Anatomia dell’io (1)

14 marzo 2006
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[Riporto qui alcuni passaggi di una lunga intervista a Grünbein realizzata da Italo Testa, per il n° 25 della rivista “La società degli individui” che uscirà prossimamente.]

Un dialogo con Durs Grünbein su lirica e soggettività
di Italo Testa

In un’intervista di qualche tempo fa lei affermava che «la lirica è la forma più soggettiva della letteratura. E i segni del tempo vanno di nuovo in direzione del neo-soggettivismo» . Questa forma soggettiva di espressione non contiene forse un momento di oggettività, nella misura in cui corrisponde alle figure dello spirito del tempo? E come si rappresenta la relazione tra costellazione storica e soggettività espressiva della lirica?

Questa è, per così dire, la trappola hegeliana. Il soggetto assoluto sarebbe insieme il rappresentante, l’incarnazione dello spirito assoluto del tempo. Da questa trappola ci si divincola solo se si riconosce che qui è solo questione di fallire, non funzionare, non stare al passo: per esempio il fatto che io non stia al passo con gli ultimissimi risultati della rivoluzione di Internet. Proprio in quanto fallisco come co-esecutore di ogni tecnica, in quanto non ce la faccio, perdo terreno, rimango in una certa misura un soggetto. Oggi si può ancora rimanere un soggetto quasi solo quia absurdum: in quanto non si è sempre up to date.
Ma questa è la forma negativa, e la soggettività oggi non può essere espressa solo negativamente come incapacità di stare al passo, in tutti i campi – soprattutto nella tecnologizzazione mediatica – con uno sviluppo incredibile, probabilmente senza paragoni nella storia umana. Per tornare al nostro tema, credo che naturalmente la poesia sia ancora il più intimo dialogo dell’uomo con se stesso. Però qui non è del tutto chiaro chi sia questo ‘sé’. Nel mio caso può trattarsi di un dialogo con se stessi sull’intossicazione: il problema è sempre scoprire sino a che punto si è contaminati dal tempo, dall’ambiente, soprattutto dalle idee del tempo. In questa misura è corretta la tesi per cui il soggetto non è mai puro. E dovremmo fermarci qui, perché non ci è dato fare molti passi avanti. Ma questo è un punto molto importante. Non vi è affatto quella contrapposizione ideale per cui da un lato starebbero la società, la modernità, lo spirito del tempo, e dall’altro starei io, in quanto singolo, con la mia verità. Questa non è una verità ma solo uno strumento.

Questa soggettività dunque percepisce qualcosa del suo tempo.

Certamente: non è affatto questione di ignoranza. Piuttosto: bisogna leggere tutti i giornali, guardare tutti i programmi televisivi, consumare tutto, parlare con tutti… e in questo affaccendarsi di qua e di là imbattersi in un fondo d’ostinazione.

Già nel suo primo libro, Zona grigia, mattina , lei ha scritto poesie monologiche. Un’intonazione fortemente monologica sembra contrassegnare tutti i suoi lavori. Si potrebbe descrivere tutta la sua produzione come lirica monologica? E qual è il legame di questa poetica con il monologismo di Gottfried Benn?

Da molti anni osservo in me stesso un movimento verso una dimensione dialogica. Ma credo che la poesia, quando si inizia a scrivere, cominci probabilmente da un monologo. Già l’espressione ‘poesie monologiche’ è l’indizio che si tratta di una posizione provvisoria, che la condizione propria di tale stadio debba essere superata. Già da diversi anni molte mie poesie, più o meno apertamente, si rivolgono a un partner dialogico, talvolta direttamente a conoscenti, talvolta ad autori morti, talvolta, e questo è il lato più segreto, a sconosciuti nel futuro. Così assume spessore anche l’aspetto drammatico all’interno della poesia, perché solo per questa via può crescere la tensione. Credo che alla poesia lirica sia inerente la presenza di un interlocutore: anche nel più amaro colloquio con se stessi vi è sempre un interlocutore, l’altro di se stessi, o il Dio perduto, come sempre. Vi è sempre qualcuno con cui si dialoga e mai un monologo puro. Vi sono, naturalmente, possibilità di aprire la poesia, una sensibilità per la moltiplicazione della propria voce che è in atto già da tempo nella mia opera. Poesie di ruolo, dove parlo con la voce di qualcuno totalmente diverso, per esempio un antico romano. Interi cicli in cui molteplici voci differenti animano le righe, come di regola in un coro drammatico. Tutto ciò costituisce una differenza rispetto alla poesia di Benn. Il quale esprime con molta forza l’idea di una poesia monologica, dunque di una poesia che non si rivolge a nessuno che stia all’esterno: una poesia che si chiude in se stessa e che, in quanto lirica plastica, se ne sta lì, in sé compiuta come un oggetto. Io non sarei così radicale. Credo che le poesie puramente monologiche siano l’espressione di una crisi: una crisi della poesia. Nascono quando non vi è più un fuori, nessun interlocutore dialogico per il poeta, non vi sono più dei, non vi è più una società o la società è per il poeta profondamente estraniata. Questo ‘io’ che parla diventa allora l’ultima posizione su cui il poeta ripiega. In ciò si esprime un momento di verità ma anche di crisi, una crisi sociologica.

Nella sua poesia però il ‘tu lirico’ sembra a volte più una figura del soliloquio che un tu in carne e ossa, un’alterità effettiva. Nella lirica dialogica del dopoguerra – penso a Celan – la relazione io-tu sembrava il luogo d’incontro con un’alterità radicale. La Sprachhoffnung, molto importante anche per Ingeborg Bachmann – e che oggi troviamo in un’autrice come Barbara Köhler – ha fatto della relazione io-tu il luogo eventuale dell’utopia. Crede che la crisi dell’utopia, cui oggi assistiamo, possa avere qualcosa a che fare con la disintegrazione dell’intersoggettività?

La relazione tra la perdita dell’utopia e lo scomparire dell’intersoggettività non va vista in una prospettiva troppo ristretta. Questo è solo il penultimo capitolo di una storia più ampia, preceduto da molti altri passaggi. Un capitolo di molto antecedente è la crisi della preghiera; una crisi dell’intersoggettività era già in atto perché, molto prima che fossero state formulate e prendessero la scena le utopie sociali, non vi era più preghiera. Credo che Celan esprimesse delle preghiere ipotetiche: nella sua poesia la relazione io-tu, o la cosiddetta intersoggettività, è quella di una preghiera vana. Non so se Celan si riferisse effettivamente a un altro tu, a un interlocutore esterno, a un altro poeta concreto che era esistito prima di lui. C’è naturalmente il dialogo con Mandel’stam e con Zvetajeva. Ma cose del genere si trovano in molti altri poeti del ventesimo secolo, me compreso. Si dovrebbe qualificare meglio questo ‘tu’ prima di farne il tema di una teoria. Quale tu si intende? Dio? L’amico? Lo scrittore che ci fa da modello? È la società dei poeti morti che circonda un autore oppure un qualche uomo del futuro, nel senso, come ha sostenuto Kleist, che si scrive per qualcuno che deve ancora nascere? Questo ‘tu’ nella lirica è spesso molto cangiante, ha diverse sfaccettature e non è univoco: così può facilmente sembrare che sia solo un ‘io’ camuffato. È davvero estremamente difficile riuscire a trovare, attraverso la giungla della falsa vicinanza, per così dire, un altro ‘tu’. Per esempio l’idea dell’interlocutore dialogico nella poesia non coincide con quella dell’interlocutore più prossimo – più o meno se ne ha sempre uno, almeno da quando l’uomo vive in gruppi familiari; lo si trova anche tra i conoscenti, e tuttavia spesso proprio in queste cerchie il più distante è il più prossimo. Credo che la lirica eserciti da sempre una legittima difesa contro la vicinanza coatta cui la società ci costringe. La società costringe alla vicinanza attraverso la sovrappopolazione, per mezzo dei dispositivi di educazione che, mentre cresciamo, ci gettano in mezzo a migliaia di esperienze estranee. Certamente è casuale in quale famiglia, classe scolastica o compagnia si capiti; casuale in quale ambiente di studio o di lavoro ci si formi… e così via. Noi tutti siamo, per così dire, delle arbitrarie esemplificazioni sociologiche. E credo che la poesia sia anche un mezzo per opporre qualcosa a questa vicinanza costrittiva. Si tratta naturalmente dell’elemento più intimo ed espressivo. Dapprima funziona proprio come un diario: nella maggior parte dei diari all’inizio prende avvio una sorta di dialogo apparente con se stesso da parte del diarista, ma successivamente anche con diversi interlocutori immaginari. Credo che questo sia sempre, in generale, il punto di partenza per la poesia.

È interessante osservare, a margine, che questa polisemia del ‘tu’, dell’intersoggettività, non è costitutiva solo per la poesia, ma si può riscontrare anche nella filosofia del dialogo, si pensi a Mead, Buber, Löwith,Lévinas, Theunissen, Habermas, tutti autori presso i quali il ‘tu’ in questione assume sfumature piuttosto differenti, essendo talvolta l’interlocutore concreto, talvolta un ‘altro’ generalizzato, spesso una controfigura teologica.

Esattamente. In un autore come Lévinas tale ambiguità è portata all’estremo. Molto più chiara era la consistenza del ‘tu’ di Buber, da sempre modellato su Dio.

Sebbene una dose di ambiguità permanga anche al fondo di autori, come Habermas, che in apparenza tematizzano la relazione io-tu in una chiave decisamente sociologica. Non è difficile trovare tracce, perlomeno sullo sfondo, nella stessa sostanza comunicativa dell’interazione, dello sfondo utopico di una intersoggettività teologica.

Habermas cerca di mettere fuori gioco la teologia per mezzo della nozione di secolarizzazione, traducendo la relazione io-tu in un evento immanente: un evento comunicativo puramente immanente. Credo che la maggior parte dei versi lirici in realtà si protenda immediatamente oltre questo fine, consistendo piuttosto in un boicottaggio della comunicazione. Il plusvalore psicologico, l’eccesso d’energia proprio di un verso incastrato in una poesia, dipende dalla sua capacità di raggiungere un’altezza tale da saltare oltre la situazione dialogica immediata, quindi oltre tutte le possibilità di inscenare dialoghi di cui la società dispone, si tratti di dialoghi educativi, processuali, di interviste giornalistiche, e così via. Forme che spesso mettono in opera dialoghi veramente apparenti, come succede nelle interviste sui media: la poesia va oltre tutto ciò ed è veramente una reazione all’espansione della falsa dialogicità.

Non si può non pensare qui ad Adorno, all’idea che la lirica sia un’esperienza di negatività che, boicottando la comunicazione, ne denuncia la falsità. E questo ci riconduce al problema dell’utopia. Nel famoso discorso del 1957 su Lirica e società Adorno ha colto nella soggettività della lirica l’espressione di una negatività – di una relazione negativa con il mondo storico – che contiene sempre un momento utopico, una promessa di felicità. Nella sua opera poetica si possono trovare molti rimandi ironici alla bancarotta dell’utopia, spesso legati alla esperienza diretta del fallimento della DDR: nella poesia Lettera al poeta morto, lei parla di «un’utopia / pietrificata in Bitterfeld o in Karl-Marx-Stadt» , mentre in Vita brevis scrive «L’Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte» . Crede forse che il fallimento storico del socialismo reale privi la poesia di ogni forza utopica oppure il fenomeno è più intricato?

Non credo, a meno di non ridurre la letteratura alle idee sociali. È un problema di grande importanza. Ammesso che tutte le utopie sociali siano veramente fallite, cosa che oggi non sappiamo: è sempre possibile che si tengano nascoste nelle pieghe della società. Per esempio è legittimo pensare che il cosiddetto capitalismo neo-liberale porterà alla luce utopie del tutto nuove, che devono ancora sorgere. Ma non credo che la poesia abbia un legame primario con tutto questo. Credo che la poesia sia quasi realmente l’altro, anche l’altro dell’altro, anche l’altro dell’utopia sociale. È fallito solo quel legame di breve termine, per cui la poesia si era quasi lasciata legare alle utopie sociali; come quando si è presentata, in modo diretto, come poesia del comunismo sovietico o di qualche altra visione del mondo propria del ventesimo secolo. Molti hanno percorso queste strade, ma vi sono anche posizioni più solitarie, che tuttavia erano possibili solo sulla base di una speranza in una rivoluzione di sinistra. Questa escursione familiare della poesia è andata a finir male, ed è vero che tale fallimento ha gettato nella spazzatura molte biografie, ha alimentato molte tragedie. Però, per fare un esempio, già una posizione moderna nella lirica del Novecento, quale quella di Mandel’stam, non si lascia mai risolvere completamente in una qualche forma di utopia sociale. Al contrario, Mandel’stam è per me uno dei primi esempi dei sacrifici assurdi che il processo sociale ha richiesto nella poesia. Concretamente ciò significa che la biografia di Mandel’stam è diventata in qualche modo, per me, uno degli argomenti più importanti contro l’ideologia repressiva della conciliazione propria del comunismo sovietico. Mandel’stam è diventato per me il teste principale contro il bolscevismo, e per questo non provo alcun sentimento elegiaco per il socialismo reale, ma solo sarcasmo per il suo fallimento. Questo fallimento lo avverto come una sottile vendetta. Sono falliti i dittatori, i dittatori dell’educazione, i torturatori, le soldatesche… È fallita la repressione come parte dell’utopia, non la speranza.

In tal senso la sua posizione si approssima a quella di Adorno, per il quale il momento utopico è custodito nella negatività.

Naturalmente! Ho avvertito molto presto questa vicinanza. Ma c’è anche dell’altro. Da subito, per un riflesso quasi archeologico, ho tentato di risalire all’origine: anche il pensiero utopico è sempre un pensiero storico! E non c’è nessuna utopia classica che possa essere accettata. Si tratti di Campanella, Moro, della stessa utopia antica – sebbene vi siano eccezioni, forse Jan Bishof, con la sua fantasia giambica dell’isola – in quasi tutti i casi, insomma, non vi è alcun modello utopico che non operi attraverso esclusione, repressione, rigido ordinamento, selezione. Ogni utopia è già da sempre un modello paranoico di comportamento sociale di protesta. Ogni utopia funziona sempre tramite sacrifici, esclusioni, magari anche solo di una minoranza esigua. Il pensiero utopico, non importa se di sinistra o di destra, è quindi – dalla prospettiva della poesia, il cui unico ideale è quello dell’individuo assoluto – il nemico: è completamente indifferente, lo ripeto, se si tratti di utopie di destra o di sinistra.

Alla luce di questo discorso come dovremmo leggere le molte citazioni da Walter Benjamin che costellano i suoi scritti? L’angelo della storia, che procede con le spalle al futuro, compare già molto presto, nella poesia Tu, solo: «Tu, solo con la storia alle / spalle, ‘futuro’ è / già dire troppo» . Più tardi la stessa figura ricompare come Angelo di Alzheim: «Alzheimer: questo sarà il nome ultimo / del terrore? Lo sai, angelo infermo, / che ciò che accade è a posteriori storia» . Crede che anche l’angelo di Benjamin sia esso stesso complice delle conseguenze sinistre del pensiero utopico? E quale ruolo gioca la filosofia di Benjamin nella sua poesia?

L’angelo di Benjamin è di nuovo una figura cangiante: ha un volto teologico ma anche un volto realmente storico. Nell’immagine dell’angelo è importante per me soprattutto la pointe che più o meno suona: «Ciò che chiamiamo il progresso» . Questa è la formula-chiave: qui si nasconde già in Benjamin un sarcasmo e un dubbio profondo verso l’idea del progresso. È sempre un progresso ciò che getta macerie ai nostri piedi. La speranza è sempre un fallire. Nei casi migliori è una dialettica in un eterno stato di sospensione. Andando oltre Benjamin possiamo dire che da una visione del mondo nasce sempre qualcosa d’altro, mai nulla di migliore. Dal punto di vista della storia umana non c’è alcun miglioramento, solo un’infinita catena di cambiamenti e innovazioni. Ma possiamo riconoscere tale situazione solo perché vi sono delle vette, per esempio nella storia dell’arte, dell’architettura, e talvolta, qua e là, anche della vita sociale. Per alcuni, pochi naturalmente, vi è già stato una sorta di paradiso sulla terra, con tutti i beni e i lussi a disposizione. Il meglio, visto puntualmente, è già sempre stato e sempre di nuovo scompare. Sarcasmo, in una parola. Nella storia umana vi sono state epoche che hanno costruito il paradiso per alcuni e l’inferno per altri. E ovunque ora stiamo andando, per noi tutti vi è un inferno.

È solo sarcasmo? Non c’è anche una sofferenza, la sofferenza irredenta del passato? Una sorta di mutazione dell’utopia, ben visibile, in Benjamin, in una speranza di redenzione del passato, delle speranze, delle esistenze e delle biografie perdute? Una qualche forma di dialettica dell’illuminismo, che lasci ancora qualcosa di aperto per il futuro? Il sarcasmo che lei esprime esclude completamente ogni tipo di progresso?

Possiamo anche dire che l’utopia dovrebbe consistere in questo, che vi sia prima o poi una società in cui ciascun uomo abbia le migliori opportunità di sviluppo, indipendentemente dalla sua provenienza, dal suo colore di pelle, o dalla sua religione, e che le possa realizzare in massimo grado, senza che ciò vada a scapito degli altri. È una domanda aperta se tale condizione possa essere realizzata al cento per cento per tutti. Tuttavia la nostalgia di una tale condizione è probabilmente condivisa da tutti, tranne forse dai fascisti – i quali ritengono che, per organizzare la felicità di un determinato gruppo, abbiamo bisogno dell’infelicità di qualche altro gruppo – o dalle società schiavistiche del passato. Ma sostanzialmente non vi è più alcun contrasto in materia. Oggi nessuno vuole più società schiaviste, nessuno vorrebbe il terzo mondo… tutti vorrebbero che a ciascuno andasse bene, ma ci sono idee differenti sul cammino che ci potrebbe condurre sin lì. Si potrebbe discutere a lungo se, proprio per il fatto che a noi va già così bene, ad altri debba necessariamente andare male, se siamo colpevoli per la miseria degli altri. Queste domande rimangono aperte. E sono profondamente radicate nella spinta che muove Benjamin. Si tratta naturalmente di un forte impulso alla compassione, uno degli elementi che confluiscono nella teologia: giacché alla fine questo impulso alla compassione può essere conservato nell’immediato, in apparenza, solo religiosamente.

(continua)

130 Responses to Anatomia dell’io (1)

  1. melloni il 14 marzo 2006 alle 16:17

    Scusate l’OT, ma vorrei segnalarvi il blog di Lucianone Freud:
    http://lucianofreud.splinder.com
    Contiene un disperato appello. Non siate insensibili al grido di dolore di un uomo di 74 anni. Contiamo su di voi.

  2. lucianone freud il 14 marzo 2006 alle 17:43

    grazie mellloni, ho letto di lei oggi su un blog mi pare quello della dottoressa lipperini, c’era chi disceva che io ero lei e un certo fake e una certa sigla vmo, io ho spiegato credo bene la mia posizione. per qualsiasi cosa lei e chi altri vuole puo’ scrivermi in privato a lucianofreud@virgilio.it oppure a ahoecchime@tin.it per non intasare inutilmente gli spazi discussori qui su nazione indiana e altri blog letterari come quello della dottoressa gaetani, del dottor serino, della già sovracitata dottoressa lipperini, del dottor mozzi, per non parlare qui del dottor biondillo che mi ha fatto i grande onore di lasciare un commento simpaticisimmo su http://lucianofreud.splinder.com
    io spero che la comunità letteraria italiana si mobiliti per aiutare mio figlio rinaldo anni 39 a mio carico.
    curiculum rinaldo freud
    nome rinaldo freud
    nato a roma (rm)
    il 7.12.1966
    residente via nomentana nr, 232
    a roma (rm)
    studi.
    terza media
    ha frequentato per unanno e mezzo il geometri a roma (rm)
    esperienze professionali.
    1989-1989 fattorino all’acotral (azienda consortile trasporti lazio)
    1989-91 disoccupato
    1991-2003 servizio d’ordine (membro) della s.s. lazio
    2004-2004 impiegato falegnameria corati rocca di papa (rm)
    2003-2006 disocuppato
    svolge ogni tanto mansioni di fattorino a giornata, lavoretti di idraulica ecc.

  3. ennio v. il 14 marzo 2006 alle 17:56

    Lucianone, davvero hanno pensato che tu fossi un fake?
    Ma com’è possibile? Non ci credo dài…

  4. lucianone freud il 14 marzo 2006 alle 17:59

    te lo giuro, una cosa ingiusta, incredibbile. eppure è così. io non so chi è sto fake, mai sentito nominare, probabile che è americano o inglese, io purtroppo non so le lingue. comunque spero che con questo mio ultimo intervento su rinaldo di avere chiarito la mia posizione, senza intsare inutilmente gli spazi discussori di nazione indiana, di cui ringrazio ancora il dottor biondillo e forlan, angelini, raos, inglese, kraspenhar. ciao.

  5. fm il 14 marzo 2006 alle 22:36

    Davvero un’intervista di grande spessore, un dialogare acceso, mai criptico, intorno ad alcuni nodi fondamentali della poesia contemporanea.

    Italo Testa è veramente bravo e sa tenere molto alto il livello complessivo della discussione. Studioso di vaglia, oltre che ottimo poeta egli stesso.

  6. db il 14 marzo 2006 alle 23:55

    ho tenuto in casa per mesi il Cartesio on the rocks. quella che deteneva i diritti, una mia ex-allieva ora amica (l’unica volta che ho incontrato Biondillo c’era pure lei) blingue traduttrice per Adelphi e Feltrinelli schifata dal “sistema” di entrambe e ora in posizione di boss internazionale me l’aveva passato dicendomi: se ti convince, voglio che lo traduca tu. non mi ha convinto, e io sono nella posizione ideale per fare solo cose che mi convincono al 100%. L’intervista qui sopra mi conferma nella mia impressione. l’equivoco più grande (ce n’è di minori, tipo non cogliere al volo la novità del dressage cartesiano rispetto alla tradizione stoica) è negare l’utopia quando invece il fare poesia si situa per definizione in un non-luogo che ha tutte le caratteristiche dell’utopia, beatitudine compresa.
    Com’è strutturata, NI invece è un non-luogo alla Augé. un esempio? il post sul bacio verteva su un’utopia concreta alla portata di tutti, mentre per la poesia ci vuole la patente – e invece di portare frammenti di esperienze e/o di teorie, la ggente ha optato per il cazzeggio. Il discrimine passa cioè non tra serietà e scherzo, ma tra scherzo intelligente o no. L’unico blog che costruisce davvero (intendo blog aperto, gli altri sono riviste) è a mia conoscenza ubicue, cui mi onoro di appartenere.

