La prima generazione già nata disincantata

29 marzo 2006
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di Christian raimo

Spiace parlare di più libri insieme, facendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese in questo tempo emerge proprio per il loro evidente individualismo. Il loro essere isolati, un individualismo coatto, verrebbe da dire.


Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (Fazi, 13,50 e), Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori, 15 e), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… di Aldo Nove (Einaudi, 12,50 e) – ossia un libro di racconti, un romanzo e una raccolta di interviste – mettono tutti e tre in scena la piccola terra guasta d’Italia, un paesaggio umano spettrale – al limite del vivibile – raccontato con una consapevolezza che si fa di riga in riga più acuta, più dolorosa. Ecco, a lettura finita – e ognuno di questi libri è una discesa in un limbo terribile ancora più perché mai diventa infernale –, la coscienza esattissima di questo disagio sembra l’unico bene in possesso dai personaggi che abitano queste pagine, veri o fittizi. Coloro che dovrebbero immaginare, se non costruire, il futuro fanno fatica, una fatica enorme, impossibile, persino a curare il rapporto di sanità mentale con se stessi e a gestire dignitosamente una sopravvivenza privata.
Nati già disincantati, senza modelli di padri da uccidere, vendicare, o imitare, a passeggio tra le macerie di tradizioni ideali, politiche, di senso, di cui neanche hanno assistito alla rovina, questi scrittori non sono – come pure vorrebbero le esigenze del mercato editoriale – degli scrittori sintomatici: degli scrittori che danno una semplice testimonianza di se stessi come osservatori/vittime del proprio tempo. Non fanno parte di quella massa sovrabbondante di cronisti che pare non sappiano raccontare altro che le difficoltà di una gioventù espansa (dai venti ai cinquanta anni) insicura, instabile, infantile. Non sono per dire i beceri cantori del nuovo personaggio feticcio, Mister Precarietto. Tedoldi. De Siati, Nove sono scrittori che credono nella possibilità di redenzione di cui è capace la letteratura, che credono nella verità. Sono scrittori che sanno che questa possibilità passa per un’elaborazione interpretativa del reale, che deve essere spietata e pietosa. E sanno anche che c’è un unica pratica etica che spetta a chi scrive ed è il lavoro penetrante sulla lingua.
Eppure. Eppure c’è qualcosa che lascia più freddi dopo averli letti. C’è un grado di temperatura che si abbassa. Sembra che questi scrittori rimangano soli. Semiatrofizzati nella possibilità di scorgere una dimensione incantata, bloccati nel trasformare il disincanto in rabbia, disillusi nel trovare una forma di condivisione che non sia rispecchiamento.
Ma questo non è un giudizio di valore negativo, perché ognuno è a suo modo eroico, ossia sincero. Ognuno si orienta come scrittore verso una prospettiva di sguardo che rompa l’insipida narratività che “puzza di fiction”.
