Fucked up

21 marzo 2006
Pubblicato da

di Marco Rovelli

www.nowthatsfuckedup.com. E’ il sito porno che aveva aperto una sezione in cui i militari americani potevano mandare foto dalle guerre irachena e afgana, e avere in cambio foto porno. Cadaveri, teste esplose, palazzi devastati, armi, prigionieri irakeni, soldatesse nude con mitragliatore: questa la moneta pagata dai militari, che si compravano il piacere con i loro trofei (ché tali erano, come scrive Gianluigi Recuperati, le immagini offerte). Il gestore del sito è stato condannato per possesso e distribuzione di materiale pornografico. Strano, perché è l’unico cui è successo questo, tra le migliaia di gestori di siti pornografici analoghi. Il punto, ovviamente, è che il Pentagono voleva impedire che circolasse il segreto del potere.

Le foto del sito sono state ordinate in un libro, adesso: Fucked up. Che è come un libro per bambini. Un abbecedario pieno di illustrazioni. Lo sfogli e apprendi. Prima sequenza, seconda, terza, quarta. Alla fine hai visto, e ne sai di più. Sai di più della guerra, certo. Ma che la guerra è orrore, cinismo, indifferenza, crudeltà – queste cose si sanno da secoli. Corpi squartati e tettone yankee sulle bombe sono qualcosa che si è già visto al cinema, e se non lo si è visto lo si poteva tranquillamente immaginare. Non era necessaria una sfilza di immagini scambiate su internet per vederlo.
No, alla fine di queste foto sai di più dello sguardo interno al potere. E’ il potere il soggetto di questo abbecedario illustrato. Non il soggetto nel senso di “oggetto della fotografia”, ma soggetto in quanto “obiettivo”, in quanto esposizione di una prospettiva: ciò che si mostra nel libro, che in esso si dà a vedere, è lo sguardo del potere sulle cose, l’appropriazione degli oggetti attraverso un punto di vista – la disposizione dell’obiettivo della macchina fotografica o del cellulare – che si pone come oggettivo. Non sono le classiche foto dei reporter: qui c’è lo sguardo del soldato, qui c’è, davvero, lo sguardo che uccide. Uno sguardo che non sceglie la prospettiva giusta, e tantomeno quella bella: si tratta di uno sguardo che si pone come necessario, di una prospettiva necessaria. E’ come un comandamento: non avrai altra prospettiva al di fuori di me.
E l’ascesa culmina nelle foto in cui, come in un loop, l’obiettivo della macchina trapassa l’obiettivo del fucile: è come se lo sguardo, lì, facesse segno a se stesso, in un delirio di onnipotenza divina, creatrice. Il delirio del potere.

Nella postfazione Marco Belpoliti richiama giustamente la foto del cinese squartato data a Bataille dal suo psicoanalista nel 1926, per la sovrana prossimità tra orrore ed estasi che in quella foto si rivelava; e giustamente richiama anche la differenza tra le due operazioni, poiché nel caso dei militari yankee ciò che si dà a vedere non è tanto un’esperienza interiore quanto una curiosità infantile (agita con sovrana noncuranza, peraltro). Mi pare che ci sia una differenza ancor più profonda: nel caso di Bataille il sublime dell’esperienza interiore nasceva nell’esposizione all’orrore – nel ri-conoscimento dell’orrore della realtà; in questo caso non c’è esposizione a una visione, ma imposizione di una visione; non esposizione alla violenza, ma esposizione della violenza; non apertura alla violenza, ma negazione della violenza. Una violenza manipolata (e negata) con l’obiettivo di un Handy – di un telefonino.

Žižek afferma che il potere necessita di un “crimine costitutivo” che lo fonda. E’ qui che sta, io credo, l’eccezionalità di Fucked up. Nell’esibizione dello scambio pornografico. In questo libro ciò che deve restare invisibile viene mostrato, con l’innocenza di un abbecedario illustrato. Quel “godimento illegale”, quel “supplemento osceno”, viene qui in piena luce. E viene in piena luce che il potere non può che essere, già da sempre, fucked up.