  7. db il 15 marzo 2006 alle 01:36

    anch’io un mese fa alla festa delle mamme del Trotter ho fatto la battutina: perché ci sono solo le cubiste? e io, che ero cubista fin dalle medie, quando per guadagnare due soldi ero in catena e facevo piatti su piatti di Picasso & c.? Le mamme assatanate non vedevano l’ora, e così dopo un’ora mi hanno schiaffato sopra un tavolo in mezzo alla pista col complessino live che sparava Light my fire dei Doors (mai sentita la versione anglo-sicula di Zappa, col ritornello: Tengo ‘na minchia tanta? Se qualcuno dicesse: che scherzo di cattivo gusto, db – io per amor di verità gli direi: ignorante vai su google, ma senza disprezzo) e ho VISTO il roveto ardente: mentre i pantaloni andavano giù la mia voce andava su: Moisé! Moisé! al trimonoteismo – ma era solo bruciore di stomaco che mi son fatto passare dopo con un negroni (m’è passata pure la botta all’anca perché all’assolo dalla contentezza ero caduto a terra – mentre una pizza cubista fatico a immaginarla, anche 4 stagioni). Vedi bambina, noi abbiamo perso nel ’36 ma ora possiamo dire anarchia a testa alta, mentre voi siete allo sfascio e vi vergognate della parola comunismo e chiamate democrazia un meccanismo strano che soddisfa le vostre frustrazioni perpetuandole. Su, che si vive una volta sola! (e la rete non è una casa del popolo)

  8. db il 15 marzo 2006 alle 07:11

    @andrea
    la notte porta normalmente consiglio, e spero anche nel caso del nick qui sopra (spero cioé abbia postato sotto un effetto-choc televisivo subito dopo il testa a testa/testa o croce BP. io non avevo stanotte il problema in quanto reduce dalla prima gratis al Piccolo di Paolino Rossi – bello, sublime quando racconta la messa in scena di Godot anni ’70 con lui, Andreasi, Iannacci e Gaber. ero con Monica + 1/2 brainstorming, l’emisfero destro-ragionante, e a casa mia abbiamo discusso del “destino” di NI, confermato in pieno da margy cui ho risposto con gli altri dietro ghignanti).
    In una parola, proprio quando dovrebbe/potrebbe approfondire, Gruenbein banalizza: l’incipit sulla “trappola hegeliana” è emblematico, lui cavalca un luogo comune-manualistico, una topia che si dissolve appena si cominci a leggere le Lezioni di estetica. Idem su Benjamin. Temo che G risenta negativamente dell’ex-cattività nell’ex-DDR. Che sia stato tradotto da Einaudi (in tedesco ha la sua bella copertina rigida ed è grande il doppio dei bianchini, insomma potevano trattare meglio l’ospite) l’ho saputo ieri googlando, e per dire non so ancora chi l’ha tradotto, e non me ne può fregaddemeno in quanto l’ho già letto).
    Il centro dell’intervista a G. è: che senso ha “utopia”? Forlani a mia insaputa ha messo a post un collage che avevo tratto da internet e inviato sotto il post-Chiantelassa. così ho occupato il primo commento sotto il post con un pezzetto mio, tratto sempre da lì, il cui senso era: se siamo ancora compagni, un dibattito sul bacio come momento u-topico concreto (=ossimoro) ecc. ecc. Se la ggente cazzeggia, usa lo spazio del dibattito esattamente come uno spazio di risulta à l’Augé. In questo spazio cioè non si costruisce qualcosa, si deposita solo, e trattandosi di scorie dimmi tu a cosa potrebbe somigliare. Posto che l’obiettivo-principe sia il costruirci qualcosa (= mera ipotesi), i problemi di NI (porto le conclusioni della nostra discussione di ieri notte) sono:
    1- accavallamento dei post che “costringono” i dibattenti a migrare-sciamare, e a pizzicare l’argomento invece che sviscerarlo (=l’accavallamento induce al cazzeggio)
    2- democraticismo = democrazia fuori-luogo = catatopia, per cui si “deve” lasciar commentare tutti se non in caso di infrazioni estreme (come in parlamento, per intenderci)
    3- il problema nick – il problema qui è che il nick non è un problema, e invece lo si intende spesso addirittura come IL problema.
    Questo terzo si risolve togliendolo; il primo ponendo delle regole, ad es. un numero massimo di post al giorno, un numero massimo di post per postante, il raggruppamento per temi, come una casa, in cui c’è uno spazio per mangiare (ad es. post-racconti/poesie), uno per chiacchierare (ad es. post-critica), uno per cagare ecc.; il terzo lasciando ad es. al postante la facoltà di eliminare commenti ritenuti incongrui.
    Sono affari della redazione. ribadisco che, da quel che ho visto (bazzico da 2 mesi NI, da 2 settimane gironzolo parcamente tra i blog), ubicue è l’unico davvero costruttivo, e cioé costruttivo in senso vero e proprio = che mira all’espressione o all’attuazione pratica, concreta ed efficiente di qualcosa (Devoto-Oli). Mi onoro di farne parte per questo e insieme perché è anarchico.
    Qui sopra ho detto a margy “bambina”, eppure non ne conosco l’età né il sesso. Chiamandola bambina, sottintendo 2 cose: che ragiona poco e che può crescere (non ho detto cioé né stupidina né arteriosclerotica). Subito dopo, in progressione sono passato al “voi” che significa univocamente: tu bambina + le bambine come te. Siccome ritengo (tutti di ubicue riteniamo) che il comunismo sia una malattia infantile dell’ubarchismo, ho sviolinato sulla vergogna comunista (che non significa tacere, ma arzigogolare/cavillare sul comunismo al punto che ci si scorda di cosa si sta parlando – mentre un Gruenbein ad es. se lo ricorda, forse troppo).
    Non posso dire : bacio le mani, perché il post sul bacio l’ha titolato così Forlani. bacio il culo nemmeno, bacio dove cammini peggio ancora per la postura prona ecc. ecc., e quindi ti dirò, sincero come sempre

    bcc. bcc.

    d

  9. fm il 15 marzo 2006 alle 08:37

    109 righe per dire: l’intervista è scadente; Grunbein è un poeta mediocre.
    Complimenti.

  10. andrea inglese il 15 marzo 2006 alle 09:35

    grazie per la pubblicità di unicub, dario, adesso pero’ non ti fissare su quella (c’è già stato in passato uno che ossessivamente faceva i commenti per pubblicizzare il suo blog)

    se poi fossi più breve, più in tono, meno compiaciuto, ti leggerei anche volentieri (non trasformarti pero’ in trivella logicogrammatica perché non ti potro’ seguire)

  11. andrea inglese il 15 marzo 2006 alle 10:09

    quanto, al Grunbein, detto infretta, mi sembra confermare nell’intervista quanto già si intuisce dalle poesie: un modernista conservatore, con uno scetticismo di taglio metafisico… D’altra parte, se bisogna misurarsi con chi rifugge le utopie, preferisco farlo con un Grunbein, che almeno è coerente nel suo discorso, piuttosto che con un sostenitore del neoliberalismo, che non sapendolo affossa un’utopia per difende un’altra

    quanto al fatto che la poesia sia sempre utopica… non credo; una certa poetica del genere lirico moderno la vuole o la interpreta come utopica (cenni su questioni/voragini); per certi versi, come diceva Fortini, la poesia è sempre “conservatrice”

  12. db il 15 marzo 2006 alle 12:25

    non la poesia, ma il poetare si svolge sempre in un luogo u-topico, che ha le sue soddisfazioni utopiche anche se stai piangendoti addosso: chiedi al Conte quando gli entrava a Silvia o il passero. sveglia!

  13. db il 15 marzo 2006 alle 13:41

    in 5 righe fm ha detto che sono bravi/gli piacciono intervistato+intervistatore

    delle 19 righe mie totali, io ne ho impiegate 12 per dire che
    1. conosco bene il Cartesio sull’originale
    2. che c’è un “sistema” nella case editrici (ad es. la Colorni voleva lo stile Adelphi – non lo stile dell’autore)
    3. che il Cartesio non mi convince al 100%
    4. che l’intervista idem = non mi convince
    5. per vari motivi minori, uno instar omnium schiacciare Cartesio sullo stoicismo=bufala
    6. ma soprattutto perché equivoca sull’utopia dimenticando che il poetare, compreso il suo, è per definizione u-topico
    e le restanti 7 per dire che
    1. il dibattito sul bacio u-topico è deludente a causa dell’impianto di NI
    2. NI per ora è un non-luogo non u-topico dove prevale il cazzeggio
    3. che Ubicue è invece un blog costruttivo

    Adesso il postante prende un discorso ragionevole per logicogrammaticismo, un esempio concreto per ossessione. e invece tace sui “mi piace” secchi (che come peso equivalgono a “un mi prude”) e non elimina d’imperio i “fatti una bella trombata”.

    Vedi Andrea, sul breve ti direi “chi si contenta gode”, ma sul medio e più sinceramente ti dirò “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
    e più sinceramente ancora: sii degno di quello che sei, ma altrove.

    DB

    quanto alla pubblicità, è come se ti dicessi che tu qui fai il marchettaro. discorsi del cazzo. pensa a NI invece, e alla sua agonia.

  14. andrea inglese il 15 marzo 2006 alle 14:41

    caro dario, visto che ti reputo un savio interlocutore, ti ho anche spiegato cosa non apprezzo dei tuoi intereventi (vedi sopra); perché menarla a me del dibattito sul bacio, come tu lo vorresti? questo non c’entra nulla con la moderazione; (infine, io non vengo su ubicue a dire che ni è un vero sito distruttivo, mentre voi di ubicue sapete solo costruire…)

  15. Staccalanana il 15 marzo 2006 alle 15:17

    e torniamo alla differenza tra poesis e praxis, le due forme del fare. Però mi sembra strano che G. ascriva alla prassi che si è rovesciata in utopia negativa il fallimento dell’idea stessa di utopia, che come dice db vive sempre nell’esperienza del poetare, cioè nell’attività di G. Io mi chiedo se possa darsi anche una prassi, e non solo una poesis, u-topica, vale a dire an-archica o anche ubarchica. Esiste una prassi senza luogo e senza principio o con infiniti? E’ solo quella della rete?

  16. emma il 15 marzo 2006 alle 21:58

    (come A.M. Carpi) professore ordinario di lingua / letteratura / traduzione tedesca, aver tradotto Rilke / Benn / Enzensberger, aver scritto saggi sul barocco tedesco / su Nietzsche / Kleist / Thomas Mann / Benn / Celan

  17. db il 15 marzo 2006 alle 22:35

    Fortini dice che la poesia è “conservatrice” perché non s’è visto mai un poeta cambiare il mondo. Ma il poeta conserva il sogno, e lo pratica poetando. “La bocca che si apre per dire no” (alle utopie, alla speranza) “si smentisce da sé” ecc. ecc.

  18. andrea inglese il 16 marzo 2006 alle 06:47

    emma e dario, quel che dovevate dirvi ve lo siete detto; ho distillato quanto c’entra con Grunbein

  19. emma il 16 marzo 2006 alle 11:52

    Non è in stretta relazione con l’intervista a Grünbein, e per di più mi sembra un indirizzo già presente su NI. Tuttavia:

    http://www.emsf.rai.it/scripts/frameset.asp?tabella=interviste&id=299

    Dove si possono evidenziare:
    – le riflessioni su “lirica”, “io”, “tu”…
    – i richiami a Adorno e Leopardi
    – la capacità di Fortini di fare divulgazione “alta”
    – eccetera.

    (Pace e bene, db)

  20. db il 16 marzo 2006 alle 12:12

    1. Io faccio lo storico della filosofia, e in più sono “portato” per tradurre. L’affaire Descartes mi è passato sottomano semplicemente perché in questa triplice veste (la terza è l’amicizia) la detentrice dei diritti mi aveva interpellato. Ma ‘sto Gruenbein manco sapevo chi era, mentre di più ne so about René.
    2. Nel thread (si dice così?) di Mozzi, mentre commentavo IT il racconto, temp mi butta in pasto un pistolotto di Benn chiedendomi di tradurlo (pensavo a sete sua di sapere, o a una sfida di verità, ora penserei più a un détournement, tipo un boccone al cane perché non morda un cristiano [?]). A me Benn stimola l’orticaria, in più il pistolotto mi sono accorto che già stava tradotto, ma un piacere non lo nego a nessuno, e girando in rete ho trovato una poesiola giovanile che mi sembrava ad hoc (avevo cominciato anche a tradurla, in veneto: *El visù del creato: el mas-cio, l’omo!* [dove visù è comune chez nous per bijou, a rendere il tedesco Kronung] look at the endecasillabo). Poi la temp s’era “dimenticata”, e non ne ho fatto niente.
    3. Ieri sono passato da Aquila e ho barattato le “Distillazioni” di Benn con un libro mio. E ho visto quel che non dovevo vedere i.e. il BECCANOTTO, come diciamo noi. Io ‘sta Carpi non l’avevo mai sentita nominare: per il mestiere che faccio, è una lacuna grave? E Guerra e pace allora, che l’ho cominciato a 14 anni e non l’ho ancora finito?
    4. 10 minuti fa ho letto post + commenti di Gruenbein con 4 sue poesie, e ho visto che la Carpi è anche poetessa ecc. ecc. Dovevo leggere prima quel post? siamo sui banchi di scuola, che ho fatto solo mezzo compito? non eri tu Andrea che giustamente dicevi che c’è altro da fare che stare attaccati al pc?
    5. “A morte Tayllerand!” della Carpi ho visto che parla della Stazione centrale: io ci abito attacato ergo lo leggerò. E così capirò anche il titolo, perché sono affezionato a T., o meglio alla frase che ripeteva sempre: *Vulgus vult decipi: decipiatur ergo!* Ecco, allo stato attuale, manderei a morte il volgo, prima di T.

  21. db il 16 marzo 2006 alle 13:15

    Ecco, se Emma posta un indirizzo come quello, il discorso si fa serio, assolutamente serio (tra l’altro, io lo vedo come un suggerimento indiretto al dibattito in corso sotto un altro post sullo scrivere romanzi: per capire come si fa un film, meglio studiare Antonioni che Salvatores).
    Io non conosco molto della produzione fortiniana, ma presumo di saperne quanto basta, i.e. il nocciolo. In più, c’è una corda in me scoperta, personale, che ho cara come un voto o una reliquia. Se col cazzeggio mi si dovesse toccare quella, so già che diventerò una belva.
    Questo come premessa, che si conclude con: scrivendo *Pace e bene, db*, emma ironizza o fa sul serio? Tolto il dubbio, sono disposto a dialogare fino allo stremo.

    DB

    PS. Se ad es. io concludo con *Baci e pene, emma*, ciò è inequivocabilmente ironico (per quanto scurrile)

  22. emma il 16 marzo 2006 alle 16:08

    “Pace e bene” significa “pace e bene”.
    db, finiamola.
    Altrimenti ti chiamo “dario borsa”. O, se lo preferisci, “borsa d’aria”.

    Non sono in grado di fare discorsi complessi su Fortini o su Grünbein. E poi non ho tempo.
    Di Fortini ho letto soprattutto poesie. Come poeta Fortini mi piace molto. E anche come traduttore di poeti (anche traduttore di poeti tedeschi) (diciamo la resa in italiano, ché di tedesco non so una parola).
    “A metà partita” l’ho appena cominciato. Può darsi che mi faccia venire voglia di leggere “Della neve” (ovvero Cartesio in Germania). Può darsi.

    Sul Cartesio ho trovato questa intervista, che mi sembra interessante:
    http://www.ilportoritrovato.net/html/bibliogrunbein.html

    Della Carpi traduttrice di Grünbein ho trovato questa testimonianza:
    http://www.provincia.padova.it/Comuni/Monselice/traduzione/28-30%20pdf/carpi.pdf

  23. Gegè Marzullo il 16 marzo 2006 alle 16:25

    D. Dottor Grünbein, lei ha scritto molto su Cartesio. Per lui la natura aiuta a ragionare, oppure la ragione è una facoltà naturale?
    R. La ragione cartesiana in ogni caso dev’esser stata stimolata dall’astrazione delle forme coperte dal manto di neve. Il mondo appare allora al filosofo come pura costruzione geometrica: ecco perché il metodo cartesiano è come inscritto nella purezza della nave.
    D: Lei naviga?

    Grünbein si allontana, piangendo a dirotto.

  24. db il 16 marzo 2006 alle 18:20

    dunque emma abbandona, o come ama dire lei, ha fatto le valige (senza la seconda i, che poi ci vuole anche il puntino, uffa). E pensare che sfruculiando in biblioteca avevo trovato l’ultimo testo di Benn, un frammento che non avrebbe sfigurato tra le “Distillazioni” e dovi trovi tutto l’uomo: la trappola (da cui Gruenbein attinge sin il titolo delle sue Fallen), il superomismo, l’omosessualità, le omeomerie, il nazismo…
    Si chiama Die andere Seite, e ne do una prima versione senza troppe pretese (ho dovuto rinunciare alla rima per mantenere l’incalzare del ritmo):

    L’ALTRA SPONDA

    Guarda quanti segni
    un atlante il corpo mio
    Qui è passato il mondo
    riconosco il marchio suo
    Spavaldo ed insolente
    delicato non direi
    Credi a lui
    e non a me…
    come puoi gente…
    Mai nessun lamento
    fermo e zitto lì
    Incassando e pazientando
    vedi è tutto scritto qui…
    Tanto accanimento
    un giorno speri finirà
    Non conosci il mondo… o non ti ami…
    L’altra sponda
    non passarci mai
    Stanne fuori
    fidati di noi!!
    Una landa
    dove tutto irreale è
    Non c’è luce non c’è pace
    Affonda
    ogni dignità
    l’altra sponda
    uomini a metà e Dio… che fa…
    Trappole e serpenti
    da qui non si esce più
    Pensieri delinquenti
    errori di una gioventù
    Stanchi professori
    avete vinto voi
    Noi restiamo ai margini del cuore…
    L’altra sponda
    per non chiedere
    Alla gogna
    chi vuol vivere
    Se mi senti
    non pensare che hai vinto tu
    Un sussulto e passi
    all’altra sponda
    Terra d’incerti eroi
    Che vergogna
    Se ti salvi tu è perché gli mentirai…
    L’altra sponda..
    una macchia che non va via
    Un sospetto e sei…
    dell’altra sponda
    Un gioco ignobile
    Chi ti manda
    ha morbosità da vendere…

  25. db il 16 marzo 2006 alle 20:55

    Dai grandi uomini s’impara sempre, e proprio nei frangenti cruciali. Sono alla prima pagina dell’introduzione della Carpi ai distillati di Benn, dove la curatrice difende con fior di documenti il poeta dalle accuse infamanti di essere stato nazista. Intanto il coccolone è durato solo un anno, e aveva origine epidemica perché colpì nello stesso periodo anche Heidegger e altri (senza contare i parenti stretti e lontani). Ma soprattutto fu tutto un equivoco. Alle elezioni del ’33 c’erano infatti 25 partiti che litigavano fra loro e dicevano tutto e il contrario di tutto. I programmi poi erano un coacervo di punti, comma ecc. Così, come si faceva a scovare il codicillo in cui il Partei se la prendeva con gli ebrei? Bisognava essere dei fissati, o aver tempo da perdere. E Benn sbagliò scheda.
    Stiamo dunque attenti tutti il 9 aprile, che se per sbaglio diamo il voto a Prodi, poi chiuderà NI.

    La copertina reca la terza e ultima strofa di “Amarilli”: la riporto, perché parla di cervelli bevuti (temp era contenta quando mi chiese di tradurle qualcosa di Benn: spero lo sarà anche adesso, che come suol dirsi sto gettando le basi – anzi, se mi ha promesso Hoelderlin, lo baratterei con una traduzione sua della strofetta qui sotto)

    Was wäre noch Stunde dauernd
In meinem zerstörten Sinn,
    es bricht sich alles schauernd
in Augenblicken hin.

Cosa sarebbe un’ora che dura
    nella mia mente distrutta,
tutto va in pezzi, in attimi
    si frange rabbrividendo.

  26. temperanza il 17 marzo 2006 alle 08:38

    @DB

    Dario, tu ce l’hai uno stipendio? E anche, se ho capito bene, un sacco di tempo libero? Beh, io no. E in questo momento ho da lavorare. Intervengo solo lì dove ho pensato le cose così a lungo che già le so e mi costano poco tempo o quando mi prendo cinqie minuti di pausa. Tradurre porta via tempo ed energie mentali, almeno a me, e per ora non le ho. Te la faccio la trad. di Hölderlin, ci ho già lavorato ma non è pronta, se avrai deciso di lasciare NI te la metterò su ubique o al tuo indirizzo che hai messo qui da qualche parte. Dammi tregua.

  27. db il 17 marzo 2006 alle 09:39

    Ne “L’irreparable” di J. Répert, una poesia assai nota in Francia perché venne musicata nel 1965, il refrain fa: *E di notte, e di notte per non sentirti solo ricorderai i tuoi giorni infelici, e capirai in un solo momento cosa vuol dire un anno d’onore. Lo so non servirà* etc. Il refrain mi fa da sottofondo/Stimmung (Stemning direbbe SK), o da basso continuo perché “introduce” sia all’Amarilli (anno/momento = ora/attimo) sia alla prima pagina dell’intr. della Carpi a “Distillazioni”. In essa la Carpi figura non come traduttrice e nemmeno come critica letteraria, bensì come storica tout court. Nel link segnalato da emma, “Una tentazione irresistibile”, la Carpi racconta di sé: * entrata nell’area del tedesco, appena sono stata in grado ho messo non autorizzata le mani su quel divino cinico di Gottfried Benn, che non ho mai più abbandonato.* Diciamo che se ne occupa da almeno 20 anni, quindi conoscerà a menadito la produzione di Benn (intendo anche solo i testi pubblicati in vita, che poi non sono molta roba). Ora, nella prima pagina dell’intr. la Carpi cita abbondantemente un testo del ’51 in cui Benn raccontava la fola della scheda sbagliata, avalla totalmente e passa ad altro. Io, che non conosco affatto Benn, prima su internet ho trovato: *”L’eccezionale istinto biologico per il perfezionamento razziale che aleggia su tutto il movimento non consente di perdere di vista un solo momento quest’unico pensiero” scriveva in incipit a “L’Espressionismo” (1933).* Dunque nel ’51 Benn sostiene che nel ’33 aveva perso di vista il razzismo racchiuso in un punto del programma del Partito nazionalsocialista, ma proprio nel ’33 sosteneva che non era consentito (a chi? a tutti meno lui? c’è qualche fesso che non sente l’arroganza intimidatoria del passo?) perdere di vista il razzismo ecc. ecc. Ciliegina: la Carpi, che dice di aver dedicato la sua vita di studiosa a Benn, perde di vista un testo famoso come “L’espressionismo” del ’33. Deve farsi un’esame della vista, della coscienza, di neanche una o di tutt’e due?

    @emma: capirsi è come tradurre = difficile, ma si può. Le cose, lo sai bennissimo con 2 n, stanno così:
    1. nel dibattito su Mozzi mi hai chiesto di tradurti un pistolotto di Benn OT.
    2. per farti un piacere, mi sono messo, ma poco dopo ho visto che era già tradotto, e mi sono offerto di tradurti una poesiola di Benn, sull’uomo-maiale.
    3. tu hai risposto: *Vada per la poesia*
    4. per gli incroci della rete, qui ora stiamo parlando di Gruenbein tradotto dalla Carpi che traduce Benn.
    5. casualmente trovo “Distillazioni” di Benn, leggo la quartina riportata sulla copertina, inorridisco e mi propongo di tradurla, ossia di rispettare la parola data a te sostituendo l’amarilli al maiale.
    6. nel frattempo, sempre su NI tu mi avevi promesso di dare su NI una tua versione di “La veduta” di Hoelderlin, 2 quartine da rompersi la testa.
    7. siccome ho visto che su questo thread non intervenivi, dato che Benn l’avevi proposto tu per motivi insondabili in quanto OT, ti volevo agevolare il mantenimento della parola data proponendoti di sostituire Hoelderlin con la quartina di Amarilli. Così entravi in un dibattito che in qualche modo era partito da te e risparmiavi un sacco di tempo (ribadisco: non c’è confronto, quanto a difficoltà di traduzione, tra quell’H e questo B).

  28. temperanza il 17 marzo 2006 alle 09:52

    @dario

    Ma ti rivolgi a Emma o a me?

    Mi pare che tu ti rivolga a me. Ora: io non leggo tutti i commenti, e neppure tutti i pezzi, questo non l’avevo scorso fino a questa mattina, e in fretta, e non ho tempo, e poiché però ti ho promesso una traduzione di Hölderlin da confrontare con la tua, che molto ho apprezzato, o Dario Borso, vuoi darmi il tempo? Solo per questo ho lasciato una mia traccia qui, per dirti che arriverà e che mantengo le promesse.

    Mi dici:

    “Così entravi in un dibattito che in qualche modo era partito da te e risparmiavi un sacco di tempo (ribadisco: non c’è confronto, quanto a difficoltà di traduzione, tra quell’H e questo B)”

    Sarò ben io a decidere se voglio entrare in un dibattito, o no? E sarò ben io che decido se e quando e come voglio ridsparmiare tempo, o no?

    Emoticon svariati:–)))) ;–))))
    Adesso chiudo e fino a questa notte non riapro.

