Gli anni di piombo, Berlusconi, la lingua

30 marzo 2006
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

[è una riflessione condotta a partire da questo pezzo di Marco Mancassola. a.r.]

L’esempio degli anni di piombo

Proviamo ad andare un po’ indietro. Pure gli anni di piombo sono stati molto grevi. Certo più grevi del periodo attuale. Anche proprio dal punto di vista della lingua. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani di allora, a cominciare dal Corriere della Sera: un clima e un linguaggio di guerra. Una violenza ripetuta e diffusa, incalzante, ma soprattutto una capacità analitica ridotta ai minimi termini, un’arresa ottusità di fronte agli avvenimenti, un fosco aggrapparsi alle frasi fatte, trasudanti ancora più foschi echi storici e proiezioni ideologiche, un’incapacità appunto della lingua di prendere le distanze dalla violenza stessa. Magagne tipiche dei periodi di guerra. [non sto qui teorizzando che in Italia c’è stata in quel periodo una guerra civile, intendiamoci: sto solo dicendo che i quotidiani di allora – per scrivere un mio romanzo recentemente li ho ripresi in mano – riflettono un grevissimo e scioccante clima di guerra.]

Nessuno scrittore ha saputo, a caldo, parlare in modo efficace di quegli anni. Nessuno scrittore è stato in grado di trasformare quella materia intrinsecamente romanzesca – il primissimo esempio che mi viene in mente, ma le fonti di ispirazione potrebbero essere centinaia e centinaia: la vicenda di Mara Cagol – in buon romanzo. Perché? Probabilmente perché nessuno aveva la distanza necessaria. Detto altrimenti: le rappresentazioni che dominavano non lasciavano spazio a nessuna visione visceralmente “nuova”, “altra”, “epifanica”, a nessuna di quelle diverse e non univoche visioni che inevitabilmente soggiacciono a un qualsiasi riuscito romanzo, si voglia esso più o meno mimetico nei confronti della realtà. Rovesciando la cosa: nessun narratore è riuscito a forare la convenzionalità delle interpretazioni – di tipo non narrativo – che andavano per la maggiore, dei silenzi e delle omertà che le avvolgevano e le completavano. I narratori del periodo immediatamente successivo – gli anni 80 – hanno parlato d’altro: di intimità, di trasgressione giovanile, di viaggi. Il loro orizzonte era la narrativa anglosassone. Come non vedere una rimozione?

Ma perché non abbiamo – non ancora, in ogni caso, sebbene negli ultimissimi anni un certo numero di testi (ho in mente un saggio di D. Paolin) si siano cimentati – un grande e riuscito romanzo sugli anni di piombo, un romanzo che aggiunga qualcosa di radicalmente nuovo a quello che già sappiamo, che sfati i nostri pregiudizi? [per intenderci: la visione radicalmente nuova – di un fenomeno di cui già si conosceva l’esistenza – che ci è venuta da Chalamov]. Perché quello che è pressoché unanimemente considerato l’unico esempio di romanzo riuscito (Gli invisibili, di Nanni Balestrini) adotta un registro grottesco-comico, con le inerenti scappatoie e scivolose omissioni che tale registro permette? Perché ancora adesso – a distanza di un quarto di secolo – è estremamente difficile, visto che nella società non c’è stato un vero e profondo dibattito in materia, e che i nodi non sono stati sciolti, uscire dagli stereotipi, anche meramente linguistici, che tuttora imperano. E’ impossibile scrivere di quell’epoca senza prima sbarazzarsi delle interpretazioni convenzionali che la nostra società ha su di essa, senza ricucire in modo originale i fili della storia e delle reazioni psicologiche, senza crearsi degli strumenti linguistici idonei per farlo. E forse la spiegazione è ancora più vertiginosamente pedissequa: i protagonisti stessi, quegli stessi che hanno ammazzato e sono stati ammazzati, che hanno sofferto, da un certo punto di vista non sono esistiti al di fuori dagli stereotipi della cultura italiana dell’epoca, dall’impressionante impoverimento della lingua di quel periodo. Questa è la sensazione che si ricava leggendo per esempio le interviste di Manconi (il Mulino, 1995) a una decina di protagonisti della prima ondata di violenza. Un romanzo sugli anni di piombo dovrebbe allora essere un romanzo – bucando la superficie opaca degli stessi luoghi comuni – sugli stereotipi culturali dell’epoca, sull’involuzione della lingua. Sui sogni insurrezionali della sinistra, sulle tentazioni autoritarie e neofasciste della destra, sulle loro rappresentazioni simboliche e linguistiche, sulla loro complessa dinamica. Questo romanzo è ancora da scrivere. Forse non verrà scritto mai.

