Perdere e perdersi

28 marzo 2006
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di Alessandro Garigliano

ettoreeandromaca.jpgIn fondo non la può guardare nessuno, eppure è imbarazzata mentre si abbassa le mutandine in bagno. Si vede l’attesa, sospesa in un cerchio tra le labbra che le si aprono dolcemente come uno spicchio di luna sul volto ovale. Il ciclo è sospeso davvero. Prima che comprenda, si volta d’istinto verso la finestra che incornicia un tramonto luttuoso, e ride. Poi si riguarda le mutandine ancora stirate tra le ginocchia, e davvero non sono macchiate di sangue, ma candide. Non si accende la sigaretta e pensa di uscire per le vie del centro senza prendere la macchina.More...
La piazza dorme. Si stendono sul quadrato le ombre gigantesche dei monumenti. Al centro dello spazio si erge in tufo la fontana dell’elefante. Arriva Lei, da una delle arterie che hanno foce e fonte qui. Dopo essersi sdraiata sotto al pachiderma primitivo, lascia che i silenzi la indeboliscano. Assopendosi, vede spalancarsi dall’antica porta Uzeda dirimpetto la distesa del mare navigato dai velieri e più vicino le mura di cinta che sostengono locomotive in transito. Emoziona l’indaco del tramonto che incanta l’atmosfera deserta, e solo due ombre umane vi fanno capolino. Lo spettro della cattedrale si apre a farsi spiare sui vani del portico e delle finestre, da dove si affaccia il buio di profondità misteriose.

Entra a casa il padre ignaro e per la prima volta la trova oziosamente sdraiata sul divano. Ma prima che possa sbalordirsi o reagire eccitandola con battute maschiliste, come un brivido Lei è già dietro la sua schiena. Lo spoglia. Lo benda. Lui non ride. Dentro l’abitato sicuro paradossalmente accusa grida di trame sul corpo: non sopporta di essere all’oscuro di qualunque cosa possa accadere.

