Marcovaldo ha preso il bosco

22 marzo 2006
Pubblicato da

di Marco Mantello

1. Questa storia di prendere un bosco
che attraversa l’intero paese
ed arriva diritto in Sassonia
mi sa tanto che già la conosco.

Causa altezza del sentiero
faccio passi da gigante
verso il basso, fra la
felce e la begonia
vedo tutte le cose che passo

E le frecce, gli scarabocchi
escono fuori dalle cortecce
ed il sasso dove inciampo
è all’altezza degli occhi e
non c’è campo.

Non è stato nemmeno importante
ricordarmi di essere vivo
per far secco il cimitero
un chilometro e mezzo di bare
dura il tempo di una curva
causa altezza del sentiero.

Adesso
sono oltre la strada ferrata
e la fabbrica Bayer & Bayer
che la supero senza pensare
quanto è bianca e immorale.

Il palazzo del comune
dopo il cinema, il fiume
c’è una croce ai caduti
di qualsiasi guerra mondiale.

La sua bassezza
non la riesco mai a superare.

Sul sentiero chiaramente
è arrivata anche la nebbia
e una sagoma poco lontano
è probabile che indossi
un cappotto a quadri rossi:

‘Non è chiaro, si avvicina lentamente
o magari percorre soltanto
la mia stessa direzione?’

Giro gli occhi dalla parte delle case
questi passi da gigante
sembra quasi le abbiano offese.
Proprio adesso che volevo ritornare
è scomparso l’intero paese

e la sagoma senza ragione
prende a correre, grida qualcosa.
Magari è soltanto
una persona che non ci sente
o forse no, è pericolosa

Fra un istante saremo di fronte
la sua faccia che fissa e deplora
il gigante in balia della flora
e un sentiero che di solito risponde:

‘Può passare una persona sola’

2. Il mio cane si chiama Schiller
e ha due occhi più rossi
della prima internazionale.
Con i calli sui gomiti sale
e gli tremano le zampe posteriori.

Dentro il bosco, al di là della case
le carcasse degli Schiller precedenti
custodiscono ancora i cuori
di padroni adolescenti.
Il mio cane è cardiopatico e noioso
e gli cadono pure tre denti.

Quando sento gridare il cardillo
entra il ghiaccio e l’orecchio
mi si drizza. Invece il suo
sordo e immobile. E’ una pizza.
Incomincio a raspare il fogliame
vorrei correre ma lui
resta tranquillo. Non ha mai fame

E per questo ho deciso che oggi
mi abbandono nel bosco così
a cercarmi sarà il cane.
Ore e ore finché c’è la luce
e mostrando agli umani che incontra

la sua targa argentata e rotonda
chiamerà sul cellulare
che davvero deve essere triste
una voce che adesso gli dice:
questo numero non esiste.

Il mio cane ha lasciato un’impronta
e due gocce di urina sul tronco
fino a che c’è la luce e lui
sarà stanco e noi
non saremo più cane e padrone
di un valore conforme a ragione.

Sarà raro incontrarci di nuovo
sotto mucchi di legni tagliati
messi tutti alla stessa distanza
o magari nei pressi dei muri
della nostra patetica stanza

coi ritagli di giornale
quelle foto degli Schiller precedenti
che trattengono l’umidità
e nascondono tracce di denti.

3. Dopo un tratto che è tutta salita
all’altezza di eliche a vento
le cui pale non girano mica
c’è un minuscolo chiosco.
In omaggio alla fantasia
l’hanno chiamato: ‘Il Bosco’

I padroni
sono fuori per due settimane
ma rimane in perfetta funzione
una macchina di quelle multiuso
dove premi: moka-espresso

e ci trovi pure i tavoli sul prato.

Non pensavo che anche qui
fosse pieno di zaini, racchette
e cappelli di tutti i colori
appoggiati sulle biciclette.