  29. db il 17 marzo 2006 alle 12:21

    A. Berardinelli, Stili dell’estremismo, Ed. Riuniti 2001, diviso in 3 capp: 1- Stili dell’estremismo: Fortini, Zolla, Tronti, Calasso 2- I rumori dell’essere: Heidegger, Derrida, Severino 3- Il piú pessimista: Cioran. [per me c’è qualcosa che non va: a) un allotrio: Tronti b) due fuori-quota: Fortini e Derrida]
    Premessa generale: *l’estremismo è diventato a un certo punto del ‘900 rigidità e cifra stilistica, forma estetica, linguaggio che paralizza e svuota il pensiero dei suoi oggetti e contenuti reali. Non si trattava più di un modo per essere coerentemente fedeli a se stessi o alla realtà rischiando l’ostracismo e l’insuccesso: si trattava ormai del modo più sicuro di attirare l’attenzione distratta dei mass media e farsi rapidamente accettare.*
    Fortini: *ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione. La sua aspirazione è sempre stata di mostrarsi, di fronte ai sacerdoti e ai tribunali dell’ortodossia marxista, più fedele ancora di loro, più inventivamente e culturalmente dotato per assolvere il compito, molto delicato e impegnativo, di tenere in vita la lettera e lo spirito della dottrina… con ripetuti rituali retorici nel cielo dell’indiscutibile… un gesto pseudo- discorsivo, il calco vuoto di un discorso impossibile, l’inarcatura retorica che aspetta l’avvento di un avvento reale… Nel suo immaginario culturale sovreccitato, da studente in gara, che ragiona per epoche e per grandi strategie, dentro l’enciclopedismo diligentemente aggiornato del suo sistema di allusioni, Fortini è un pensatore settario… Come in Hegel, la teologia si travasa in politica. Dio è storia, la storia è storia sacra. E quando la rivoluzione si allontana fino a sparire oltre il limite dell’orizzonte, allora è lo spirito stesso dell’Utopia, sono le categorie religiose e spirituali, i versi dei poeti e gli aforismi dei mistici a prendere possesso di un pensiero che si ostina a definirsi politico in assenza di un’attività politica corrispondente che sia visibile o immaginabile.*
    Calasso: *Ha un eccellente sistema nervoso, ha sempre voluto essere terribilmente forte e impassibile. Ma questo stato di salute e di efficienza energetica quasi divina, ha un prezzo. Chi non accetta di farsi contagiare, chi non vuole cadere, perdersi, ammalarsi, soffrire dolori e incertezze, è difficile che arrivi a capire gli autori eccellenti. Lui, la sola cosa che voglia e abbia sempre voluto è questo: essere eccellente, essere uno che visibilmente eccelle, che vince.*
    Heidegger&c.: *Ci deve pur essere qualcosa negli ex-nazisti non pentiti che affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell’intelligenza, l’esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di un’intelligenza superiore.*
    Conclusione generale: *Le menomazioni degli spiriti eletti e degli specialisti: non ridono e non piangono, non si rallegrano né si disperano. Ma chi è incapace di riso e di pianto è al di qua, non al di là, del bene e del male. La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione… L’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato.*

    1- Da un certo punto di vista, Fortini dice sempre la stessa cosa (v. l’intervista linkata da emma): tutto dipende se è giusta o sbagliata.
    2- I passi di B. li ho copiaincollati (non ho il libro intero).
    3- Le idee non nascono come i funghi: se B. ha fatto il salto, sarà per…
    4- La critica dello stile “impassibile” può essere condivisa, ma l’insistenza sul “vincente” lascia trapelare un disagio, una frustrazione da “perd…
    5-L’asta per fare il salto (non l’unica credo) è http://72.14.203.104/search?q=cache:YkElsJNGJzgJ:www.ragionpolitica.it/testo.1942.perch_non_amo_opere_franco_fortini.html+stili+dell%27estremismo+berardinelli&hl=it&ct=clnk&cd=10&client=safari del 2004, interessante perché si riferisce a un libro che taglierebbe la testa al toro.

  30. andrea inglese il 17 marzo 2006 alle 18:53

    anatomia dell’io: egolatria di borso;
    ti faccio il conto: hai scritto 12 commenti, più quelli che ti ho tolto;
    dopo di te quello che ha fatto il numero di commenti maggiori sono io: 4 commenti; oscilli dalle 30 alle 70 righe (vedi ultimo commento);
    dici anche cosa interessanti, ma con chi parli? cosi è un monologo

    io t’invito all’astinenza, a un esercizio di riduzione dell’ego; cinque commenti max, quando il soggetto ti appassiona, non più di 10 righe a commento; (è un po’ come scrivere un sonetto: non più di 14 righe; non più di undici sillabe a riga)

  31. emma il 17 marzo 2006 alle 19:43

    Non capisco dove vuoi arrivare, db, però ho trovato molto interessanti la citazione di Berardinelli e il link a “Ragionpolitica”.
    Non sapevo che Forza Italia avesse una politica (diciamo così) cultural-poetica, con tanto di Fortini all’inferno e Pasolini in paradiso. :-)

    Mi sono letta l’intervento di Raffaele Iannuzzi.
    Mettere a confronto 19 versi di Fortini con 9 versi di Pasolini – spettegolando / sbavando, senza contestualizzare alcunché ma strizzando l’occhio all’improbabile lettore (nonché militante / quadro forzitaliota “in formazione”) – e concludere senz’altro che “l’abisso lirico ed espressivo fra i due è incolmabile e va a tutto vantaggio di Pasolini” dimostra un acume critico stupefacente.
    Che ci si debba rivolgere a Forza Italia per risolvere la crisi della critica? :-)

  32. db il 17 marzo 2006 alle 20:40

    Ringrazio emma, in generale per l’apertura dimostrata qui sopra a un dialogo, e in particolare per i link illuminanti che ha postato.
    L’intervista a Gruenbein che siglata (1) promette un seguito (e comunque ha un antecedente nel post di sue poesie) ha a suo centro dialogicità/utopia, con un corteo di riferimenti poetici/filosofici. Il riferimento a Fortini, “dettato” da Inglese, per noi italiani è decisivo (Fortini conosceva bene il corteo). Attorno a questo centro, che potremmo chiamare Gruenbein/Fortini, nel thread si sono formati due nuclei: Benn “predecessore” di Gruenbein (tradotti entrambi dalla Carpi) e Berardinelli “critico” di Fortini. Mi sembra che siamo davanti a veri nodi (tra l’altro la polemica tra B. e Inglese/Raos sarebbe stata su un piano diverso e più profondo coi documenti sopra riportati), e che valga la pena andare avanti. Certo, quando Jannuzzi dice di preferire X, ti vien voglia di dire Y, ma è una trappola. E difatti quel libro meraviglioso che è “Attraverso Pasolini” è un dialogo da cima a fondo.

  33. andrea inglese il 18 marzo 2006 alle 09:44

    a me sarebbe piaciuto riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia: il modernista conservatore e il (quasi) classicista rivoluzionario…

    Ma ho trovato interessanti le due testimonianze su F. postate da db; quello di jannuzzi come curiosità, quello di Berardinelli, perché qui mostra un vero talento nell'”abbassare”. Ed è vero che, con talento, si puo’ abbassare (ridicolizzare, diminuire) tutti quanti, con quello sguardo da valletto da camera di Napoleone, pero’ ben istruito e scaltro. Solo che il tipo di operazione alla Berardinelli mi sembra simmetrica alla beatificazione. Del beatificato non resta nulla di discutibile, del ridicolizzato (abbassato) non resta nulla di cui valga la pena di discutere.

  34. temperanza il 18 marzo 2006 alle 10:26

    Hai ragione, Inglese, anch’io ho trovato quel libro troppo facile, ma credo nasca dalla pancia di Berardinelli, dalla sua umoralità, dalle sue private idiosincrasie. Mettere assieme Fortini, Zolla, Tronti, Calasso è a mio avviso un “trucco di obiettività”, una mossa retorica. Tra i due conservatori la categoria potrebbe forse valere per Zolla, ma per Calasso? Forse vale per il solo Fortini. E non capisco cosa ci faccia lì Tronti.

    In fondo, senza saperlo, anche B. è un estremista.

  35. temperanza il 18 marzo 2006 alle 10:27

    Per “facile” volevo dire schematico.

  36. emma il 18 marzo 2006 alle 11:22

    In effetti, anche se si presenta come dato interessante, l’insofferenza di Berardinelli per gli “stili dell’estremismo” (insofferenza non solo intellettuale, si direbbe anche psicologica e caratteriale) mi sembra c’entri poco con Grünbein.
    Quanto al possibile nesso Fortini/Grünbein: sì, certe riflessioni sembrano richiamarsi l’un l’altra, ma credo sia perché affrontano argomenti simili e anche perché il nesso lo decidiamo noi.
    Mi chiedo però (da non addetta ai lavori, e di fatto senza aver letto Grünbein) se un possibile legame tra Fortini e Grünbein non possa essere rappresentato da Brecht (Fortini ha tradotto le poesie di Brecht, anzi c’è una poesia di Fortini che si intitola “Traducendo Brecht”; Grünbein, leggo, ha studiato Storia del teatro a Berlino…).

  37. db il 18 marzo 2006 alle 12:19

    L’intervista (1) pone problemi grossi: e se fosse uno solo, enorme? Berardinelli è candido nel finale, e guai a soprassedere:
    a) La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione.
    b) Chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova invidia nei confronti di chi ne è amputato.
    B. nel corso del saggio ha unificato tutti e 8 gli estremisti sotto la categoria di “impassibilità”, con 2 varianti: gli impassibili impenitenti (i nazi) e gli impassibili vincenti (gli altri) [Al bar si direbbe: comunque spocchia (= imperterrito e borioso sussiego, Devoto-Oli)]. Si può sindacare se tutti gli 8 sono spocchiosi, ma B. ha ragione a collegare impassibilità ad amputazione di facoltà. Anzi, si può dire di più, e nel senso prospettato da B. stesso contro Calasso: le varie facoltà amputate si riducono a una sola, ma decisiva sul piano del pensiero: l’empatia.
    Ora, quel “chi è dotato…” è, tra gli altri, B. stesso (senza tale coincidenza non avremmo il libro), ed è dal piano basso dei sentimenti (basso per gli impassibili – ecco lo stoicismo, ecco Gruenbein) che B sferra l’attacco. Tutto bene, solo, c’è un però: cosa c’entra “invidia”? Se io sono convinto di aver ragione, dovrei invidiare chi spocchiosamente pensa di averla lui? Socrate fu per caso invidioso dei sofisti?
    Kierkegaard scrisse un libriccino (Due epoche, ed. Millelire, amato da Wittgenstein e Kafka), in cui poneva l’invidia come motore unico e totale della società contemporanea,i.e. dei suoi mali. Io dico solo questo: se da destra guardo cosa succede nella sinistra e individuo un invidioso, gli offro un posto e lo lascio lavorare. Jannuzzi ha individuato B., l’ha adulato quel po’ che basta e passato in spolvero a Ferrara: la dialettica di questo minilluminismo è che davvero B. sul Foglio può scrivere ciò che vuole.
    Infine: degli 8 l’unico che non deride impassibilmente l’utopia come fola da ingenui è Fortini, il quale invece viene deriso da B. Eppure B. non è degli 8, non è un impassibile… Certo, ma è cinico, ed è cinico qua invidioso.

  38. temperanza il 18 marzo 2006 alle 14:10

    a) La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione.

    Questa convinzione, e non mi interessa in questo momento di chi sia, è molto “nostra”, molto occidentale.

    L’impassibilità in altre culture non è amputazione, è superamento.

    Era amputazione, nel caso di Zolla? Chissà.

    A me Zolla, per quel che ne ho letto, ha dato l’impressione di essere un grande passionale. Non un grande impassibile. Non un appassionato di uomini, magari, ma un appassionato di “vette”. E dunque anche un uomo sprezzante (cercare le vette senza essere santi può anche portare a strani risultati). Cercando di essere caritatevole (in quanto occidentale;–) anche nei confrotni di Zolla, da dove viene il suo essere sprezzante, da un cammino?
    Ma certo, la ricerca delle “vette” può essere nei risultati poco empatica, e sembrare poco caritatevole.

    E poi, B. “deride” F.? Non credo. La derisione nasce spesso da ferite profonde, da percorsi sotterranei anche tortuosi.

    E non definirei B. né cinico né invidioso, in B. parla a mio avviso sempre un sognatore deluso.

  39. Late Comer il 18 marzo 2006 alle 15:03

    Io sono late comer e quindi ingenuo e disinformato. Però a me non convince proprio il metodo di B. Raggruppare l’estremismo sotto categorie stilistiche significa avere già dato per presupposto che ciò che conta è lo stile e non ciò che attraverso lo stile viene detto. Porre l’estremismo sotto la categoria di impassibilità significa riduzione ad uno degli estremismi, ovvero mettere in non cale la differenza tra le visioni del mondo. E’ strano, visto che alcuni degli autori citati hanno lavorato molto sull’ideologia (Tronti e Fortini per quel che ne so, e Calasso da un altro punto di vista) Per me è un’operazione che puzza. Ma dov’è l’estremismo di Tronti? Nello stile? Non stò alla contrapposizione forma/contenuto (ingenuo sì ma non fino a questo punto) ma al presupposto post-ideologico dell’operazione. Chiunque abbia letto Tronti sa che il suo recupero di Schmitt, ossia l’intellettuale più organico al nazismo, molto più di Heidegger, non dipende da una fascinazione per l’impassibilità dello stile, ma per pensare l’autonomia del politico etc. e si riferisce quindi a un tentativo di intervenire nel momento politico, cioè è quanto di più lontanto dall’impassibilità perché se intervengo vuol dire che I care come direbbe Quelo. E poi l’impassibilità. Nec ridere nec lugere…per Spinoza era un metodo non uno stile. Ecco, sono confuso

  40. db il 18 marzo 2006 alle 16:32

    andrea: *a me sarebbe piaciuto riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia* perché non “piacerebbe”, o “piace” o “voglio”? i post scadono come il latte?
    * Berardinelli qui mostra un vero talento nell’”abbassare”* talento = capacità intellettuale non comune , associata a a genialità o estro vivace (Devoto-Oli); se poi si rafforza con “vero” = capacità intellettuale esimia, associata a genialità. Comunque sia, se la capacità è tale, tu supponi che in atto i.e. nel libro B. sia riuscito ad abbassare. Neanche per sogno: degli 8, i 4 filosofi neanche li sfiora, i 3 saggisti forse li solletica, e Fortini… Il bello è che lo sa B. stesso, e lo rivela dicendo invidia (chi abbassa realmente il nemico, non può invidiare un morto).
    temp. (che ha letto in fretta il collage di B., altrimenti avrebbe colto che di impassibilità come amputazione parla B., mentre io una cosa del genere non mi sognerei di dirla) nega che nel libro di B. ci sia derisione, cinismo e invidia. Riprendo il passo conclusivo di B.
    *l’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato*
    strano: chi è dotato di tutte le facoltà a volte prova ammirazione e invidia nei confronti di chi ne è amputato. Se la mettessimo sul fisico, non reggerebbe. Sulle facoltà spirituali regge solo ponendo che l’amputazione di una facoltà abbia portato all’affinamento dell’altra (ecco i talenti, Andrea). E questo è il caso nostro: empatia calda e analisi fredda, coinvolgimento e distacco, vista corta e vista lunga (le vette di Zolla). Impassibilità (stoica – atarassia) = anestesia della passione empatia/amputazione. B. sa che quelli “ragionano” meglio di lui anche se manca loro qualcosa che lui ha: da ciò la palese ammirazione e la malcelata invidia (B. scrive ammirazione E invidia, non ammirazione O invidia).
    L’invidia insomma c’è, nel testo.
    temp. carta cinismo e derisione perché non crede a *ferite profonde, percorsi sotterranei anche tortuosi* Dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa, o almeno col suo commento precedente, dove parla di *pancia, umoralità, private idiosincrasie* (tutta roba profonda, sotterranea e tortuosa, come fa notare emma: *insofferenza non solo intellettuale, si direbbe anche psicologica e caratteriale*). Ma sto all’ultima temp, che sintetizza tutto con *sognatore deluso*.
    Sognatore = persona che segue un proprio mondo di aspirazioni illusorie (Devoto-Oli, unica accezione)
    Deluso = dolorosamente contrariato o avvilito per la frustrazione delle proprie speranze (accezione unica)
    Temp dice “sempre”, e non regge: la delusione non è sempre, ma dopo l’illusione. Ed eccolo il berardinello, che ha tirato per la gonna la mamma nella speranza che lo prendesse in braccio, e invece lei impassibile manco lo caga. L’istinto materno porterebbe a consolarlo, l’amore per la verità a dirgli che ormai è grande, e a dargli casomai una mano.

    Con la Carpi invece siamo in braccio agli impassibili, in braccio a Benn/ King-Kong: lei sta bene, ma da nana.

  41. temperanza il 18 marzo 2006 alle 18:35

    @db

    Avevo letto in fretta ma benissimo;–) so che lo sostiene B. e infatti non ho attribuito l’affermazione a te, io il libro l’ho letto, quando è uscito. Ma conosco anche gli altri libri di B., e per questo sostengo che in B. (in generale) non ci sia tutto questo che tu vedi, ma molte altre e più sofferte cose.

    di questa frase che tu citi:

    *l’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato*

    io condivido l’analisi che ne fai sotto, son d’accordo.

    ma dici anche:

    “B. sa che quelli “ragionano” meglio di lui anche se manca loro qualcosa che lui ha: da ciò la palese ammirazione e la malcelata invidia (B. scrive ammirazione E invidia, non ammirazione O invidia)”

    Ora, B. non invidia quelli che ragionano meglio di lui, non li ama, ma non li invidia, anzi, trova che inquinino e minaccino un universo etico-poetico che lui sente come suo e che è alla frutta, o forse alla buccia.

    Ci sono alcuni dei sentimenti che tu dici, ma non per le ragioni che tu dici.
    Il pensiero astratto, l’analisi spietata del testo non sono nell’orizzonte di B.

    Le sue categorie sono altre.

    Io non lo difendo, sono di rado d’accordo con lui, ma lo conosco bene e qui per qualche ragione (forse le “tue” categorie), stai prendendo un granchio.

    Se non mi credi vai a vedere quali sono i poeti che “da sempre” Berardinelli sostiene.
    Perché pensi che chi non ragiona bene invidi chi ragiona bene? C’è chi della ragione di cui tu dici diffida profondamente, perché la vede come distruttrice di mondi. B. a mio avviso è tra questi.

  42. temperanza il 18 marzo 2006 alle 18:44

    P.S. a quanto sopra.

    Un critico conservatore non è necessariamente un critico invidioso.

    E poi B. è un letterato e i letterati, scusa, spesso pensano male, passando dalla testa alla pancia e viceversa. I ragionatori sono scarsi tra le loro schiere.
    Ricordo di lui sul Sole una recensione a Heidegger penosa, quando a ragionamento, ma estremamente indicativa di dove B. stia. E certo non provava invidia per Heidegger.

  43. andrea inglese il 18 marzo 2006 alle 19:44

    non ho letto questo libro di B., ma la partenza è accativante: mi sembra che voglia individuare la dimensione estetizzante di un estremismo filosofico o politico. E quindi ricondurre l’esplicito concettuale all’implicita posa stilistica: dove stile conduce, poi, velocemente a psicologia, quindi a psico/critica. Chi non vorrebbe fare o leggere psico/critica di gente come Derrida o Heidegger? O di Fortini stesso?

    E per quanto riguarda il brano su Fortini che hai messo (dario), il ritratto di B. ha qualcosa di verosimile, ed a mio parere è ben fatto. Ma in definitiva come dice Temp è schematico, e io direi anche facile (è facile “abbassare”) e fuorviante, perché evita di entrare nel merito del discorso fortiniano. E’ sempre più facile fare una caricatura di Heidegger e delle sue pose, piuttosto che smontare teoricamente le sue posizioni. Per fare cio’ bisogna avere un tutt’altro talento, speculativo, e poi competenza filosofica (il lato tecnico). E’ chiaro che Berardinelli non è un teorico e nemmeno ha seria competenza filosofica. Eppure ribadisco, ha un talento ma a livello di dibattito di idee (doxa) e nel dipingere “caractères”, come un moralista seicentesco. (Dei suoi moventi, pero’, m’importa poco. Non faccio psico/critica di B.)

    vorrei parlare di poesia e utopia: se avessi tempo, se l’argomento coinvolgesse altri, ecc. ecc. Il condizionale è d’obbligo.

  44. andrea inglese il 18 marzo 2006 alle 19:54

    ps il partito preso di Berardinelli: il senso comune o il buon senso (voluta ambiguità).

    “è facile abbassare”, soprattutto quando “abbassati” sono i filosofi (gli stravaganti) da parte del senso comune.

    “è facile abbassare”, sopratutto quando “abbassati” sono artisti, che lavorano nell’ambito della ricerca (eredità modernista, o avanguardista o altro ancora); le loro opere, agli occhi del senso comune, sono “prive” di senso, senza regole, e facili da fare;

    ma il senso comune ha anche le sue ragioni: sopratutto perché filosofi e artisti “impostori” sono sempre esistiti

  45. db il 18 marzo 2006 alle 20:19

    Derrida non è certo tenero col senso comune, eppure ha detto la cosa più sensata in assoluto su Heidegger nazi, i.e. + o -: il problema non è se si compromise, ma quanto quella compromissione è dentro le fibre del suo pensiero: dopodiché, all’opera! (non alla B.).
    Onestamente, collageando B. e dantoti il link di Iannuzzi pensavo di farti un favore, giusto per sapere com’era fatto il tir che vi è venuto addosso: ma fa niente (una battuta filosofica di P. Rossi che potrebbe fare da esergo al dibattito in corso sotto il post Primumvivere: il problema non è se va via Berlusconi, il problema è quanto di lui sarà rimasto in noi dopo che se ne andrà). Tieni presente che in rete c’è tutta la parte di B. riguardante Fortini, e che il link di Fortini postato da emma contiene in nuce tutto F. (a proposito di sana divulgazione e/o trash).
    Ti do una dritta: puoi fare qualsiasi tipo di analisi sui testi letterari, ma un discorso sugli intellettuali senza psicocritica è tempo perso.
    Un’ultima cosa: tu forse hai tempo e forse no, temp non ha tempo e emma va e viene. Sarei scemo a impegnarmi se stiamo noi 4: io penserei che almeno a leggere sono in molti (per me, quello che faccio è politica pura), ma tu che sai comìè la faccenda, c’è o no sta gente?

  46. temperanza il 18 marzo 2006 alle 21:37

    @db
    mi sa che gli unici a casa il sabato sera siamo io e te. Io odio uscire, ma tu?
    Adesso ho mezz’ora e mi leggo tutti i link.

  47. db il 18 marzo 2006 alle 21:56

    temp 6 1 tesoro!
    my program dalle 22 alle 24 al Rolling Stone (suona anche mio figlio Guido di 15 anni col gruppo punk Thee Dust (Thee shakespeariano: Tu polvere /Pulvis es, et in pulvem reverteris). poi subito da te, anche coricata;-)

  48. emma il 18 marzo 2006 alle 23:09

    Temp, db, A.I.,
    forse la conoscete già o l’avete comunque trovata, ma se non è così vi faccio presente che l’intervista a Fortini su “Che cos’è la poesia” esiste anche in versione audiovideo.
    Qui:
    http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=22

    E c’è anche questa, sul tradurre poesie:
    http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=44

    NB: è vietato usare i materiali di cui sopra per formulare psicocritiche negative (peraltro obiettivamente impossibili e ingiustificate)

  49. Franco Compagno il 19 marzo 2006 alle 08:10

    http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=21

    un compagno della scuola
    (≠ un segaiolo della rete)

  50. temperanza il 19 marzo 2006 alle 10:01

    @Tutti

    grazie dei link vari, meno l’ultimo di Compagno li ho letti e ascloltati tutti e non mi ci ritrovo ma non ho tempo di dire perché, un’unica cosa, parlando della traduzione Fortini dice che si preparava leggendo autori italiani che potessero dargli una lingua da usare poii nella traduzione di Kafka, ad esempio.
    Trovo questo sistema peggio che criticabile, mostruoso. Kafka non è simile a nessuno, o ti metti in ascolto della lingua di Kafka e cerchi con tutta la tua bastarda esperienza linguistica di trasportare Kafka in italiano o partorirai un mulo, sterile come tutti i muli. Adesso io le traduzioni di Kafka fatte da Fortini non so se le ho, ma certamente prima o poi me le guarderò.
    Kafka non è gelido, ma come si può dir questo!?! La scrittura di Kafka ha un tasso di precizione ed emotività tanto intrecciate da rasentar l’abisso.

    E’ un OT, si, ma venuto dal cuore.

  51. emma il 19 marzo 2006 alle 10:52

    Franco Fortini

    Traducendo Brecht

    Un grande temporale
    per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
    sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
    Fissavo versi di cemento e di vetro
    dov’erano grida e piaghe murate e membra
    anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
    ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
    ascoltavo morire
    la parola d’un poeta o mutarsi
    in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
    sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
    parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
    credo di non sapere più di chi è la colpa.

    Scrivi mi dico, odia
    chi con dolcezza guida al niente
    gli uomini e le donne che con te si accompagnano
    e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
    scrivi anche il tuo nome. Il temporale
    è sparito con enfasi. La natura
    per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
    non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

    “Una volta per sempre” – 1963

    *

    Franco Fortini

    Sopra questa pietra

    Sopra questa pietra
    posso ora fermarmi. Dico alcune parole
    nello spazio vuoto preciso.
    Le grandi storie
    tentennano in sonno, vacillano
    nelle teche i crani
    dei poeti sovrani.
    L’enigma verde ride la sua promessa.

    Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
    Ecco il fulmine di giugno.
    Batte l’acquata gronde e guglie.
    Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
    Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
    mi farà male mai più.

    “Composita solvantur” – 1994

    *****

    Durs Grünbein

    Vita brevis

    A farla breve, io son cresciuto nello squallore, nei disastri che incombono
    su ogni cosa si misconosca. Fra passeri e spie ero un temerario
    quando la piazza degli appelli era vuota, zitto invece dietro una massa silenziosa.
    Clown con sette lingue e ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche.
    Parlando non richiesto, così come altri sputano, per conto mio
    ho rinnegato con macabre battute tutti gli shock dell’impotenza.
    Poiché la Storia, scacco dell’uomo, era a mio svantaggio.
    Là dov’io crebbi s’incontrava grandezza solo nelle leggende.