De Siati lo fa con un romanzo-diario, una vita agra senza pirelloni da far saltare in aria, senza sezioni di partito in cui ubriacarsi, senza toni caustici. Aderente a una realtà di formazione di un giovane italiano qualsiasi: quasi cronachistico, esplicito/denunciante fino al didascalismo, con i nomi veri, i tic, le piccolissime mode, le esperienze minori, la scempiaggine, i prezzi delle cose, la quotidianità più inutile, la lingua più impastata, desiderosa di un riscatto a cui avrebbe un diritto come dire sindacale. Anche le metafore devono essere trasparenti. Forse l’esposizione di sé, almeno l’esposizione di sé, avrà un valore politico. (“È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l’effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l’acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo”).
Tedoldi usa invece la mossa del cavallo. Evita a piè pari ogni compito di impegno civile, ogni desiderio di autorevolezza, ogni senso di responsabilità rispetto al mondo che attraversa, e anche – ed è per questo nobile – ogni ironia. Crede nella letteralità dei sentimenti. Crede che la tristezza si chiami disperazione e non anedonia o anaffettività. È un archeologo che scopre una civiltà sull’orlo dell’estinzione. Uno scrittore moderno, che ha vissuto su di sé l’estenuazione della nostalgia per la modernità, ma che non si abbandona alle consolazioni del postmoderno: un europeo del primo Novecento che si ritrova tra i pub e i cinemini di Roma. Ed è per questo che sa che seppure le personalità diventano maschere, quelle maschere/marionette/macchiette hanno una loro dignità complessa e assoluta. I personaggi del suo libro si chiamano Il Vigliacco, La Butterata, Campanellino, Capitano Uncino… hanno crisi di pianto improvvise, decidono e rinunciano nello stesso minuto, sono riccastri e poveracci, hanno scatti di orgogli ridicoli e umiliazioni coraggiose, agiscono in maniera così sghemba e scoperta che sono atti d’accusa viventi, scudi umani contro la condizione di deserto etico, politico di un Occidente piccolo come una camera d’albergo.
Da fratello maggiore, Aldo Nove rinuncia a se stesso come scrittore. Diventa reporter, intervistatore, giornalista. Dopo aver provato la compassione mimetica come tentativo di racconto del disastro, si ritira a far domande e traccia – statisticamente – una mappa fenomenologica agghiacciante dell’Italia contemporanea. Ne esce fuori un’intera generazione, generazione per modo di dire, un’intera schiera di solitudini di “tamburi di latta”, di freak sociali, abbarbicati alla propria dignità culturale (la scuola dell’obbligo, l’università, l’autoironia, la “sinistra”) per non scivolare nel buco nero di un futuro che non c’è mai stato.
Sono tre libri importanti questi, e proprio per tale ragione gli si vorrebbe chiedere ancora qualcosa. Da una parte il desiderio di un affratellamento, che la coscienza così acuta del male dell’individuo, dell’isolato, porti a una coscienza non dico di classe, parole impronunciabili?, ma di umanità. E dall’altra parte la ricerca di un pensiero forte, un tentativo di interpretare il mondo, già il mondo, che non scavi solamente la superficie ma porti alla luce la struttura carsica di un malessere pandemico. La mancanza di fascino della dimensione politica. La depressione come seconda malattia invalidante in Europa. Il disagio di una lingua logorata, abbrutita. Questi sono i dati da cui partire. Da qui partiamo anche noi?