Per avere caffè e colazione
tocca fare la fila. Al mio turno
non c’è l’ombra di un contenitore
la moneta si infila
e il processo di decompressione
sembra già cominciato:

Tutto quello che deve
uscir fuori e si perde.
La mia colazione. Il mio
prato verde

Pochi metri c’è un apposito ripiano.
Si tratta solo di dire: ‘Un istante’
e tornare con la tazza nella mano.
E’ che adesso fra
me stesso e la fessura
c’è di mezzo più gente di prima.

Dico: ‘Ich habe das Geld…’
alla ragazza con la cintura.
Lei con aria da terrazza
prende questa monetina
e la lascia tintinnare nella tazza
mentre il sole lì davanti
la comincia a illuminare come i santi

4. Ho lasciato l’Innocenti
attaccata al marciapiede.
Allestisco lo zaino, i picchetti
Se il ginocchio sinistro non cede
la mia sveglia è alle sei meno venti

L’indomani l’Innocenti
stava sotto due metri di neve
In quel bianco dove era sommerso
pure il timido e stanco fanale
c’era lei che aveva perso
la sua forma originale

Ho deciso di togliere tutto
con due buste di plastica rotte
che mi girano intorno alla mano
e raschiando sul vetro anteriore

le ripeto che lo faccio
perché ho visto decine e decine
di Innocenti che basta una notte
e diventano pezzi di ghiaccio

5. Il signore col cane al collare
esce fuori da casa vicina
incomincia di nuovo a ringhiare
la mia neve stamattina
sopra al suo marciapiede
quattro volte ha dovuto spalare.

Tra le dita e quegli umidi guanti
c’è una scatola piena di sale
la rovescia, forma un piccolo sentiero
e muovendosi circolarmente
il sentiero diventa un piazzale.

Non c’è traccia di cani e di gente
pure il giorno del suo funerale
le campane non suonano niente
e continuano a spargere sale
sopra un osso che è ancora fiorente

6. Dopo quindici giorni di viaggio
devo essere arrivato
se non proprio in Sassonia
quantomeno al confine di stato.
Eppure guardandomi intorno
questo posto ci sono già stato.

E’ un sottobosco
con le volpi, la cicogna
e le rane in una pozza
molto simile a una fogna.

Passa un vecchio in carrozza
spara in aria due colpi
e mi chiede se sono carogna.
Poi vedendomi solo e ragazzo
si presenta come
il conte Orfeo Kleir.

E’ mezzo pazzo

vuol sapere da quanto non scopo:
‘Gli animali – mi spiega
hanno tutti uno scopo.
Sono qui per ascoltare’

‘Ascoltare chi?’

‘Ascoltare me. Questo posto
è di mia proprietà. Chiaramente
c’è una piccola via di uscita
che mi porta diritto in città
Ma io preferisco restare
ho la villa qua dietro, lo sa?’

Quando allunga la mano sinistra
sopra al collo e comincia a toccare
lo saluto ed accelero il passo.

Mi ha puntato il fucile alla nuca
e ha premuto il grilletto così
sento ancora la cassa
dei proiettili fare click

Era scarico. Quello rideva:
‘Testa di cazzo!’ grido: ‘Fesso!’
Poi un violento fruscio di animali.

Era come se uno sparo
fosse partito davvero, adesso
era come se fossimo uguali.

7. Il parco Fritz Ginter

Appoggiato a una panchina
il triciclo congelato
della bionda più carina
dell’intero vicinato

Le corde delle altalene
una è spaccata
l’altra tiene
e la giostra bloccandosi ancora
fa cadere la testa di Peter
sull’acciaio della carriola

Viene Udo bastone e martello
spara colpi sulla pozza
per vedere se il ghiaccio si rompe
mette in fuga anche l’ultimo uccello
e il fratello restando là sopra
cade sempre nell’acqua gelata.

Verso gli alberi, prima di uscire
un rumore di scarpe in discesa
il custode che chiude il cancello
e ripete: ‘Le sei meno un quarto’
alla vecchia con il cane da difesa.