    Ho appreso insieme a leggere e a dissimulare, in precoci esercizi
    fra i bigotti ho fatto il San Tommaso, il San Pietro fra gli eretici.
    Vidi gli zeri ricoperti di onori e i giganti estenuarsi tra i nani.
    Il disertore nato: meglio morto che mirare al cuore di qualcuno.
    Ho vomitato dai panzer, in caserma ho preso sonno piangendo,
    al campo mi radevo la ghigna storta curvo sopra un mastello.
    Al calcio ebbi scassata l’anima prima che i ginocchi:
    Quante volte tornavo a casa spergiurando che “va tutto bene, non è niente”.
    Ho timbrato pratiche davanti al mangiacarte, pitturato alberi di verde,
    fantasticato su tutto, di cose che non esistono nemmeno in sogno.
    Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte.
    (…)

    “Dopo le satire“ – 1999

    *

    Durs Grünbein

    Ostrakon Dresda 1284

    Sono sveglio, nel letto, e la notte
    abbuia ciò che di me fino all’ultimo
    era chiaro, quest’epidermide.

    Dai materassi azzurri, fra le stecche
    filtra l’acqua, in gocce salate –
    o se fosse invece la carne?

    Varcando le ore, da orecchio a orecchio
    migra il respiro, il polso remoto
    esposto dietro la parete.

    Corpo mortale, espulso dalla gravità,
    una stella spenta mi cuce al letto
    con la sua luce residua.

    Tutto là fuori è per me troppo violento.
    Persino dall’occhio composito di un moscerino
    viene la distruzione.

    “Dopo le satire“ – 1999

  52. db il 19 marzo 2006 alle 12:27

    @temp (ma anche a emma).
    siccome sento di aver tradito una parola data (anche se una parolina: che ieri notte mi sarei fatto vivo), ho scritto la giustifica su http://www.ubicue.splinder.com

    ho un problema sul link Fortini/traduzione: leggo solo le domande, e invece delle risposte una frase zen, sempre la stessa *guarda e ascolta*. E’ zen perché fa morire dalla voglia finché muore la voglia, ma io da buon (?) occidentale voglio/devo leggerlo. Se clicco su guarda e ascolta, non mi esce niente: c’è un altro link? emma, ti supplico! Grazie davvero poi per le 4 poesie: secondo me “dicono” tutto, ma cosa?
    Intanto leggerle mi ha tolto il cerchio alla testa. Ed è già un bene.
    buona domenica!

  53. temperanza il 19 marzo 2006 alle 14:47

    @db

    ma tutti quei geroglifici molto eleganti, anche se incomprensibili, che io vedo su ubique, sono una crisi grafica parossistica, l’essenza del blog o una carenza tecnica del mio amat.mo comp?

    A ce soir

  54. emma il 19 marzo 2006 alle 15:01

    Mi spiace, db, non ho trovato la versione scritta delle risposte di Fortini sulla traduzione.
    Dopo aver cliccato su “Guarda e ascolta”, dopo aver aspettato un po’, sul mio PC si apre la finestra di Real player. Poi tutto procede, salvo qualche momentaneo blocco, probabilmente evitabile scaricando il file prima (tasto destro del mouse su “Guarda e ascolta” – cliccare su “salva oggetto con nome” – salvare, per es. sul desktop – cliccare sull’icona del programma per avviare il programma).
    Se non hai Real player (ma allora avrai un programma analogo), puoi scaricare il lettore Real player (VERSIONE GRATUITA) qui:
    http://italy.real.com/player/?&src=ZG.it.idx,ZG.it.rp.rp.hd.def

  55. emma il 19 marzo 2006 alle 15:16

    db: “…le 4 poesie: secondo me “dicono” tutto, ma cosa?”

    Secondo me (ma è troppo poco) dicono/dichiarano:
    – una comune fede (una fede forte, fortissima) nella poesia;
    – il riconoscimento, nonostante tutto, di radici e di tradizioni;
    – la possibilità (della poesia) di dire e di comunicare (non una comunicazione banale), anche con forme mutuate dalla tradizione;
    – una propensione per il sarcastico e le sue forme (in Fortini qui si vede poco, ma ci sono poesie di Fortini che non possono essere definite diversamente);
    – un fondo di tragico, che deriva dall’azione (stratificata, storica) degli uomini e da quanto di inesorabile c’è nella natura (più speranza nella possibilità di mutare l’azione e la condizione degli uomini in Fortini; speranza ridotta a quasi nulla in Grünbein).

  56. andrea inglese il 19 marzo 2006 alle 16:31

    a db
    “Sarei scemo a impegnarmi se stiamo noi 4: io penserei che almeno a leggere sono in molti (per me, quello che faccio è politica pura), ma tu che sai comìè la faccenda, c’è o no sta gente?”

    Non so se altri seguono una discussione come questa, lunga e a ramificazione. Sono d’accordo pero’ con quanto dici: “quello che faccio è politica pura”. E questo vale ovviamente per Emma e Temp. Ma proprio per questo, e tu pure hai contribuito a farmelo capire, sobrietà negli interventi e fedeltà ai temi, sono aspetti importanti della questione. Oggi si confonde volentieri la tendenza ad approfondire (con strumenti idonei) con la tendenza ad esibirsi: e siccome gli strumenti scarseggiano, si denuncia appena si puo’ l’esibizionismo. “Politica” credo sia proprio la voglia di mostrare che l’approfondimento e l’uso di strumenti idonei (anche sofisticati) non siano semplice e “liquidabile” esibizionismo. Ma riuscire in questo comporta una “misura” non immediatamente evidente: misura del discorso. Che non c’entra niente con il “marketing” del discorso (ossia come rendere /qualsiasi/discorso accativante per tutti, falsamente alla portata di tutti).

    (Ho scritto una mezza cosa sulla letteratura, a partire da un’idea di Fortini. Spero prima o poi di postarla.)

  57. db il 19 marzo 2006 alle 17:35

    io spero che tu emma e temp. abbiate capito giusto e al volo: se siamo in 4 tanto vale chiudere qui e proseguire per e-mail (io non ho mai mollato un dialogo “teorico” in vita mia, anzi a volte ho proseguito da solo col muro), e ti ho chiesto la tua idea/opinione in quanto redattore.
    L’ho già detto: se si scherza scherzo, se si fa sul serio faccio sul serio. Guardiamo questo thread: sono partito su Gruenbein dicendo che conosco bene il suo Cartesio (esibizionismo o verità?), ho avanzato prime, tenui perplessità (non: mi piace/non mi piace, che non è né scherzo né serio, è nulla) e avvertito che NI mostra carenze strutturali a reggere un dibattito serio. Questo mio primo commento è stato commentato da uno così: “fatti una bella trombata ecc”. Allora andrea, aut-aut: o tu postante lo tagli, o io allo scherzo (da preti) rispondo con lo scherzo (da mangiapreti) – NB non reagisco né me la prendo: semplicemente mi piace anche scherzare. Idem con Marzullo: se lui appronta un teatrino-intervista, mi ci butto e mi diverto. A meno che tu non tagli Marzullo (avrai capito come la penso io: il blog è una casa e in una casa ci entra chi vuole l’ospitante: la rete è il mondo e ci entra chi vuole). Detto questo:
    1- io faccio qui (bene o male) solo critica testuale:ad es., a me non me ne frega niente se Berardinelli nella vita è invidioso, gentile ecc. : io vedo solo il termine “invidia” nel suo testo. In questo senso ho sbagliato a seguirti sulla “psicocritica”, che se non erro si aggancia a una metafisica psicanalitica. Niente di tutto ciò, però: se uno analizza non lo scritto ma lo scrivere, non l’opera ma l’operare, diventa importante l’atto, o l’acting out che è la scrittura. L’analisi ovviamente avviene ancora e solo sul prodotto, ma con un occhio particolare al produrre. Un esempio? Il lapsus: per uno che guarda il prodotto, non è importante, sì invece nell’altro caso. NB il lapsus calami è nato prima della psicanalisi e morirà dopo – per dire che analizzare un lapsus non vuol dire fare psicanalisi della letteratura (un inciso che nasce e muore qui: B. mette come titolo “Stili dell’estremismo”, ma poi non fa critica stilistica o dello stile: dice che sono supponenti, come al bar, e difatti quello caro Andrea è un libro trash = libello velenoso di bassa fattura)
    2- nel settore umanistico, ogni discorso è riducibile a un livello di comprensione universale, Wittgenstein compreso: io cioè posso/devo spiegarne il nocciolo a mia madre, un’ex-ostessa con la V elementare).
    Perciò ti inviterei a prendere la tua mezza cosa, ridurla magari col copiaincolla a 1/4 di cosa, e postarla qui. E’ importante, se questo dialogo è importante (c’è un seguito (2) dell’intervista a Gruenbein?).

  58. andrea inglese il 19 marzo 2006 alle 18:50

    Ti ripeto, non so se siamo in quattro e basta, oppure in quattro col morto, oppure in quattro con molti morti; ma a questo punto email o comments, non cambia granché…

    mi piace/non mi piace: in NI ho parlato una volta di critica “esclamativa” o qualcosa del genere. Sulla quale non ho nessuna perplessità. E’ un primo grado di risposta, e ha una sua legittimità. Le rotture di palle non nascono mai a questo livello, ma dai discorsi che pretendono di legittimre concettualmente la critica esclamativa.

    Secondo me quella che fai su B. è psico/critica, che ha una versione forse più metafisica e una versione più “testuale” (io per altro amo certe opere di psico/critica tra cui metterei lo starobinski su Rousseau) ma il discorso sull’invidia rimane comunque ambiguo, considerando che si tratta di un saggio e non di un romanzo (dove l’atto invidioso è riconducibile al personaggio e stop); ma dico, più dell’analisi testuale, perché non tiri una somma sulla “strategia” di Berardinelli saggista (visto che hai letto il suo libello)… Dove vuole andare a parare? (Io me lo sono chiesto, nella polemica sulla poesia francese… )

    “dice che sono supponenti come al bar”; appunto: ci siamo. B. decide di portare filosofi e poeti (certi filosofi e certi poeti) davanti non al tribunale della ragione, ma a un tribunale del bar = tu dici= io direi del “senso comune”, e siamo d’accordo. Solo che, in libri vecchi, B. ha fatto funzionare anche bene questo suo tribunale: contro certi atteggiamenti della nuova sinistra, dei circoli poetici, ecc. Ma anche allora il dubbio grosso era: ma dove, alla fine, vuole andare a parare? Secondo me ad una posizione conservatrici, sia in politica che in poesia. Ma attraverso un classico percorso da amante deluso.

    dici: “nel settore umanistico, ogni discorso è riducibile a un livello di comprensione universale, Wittgenstein compreso: io cioè posso/devo spiegarne il nocciolo a mia madre, un’ex-ostessa con la V elementare”

    d’accordissimo

  59. temperanza il 19 marzo 2006 alle 20:28

    Io ci sono, non nel pieno delle mie facoltà ma pur sempre presente.

    E neppure a me interessa se si è in quattro o in due. Non mi interessano i grandi numeri, ma i molto colloqui e qui (su NI intendo), checcé se ne dica, con qualche slalom ne ho avuti.

    @db non puoi pensare che questo sia un luogo compatto, è poroso, e c’è di tutto, ma anche in piazza ci sono i capannelli, no? alcuni più interessanti di altri.

    Se vuoi un certo ordine non resta che l’aula, ma non è un colloquio alla pari, è per forza di cose gerarchico, qui no, e lo trovo un vantaggio.

  60. temperanza il 19 marzo 2006 alle 20:30

    Quanto a B., come si fa a prescindere, nel giudizio su un suo testo, dalla forte carica di idiosincrasia personale che lui ci mette? Questa è letteratura, non filosofia, dove la temperatura emotiva è tenuta bassa.

  61. db il 19 marzo 2006 alle 21:26

    A. Berardinelli, Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974 (potrebbe essere il primo libro di B. in assoluto). Qualcuno ce l’ha sottomano? In rete ho visto che Composita solvantur è stato tradotto in tedesco nel 2002. Il libretto uscì nel febbraio 1994, e Fortini morì in novembre. Quindi scelse lui la poesia da mettere in copertina, come la Carpi con Benn.
    E’ l’ultima del testo, poiché quella che in effetti chiude è in corsivo e Fortini nelle note ne dice: “più che che una sequenza di versi mi pare una epitome autobiografica”. Quella postata da emma fa parte pur essa della sezione ultima, titolata come il libro.
    Adesso una scoperta dell’utima ora (o dell’acqua calda?). Un epigramma in appendice a Composita suona:

    A UN CRITICO

    Del mio prossimo gelo allegro araldo
    già freddi proclamavi i versi miei?

    Lo so e da quanto! Ma tu no. Tu sei
    da poco estinto, ancora caldo.

    (non mi è andata bene col link di Fortini: lo leggerò domani a scuola)

  62. fm il 19 marzo 2006 alle 22:10

    Non so se può interessare, ma non siete soli: conosco almeno altre sei persone (me compreso) che stanno seguendo il dibattito fin dall’inizio, raccogliendo parecchi spunti e informazioni utili (e non solo sui link postati).

    Penso che, a volte, intervenire solo per dire che si è d’accordo con un commento, con una critica o con qualsivoglia considerazione, è un esercizio di pura calligrafia: inutile.

    Grazie a tutti per il contributo che state dando.

  63. gf il 19 marzo 2006 alle 22:42

    Anch’io sto seguendo, e con molto interesse.

  64. emma il 19 marzo 2006 alle 22:54

    La mia impressione è che Berardinelli fatichi ad accogliere linee di ricerca poetica troppo distanti da una certa tradizione lirica novecentesca e dalle strutture formali (soprattutto dalle sonorità) proprie di questa tradizione lirica.
    Che dunque i suoi rifiuti siano il risultato (quasi un riflesso condizionato) di un gusto educato e assuefatto in maniera unidirezionale.
    È un atteggiamento che si riscontra anche in altri nomi di rilievo, magari coinvolti in passioni e percorsi poetici di altro tipo, ma ugualmente interessati solo ai *propri* percorsi.
    Critici o poeti-critici aperti a una molteplicità di opzioni o di possibilità poetiche mi pare ce ne siano pochi.
    E non di rado resta il sospetto che l’abbracciare una strada chiudendosi a priori ad altre strade rappresenti anche un modo per coltivare il proprio orticello, la propria sfera d’influenza.
    (Anche questa è psicocritica, tutto sommato.)

    (Forse é il caso di approfondire la nozione di lirica.
    Per capirsi: mi pare che la lirica di cui parla Grünbein nell’intervista – o la lirica che Grünbein fa – abbia poco in comune con la tradizione lirica petrarchista).

  65. emma il 19 marzo 2006 alle 22:58

    Visto che i link piacciono:
    http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=150

    Secondo me Berardinelli nell’intervista dice anche cose condivisibili e interessanti.
    Ma mi sembrano significativi certi “ridimensionamenti”, in accordo con Manacorda (il ridimensionamento di Zanzotto è clamoroso).
    Mi paiono poi emblematiche (nel senso che forniscono un’idea precisa di poesia) le parole spese a favore delle *poetesse*: “capacità di arrivare al lettore”, “accostamento di endecasillabi e settenari”, “questa poesia riesce a dire qualcosa”, “una poesia che ha introdotto la scoperta di sé e che ha stabilito un progressivo e naturale ritorno alla rima”.

  66. temperanza il 19 marzo 2006 alle 23:22

    Il ridimensionamento di Zanzotto fatto da B. non è clamoroso, è coerente con la poesia che B. ama e che ha fatto. C’è troppo di astruso, nella poesia di Zanzotto, per B., troppo di sublime e mentale. B. predilige il dettato chiaro, comprensibile, sentimentale, la rima accettata, non forzata e tradita o stravolta. E se arriva a Rosselli è attraverso la drammaticità del suo percorso poetico e umano prima ancora, a mio avviso, che attraverso la qualità formale, linguistica, della sua poesia.
    Tutto ciò che è esperienza intellettuale è sospetto a B. non si spiegherebbe altrimenti la sua ostilità nei confronti di Magrelli, così accanita.

    Il nucleo lirico non è estraneo alla poesia di Zanzotto, tutt’altro, ma Z. lo sottopone a una tensione estrema in cui il dettato chiaro, comunicativo, riconoscibile, si perde, e lì B. non ci sta. Lo sente come una ferita personale. In fondo B. è un hombre sentimental, perché altrimenti avrebbe parlato di invidia?

    O il lavoro distruttivo del nichilismo, la crisi, tutto quello che è accaduto a Vienna all’inizio del secolo, B. lo allontana da sé, credo.

    Comunque Emma ha ragione, di cosa parliamo quando parliamo di lirica?

  67. db il 19 marzo 2006 alle 23:24

    Praticamente B. dice: gli impassibili se perdono/sbagliiano non lo ammettono dall’alto della loro superiorità, non si pentono – Heidegger del nazismo, Fortini del marxismo. Tutto l’attacco di B. in “Stili” si concentra su Fortini, Non solo oggi, Ed. Riuniti 1991. Ho trovato in rete il nocciolo del libro al riguardo, p. 195 ss.:

    MARXISMO [apparso prima sul “Corriere” del 29/3/83, prima cioè della caduta del Muro]

    Cominciai nel 1940 col Manifesto, per consiglio di Giacomo Noventa e
    Giampiero Carocci; senza alcun entusiasmo. Capii poi qualcosa da Trockij e Sorel. Durante la guerra vissi in fanteria un buon corso di marxismo
    pratico. A Zurigo, nell’inverno 1943-44, non so quanti libri lessi, riassunsi e annotai, che parlavano di socialismo e di materialismo storico. Si faceva fuoco di ogni frasca, allora. Un opuscolo in francese, ricordo, mi
    fu molto utile; l’aveva scritto un tale che firmava con lo pseudonimo, seppi poi, di Saragat. L’apprendistato comprendeva testi anche troppo disparati: Malraux e Rosselli, Victor Serge e Silone, Mondolfo e Eluard… A guerra finita vennero letture meno selvagge: le opere storiche (Le lotte
    di classe in Francia, Il diciotto brumaio, La guerra civile in Francia), parte della Sacra famiglia, i primi capitoli, splendidi di genio e forza sintetica, della Ideologia tedesca, i due volumi del primo libro del Capitale, e a partire dal 1949 quei Manoscitti economico-filosofici del 1844 oggi tanto derisi e che mai hanno cessato di stupirmi per la loro capacita’ di guidarci da Hegel fino ai giorni che ancora ci aspettano; e di dirci parole di incredibile attualita’. E altro ancora. Dopo vent’anni di diatribe storico-filologiche sul primo e il secondo Marx; dopo Lukacs e Sartre, Bloch e Sohn-Rethel, Adorno e Althusser, Mao e gli amici torinesi di “Quaderni rossi”, a quelle pagine non ho piu’ sentito il bisogno di tornare se non nei termini di cui parla Brecht in una poesia intitolata, appunto, “Il pensiero nelle opere dei classici”: Non si cura/ che tu gia’ lo conosca; gli basta/ che tu l’abbia dimenticato…/ senza l’insegnamento /di chi ieri ancora non sapeva /perderebbe presto la sua forza rapido decadendo. Non stiamo commemorando la nostra giovinezza. Anche se fondamentale, quel
    pensiero non e’ se non un passaggio dell’ininterrotto processo che porta da luce a oscurita’ poi ad altra luce, e dal credere di sapere al sapere di
    credere. Se ne compone (come quella di chiunque) la nostra esistenza. O per la gioia dei piu’ sciocchi dovremmo ripetere qual che ci sembra di aver detto sempre e cioe’ di non aver creduto mai che il pensiero di Marx potesse fungere da chiave interpretativa del mondo piu’ o meglio di quanto lo faccia, ad esempio, la poesia dell’Alighieri? Una educazione alla storia ci faceva almeno intravvedere quel che era stato detto e fatto ben prima e sarebbe stato detto e patito molto dopo di noi. Quando, per l’Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx e’ filosofia superata, non ho difficolta’ ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa superare la filosofia di Platone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di
    profitto sono manifestamente errate, non ho difficolta’ ad ammetterlo; anche perche’ mai l’ho impiegata per capire come vadano le cose di questo mondo. Quando mi si dimostra che l’idea, certo marxiana, di un passaggio dalla preistoria umana alla storia mediante la fine della proprieta’ privata, dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia fallace e senz’altro smentita dai “socialismi reali”, apertamente lo riconosco; anche perche’ ho sempre attribuita la figura d’un progresso illimitato all’errore che afferma la indefinita perfettibilita’ dell’uomo, un errore illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare. Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie e’ falsa, che la lotta
    delle classi e’ una favola e che il socialismo e’ una utopia senza neanche
    l’utilita’ pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di
    istruttoria. Primo, perche’ il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla critica psicanalitica del soggetto fino alla semiologia, conferma la fine d’ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realta’, come fra mondo e concezioni del mondo; secondo, perche’ a tutt’oggi e’ difficile negare – e lo si sapeva ben prima di Marx – l’esistenza di ininterrotti conflitti di interessi fra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del produrre e determinanti l’assetto, o lo sconvolgimento, dell’intera societa’. Per quanto e’ del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che esso rinvia ad una persuasione indimostrabile. La volonta’ di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie alla mediazione dell’etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre piu’ sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il “sogno di una cosa” e’ la realizzata capacita’ dei singoli e delle collettivita’ di operare sul rapporto fra necessita’ e liberta’, fra destino e scelta, fra tempo e attimo. Il movimento socialista e comunista si e’ fondato per cent’anni su quel che
    si chiamava l’insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l’idea che il
    passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verita’ e di errore si e’ legato il “socialismo reale”. Oggi gli esiti del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute politiche, economiche o culturali ne’ solo per costi umani; ma perche’, anche al di fuori dei paesi comunisti, il “marxismo reale” ha accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della efficienza, sfruttamento dei piu’ deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese. Eppure, Bloch dice, non e’ stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredita’ marxiana e’ divisa: una meta’ e’ ancora nostra, l’altra e’ dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa. Quanto alla mente geniale morta cent’anni fa, e’ anche grazie ad essa che e’ stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalita’ e dei loro sepolcri. Pero’ ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a Nanchino la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi fosse possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una medesima parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici. Marx ci ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera implacabile gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le societa’ che preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli scavino, quali fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per aver voluto qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a volere. Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta, interpretata, “salvata”. E o lo sara’ o non ci sara’ piu’ – sappiamo che e’ possibile – nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti “salvi” o non sarai esistito mai. L’amico di Federico Engels non e’ stato davvero il primo a dircelo. L’ultimo si’. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (Ideologia tedesca, 1845-46, I, a). Anche questo e’ marxismo.

  68. db il 20 marzo 2006 alle 01:27

    Rincollo la prima di copertina delle Distillazioni di Benn

    Was wäre noch Stunde dauernd
In meinem zerstörten Sinn,
    es bricht sich alles schauernd
in Augenblicken hin.

Ho beccato “Aus den Romantischen Kriegen” di “Trappole e pieghe”

    Vielleicht war ja ein Äderchen geplatzt 
In meinen Augen, als an diesem Morgen grau 
Die Luft sich trübte. Plötzlich war der Herzschlag 
Nurmehr ein Echo alles Draußen, das mich trug. 
Ein Nichts an Körper und ganz allgemeiner Atem, 
Gehörte ich den andern eher als mir selbst, 
Erwacht zu Alltagsseligkeit. In solcher Frühe 
Ein unbekanntes Tier, vergaß ich meinen Weg.

    Un commentatore: “Un uomo/corpo si perde progressivamente nel fuori. Il meccanismo è speculativo e al di là dello psichico. L’aria grigia viene interpretata come effetto di una menomazione fisica. L’io lirico non si percepisce più come un intero, si riduce ai suoi elementi anatomici, alle sue funzioni menomate: venuzza, occhi, battito cardiaco, respiro. Tale ridondante riflessione del sé porta a una perdita della personalità. Essa si aliena. Non ci sono più un dentro e un fuori. Al posto di una tenuta interiore c’è solo alienazione, che in direzione contraria all’io lirico diviene manifesta negli altri. Le conseguenze dell’alienazione dello spirito nel particolare e dell’uomo già frammentato nel generale portano a un regresso evolutivo. Egli diviene un animale che per giunta ha perso i suoi istinti. Perché altrimenti avrebbe perso la strada? Questo io lirico si mantiene in modo totalmente alienato /estraniato nella mancanza di orientamento, che qui porta il nome di “felicità quotidiana”.” Aus den Romantischen Kriegen* è l’ultima poesia di un ciclo titolato “Uomo senza cervello”. Senza cervello un uomo non è più uomo, ma è ridotto al mero vegetativo.*

    Per il momento possiamo dire che tre mostri si aggirano per l’Alemagna: quello di Dusseldorf, quello di Dresda, e quello di Berlino.