apparso il 28 marzo su “Liberazione”

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14 Responses to La prima generazione già nata disincantata

  1. tashtego il 29 marzo 2006 alle 09:20

    I B52 ai tempi del bombardamento di San Lorenzo non esistevano proprio.
    Sembra un dettaglio senza importanza, ma non è così.
    Per esempio, io mai comprerò quel libro, perché ai miei occhi una così grossolana inesattezza ne invalida ogni contenuto.
    La generazione disincantata e disinformata.
    L’esattezza è tutto.
    Per dire.

  2. tashtego il 29 marzo 2006 alle 09:41

    Qui sopra sono stato un po’ troppo arcigno.
    Me ne pento.
    Ma la questione dell’ESATTEZZA resta.
    Roma fu bombardata da bombardieri B25 e B26.

  3. r.r. il 29 marzo 2006 alle 10:07

    ecco, desiati. e la sua ‘impotenza’ letteraria, così mi pare di capire, tra le righe, dal (generoso) intervento ‘militante’ di raimo.

    e dico desiati, spero di essere compreso, per provare a parlare in generale di una certa leva di scrittori ‘nuovi’ in italia. non per personalizzare polemiche o appunti o rilievi.

    dalle sue prime sortite, anche poetiche, generosamente (ma assai generosamente, e sospettosamente pubblicizzate: ricordo il suo pigmalione siciliano su l’espresso, in un 15 righe in cui si faceva un saggio del ‘linguaggio del non dire’ di morotea memoria, dire tutto per non dire niente….): dalle sue prime sortite è stato autore gonfiato spinto promosso lanciato pubblicizzato, come trascinato sul palcoscenico dei ‘nuovi’ scrittori, in particolare poi provenienti dal sud, con tutto il portato ‘sociologico’ e un po’ compassionevole che questo comportava…

    e allora, mi chiedo, SENZA aver ancora letto un rigo del suo nuovo lavoro –
    così prontamente, e sospettosamente lanciato prima ancora di poterlo trovare tra gli scaffali della libreria -: non è anche colpa di certi settori della ‘giovane’ critica letteraria italiana odierna, se poi si deve (fortunatamente, un po’ in ritardo, alla prova dei fatti, alla prova della terza prova di un autore come lui): se poi si deve stigmatizzare una certa ‘anemia’ di contenuti, e di forme, di desiati e, di riflesso, di ‘giovani’ scrittori italiani che cercano di rovesciare sul mondo il proprio (medio) talento che ovviamente riusciva meglio se applicato a temi vagamente ‘ombelicali’…? se poi si deve constatare la delusione di fronte al fallimento di chi si avventura a realizzare opere, operette, tutte dentro il nostro presente?

    il tema degli aerei, degli aerei che portano morte è, come noto, un motivo centrale della raccolta poetica del nostro (‘le luci gialle della contraerea’). scomodo il vecchio cases su calvino: desiati, giovane autore, giovane intellettuale in fasce (nessuna polemica: ma è vero, è vero, che NON ho mai letto niente di trascendentale nei suoi articoli-reportage pubblicati generosamente su quotidiani pugliesi, nei suoi frigidi esperimenti letterari ecc.), rientrava a mio parere dentro la categoria del ‘pathos della distanza’ utilizzata da cases per parlare del calvino d’antan. dall’esterno, desiati osservava, soffrendo, le strisce aeree che solcavano il suo cielo pugliese. Un cielo che diveniva italiano, occidentale, e per questo la voce di desiati diveniva generoso messaggio di testimonianza-denuncia, grazie alle promozioni dei suoi sponsor dei salotti giusti romani.
    ma era già allora, mi pare, un messaggio incorporeo, leggero e immateriale, un po’ artefatto (nel senso di furbescamente costruito a tavolino, in laboratorio), come nella vulgata che vuole calvino lontano dalla esposizione diretta (tragica, o dialettica), tra l’io e il reale, al centro delle opere di altri autori. e la vulgata è calzante, se si pensa alla impotenza della sua prova di oggi, mi pare che raimo così si esprima, così coraggiosamente sospinta verso il tema dei temi del presente, la precarietà dei ‘giovani’, ecc…., e così tristemente incapace di uno scatto in avanti, di un reale acquisto conoscitivo, o visionario….

    ma il coraggio – e il suo conseguente fallimento – è, mi pare, dovuto anche alla critica che in questi anni ha blandito e corteggiato (e ‘montato’) un autore evidentemente sopravvalutato già dal suo esordio. una critica spiccatamente generazionale, quella che ha svolto in questi anni, attivamente, il suo ruolo di ‘promozione’ di alcuni autori, selezionati non per evidenti meriti, ma perchè si sono trovati, bontà loro, al momento giusto e al posto giusto, nient’altro.

    una critica in piena battaglia per avanzare, ma un po’ alla cieca, una legittima sfida contro i vecchi, pensionandi, sacerdoti della ‘morte delle lettere’ italiane. e per fare questo, mi pare, ha strumentalizzato e usato ‘giovani’ voci del panorama letterario nazionale, a lanciarli come emblemi della vitalità della nostra letetratura. battaglia che è intrinseca alla critica (militante) di ogni tempo. ma che in questo caso, e in molti casi, mi pare di poter dire, sembra più che un altro una offensiva che ha prodotto un plateale autogol. per alleggerire un po’: un gollonzo.

    e forse si potrebbe riflettere, oggi, sugli errori e sulle sviste commesse in passato. anche per far crescere, in pace, in solitudine, un onesto segretario di readazione, un discreto giornalista come desiati, e come tanti altri. per farlo maturare.

    perchè: tempo al tempo. la pazienza, virtù dei poeti e dei ‘giovani’ scrittori … e dei ‘giovani’ critici…..