Il triciclo congelato
della bionda più carina
dell’intero vicinato
l’hanno preso e sigillato.

Le sottili strisce gialle
dove c’era la panchina
e quel Peter che è tanto leggero
da potercisi già dondolare

ogni volta che la vecchia
passa sotto l’altalena
le dà un calcio sulla schiena
fino a farla cappottare.

Viene Udo bastone e martello
e comincia a buttare per terra
le bustine per raccogliere le feci:

‘Forse’ ripete al fratello
‘ho trovato la differenza
fra l’immondizia e la dignità’

Ora fissano entrambi la vecchia
e il custode che arriva dal bosco
quasi solo per metterla in piedi:
‘No, signora
non li conosco’.

Il triciclo congelato
e la bionda più carina
dell’intero vicinato

con la testa di Peter
che ha la forma di un uovo
e si traina in carriola
quel suo corpo vagamente forestale

E poi con l’anno nuovo
viene Udo ma senza martello,
senza bastone e
senza fratello

Dice a tutti: ‘Vi devo parlare’

Non ci sono custodi
di cui sappiano nome e cognome
non c’è la vecchia,
nè l’altalena
e dal bosco comincia a salire
un’imperdibile luna piena

8. Tutto quello che voglio adesso
è toglierti dalla faccia quel sorriso
quel sorriso che quando passa
il cavaliere dell’ideale
alza le braccia e dice:

‘Che cosa ci posso fare?’

Quel sorriso da cose opportune
misurato sulla lunghezza
del secolo successivo e
del mercato comune

Quel sorriso sottile
melanconico e privo
di qualsiasi movimento della bocca

Vorrei toglierti quel sorriso
quel sorriso là. Vorrei toglierti dalla faccia
quel sorriso da guardiacaccia
comprensivo nella misura in cui
c’è una parte passata di me
in lui. Quel sorriso affrettato,

proporzionato a ridosso dei
rituali ‘soddisfatti di lei’.
Vorrei toglierti dalla faccia

quel sorriso sbilanciato
sui canini e gli incisivi
quello storto e sghignazzato
che al cinema solo i cattivi
e nel mondo chi si è realizzato

Vorrei toglierti dalla faccia
quel sorriso soprattutto
quando non è finto quando
non l’hai preparato. Vorrei toglierti quel sorriso
che fai solo per amore. Vorrei
essere il tuo sorriso e
darmi fuoco sul tuo labbro superiore

9. Il mio Philips fine millenovecento
lo spegnevo e restava acceso
lo accendevo e restava spento.
Ho provato perfino con l’ipnosi.
Il risultato? Mi ha contagiato. Così
ho dovuto lasciarlo nel bosco
e nessuno ci ha più riparato.

Come il pallido pezzo di legno
dove avevo iniziato a produrre
il più grande romanzo mai scritto
la sua assenza e la mia presenza
ho dovuto lasciarle nel bosco
con una lettera e un disegno
che imitavano perfettamente
quello stile insopportabile e innocente
che fa dire ‘scrittore’ alla gente

C’era il frigo quello dove
la signora affittacamere voleva
che mettessi l’aceto ogni tanto
era pieno di arance sbattute
e di pezzi di Brie ancora chiusi
anche quello
ho dovuto lasciarlo nel bosco
e una volta che ci sono ripassato
ho trovato il cadavere di un gatto
chiuso dentro e congelato.

Il cappotto, le foto dei cani
il ricambio di jeans e magliette
la catena e le cento lamette
regalatemi dai nonni cilentani.
Ho portato qui nel bosco
anche un figlio che non riconosco

E la tanica della benzina
nell’immane e formidabile fiammata
la cenere
ha un’aria consumata, sembra quasi
ci fosse da prima.

Tempo un anno fra la felce e la begonia
si è creata una discarica abusiva
che si estende da Friburgo alla Sassonia.

Certe volte brucio tutto
dopo mezzo minuto.
Altre volte sigillo quel nulla
con i fogli dei giornali. Le parole
restano fuori dal contenuto
e le cose a distanza di anni
sono sempre più uguali.