  69. emma il 20 marzo 2006 alle 10:21

    @Temp
    Molto interessante quello che dici a proposito della ricezione di Zanzotto da parte di B.
    E ancora più interessante quello che scrivi a proposito di B./Rosselli.

  70. db il 20 marzo 2006 alle 10:31

    ho fatto i conti: compreso Franco Compagno siamo in 12, numero perfetto del blogger manzoniano. mi scuso con fm per averlo bersagliato all’inizio: non c’era malanimo, coglievo in lui un andazzo generale. Ha ragione temp a sospettare in me idiosincrasie: tutti in quanto esseri umani ce ne abbiamo, l’importannte è silenziarle quando si fa un’analisi (l’impassibilità è tutta qui, una sospensione metodologica, che poi può degenerare in posa ma è un altro discorso). Non so cosa temp intende per arzigogoli di Ubicue, nel senso che veramente questi attrezzi fanno scherzi da prete. L’unico momento di tensione noi 4 l’abbiamo avuto quando s’è inceppato splinder, che ci metteva tutti i testi in verticale, parola su/sotto parola. Io, che sono il filosofo atarassico, propendevo per la necessiità/virtù, anzi mi sembrava un’occasione sperimentale per tutti dover scrivere in verticale (ad es. effetti immediati sulla concisione ecc.). Ma gli altri 3 dicevano che era illeggibile, e non riuscendo a raddrizzare Ubique (e sì che abbiamno interpellato fior di tecnici), s’è deciso di aprire un altro blog: io mi sono impuntato, e ho chiesto in cambio l’errore di sbaglio Ubicue (ironia della sorte, il giorno stesso del cambio Max Jacob detto Biscottino da Parigi è riuscito a raddrizzarcelo, e difatti se andate su Ubique gli ultimi giorni risulteranno difficilmente leggibili perché scritti originariamente in verticale e ora sdraiati – io so che qualcuno di voi 11 dirà: Max Jacob?!, ma si chiama proprio così, e studia con Boulez). Faccio fuori la faccenda: gli altri 3 sono Giacomo Spazio, Hans Ebner e Pietro Spica.
    Se avrò modo e tempo e forza e sale per affrontare Gruenbein, metterò a sottofondo non musica, ma film: M di Lang 1931 e die Sehnsucht der Veronika Voss di Fassbinder 1982. La mia idiosincrasia più feroce è l’allergia alle cazzate serie: ad es., tutto il “discorso” di B. in Stili è basato sulla sua tesi perentoria che a un certo punto le avanguardie artistiche si sono girate dalla contestazione/produzione valida alla maniera/produzione mediocre e compromessa. Bè, il signorino dice che questa Wende è il 1930, e così quello che non mi fanno 10 negroni… (@andrea: poi ti lamenti se tratta male 6 poetucoli francesi dei giorni nostri…). Die Sehnsucht (che per i tedeschi è come la saudade per i brasileri) è con Querelle l’ultimo film di Fassbinder (morto a 37 anni), e chiude la tetralogia sulla Germania.
    Dal punto di vista meramente sociologico, il successo di Gruenbein in Germania (da internet vedo che è massiccio) si potrebbe motivare con
    1- è un tedesco dell’est, un fratello che ha patito e che va trattato con riguardo
    2- dà una visione vera/spietata del comunismo
    3- fa vedere che la vita comunista è uguale alla vita occidentale, stessi sintomi = dissoluzione della coscienza (in ciò va a braccettodi /in braccio a Benn)
    4- assolve tutti i tedeschi in quanto preda di un male naturale, i.e. di una patologia
    5- in ciò non è un antidoto nemmeno omeopatico, ma uno stupefacente- ossia il significante principe del Vernonika di Fassbinder.

    NB Il blog aperto non è una rivista preconfezionata: dovrebbe permettere di fare/vedere ragionamenti in fieri, ipotesi poi scartate ecc. Su dunque, 11!

  71. db il 20 marzo 2006 alle 11:01

    Questa è la fine del commento:
    Grünbein stellt den Menschen in eine entmythologisierte Alltäglichkeit. Er steht am Ende der Geschichte, befangen in der Wiederholung des gleichen und ins Lyrische zersplittert. Er ist sich selbst Objekt ohne Selbst geworden. Das Danach, das in Grünbeins Gedichten beschrieben wird, ist ein Zustand der Künstlichkeit, in dem Emotion und Kommunikation nicht mehr bis zum anderen durchdringen, sondern das lyrische Ich selbstreferentiell umkreisen. Der Körper, einst Metapher für die Seele und später für den Sex, steht für gar nichts mehr. Der Mensch ist aus allem befreit und damit eine leere Hülle, eine Projektionsfläche. Ohne moralischen Anspruch schreibt Grünbein Zustandsbeschreibungen der Gesellschaft, wie er sie sieht. Sie sind Reflex einer Umwelt, die tatsächlich den Status der Moderne längst eingebüßt hat. Sie gehen über diese hinaus, sind in Sprache und Form jenseits dieser Ästhetik und vermelden nichts mehr und nichts weniger als den desolaten Zustand, in dem sich der einzelne und die Gesellschaft momentan befinden.

    Questo da un’intervista recente
    Wie wichtig ist die Geschichte für Ihre Dichtung?
    G. – Krass gesprochen, dachte ich immer, daß Klio eine entsetzliche Hure ist. Für die Griechen war Klio ja mehr als nur die historische Muse. Sie war auch noch die Verkörperung der anderen Möglichkeit, nämlich die des Gesangs. Das muß man wohl zusammen denken. Für mich war Geschichte immer das rein epische Material. Zugleich aber war sie immer auch das Unzugängliche. Es lag mir immer voraus, es war immer schon geschehen. Ich konnte es wenig beeinflussen, jedenfalls den großen Verlauf. Details schon. Es gibt in jedem Leben diese Schlüsselszenen, in denen man sich so oder so verhalten konnte. Und das beste, was es immer noch gibt, ist Zivilcourage, zumal in Zeiten, wo alles in kollektiven Prozessen abläuft. Zivilcourage liegt aber auch vor der Schrift. Das ist ein Paradox. Ich glaube, es war Brecht, der irgendwo fabuliert hat, daß Zeiten gut seien, in denen man nicht Held sein müsse. Ich würde umgekehrt sagen: Es ist prinzipiell gut, wenn irgendeiner Held ist in seiner Wirklichkeit. Doch in dem Moment, wo er zugleich Künstler sein will, hat er ein gewaltiges Problem. Held und Künstler sein zu wollen, geht oft schwer zusammen. Das eine geht nur auf Kosten des anderen. Es ist auffällig, daß die meisten Künstler ein recht lockeres Verhältnis zur Realität haben. Gerade im zwanzigsten Jahrhundert haben viele von ihnen ihr Verhältnis zur Wirklichkeit oftmals nur als ideologische Verstrickung erlebt. Alle moralischen Fragen wurden in soziale Diskurse aufgelöst. Statt den Nutzen und Nachteil der Historie fürs eigene Leben kühl abzuwägen und gegebenenfalls radikale persönliche Entscheidungen zu treffen, betete man lieber den Götzen Geschichte an.

    Se c’è bisogno, appeno ho un ritaglio di tempo traduco

  72. temperanza il 20 marzo 2006 alle 11:29

    Ieri sera, cercando Stili dell’estremismo, senza per altro trovarlo, sono incappata in un altro libro di B. Tra il libro e la vita, edito nel 1990 da Bollati. Dunque, se non ricordo male, prima della morte di Bollati, in un periodo felice di B., una stagione di promesse (perché siamo umani, e tutti idiosincrasici;–) e la temperatura dei suoi giudizi è infinitamente meno astiosa, anzi, accogliente: vi copio alcune righe su Zanzotto, che sembrerebbero in contrasto con quello che ho detto sopra, ma a mio avviso non lo sono, perché Z. in qualche modo ha ‘mancato alla promessa’, aveva già in sé la radice della dissoluzione, sarò un po’ lunga anch’io, ma forse vale la pena, per chi non avesse a disposizione il libro:

    “Andrea Zanzotto compie il cammino opposto (rispetto a Sereni e Giudici, nota di temp). Parte dai dati reali, dalla trascrizione, dalla registrazione per costruire il suo vorticoso monologo lirico. Accorato e parodistico, Z. parla da un luogo geografico e mentale originario: che è paesaggio in subbuglio e solitudine dell’io. Sulla constatazione, la comunicazione, la descrizione e l’accento narrativo-realistico, in Z. prevale il gioco linguistico e l’invenzione. Molto semplicemente, Z. mette di nuovo alla prova le possibilità intrinseche del “genere” lirico: monologo, meditazione, invocazione, abbandono emotivo e ludico (fino a balbettio e all’ecolalia).
    Più che esprimersi nello sconforto, la disperazione e lo scetticismo di Z. esplodono in una sfrenata euforia espressiva, piena di colore e di giochi verbali (forse già qui c’è la radice della distanza futura, Nota di temp). Il libro da cui leggiamo, La beltà, è del 1968, e raccoglie poesie scritte nei quattro o cinque anni immediatamente precedenti. (…) Il lettore assiste allo spettacolo dell’invenzione verbale (ecco un’altra radicetta, N.di T.): e questo è uno dei messaggi indiretti più rilevanti che fanno da cornice a ogni poesia, qualunque sia il tema particolare sviluppato. Il testo poetico, pur essendo senza dubbio quello definitivo, è proposto in un certo senso come provvisorio e ancora in fieri. Questo effetto di vicinanza, perfino di simultaneità, fra il momento dell’invenzione-scrittura e il momento della lettura, è tra i i più costanti ed emozionanti delle migliori poesie di Z. Invece di rendere meno eccezionale l’atto di scrivere poesie, Z. avvicina il lettore a quella eccezionalità, rendendola più accessibile, più familiare. L’arditezza delle metafore è restituita all’anonimato dell’inconscio, a un’immediatezza verbale prepoetica. La lirica trova in Zanzotto una condizione di infanzia etimologica e psicolinguistica. Le parole vengono scavate e smembrate, combinate e, fino a farne emergere le più varie valenze semantiche e sonore:

    Sì, ancora la neve

    “Ti piace essere venuto al mondo?”
    Bamb. :”Sì, perché c’è la Standa”

    Che sarà della neve
    che sarà di noi?
    Una curva sul ghiaccio
    e poi e poi … ma i pini, i pini
    tutti uscenti dalla neve, e fin l’ultima età
    circondata da pini. Sic et simpliciter?
    E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso –
    poerché si è fatto bambucci-ucci,odore di cristianucci,
    perché si è fatto di noi, roba per noi?

    le domande sono domande eterne-infantili, cariche di un pathos che il giocoso umorismo non solo non attenua, ma rende più vibrante. L’uso di iterazioni, rime, assonanze, citazioni e parodie crea un effetto generale di struggente invocazione alla vita perché conceda alla felicità che promette ( c’è ovviamente un sapore leopardiano in molte delle invocazioni, in molti vocativi e interrogativi presenti nelle poesie di Z.)

    In modo esemplare, estremo e insieme elusivo, autoparodistico, Z. con La Beltà (questo titolo è già una sintesi), riafferma il carattere arcaico, indomabile, infantile e globale, illusionistico e orfico della lirica. Come se volesse, tra l’altro, segnalare che per quanto la si voglia ridurre a ragione e ragionevolezza, la poesia chiede e pretende sempre tutto: dire e avere e annettersi tutto, senza riconoscimento e rispetto di limiti. In questa ritrovata condizione “infantile”, la lirica si abbassa, ma per elevarsi, in realtà, vertiginosamente.
    L’oltranza e l’estremismo di Z. sono un sintomo comune a molta poesia degli anni sessanta. Questa tendenza a portare le possibilità della lingua fino all’estremo, fino alla fluidità di un caos mlinguistico in cui l’immissione incondizionata della lingua d’uso ingorga la comunicazione invece di incrementarla, Z. la condivide con diversi altri poeti: tra cui sanguineti, Amelia Rosselli, e in una certa misura anche G.Majorino ed Elio Pagliarani (…). ”

    Noterete che anche qui si parla di estremismo, ma qui mi fermo per pietà dei vostri occhi.
    Questo B. di sedici anni fa non è lo stesso di ora, a mio avviso, qualcosa è successo, a lui e al mondo, ma è successo.

    Avrei anche alcune cose da dire su Grünbein, che ieri sera mi sono letta un po’, e la Germania, ma per ora risparmio voi e me. Torno stasera.

  73. temperanza il 20 marzo 2006 alle 11:31

    E mi leggerò anche questo pezzo postato da db,

    @db, sul tuo blog io vedo solo delicate spirali, severi quadrati e strozzamenti grafici, grida di aiuto. Sarà il computer.

  74. db il 20 marzo 2006 alle 16:51

    Andrea said *Se penso che proprio l’autore dell’”Esteta e il politico” collabora ora al giornale di Ferrara non posso che esprimere tristezza* Tra quel libro del 1986 e il Foglio non c’è un ponte, c’è un’autostrada in discesa. Pamphlet imbarazzante, assai più che “Stili”, raccolta di articoli che interessa qui per uno del 1984 su Linea d’ombra: chissà perché, mette contro Penna e Fortini titolando “L’angelo e il serpente”. Era appena uscito “Paesaggio con serpente”, e B. in Fortini vede proprio il serpente del male, freddo, mortifero ecc. Quindi l’epigramma di “Composita” è proprio contro B. (chiederò agli studiosi se il mio è un uovo di colombo), e Fortini lo chiama “estinto” perché almeno lì B. è davvero morto, come un “demonietto” minidovstojeskiano senza arte né parte. Stronca en passant anche Zanzotto e in un altro punto ammette la levatura di “Insistenze”, la raccolta di articoli di Fortini uscita nel 1985: e vorrei ben vedere!
    Col metodo roselux in pausapranzo ho fatto una scorpacciata in Sormani: oltre a B., la prima raccolta di Benn della Carpi, del 1981: l’introduzione è per metà dedicata a spiegare l’attualità di Benn, desunta dall’articolo di un crucco che spiegava a sua volta che dopo la Baader-Meinhof e la fine del ’68 Benn non può non tirare. (c’è una poesia, Olympia del ’33, che la Carpi introduce senza ironia come una Fratelli d’Italia crucca, e subito dopo vi individua un oltrepassamento di Nietzsche da parte di Benn, che ai due principi dionisiaco e apollineo ne aggiungerebbe un terzo: l’’erculeo (semprinpiedi?). Da Il principe scarlatto, Tartaruga 2002, un romanzo autobiografico a chiave nolentevolentesilarante, si deduce che Benn la salvò, oltre che dalla lotta armata, dalle droghe. Alla p. 163 (cito a memoria, ma mi si è stampata temo indelebilmente in fronte), dopo aver confessato di non avere mai fumato un acido (come tutti penso), sostiene che Benn, ipocritamente o meno, la resistenza al nazismo l’ha comunque fatta, in una caserma-prigione più o meno metaforica (cccioè, un coccolone nazi di qualche mese + il lungo inverno della stoica resistenza)…
    Mah, ai postumi l’ardua sentenza.

    Un po’ di aria buona qui web.tiscali.it/paroladipoeta/majorino_il_corpo.htm (clickando poi sugli “avanza” si troverà una breve tavola rotonda con Fortini al telefono).

  75. emma il 20 marzo 2006 alle 17:18

    db: “Dal punto di vista meramente sociologico, il successo di Gruenbein in Germania (da internet vedo che è massiccio) si potrebbe motivare con…
    3- fa vedere che la vita comunista è uguale alla vita occidentale, stessi sintomi = dissoluzione della coscienza (in ciò va a braccettodi /in braccio a Benn)
    4- assolve tutti i tedeschi in quanto preda di un male naturale, i.e. di una patologia…”

    Mi chiedo se tutto possa essere interpretato in termini ideologici, o di invidia, o di sospetto.
    Penso che nel concetto di “patologia/male naturale” o in quello di “dissoluzione della coscienza” ci sia anche il senso del tragico, non solo l’impronta dell’ideologia borghese.
    E che il senso del tragico sia fortemente presente anche in Fortini.
    Se la poesia di Fortini fosse semplicemente la trasposizione poetica del marxismo, o della lotta di classe, o comunque di quanto Fortini teorizza o pratica nei suoi scritti non poetici, mi interesserebbe poco.
    La poesia di Fortini è stratificata, non conclusa, piena di contraddizioni.
    Mi può succedere di trovare quasi insopportabili certe poesie di Brecht. Non mi succede affatto una cosa del genere con Fortini, neppure con le poesie risalenti al periodo del marxismo pensiero/ideologia trionfante.
    In un commento precedente ho fatto un copia-incolla della poesia “Sopra questa pietra” (ultima parte di “Composita solvantur”).
    Avrei potuto scegliere i versi che seguono, altrettanto emblematici e forse ancor più emblematici:

    (…)
    Volokolàmskaja Chaussée, novembre 1941.
    « Non possiamo più, – ci disse, – ritirarci.
    Abbiamo Mosca alle spalle”. Si chiamava
    Klockov.

    Rivolgo col bastone le foglie dei viali.
    Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia.
    Proteggete le nostre verità.

    Ho scelto volutamente “Sopra questa pietra”. Perché dice altro, altro da “Traducendo Brecht”, altro da “Proteggete le nostre verità”.
    Fortini non dice una cosa sola.
    E la fragilità dell’“io” di “Sopra questa pietra” non mi pare si collochi a una distanza abissale dalla fragilità dell’“io” di “Ostrakon Dresda 1284”.

  76. db il 20 marzo 2006 alle 20:46

    E’ fondamentale sgombrare il campo da mutui equivoci. Il discorso si può ripetere uguale su più registri: il più basso (ma almeno il 9 aprile…) è destra/sinistra, e vale ad es. per Berardinelli. Un registro medio riguarda nihilismo/utopia, e quello più alto riguarda lo stile, o il fare artistico tout court. Tutti questi registri non riguardano l’opera, e men che meno il suo contenuto. Questo cioè può essere tragico/negativo, e a seconda dell’operare (o del punto di vista, se il termine non fosse un po’ sputtanato) venire trattato diversamente. Fortini cioè può essere (e verosimilmente è) più “negativo” di Gruenbein, senza essere nichilista. Per tagliare la testa al toro, mi metterò sotto l’ala non di un compagno, ma di Kafka (= taccola). Brod supponeva in lui un positivo: ma sulla parola dell’amico non si fa critica, si fa bar. Poniamo che nell’opera di K non compaia una briciola di “positivo”. Però: da quale altare o Standpunkt (meno sputtanato) K giudica Trakl e i dadaisti “senza spina dorsale” = senza fibra etica?
    Delle poesie di Fortini postate da emma io vedo l’affinità, e una distanza abissale da Ostrakon. Voi che avete il libro, c’è una nota esplicativa sul titolo? Da internet ricavo che Dresda nel 1284 si diede le sue prime leggi di città autonoma. Metterci vicino l’ostracon, e cioè il coccio su cui si segnavano i voti per espellere gli eccellenti da Atene, mi sembra a occhio un’operazione sarcastica/sputtanante. Da quanto ho letto, G. teorizza il sarcasmo (= mangiare la carne fino all’osso, come il cane cinico che morde). Anche qui, c’è sarcasmo e sarcasmo, a seconda dello Standpunkt. 2 esempi, Sanguineti e Brecht

    CARNIVORO-ORTOPEDICO

    Prima riduce la questione all’osso
    Poi riduce l’osso

    All’ascolto di versi
    Di Benn tentato di morire
    Ho visto sulle facce dei lavoratori un’espressione
    Che non aveva a che fare con la costruzione metrica ed era più preziosa
    Del sorriso di Monna Lisa.
    Questa è del 1956, Benn sarebbe morto dopo pochi mesi. Da “Lo smalto sul nulla” (ma il titolo è di Calasso, tipo: Sotto il vestito niente) deduco questa escalation:
    1. Pasqua 1946, Benn si sente un “paria” ed esclude di tornare a pubblicare
    2. Il 22/01/’48 scopre nei diari di Th. Mann di essere uno di quelli “entrati nella storia della prostituzione spirituale”
    3. “Comeback” velocissimo, come diceva Benn, e successone
    4. 22/09/50 Rychner gli scrive: *La Sua solitudine è diventata oggi un eccezionale centro di attrazione che affascina anche la massa avida di REDENZIONE.*
    5.I giornali parlano nel ‘51 di bestseller e di Bennicite.
    NB “Problemi della lirica” del 21/08/’51, altro successone, è il Breviario di estetica di Gruenbein usw.
    Fassbinder offre vagonate di negativo, ma… (gli anni di Veronica sono esattamente questi, la roba è americana, e i vecchietti, i vecchietti…)

    Chi ha in casa B., Fortini, N.Italia ’74?

  77. emma il 20 marzo 2006 alle 21:27

    @db
    A parte il fatto che i tanti nomi e riferimenti li conosco in percentuale minima, a parte il fatto che non so il tedesco (ma che ci vuole per leggere Grünbein?), il problema di fondo mi pare la volontà di dimostrare a tutti i costi una tesi precostituita.
    E cioè (più o meno) che il valore/il significato di un’opera letteraria (poetica) coincide perfettamente con la sua identità ideologica, anzi con l’identità ideologica del (o attribuita al) suo autore.
    Spero di aver capito male.

  78. db il 20 marzo 2006 alle 22:18

    difatti Kafka era un marxista-leninista (di Servire il polipo)

    [ho scritto chiaro che se qualcuno me lo chiedeva, ero pronto a tradurre i 2 brani tedeschi da me copiaincollati. adesso pare invece che io sfoggi. ergo, non sono più pronto come prima]

  79. Veltroni il 20 marzo 2006 alle 22:54

    Se non è egolatria questa?! anche con Moresco adesso?

    Walter Ego

  80. andrea inglese il 20 marzo 2006 alle 22:55

    traduci, traduci, borso, e non fare domande superflue: non siamo né a casa di Calasso né di Agamben, siam gente alla buona (già è molto in questi giorni se ho il tempo di seguire anche questi fitti commenti, evitami almeno il tedesco, sopratutto se non è un testo a fronte di poesia…)

    poi, spiega questa: “4- assolve tutti i tedeschi in quanto preda di un male naturale, i.e. di una patologia” che vuoi dire? (ma non prenderla troppo alla lontana)

  81. db il 21 marzo 2006 alle 00:35

    *traduci, traduci* lo dici a tua sorella. a db, se vuoi, puoi dire: *per favore, puoi tradurre?*
    se non hai tempo di seguire i commenti, aspetta a postare quando sarai più libero e più in grado di fare il tuo dovere di postante.
    *Ho scritto una mezza cosa sulla letteratura, a partire da un’idea di Fortini. Spero prima o poi di postarla.* questo non è parlare alla buona, è parlare alla democristiana (un compagno infatti se l’ha scritta la posta, e se non l’ha scritta non lo dice).
    sulla -4: se non l’hai capita già, non la capiresti nemmeno ora (a differenza di almeno altri 8 blogger)
    e adesso a nanna, che domani hai da lavorare (beato te che ti addormenti con una paginetta dell’Esteta!)

  82. emma il 21 marzo 2006 alle 09:40

    db: “4- assolve tutti i tedeschi in quanto preda di un male naturale, i.e. di una patologia…”

    Se poi questo significa (anche solo in parte) che tutti i tedeschi sono stati nazisti o sono figli del nazismo, si potrebbe far notare che tutti (o quasi) gli italiani sono stati fascisti o sono figli del fascismo. E che i fascisti non sono stati (non sono) esattamente delle mammolette.

