Breve dialogo sull’amore (con sorpresa finale)

23 marzo 2006
Pubblicato da

di giuliomozzi

Mi trovo a bere una birra con il mio amico Sauro. Ci conosciamo da trent’anni. Sauro è laureato in filosofia, ma il suo mestiere è elaborare software per il trattamento delle immagini. E’ un lavoratore a tempo indeterminato. La sua automobile è una Ka gialla. Sauro pratica il Bdsm. Ogni tanto succede che ne parliamo: non perché Sauro esibisca la cosa, ma perché io sono curioso.
“Vedi”, dice Sauro. “Tu dici: amore. Ma il campo semantico della parola amore è assai vasto; e il termine amore, oggidì, è diventato una delle parole più usate e abusate, alla quale si annettono significati del tutto differenti tra loro”.
“Sì”, dico io. “Basti vedere, tanto per stare alla cronaca di questi giorni, per quale e quanto diverso amore di patria hanno ricevuta una medaglia tanto Nicolò Calipari e Fabrizio Quattrocchi”.
“Dài”, dice Sauro. “Non buttarla subito in politica”.
“Va bene”, dico. “Vai avanti”.

“Ecco”, dice Sauro. “I greci antichi, ad esempio, hanno visto nell’amore, in quello che chiamavano eros, innanzitutto l’ebbrezza, l’entusiasmo, la ragione che viene sopraffatta da una sorta di follia divina, la sperimentazione – oggi magari parleremo di stati alterati della coscienza – di una beatitudine sovrumana. L’eros è una potenza che crea una comunione tra l’uomo e il dio”.

“Una potenza del tutto positiva, dunque”, dico.      

“Eh, non proprio del tutto”, dice Sauro. “Perché l’eros può portare alla pazzia vera e propria, può condurre ad atti distruttivi e autodistruttivi. Nel togliere l’uomo dalla sua umanità l’eros è ambivalente: così come può disumanizzare l’uomo verso l’alto avvicinandolo al dio, con altrettanta facilità può disumanizzarlo verso il basso, avvicinandolo alle bestie”.

“L’eros è sacro”, commento banalmente. “E’ santo, e insieme impuro. Divino e demoniaco”.

“Appunto”, dice Sauro. “Si tratta dunque di inventare un modo per prendere la potenza di eros, accoglierla, e insieme indirizzarla”.

“Verso il dio?”, domando.

“Ma”, dice Sauro, “quantomeno verso un amore – torno a usare questa parola – che non sia solo il piacere che culmina in un istante ma, perdonami il linguaggio un po’ pomposo, un pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine alla quale tendiamo con tutto il nostro essere”.

“Eh”, dico, “il punto importante sta nel pre…”.

“Certo”, dice Sauro. “Pre-gustare è diverso da gustare. Si pregusta ciò che non è ancora avvenuto, e forse non avverrà mai. Si gusta solo ciò che è ormai già dentro la nostra bocca. C’è un’eleganza, per così dire, una disciplina, nel concentrarsi sul pre-gustare“.

“E disciplina è un’altra parola chiave”, dico.

“Saresti piaciuto come sparring partrner al Socrate”, dice Sauro.

“Non si potrebbe affermare il contrario”, dico ridendo. “Ma continua”, aggiungo, “vai avanti”.

“Ma”, dice Sauro, “a questo punto, le cose che saltano agli occhi sono due. Inannzitutto, che tra l’amore e il divino esiste una qualche relazione: l’amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Tu, che sei innamorato, lo sai”.

“Lo so”, dico.

“Ma, d’altra parte”, continua Sauro, “è ormai chiaro che la via per arrivare a questo traguardo di eternità – che mai gusteremo, sia chiaro; ma che possiamo pre-gustare… – non sta semplicemente nell’abbandonarsi all’eros. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. E questo, checché ne pensi il borghese perbenista, non è rifiuto dell’amore, non è il suo pervertimento, ma è proprio il prendersene cura. L’amore si educa, si raffina, si disciplina, in una parola – come dicevo prima – si purifica”.

“E le purificazioni sono spesso dolorose…”, dico.