Questo dopo che i cartelli comunali
hanno messo la pubblicità
con la pizza nella spazzatura
e ‘Műlle, grazie!’, come dicitura.
La discarica a quanto ho saputo

esiste ancora. E c’è un mucchio di gente locale
che si è sparsa la voce e organizza
spedizioni nel bosco. Molti camminano curvi
con le buste che gli segano le mani
e due occhi davvero perfetti
per fissare la plastica bianca
custodire tutto quello che gli manca.

Certi giorni dalla radura
passa un lampo e si mette a brillare
sopra quel concentrato di
proprietà e natura
che non rispetta l’uomo e
non si fa trovare

10. Blue Hollow

Quando la luna è bassa, puoi sentire i Blue Hollow entrare da un minuscolo cancello. Noi dei cani li chiamiamo così. Chi li ha visti li descrive nell’identica maniera: hanno buste di plastica intorno alle mani e i cappucci dei cappotti sollevati. È difficile vederne uno in faccia. Ogni tanto cadono a terra. Ma poi si rialzano di scatto, come se il vento li sollevasse..

Quella sera il mio cane andò nel bosco. Lo aspettavo davanti al cancello. Non tornava.
“Schiller! Andiamo Schiller!” sbiascicai. Magari seguiva la pista di un topo o di un istrice. Rocco era un bracco da caccia e se fiutava qualcosa, di vivo o di morto che fosse, spariva nel buio per ore.
Guardavo le lancette sul polso e le panchine intorno a me erano vuote. Fu allora che lo vidi. Barcollava sul viottolo, trasportando buste bianche nelle mani.
“Un Blue Hollow,” pensai. Mi passò a due metri scarsi e indifferente tirò dritto nel bosco. Adesso ero sicuro. Oltre il cancello c’erano gli altri. Gridai ancora con tutte le forze:
“Schiller!” Ma niente.

Non avevo nemmeno una torcia quando entrai nel bosco. Si vedevano ancora i sentieri.
Come faccio a trovare il mio cane? Se lo chiamo capiranno dove sono. Se sto zitto lui magari mi fiuta, ma è talmente viziato e stupido che chissà quanto ci mette a ritornare.
Il sentiero faceva una specie di curva. C’era un muro da una parte, la radura dall’altra. I Blue Hollow sbucarono fuori, con le loro buste bianche. Questa volta erano in tre.
Non guardare… Tieni gli occhi bassi.
Venivano verso di me. E il bosco era deserto. E tanto il silenzio adesso, che nemmeno sembrava di stare in città. Come prima mi passarono davanti. E non li vidi più.

Il mio cane tornò poco dopo. Alla macchina incontro Peter, il padrone di Luna – tra padroni e cani ci conosciamo tutti, oramai.
“Che hai fatto? Hai una faccia…”
“Li ho visti, sai.”
“Li hai visti? E com’è andata?”
“Come se non ci fossi. Pensavano ai fatti loro. Erano tutti incappucciati ed è vero: hanno sempre quei bustoni tra le mani.”
“Sei stato fortunato. Fanno un po’ come gli gira. L’altra sera si son messi a spintonare fra di loro. Luna abbaiava e così mi sono avvicinato per separarli. Uno ha tirato fuori le catene e si è tolto il cappuccio. Aveva due occhi rossi come il sangue, ti giuro me la sono fatta sotto. Ha abbassato la catena e mi ha detto una cosa del tipo: Noi cadiamo, quando la notte chiama. Poi… vabbè niente.”
“Noi cadiamo quando la notte chiama. E che vuol dire? Ma chi sono secondo te? E perché non ci mandano mai la celere da queste parti?”
“Non lo so se è una specie di setta o cosa… cioè guarda io ti dico quello che ho visto e ti ci porto pure adesso però… però tu mi giuri che rimane solo fra di noi… Me lo giuri? Chiudi in macchina il cane, va’.”
Peter era molto agitato. C’era un albero, diceva, senza foglie, al centro del bosco. Era lì che si radunavano la notte. Ci passava con Luna ogni mattina ed era pieno di indumenti usati. E i bustoni di plastica bianca: sembravano foglie malate su quei rami giganteschi e secchi.

