante riesce a trasformare in centro anche la sua più remota e desolante periferia interna, costruendone un mito esportabile e l’impone.
    Riesce a rendere affascinante il vuoto e la desolazione e la degradazione e il non senso del suo nulla più profondo, anche lì dove c’è invece un pieno di cultura e civiltà secolare.
    L’Europa e il mondo si innamorano degli stracci dell’America e li indossano da decenni.

  16. emma il 13 marzo 2006 alle 08:29

    Sì Tash, penso sia così. Ma penso anche sia uno schema, un modello di carattere generale da vagliare empiricamente.
    Penso poi che la cultura americana sia un universo ricco e contradditorio, fatto non solo di ideologia strumentale ma anche di proposte innovative e alternative. E che al proprio interno abbia materiale per nutrire tutte le proprie contraddizioni, dunque sia per chi è pro sia per chi è contro l’ideologia americana in senso stretto.
    Non so fino a che punto possa ancora funzionare l’argomento dell’Europa “piena di cultura e civiltà secolare”.

  17. tashtego il 13 marzo 2006 alle 10:06

    Mi sono espresso male, Emma.
    Non sto parlando di “ideologia americana”, o almeno non in senso diretto.
    Non mi riferisco alle operazioni strumentali di intenzionale emanazione ideologica degli states, che pure ci sono.
    Mi riferisco invece al trasferimento dell’immaginario da qui a lì, avvenuto nel corso degli ultimi decenni, ma iniziato nel primo dopoguerra.
    È un fenomeno che investe l’Italia in modo particolare e già dal primissimo dopoguerra.
    Non occorre che ne elenchi i dati salienti, che risalgono già, nella versione “alta” e cosciente, a Pavese e Vittorini, nella versione “bassa” e popolare, a Nando Moriconi.
    È il mondo americano che semplicemente si impone, sia nella versione iper-urbana che in quella iper-rurale et western, sia in tutti i possibili passaggi intermedi tra le due.
    Non sto esprimendo giudizi di valore, che vorrei proprio tenere fuori dal discorso.
    Anche se spesso produce ottima letteratura, il mondo americano viaggia in modalità audio-visiva, cinema, musica, televisione, arti visive, eccetera: emozioni che costruiscono solidamente il nostro “altrove” e che contribuiscono tra gli altri fattori all’incessante processo italico di auto-deprezzamento permanente.
    Mi fermo qui, ma prima voglio citare un piccolo esempio di quello che sto discendo: anni fa seguii un corso di scrittura organizzato da una casa editrice: il primo testo che ci fu sottoposto come esempio concreto da esaminare fu il racconto di Carver che si intitola Cattedrale: si trattava cioè di un racconto scritto in lingua inglese e poi tradotto: mi sono domandato quanti corsi di scrittura americani cominciano con l’esame di un racconto scritto in italiano e poi tradotto.
    I giovani docenti, benché molto svegli, non erano in grado di cogliere la stranezza della cosa: avevano completamente interiorizzato un senso di appartenenza, sicuramente autentico, ad una cultura letteraria diversa, riferita ad un mondo diverso, ma sentita ugualmente come assolutamente famigliare.
    Si sanno più cose su come vive un americano del midwest, che su un abruzzese della provincia di Chieti, che infatti si svuota e muore.
    Tutto ciò è assolutamente normale, oggi.
    Ma totalmente asimmetrico.
    Insomma almeno essere consapevoli della debolezza di questa situazione.

  18. emma il 13 marzo 2006 alle 18:27

    Dici cose che fanno pensare, Tash.



indiani