“Non necessariamente”, dice Sauro, “però sì. Possono essere dolorose”.

“Quindi è un’etica del sacrificio, quella che tu proponi?”, dico.

“Ma no!”, dice Sauro. “Casomai è un’ascesi. Dove ogni sacrificio è ampiamente ricompensato dalla pre-gustazione. Vedi”, continua Sauro, scaldandosi un po’, “il modo di esaltare il corpo al quale noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros – dico l’eros, eh!; non dico ancora l’amore – ridotto al sesso in senso stretto, all’eccitazione e allo sfregamento dei genitali, e reso per di più obbligatorio e ripetitivo, viene insieme banalizzato (quindi privato di ogni capacità di vero piacere) e mercificato. I nostri corpi sono merce”.

“Siamo tutti calendarizzati“, dico.

“Ecco, se vuoi, sì”, dice Sauro. “Siamo sottratti a noi stessi, resi schiavi della bellezza da calendario, dell’eros genitale, e così via. E tu ti renderai conto, che questo è l’esatto contrario di quella appropriazione del corpo della quale tanti, soprattutto le donne, parlano tanto. No. Questo è semplicemente un considerare certe parti del propri corpo come oggetti, materiali che devono essere resi efficienti e adoperati con una certa frequenza. E’ una degradazione del corpo umano, che così non viene più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, viene per così dire respinto nel campo puramente biologico“.

“Bisogna quindi non farsi ridurre al puramente biologico, e nel contempo difendersi dalla follia divina dell’eros. Né animali né dèi, in somma”, dico.

“Sì”, dice Sauro. “E questo si ottiene solo con la disciplina e la purificazione”.

“Però tu dici che il Latex aiuta, no?”, dico.

 
[Se questo dialoghetto vi è sembrato interessante – o sciocco -, vi consiglio di leggere attentamente i primi cinque paragrafi del documento che trovate qui. gm]

32 Responses to Breve dialogo sull’amore (con sorpresa finale)

  1. tashtego il 23 marzo 2006 alle 15:02

    è uno spot per l’enciclica, o per il sito bdsm, o per tutti e due?
    la parola “amore” andrebbe pronunciata, scritta, con cautela, sempre.
    non perché sacra, ma perché sostanzialmente vuota.

    francesco pecoraro

  2. Giancarlo Tramutoli il 23 marzo 2006 alle 15:54

    … “Perché l’eros può portare alla pazzia vera e propria, può condurre ad atti distruttivi e autodistruttivi. Nel togliere l’uomo dalla sua umanità l’eros è ambivalente: così come può disumanizzare l’uomo verso l’alto avvicinandolo al dio, con altrettanta facilità può disumanizzarlo verso il basso, avvicinandolo alle bestie”…

    Sottoscrivo.

  3. tashtego il 23 marzo 2006 alle 16:12

    e già.
    a liceo sempre ce lo dicevano che siamo a metà strada tra dio e le bestie.
    dio è in su, verso l’alto.
    le bestie sono in giù, verso il basso.
    quando ci si avvicina a dio ci si “eleva”.
    ma anche si rischia di “abbassarsi al livello” delle bestie.
    in mezzo c’è l’uomo.
    signora mia.

  4. maline il 23 marzo 2006 alle 16:34

    eh… i “bassi istinti”…

  5. marco rovelli il 23 marzo 2006 alle 17:59

    Caro Giulio, mi pare che le argomentazioni di Ratzinger non dimostrino nulla, che si fondino su dei presupposti indimostrati.

    “l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo.”
    L’ek-stasis è perdita di sé in altro. (Dove l’essere si definisce a-traverso i generi sommi dell’identico e del diverso). Il discorso di Ratzinger è viziato da un presupposto: il Valore. Dà per scontato che l’essere abbia un orientamento, che vi siano gradi dell’essere cui, platonicamente, corrispondano gradi della conoscenza. E’ ovvio, questo è il compito del Sacer-dote. Ma su queste basi il discorso è chiuso a priori (dove l’interlocutore pensi invece che l’unico senso dell’essere sia nella sua originaria apertura, nella sua disposizione).
    Piuttosto, in questa verticalizzazione dell’eros si tratta di far fronte alla caduta originaria. Si potrebbe rovesciare il discorso dicendo che l’uomo cristiano è uomo degradato, allora.