Non so dire perché ritornammo nel bosco. Peter mi voleva far vedere quell’albero. Forse con i Blue Hollow dovevamo soltanto parlare. Stabilire una serena convivenza. E magari delle regole comuni: il bosco alla fine era di tutti. Poi però Peter è scomparso. Mi ricordo siamo entrati dal cancello e gli stavo per chiedere dove…. si era come dissolto nel nulla. L’ho chiamato e richiamato ad alta voce, tanto ormai correvo il rischio. Poi, guardandomi intorno, solo il bosco – e il cancello all’entrata: pure quello era svanito.

Adesso sono qui. Proprio al centro della mia città. In un bosco dove il buio nasconde i sentieri. Non lo so da quanto tempo che cammino. Anche loro sono qui. Dappertutto. Li posso sentire. Forse l’albero di cui parlava Peter non dev’essere troppo lontano. Perché loro aumentano, aumentano ancora. Certe volte mi si mettono davanti e li urto come fossero un muro. Certe volte mi sgambettano da terra. E ridono. Se mi agito troppo – ho un bastone tra le mani – si avvicinano in massa e mi sfiorano le guance, i capelli. Sento la plastica dei loro bustoni. La plastica sulla mia pelle. Mi aspetto da un momento all’altro che uno me lo ficchino in testa. E stringano, stringano forte. Sono come il vento, che ha paura delle foglie che solleva.
“Noi cadiamo, quando la notte chiama,” sento dire da uno di loro.

11. Ho cercato di fare tutto
c’era scritto sull’albero-casa
con i rami senza foglie
l’intercetta dei rami
alla fine del tronco

Il percorso prima
scende e poi sale. Tale e
quale a una curva
del costo marginale

Percepire il tempo
sotto l’albero-casa
dove un’ora vale almeno
cinque anni della mia vita.
Basterebbe un pomeriggio, penso
per rattrappirsi le dita.

Erano le otto del mattino
quando ho preso il sentiero
e mi sono fermato
sotto l’albero-casa.

Dopo tre ore
mi sono tornati i brufoli
e c’era Suse Orlowsky
al funerale di mio padre:

Mi avvicino alla camera ardente
e ti chiedo di venire a casa mia
Tu rimani inginocchiata
fino a quando lo scheletrico parente

sbarra gli occhi e stringendoti un braccio
ti domanda: ‘E’ colpa mia?’.
Poi ricade, le ossa spaccate
giù nel frassino già scoperchiato

Piano piano la folla si è mossa
dalla camera ardente alla fossa
si divide ordinata i frammenti
e mio padre alla fine scompare
nelle tasche dei suoi conoscenti

Ho cercato di fare tutto
c’era scritto sull’albero-casa
e le ore passavano ancora.
Alle tre del pomeriggio
avevo trentacinque anni, una figlia
e due cani consegnati
fino al fine settimana

“Voglio dire dobbiamo pensare
ad essere felici.
Conserviamoci i denti da latte
in una scatola piena
di cicatrici. Sulle
strade che riportano agli uffici
c’è una fila di lampioni fulminati
Uno alla volta, di lampione in lampione
siamo tutti un po’ ammaccati e Lei
che non valuta o ignora
l’esistenza della materia, Lei
per la miseria! Guardi i
lividi sulle persone
e diventi una cosa seria!”