  83. db il 21 marzo 2006 alle 09:56

    La notte mi ha portato consiglio. Non so se è giusto, ma è questo:
    1. Stiamo discutendo sotto il post *Anatomia dell’io (1)* [che prevede dunque un (2)] postato da Andrea Inglese.
    2. La discussione attualmente è a 4, più 7 uditori.
    3. Dei 4, uno è il postante. La sua posizione gli consente/lo obbliga a impostare/tenere le fila. In qualche modo infatti lo fa: 18 mattina* a me sarebbe piaciuto riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia: il modernista conservatore e il (quasi) classicista rivoluzionario…* 18 sera *(Dei suoi [di Berardinelli, entrato quale critico di Fortini] moventi, pero’, m’importa poco. Non faccio psico/critica di B.) Vorrei parlare di poesia e utopia: se avessi tempo, se l’argomento coinvolgesse altri, ecc. ecc. Il condizionale è d’obbligo.* 19 pomeriggio *Ho scritto una mezza cosa sulla letteratura, a partire da un’idea di Fortini. Spero prima o poi di postarla… [@db] più dell’analisi testuale, perché non tiri una somma sulla “strategia” di Berardinelli saggista? Dove vuole andare a parare?*
    Insomma, il postante c’è, al condizionale: ossia tiene aperta la discussione senza pronunciarsi sul tema da lui stesso posto, e facendo domande di chiarimento (quella su B. si toglie da sé, in quanto vuole sapere il fine disinteressandosi del movente)
    4. emma e db sono gli attivi, nel senso che portano materiali congrui alla discussione.
    5. temp c’è, ma al futuro riguardo al tema: nel frattempo, sposta la discussione su B./Zanzotto attivamente (postando materiali), ma OT (trascinando emma).
    6. i 7 uditori il 19 notte dichiarano interesse a un proseguimento della discussione. Potrebbero nel frattempo avere cambiato parere, ma si ipotizza di no. Perché? Perché ci si muove nell’ipotesi di una costanza dell’io. Fu Hume a porre il problema: il mio Io di adesso è diverso dal mio Io di 5 m. fa, e la differenza sta nei 5 m. (ad es. quando si dice: mi sono venuti i 5 m. per esprimere ira). Tutto il lavoro di Hume fu nel capire perché nonostante ciò una persona può dire “Io”. Con Benn/Gruenbein siamo invece allo spappolamento dell’io – ma NB, non come indagine patologica, bensì come situazione esistenziale/normale che coinvolge quindi per primo l’autore.
    Il commentatore prosegue: *In G., l’uomo sta alla fine della storia, ridotto alla ripetizione dell’uguale e spappolato nell’elemento lirico. E’ a se stesso un oggetto senza sé. Il corpo, prima metafora dell’anima e poi del sesso, non significa più niente. L’uomo è sgombrato da tutto, quindi un involucro vuoto, una superficie di proiezione.* Tutto cià era già stato detto da Benn, basta scorrere “Lo smalto”: geologia dell’io come escrescenza, razzismo del genio superiore ecc. Uno potrebbe dire: ma Gruenbein descrive una situazione reale, magari è un Kafka dei nostri giorni. Si vedrà. Intanto bisogna indagare il “sarkasmus”, una poetica addirittura sbandierata da G.: ià subito si vede che la descrizione non è più tanto oggettiva, è sarcastica, e cioè dipende da un’ottica (come sarebbe quella tragica, ironica ecc.).

  84. andrea inglese il 21 marzo 2006 alle 10:14

    hai ragione db: “traduci per favore” (era un’esortazione ironica, comunque); ma mi spiace disilluderti: ho cose di questi tempi più urgenti e più importanti da fare che seguire con attenzione questi commenti, e postare il pezzo su Fortini, che devo per altro riprendere in mano; ma questo non toglie nulla all’interesse di quante state dicendo (per quanto riesco a seguirvi)

  85. andrea inglese il 21 marzo 2006 alle 10:32

    aggiungo per chiarire ulteriormente: il postante mette un pezzo perché diventi materia comune; questa è la sua azione principale; l’altra è quella di vegliare che i commenti non diventino occasione di rissa offese disturbo; nessun decalogo dice invece che il postante deve essere sempre animatore di una discussione;

    il postante, come tutti, puo’ dire pero’ cio’ che gli interessa di più e cio’ he gli interessa di meno, all’interno di una discussione

  86. temperanza il 21 marzo 2006 alle 10:34

    @DB
    hai ragione, e infatti d’ora in poi tacerò, continuando a seguirvi.
    E’ che mi serve un terreno saldo sotto i piedi, per non dire stupidaggini, e invece ho l’acqua alla gola. Ho anche cercato di leggermi Grunbein in modo un po’ sensato, ma sono presa da altro, e non ho il tempo di rileggermi Fortini.

    Prima di lasciarvi, gli OT non erano del tutto OT, ma è vero che ho fatto un giro molto largo. E legavo, un po’ schematicamente così:

    Fortini > Berardinelli – giudizi di Berardinelli sui poeti, visioni del mondo intrecciate al vissuto.

    Grünbein e suo rapporto con Brecht mediato dall’accoglienza di Heiner Müller (tra l’altro, ci ho passato un pomeriggio, anni fa, tedesco che più tedesco non si poteva, ma immobile al centro di un disegno segnato dall’ideologia, e al centro di quell’immobilità una grande intelligenza retorica) dunque un quadro che è ancora classicamente novecentesco, mentre nel frattempo nell’area tedesca (larga), a parte Bernhard, c’è stato Seebald, che pure ha pensato la Germania in qualche modo, e comincia a a parlare una generazione più vecchia di lui (Grünbein) che guarda alla colpa con occhi diversi, più liberi.
    Dunque mi interessava il vissuto di Grünbein (poetico, non la sua mamma) che è come inesistente, o talmente codificato da garantire al pensiero una certa svincolatezza. Ma qui so troppo poco.

    Se fra un mese sarete ancora qui forse questi stracci di domande avranno preso corpo e potrò fare qualche intervento sensato.

  87. db il 21 marzo 2006 alle 11:07

    “Die wüste Stadt. Sieben Dichter über Dresden” è uscito per la Insel lo scorso ottobre. Contiene un’intervista pubblicata sui Lose Blaetter di 3 anni fa. Gruenbein insomma l’ha fatta, letta sulla rivista, ripresa e pubblicata da sé. Un passaggio:
    *Ich glaube, es war Brecht, der irgendwo fabuliert hat, daß Zeiten gut seien, in denen man nicht Held sein müsse. Ich würde umgekehrt sagen: Es ist prinzipiell gut, wenn irgendeiner Held ist in seiner Wirklichkeit. Doch in dem Moment, wo er zugleich Künstler sein will, hat er ein gewaltiges Problem. Held und Künstler sein zu wollen, geht oft schwer zusammen. Das eine geht nur auf Kosten des anderen.* “Credo fosse Brecht che da qualche parte ha vaneggiato che buoni sarebbero i tempi in cui non bisognasse essere eroi.” Per un poeta tedesco (dell’est/ovest/nord/sud), è come se un poeta italiano dicesse: “Credo che fosse Leopardi che da qualche parte ha detto: Natura natura perché non rendi poi bla bla bla bla bla bla.” Vuoto di memoria da spappolamento dell’io? Snobismo livido da chi ha dovuto sopportare? E quella frase del portiere della Juve, che l”o stile è l’uomo”? (il resto del brano a stasera – i vuoti di memoria io li ho sugli impegni di lavoro, e adesso approfitto di un barlume…)

    una strizzata affettuosa a temp, che comunque vive e lotta insieme a noi.

  88. emma il 21 marzo 2006 alle 13:07

    Boh. Questa reiterata e (nonostante le mille citazioni) non camuffata / radicale insofferenza per Benn/Grünbein/Carpi mi sembra assai poco *filosofica* (atarassico chi?).

  89. A. Noressaco il 21 marzo 2006 alle 13:13

    ‘a Tarassaco, svejete!

  90. db il 21 marzo 2006 alle 15:23

    Was wäre noch Stunde dauernd
    In meinem zerstörten Sinn,
    es bricht sich alles schauernd
    in Augenblicken hin.

    Cosa sarebbe un’ora che dura
    nella mia mente distrutta,
    tutto va in pezzi, in attimi
    si frange rabbrividendo.

    L’errore di grammatica è al primo verso: in tedesco il soggetto è “Was” e il predicato “Stunde dauernd”, in italiano il soggetto diventa “Stunde”. La traduzione corretta è: “Cosa mai durerebbe un’ora” (dove “mai” rende il “noch”).

  91. emma il 21 marzo 2006 alle 16:11

    @db
    Grünbein: “Credo fosse Brecht che da qualche parte ha vaneggiato che buoni sarebbero i tempi in cui non bisognasse essere eroi.” Per un poeta tedesco (dell’est/ovest/nord/sud), è come se un poeta italiano dicesse: “Credo che fosse Leopardi che da qualche parte ha detto: Natura natura perché non rendi poi bla bla bla bla bla bla.” Vuoto di memoria da spappolamento dell’io? Snobismo livido da chi ha dovuto sopportare? E quella frase del portiere della Juve, che l”o stile è l’uomo”?

    Può darsi che ci sia snobismo. Può darsi che Grünbein sia detestabile e di un’antipatia unica (“lo stile è l’uomo” lo lascerei ai portieri della Juve – Berlusconi racconta un sacco di barzellette ed è così vicino al “popolo” da farsi fotografare con in testa il berretto dei fornai, e allora?).

    Mi viene da pensare che un intellettuale nato e cresciuto nella DDR fatichi ad intrattenere un rapporto non ambivalente con Brecht.
    Come può accettare Grünbein una poesia come questa?

    B. Brecht – Tempi brutti per la poesia

    Sì, lo so: solo il felice
    È amato. La sua voce
    È ascoltata con piacere. La sua faccia è bella.

    L’albero deforme nel cortile
    È frutto del terreno cattivo, ma
    Quelli che passano gli danno dello storpio
    E hanno ragione.

    Le barche verdi e le vele allegre della baia
    Io non le vedo. Soprattutto
    Vedo la rete strappata del pescatore.
    Perché parlo solo del fatto
    Che la colona quarantenne cammina in modo curvo?

    I seni delle ragazze
    Sono caldi come sempre.

    Una rima in una mia canzone
    Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

    In me si combattono
    L’entusiasmo per il melo in fiore
    E il terrore per i discorsi dell’imbianchino.

    Ma solo il secondo
    Mi spinge alla scrivania.

    E se, come è ragionevole supporre, Grünbein non si esalta per poesie come questa, dobbiamo allora concludere che Grünbein è nazista? (l’“imbianchino” di Brecht è Hitler).

    Probabilmente il sarcastico Grünbein si trova più vicino a certo sarcastico (nichilistico?) Brecht.
    Forse una cosa come quella che segue indurrebbe Grünbein a reagire in maniera diversa (anche se la presenza del tono sentenzioso-didascalico potrebbe fargli comunque ritenere il tutto irricevibile…)

    B. Brecht – Se durassimo in eterno

    Se durassimo in eterno
    Tutto cambierebbe
    Dato che siamo mortali
    Molto rimane come prima.

  92. db il 21 marzo 2006 alle 18:14

    Se la pratica politica gli ha dato la certezza del legame fra l’io e i destini generali, e assieme della non riducibilita’ dell’uno agli altri, la pratica critica e il fare poesia lo hanno messo di fronte a un piu’ problematico scarto fra incompiutezza del vissuto e compiutezza dell’opera. Perche’
    questa, se e’, e’ armonia. E’ fruizione finalmente pacificata. E’risoluzione del conflitto, un’icona della sua fine. E’ quello che sarebbe il comunismo. O no? Perche’ bisogna pur dirlo che sull’andamento del mondo la poesia non ha mai contato nulla – perche’ se c’e’ un intellettuale prepotente che pero’ nulla concede a un ruolo eccellente dell’intellettuale, questo e’ Fortini. Nessuno, o ben pochi, ha rifiutato come lui di stare ai dettami d’una proprieta’ o d’un partito o d’una moda, ha fin sospettato gli altri di troppo concedervi (sei un malfidato, protestava Pasolini) e nessuno come lui ha definito il fare letteratura in se’ come opus servile in senso ultimo. E tuttavia lo rode quella che un tempo era definita l’autonomia del giudizio estetico, perche’ certo l’opera poetica, se e’, e’ conclusa. Questo, che e’ il terreno per dir cosi’ di sua competenza professionale, e’ vangato e rivangato. Lui poeta, lui professore, lui militante, lui Franco Lattes Fortini sono una sola persona. E non si concede di dividersi. Ma l’essere uno non significa essere scevro di scarti. Il solo peccato mortale e’ soddisfarsi della propria duplicita’: quel che piu’ ha rimproverato a Pasolini non e’ l’atteggiarsi a sovversivo mentre svolge quel ruolo conservatore che lo rende accetto alla borghesia e al Partito comunista ma il riposarsi sulla propria ambiguita’, metterla in forma, compiacersi della devastazione, adularsi nell’immaturita’. E farne poesia.

  93. db il 21 marzo 2006 alle 19:22

    *Ich würde umgekehrt sagen: Es ist prinzipiell gut, wenn irgendeiner Held ist in seiner Wirklichkeit. Doch in dem Moment, wo er zugleich Künstler sein will, hat er ein gewaltiges Problem. Held und Künstler sein zu wollen, geht oft schwer zusammen. Das eine geht nur auf Kosten des anderen.* “Credo fosse Brecht che da qualche parte ha vaneggiato che buoni sarebbero i tempi in cui non bisognasse essere eroi. Io direi al contrario: è bene per principio che chiunque sia un eroe nella sua realtà effettiva. Però nel momento in cui uno vuol essere contemporaneamente artista, ha un problema enorme. Voler essere eroe e artista, va spesso difficilmente insieme. L’una cosa va solo a spese dell’altra.”
    La frase di Brecht viene da Vita di Galileo, 1939. Galileo è dibattuto tra il difendere davanti all’Inquisizione le sue convinzioni scientifiche e l’abiurare pur di proseguire la sua ricerca. Abiura. Il discepolo Andrea, deluso, esclama: “Sventurata la terra che non ha eroi!” e di rimando Galileo: “Felice il paese che non ha bisogno di eroi”. Gruenbein come Andrea dunque: tutti dovrebbero comportarsi da eroi coraggiosi nelle condizioni date – meno uno, l’artista. Quindi l’operaio sul posto di lavoro dovrebbe essere coraggioso, il contadino sul campo ecc., ma lo scrittore al tavolo di lavoro no, perché va a scapito dell’arte. Il passo continua così: *Es ist auffällig, daß die meisten Künstler ein recht lockeres Verhältnis zur Realität haben. Gerade im zwanzigsten Jahrhundert haben viele von ihnen ihr Verhältnis zur Wirklichkeit oftmals nur als ideologische Verstrickung erlebt. Alle moralischen Fragen wurden in soziale Diskurse aufgelöst.* “E’ sorprendente che la maggior parte degli artisti hanno un rapporto davvero esiguo con la realtà. Giusto nel 20° secolo molti di essi hanno vissuto il loro rapporto con la realtà spesso solo come coinvolgimento ideologico. Tutte le questioni morali vennero dissolte in discorsi sociali.”

  94. db il 21 marzo 2006 alle 20:03

    Was wäre noch Stunde dauernd
    In meinem zerstörten Sinn,
    es bricht sich alles schauernd
    in Augenblicken hin.

    Cosa mai durerebbe un’ora
    nel mio cervello distrutto,
    si frange abbrividendo tutto
    in tanti piccoli ora.

  95. emma il 21 marzo 2006 alle 21:11

    @db
    Grünbein: “Credo fosse Brecht che da qualche parte ha vaneggiato che buoni sarebbero i tempi in cui non bisognasse essere eroi. Io direi al contrario: è bene per principio che chiunque sia un eroe nella sua realtà effettiva. Però nel momento in cui uno vuol essere contemporaneamente artista, ha un problema enorme. Voler essere eroe e artista, va spesso difficilmente insieme. L’una cosa va solo a spese dell’altra”.

    Mi sembra che dietro a questi discorsi ci siano la questione dell’autonomia dell’arte e quella dell’ “impegno” [che forse è anche il tema su cui ci stiamo accapigliando].
    Posizioni evidentemente molto diverse, quelle di Brecht e di Grünbein, ma non mi pare ci sia motivo per sorprendersi (forse ci sarebbe di che sorprendersi se le posizioni coincidessero).
    L’argomento – come si dice in questi casi – è vasto e complesso. Troppo (per me).
    Comunque Brecht era criticato da Adorno per il suo ideologismo e per la sua arte al servizio di.
    Benjamin (amico di Brecht) invece era di diverso parere.
    Ho trovato questo (cfr. il paragrafo su “Benjamin e Brecht” – pag. 14)
    http://www.ominiverdi.com/walterbenjamin/cf/pdf/Tito_Perlini.pdf

    Non so se è importante. Probabilmente è da discutere. A me sembra interessante.
    Dopodiché mi arrendo.
    Magari aspettiamo la seconda puntata dell’intervista.

  96. emma il 22 marzo 2006 alle 08:30

    Torniamo a Fortini.

    Dall’intervista su “Che cos’è la poesia?”

    Può provare a spiegarci qual è la differenza tra un linguaggio normale, il linguaggio della comunicazione, da quello della persuasione oratoria, oppure da quello poetico?

    …In un passo del vecchio Goethe si legge: “quando si hanno delle cose da dire si dicono in prosa, è quando non si ha nulla da dire che si scrivono poesie”, il che è abbastanza sorprendente considerando che chi diceva queste cose aveva scritto credo una massa di poesie sterminata per tutta la sua vita. E tuttavia c’era qualcosa di vero: quando non si ha nulla da dire nel senso di comunicazione, quale può essere la comunicazione prosastica, allora si adopera quel mezzo di comunicazione che dice altro da quello che direbbe la prosa. La poesia non vuole comandare, non vuole persuadere, non vuole indurre, non vuole dimostrare. Si impone con l’autorità dell’istituzione letteraria che essa evoca o rivive, si impone con l’adempimento di un rituale, di un cerimoniale. Insomma, anche la poesia più apparentemente privata chiama in vita una parte della coscienza collettiva, allude al valore non individuale del linguaggio, produce un senso.

  97. emma il 22 marzo 2006 alle 08:32

    E anche.

    Se il dire della poesia non è un dire strumentale, dobbiamo immaginare che la poesia non ha nessuna intenzione di agire sulla realtà?

    Qui si tocca un punto molto importante e delicato. C’è stato per esempio Adorno che ha scritto che la specificazione formale di una poesia lirica si pone di per sé come antagonista al mondo storico-sociale che le sta intorno e ha affermato che quando all’interno di un testo le tensioni raggiungono un grado elevato di energia e di vitalità, la presenza dell’oggetto estetico la “poesia” nega e avversa e contesta tutto quello che è accettato nel quotidiano ripetuto. E’ interessante che Adorno prendeva come esempio una breve poesia di un autore romantico tedesco Moerike, che era una descrizione di un crepuscolo in una cittadina tedesca primaverile, quindi qualcosa che apparentemente non aveva nessun contenuto eversivo, né rivoluzionario. Ebbene – diceva Adorno – è proprio quella immagine che noi potremmo chiamare pascoliana per intenderci, che è un suggerimento di speranza di felicità che può avere nell’animo di chi ne partecipa un valore dirompente; è una promessa di felicità che tende a fare avvertire la insopportabilità del mondo schiavistico e volgare nel quale noi viviamo. Spesso – dice Adorno – ciò che apparentemente sembra il più lontano, il più remoto dall’appello all’azione e all’immediatezza, ha la funzione di mostrare l’insostenibilità del mondo che ci sta intorno, la stessa funzione che ha il bicchiere di grappa dato al soldato che deve uscire dalla trincea per affrontare il fuoco nemico. Certo aveva ragione quel grande scrittore e poeta cinese che negli anni Trenta circa diceva che una canzone battagliera anche di pessima qualità, come possono essere gli inni patriottici, serve benissimo per incitare gli animi, per commuoverli, ma che per battere il nemico – Lu Sun parlava degli ufficiali di artiglieria – è meglio usare i cannoni. E tuttavia esistono opere poetiche apparentemente lontanissime dall’impegno che hanno avuto la funzione di indirizzare gli animi ad azioni generose, a scelte moralmente ricche come è il caso per esempio della poesia di Leopardi, cosa che il nostro De Sanctis aveva visto benissimo. Appunto a questo proposito sarebbe curioso ricordare un dialogo fra il rivoluzionario russo Alexander Herzen e Giuseppe Mazzini a Londra poco dopo la caduta della Repubblica Romana quando a Mazzini, che obbietta alla poesia di Leopardi di non esssere sufficientemente animatrice di generosi sentimenti, Herzen invece risponde dimostrando che appunto è proprio questa sua apparente separatezza morale quella che ne fa la forza . Ne segue una scena molto bella in cui Aurelio Saffi, combattente della Repubblica Romana del 1849 e compagno di Mazzini, va con Herzen in una misera osteria londinese di profughi e di esuli a leggere le poesie di Leopardi. Se noi teniamo presente che il messaggio che in una poesia si indirizza al lettore è comunicazione di certi particolari contenuti, ma, nello stesso tempo è anche comunicazione di “altro” attraverso per esempio l’inconsueta inversione -“caro mi fu”- l’aggettivo antiquato, latineggiante “ermo”, l’anticipazione, anch’essa latineggiante “ermo colle” invece che “colle ermo”, allora non solo questo ma tutto il fatto che quest’intera affermazione è contenuta in una sequenza ritmica cui il nostro orecchio è abituato, il verso di undici sillabe, con una sosta sulla sesta sillaba “sempre caro mi fu/ questo ermo colle”. Questi elementi intervengono sul contenuto, sull’informazione che ci viene data; non la sopprime ma la muta: chi ascolta o legge non può non avvertire che gli vengono inviate anche altre informazioni.

  98. db il 22 marzo 2006 alle 10:30

    La domanda cui G. risponde è : ”quanto importante è per Lei la storia [rerum]?“ G. sbotta: *Krass gesprochen, dachte ich immer, daß Klio eine entsetzliche Hure ist.* “Fuori dai denti, ho sempre pensato che Clio [musa della storia rerum gestarum] è una puttana schifosa”, perché per lui *war immer das Unzugängliche. Es lag mir immer voraus, es war immer schon geschehen. Ich konnte es wenig beeinflussen, jedenfalls den großen Verlauf. Details schon. Es gibt in jedem Leben diese Schlüsselszenen, in denen man sich so oder so verhalten konnte. Und das beste, was es immer noch gibt, ist Zivilcourage, zumal in Zeiten, wo alles in kollektiven Prozessen abläuft. Zivilcourage liegt aber auch vor der Schrift. Das ist ein Paradox. Ich glaube…* “è stata sempre l’inaccessibile. Stava sempre prima di me [ma anche: giaceva sempre davanti a me] . Potevo influenzarla poco, già solo i dettagli, per non dire il gran corso. Ci sono in ogni vita queste scene-chiave dove ci si poteva comportare o così o così. E il meglio che tuttora c’è, è il coraggio civile, specie in tempi dove tutto è incanalato in processi collettivi. Ma il coraggio civile sta anche prima della scrittura. E’ un paradosso. Credo fosse Brecht che da qualche parte ha vaneggiato che buoni sarebbero i tempi in cui non bisognasse essere eroi. Io direi al contrario: è bene per principio che chiunque sia un eroe nella sua realtà effettiva. Però nel momento in cui uno vuol essere contemporaneamente artista, ha un problema enorme. Voler essere eroe e artista, va spesso difficilmente insieme. L’una cosa va solo a spese dell’altra. E’ sorprendente che la maggior parte degli artisti hanno un rapporto davvero esiguo con la realtà. Giusto nel 20° secolo molti di essi hanno vissuto il loro rapporto con la realtà spesso solo come coinvolgimento ideologico. Tutte le questioni morali vennero dissolte in discorsi sociali…” *… in soziale Diskurse aufgelöst. Statt den Nutzen und Nachteil der Historie fürs eigene Leben kühl abzuwägen und gegebenenfalls radikale persönliche Entscheidungen zu treffen, betete man lieber den Götzen Geschichte an.* “Invece di soppesare freddamente l’utilità e lo svantaggio della storia [rerum gestarum] per la propria vita ed eventualmente prendere decisioni personali radicali, si preferì adorare l’idolo della storia [rerum].”

    Ora abbiamo tutta intera la risposta di G.
    Ha fatto bene emma a postare altro materiale attinente. Il brano su Fortini da me postato è di R. Rossanda (introd. al vol. dei Meridiani).