  4. Nick Molise il 29 marzo 2006 alle 10:08

    Io odio john updike è straordinario. l’ho letto in tre ore forse quattro ore sabato. dovrebbe partire un passaparola. come per il cacciatore di aquiloni, che però fa schifo. questo è uno dei migliori libri degli ultimi anni. e io sono uno che legge tantissimo. tedoldi. un grande scrittrore. un altro è pietro grossi.

  5. Baldrus il 29 marzo 2006 alle 10:09

    Tashtego, concediamogli un lapsus, va’, un’inversione di due numeri. Il fatto è che l’autore è colpevole fino a un certo punto delle sviste, perché si perde, si impalla con facilità. Proprio per questo dovrebbero esistere gli editors che passano il testo al microscopio.

  6. claudio il 29 marzo 2006 alle 10:18

    – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi –

    ..La testa mi rimbomba di interrogativi, non riesco a fare ordine.. mi allontano.

  7. Wrangler il 29 marzo 2006 alle 10:41

    Caro r.r. quanti racconti ti ha rifiutato Nuovi Argomenti? Orsù non ti far sgamare così presto. Il rosicamento per il successo altrui. Vabbene, crescerai anche tu, anche tu farai il tuo libretto. Verrà anche il tuo momento. Per ora. Zitto e sotto.

    E poi criticare un libro senza averlo letto, si può fare al bar, non su Nazione Indiana, caro. Comprati il buondì, spungalo nel cappuccino. E parlaci davanti al bancone delle tue mestruazioni nervose.

  8. A student. il 29 marzo 2006 alle 10:44

    L’esattezza è tutto?

    Basta prendere infatti la rivista – stile Novella 2000 – che è arrivata gratuitamente in questi giorni a molti italiani (elettori) dal titolo “La vera storia italiana”, pubblicata dal “Movimento Politico Forza Italia” e commissionata dall’On. Rocco Crimi.

    Una serie di oscenità e di falsi storici che non ha precedenti.
    Uno per tutti: uno pseudo articoletto su fondo nero con la foto del (fascista) Giovanni Gentile e intitolato “Parole assassine”, dove, citando una frase – estrapolata dal contesto – del latinista Concetto Marchesi sul Corriere della Sera del marzo 1944, si conclude che quelle parole hanno causato l’assassinio di Gentile e si cita una frase tratta da l’Unità – e sempre estrapolata dal contesto – in cui si farebbe apologia di questo omicidio. Insomma, una sorta di delitto Calabresi ante litteram.
    Queste sono vere e proprie oscenità. Gentile era uno dei massimi dirigenti e ideologi del fascismo e gli “assassini” erano dei partigiani toscani. C’era pure una guerra civile in atto fra le altre cose…

    Sostiene Raimo:
    “La mancanza di fascino della dimensione politica. La depressione come seconda malattia invalidante in Europa. Il disagio di una lingua logorata, abbrutita. Questi sono i dati da cui partire. Da qui partiamo anche noi?”

    Verissimo. Ma la prima cosa è mantenere intatta la memoria. La vera verità. Non quella che, a suon di milioni di euro, stanno diffondendo gli apparati di propaganda di certi partiti (e non solo di destra). E non è solo un problema di propaganda elettorale. C’è un “think-tank” di pseudo-intellettuali “neo-con” – ma sarebbe meglio dire “neo-fasc” – che stanno da tempo deformando sistematicamente la storia e la memoria. Per es. la Rosa-Alberoni-teoria secondo la quale Marx avrebbe scelto come classe di riferimento quella dei proletari perché sarebbe quella che fa più figli… Ma andiamo!

