A Gamba Tesa/ Andrea Di Consoli

30 marzo 2006
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disegno di Fulvio Capursoimmagine di Fulvio Capurso

S’impara qualcosa da tutti. Da tutti quelli che ti parlano. Anche da chi ti fa del male. Anche da chi sta chiuso in casa, rintanato, lontano dagli uomini. S’impara qualcosa anche da chi non conosciamo (per esempio lo struggimento di volerlo conoscere, quell’uomo sconosciuto). Bisogna avere coraggio, per imparare. E anche per insegnare, bisogna avere coraggio. Viviamo un tempo in cui tutti vogliono fare gli allievi, perché fare i maestri significa disfarsi un po’ di se stessi, e quindi imparare a morire. Mi piacerebbe, un giorno, insegnare quello che ho imparato. Anzi, già insegno, a chi ne sa meno di me, le mie acquisizioni. Ho le idee chiare, su questo. Non sono un giovane scrittore. Non li temo, quelli più giovani di me. Non ho paura di invecchiare. Sono già vecchio. Mi assumo la responsabilità di indicare, a chi mi sta intorno, piccole rotte, mappe, gusti. Detesto quelli di quaranta o cinquant’anni che ancora mendicano un maestro. Di questi paurosi detesto l’individualismo mascherato di timidezza, la mancanza di generosità, la paura di rischiare, la necessità di nascondersi sotto l’ala rassicurante del potente di turno. Io imparo da tutti. Ma questo è normale. Piuttosto ho deciso d’insegnare quello che so, senza salire sulla spalla di un gigante generoso. I giganti non m’interessano. Li ascolto. Ma da pari a pari. Se qualcuno non mi sta bene, esco dalla porta e tolgo il disturbo. Non ho paura di nessuno. Non cerco padri. Ne ho già uno, di padre, e per me è il migliore della terra. Bisogna saper imparare da tutti. Ascoltare ogni discorso, con le mente ben aperta. Mi fanno ridere quelli che hanno mitizzato un maestro: di solito o ne sono rimasti schiacciati o lo hanno avversato con rancore. Io sono per la pluralità degli insegnamenti. Per la pluralità dei metodi e dei pensieri. Sono, della mia generazione, lo scrittore più vecchio di tutti. Mi sento di cento anni. Detesto la giovinezza che dura oltre i diciotto anni. Ho un sacco di difetti, lo ammetto. Ma rubrico tra i pregi la generosità di condividere con gli altri le mie cose. Di vedere gli altri superarmi in bravura e in riuscite di lavoro. Non bisogna solo imparare a imparare. Bisogna innanzitutto imparare a insegnare. In questo vorrei che la mia generazione fosse diversa. Vorrei che tramontasse definitivamente la stagione dei quaranta-cinquantenni che stanno marcendo nella prudenza, nella giovinezza protratta all’infinito, nella fiacca delle non-posizioni. In una parola: nel relativismo, che decade solo quando c’è da ottenere qualche misera commessa dal mondo dei giganti. Così, del proprio lavoro, non rimarrà nulla, neanche l’eco. Insegnare significa provare la vertigine di disfarsi di se stessi, cioè di morire. Significa indicare rotte, ben sapendo che quanto più sono precise e chiare, queste rotte, tanto più potranno essere contestate e superate. Per quanto mi riguarda, invertirei il problema: anziché almanaccarci sui buoni o i cattivi maestri, sarebbe interessante capire quanti di noi abbiano veramente il coraggio di ‘ergersi’ a maestri. Sì, con sicurezza. Con passione. Con coraggio. Rischiando qualcosa, quando si apre bocca. Senza marcire nel triste e misurato epigonismo dei giorni nostri, alibi perfetto per vivere una vita mediocre, senza infamia e senza lode.

pubblicato su Sud (numero dedicato ai maestri)

27 Responses to A Gamba Tesa/ Andrea Di Consoli

  1. quadreria il 30 marzo 2006 alle 15:02

    Vi abbiamo linkato in quadreria.com!

  2. arminio il 30 marzo 2006 alle 16:17

    caro andrea
    io come paesologo mi atteggio a maestro e non posso fare altro, anche perché sono il solo che conosco in grado di fare ciò che faccio. insomma, condivido il tuo pezzo.

  3. Alfio il 30 marzo 2006 alle 17:16

    E, di grazia, Maestro Di Consoli, cosa insegna Lei? Cosa si sente tanto di sicuro di poter insegnare?