    “Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.”
    Il limite di questa visione assiologica e polare (alto-basso) è non saper vedere altro che aut-aut: o ebbrezza (indisciplina) o purificazione (disciplina). Non saper vedere che l’ebbrezza stessa può essere una forma superiore di conoscenza, e che non coincide affatto con l’istinto (…viver come bruti…). L’ebbrezza come sporgersi al limite, tracciare la propria forma, afferrare altre forme. “Siate ebbri: di vino, di poesia, o di virtù, come vi pare.” L’ebbrezza come apex mentis, strappata al cielo e consegnata agli eroici furori dell’immanenza…

    Del resto io leggo la mercificazione del corpo né più né meno che come il rovescio di una millenaria cultura di mortificazione della carne. In essa vige lo stesso dualismo, semplicemente rovesciato.
    Peraltro, come insegna Focault, la volontà di sapere la sessualità nasce proprio dal confessionale…

  6. marco rovelli il 23 marzo 2006 alle 18:00

    Mi è scappata la u di Foucault…

  7. tashtego il 23 marzo 2006 alle 19:32

    “L’ek-stasis è perdita di sé in altro. (Dove l’essere si definisce a-traverso i generi sommi dell’identico e del diverso)”.
    questa cosa di rovelli mi pia-ce, perché è total-mente senza sen-so.

  8. mag il 23 marzo 2006 alle 19:38

    secondo me è un tacito invito alla declinazione dell’amore in maniera possibilista.

  9. marco rovelli il 23 marzo 2006 alle 19:39

    Visto che ti piace perderti nell’insensa-to, non ho il cuore per rovinarti il diverti!mento dandoti i riferimenti per orientarti nel senso di quanto dicevo dianzi. (Però se li indo/vini ti faccio un re?galo).

  10. Paolo S il 23 marzo 2006 alle 20:33

    Ha ha ha!
    Una cosa buffa: oggi, al lavoro, non riuscivo ad aprire il documento papale… ha ha ha! Il firewall dell’ufficio lo riteneva pornografico! (E il tuo dialogo no, Giulio… non su Vibrisse. Mah!)

    Strano far attrarre questo dialogo e la lettera del papa. Giulio, ma la posta in gioco qual è, per un cattolico fondamentalista?

  11. Aldo Biscardi il 23 marzo 2006 alle 22:08

    bella la firma ;.)

  12. antonio sparzani il 24 marzo 2006 alle 00:19

    “…così come può disumanizzare l’uomo verso l’alto avvicinandolo al dio, con altrettanta facilità può disumanizzarlo verso il basso, avvicinandolo alle bestie”
    mah, suona bene e fa bello, però, quand’è che un amore degno di questo nome – con altrettanta facilità – disunmanizza e avvicina alle bestie? Quando?

  13. Writer il 24 marzo 2006 alle 00:37

    Non commento. Se, come dice Mozzi, inviare un testo è sostanzialmente appenderlo in bacheca e lasciarlo lì, non ho nulla da dire.

  14. giuliomozzi il 24 marzo 2006 alle 01:08

    Caro Writer, stai mentendo: infatti, hai detto.

  15. Writer il 24 marzo 2006 alle 02:13

    No, Giulio, ti ho semplicemente lanciato un’esca.

    E infatti sei accorso a rispondere :-)