Una realtà difficilmente romanzabile

Gli anni di piombo sono solo un esempio – forse uno dei più rivelatori, ma non certo l’unico – di un tema specificatamente italiano che a rigore di logica si presterebbe a essere romanzato, e che invece dal punto di vista letterario non ha prodotto quasi nulla. La realtà italiana – ma si farebbe meglio a dire le rappresentazioni imperversanti delle diverse sfaccettature della realtà italiana – sembrano opporre una resiliente resistenza ad ogni tentativo di non scontata trasposizione letteraria. Eppure la società italiana attuale è in fondo per molti aspetti molto romanzesca. Nello spazio di due o tre fulminee generazioni da contadini poveri siamo romanzescamente diventati piccoli e medi, e in certi casi grandi, borghesi. Ma nello stesso tempo sacche di povertà e di arretratezza persistono incontrastate. Gli immigrati muoiono sulle nostre coste, si battono per sopravvivere e per farsi uno spazio, inoculano lingue e culture. Rozze masse xenofobe abitano le nostre città e campagne, sono rappresentate in parlamento, farneticano alla luce del sole. Nella nostra società del sud dettano legge la mafia e la camorra, spesso in combutta con la politica. A Roma impera il romanzesco, per non dire stendhaliano, Vaticano. La nipote di Mussolini si lamenta in televisione dei torti subiti dalla propria famiglia. Romanzeschi scandali finanziari con risvolti sentimentali e famigliari agitano le nostre cronache. La più grande industria nazionale è tuttora in mano a una romanzesca famiglia. Per cinque anni abbiamo avuto uno dei più romanzeschi – questo bisogna concederglielo – capi del governo che si possano immaginare, accompagnato da una delle più romanzesche compagini. Abbiamo partecipato, seppure da gregari, alla guerra nell’ex Yugoslavia e in Irak. In pochi decenni abbiamo devastato il nostro paesaggio con un espressionista accanimento che non ha pari nell’Europa occidentale. I nostri calciatori sono belli e estroversi e si accoppiano con romanzesche vallette. Altri calciatori fanno il saluto nazista prima di cominciare la partita. In una regione del nostro stato vige un sistema di quote etniche, la minoranza di lingua italiana è sempre più sulle difensive, e succedono cose molte strane. E si potrebbe andare avanti. Tutto questo materiale storico e sociologico e umano, questa commistione di postmodernità e di atavici arcaismi, è intrinsecamente romanzesco. Eppure molto raramente riesce a diventare romanzo, buon romanzo. Diventa romanzo di genere, più spesso. Diventa reiterazione – o quasi – delle banali stilizzazioni televisive, delle consensuali percezioni che fanno la parte del leone.

Il problema, e non penso necessariamente a dei testi realistici, è la difficoltà a trovare, tema per tema, caso per caso, delle trasposizioni che scardinino il conformismo delle rappresentazioni “dilaganti”, pervasive, consensuali, totalizzanti, le quali congelano e banalizzano e univocizzano questa realtà di per sé tutt’altro che monolitica e priva di sfumature. Il problema è trovare delle lingue adatte a veicolare queste trasgressive percezioni, passando tra le maglie della conformata indigenza della cultura italiana. Il problema è, come dice giustamente Mancassola parlando del presente (qui), linguistico. Recentemente qui su Nazione Indiana ho provato a sostenerlo, e mi sono ritrovato mio malgrado (il che secondo me è molto rivelatore) nel ruolo di chi perora la causa della ricerca e della sperimentazione linguistica, perpetuando così uno storico vizio della letteratura italiana. No, parlavo della difficoltà che hanno gli scrittori italiani contemporanei a costruirsi una lingua che permetta una trasposizione non stereotipata – e liberata dalla zavorra dei vari conformismi – del ricco materiale di cui sopra. Di farlo possibilmente all’infuori dei generi, della loro intrinseca scontatezza. Sostenevo qualcosa di molto simile, mi sembra, a quello che dice adesso Mancassola nel suo bellissimo intervento.