  4. lagonero@tiscali.it il 31 marzo 2006 alle 10:15

    “Io sono per la pluralità degli insegnamenti. Per la pluralità dei metodi e dei pensieri” che profondità di pensiero, nevvero. una teoria radicale e così ben esposta. questo, come si chiama?, di consoli, farà carriera. così giovane (?) e già così trombone.
    gli fa eco l’ottavino sfiatato armino: “io come paesologo mi atteggio a maestro e non posso fare altro, anche perché sono il solo che conosco in grado di fare ciò che faccio”. è vero. è il solo capace di dire una cosa simile. grottesco puro. ma ancopra non gli hanno dato il nobel eccheccazzo! o visto che autore, pensate un po’ di un documentario (2 o 3?, come non li avetre ancora veduti, ma allora siete dei grantignorandi) gli diano almeno un oscar. sembre se si degna di andarselo a prendere che lui, tra una poesia e un menè è molto imbegnato.
    comunque un duetto davvero memorabile!!!

  5. lagonero@tiscali.it il 31 marzo 2006 alle 10:16

    una poesai e un menù. nevvero!!!

  6. tashtego il 31 marzo 2006 alle 11:32

    “…sarebbe interessante capire quanti di noi abbiano veramente il coraggio di ‘ergersi’ a maestri”.
    Invece questo pezzo è bello, perché complesso e contro-intuitivo.
    L’invito è: cominciare a considerare se stessi, non più solo come ambiti di ricezione, cioè come soggetti discenti in una catena di autorità magistrali riconosciute, ma anche, e soprattutto, come emittenti capaci di irradiare saperi dei quali farsi, per così dire, responsabili.

  7. francesco forlani il 31 marzo 2006 alle 12:05

    Caro Tashtego in poche battute hai riassunto tutto quello che ho provato quando ho letto per la prima volta il testo, per Sud, e che ho riprovato quando ho deciso a distanza di tempo di postarlo su NI.
    Dovremmo trovare tutti quel coraggio, chi più chi meno, che si sia quarantenni o cinquantenni, perchè solo decidendo cosa valga la pena trasmettere a qualcun altro, ci si rende conto di quello che abbiamo (o che ci resta).
    effeffe

  8. Giorgio Cini il 31 marzo 2006 alle 12:09

    Il punto, Tashtego, è che non si può riempire il presunto vuoto (di maestri o che altro) sparando insulsaggini. Il tuo commento che tenta di salvare il salvabile mette ancora più in chiara luce la pretestuosità presuntuosa di Di Consoli. A me pare che siamo fin troppo bombardati da “falsi” maestri, perché dovunque ti giri c’è qualcuno pronto a darti una lezione di questo e di quello, a fare l’esperto o scienziato magari soltanto perché possiede una “tecnicuccia”. Di Consoli incarna il puro spirito berlusconiano-bushiano-scientista dei tempi: farsi grandi, in qualche maniera, con l’ausilio di un po’ di mestiere. Spararle grosse, quindi, dove coglio, coglio.
    La verità nascosta, invece, è un’altra: questa è un’epoca che di maestri non sa che farsene, purtroppo. Di VERI maestri, intendo, di quelli che il Talmud dice che bisogna temere e onorare. Il VERO maestro dovrebbe far paura, non pena, come gli sconsolanti smanettamenti egotistici di qui sopra.
    Giorgio C.

  9. tashtego il 31 marzo 2006 alle 12:48

    @giorgio
    Farsi maestri non vuol dire cominciare a “fare lezione”, significa cominciare a “dire”, al di fuori delle catene filogenetiche sapienziali.
    Non vuol dire egotismo, ma, al contrario, significa esporre ed arrischiare l’ego, invece di preservarlo al calduccio del silenzio, al riparo dei maestri riconosciuti e conclamati.

  10. francesco forlani il 31 marzo 2006 alle 13:56

    @Giorgio
    non riesco proprio a leggere in questo testo quello che tu noti.
    tanto più che il testo comincia così:

    “S’impara qualcosa da tutti. Da tutti quelli che ti parlano. Anche da chi ti fa del male. Anche da chi sta chiuso in casa, rintanato, lontano dagli uomini. S’impara qualcosa anche da chi non conosciamo (per esempio lo struggimento di volerlo conoscere, quell’uomo sconosciuto”

    atteggiarsi a maestri così tanto per fare non è nelle corde di questo testo, nè in quelle mie. La prima cosa che dalle nostre parti (arcipelago di visioni del mondo che abitiamo) dovremmo imparare a fare è saper distinguere tra quelli che ci parlano, tra quanti ci sono vicini e quanti no.un saluto

    effeffe

  11. Woody Allen il 31 marzo 2006 alle 16:21

    «Fino all’anno scorso avevo un solo difetto: ero presuntuoso.» Woody Allen

  12. Giorgio Cini il 31 marzo 2006 alle 18:40

    Se è per questo, si imapra qualcosa, anzi di più, anche da chi sta zitto, non solo da quelli che parlano e straparlano, e anche dalle bestie, dalle piante, e così via. Il punto, quindi, non è questo. Il testo di Di Consoli cerca di provocare, ma, ripeto, risulta infine semplicemente schiacciato sulle proprie mancanze, sulle proprie parole che girano a vuoto.

  13. andrea di consoli il 1 aprile 2006 alle 18:36

    Cari amici, con sorpresa ho riletto questo pezzo, scritto più di un anno fa. Ringrazio Franco Arminio e gli altri che hanno capito il pezzo, che non era affatto presuntuoso, o almeno non voleva esserlo. Ridurmi poi a un “bushiano” credo non sia meritevole di risposte. Io, semplicemente, volevo dire che sono stanco di tutti questi quatanta/cinquantenni “portaborse”, di tutti questi adulti che si atteggiano ancora da giovani. Volevo solo dire, non so perché, che ero fiero del mio essere vecchio. Tutto qui. Saluti a tutti.

  14. arminio il 1 aprile 2006 alle 21:27

    caro andrea
    ti lascio la mia mail. così parliamo della vecchiaia nostra e dei nostri luoghi.
    farminio@libero.it

  15. Giorgio Cini il 2 aprile 2006 alle 09:49

    La conferma del tuo “berlusconismo-bushismo-scientismo”, Maestro Di Consoli, è tutta qui, anche in quest’altra replichetta, in cui, con tipico stile da “sterminatore di massa”, ossia da giornalista urlatore, metti al bando almeno un paio di generazioni, guardandoti bene – ovvio! – dal fare nomi e cognomi. Mica sei fesso, tu! Se hai coraggio, e se vuoi davvero dimostrare di non essere quello che sembri, sii preciso e dettagliato, e se non vuoi fare nomi, fai almeno riferimenti culturali chairi. Altrimenti, per favore, sollevaci dalla tua mesta maestria che si atteggia alla decrepitezza insieme a questo signor A. qui sopra, e taci.

  16. furlen il 2 aprile 2006 alle 10:24

    carissimo Andrea grazie per il tuo intervento e soprattutto grazie per il testo che ci hai dato per sud un abbraccio.
    effeffe
    non trovo più la tua mail, me la puoi scrivere francesco.forlani@wanadoo.fr? volevo chiederti una cosa

  17. db il 2 aprile 2006 alle 14:24

    mentre l’anarchia nega l’arché-potere, l’ubarchia lo vuole ovunque, come fenice. La cosa è semplicissima se si pensa a un parco (americano magari): bene, lo scagnello è l’arché. se nessuno ci sale sopra a parlare (da capo, maestro ecc.), abbiamo l’anarchia. Se uno se lo tiene sempre per sé, la monarchia ecc. L’ubarchia è che tutti velocemente a turno salgono-scendono (questo anche a letto).
    Forse sbaglio, ma qui ci sono diversi ubarchici, a cominciare dal postante.

  18. andrea di consoli il 2 aprile 2006 alle 19:17

    Caro Franco (e, di rimando, cari Tashtego e Francesco),
    ti scriverò presto, anche perché questi attacchi così colmi di odio, così feroci, non m’interessano. Per come sono abituato io a discutere, mi sembrano attacchi allucinanti, risentiti. Caro Franco, a un certo punto ci mettono insieme in un’accoppiata (noi che neanche ci conosciamo di persona!). sappi solo che sono appena tornato dal lago Sirino, quindi puoi capire con che stato d’animo legga questi attacchi.

  19. Giorgio Cini il 2 aprile 2006 alle 20:14

    E adesso anche la litania dell'”attacco”, della persecuzione “feroce” e dell'”odio”… quando è chiaro a tutti che qui si son mosse solo delle critiche a una posizione intellettuale anodina e inutilemnte provocatoria, senza ottenere alcuna risposta in cambio. Ma non mi scandalizzo, era tutto prevedibilissimo: Berlusconi, con i suoi piagnistei, ha davvero fatto più scuola di quello che pensiamo.