La canicola di fuori penetra in casa e lo stordisce.
Desidera pernottare la notte nel deserto e non può avere paura di niente. Quando sta per lasciare il villaggio crede che gli si spalanchi davanti soltanto una distesa di sabbia. Quindi procede, con una bottiglia d’acqua e una confezione di biscotti, mentre appaiono i canyon proiettando manti d’ombra contro la canicola. Sul volto ovale le linee della sicurezza e della serenità s’incrociano perpendicolari e in fronte sta l’occhio attento a vedere il più profondamente possibile. Inoltratosi, segue la strada zigrinata dalle orme dei copertoni delle jeep. Cammina non curandosi del fatto che i passi a volte sprofondano dentro le impercettibili dune, a volte sfiorano la sabbia battuta, mentre controlla distanti i canyon imponenti. Con movimenti normali si volta spesso indietro, ansioso di distanziarsi dall’abitato sicuro. Quando si percepisce, a un’incipiente stanchezza, lontano, si sente libero di giocare con le giunture degli arti: l’indice della mano destra vola e tocca il centro della testa, mentre simultaneamente la pianta del piede simmetrico dalla sabbia si stacca e poi s’incolla sul lato del ginocchio opposto.
Cammina curandosi del fatto che i passi a volte sprofondano dentro le impercettibili dune, a volte sfiorano la sabbia battuta, mentre di lato scorrono al passo i canyon selvaggi. I movimenti continuano banali, però non si volta più indietro a spiare. Si sente libero di giocare con le giunture degli arti: le gambe si allargano e dalla schiena scocca la testa nel varco, mentre le mani s’intrecciano da sole nell’osso sacro. Infatti il primo miraggio che il deserto gli proietta è di potersi isolare dalla società tramite la rivoluzione di gesti inconsulti. Ma quando arriva alla distanza in cui il silenzio del deserto inghiotte l’urlo che avrebbe voglia di lanciare, l’aprirsi della solitudine e della certezza gli inibisce la libertà.
Cammina e sembra immobile, curandosi del fatto che i passi a volte sprofondano dentro le impercettibili dune, a volte sfiorano la sabbia battuta, mentre di lato lo sovrastano i canyon selvaggi. Adesso, irrigidendosi il corpo in un levigato manichino, congela e conserva la confusione che desiderava annichilire.
Una madonna nera appare tra le pecore, con un turbante e un abito nero addosso, che la fa strisciare con un lentissimo movimento continuato, senza che nessuna parte del corpo le vibri incontrollata, al contrario di ogni corpo cittadino sconquassato da inutili tic, scorre con uniformità, sembrando un ispessimento della canicola immane. La stessa percezione di quella madonna arriva a Lui con religiosa gravità. Esattamente dopo la sua scomparsa. Ricordando, la madonna, si era mossa solo tra le distese d’ombra. Allora, voltandosi, scopre maestosi canyon rossi che stendono la frescura sotto di loro. Scarta, i piedi accelerano verso la prima tappa, avanzando in diagonale, e con superficiale facilità superano la sabbia che li inghiotte a tratti. L’immagine dei canyon che vuole raggiungere, squagliata dal sole, scivola all’indietro sui binari della vista, perché nella fatica della corsa, Lui, sposta banchi di afa che allontanano i canyon.
Nonostante incalzi l’affanno, l’eccitazione non gli permette di sentirlo e, dopo avere bevuto un lungo sorso d’acqua, arriva. Nel distendersi, una congerie di figure filamentose danza sotto le palpebre, i colori e i movimenti cangianti dipendendo dall’intensità della chiusura degli occhi. Il silenzio che lo avvolge gli impedisce di pensare. Desidera alzarsi, riprendere il cammino, cercare un luogo sicuro dove poter trascorrere la notte sotto l’assoluto cielo stellato, ma ogni volontà è diluita dall’ebbrezza del dormiveglia. Gli arti snodabili rimangono immobili mentre le fibre muscolari formicolano inconsistenti. Passa il tempo col restringimento dell’ombra, che lo costringe a rotolare per avvicinarsi sempre più alla parete rugosa del canyon. L’ombra alla fine si dissolve e Lui riprende la ricerca.
Trasportatosi rapidamente di nuovo sulla strada battuta dalle jeep, adesso, osservandosi attorno, non scorge più alcuna protezione d’ombra.
Snervato, dopo aver estenuato l’entusiasmo per chissà quanta fatica, con una rassegnata torsione del corpo, ritorna al villaggio. Cerca dove sia e alza gli occhi: ogni solidità, sradicata dalle fondamenta sabbiose, scivola incontrollabilmente per la distesa arida, avvicinandosi e allontanandosi, come mercurio, sul cono del suo sguardo. Per caso vede un grosso masso sul lato della spianata, che ha la sua valva d’ombra, e ci si avventa, frenando il passo in lotta contro l’istinto, e attende.
Un tuono squarcia la tersità del silenzio. Imbelle Lui rimane stordito a terra con la stanchezza che gli ottunde le orecchie. Finché non vede scorrere davanti a sé il rombo che squarcia la tersità: una jeep. Sogghigna. Dalla macchina scende un Beduino circolare con zigrinature di baffi in volto, impagliato in un turbante e una tunica bianca. Sono già uno di fronte all’altro. Lui chiede con scarabocchi di gesti di essere accompagnato al villaggio e il Beduino rimbalza in assensi e ride, poi con un gesto pigramente chirurgico indica un canyon vicino. Pensando solo ad agire, impugnata la bottiglia ormai a metà Lui gliela mostra, esprimendo nel volto bianco levigato la curva e il segmento dell’interrogativo. Dato che il Beduino aveva già risposto con la precedente indicazione, si dirige verso il canyon dove dovrebbe esserci una polla d’acqua, seguito. La tunica bianca si muove lenta tra gli spuntoni, e i piedi, con naturale necessità, cadono sulla rampa esatta. Mentre Lui si tiene in equilibrio con le mani e con accurata selezione si affanna a tastare e a puntare le basi più salde. Beve.
Sulla vetta il Beduino si ferma. Ride curvo in mezzo a due argini di rocce. Il cerchio del volto e il biancore convesso del corpo sono leggermente scossi dalle risa. Quando sopraggiunge Lui scomposto, il Beduino si spiega modellando il corpo nella figura di una croce di rassegnazione, intentendo che per quel giorno la fonte era prosciugata. Lui, nella salita, aveva esaurito la scorta d’acqua.
Procedono i due nella discesa come se fossero legati da invisibili fila. Davanti alla jeep Lui attende che il Beduino gli dica dove deve stare. Il Beduino sale sulla macchina e lo saluta. Sul volto ovale di Lui tutte le linee si stirano indietro per la sorpresa, ridendo il Beduino indica nel portabagagli le taniche di benzina da usare con parsimonia e con la jeep si avvia nella direzione che aveva previsto, opposta al villaggio.
Arrivato al villaggio trema d’insolazione. Affitta una delle tante tende che bivaccano nel posto, ma, prima di andarsi a stendere, vuole programmare l’escursione per l’indomani. Girando incontra due italiani, accetta l’invito di affittare una jeep di beduini insieme ad altri quattro individui stranieri, che non conosce, per cui sarà costretto a dialogare in inglese, che ignora. Domani sbufferà agli stranieri ciangottii in una lingua che ridurrà l’avventura del giorno prima a un’elementare incoscienza.

