Periferia dell’anima: la pelle

27 marzo 2006
Pubblicato da

di
Francesco Forlani

Ho scoperto Malaparte a dodici anni. Me lo ricordo bene perché era l’estate. È la stagione in cui i sogni dell’adolescenza si fanno più nitidi in nome dei tempi lunghi e vuoti senza scuola. Malaparte entrava nel mio immaginario in modo violento. Doppiamente devastante. Da una parte perché non era attraverso la pagina scritta – quella per cui la parola non sarà mai sufficientemente tenebrosa quanto l’immagine – e dall’altra per il modo del tutto incidentale con cui avvenne.

Abitavamo a Scauri – la villeggiatura era più di una parentesi nel bio-lavoro a cui ci siamo abituati ora – e la padrona del lido aveva ottenuto dalla direzione dell’Arena Vittoria una considerevole riduzione su un numero di ingressi di poco inferiore al centinaio. In realtà voleva che tutti i clienti del lido del sole assistessero alla prima comparsa sul grande schermo del figlio Luigi. Un uomo totalmente modellato – nel fisico e nell’animo – dalla scuola d’arte drammatica di Gassman, e che grazie agli sforzi finanziari della famiglia, era riuscito a guadagnarsi quell’aristocrazia che è propria degli attori e che contribuisce non poco alla ‘fortuna’ dei parvenu.

Mi ricordo allora della sala piena, e questa volta lo spaesamento era dovuto al fatto che quelle stesse persone di cui si conosceva ogni centimetro di pelle e cellulite, e smagliatura, o al contrario, muscoli esibiti con dovizia di gesti e tecnica, apparivano ora vestite, tanto più che la sera particolarmente umida costringeva a mise autunnali. La sala, in silenzio per tre quarti del film La pelle di Liliana Cavani era rimasta zitta, immobile, in molti casi disgustata dalle scene forti, dello stupro o del parto. Del resto quel film era vietato ai minori e solo grazie all’influenza della signora del lido, si era riusciti ad entrare. La signora, conosceva i passaggi a memoria, avendo ormai assistito ad almeno una trentina di proiezioni, e ciò le permetteva di assentarsi quasi fino ad addormentarsi per i primi tre quarti, ad aprire bene gli occhi nei secondi che precedevano l’entrata in scena del figlio e ad alzarsi una ventina di secondi dopo, successivamente all’ovazione della sala, facendo coincidere la propria uscita con l’altra, definitiva dalla storia del film.

Curzio Malaparte, avrei cominciato a leggerlo molti anni dopo e in francese, con la sola eccezione di alcuni brani, principalmente tratti da La pelle e letti ai tempi di scuola. Trovarsi allora in presenza di un romanziere europeo, tra i pochi nati nelle nostre terre, era stata, più che una sorpresa, un dono, dalla letteratura alla letteratura. Negli anni successivi mi è anche capitato con Raimondo di attraversare alcuni di quei luoghi ma soprattutto era il cielo che non era più lo stesso. Ormai il cielo del Sud era quello descritto dal romanziere in un passaggio tra i più felici della letteratura:
«È una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. È una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com’era il cielo in quel giorno, in quel momento. Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde. Quel cielo delicato e crudele che sulla collina di Posillipo dolcemente incurvandosi si faceva rosso e tenero come la pelle di un bambino».

Che cosa rende insopportabile il cielo di Napoli a Malaparte? Ma soprattutto cosa fece nascere quell’odio profondo simile all’oblio che ne derivò tra la città e lo scrittore?
Che cosa Malaparte non aveva perdonato al cielo di essere?
Quel che sappiamo della città, nei toni tronfi dell’allora sindaco sono chiari.

Scheda de La pelle, su internet
La pelle è una delle opere più note di Curzio Malaparte (nome d’arte di Kurt Erich Suckert, figlio di una milanese e di un maestro tintore tedesco arrivato a Prato con una nuova ricetta per tingere i panni). Attraverso un linguaggio diretto e crudo, Malaparte descrive la Napoli del 1943 occupata dagli americani. Fame, povertà, distruzione portano al disfacimento morale della città, che per sopravvivere ricorre a ogni mezzo. Donne, travestiti, perfino i bambini sono in vendita per i soldati americani. Malaparte, ufficiale di collegamento tra l’esercito italiano di Badoglio e le truppe alleate, è testimone di quelle miserie. Per i contenuti scabrosi, il racconto viene pubblicato nel 1948 in francese e, solo l’anno successivo, in italiano. La città di Napoli, profondamente offesa da La pelle, nel 1950 votò il bando morale di Curzio Malaparte dal capoluogo della Campania.