  16. db il 24 marzo 2006 alle 08:28

    Il breve dialogo, inutile nascondersi dietro un dito di vino veritas, pone problemi a dir poco scottanti, e io personalmente avrei corso volentieri il rischio di ustionarmi – uso il condizionale passato perché purtroppo la sorpresa finale, i.e. il riferimento a primi 5 parr. dell’Enciclica Deus caritas est rovina tutto. Su http://www.ubicue.splinder.com abbiamo già dato infatti l’anima a difendere par. per par. l’enciclica dalle obiezioni le più dispa/erate e ir-ri-ve-ren-ti, e in questo lavoro da galbani siamo giunti sinora al par. 14, dei tott. 42. Dunque, se Mozzi cambia il dialogo o almeno il riferimento spostandolo verso la seconda metà dell’encicloca, parteciperò volentieri al simposio, altrimenti no.
    Faccio solo una considerazione borderline, i.e. ai bordi del dialogo: apprezzo la tapezzeria in generale, e in particolare la scelta del cognome del filosofo dialogante e il rigore con cui l’autore l’ha dotato dell’optional-autovettura. Difatti. per condensazione metonimica Sauro + Ka gialla, veniamo a sapere che il deuteragonista è una cavalla, e per di più platonica stante che in Platone l’idea esemplare è quella della cavallinità (per intenderci, con lo stesso rigore se il deuteragonista si fosse chiamato Storno la Ka sarebbe stata grigiometallizzata, e lei una cavallina).

  17. paolina (dell'abate suicidato) il 24 marzo 2006 alle 10:23

    extra-polo:

    Vedi”, dice Sauro. “Tu dici: amore. Ma il campo semantico della parola amore è assai vasto; e il termine amore, oggidì, è diventato una delle parole più usate e abusate, alla quale si annettono significati del tutto differenti tra loro”.

    e perchè questa abbondante differenziazione semantica di una sola parola? perchè in un significato solo ci si annoia.
    soprattutto se si tratta di un significato statico che essendo, troppo ‘buono’ perchè obbediente, stanca le risorse creative.
    così, dell’amore, si ne danno migliaia di rifrazioni forse solo per avvicinarci al suo affascinante opposto e incastrarlo.

    se il bondage è una forma d’amore anche il bacio perugina lo è.

    extra-polo con mano inguainata da una guepierre di latex :

    “Perché l’eros può portare alla pazzia vera e propria, può condurre ad atti distruttivi e autodistruttivi. Nel togliere l’uomo dalla sua umanità l’eros è ambivalente: così come può disumanizzare l’uomo verso l’alto avvicinandolo al dio, con altrettanta facilità può disumanizzarlo verso il basso, avvicinandolo alle bestie”.

    rispondo:

    uhm. spesso a usare il cervello ci allontana dal nostro regno animale. ci dispossessa della nostra umanità/animalità. diventiamo saturniani. mangiamo i nostri figli discepoli incoscienti del nostro eros realizzato per metà e ne diamo loro una forma volutamente ed egoistigamente anamorfa. perchè la società (mater gloriosa) di oggi è solo un parlare di vulve e di glandi, che cripta il contrasto meraviglioso dei corpi e che spesso nega a sè stessa la coniuctio oppositorum.
    mai di eros converso agli ereditieri figli per insegnare ad amare.
    ecco che crescono pazzi indigeni che hanno bisogno di ellettrodi penici per sviluppare la questione del sè. una perversione estremamente allungata senza soluzione di continuità. che tristezza e che vanto per i nihilisti, il fatto di dare loro ragione.
    l’amore.ah. che universo ricusato.

    altra nota personale: l’uomo non è mai così vicino a dio quando è ‘abbassato’ al livello delle bestie. in origine il ‘totem’ era animale.
    ricordiamo gli egiziani e non solo.
    un dio animale che noi abbiamo fatto a nostra immagine e somiglianza. non il contrario.
    disumanizzare equivale ad imbestialire?
    allora parliamo di desiderio di bestialismo?
    abbiamo paura di ciò che abbiamo adorato.
    ecco si abbatte il toro e nasce il dio antropomorfo.
    guai a copulare religiosamente col toro.
    vi immaginate le suore come spose di un toro?
    uhm. troppo estremamente eccitante.

    e ancora.
    potremo mai farci tabula rasa a stretto giro di per accogliere l la censurata concessione divina di un amore/eros puro e soggettivamente ad hoc privandoci di quell’umano limite terrestre (in cosa consiste l’umano nell’accezione del limite terrestre…?) che non ce lo rende attualmente nè carne nè pesce ma ci fa dibattere in una triviale e affascinante incantesimo eterno?