Adesso però, nonostante la temperatura sia alta in città, dentro la stanza al buio, nudo tra le mura, si sente punzecchiato sadicamente dal gelo.
Vedendolo turbato, Lei, sospira una sensazione di delusione. Morta in Lei la donna, per il ciclo sospeso, la madre che è diventata avrebbe voluto una fusione d’identità assoluta col futuro padre, e invece lo vede lì ottuso al buio come un manichino. Al centro della stanza senza che esploda gridando l’intuizione sulla nascita del bambino che da mesi attendevano.
Finalmente a Lui si scioglie la paura e nel buio che ha davanti si scolpisce in altorilievo la disposizione della casa. Lo stomaco riprende a soffregare di eccitazione. Trepidando, acuisce l’udito cercando di percepire il fruscio elettrico della gonna che le scivola dal ventre, la immagina: a terra procace, con le sue pieghe trasandate e la dolcissima espressione di raccapriccio contro il gelo del pavimento. E ancora, subito dopo, fantastica sulle braccia di Lei che sciabolano incrociandosi per sollevare la maglietta: sortisce la sensualità più pura del nudo non visto.

· E allora?

La voce di Lei gli scarica addosso la banda danzante della realtà, sempre pronta a esibirsi in qualsiasi situazione. Il suo corpo viene attaccato da centinaia di occhi che, dopo averlo imbambolato, lo scalfiscono con ripetuti gesti d’imbarazzo.

· Allora cosa?
· Pensa.
· Ti amo.
· Sì, ma solo quando sei nudo.
· Come, come può un corpo così dolce permetterti di insinuare tali ignominie che fanno di me un mostro?
· Allora, niente?
· Niente? Niente? Ti pare niente la contrizione che provo lontano da te? La miserabilità di un nudo senza la sua metà? È niente?
· Allora mi avvicino, ma non devi neppure sfiorarmi.

Quando Lei cede e dà corda al gioco prolungandone la durata, Lui si ammutolisce. I momenti di frivolezza che ornano i preliminari del sesso non durano mai per Lui. Subito gravano sulla leggerezza di parole e atti in simbiosi incontrollati pensieri di rimorsi, atti incompiuti, progetti, con la conseguente frustrata volontà di capirli. Stavolta però, anziché questa congestione di egoismi irrisolti, a farlo piombare nella realtà è la banale griglia di un calendario che dà concretezza al suo pensiero. Superata infatti la difficoltà, per uno come Lui, di schematizzare il tempo trascorso, elenca con una litania tesa il tempo passato dalle scorse mestruazioni a oggi, giorno dopo giorno. Non permette cioè che la certezza sia intorbidata dal vago, che, sfumando i limiti, non consente discese verticali di serietà, destinate solitamente a schiantarsi nella rassegnazione.

· Il bambino.

L’espansione repentina di quell’emozione assoluta lo accompagna verso di Lei. Il petto ne bacia il fianco. Il viso ovale colma il vuoto della distanza perdendosi come una goccia sul nuovo viso da mamma. I corpi uniti esprimono varie intensità di verde, rosso e mattonato, slavati dalla luce al neon che pigramente si diffonde dal fianco di Lei. A Lui imbambolato le spalle sporgenti acuminate fanno sparire le braccia e sul volto levigato, per metà nell’ombra, i triangoli degli occhi che si indicano in diagonale contengono un’immagine di perfetta malinconia. Il viso di Lei è riempito dal candore della luce, per cui spiccano le scie che le lacrime tracciano disegnando ghirigori, infiocchettati infine dalle lampadine degli occhi in una festa d’incomprensibile emozione. L’ombra che le avvolge il corpo fasciandole le braccia erge un’emblematica figura di femminilità.