  20. arminio il 3 aprile 2006 alle 09:12

    caro andrea, caro francesco,
    direi che il tema merita di essere approfondito. forse è la parola “maestro” che crea equivoci. mi pare che in questi tempi di autismo di massa ognuno è un pò il maestro e l’allievo di se stesso.

  21. francesco forlani il 3 aprile 2006 alle 09:54

    Carissimo Arminio, questo era l’editoriale firmato collettivamente per quel numero di Sud dedicato ai maestri. Ci sono degli spunti che secondo me restano interessanti anche grazie ai contributi di scrittori come Andrea

    Tutte le riviste hanno numeri da mostrare a lettori, si spera, impazienti. C’è il numero del mago o della donna barbuta, c’è quello dei domatori e c’è quello del funambolo. Che in punta di piedi attraversa il baratro, e perdendo l’equilibrio, giunge all’altro capo della corda tesa. La gente, quasi inconsciamente, vorrebbe vederlo cadere, ma se riesce nel guado è proprio per onorare il pubblico.
    Il numero due (tre, con lo zero) di “Sud” è dedicato ai maestri. Perché la condizione esistenziale dominante dei nostri tempi si ritrova forse nel sentirsi orfani. A tratti sembra di vivere in un enorme brefotrofio. Di maestri in giro non se ne vedono: quelli che ci sono non stanno troppo bene (per parafrasare Groucho) o se ne sono andati via già da un bel pezzo. All’idea della morte di Dio è seguita, debitamente, la percezione della morte del maestro. L’abdicazione alla responsabilità, il rifiuto dello stesso concetto di influenza percepito come minaccia allo sviluppo della personalità – ma gli allievi della Scuola di Barbiana si vantavano di essere ‘influenzati’ dall’educatore – hanno mostrato la deriva di una società priva di maestri, producendo una generazione orfana di figli, costretta a chiudere le scuole per mancanza d’iscritti.
    In questi nostri tempi, statura morale (non meno di disciplina interiore, del resto), con quanto ne deriva, non è espressione politically correct. Eppure, nonostante tutto, in modi spesso poco appariscenti o simbolici, sembra proprio che ancora in molti si sentano orfani e vivano alla perenne ricerca di un punto di riferimento. E di ciò non si può fare una colpa a nessuno.
    Va altresì detto che nell’era dell’evanescenza di questa figura, molto del maestro sopravvive nel mastro. Dal punto di vista linguistico, Mastro è già qualcosa in meno di Maestro: sparisce una vocale, aumenta il peso dei ruvidi suoni consonantici, si torna verso quelle che, nelle lingue semitiche, sarebbero le ‘radici’ del termine. Per sottrazione, la figura del mastro custodisce ed esalta le qualità essenziali della relazione pedagogica, non ancora inquinate dagli orpelli dello status e dalla cristallizzazione di un ceto di ‘maestri’. E sarà il tempo a decidere se i mastri daranno vita alle maestranze, risorse attive nel progresso sociale, o a mostri destinati alla solitudine del vaniloquio.
    Il mastro è colui che si fa portatore di un sapere essenzialmente pratico da trasmettere per apprendistato, a volte per iniziazione: il «miglior fabbro» di dantesca memoria o la più dimessa figura di Geppetto, che si appassiona alla materia manipolata fino a riconoscerne l’autonomia e il diritto alla vita. Non la gamba di un tavolo, ma un burattino da amare come un figlio. Ancora loro…
    Il sapere del mastro comporta una trasmissione in verticale che si costituisce in quanto tecnica, maestria, mestiere. Ma è solo il possesso e l’esercizio del mestiere che autorizza la sua trasmissione, non l’aristocrazia del ruolo o la gelosa salvaguardia dei suoi emblemi. È la trasmissione delle competenze, prendere il tempo di spiegare senza spazientirsi: è precisione, lavoro fatto ad arte.
    Nella bottega dell’artigiano, foss’anche Michelangelo (che tuttavia amava definirsi un semplice ‘dipintore’), la gerarchia tra mastro e apprendista si dissolve di fronte al compito da eseguire che riconosce un solo valore: quello dell’abilità, del tocco, della maestria che a volte può rivelarsi anche nel colpo di martello fortunato o geniale del garzone.
    Il lato positivo è la cura, la passione del mestiere, che si travasa nell’oggetto d’artigianato e che rende proficua la comunicazione tra il mastro e l’iniziato, in quanto colui che impara per imitazione porterà all’oggetto uguale o – auspicabilmente – superiore intensità qualitativa. Insomma, il mastro e l’apprendista entrano in comunicazione in quanto individui complessi attraverso l’oggetto che entrambi contribuiscono a forgiare. L’eredità che l’apprendista ha in dono è in questo senso ineguagliabile: l’autorevolezza del mastro elude ogni pericolo di integralismo dell’autorità. Come dice Muñoz nel suo racconto, è l’autorevolezza del maestro, e non la sua autorità, che fa la differenza. Il pericolo è quello di dimenticare che l’educazione non si svolge solo al livello cognitivo, ma prevede anche (sempre) il coinvolgimento delle sfere emotive e affettive dei due partecipanti alla dialettica educativa. Il rischio che questa struttura di potere implica va ricondotto, in definitiva, al medesimo, più generale, che lo sviluppo ipertrofico della tecnica ha comportato per la cultura occidentale: nel fare vengono sublimate le correnti di potere che scorrono tra il soggetto portatore di sapere e l’iniziato, ma la sublimazione resta pur sempre un meccanismo di difesa.
    Il nostro modo di vedere il lavoro di rivista prova nel concreto a farsi laboratorio di un modo diverso di vivere la vacanza del ‘soggetto supposto sapere’. All’incirca, potremmo invocare la pur asettica espressione di ‘magistero orizzontale’: ciascuno si pone all’ascolto dell’altro con la medesima dedizione che si porta a un maestro, con lo stesso senso critico che si richiede al proprio discepolo per non abusare del potere che si incarna. Ecco: vorremmo che il secondo numero di “Sud” si interrogasse su questo mistero: è questa un’epoca di fine dei maestri? Se sì, è vero che questa assenza si tramuta in una cattiva rimozione (il mostruoso dei buoni maestri) che nasconde, in definitiva, la frustrazione del desiderio? Ci chiediamo se sia possibile, dunque, correggere le aspettative e cercare un maestro secolare nel compagno di strada, con cui costruire un rapporto continuamente sottoposto a verifica ma finalmente libero, paritario. Come faremmo con uno di noi, insomma.