Ho cercato di fare tutto
c’era scritto sull’albero casa
Alle sei meno venti
festeggiavo fra rami e radici
cinquant’anni di amiche e di amici.
Potevo ancora
respirare col naso in salita
o restare due notti in apnea
nel paese della Margherita

Sono andato in occhiali da sole
allo studio di Nando coiffeur
Ogni estate organizza serate
coi concerti di Ivan Graziani, I Corvi e
I Nani. Gli ripeto sulla lamborghini

che ho perduto la memoria
sopra un libro di storia
negli archivi di stato
fra le glosse, i manoscritti e
gli altri resti del passato

Il presente del loro passato, Nando
resta dentro alle cose.
Con gli anelli, la terra
ed il telecomando
te li vedi che dicono al mare:
‘I gabbiani sono regole sociali
e li devi in ogni caso rispettare’?

Ho cercato di fare tutto
c’era scritto sull’albero casa.
Alle venti sono in piedi
provo una, due volte a
uscir fuori da quella
cappa di rami secchi
come fosse da un simulacro

la padrona di casa tedesca
ha le labbra cucite sul tronco
e le foto dei mariti vecchi
piantate nell’osso sacro.
Organizza un materasso
invitandomi a tirare la catena.
ma io sicuramente
questa notte non
la passo a farmi pena.

Ho cercato di fare tutto
c’era scritto sull’albero casa
oramai si erano fatte
le undici di sera ed era
tutto bianco nella foresta nera

12. A passare per il bosco
non sembravano neppure spaventati.
Tanto il vento sui cappotti
abbottonati
fa tremare soltanto gli abeti
ed un fischio dal nulla dei prati
loro lo chiamano fischio non
ci vedono ululati.

Forse hanno pensato
di far visita ai Blue Hollow
magari si fermeranno
sotto l’albero-casa
e così per poche ore
invecchieranno e la mattina
spariranno o forse prima
una breve passeggiata sul sentiero
dove i passi da gigante
hanno il numero delle mie scarpe
affossato nel fango rabbioso

Porteranno il loro parco congelato
con l’intero campionario di altalene
scivolo-scivolo e girellino
nella discarica dove
si conserva o si brucia
il concetto di ragazzino?

Dormiranno nella tenda
con quell’aria tanto viva
da sembrare una pistola carica?
Perderanno in quella tenda
la mia verginità
con una bionda isterica?
E le femmine del gruppo
avranno sempre il
loro pranzo garantito
da molliche e molliche di pane
conficcate nella stiva che
per estrarle basta un dito?

Passeranno anche loro
anni e anni nel sottobosco
in posizione passiva
proprio là dove il
conte Orfeo Kleir
dirà loro: ‘Vi riconosco!’
O sparerà?

E poi la mattina
da quella specie di chiosco
che ho talmente dimenticato
il suo nome, l’ubicazione e
la forma della monetina
tintinnante fra la tazza
e l’aria pallida, quasi matura
della ragazza con la cintura

I bambini del parco Fritz Ginger
camminano dritti e ordinati
il più grande stringe in mano
come un freno di bicicletta.
Due di loro si portano dietro
questa vecchia con gli occhi sbarrati

La trascinano dalle gambe
una è gonfia e tanto rossa
l’altra secca, pelle e ossa.
Ogni tanto la sua testa penzolante
trova un sasso per la via
e nel buio si sente un rumore
assordante di cristalleria

14 Responses to Marcovaldo ha preso il bosco

  1. LaGiardiniera il 23 marzo 2006 alle 13:26

    Bel post. Complimenti a Marco Mantello.

  2. db il 23 marzo 2006 alle 19:47

    Mi associo a Giardy di cui ho sometimes nostalgia (sic!). Due impressioni senza pretese, due agganci che ho fatto spontaneamente:
    1- nel ritmo un Pascoli sublimemente comico, come imparato svogliatamente a scuola e fatto fruttare poi col sorriso
    2- i perdigiorno che popolavano le foreste romantiche di primo Ottocento.
    A parte questo, complimenti!