Passano due, tre giorni progettando, finché non le s’insinua tra le gambe qualcosa di viscido. Si accende la sigaretta e pensa di uscire in macchina per le vie del centro. Poi si riguarda le mutandine tra le ginocchia e davvero sono macchiate di sangue. Ma prima che comprenda, si volta d’istinto verso la finestra che incornicia un tramonto luttuoso, e ghigna. Il ciclo ha ripreso.

Mesi dopo, invece, è sempre stanca. Adesso che è davvero incinta ha paura di uscire con la macchina. Nauseata d’incontrare chicchessia. Tutte le notti Lui si annichilisce nella sua piazza del letto e non la sfiora più. Piovono i consigli, naturalmente, di parenti, amici, ma arrivano a Lei ridondanti come echi del proprio istinto di madre.
Passeggia e va al supermercato. Gli odori che sprigiona il banco salumi e formaggi non le eccitano fame, ma curiosità. Avrebbe voglia di comprare vini eccellenti con date indimenticabili, premiati magari. Risvegliare il gusto mortificato da una vita di pranzi genuini per una nutrizione necessaria a crescere e a svilupparsi sana. Desiderio di selezionare cibi che le aprano cosmi di gusti insondati, creando sapori non immediatamente conoscibili, per i quali idee nuove debbano concorrere ad assegnare un nome, oppure, anche, arrendersi, dato che manca al ricordo la conoscenza di quella precisa o vaga sensazione; allora ricercare.

· Ma non hai paura?
· Perché?
· Ma come perché? La prima volta.
· Non vedo l’ora.
· Pazzesco. Non sei preoccupata? Spaventata, per niente?
· Il ginecologo ha detto che ho i fianchi larghi…vieni, vieni…

Gli prende la testa bianca tra le tempie e la appoggia al pancione. Sentendo il bambino muoversi con onde di pelle, non riesce a ciangottare niente, si mette carponi all’altezza della pancia e oscilla il volto ovale tra la mamma e il bambino.
Entrambi vanno a coricarsi.

Lui pensa a tutti i pericoli che correrà suo figlio. Ogni macchina che corre e frena nella strada fuori sembra una sirena d’autoambulanza.
Li vede a distanza, piegati dal dispiacere, formare una corolla luttuosa. I tre amici soffrono per l’agonia del padre di uno di loro, lontani dalla sala d’attesa del reparto di rianimazione. Nel parcheggio dell’ospedale gli occhi di tutt’e tre fissi indagano dove esattamente si trovi la morte, come se questa avesse imposto al suo passaggio per unica arma di difesa la logica.
Arrivando Lui incede liberamente con tutta l’irrazionalità della commozione e il batticuore pronto a slanciarsi in un gesto solidale all’amico. Ma è alzando la mano per salutare che gli sembra di impazzire, come se nel bel mezzo di un luogo affollato dalla società civile avesse estratto dal taschino della giacca, anziché la penna che pensava vi fosse, un coltello a serramanico.
Formano una corolla luttuosa. I quattro amici soffrono immobili per l’agonia del padre di uno di loro, lontani dalla sala d’attesa del reparto di rianimazione. Il più lucido esibisce gli abituali tic di sicurezza, per paura di apparire inerme davanti a questa situazione di silenziosa fissità. Ma adesso i tic sembrano autistici e utili solo a isolarlo da ciò che non riesce a sciogliere. Quello alto, invece, essendo il più ingenuo e avendo patito sofferenze simili a quelle, cerca di estinguere convulsioni di risa. Al cospetto del figlio, disperato per il padre agonizzante, si raggrinzisce come una corteccia nello sforzo d’impedire che un suo bombardamento di ghigni provi a far esplodere la cappa che li immobilizza.
Formano una corolla luttuosa. I quattro amici soffrono immobili per l’agonia del padre di uno di loro, lontani dalla sala d’attesa del reparto di rianimazione. Negli occhi del figlio brucia di continuo una fiamma che non permette ai pensieri di compiersi. Solo una ciocca di riccioli è in fuga dalla tempia destra. Lui la vede e, forse commosso, cerca di nuovo di allungare la mano per confortarlo: la solidità dell’atmosfera scheggiata da quel movimento emotivo vomita un boato d’incertezza e tutta la città, compattamente scomparsa, s’inocula di nuovo nel girotondo degli amici, con tutta la banda danzante della realtà sempre pronta a esibirsi in qualsiasi situazione. Quando stanno per uscire le lacrime, subito il figlio si accartoccia, s’inchina con le mani intrecciate dietro la testa: anziché piangere, incolonna ad alta voce i fatti accaduti al padre nella loro sequenza oggettiva, neutralizzandone la furia emozionale. I palazzi si risistemano geometricamente sulle fondamenta. Le macchine ridefiniscono la carrozzeria parcheggiandosi di nuovo nei rettangoli dei posteggi: l’intera realtà riproietta la sicurezza delle proprie ombre. E scompare. Di nuovo il piccolo gruppo di amici resiste alla morte, perdendo il mondo.