L’Era della Dentiera Parlante

Mancassola ha perfettamente ragione: (anche) quello presente è un periodo per l’Italia estremamente greve. Per chi come me viene solo saltuariamente in Italia, la cosa è ancora più evidente. Quasi scioccante, direi. Anche la lingua, la lingua per così dire “dominante”, ne risente. La lingua stereotipata e vuota di senso che infuria dalle televisioni, dai manifesti elettorali, su molta stampa. Ma anche tantissima gente, la più diversa, negli ambienti più disparati, è ripiegata su se stessa, rassegnata. E’ senza parole. O al meglio, come dice Mancassola, si esprime con una “lingua di desideri, di frustrazioni, di rimpianti”.

Senz’altro la Dentiera Parlante è responsabile anche di questo. E’ responsabile per il proprio gretto e interessato dominio sui mezzi di comunicazione, che ha impedito ogni forma di confronto, di crescita, di rispetto per le differenze, di polivalenza culturale. Responsabile per l’impoverimento autoreferenziale del linguaggio televisivo e per le sue ricadute sulla vita dei cittadini. Responsabile per l’astioso e umiliato trinceramento di difesa nel quale ha relegato la stampa meno compromessa, gli intellettuali più aperti, tutte le persone con un minimo di spirito civico. E su un piano più generale è responsabile delle conseguenze del suo miope e venale sistema di potere sulla scuola, sulla ricerca, sul cinema, sulla cultura in toto. Sul costume. Un degrado prima di tutto linguistico.

Mancassola sembra però in un primo tempo identificare, se capisco bene, l’italiano con il linguaggio dei media, con la lingua dei politici e delle vedettes mediatiche strombazzata e scimmiottata dai media stessi in un autoreferenziale circolo vizioso. Lingua che effettivamente ha, e questa è una peculiarità tutta italiana, una ubiquitaria eco, e dilaga e spadroneggia nella società. Lingua che tende effettivamente – per conformistico adeguamento, anch’esso con solide radici – a diventare totalizzante. Ma come riconosce lui stesso nella parte finale del suo ragionamento, questa lingua “non è indistruttibile. Può essere infranta come una vetrata. La potenza, la durezza, la violenza più o meno esplicita del sasso che la infrangerà, o che aprirà un buco in essa, dipende da chi parla e scrive.” Perché in realtà non ci sono solo i media e i politici, non ci sono le loro parole patinate e prive di ombre. Se dio vuole ci sono anche le persone che hanno la loro testa (e la loro lingua), i gruppi di persone, compresi i nuovi arrivati, le regioni con le loro inclinazioni e idiosincrasie, le persone che vivono tra paesi e lingue diverse. [sarebbe interessante recensire, a questo proposito, quanti degli scrittori apparsi negli ultimi anni, cominciando proprio da Mancassola sono in qualche modo in stretto contatto con lingue o culture diverse.] Le società moderne hanno molte lingue, parlate dai vari gruppi etnici, dai vari microcosmi. Anche in Italia, mi sembra, sta prendendo piede questa ricchezza. Che si sovrappone alla compartimentazione regionale, ancora molto presente, e che in campo letterario da ancora adesso dei risultati molto interessati. Che è più avanti rispetto alla rappresentazione che hanno gli italiani di loro stessi, rispetto alle percezioni dominanti.

La lingua italiana – le lingue italiane – evolvono, come tutte le lingue. Ognuno di noi ha qualche amico, se rimaniamo all’oralità, che è un capolavoro linguistico, un inimitabile vulcano di sperimentazione e di commistionamento di novità e tradizione. Io non sottovaluterei le potenzialità presenti nella galassia italofona. E’ l’arsenale nel quale gli scrittori possono pescare. Anche in momenti bui come questo, anche per parlare di altri momenti bui, come gli anni di piombo.