    extra-polo con la testa mozza mentre qualcuno mi spinge la trachea e mi titilla la ghiandola pituitaria:

    Ma”, dice Sauro, “quantomeno verso un amore – torno a usare questa parola – che non sia solo il piacere che culmina in un istante ma, perdonami il linguaggio un po’ pomposo, un pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine alla quale tendiamo con tutto il nostro essere”.

    rispondo:

    ecco il prossimo paradiso oltre la soglia del pregustamento del vertice dell’esistenza:
    Munch al pomeriggio con acquisti di Nasi di maiale
    e Nilgir per via, evitando di comprare preservativi che contengono pNonoxynol-9 per sicurezza. negoziazione sull’uso della Kaginawa e su quello dell’ intimo aculeato.

    extra-polo:

    Certo”, dice Sauro. “Pre-gustare è diverso da gustare. Si pregusta ciò che non è ancora avvenuto, e forse non avverrà mai. Si gusta solo ciò che è ormai già dentro la nostra bocca. C’è un’eleganza, per così dire, una disciplina, nel concentrarsi sul pre-gustare”.

    rispondo:

    mi piace questa idea di pregustazione metafisica praticata con la bocca piena… ma… piena di cosa???? latte e orina? diamanti birmani e gin?
    gargarismi lirici con piercings clitoridei o penici e rum?


    sul resto del raccontino (piuttosto banalmente sciocco) non mi pronuncio.
    sono davvero quattro chiacchere pour parler.
    niente troppo degno di nota e commentarlo significherebbe scivolare in una polemica laica a un ambaradan confusamente cattolico, dove ci si tenterebbe di spiare ignominiosamente dal buco della serratura perdendo solo tempo.

    dunque a rileggerci,anche qui.
    con piacere.

    paolina (das)

  18. mag il 24 marzo 2006 alle 10:32

    ma voi amate? chi e cosa?
    tra di voi indiani vi volete bene?
    insomma oggi voglio farmi gli affari vostri.

  19. Baldrus il 24 marzo 2006 alle 11:33

    Ricordo alcuni diari di D’Annunzio quando, rientrando a casa “dopo l’orgia”, sente in sé un forte senso di morte. Si era tuffato in quell’eccesso di eros di cui parlano il Papa nella lettera enciclica e il dialogo/racconto qui sopra [“l’eros – dico l’eros, eh!; non dico ancora l’amore – ridotto al sesso in senso stretto, all’eccitazione e allo sfregamento dei genitali, e reso per di più obbligatorio e ripetitivo, viene insieme banalizzato (quindi privato di ogni capacità di vero piacere) e mercificato”], operando così una separazione tra corpo e spirito, una spaccatura tra fisicità e spiritualità.

    Questo senso di morte dannunziano non è certo condiviso da Henry Miller, che vede nell’attività sessuale sfrenata, libera e gioiosa un rimedio vitalistico alla freddezza, alla disperazione e alla follia della metropoli moderna occidentale (mi riferisco soprattutto alla trilogia “Crocifissione in Rosa”). Questo atteggiamento verrà ripreso, ed enfatizzato, dal movimento di liberazione undergound degli anni Sessanta, dove una delle parole d’ordine era: “la Natura e il buon Dio ti hanno dato gli organi genitali? Usali! Godine! Saziati!”.

    Dunque qual è la sintesi?

    Unità tra corpo e spirito sembrano essere, nelle religioni, l’unica chiave di salvezza possibile. Buddha non arriva al Nirvana dopo avere percorso tutte le strade del Piacere e del Vizio? E l’invito all’unità eros-spirito rivolto dal Papa: “se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” non richiama le parole del Beato Signore quando, nella Bhagavadgita, dice al “Guerriero dalle grandi braccia” Arjuna: “lo yoga, o Arjuna, non è per chi mangia troppo né per chi non mangia affatto, né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o per chi al contrario rimane sempre sveglio”?