    Non credo quindi che la colpa sia tutta della generazione dei trentenni o giù di lì. Viviamo in un regime, intrinsecamente fascista, in cui la memoria viene annullata e sopraffatta dal bisogno per i più deboli e dalla vacuità di pensiero televisivo per i meno deboli. Al di sopra ci sono i potenti, cioè quelli che guadagnano denaro sonante dal “fare politica” e dal fare i “sottopanza” della politica (cioè i sindacalisti, gli opinionisti, ecc.). Questa è la vera distinzione di classe dell’epoca attuale.

    Che fare? Difficile dirlo. Non credo comunque che i partigiani toscani del 1944 abbiano sbagliato ad ammazzare Giovanni Gentile.

  9. tashtego il 29 marzo 2006 alle 10:48

    Dal post di Raimo, che tocca molti temi, estrapolo questa frase:
    “…bloccati nel trasformare il disincanto in rabbia, disillusi nel trovare una forma di condivisione che non sia rispecchiamento.”
    Questa cosa mi pare vera e non riguarda solo il manifestarsi di una “generazione” nella scrittura, ma si estende drammaticamente alle sue modalità esistenziali, al suo modo di percepire e percepirsi nel disagio di un mondo ostile e non comprensibile, ma soprattutto privo di una sua contro-lettura credibile, condivisibile, abbracciabile, affermabile e perciò stesso capace di agire nella scrittura, sulla carta.
    Ieri sera guardavo in DVD la copia restaurata di *Cronaca di un amore*, di Michelangelo Antonioni, film del 1950 (!) e vi notavo la resa poetica di una visione del mondo e della società di allora che era pur sempre fortemente “ideologica” e tuttavia utilizzata solo per definire i contorni delle figure che vi agiscono, non per fare banali corto circuiti propagandistici.
    La visione ideologica serviva allora ad Antonioni come strumento e non come fine.
    Ma anche tra le molte altre cose serviva come probabile conforto interiore, come forza strutturante della rabbia.
    Si noti bene: quel film non parla di poveri e di classe operaia, parla solo di ricchi.
    Credo che le difficoltà attuali abbiano a che fare con la sfiducia di una generazione nella capacità di costruire un’interpretazione del mondo che paia più vera di quelle che si rifiutano.

  10. r.r. il 29 marzo 2006 alle 10:54

    ecco la natura più infima del blog (letterario). che così si avvicina ai blog dei ragazzini isterici o delle ragazzine under 18 che parlano delle loro caccole private. niente da dire.

    o meglio: ho letto desiati (2 su 3…). nessuna vocazione alla pubblicazione (appunto, la pazienza). nessun discorso stretto stretto e gretto su desiati e su nuovi argomenti. forse un invito ad una più ampia riflessione.

    ma l’avete letto, tra le righe, raimo? perchè non parlare e replicare su ciò chedice lui e, confusamente, ho tentato di dire io in merito alle sviste della crit. lett. ‘generazionale’, agli scrittori ‘generazionali’, all’ ‘anemia’ di prove che tentano di affrontare NON obliquamente il reale, senza scadere, cito r., nel tono ‘quasi cronachistico, esplicito/denunciante fino al didascalismo, con i nomi veri, i tic, le piccolissime mode, le esperienze minori, la scempiaggine, i prezzi delle cose, la quotidianità più inutile, la lingua più impastata’ dell’oggi? …. copia inutile dell’inutilità dell’oggi, come la sterile risposta di wrangler è la copia sbiadita e scontata di una polemica risposta ad un tentativo, modesto, di aprire un ‘dibattito’ e una polemica…

  11. Giancarlo Tramutoli il 29 marzo 2006 alle 11:04

    I B52, (come nella freccia del tempo di Amis), forse sono quegli aerei che passando risucchiano le bombe sganciate dai B25…
    PS
    Invece nel libro di Veronesi, “Vente venite… “, erano giusti?