Mancassola, che è giovane, e che non ha forse conosciuto “di persona” i governanti precedenti, quelli per esempio che dettavano legge (e lingua) durante gli anni di piombo, e che hanno condannato a morte il loro collega Moro, sembra vedere l’attuale oggettivo e palpabilissimo degrado della “lingua dominante”, della sua totale inadeguatezza a descrivere le istanze stesse di cui è espressione, una peculiarità del presente. Io invece penso che questa non sia, purtroppo, una novità. Certo il periodo attuale è estremamente difficile, certo Berlusconi ha molte responsabilità. Ma anche senza Berlusconi gli scrittori italiani degli ultimi centocinquanta anni si sono sempre trovati davanti un identico dilemma. Come descrivere una realtà (comprendendo naturalmente nel termine anche le percezioni che “la realtà” ha di se stessa) avvertita per certi versi come arretrata? Che lingua usare per descrivere questa realtà, in assenza di una lingua moderna, compartita, dinamica, viva? Come evitare l’artificialità della lingua “imposta dall’alto”? Come trarre da una realtà con degli spiccati caratteri conformistici e provinciali qualcosa di non conformistico e di non provinciale? O anche, quando si trattava di scritture non mimetiche, come spesso era il caso (non a caso!), che rapporto avere con questa realtà intrinsecamente “impresentabile”? Che lingua usare per non farsene contaminare, per sfuggirla?

Quello che consola è che, e anche qui Mancassola mi sembra avere perfettamente ragione, accanto a una narrativa che “riflette il sorriso della Dentiera Parlante con un sorriso ancora più irrisorio e grottesco”, azzeccatissima definizione, ci sono adesso, seppure mi sembra con una visibilità ancora molto marginale, molti esempi di testi con “Una lingua che ora si inabissa, ora si mostra, ora si allarga ora restringe (tra i generi, tra gli stili, tra i mille detriti dell’intimo, del realistico, del pop, del politico, del mistico), come una creatura marina che evita le radiazioni del sole. Una lingua-medusa. Una lingua inquieta.” Una lingua, delle lingue, che sembrano arrivare il più delle volte dai margini (esistenziali, geografici, o geografico-linguistici), e che riescono a avere la meglio sull’incredibile vitalità delle rappresentazioni consensuali.

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50 Responses to Gli anni di piombo, Berlusconi, la lingua

  1. tashtego il 30 marzo 2006 alle 11:27

    Strana questa percezione della profondità storica, che si ferma ai “romanzeschi” anni di piombo, astenendosi dal considerare i tempi precendenti, anch’essi “romanzeschi” e quelli ancora prima, “romanzeschissimi”.
    Si dice “ma guardate lì, negli anni di piombo, quanta ciccia per narratori ci sarebbe a saperla cogliere, oh giovani penne” dimenticando che lo smarrimento attuale è innanzi tutto incapacità di leggersi nel tempo, di visitare il passato riconoscendosene come il prodotto e tuttavia prendendone le distanze (infatti si coglie l’occasione per dire che Moro fu assassinato dai suoi simili, eccetera…), dimenticando che ogni costruzione “romanzesca” non trova la sua motivazione prima nel romanzesco che descrive e nemmeno nella lingua da brandeggiare, ma nelle urgenze del SÉ (chiedo scusa per questa formulazione), che se non ci sono, non ci sono e fine. E nemmeno è colpa della dentiera parlante, per dire.
    Senza dare almeno una definizione di “romanzesco” che non suoni ambigua se non ridicola, come se lo scopo fosse alla fine montare trame ambientate in realtà “significative” e non noiose, attraverso le quali sfoderare tutte le proprie brave e tradizionali capacità di docere et delectare.
    Strano questo invito a vampirizzare romanzescamente la realtà vissuta, avendo come unico obbiettivo il “romanzo”, l’OPERA, tutta bella rifinita e lavorata e conchiusa, con il suo bravo “lavoro sulla lingua”, in tempi in cui ogni visione si frammenta, coi paradigmi interpretativi che vanno in fumo, in cui in ciascuno di noi scopriamo un resistente malgré soi, si e no capace di produrre qualche frammento significativo di scrittura, perché tutta l’energia ci serve a resistere alla “brutale corrente” nella quale siamo immersi fino al collo.
    Buffo che si inviti a scrivere di anni che già nella designazione suonano già giudicati come “di piombo” e dunque visti solo come temperie politica, mentre furono tuttavia vissuti, cioè percorsi come vita, piena come al solito di piacere e dolore, da ciascuno di noi.
    Ed è forse di quella vita e non del piombo di quegli anni (“Anni di piombo” è il titolo di un film, dunque è già fiction) “romanzeschi” che magari si potrebbe scrivere, con la sua noia, anche, la sua insignificanza, la sua mancanza di romanzesco, vissuta parlando una lingua andante, convenzionale, piatta, ma forse bastante.
    Non ho ricette, ma i temi trattati qui, come nell’orgia metaforica del pezzo mancassoliano – tutti concentrati sull’ennesima mancanza di qualcosa, sulla solita inadeguatezza del paese, sul degrado della lingua, su qualche storico e inevitabile ritardo collettivo all’appuntamento con qualcosa che poteva essere e non è stato, che poteva scriversi e non si è scritto – mi procurano senso di disagio e di inutilità, se non di falsità.
    Come di una generazione che, come d’abitudine, punta a scaricare le responsabilità della propria palese inadeguatezza su qualcos’altro e qualcun’altro, sui padri e sui figli di puttana attualmente in azione, invece di assumersi tutto questo sulle proprie spalle, senza tralasciare nulla.