Ancora oggi tra gli scrittori ci si divide tra malapartisti e bonapartisti. L’ultimo ad essersene occupato è stata la rivista gemella, l’Atelier du Roman a cui il nostro cahier centrale è stato dedicato. Il profondo mutamento della prospettiva di chi dalla periferia arriva al centro, raccontandolo, è alla base di ogni processo narrativo che conti, che ne valga veramente la pena. Se si pensa che la stessa commedia dell’arte è il prodotto di quello shock culturale nato dallo scontro campagna città, Bergamo Venezia, che fa da sfondo alle vicende di Arlecchino.

Così il sud che ci viene raccontato dal ‘nord’ ci è più caro, anche quando diventa insopportabile. Malaparte esattamente come Svevo, entrambi dai nomi tedeschi e inventati italiani, traduce la visione del qui e ora, in una favola universale. Come Svevo che percorre in lungo e in largo la propria ‘inconscia’ educazione sentimentale, facendone letteratura, cioè universo condiviso da tutti, Malaparte trasforma la guerra di Napoli in guerra tout court, e l’esplosione del Vesuvio in ferocia del vulcano. In un epoca la nostra in cui va così alla moda l’artista senza opera, il romanziere senza romanzo, il finanziere senza una lira (si vedano in proposito le ultime vicende della Parmalat e prodotti affini), dove quel che più conta per i manager editoriali (una volta c’erano gli editori, ma tanto tempo fa) non è il processo di identificazione e trasformazione della storia, quanto l’imitazione dell’autore. In altri termini quel che lo strano oggetto in questione, ‘il romanzo’ faceva dire al lettore ; «ecco qualcuno che ha trovato le parole per dirlo», oggigiorno esso, il consumatore culturale (una volta c’erano i lettori, ma tanto tempo fa) deve costi quel che costi mormorare, sospirare: «che bello, questo l’avrei potuto scrivere anch’io!!». E – aggiungiamo noi – passare al Maurizio Costanzo e vivere i tre minuti di celebrità tanto ambiti dall’etica postmoderna.

Ma torniamo al cielo di Malaparte. Perché quel cielo azzurro gli è insopportabile, e perché averlo ‘raccontato’ gli è costato il bando dalla città?
Il rapporto che Napoli ha con gli estranei è ambiguo. Uno dei cliché – e che si tratti di un luogo comune ne sono assolutamente convinto – recita l’adagio che da qualsiasi prospettiva la si prenda, in qualunque aspetto la si colga, il risultato finale sarà sempre falso. Coloro che hanno fatto di tutto per raccontarci una Napoli non degradata, ma vincente sul piano della socialità e della cultura, come Bassolino, peccano di ottimismo secondo alcuni, addirittura di ‘illusionismo’ per altri. Allo stesso modo i tragici cantori che ne attraversano i gironi infernali li si dichiara ideologici e catastrofisti. Le anime del purgatorio, che da queste parti sono adorate, si sa, si canticchiano che si stava meglio quando si stava peggio. Ed ecco perché interpreti “stranieri” quanto meno discutibili, sono accolti a braccia aperte. Intellettuali come Schifano o Fernandez, per non tacerne i nomi, che ‘colorano’ i propri racconti di viaggio regalando bozzetti assolutamente ‘inutili’ e a volte anche infamanti, pretendendo di abolire frontiere, tra l’analisi sociologica, antropologica e quella folklorica. Il giorno in cui si riuscirà a eliminare dal corredo urbano della città il mucchio di monnezza ai lati della strada quegli scrittori saranno finiti. Quindi, per carità, piuttosto chiediamo a dei pittori e scultori contemporanei di farceli finti!

Ma perché Napoli odia Malaparte?
L’ho capito grazie al mio esilio volontario di quindici anni e non era semplice coglierlo. Non è la descrizione di Napoli che mandò in furie l’amministrazione dell’epoca quanto l’aver raccontato i fatti di cui gli abitanti di Partenope s’erano resi protagonisti. Non Napoli allora ma i napoletani. Ma chi è il napoletano?

Io stesso dovendo fornire alla vita sociale che facevo fin qui, le mie generalità ho sempre risposto: di Napoli. Almeno fino a quando non ho trovato in Pasolini lo splendido marchio d’origine che si attribuisce uno dei suoi personaggi: napoletano di Avellino. Ecco, io sono napoletano di Caserta. E vi assicuro che gli italiani all’estero, categoria in via di estinzione nel mondo globalizzato, specie quando provengono da una stessa zona, sono gli unici a mettere in scena un dialogo del tipo:
– Sei italiano?
– Sì
– Di dove?
– Di Napoli
– Di Napoli Napoli?
– Certo
– Di Napoli, Napoli, Napoli, Chiaia, Chiaia, Chiaia, Chiaia ecc.
Con un processo alla Borges di precisione e precisazione che può arrivare al numero civico del corso in questione, e al pianerottolo, e alla camera in cui si dorme.