  3. marco mantello il 24 marzo 2006 alle 12:32

    Grazie innanzitutto per aver letto il prosimetro, che era piuttosto lungo. Un ulteriore aggancio ´scolastico´ si desume dal titolo ed e´ il libro di Calvino: un lavoratore che cerca i tulipani fra le ciminiere e si trasferisce in foresta nera (ho cercato di ´costruire´ immagini ´fumettistiche´, sul modello di ´Funghi in citta´). E poi altri due agganci che ho fatto , questi si in chiave ´comica´, sono il ribelle di Junger (sono in Germania ma non mi ricordo come si scrive Junger….) e il prototipo di immigrato italiano alla Nino Manfredi, che ogni tanto, effettivamente, si materialzza qui sotto al Münster di Friburgo e comincia a smadonnare in pugliese contro i crucchi, mezzo ubriaco, verso le sei della sera. Un caro saluo. Marco Mantello

  4. LaGiardiniera il 24 marzo 2006 alle 13:40

    Veramente è stato un piacere (aumentato dal bosco calviniano) leggere il prosimetron.
    A rileggerti (spero)

  5. db il 24 marzo 2006 alle 15:03

    e vai, Mantello, estrai il randello in terra crucca! Io, che sono meno jueaounger di te, ho girato anni in Cermania e ho elaborato la mia teoria portatile, che lì l’Ing/Yang è il Deutsche/Krukke. Noi ubarchici diciamo che l’anarca è un anarchico che ha dato via il culo. Ti vorrei consigliare di quore il libro di un minatore vicentino, un picaro in Belgio da morir da ridere, ma mi ricordo solo che è dell’Einaudi e il cognome finisce in …etti. troppo poco? Auguri, e se passi da Ubicue è sempre aperto.

    Dario

  6. db il 24 marzo 2006 alle 16:00

    Ma Giardy, ce l’hai sotto il naso!
    http://www.nazioneindiana.com/2004/04/12/due-poesie/

    E adesso te, bambino: so tutto della tua infanzia difficile, e anche della tua tendenza a piangerti addosso in rete, come se tu fossi il primo a soffrire defoliando un ficus. Cos’è sta roba?
    http://www.bonsaiclubtorino.it/Defogliazione.htm

    secondo: chi ti ha detto che in Germania è più facile laurearsi? Se non ce l’hai fatta a Tor Vergata, dubito molto. Siccome però mi sei simpatico, te la butto lì. Rispondi bene al test d’entrata seguente, e in Statale non ti facciamo pagare le tasse. Puoi scegliere una delle tre leggi e commentarla in non più e non meno di 3 righe, ossia in tre righe.

    1. la prima legge di Gay
    2. la seconda legge di Lussac
    3. la terza legge di Hume

    Come bonus, ti darò gli estremi del libro in …etti, che stranamente ho trovato in casa (d’altri). Consegna entro le 24 di oggi. Astieniti da ogni additivo.

    dott.DB

  7. Marco Mantello il 25 marzo 2006 alle 12:07

    Il pezzo della defogliazione l´ho visto anch´io in rete, ma e´solo un omonimo, sono nato nel 1972, vivo a Roma, mi sono laureato alla Sapienza nel 1997. Il libro einaudi mi sa che me ne aveva parlato anche qualcun altro, appena torno lo cerco, un saluto.

    p.s. a furia di usare google in modo autoreferenziale ho scoperto che a Roma esiste anche un terzo Marco Mantello, non so se faccia l´avvocato o cosa.

  8. db il 25 marzo 2006 alle 13:24

    Scherzavo! Raul Rossetti, Schiena di vetro, Einaudi 1989.
    Sul serio: cos’è la legge di Hume?