  2. Baldrus il 30 marzo 2006 alle 11:56

    Ci vorrebbe un Ellroy che scriva l’American Tabloid italiano. In parte ci è riuscito Giancarlo De Cataldo con Romanzo Criminale, che parte degli anni Settanta e copre gli Ottanta. Il problema, uno dei problemi sollevato in questo saggio (che è ottimo) è che per scrivere questo romanzo sarebbe necessario un lavoro approfondito di investigazione. E chi riesce a districarsi nel mostruoso intrico di depistaggi, documenti scomparsi, trame oscure dei servizi segreti, commistioni con la politica e la mafia? Non dimentichiamo che De Cataldo è un magistrato. La palude italiana non ha eguali, credo, in tutto il mondo occidentale. Qualche film ha tentato l’avventura, con risultati anche discreti. Ma un romanzo è un’operazione diversa, di respiro molto più ampio, e l’invenzione letteraria deve comunque fare i conti coi fatti.
    Per quanto riguarda la lingua mi sembra che Sartori faccia riferimento unicamente a quella dominante, del potere, dei giornali. E’ così, però i linguaggi per così dire creativi – che non trovavano spazio nella lingua del Potere – della musica, della letteratura, dell’immagini, erano estremanete vivaci, coraggiosi e sperimentali. D’altro canto è sempre stato così. Recentemente ho spulciato alcuni giornali degli anni Sessanta, in particolare il Corriere. Siamo nell’avanspettacolo puro: c’erano “i capelloni”, mentre dall’altra parte c’erano i Rolling Stones, e Jimi Hendrix.

  3. Alessandro Canzian il 30 marzo 2006 alle 12:09

    Sugli “anni di piombo” (per pura comodità mi conformo a quello che ritengo essere uno stereotipo) e le loro conseguenze sulla società italiana, negli ultimi anni sono usciti diversi romanzi, anzi, molti: da “La banda Bellini” di Philopat a “Il fasciocomunista” di Pennacchi, da “Il paese delle meraviglie” di Culicchia a “Il passato davanti a noi” di Arpaia, da “Tre uomini paradossali” e “Scirocco” di De Michele a “L’ultimo sparo” di Battisti, da “Arrivederci amore ciao” di Carlotto a “Rosso di Mària” e “Clandestina” di Teresa Zoni Zanetti, e la lista potrebbe continuare. Non so, forse è un’eccessiva leggerezza quella che fa definire “Gli invisibili” l’unico romanzo riuscito e compiuto: siamo sicuri che fra tutti questi titoli non ve ne sia uno che è riuscito? Alcuni di questi romanzi sono scritti in una lingua molto viva e personale, che rovescia o ridicolizza gli stereotipi di guerra ai quali fa riferimento Sartori. Certo, Sartori individua correttamente, nel romanzo di Balestrini, la prevalenza di un tono comico-grottesco, che c’è anche in Pennacchi, in Philopat, in Arpaia, a volte in Battisti. Ma non c’è solo quello, e poi non sono così sicuro che la scelta di quel tono serva a trovare scorciatoie e praticare omissioni. A volte serve a creare aspettative che poi lasciano spazio a tutt’altri sviluppi, e sorprendono, un po’ come se arrivasse un colpo di karate durante una seduta di massaggio. Il finale del romanzo di Philopat è molto cupo, così come quello (con anticlimax) di Pennacchi, che dal farsesco passa al tragico, e quello di Battisti, dove addirittura il finale non c’è, si dissolve. Il romanzo di Carlotto su pentitismo e dintorni mette angoscia e brividi (e il film che ne è stato tratto è stato, giustamente, assegnato a un regista di film dell’orrore, Michele Soavi). Sugli anni di piombo citerei anche i romanzi che li affrontano e descrivono tramite l’allegoria, e anche qui vengono alla mente diversi titoli, dallo stesso “Il nome della Rosa” a “Q” dei Luther Blissett. Allora mi sembra azzardato e prematuro scrivere che un romanzo sugli anni di piombo che buchi gli stereotipi culturali dell’epoca, rifletta sull”involuzione della lingua ecc.
    “è ancora da scrivere. Forse non verrà scritto mai”. Diamo un’occhiata a quel che si scrive, prima. Quanto agli ultimi anni della “romanzesca” e devastata realtà italiana, credo che Giuseppe Genna (non il Giuseppe Genna dei thriller, ma quello degli ultimi due romanzi) stia scrivendo cose molto importanti.