(Il libro è edito da BUR e se ne trovano notizie anche qui )

12 Responses to Fucked up

  1. Lorenzo Galbiati il 21 marzo 2006 alle 15:06

    Ho molti dubbi su questo tipo di operazione. Mi pongo innanzi tutto nell’ottica dell’impatto che può avere sugli adolescenti la mostra delle violenze compiute con guerra e tortura senza che vi sia un contesto. Anzi, viste dall’occhio del soldato. Molto rischioso. Quale sarà l’effetto a breve e a lungo termine di un simile agire?
    Diverso sarebbe il caso in cui un chirurgo di guerra mostrasse le foto di corpi martoriati che si appresta a operare, spiegandone anche le origini e le conseguenze delle ferite.
    Io, peraltro, mi pongo questi problemi da nonviolento, convinto che ci sia già troppa violenza mostrata in tivù e al cinema (e su internet suppongo).
    Sarei sicuramente d’accordo a vietare molti film in commercio ai minori di 14 e 18 anni se contengono scene molto violente (anche per scoraggiare a immettere in ogni tipo di film il solito sbocco di sangue), mentre sarei più tollerante con le scene di sesso.
    Sul potere fondato sul crimine concordo solo in senso storico.
    Come Marco già sa, per me non è il potere in quanto tale il problema, ma la sua forma storica, che finora si è costituita secondo una cultura violenta. Poichè la cultura nonviolenta ha ancora da venire, ma chi vuole ne vede le tracce e la coltiva.

  2. marco rovelli il 21 marzo 2006 alle 15:19

    1. Questo libro andrebbe fatto circolare nelle scuole. Il pedagogismo pietista che rilevo dalle tue parole è per me incondivisibile: la violenza va vista nella sua struttura, con una guardo viscerale, non mediante qualcuno (è troppo pretesco questo qualcuno) che te la indica da fuori: da fuori non si svela nulla. (E’ per questo che Tom viene ucciso da Grace, a Dogville).
    2. Quando sento parlare di censura tremo.
    3. Mi sai dire la differenza tra il “potere in quanto tale” e la sua “forma storica”? Conosci una forma non storica del potere?

  3. marco rovelli il 21 marzo 2006 alle 15:20

    …”con uno sguardo viscerale”…

  4. gianni biondillo il 21 marzo 2006 alle 15:28

    Il potere di Dio? ;-)

  5. Lorenzo Galbiati il 21 marzo 2006 alle 15:44

    Marco, non so bene cosa sia il pietismo. ragiono in ottica nonviolenta e “biologista”. come ti ho già scritto, credo che l’esibizione della violenza rafforzi la struttura aggressiva della personalità delle persone a lungo termine. che non sia un deterrente a compierla, in soldoni, anzi.
    tu mi dirai. dipende come la mostri… hmmmm… è un argomento arduo e difficile, credo ancora allo studio. si può avere un rifiuto immediato ma non è detto che questa esposizione non lavori sulle strutture cognitive cerebrali in modo insinuoso.
    quindi io sono assolutamente contrario a far circolare simili libri nelle scuole. non credo affatto che i bambini o gli adolescenti vadano educati a suon di scene violente. sugli adolescenti si può discuterne il grado di esposizione.
    sul potere: intendo dire che non è detto che ogni potere debba fondarsi su un crimine. storicamante forse è stato così, ma ciò non vuol dire che non possa essere diverso.

  6. marco rovelli il 21 marzo 2006 alle 15:50

    Se è vero che Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza in nessun luogo, il potere di Dio si ipostatizza in Dragonball…;-)

  7. marco rovelli il 21 marzo 2006 alle 15:57

    Lorenzo, tu parli di dover-essere. Ma occorre “andar drieto alla verità effettuale delle cose”: solo a partire da lì, a mio parere, si costruisce l’utopia, come linea di fuga rispetto allo stato di cose presente. Non è censurando ciò che è che lo si cambia. Questo è un meccanismo di negazione che anzi lo rafforza.
    Così, il potere e la violenza sono due dati di fatto che vanno de-costruiti. Bisogna smontarli, mostrarne il meccanismo: questo è l’unico modo per fermarlo.
    (Quando parlavo di pietismo intendevo dire: non è con i buoni sentimenti che si cambiano le cose. E più a fondo: si tratta di lasciar parlare le cose, non di sottotitolarle con un discorso morale – anche se troppo spesso in questo errore ci si cade, io per primo quando sto in cattedra).