  99. db il 22 marzo 2006 alle 18:09

    1. *nel 20° secolo molti di essi [artisti] hanno vissuto il loro rapporto con la realtà spesso solo come coinvolgimento ideologico. Tutte le questioni morali vennero dissolte in discorsi sociali.* Di per sé, l’affermazione non regge. Cercando di restringerne la portata, limito gli artisti ai letterati e i letterati ai letterati tedeschi. Non regge egualmente. Solo un grande tedesco tra i tanti del 20° secolo rientra in questa casistica: Brecht. Il suo peso deve essere stato ingombrante in DDR, dove l’avranno studiato a scuola così tanto da andar fuori dagli occhi (= da dimenticarselo). L’ottica di Grunbein è cioè totalmente tedesco-orientale: la storia che odia è quella, immobile, schifosa, inaccessibile, ininfluenzabile, collettiva-collettivistica del regime comunista, in cui il realismo socialista era discorso sociale tout court, in cui la storia veniva adorata come un idolo. Giustamente G. chiama l’idolo puttana, e aggiungo io, il materialismo storico marxista-leninista-stalinista puttaniere.
    2. Rigettato il materialismo storico (nel senso di una più che giustificabile Verwerfung), G. abbraccia la teoria nietzschiana della storia, com’è esposta in “Vom Nutzen und Nachteil der Historie fuer das Leben”, la II delle “Considerazioni inattuali”, 1874, che G. nell’intervista cita alla lettera (correttamente quindi, a differenza della citazione brechtiana). In essa Nietzsche afferma che lo studio della storia arreca solo danno e nessun vantaggio, poiché potenzia il ricordo e fiacca la vita. L’incipit è abbagliante: *Osserva il gregge che ti pascola davanti: esso non sa cosa sia ieri… attaccato al piuolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo… l’uomo dice “mi ricordo” e invidia l’animale che subito dimentica.* Dopodiché Nietzsche sprona la gioventù tedesca a sbarazzarsi dell’uomo colto (dotto, scienziato, professore, filisteo storico-estetico della cultura, saccente e aggiornato cicalatore contronatura ecc.) per recuperare la vita negazionista del ricordo, l’istinto ecc…
    3. La prospettiva positiva di G. contro l’idolatria è: soppesare freddamente Nutzen und Nachteil der Historie fürs eigene Leben, e poi prendere Entscheidungen personali radicali. Anche Entscheidung ha un’origine chiara: “Sein und Zeit” di Heidegger, 1927 – la decisione per la morte che rompe la cappa omologante del “man”, del “si” collettivo. G. rovina un po’ tutto inserendo l’avverbio gegebenenfalls/eventualmente: così infatti senza volerlo reintroduce/giustifica Galileo, che davanti all’Inquisizione aveva appunto soppesato i pro e i contro, per poi scartare la decisione radicale.
    4. Held/eroe è chi ha Zivilcourage, il coraggio di prendere l’Entscheidung. Tutti dovrebbero avere il coraggio di rompere la cappa dei kollektiven Prozessen, almeno prinzipiell/per principio (che fa il paro con eventualmente), ognuno in seiner Wirklichkeit/realtà effettiva. Tutti fuorché l’artista.

  100. db il 23 marzo 2006 alle 02:50

    Il letterato tedesco che più di tutti ha succhiato Nietzsche fu Benn, sin da “L’io moderno” 1919, di cui temp mi aveva chiesto di tradurre su NI l’incipit. Come il N. di “Vom Nutzen”, B. si rivolge ai giovani che dopo i triboli bellici iniziano da sconfitti l’università: *la mia intenzione è di seminare diffidenza nei vostri cuori contro la parola e l’opera dei vostri maestri, disprezzo per le chiacchiere di barbuti cinquantenni di cui lo Stato provvede a retribuire e proteggere la parola, e nausea di fronte a un mestiere che non ha mai avuto fede in una qualsiasi forma di creazione. Eccovi qui a tremare di fronte a ciò che lo Spirito ha messo in serbo per voi. Siete in una situazione tale che vi trovate all’orlo dell’abisso, ma verrete rapiti da un dio purché sappiate quale invocare. Se poi una testa pelata esclama “Su, miei giovani amici” e invoca la Cosa in sé e il velo di Maya, preoccupatevi di pestare nel mortaio questo rappresentante di commercio. Sono tante le cose che vengono distrutte, lo leggo nei vostri occhi, e noi vogliamo dimenticare quello che è successo alla Germania. Ma che il crollo della Germania sia scaturito da una qualche cosiddetta necessità interna, è un’affermazione del tutto indimostrata. Signori, non mi propongo di combattere il darwinismo davanti ai vostri occhi, ciò è già stato fatto sul libro forse più profondo dal punto scientifico, di S. Meyer, uno sconosciuto medico di Danzica privo di libera docenza: “Le forme dello spirito”. Vi si rappresenta l’evoluzione come principio che non si sviluppa, ma costruisce creativamente l’imprevedibile. Lo spirito è sorto e combatte ogni giorno per difendere il suo impero. Voi dunque avete un destino, ed esso è posto completamente in mano vostra. Adesso però gettate ancora lo sguardo sul rappresentante pelato, ascoltate che flatulenza abbondante, da dietro gli viene fuori l’istinto della verità e da davanti la libera ricerca. Messi alla ruota dal determinismo delle cause, siamo stati sconfitti. Ma voi potete crearvi da capo, voi siete liberi. Ovunque giriate lo sguardo, cruccio e peso al cuore. Ma se insegnassimo a superare la vita nella forma, la morte non sarebbe l’ombra in cui stanno immerse le felicità? l’ebbrezza del caduco, lo spossamento orfico, la felicità orrida del Sé? La morte sta oggi davanti a me come un profumo di fiori di loto, quando uno sta sulla riva dell’ebbrezza. Dolore, pugno contro il pamphlet della vita che viene dal muso sfrangiato delle democrazie edonistiche, caos che con la sua distruzione obbliga il cosmo a prendere una nuova piega. C’è un crogiolo di hasish nel mondo, siete voi a tenere la fiaccola rivolta a terra, voi a tenere lo stelo del papavero, voi a sognare*. Nel 1928 Benn ripubblica il discorso dicendolo “estremistico”, al punto da tagliarne quasi metà, troppo trabordante (io ho la ridotta del 1928).
    Nel 1932, altra botta di N. con “Oltre il nichilismo”: *Il concetto di nichilismo acquistò forma nell’anno 1885, quando fu scritta “La volontà di potenza”. Esiste solo l’uomo superiore, cioè quello che tragicamente combatte. Sarà quindi il Superuomo a scavalcare il nichilismo. N. però lo vede come biologicamente positivo, e questo era darwinismo. Noi nel frattempo abbiamo studiato i valori bionegativi, che sono parte integrante del processo di differenziazione dello spirito: l’arte e la genialità. Più di un sintomo fa presagire che ci troviamo di fronte a una decisiva svolta antropologica generale. “La volontà di potenza” acquisterebbe allora per l’uomo tedesco un significato davvero definitivo, come indicazione di ultima via d’uscita dalle sue perdite di valore.*
    Nel 1950 B. riacclamato torna con “N. 50 anni dopo”: *Tutto ciò che la mia generazione ha discusso si era già espresso nell’opera di N., aveva trovato formulazione definitiva: tutto il resto era esegesi, tutta la psicanalisi, tutto l’esistenzialismo. Ora vengono alcuni e dicono: N. è politicamente pericoloso. In effetti in un certo periodo della sua creazione (Zarathustra) fu sotto la guida di idee darwinistiche, credeva alla selezione dei più dotati, alla lotta per l’esistenza che viene superata solo dal più forte; ma riprese questi concetti solo per colorire la sua visione. La bestia bionda che poi giunse a incarnarsi, non l’avrebbe certo accolta con favore. Come uomo era povero, immacolato, puro – grande come martire e come uomo. N. inaugurò l’uomo senza contenuto morale e filosofico che vive per i princìpi della forma e dell’espressione. E’ un errore ritenere che l’uomo abbia ancora un contenuto o debba averne uno. Non esiste anzi più affatto l’uomo, esistono ancora solo i suoi sintomi. Fra poco ottimismo e pessimismo si abbracceranno come due giovani nella fornace, e la loro cenere la disperderà un vento mongolico che verrà da N*.

  101. db il 23 marzo 2006 alle 11:36

    La riforma benniana di Nietzsche consiste nel togliere la base darwiniana al Superuomo, per sostituirla col Geist/Spirito. Ciò non significa eliminare la razza, anzi, la supremazia del Geist è prettamente ariano-tedesca. In più, viene ribadita in pieno la gerarchia sociale dominatori/schiavi, solo il dominatore si chiamerà genio ed eroe (il III principio erculeo / Ercole l’eroe per antonomasia). La poesiola “Porta via l’amarilli” è indicativa assai. Attacca: *Ich kann kein Bluhen mehr sehen* “Più non posso vedere il fiorire” (non “vedere fiorire” della Carpi, che parte già col piede sbagliato). Il fiorire è una sottospecie del divenire, come del resto la storia umana (Aristotele: kunesis/movimento = passaggio dalla potenza all’atto, con varie sottospecie). Benn non sopporta di vedere quel fiore rosso davanti, carnoso, gonfio, e sbotta: *Nimm fort* “Portalo via!” A chi parla? Non sapremo mai se uomo o donna, giovane o vecchio/a, ma di sicuro è un/a sottoposto/a, poiché il modo del verbo è imperativo = comando. Questo è il massimo di dialogicità che si concede B. programmaticamente. Nel contemporaneo “Problemi della lirica” 1950 infatti parla della *poesia moderna, il cui tratto monologico è fuor di dubbio. L’arte monologica, che si staglia sul vuoto addirittura ontologico che impera su tutte le conversazioni e suggerisce la domanda se mai la lingua abbia ancora un carattere dialogico in senso metafisico. Chi incontra se stesso? Solo pochi, e sempre in solitudine* Ma chi/cos’è ‘sto “se stesso”? L’io/sintomo spappolato dell’ultima quartina, che non sa reggere l’identità di un’ora e si frantuma in mille atomi/attimi: “Cosa mai durerebbe un’ora / nel mio cervello distrutto, / si frange abbrividendo tutto / in tanti piccoli ora”. [dove il brivido è quello dell’istericone snob]
    Torniamo così alla poesiole sul cervello di Gruenbein in “Trappole e pieghe” e alle parole acute del commentatore Anke Sholl, magister artium già nel 1971 con una dissertazione sulle malattie del cervello nella mezza età e poi datosi, come Benn del resto ma con esiti diversi, alla critica letteraria. L’azzardo di G. è di applicare questo schema (io vuoto/servo vile) a Cartesio, il cui unico rapporto in “Della neve” è col suo servo. [Ah Renato Renato, come vorrei non averti amato! n.d.db]
    Ciascuno nella propria Wirklichkeit, il poeta e l’artigiano lavorano con tecniche adeguate a creare un prodotto. Se vale questo, azzardo anch’io un’equazione da applicare all’insieme EX-DDR a parità di qualità del prodotto: come un fabbro di versi passa da Brecht a Benn, così un fabbro di serramenti passa dalla SPD al NSDAP.
    G. ha pubblicato nel 1996 *Galilei vermißt Dantes Hölle und bleibt an den Maßen hängen* “Galileo fa un rilievo dell’inferno di Dante e resta fermo alle misure”. Carina come idea, da tradurre subito (io no, la Carpi neppure, potrebbe farlo temp). Al momento di abiurare, Galileo aveva pubblicato il copernicano “Dialogo sopra i massimi sistemi” tenendo ancora in testa per sé le leggi della meccanica. Il calcolo da geometra che fece è presto detto: se finisco al rogo o ben che vada all’ergastolo, moriranno con me le mie idee. Le idee sono però più importanti/universali del mio misero/particolare corpo/cervello, ergo sacrificherò la mia morte per esse. Questo sacrificio potrebbe essere anche più eroico di un sacrificio della vita, o no? Sta di fatto che abiurando si beccò il confino ad Arcetri, dove praticamente cieco scrisse le “Dimostrazioni sopra due nuove scienze”, con le sue belle leggi dentro. Infine con estrema cautela riuscì a far giungere il manoscritto nella libera Olanda, dove fu pubblicato. [Il suo comunque non fu un sacrificio vano, perché non tutti la pensano come Gruenbein.]
    NB La versione di Die andere Seite/L’altra sponda di Benn non è di db ma di Renato, e non Cartesio, ma Carosone (fu anzi l’ultima sua fatica).

  102. temperanza il 23 marzo 2006 alle 17:50

    Ciao @db. e emma e tutti
    Per ora mi sono saltati i fusibili, ma tornerò.

  103. db il 24 marzo 2006 alle 14:49

    Emma con molto fiuto ha postato alcune poesie:
    G. 1999, “Vita brevis”: *son cresciuto nello squallore… ero un temerario
quando la piazza degli appelli era vuota, zitto invece dietro una massa silenziosa. Clown con sette lingue e ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche…ho rinnegato con macabre battute tutti gli shock dell’impotenza. Poiché la Storia, scacco dell’uomo, era a mio svantaggio…Ho appreso insieme a leggere e a dissimulare, in precoci esercizi fra i bigotti ho fatto il San Tommaso, il San Pietro fra gli eretici… Il disertore nato: meglio morto che mirare al cuore di qualcuno… Ho timbrato pratiche davanti al mangiacarte, pitturato alberi di verde, fantasticato su tutto, di cose che non esistono nemmeno in sogno. Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte.*
    L’Utopia di Moro era uscita a Lovanio nel 1516 grazie a Erasmo. In questa poesia c’è un campionario di dissimulazioni (manca quella onesta). Nell’intervista del 2003 che ho tradotto, G. proclama il Civilcourage degli eroi (tranne gli artisti), che in Vita brevis avrebbero fatto l’esatto contrario. Cavoli suoi. Interessante invece che Fortini si scelga l’ultima pietra: il monumento funebre a Francesco Bacone al Trinity College, che reca l’iscrizione “Composita solvantur” (= la morte scioglie i composti tenuti insieme dalla vita). Ora, Bacone è quello del metodo induttivo-sperimentale, dell’elogio della scienza, del Novum Organum che spazza via secoli di aristotelismo – e insieme l’autore della Nuova Atlantide, un secolo esatto dopo Moro. A tenere insieme questi due poli, l’Instauratio Magna, l’opera non conclusa di cui il Novum Organum è la parte II, e che significa Grande Rivoluzione. Bacone cioè è un utopista molto, molto sui generis. Bene, proprio davanti a morte e crani, alla fine scontata della sua vita ormai corrosa dal cancro
    F. 1994, “Sopra questa pietra”: *Le grandi storie tentennano in sonno…L’enigma verde ride la sua promessa. Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!Ecco il fulmine di giugno… Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.*
    In G. gli alberi sono dipinti di verde finto, in F. l’enigma/promessa è verde vuoto. Per epitomizzare: Gruenbein ha il verde nel cognome e il bianco (sporco) nel testo, Lattes ha il bianco nel cognome e il verde (tenue) nel testo.
    Di Bacone in rete c’è questo, curato da P. Rossi nel 1994: *Si tramanda che Narciso aveva una straordinaria bellezza e grazia, ma nascondeva una superbia grandissima e una noia insopprimibile. Questa favola sembra rappresentare le disposizioni e la fortuna di coloro che, per la loro bellezza o per qualunque altra dote di cui la natura li abbia insigniti, amano se stessi con effusione. Con questo particolare stato d’animo va spesso congiunta una scarsa propensione per la vita pubblica, e per l’attività politica, giacché in questo genere di vita necessariamente s’incontrano molte noncuranze e offese, che possono turbare e abbattere l’animo di costoro. Molto opportunamente si prende il primaverile narciso a rappresentare uomini di questa specie, che al primo sbocciare della loro giovinezza godono l’ammirazione di tutti, ma con l’andare del tempo deludono. Eguale significato ha il fatto che quel fiore è sacro agli dèi inferi, giacché tutto ciò che non dà frutto, ma passa come la nave nel mare senza lasciar traccia, veniva dagli antichi consacrato alle ombre e agli dèi inferi.

  104. db il 24 marzo 2006 alle 20:25

    Dalla mano l’autunno mi bruca la sua foglia: siamo amici.
    Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegnamo a andare:
    il tempo torna indietro nel guscio.

    Nello specchio è domenica,
    nel sogno si dorme,
    la bocca parla vero.

    Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
    ci guardiamo,
    ci diciamo l’oscuro,
    ci amiamo a vicenda come papavero e memoria,
    dormiamo come vino nelle conchiglie,
    come il mare nel fiotto della luna.

    Stiamo avvinti alla finestra,
    ci osservano dalla strada:
    è tempo che si sappia!
    E’ tempo che la pietra si degni di fiorire,
    che all’irrequietezza batta un cuore.
    E’ tempo che sia tempo.

    E’ tempo.

    Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
    Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
    die Zeit kehrt zurück in die Schale.

    Im Spiegel ist Sonntag,
    im Traum wird geschlafen,
    der Mund redet wahr.

    Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
    wir sehen uns an,
    wir sagen uns Dunkles,
    wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
    wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
    wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

    Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
    es ist Zeit, daß man weiß!
    Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
    daß der Unrast ein Herz schlägt.
    Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

    Es ist Zeit.

    Farei un quiz: a chi attribuire questa poesia tra Benn, Gruenbein, Zanzotto e Fortini? Lo farei volentieri al muro: ma mi è crollato anni fa.

  105. emma il 24 marzo 2006 alle 21:48

    1) Questo è Celan. Non la conoscevo, ma la rete fa cadere ogni residuo di mistero e ogni quiz tendenzioso. È facile rispondere che NON può essere Fortini, è facile rispondere che NON può essere Grünbein, certamente NON Zanzotto, e (a occhio e croce) NEANCHE Benn.

    2) Il tuo accanimento contro Grünbein ha qualcosa di perverso.
    Il problema è che (mi ripeto) sembra una condanna a priori.
    Il problema è che sembra una condanna “morale” (Il capo d’accusa io ancora non l’ho capito per davvero. Ma tu quanto conosci, quanto sai di Grünbein? Per il capo d’accusa possono bastare gli spezzoni di intervista [decontestualizzati e poi assolutizzati] trovati su Google? O la via traversa rappresentata da Benn? O [abbastanza generici] riferimenti filosofici?)

  106. db il 24 marzo 2006 alle 23:57

    emma, io sto solo svolgendo il compito per casa dettato dal postante: *riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia: il modernista conservatore e il (quasi) classicista rivoluzionario* Il postante ha piazzato due coppie di contrari: modernista/classicista, conservatore/rivoluzionario. Se nel compito metto che vanno bene tutti e due, il postante mi dà insufficiente. Una settimana fa conoscevo solo “Della neve”, di Berardinelli solo qualche articolo di giornale, di Benn zero, della Carpi zero, di Fortini abbastanza. Adesso ne so di più, grazie anche ai tuoi link e alla rete in generale (un testo è un testo, che lo si trovi in rete o in biblioteca). Mi è stata utile anche qualche capatina in libreria (in tutto ciò, non ho speso un euro). Tutti i testi trattati si contestualizzano a vicenda (ad es. la visione della storia nell’intervista è uguale identica a quella sottostante a Vita brevis). Le obiezioni che mi fai sono troppo vaghe perché possa risponderti bene. Solo quella sull’accanimento è chiara e precisa. Strano che tu trovi perverso un accanimento critico, che potrebbe invece risultare anche positivo (non mollare l’osso, insistere), e invece encomiabile un comportamento come quello desumibile da Vita brevis. Ma de gustibus… Appunto, de gustibus. Se tu ami Gruenbein, nessuno ti potrà accusare del tuo amore: potrà casomai contestare il prodotto del tuo amore, ossia le cose specifiche che dici sui testi di Gruenbein. Insomma, non bisogna fare il processo alle intenzioni (amore e/o odio stanno sempre alla base di un’azione: per indifferenza uno non farebbe niente).
    Accanimento = persistenza ostinata e talvolta rabbiosa in un’azione non necessariamente riprovevole (Devoto-Oli). Qui ti concedo che persisto ostinatamente nell’azione non riprovevole di analizzare/criticare Gruenbein. Se a questo aggiungi rabbia e riprovevolezza, avrai Cinismo. La radice è la stessa, da cane, solo che con l’accanimento il cane fa il suo dovere, col cinismo no. E qui di cinismo finora ne abbiamo trovato solo uno, di un ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche.

  107. db il 25 marzo 2006 alle 00:09

    PS non avevo dubbi che su google si trovasse Celan digitando un verso qualsiasi della poesia: avevo dubbi invece che nessuno ormai leggesse i miei commenti. e tu per fortuna me li hai fugati.
    La traduzione è mia, con tutti i limiti di una cosuccia fatta in un quarto d’ora. La poesia è del ’52, l’anno stesso di Amarilli. la distanza è abissale. secondo me, e sarei in grado di dimostrarlo, Celan non è equidistante da Benn e da Fortini. In un gradiente da 0 a 100, io li collocherei così

    0 Benn
    20 Gruenbein
    80 Celan
    100 Fortini

  108. emma il 25 marzo 2006 alle 09:16

    @db
    Però riconosco che certe provocazioni a loro modo funzionano. Anche io sono andata a leggere (o a rileggere) cose che non conoscevo (o che avevo dimenticato).
    E sicuramente mi comprerò “Della neve” (Grünbein).
    Se poi tu vuoi andare oltre la visita in libreria, oltre la puntata in biblioteca o in rete, ti faccio presente che “A metà partita” (Grünbein) si può trovare a metà prezzo (io l’ho comprato a prezzo intero).
    Qui (e c’è anche una notevole recensione):
    http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2432&c=HUNJ5QXZX16KF

    Evidentemente Grünbein non è particolarmente “amato” dai (pochi) lettori italiani di poesia. Neanche da me è “amato”. Per quel poco (pochissimo) che lo conosco, lo trovo interessante, non lo “amo”. Di certo “amo” la poesia di Fortini.

  109. emma il 25 marzo 2006 alle 09:30

    @db
    Però riconosco che certe provocazioni a loro modo funzionano. Anche io sono andata a leggere o a rileggere cose che non conoscevo o che avevo dimenticato.
    E sicuramente mi comprerò “Della neve” (Grünbein).
    Se poi tu vuoi andare oltre la visita in libreria, oltre la puntata in biblioteca o in rete, ti faccio presente che “A metà partita” (Grünbein) si può trovare a metà prezzo (io l’ho comprato a prezzo intero).
    Qui (e c’è anche una notevole recensione):
    http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2432&c=HUNJ5QXZX16KF

    Evidentemente Grünbein non è particolarmente “amato” dai (pochi) lettori italiani di poesia. Neanche da me è “amato”. Per quel poco (pochissimo) che lo conosco, lo trovo interessante, non lo “amo”. Di certo “amo” la poesia di Fortini.

  110. emma il 25 marzo 2006 alle 13:05

    Mi sembra buona cosa proporre per intero “Vita brevis” (Durs Grünbein – “Dopo le satire“ – 1999)

    A farla breve, io son cresciuto nello squallore, nei disastri che incombono
    su ogni cosa si misconosca. Fra passeri e spie ero un temerario
    quando la piazza degli appelli era vuota, zitto invece dietro una massa silenziosa.
    Clown con sette lingue e ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche.
    Parlando non richiesto, così come altri sputano, per conto mio
    ho rinnegato con macabre battute tutti gli shock dell’impotenza.
    Poiché la Storia, scacco dell’uomo, era a mio svantaggio.
    Là dov’io crebbi s’incontrava grandezza solo nelle leggende.

    Ho appreso insieme a leggere e a dissimulare, in precoci esercizi
    fra i bigotti ho fatto il San Tommaso, il San Pietro fra gli eretici.
    Vidi gli zeri ricoperti di onori e i giganti estenuarsi tra i nani.
    Il disertore nato: meglio morto che mirare al cuore di qualcuno.
    Ho vomitato dai panzer, in caserma ho preso sonno piangendo,
    al campo mi radevo la ghigna storta curvo sopra un mastello.
    Al calcio ebbi scassata l’anima prima che i ginocchi:
    Quante volte tornavo a casa spergiurando che “va tutto bene, non è niente”.
    Ho timbrato pratiche davanti al mangiacarte, pitturato alberi di verde,
    fantasticato su tutto, di cose che non esistono nemmeno in sogno.
    Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte.

    Nelle steppe dei quartieri nuovi ho amato il primo scarno corpo,
    un pezzo prima che di gigli ho sentito odor di discariche, effluvi
    di mense e macelli e puzza di treni affollati.
    Un grigio palazzo di cemento era la Scuola di Belle Arti,
    e dalle aule veniva il canto: O Muse, perdonatemi se mento…
    Per riflettere ho avuto tutto il tempo che volevo, ma nulla
    c’era su cui avesse senso scuotere il capo. Le nuove bibbie non valevano
    la loro carta, per la vita valeva una sola regola: rinuncia.

    Litania da galera. È un pezzo ormai, ma è strano: io sono ancora qui?
    Dove stati crollavano come castelli di sabbia e l’illusione era in auge,
    era un istinto alzare il volume alla musica e sottovoce
    recitar le due, le tre righe per cui questo paese
    era in un bagno di lacrime. Così me ne tornavo da solo
    fra i campi d’ortiche, i villaggi, verso i convogli,
    nell’orecchio il sergente russo che grida: “Davaj, davaj!”
    La nostalgia, in falsetto, mi raccomandava Prima Che Crepi ci vuole
    qualcosa di molto lontano. I frangenti, le spiagge delle isole Hawaii?

  111. db il 25 marzo 2006 alle 20:57

    Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Buechner-Preis 1960, Celan definisce la sua poesia una *ricerca topologica. Ma alla luce di ciò che della ricerca è oggetto: alla luce dell’U-topia.* *Questi luoghi sono introvabili, non esistono; ma io so dove dovrebbero esserci, e… qualcosa trovo.* *Trovo quello che unisce, quello che può avviare il poema all’incontro. Trovo qualcosa che è – come la lingua – immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli*.
    I casi della vita: l’anno scorso il Buechner l’hanno dato a Gruenbein, che in Germania ha un gran successo. E il premio Monselice per la traduzione lo dettero alla sua prima edizione nel 1971 a Fortini per il Faust, e dal link che hai segnalato alla Carpi per A metà partita. Che ho qui davanti (me l’ha portato/prestato l’amica egolatra). Su Ostrakon Dresda 1284 la nota della Carpi dice: *Ostrakon è un coccio greco con delle iscrizioni, qui provvisto di numero dagli archeologi*. Io invece ragiono così. Il titolo lo sceglie l’autore, come un nick. Perché ha scelto 1284? l’ha sorteggiato? Credo proprio di no, mentre invece balza agli occhi che 1284 è proprio l’anno di fondazione politica di Dresda (come un comune medioevale). Se vale questo, non ci si può più accontentare del significante coccio, perché l’ostracismo, istituto antico paradossalmente democratico, fa troppo aggio. o no?