  20. francesco forlani il 24 marzo 2006 alle 11:40

    @ Magda
    ti dedico questa poesia di Sbarbaro che per noi libertini (almeno per me) è come un manifesto

    [Adesso che placata è la lussuria]

    Adesso che placata è la lussuria
    sono rimasto con i sensi vuoti,
    neppur desideroso di morire.
    Ignoro se ci sia nel mondo ancora
    chi pensi a me e se mio padre viva.
    Evito di pensarci solamente.
    Ché ogni pensiero di dolore adesso
    mi sembrerebbe suscitato ad arte.
    Sento d’esser passato oltre quel limite
    nel qual si è tanto umani per soffrire,
    e che quel bene non m’è più dovuto,
    perché soffrire della colpa è un bene.

    Mi lascio accarezzare dalla brezza,
    illuminare dai fanali, spingere
    dalla gente che passa, incurioso
    come nave senz’ancora né vela
    che abbandona la sua carcassa all’onda.
    Ed aspetto così, senza pensiero
    e senza desiderio, che di nuovo
    per la vicenda eterna delle cose
    la volontà di vivere ritorni.

    [Camillo Sbarbaro]

  21. mag il 24 marzo 2006 alle 12:01

    smack :-( :-)
    la donna che piange e che ride
    gianobifronte su cui insistono le sue stesse burrasche.

  22. mag il 24 marzo 2006 alle 12:06

    sono contenta che mi volete un po’ bene…..

  23. o.ka il 24 marzo 2006 alle 12:26

    Latex flagellum veri
    http://www.adultscandy.com/sexy_shop/ abbigliamento_uomo/latex_lucido/
    http://www.usc.urbe.it/html/php/rmartinez/latex.html

    LaTeX gingillum veri
    http://www.fi.infn.it/pub/tex/doc/html/latex.html
    sd.ingce.unibo.it/latex/cmonti/latex.html

    Simplex sigillum veri
    www. ethica.org/amore geom./exibition/1669
    http://www.ocolalia.splinder.com

  24. tashtego il 24 marzo 2006 alle 21:14

    @baldrus
    “Dopo l’orgia” è il titolo di un bel quadro di Cagnaccio di San Pietro.

  25. o.ka il 24 marzo 2006 alle 23:10

    Post coitum omne animal triste est.

  26. maline il 25 marzo 2006 alle 00:27

    @ o.ka

    L’importante è che triste (se deve) lo sia “post”. ;-)
    In fondo è anche un momento di riflessione che riequilibra la bilancia… Non è forse triste ogni “quiete dopo la tempesta”?

  27. tashtego il 25 marzo 2006 alle 10:45

    Post modernum omne animal triste est.

  28. mag il 25 marzo 2006 alle 10:52

    i francesisti c’insegnano che la “petit mort” è modalità molto eleoquente di definire il momento culmine del godimento.

  29. db il 25 marzo 2006 alle 11:50

    Sarà anche vero che *Post coitum omne animal triste est*, ma l’uomo è l’unico che si fuma una sigaretta.

  30. mag il 25 marzo 2006 alle 20:22

    certo db, come continuo memento che cenere eravamo e cenere torneremo.

  31. ness1 il 2 luglio 2006 alle 20:33

    Generazioni (il cuore di ogni giorno)

    Guardo commosso i vecchi
    vissuti a lungo insieme,
    tanto da somigliarsi
    come parenti stretti:

    e mi pare un miracolo l’amore
    che approssima i lontani, fino a fonderli
    in un’unica, nuova creatura
    che ne compie l’anelito – e li supera.

    (In battello per l’isola di Sant’Erasmo – 9 giugno 2006)

  32. ness1 il 2 luglio 2006 alle 21:02

    Questo sia il verso

    Ti fotton bene, mamma e papà.
    Senza volerlo, ma così è.
    Ciascuno il peggio di sé ti da
    con un bell’extra giusto per te.

    Ma pure loro furon fottuti
    da tonti in tiro di vecchio stampo,
    ora compìti ed educati
    ed ora pronti a farsi lo scalpo.

    L’uomo si scambia la sua miseria.
    Così sprofonda come gli scogli.
    Esci da qui tu appena ci riesci,
    e non sognarti d’aver mai figli.

    Philip Larkin, Finestre alte (mia versione)



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