· Non importa chi e per chi! Si era appostato di proposito per fregarmi, di sicuro, all’incrocio; lo vede quant’è nero?! Con la bancarella, all’ingresso dell’ospedale, avrebbe voluto rifilare, chissà per chi?, al gran signore che io sono, un coltellino a serramanico per cinquantamila lire; non sa chi sono! Come se non conoscessi tutte le trame che il mondo tesse contro di me. Non occorre che io dica o suggerisca a Dio onnipotente di e come difendermi. Nota bene: Dio non ha fretta.

Ha un braccio fasciato dentro un sacchetto di carta marrone e il risvolto bianco al vento sulla testa calva. Con la mano libera tamburella ripetutamente il figlio che era rimasto accartocciato.

· Mio nipote, l’altra volta, anche ci tentò: è spettu e bello come voi tre. Mi permetta, ma forse lei è un po’ più bruttino, cioè non è che fa schifo, ma ci perde con gli altri tre, capisce? Non si pensi che abbia motivi particolari per dirlo, per carità! Ma è più bruttino.

Indica l’alto, ma fissa il figlio.

· Più bruttino mi pare, no?

Il figlio alza la testa e, per lo sforzo di comunicare col vuoto di quel pazzo, sembra un palloncino che vaga nell’aria.

· Più bruttino mi pare, no?

Nonostante sia trattenuto ancora da zavorra sente la necessità di rispondere, e fa vibrare la testa per affermare ciò che il pazzo sostiene. Ride. Piange.

· Più bruttino mi pare, no…

Ricompaiono i palazzi risistemati geometricamente sulle fondamenta. Le macchine con le carrozzerie definite parcheggiate nei rettangoli dei posteggi: l’intera realtà proietta la vaghezza delle proprie ombre. Il figlio abbraccia gli amici.

· Ci vediamo. Spero che domattina il responso del dottore mi dia speranza.

Corre dai parenti nella sala d’attesa del reparto di rianimazione. Parla del pericolo che il padre rischia per non aver voluto prendere le dovute precauzioni. Elenca le fatalità casuali con rassegnazione: se non fosse accaduto in ufficio, se avesse avvisato di aver avuto malori, se fossi stato presente. E piange.

· La sola cosa che trovo assurda è che papà muoia senza avere un nipote. Questo non lo capisco. Non capisco che senso abbia, allora.

Lui sta dormendo. Lei adesso geme, punta i piedi sul materasso per le fitte sottili che le contraggono il ventre. Girandosi vede il cuscino di Lui viscido di bava da dormiente, e l’erezione.