  112. emma il 25 marzo 2006 alle 21:18

    Avevo letto la nota su Ostrakon Dresda 1284, ed effettivamente la spiegazione della Carpi sembra un po’ banale, ma chissà.

    Ho provato diverse volte a postare l’intero testo di “Vita brevis”. Il “sistema” sembra rifiutarlo. Riprovo.

    A farla breve, io son cresciuto nello squallore, nei disastri che incombono
    su ogni cosa si misconosca. Fra passeri e spie ero un temerario
    quando la piazza degli appelli era vuota, zitto invece dietro una massa silenziosa.
    Clown con sette lingue e ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche.
    Parlando non richiesto, così come altri sputano, per conto mio
    ho rinnegato con macabre battute tutti gli shock dell’impotenza.
    Poiché la Storia, scacco dell’uomo, era a mio svantaggio.
    Là dov’io crebbi s’incontrava grandezza solo nelle leggende.

    Ho appreso insieme a leggere e a dissimulare, in precoci esercizi
    fra i bigotti ho fatto il San Tommaso, il San Pietro fra gli eretici.
    Vidi gli zeri ricoperti di onori e i giganti estenuarsi tra i nani.
    Il disertore nato: meglio morto che mirare al cuore di qualcuno.
    Ho vomitato dai panzer, in caserma ho preso sonno piangendo,
    al campo mi radevo la ghigna storta curvo sopra un mastello.
    Al calcio ebbi scassata l’anima prima che i ginocchi:
    Quante volte tornavo a casa spergiurando che “va tutto bene, non è niente”.
    Ho timbrato pratiche davanti al mangiacarte, pitturato alberi di verde,
    fantasticato su tutto, di cose che non esistono nemmeno in sogno.
    Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte.

    Nelle steppe dei quartieri nuovi ho amato il primo scarno corpo,
    un pezzo prima che di gigli ho sentito odor di discariche, effluvi
    di mense e macelli e puzza di treni affollati.
    Un grigio palazzo di cemento era la Scuola di Belle Arti,
    e dalle aule veniva il canto: O Muse, perdonatemi se mento…
    Per riflettere ho avuto tutto il tempo che volevo, ma nulla
    c’era su cui avesse senso scuotere il capo. Le nuove bibbie non valevano
    la loro carta, per la vita valeva una sola regola: rinuncia.

    Litania da galera. È un pezzo ormai, ma è strano: io sono ancora qui?
    Dove stati crollavano come castelli di sabbia e l’illusione era in auge,
    era un istinto alzare il volume alla musica e sottovoce
    recitar le due, le tre righe per cui questo paese
    era in un bagno di lacrime. Così me ne tornavo da solo
    fra i campi d’ortiche, i villaggi, verso i convogli,
    nell’orecchio il sergente russo che grida: “Davaj, davaj!”
    La nostalgia, in falsetto, mi raccomandava Prima Che Crepi ci vuole
    qualcosa di molto lontano. I frangenti, le spiagge delle isole Hawaii?

  113. emma il 25 marzo 2006 alle 21:36

    Celan lo conosco poco. Mi riprometto sempre di procurarmi il suo Meridiano, ma per una ragione o per l’altra ho rinviato.
    Avevo cercato in rete quando su NI sono stati pubblicati testi sulla Shoah.
    Avevo trovato questo.
    C’entra con Grunbein? Probabilmente no, ma pazienza.
    http://www.storicamente.org/bonavita_shoa.htm

    E per oggi chiudo.

  114. db il 26 marzo 2006 alle 12:18

    Benn è il cantore dell’oppio, dello stupefacente che seda una tensione invivibile (il discorso alla gioventù distrutta anche fisicamente dalla guerra: sfogatevi coi prof., e dopo fatevi). Da “A metà partita”, che raccoglie tutte le poesie di Gruenbein, si può scegliere a caso. il refrain o trantran è: l’io come entità coerente/imputabile è una fola. *Senza droghe non va niente.. chi padroneggia gli oppiacei che il cervello stesso genera?*. Uno così, davanti a Cartesio può reggere solo se la butta in vacca, e cioé se deride sarcasticamente l’altro. Tutto Cartesio parte infatti dal problema: come distinguere veglia da sonno, pensiero vigile da sogno? (Gruenbein come Marzullo, cameriere-barbiere-callista ecc.) Per Gruenbein-Benn il marasma invece è legge.
    Celan, come Cartesio (ah, Valery, t’ha rubato il mestiere un crucco!), affronta proprio la polarità: papavero/memoria, sonno-sogno/verità. Da questa tensione nasce il tempo stesso come categoria (e il futuro/speranza come consostanziale).
    Sull’utopia bisogna intendersi. Poniamo vita/bios come forza aggregante-cellulare. Poniamo il bisogno animale come motore di vita. Poniamo il desiderio come bisogno specificamente umano. Poniamo il desiderio come ponte tra mancanza e meta i.e. tra presente e futuro. Bene, ha ragione il proverbio: fin che c’è vita c’è speranza. Allora si può dire che la meta non c’è, è u-topica, ma la speranza c’è eccome, dappertutto dove c’è vita umana. Se invece un vivo nega che ci sia, ossia la definisce u-topica, prende semplicemente un granchio, perché la speranza nel mondo c’è empiricamente, è pan-topica. E invece è lui + il suo discorso che si mette fuori dalla realtà, in un u-topos.
    La poesia di Gruenbein è la poesia dello zombie, del morto-vivente, ossia una contraddizione vivente che nella realtà esiste pur essa. Si può chiamare masochismo. E il masochismo ha sempre tirato, anche commercialmente. parola di

    http://www.unich.it/progettistisidiventa/REPRINT%20E%20INEDITI/Poe_CORVO

  115. db il 26 marzo 2006 alle 12:22

    @ temp (e a emma e a tutti quelli che “sentono la primavera). ho postato su Ubicue una Primavera di Hoelderlin (che mi sembra la più fanciullesca in assoluto delle sue ultime)
    buona domenica

  116. emma il 26 marzo 2006 alle 19:16

    @db

    Fortini – “Sopra questa pietra” – Bacone.

    Secondo me ciò che interessa Fortini è il “composita solvantur”, e certo anche il “sepolcro”.

    Molto meno, credo, Bacone e il suo pensiero [Bacone è oltretutto una figura controversa. È il filosofo che teorizza per primo la “bontà” della tecnica, e la sua utopia è un’utopia di tecnocrati. Cose non esaltanti per uno (F.) che si rifà anche a Adorno e alla Scuola di Francoforte (credo che per il concetto di utopia occorrebbe guardare da quelle parti, forse anche a Bloch)].

    Io mi sono messa in testa che il nucleo forte della poesia è la chiusa lirica (“Non può vedermi più nessuno qui, nessuno / mi farà male mai più”).

    *

    Verde / Alberi

    La questione del “verde” è la questione della natura?
    Se sì, potrebbe essere un tema importante.
    Nella poesia lirica c’è – ovviamente – un “io” (ingenuo, camuffato, dialogante, alienato, parcellizzato, ridotto a niente, ecc.), ma da sempre c’è anche la natura.

    *

    Grünbein – dissimulazione – cinismo.

    Persisti nel giudizio “morale”.
    Il *ceffo* Grünbein si dichiara stoico, più che cinico.
    Finge? (“O Muse, perdonatemi se mento?…”. Ha imparato troppo bene la lezione?)
    Mah. Credo che potremmo proseguire all’infinito.

    Questa non mi entusiasma, però…

    D. Grünbein: “In provincia 3 – Boemia”

    È solo inganno questa pace intorno
    a una talpa morta sul bordo di un campo di grano.
    Sotto di lei è un accorrer d’insetti, forze armate
    in uniforme nera. Sopra di lei plana,
    piume arruffate, prima della virata, un astore.
    Sul dorso le formiche, in battaglione, le scavano
    a tappe forzate un canale. E dentro: alta tensione,
    agitazione, brulichio di vermi nella borsa dei visceri.
    Dal pelo del ventre partono per i quattro venti
    venditori ambulanti (ovvero reporter?) con il messaggio:
    una carogna, una carogna…
    Soltanto un grillo, a un salto di distanza,
    studia le nuvole in cammino e prende il sole
    in silenzio. Un filosofo stoico.

  117. db il 26 marzo 2006 alle 22:17

    emma, la situazione è assai curiosa, perché io faccio qui il detective sui testi, e tu fai la detective su di me. be’, ho già vinto in partenza, perché io ho il topos, la topica dei testi (per quanto male li conosca), tu invece cerchi l’u-topos, cioé me, un toposlino che ti scapperà sempre. ad es., se ti dicessi che sono l’agente letterario di Gruenbein e porto volutamente critiche al mio agito per vedere l’effetto che fa ad es. su te… non potresti mai dimostrarmi il contrario. potresti solo dire che le cose che sostengo sono sbagliate, ossia potresti mollare la ricerca utopica sul movente mio e ritornare ai testi.

    verde è il colore della speranza, del primo vere. in Inghilterra è tarda, e il lampo al Trinity è di giugno. la primavera scade al 21 di giugno, ergo….
    quello che dici di Bacone è troppo da manuale. nel testo “marxismo” che ho postato, F. dice che Marx è un suo patrimonio come Platone e Kant (questo patrimonio è la sua Mosca, che quando ci si ritira non si pensa nemmeno di cedere). Bacone è l’empirista induttivo che ha smantellato modi vecchi di pensare, il teorico-critico degli idòla, quello che ha inquadrato la modernità con 3 parole: bussola, stampa e povere da sparo. e che ha osato pensare in grande, ma questo lo dico io. “Composita solvantur”, che i composti si sciolgano sa tanto di Gruenbein, di lirica barocca alla Griphius. E se fosse invece un Yppogriphius? Difatti così scrive F. in nota. * L’epigrafe è del discepolo suo H. Wotton. Si chiude col comando e l’augurio qui assunto a titolo: si dissolva quanto è composto, il disordine succeda all’ordine (ma anche, com’era nel vetusto precetto alchemico, si dia l’inverso)* detto tra parentesi, con umiltà e fierezza insieme.
    Vedi, se io trovo nell’intervista di Gruenbein il calco esatto di Vom Nutz und Nachteil… di Nietzsche, questa è una piccola scoperta inconfutabile, checché ne pensi x o y. E quel testo di N. è un attacco frontale alla memoria, al patrimonio.
    Possiamo discutere sul *Non può vedermi più nessuno qui, nessuno / mi farà male mai più.* La topica: spazio/ qui = sopra questa pietra. tempo/non più. Prima quindi c’era dolore, ferita, esposizione. ora c’è tregua. la pietra non è fredda perché 1- c’è Bacone 2- c’è la fedeltà del discepolo, che non adula, ma dice stoicamente (questo s+ì è stoixismo, non quello del brillo barlante) ecc. ecc.
    adesso c’è un film che un impresario di pompe funebri ha denunciato alla polizia il furto di una bara per bambini…

    PS quan do dicevo amore/odio, lo dicevo alla Spinoza, che da essi derivava TUTTI i sentimenti umani.

  118. db il 27 marzo 2006 alle 00:44

    Gottfried Benn era un sifilopatologo. Esperto in malattie della pelle, soleva spacciarsi per esteta ed estetista. Nella sua novella più famosa “il Tolemaico” sembra quasi non voler porre alcuna distinzione tra le due cose. L’estetista lavora sulla pelle dell’individuo, l’esteta sulla pelle della coscienza e del nulla che la fronteggia.
    Maxwell Malz era un chirurgo plastico. Con suo grande stupore si accorse che nella maggior parte dei casi il lifting del volto corrispondeva al lifting dell’identità di una persona. A partire da queste osservazioni si chiese se non era possibile modificare la pelle dell’Io senza dover modificare la pelle del volto.
    Benn passò dalla medicina alla poesia. Malz dalla chirurgia plastica alla fondazione di un nuovo modello di terapia: la psicocibernetica.

  119. emma il 27 marzo 2006 alle 12:00

    @db

    1) Potresti essere un detective, ma con chiaro in mente – fin da prima di avviare l’indagine – chi è il colpevole. Dunque un detective che cerca solo prove a carico del “presunto” colpevole.
    Mi sembra un approccio abituale, il tuo.
    E in ogni caso un colpevole ci deve essere (sennò che ci sta a fare un detective)?

    2) “Verde è il colore della speranza”.
    Omaggio al senso comune?

    E il celeste?

    Per quanto cerchi di dividere
    con voi dal vero le parole,

    la fede opaca di che vivo
    è solo mia. La tento ancora

    e l’occhio guizza, la saliva
    brilla sull’orlo dei canini,

    o incerti amici, o incerte prove.

    *

    Per quanto cerchi di conoscere
    che cosa guarda dal sereno

    dove il celeste posa in sé,
    di questo sono certo e fermo:

    i globi chiari, i lenti globi
    templari cumuli dei venti

    non sono me.

    __________________

    Stanotte…

    Stanotte un qualche animale
    ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
    che illumina un bel sole
    ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
    un mucchietto di visceri viola
    e del fiele la vescica tutta d’oro.
    Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
    di mordere e fulmineo eliminare
    dal ventre della vittima le parti
    fetide, amare.
    Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
    E non è vero.
    Il piccolo animale sanguinario
    ha morso nel veleno
    e ora cieco di luce
    stride e combatte e implora negli spini pietà.

    In effetti le poesie di Fortini sono piene di colori. Il celeste (anche nella variante “turchino”) sembra quello che più rappresenta la speranza (e l’illusione) (perché i sentimenti e le letture del mondo in F. spesso sono plurali e contengono intenzionali contraddizioni).
    Il verde direi che è essenzialmente il colore delle piante. Le poesie di Fortini sono piene anche di piante.

  120. emma il 27 marzo 2006 alle 13:47

    E ovviamente il turchino può avere una punta di divertissement, di ironia.

    Se la tazza…

    Se la tazza mi darai
    che mi piace, la mia tazza
    con il manico marrone,
    gentilissima ragazza,
    tu felice mi farai.

    Il suo manico ha il colore
    del più vivo e ricco tè
    ma riflette anche il turchino
    del leggero cielo se
    è leggero come te.

  121. db il 27 marzo 2006 alle 16:09

    su detective/detection (dove si vede che il colpevole è la verità, e che Peirce è il Bacone del XX secolo)

    http://www.unostudioinholmes.org/scienzesociali.htm

    emma, tu hai un fiuto pazzesco a beccare le poesie, e perciò ti chiedo di giudicare questo mio “teorema” personale/olfattivo: Fortini sa di vivo anche quando puzza di morto, Gruenbein sa di morto anche quando puzza di vivo.

  122. emma il 28 marzo 2006 alle 07:36

    Beh db, su questa mediazione potremmo anche metterci d’accordo.
    Magari attenuando un po’ i toni per G., non per F.
    ____________

    Questa non la conoscevo (l’ho trovata cercando il celeste).

    Prima poesia televisiva contro l’estremismo

    (“Avete qualcosa da dire prima della sentenza?
    Un’ultima lettera da vergare con l’alba tra i denti?”)
    Sanno quel che mi chiedono, le segretarie
    attraenti
    i cortesi funzionari
    giovani vigorosi appena adiposi
    appena vili appena credibili?
    Di leggere una mia poesia meglio se inedita
    per la rubrica letteraria della televisione.

    “Ma non ci stare” mi dicono gli amici
    esatti come medici
    “Non devi farlo – Ma non puoi dire la verità
    Comunque vincono loro.”
    Non è così rispondo
    con parole meditate per esser pronunciate
    con parole italiane precise
    facili da tradurre
    e anche ricche anche belle.
    La verità ha più volti e più momenti
    e più doveri.
    Posso farla passare
    anche dentro ai microfoni
    del Capitale. Dicendo
    quel che non dico. Tacendo.
    Anche mentendo. È qui
    con me e con voi e parla
    d’altro – la verità.

    (“Come l’attentatore
    che per colpire veste l’uniforme
    dell’invasore”).
    Amici ho scritto per voi
    perché nulla dicessi io
    di quel che dovete voi dire
    di quel che dobbiamo noi fare
    dal lato opposto del verso
    dallo stesso lato del vero.

    (“Voi avete capito.
    Essi hanno capito.
    La nostra trasmissione è terminata.
    Passo. Chiudo”).

    9 marzo 1969

    (F. Fortini: “Poesie inedite” – Einaudi 1997)

  123. emma il 28 marzo 2006 alle 08:40

    Concludo l’omaggio a Fortini.

    ___________

    Qualcuno è fermo…

    Qualcuno è fermo, lontano, riparte, dove
    la strada svolta nel bosco tra pietre e siepi.
    Poi rieccolo, tra le vigne, più lontano. Non vede
    o, se vede, non conosce più.
    Che sera
    senz’ombre, erbe, la vostra. Enorme è l’albero
    in aria, su chi va…
    E mai non era nostra
    la schiuma dello stagno
    o il ruvido lentischio, nulla avevamo compreso,
    non il sentiero, non il paese chiuso
    dove non c’era anima viva
    e tocca invano ai selci il passo
    del segnato da Dio.

    Fra poco sarà buio, sarà l’urlìo
    d’aria, dei cani alla catena e
    delle piccole fiere le veloci
    le disperate imprese.
    Ma prima di rispondere di no,
    ecco, guardiamo ancora, vi prego, i prati
    dove in pianto eravamo passati,
    le vigne e di alti nidi immenso l’albero!
    E fedeli chiediamo di portare
    un’altra volta ancora
    ai mormorii della fedele mezzanotte
    l’intelletto delle erbe e il nostro.

    (Da “Composita solvantur” – 1994
    La poesia è del 1983 – Si trova anche in “Versi scelti” [Einaudi 1990] con il titolo “Altro recitativo”)

    *

    La realtà

    La realtà di cui sto parlando non esiste,
    è un’idea della ragione e della volontà.
    Nella speranza di essere compreso
    la chiamo con un nome sconosciuto.
    I suoi viali si aprono nel vuoto.
    Le sue posterìe sono aperte fino a tardi.

    Anche i nomi degli amici sono finzione.
    Chi è vivo, di loro, chi è morto? Probabilmente
    sono scarabei di lapislazzuli
    nei musei o voci di repertori,
    fotografie, carta, propine di esami.
    O, col pianto in gola, dormono nel pomeriggio.

    Sì, sono stato a Gela, una volta.
    Un’altra volta persino a Roubaix.
    Sono vissuto alcuni mesi a Roma.
    Tutto questo significa ben poco.
    Accorgersi che nella mia mente affaticata
    l’idealismo trionfa, è impressionante.

    Le dattilografe mettono la copertina sulla contabile.
    I gatti si occupano dei fatti loro.
    Nel garage puliscono carburatori. Questa
    è la realtà. Se lasci cadere un giornale
    esso volteggia e raggiunge le ortensie.
    Non vuoi abbandonare la sintassi.
    La finzione è l’ultima speranza.
    Qualcuno telefona, hai l’ansia nella voce.

    La storia – torni a spiegargli – è tutta la realtà.
    E invece non è vero.
    Parli per farti coraggio.
    Hai difficoltà a leggere.
    I rumori familiari
    avvertono che viene cena
    e così sarai liberato.
    Al Cinema Cristallo una pellicola di guerra
    alla televisione un dibattito animato.

    Il dovere di Schiller è di resistere.
    Dante si ostina su una rima difficile.
    Ecco perché gli amici sono diventati nomi.
    Ecco perché nei sogni vedo solo carri di morti.
    Ecco perché puoi dire “Torino” ma non esiste
    nessuna città con questo nome
    e anche esistesse non te ne importa.
    Parli al plurale solo per ammonire
    i figli a non inciampare nei gradini. Tutto è
    tremendo ma non ancora irrimediabile.

    1984
    (Da “L’ospite ingrato, primo e secondo” – 1986. Anche in “Versi scelti” – Einaudi 1990)

  124. db il 28 marzo 2006 alle 19:18

    @emma ho letto cose inquietanti su G in Höttiger, Nach der Utopien, Wien 2004 (tipo che la visione dell’io di G è direttamente mutuata da Pavlov e Klemperer…). Meglio lasciar perdere e concentrarsi su F. Il quale in Composita (mi commuovo a pensare che i tedeschi possono leggerle) traduce Agrippa d’Aubigné, il quale è coetaneo di Bacone. Ugonotto, perseguitato, apocalittico. L’ultima strofa dell’Hiver tradotto da F fa

    Mais la mort n’est pas loin ; cette mort est suivie
    D’un vivre sans mourir, fin d’une fausse vie
    Vie de notre vie et mort de notre mort.
    Qui hait la sûreté pour aimer le naufrage ?
    Qui a jamais été si friand du voyage
    Que la longueur en soit plus douce que le port ?

    che è esattamente il rovesciamento alchemico morte/vita del solvantur!

    se avrò tempo, copierò anch’io F, come omaggio: ho in mente Da Brecht, Se volessi un’altra volta… (che è l’ultima del testo e quella in copertina) e soprattutto Ruotare su se stessi… (sempre della sezione finale. rotazione/rivoluzione = Copernico, non “Il tolemaico” Benn = rottinculo). Ci provo, ma ho su il baccalà

    Ruotare su se stessi
    fino a perdere
    i sentimenti e cadere.
    Poi aprire gli occhi.
    Quello che vedi è la gioia
    la credevi persa
    sciocco che eri.
    Mi capisci, vecchio rozzo?
    Sei tra erbe soleggiate e pietre.
    Dal folto un cinghiale ti guarda
    con i suoi occhi rossi tra le setole.
    Un’ape ti considera attentamente.
    E’ il vero per pochi attimi.
    Alzati e cammina
    davanti a te, anche se
    ti hanno strappato lo sterno
    anche se la pupiilla
    è cibo di formiche.
    Tutto è ormai per te.

  125. db il 1 aprile 2006 alle 14:10

    L’Europa non decade tramontando, ma decade perché rifiuta il tramonto, perché vi resiste invece di insistervi. L’Europa che è ostinata inquisitio, e che perciò può compiersi soltanto come interrogazione-sacrificio di tutti i suoi valori, deve volersi tramontante. E’ questa la sua sola possibile voce, giunti al compimento della sua storia e alla fine di tutti i suoi diversi “nuovi inizi”. Essa è libera di non volere il tramonto, e cioè di non assecondarlo, di non parteciparvi, di lottare per i propri valori, o, ormai, per la dissacrazione di tutti i valori come proprio nuovo valore, di ritenere verità i propri dogmi e le proprie congetture, e propria missione l’imporli.
    Dimenticandosi, l’Europa dimentica che tramontare è il suo compito. Mai come ora l’Europa sembra voler ricordare le proprie rappresentazioni, mai come ora ha parlato di custodia e di conservazione, di tutela e di pietas – e dimentica la propria essenza. Accatasta ricordi di ogni tempo e di ogni luogo, e dimentica la propria verità. Perciò anche quei ricordi assumono un così lugubre, museale aspetto, e la loro onnipresenza significa soltanto assenza, perdita. L’Europa non vuole il proprio compimento, e cioè non vuole se stessa – non vuole credere in ciò cui fa cenno il proprio essere occasum. Lo teme, lo concepisce come semplice, immediato destino, lo vede come il prodotto di forze estranee, invece di volere se stessa come tramontante. Eppure questa è l’unica, autentica decisione che l’epoca le impone. Il tramonto non significa strapparsi-via da sé, ma rivolgersi al proprio stesso fondo.

    R. Prodi

  126. late comer il 4 aprile 2006 alle 15:19

    Cacciari ideologo di Prodi? Nichilismo dei moderati? Riformismo nietzschiano? O nulla del tutto?

  127. db il 4 aprile 2006 alle 21:00

    Romano vi ha fatto en-trare in Eu-ropa
    Io vi farò tra-montare Oi-ropa!

    Robi P., Pola (Thustra), 09/04//06

  128. Late Comer il 5 aprile 2006 alle 22:24

    L’ad-veniens del (m)ort-adella reca in se l’ort dell’in-terrogante sull’exitum delle elezioni, pericolosum maxime in quanto sempre sono ad-venientes, almeno finora.

  129. late comer il 6 aprile 2006 alle 09:32

    Decado all’alba, rinasco al tramonto.

  130. db il 6 aprile 2006 alle 10:32

    Sono un’araba a Venice

    Cacia Hari



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