  8. Lorenzo Galbiati il 21 marzo 2006 alle 16:23

    Però marco non credo tu sia favorevole a far vedere a un bimbo di 8 anni un uomo che viene ucciso in diretta in modo violento … o sbaglio?
    così come non fa bene allo stesso bambino vedere il padre col coltello che minaccia la madre, per dirne una.
    Quindi io non ho nulla da eccepire al tuo ultimo discorso, ma mi pongo dei problemi in rapporto all’età delle persone. I bambini hanno bisogno di favole e di vivere in un ambiente circondato di amore, secondo me.
    Man mano che crescono verranno abituati anche alla frustrazione per i desideri non esauditi, ai rifiuti, all’aggressività (il determinarsi di sè in modo non violento).
    Mostrare la realtà, sì, ma a partire da dove? e i meccanismi del potere e della violenza: sì, ma da dove e da quale età?
    Questi sono i problemi che mi pongo.
    Sarei ben contento se mostrare e basta educasse a smontare e comprendere. Ma credo che questo non valga a prescindere dall’età della persona e dalla modalità.
    E ripeto, per quanto ne so io, che i bambini o i ragazzi oggi vedano film in cui sempre più spesso ci siano scene di violenza provoca una reazione di assuefazione dovuta al rafforzamento del sistema aggressivo, che quindi avrà più forza di richiamo ad esprimersi in modo anche violento quando ci sarà da determinare se stessi.
    Questo è quanto ho studiato io, in ambito di etologia umana e psicologia.
    Ma può darsi ci siano più orientamenti.
    Lorenz

  9. marco rovelli il 21 marzo 2006 alle 18:25

    Non confonderei i piani. Qui stiamo parlando di un libro: fatto per e di immagini, ma un libro a tutti gli effetti. E in quanto tale è dotato di senso. Il senso del libro va tracciato e rintracciato: occorre esserne capaci. Dunque non avrebbe certo senso metterlo in mano a un bambino, non è questo il punto, almeno non è questo di cui sto parlando. (Quando penso a “scuola” penso alla mia: e visto che ci sono lo porto in classe, faccio un esperimento, poi ti dico.) Sto dicendo che qui la natura del potere è detta, mostrata meglio che in molti altri libri che si limitano a parlarne.

  10. Lorenzo Galbiati il 22 marzo 2006 alle 13:51

    Per deformazione professionale ho sviato il discorso su ragazzi e adolescenti, non c’è dubbio, e a questo proposito sono curioso del risultato del tuo esperimento.
    Ma il libro va considerato in sé è in quanto tale può essere uno sguardo efficace. Di certo la censura operata dalla guerra non fa mai bene.

    Cmq quando dicevo di immagini mostrate da un medico di guerra pensavo a quando, nel 1996, un tal gino strada, che all’epoca non conoscevo, tenne l’ultimo incontro del corso multidisciplinare di educazione allo sviluppo che l’unicef aveva organizzato all’università di milano. parlò delle mine antiuomo e soprattutto delle mine giocattolo, le mostrò in diapositive e poi dopo una premessa (col suo tono sempre un po’ incazzato) del tipo “e ora vi faccio vedere le conseguenze sui corpi, le immagini saranno un po’ crude ma questo è ciò che vedo io nel mio lavoro” ci fece andare di traverso il pranzo a tutti.

  11. marco rovelli il 22 marzo 2006 alle 14:21

    Sunto della lettura in classe (c’erano quattro persone):
    Dice Claudia: Vogliono far vedere come vivono loro la guerra… però è strano perché… (Se dovessi definire: di cosa parla? – Interviene Martina) Uno scambio alla pari: si unisce sesso e guerra. (E quale è il legame tra sesso e guerra?) La violenza, almeno nel modo in cui loro lo intendono. Un modo piuttosto animale, sia nell’uccidere il nemico che nelle foto porno – quasi che volessero soddisfare lo stesso istinto, lo stesso bisogno. (Che cosa ti dice di nuovo? Ci sarebbe differenza se fossero fatte da un fotoreporter?) E’ significativo che lo facciano loro, che vanno in Iraq per la libertà e invece…

    Jacopo e Fabio parlano di Arancia Meccanica e Full Metal Jacket: la consustanzialità tra sesso e violenza in Arancia Meccanica. Dice Fabio: In F.M. è più uno sfogo, una necessità meccanica, quasi secondaria. In A.M. si mette in luce la comunanza di natura.
    Jacopo sottolinea il valore estetico di A.M., l’artificio di sesso e violenza.

    Martina alla fine rileva l’importanza del fatto di rappresentarsi nella foto: in queste rappresentazioni amano se stessi (mi chiedo, dice Martina, se ha a che fare con la teoria dell’identificazione nell’immagine): è un modo di celebrare se stessi.

  12. Elena il 23 marzo 2006 alle 12:42

    comunque il libro è veramente un’operazione straordinaria, credo che resterà e parlerà anche e più a lungo della sua vita in libreria…



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