Nell’ebbrezza del dormiveglia Lui sente solo mugolii d’amore.
È fuori il sole, dissolto in una distesa bianca di gas. Marito e moglie stanno distesi sul letto a due piazze. Lui è stravaccato con la sua faccia d’uovo piagata da un ghigno che gli taglia il viso: scivola lentamente il desiderio di toccarla per penetrarne l’intimità. È un attimo, di scatto s’avventa contro il corpo di Lei e per un eccesso d’amore primordiale avrebbe voglia di farla sanguinare; mentre i lampioni si spengono e rincasano padri in grado di mantenere i propri figli. Ancora dorme il corpo coi seni afflosciati sulle pieghe del lenzuolo, e Lui li azzanna con unghie lunghissime. S’inturgidisce il sangue nei suoi pensieri. Di ritorno nella realtà decide di saltarle addosso avvinghiandole con le cosce i fianchi e schiacciando con le ginocchia i palmi impedendole di muoversi: inchiodata nel letto. Con un sussulto repentino della schiena che s’inarca scaglia le labbra contro di Lei per mordicchiarla ovunque. Scivolando poi la bocca s’ingoia interamente un occhio sognante. La abbraccia e la solleva per gioco, rilasciandola poi per vederla cadere a peso morto sul materasso. Finalmente si mette in ginocchio davanti alla moglie che ha le gambe distese freddamente come un binario, le alza come se stesse caricando un congegno e poi impugnando le ginocchia le spalanca. Intuendo adesso una complicata armonia può perdersi a largo dell’orgasmo.
Poi decide di saltarle addosso avvinghiandole con le cosce i fianchi e schiacciando con le ginocchia i palmi impedendole di muoversi: inchiodata nel letto. Con un sussulto repentino della schiena che s’inarca scaglia le labbra contro di Lei per mordicchiarla ovunque…

· Fermo, fermo…

L’eccitazione di Lei si fa scudo con le mani contro il petto del marito e ne ipnotizza la caduta libera. In Lui, deluso, si apre una piaga fantasma che non ha il tempo d sussistere, trapassando, infatti, subito in un’espressione di accettazione. Poi Lei agganciandogli le labbra sorprese, avvita salda torce il corpo, finché con una danza di minuscoli baci lo fa godere supino. Carica le gambe ed erge verticalmente la sua sensualità. Lui fissandola allunga le mani fino ad aggrapparsi ai suoi fianchi, per non correre il rischio di separarsi nell’ardore dell’eccitazione. Lei s’irrita per il controllo che la frena, ma trattiene l’impulso delle mani che vorrebbero scacciare le rivali. Accettano. Fanno all’amore.

Si arrotola verso di Lei con il desiderio di toccarla, ma scompaiono i mugolii d’amore e la vede gemere.

· Chiamo?
· Non so.
· Non ti preoccupare.
· Sto solo impazzendo dalla voglia di vederlo.

Il marito chiama in ospedale per informarsi, irritandosi per la stanca professionalità.

· Devi dirmi ogni quanto ti vengono.
· Dove ho messo la camicia da notte?
· Non devi spaventarti.
· Cosa manca in valigia?
· Sono forti? Resisti? Quando è stata l’ultima?
· Mi stavo dimenticando lo spazzolino per lavare questi poveri denti senza più calcio.
· Il mio piccolo.
· Chi ha detto che è maschio?
· Già. Chi?
· …
· Andiamo?

Ancora le contrazioni hanno intervalli di trenta minuti.

In sala operatoria la fanno mettere con le gambe sui due puntelli.
I dottori dicono di reagire spingendo esattamente quando il dolore le toglie la possibilità di farlo. Proprio quando le contrazioni la strozzano deve inalare aria per aiutare il bambino a nascere. Ma le ultime contrazioni sono scosse di morte che le arrivano di schianto contro e l’addormentano. Riposa madido di rassegnazione il corpo che giace impagliato, sul lettino, privo di sangue e muscoli: solo i terremoti delle contrazioni ne scuotono la carcassa serafica.
I dottori dicono di reagire spingendo esattamente quando il dolore le toglie la possibilità di farlo. I dottori parlano, ma è d’istinto che a ogni contrazione corrisponde una spinta.
Il bambino è nato, si guarda attorno in silenzio e poi piange.
La mamma riceve alcuni punti di sutura.

2 Responses to Perdere e perdersi

  1. c. il 1 aprile 2006 alle 16:32

    svelato l’autore di “perdere e perdersi” finalmente!

  2. ang il 21 aprile 2006 alle 11:07

    forse è un po’ difficile da leggere on line, tuttavia mi stupisce nn ci sia neanche un commento. io lo trovo bello e denso d’intimità. forse nn sono obiettiva.



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