  12. r.r. il 29 marzo 2006 alle 11:10

    il fatto di NON aver ANCORA letto il libro di desiati, caro wrangler (ma davvero dobbiamo ridiscendere alla superficie della polemica baricco-ferroni-citati?), è poi l’indiretta prova provata dei frenetici meccanismi pubblicitari, tutti organici al ‘sistema’, anche se apparentemente ad esso antagonisti, che governano (anche) la ‘giovane’ critica sui ‘giovani’ scrittori. questione eterna, certamente. il lancio preventivo di un prodotto, di una merce. ma mi interessava aprire uno spiraglio su come si promuovono intensamente giovani autori per poi retrocedere sui propri passi e rendersi conto che quelle voci su cui si puntava si rivelano, in realtà, armi spuntate.

    non mi sembra poi che il discorso possa esaurirsi nel riproporre il tema del ‘regime fascista’ nel quale viviamo (a student), e che motiverebbe, ripeto, questa anemia di risultati IN letteratura del nostro tempo. più opportunamente, tashtego parla di una difficoltà ‘generazionale’ nello scartare IN letteratura dall’immaginario e dai piagnistei correnti. quindi, è un discorso generazionale. della critica e degli scrittori ‘ trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi’ (raimo: perchè da lì, wrangler, dovresti partire, se vuoi…).

  13. marco mantello il 29 marzo 2006 alle 13:04

    Il tuo richaiamo al modello ´superato´ dei padri da uccidere, imitare o vendicare mi suona (per l´appunto) ´familiare´. Come sai e´ un tema che tratto spesso, c´e´ anche in un prosimetro nuovo che ti avevo spedito per scambi di impressioni. Sono contento se la lettura de ´Il sangue dei vincitori´ abbia eventualmente contribuito a farti prendere una posizione o comunque, nel caso non avessi notato la somiglianza ´tematica´o proprio non avessi letto quel prosimetro, sono contento di condividere con te l´abusatissimo concetto di inconscio collettivo con due versi che se non ricordo male stanno la´dentro. Per me sono molto attuali e rappresentativi della condizione di molti trentenni che conosco. I versi suonano piu´o meno cosi´: ´Bruceranno i loro padri/o i nemici dei loro padri´. La tua idea di disincanto generazionale, piu´che con il fuoco, puo´essere espressa con il ghiaccio: ´Fredderanno i loro padri/o i nemici dei loro padri´. O magari imiteranno i fratelli maggiori, o ignoreranno il problema dell´identita´, che in Italia e´un problema enorme. Non lo so, non ho letto questi libri ma conosco due dei tre autori (Giordano Tedoldi e Mario Desiati) e a proposito della loro scrittura non mi sento di sottoscrivere del tutto il modello generazionale che in qualche modo gli costruisci sopra. Soprattutto quella contrapposizione che fai fra disincanto/ricerca della verita´attraverso la lingua e massa di semplici osservatori/vittime di un realta´che va per i cazzi suoi, insomma, quantomeno per la poesia non ci siamo: la poesia per me e´osservazione della realta´, anche iperbolica, anche teatrale, ci deve essere il senso del ´distacco´, dell´estraneita´, anche a rischio di risultare snob. E´il prezzo della sincerita´. Bisogna essere ´sinceri´ , in poesia, con la stessa lucidita´con cui secondo me si deve essere ´falsi´ in prosa, per scrivere un buon romanzo. La poesia, paradossalemnte, la concepisco come una forma di distanza da quello che osservi, quando non finisci di scriverlo per intero sul rigo e vai accapo prima. Su questo punto, personalmente, non mi sento rappresentato dalle tue opinioni sulla ´generazioen dei trentenni´(a parte che anche sul concetto di ´generazione´ci sarebbe da discutere). Sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli autori dei romanzi che citi, nonche´ altri trentenni, magari e´solo un problema personale e non la percezione di un diverso tipo di malessere da ´coetaneo´, che nella tua analisi, a mio avviso, non emerge o meglio e´liquidato in due righe. Un saluto. Ciao.

  14. Mara il 1 aprile 2006 alle 19:59

    massì, Desiati scrittore?



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