  9. marco mantello il 25 marzo 2006 alle 16:29

    La legge di Hume e´un racconto uscito su nuovi argomenti. E´il modo in cui alcuni ´filosofi´(ad es. Putnam) sintetitizzano il rapporto tra ´fatti´e ´valori´ipotizzato da Hume e suona piu´o meno cosí:
    Non si puo´derivare un deve da un e´
    E´un modo come un altro per sperare che le idee possano incidere sulla realta´, ma io ci credo poco. Allo stesso tempo mi colpisce quella pubblicita´della Feltrinelli in cui sono fotografate due copie di Bibbia e Corano´ (ma potevano anche fotografare la Repubblica di Platone) se penso all´impatto culturale che hanno la ´religione´o la ´democrazia´ da esportare in medio oriente sulla realta´che ci fanno vedere in televisione. E poi chiaramente c´e´tutto il sistema economico: su quello la legge di Hume non funziona mica. Comunque il racconto non e´cosi ´pesante´ come questa risposta, anche se pessimista rimane. Raul Rossetti lo leggero´allora.

  10. db il 25 marzo 2006 alle 20:23

    eh sì, come marx non fu mai marxista, così hume mai dettò legge. mi piace la signorina malapròp di davidson che confonde epiteth con epigraph. ma da questi analitici è più facile sentire putnamate. e vabbè. per quisquilie varie dario.borso@unimi.it

  11. db il 25 marzo 2006 alle 21:25

    ecco quello che volevo chiederti marco: cosa pensi di Gruenbein e del dibattito qui in NI sotto il post Anatomia dell’io, una pagina prima?
    buona domenica

  12. Marco Mantello il 26 marzo 2006 alle 11:24

    L´intervista a G. ho letta adesso e piu´che il discorso sull´utopia sentivo molto vicino il richiamo alle moltiplicazioni dell´io e al dialogo necessario che si instaura sempre con qualcun altro anche quando si usa la prima persona. Sento vicino G. quando parla di alcune sue poesie in cui diventa ad. es. un antico romano, con la differenza che per me e´importante diventare un altro io ma in chiave ´diacronica´, insomma devo essere un mio contemporaneo. Ho scritto un libro che si chiama ´Standards´(il titolo richiama i pezzi che nel jazz suonano tutti e per estensione i luoghi comuni). Scrivo quasi sempre in prima persona e l´idea, forse un po´da ermeneutica ottocentesca alla Schleiermacher , e´prorpio quella di riprodurre con la voce di qualcun altro un serie di situazioni, di stati d´animo che si ripetono meccanicamente nella vita occidentale. In questi ´luoghi comuni´ (tipo il compagno di scuola che si suicida) trovo me stesso negli altri, trovo un´estetica della mediocrita´che non consola e sono libero di scegliere i contenuti piu´ diversi per esprimerla´. I contenuti degli Standards, per quanto scritti in versi, presentano ad esempio elementi caratteristici dei romanzi di formazione.

  13. Marco Mantello il 26 marzo 2006 alle 11:41

    Un´altra cosa, una distanza rispetto a G.: per me la ´soggettivita´e´un mezzo, non un fine, voglio dire non si identifica con una forma ´soggettiva´di ´interiorita´ che puo´essere la ´riscoperta della preghiera´di cui parla G. o il ricordo, l´espereina personale, etc.. Certo si parte dalla realta´, da quello che vedi e vivi ma il problema, la grande difficolta´ e il pericolo costante della banalita´che si annida dietro agli Standards e all´uso costante dell´´io´, e´riuscire a scrivere qualcosa di ´oggetivamente interiore´, qualcosa in cui gli altri si riconoscano. Qui il richiamo ai luoghi comuni (anche ai ´topoi´letterari) e´molto piu´tragico che comico, ci sono senszioni forti all´interno di una persona, legate a situazioni che storicamente si ripetono, situazioni che altri magari hanno l´impressione di dominare, di consocere gia´, di avere gia´vissuto e a proposito di ´angeli´ non credo piu´molto ne´in quelli terribili di Rilke ne´in quelli necessari di Wallace Stevens.

  14. db il 26 marzo 2006 alle 19:46

    anch’io penso così. e cioé gli standards (anche le cover) sono le idee platoniche in tempo d’ikea (= idea). tu non trovi pietra, legno, erba, nature, ma componibili ecc. con un tasso ideale incorporato molto alto. e marco si aggira per queste idee standard (a volte relitti) e dice…
    ok
    d



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