In un’epoca, quella di Malaparte e ancora di più la nostra in cui ‘il vedutismo’ ha ceduto il passo al ritratto, il napoletano non tollera l’universale, la presenza di un altro napoletano, nel proprio centro vitale, che non sia se stesso. Perfino il fratello a Napoli si declina, in frate, frate cucine…
Quello che allora non si perdona a Malaparte è aver parlato di una città in tempo di guerra, e degli sconfitti, doppiamente vinti e della vergogna della vittoria. Non poteva che succedere a Napoli, il racconto, e nello stesso tempo non poteva che destinarsi al mondo, il racconto. Su una scala che unisce un uomo all’umanità, una città al mondo, il rischio che Napoli corre, fissandosi al suo rifiuto della Pelle, è lo stesso della signora del lido del sole. Concentrarsi su un passaggio veloce, di un volto noto, per lasciarsi sfilare sotto il naso la Storia.

Concludo questa mia serie di considerazioni con un omaggio al cielo grigio e piovoso di certe Metropoli del nord, che siano Milano o Torino, Parigi o Londra, perché solo quando l’occhio comincia a distinguere le diverse varianti del grigio e a indovinare timidi raggi di sole dietro la coltre di fumo e nuvole che copre le città, il cielo si veste di Pietas, verso chi abita la terra, come quando il Vesuvio si mette a gridare.

Dichiarazione di Malaparte estratta dalla Storia fotografica di Napoli (1949-1950) edita da Attilio Wanderling, Intra Moenia.

«Ho letto nei giornali la notizia della mozione presentata al Consiglio Comunale che propone nientedimeno di mettermi al bando morale per il mio libro La pelle, da essi considerato offensivo per il popolo napoletano. Tutta la critica internazionale e la stessa stampa italiana sono concordi nel riconoscere che il mio libro lungi dal costituire un’offesa al popolo napoletano, è un’aperta e coraggiosa difesa non solo del popolo napoletano ma di tutti i popoli d’Europa. Amo Napoli, l’amo più di ogni altra città al mondo, della mia stessa città natale, e nel mio libro difendo il popolo napoletano, specie quello delle classi più misere. Ma poiché la mozione presentata in comune investe qualcosa di molto più sacro che non il valore letterario del mio libro, cioè la libertà della letteratura italiana, la prego, illustrissimo signor sindaco, di volermi permettere di sostenere le ragioni della libertà letteraria davanti al consiglio comunale il giorno in cui sarà discussa, se sarà discussa la mozione in questione».
lettera di Curzio Malaparte al sindaco di Napoli, 10 febbraio 1950.

testo pubblicato su Sud (Dante e Descartes) e sull’ultimo numero dell’Atelier du Roman (Flammarion)

4 Responses to Periferia dell’anima: la pelle

  1. gianni biondillo il 27 marzo 2006 alle 10:10

    Scauri… Gesù, quanti ricordi… ;-)

  2. Emanuele Kraushaar il 27 marzo 2006 alle 10:48

    Ho letto qualche minuto fa il post. Poi parlavo di là con la mia collega. Sullo sfondo un libro blu: La pelle. “Ancora una volta un libro mi insegue” dice il bambino.

    (Questo fatto è realmente accaduto alle 11: 44 a Roma 00163)

  3. tashtego il 27 marzo 2006 alle 12:04

    strano.
    io pure, ma negli anni cinquanta, passai un periodo lunghissimo di villeggiatura a scauri, della quale non ricordo nulla, o quasi.
    la questione Malaparte è aperta.
    lessi la pelle e kaputt molti anni fa e mi colpirono molto, ma c’era qualcosa che non andava.
    c’è ancora?
    e cos’è?
    oggi come oggi e senza aver riletto quei libri (il film mostrava la casa di capri) direi che ciò che davvero non va in Malaparte è che la sua testimonianza resta come biffata da un ego sempre in primo piano e sempre molto atteggiato.
    non so.
    ditemi voi.
    circa Napoli, uno come me, non di Napoli, che ha letto, oltre Malaparte, anche Marotta, Eduardo, Rea, Ortese, eccetera, oscillando tra la visione dolente e quella vitalistico-folklorica, preferirà di gran lunga Raffaele La Capria e il suo Ferito a morte.

  4. Bartolomeo Di Monaco il 27 marzo 2006 alle 19:54

    Già Franz ricordava qualche tempo fa Malaparte. Ora lo fai tu, Francesco, di cui apprendo le origini casertane, proprio come quelle dei miei genitori, con molto piacere. Malaparte è un grande scrittore e tanto in Kaputt che ne La pelle si trovano pagine memorabili. Aveva il dono di saper scrivere e di essere nella sua scrittura limpido e efficace. Credo anch’io che Napoli non lo abbia compreso, così come non comprese la Ortese. Càpitano di questi errori.

    Bart



indiani