  22. arminio il 3 aprile 2006 alle 11:59

    caro francesco,
    bel pezzo. ovviamente apre tante questioni piuttosto che chiuderle.
    qui ti devo anche confessare che io la rivista sud non l’ho mai vista e mi piacerebbbe entrarci in contatto in qualche modo.

  23. db il 3 aprile 2006 alle 16:08

    il pezzo di effeeffe è in piena sintonia col post, il quale già di suo si spiegava benissimo. interessante come sia stato recepito da alcuni. hegel diceva che a differenza dall’antica grecia, ora i discepoli non sono vergini-vuoti, ma pieni di pregiudizi. dA QUESTO PUNTO DI VISTA, IL VERO MAEStRO SAREBBE NON CHI AGGIUNGE-VERSA SAPERE (TEORICO O tecnico che sia), ma chi toglie (i pregiudizi appunto), e lascia un vuoto che è anche la fine del maestro. a ciò l’ubarchia affianca la possibilità di una maestranza reciproca (ma mai in contemporanea)

  24. db il 4 aprile 2006 alle 08:27

    @Di Consoli

    Mi ricordo che il nostro discorso fu interrotto da una sirenache correva lontana chissà dove. Io ebbi paura, come semprequando sento questo suono penso a qualcosa di grave e non mi rendevo conto che per me, per te, Arminio e Forlani non poteva accadere nulla di più grave del nostro lasciarci allora come ora. La maestranza sai è come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama…

    db

  25. A. P.Massara il 4 aprile 2006 alle 14:40

    Andrea Di Consoli…le volevo solo dire che “Shakespeare” è uno dei racconti più forti che abbia mai letto. Per dirla con un espressione di Hemingway, è “la punta di un iceberg”.

  26. p.p.p. il 4 aprile 2006 alle 21:57

    Di Consoli, bando alle amarezze e alle ciance variamente assortite: il tuo pezzo è molto bello, ben scritto, un invito alla riflessione seria, motivato e profondo. Sono i retropensieri fintamente argomentati a stimolare bisogni fisiologici, non certo il tuo scritto. Grazie anche per il gran bel libro che mi hai dato modo di leggere.

  27. andrea di consoli il 5 aprile 2006 alle 11:10

    Grazie per quello che dite. Se vi va, potete scrivermi. Mi fa piacere conoscervi. Saluti. Andrea



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