  4. sergio garufi il 30 marzo 2006 alle 12:54

    Certi termini usati in questo pezzo, tipo “commistionamento”, mi ricordano un’aurea sentenza di Pontiggia, che diceva che “oggi le regole non si infrangono più, si ignorano”.

  5. gianni biondillo il 30 marzo 2006 alle 12:56

    Faccio mie le parole di Alessandro, come se le avessi scritte io.

    Della affermazione di Giacomo (“farlo possibilmente all’infuori dei generi, della loro intrinseca scontatezza”) non dico nulla. Ho già detto tutto qui, qui e anche qui e non ho più voglia di ripetermi.

    Di quegli anni, insisto, si continua a parlarne, eccome. Avete letto, ad esempio, l’ultimo di Arpaia?
    E poi (giusto Tash!) chi ci dice che solo quegli anni erano romanzeschi (o romanzabili)?

  6. Paolo S il 30 marzo 2006 alle 13:55

    Nemmeno Sartori lo dice: “Eppure la società italiana ATTUALE è in fondo per molti aspetti molto romanzesca”.
    Sarebbe più interessante analizzare la “resiliente resistenza” opposta alla romanzificazione.
    Qualche idea?

  7. Mauro Baldrati il 30 marzo 2006 alle 13:56

    Alessandro, hai fatto benissimo a citare quei libri, però quello che mi sembra invocare Sartori è un tipo di romanzo storico, dove il racconto fa da navigatore a una successione di fatti reali, di personaggi veri, di misteri da svelare, o svelati; In American Tabloid i soliti poliziotti corrotti viaggiano in una fetta di storia (criminale) americana dove compaiono, agiscono, i Kennedy, Hughes, Hoover, Sinatra, i mafiosi italiani, e si narra della Baia dei Porci, l’omicidio K. le prostitute di K. ecc. Un libro, quindi, dove l’oggettività e la ricostruzione storica hanno un peso molto importante, persino superiore a quello dell’invenzione letteraria.

  8. Baldrus il 30 marzo 2006 alle 13:57

    Acc. quello di sopra è il mio alter ego. Volevo parlare io, ma la maschera dei commenti è predefinita in questo pc.

  9. "Aldo Biscardi" il 30 marzo 2006 alle 14:43

    Si scrive: “Ci vorrebbe un Ellroy che scriva l’American Tabloid italiano. In parte ci è riuscito Giancarlo De Cataldo con Romanzo Criminale, che parte degli anni Settanta e copre gli Ottanta. Il problema, uno dei problemi sollevato in questo saggio (che è ottimo) è che per scrivere questo romanzo sarebbe necessario un lavoro approfondito di investigazione. E chi riesce a districarsi nel mostruoso intrico di depistaggi, documenti scomparsi, trame oscure dei servizi segreti, commistioni con la politica e la mafia?”

    Il problema, io credo, non è tanto la competenza quanto, banalmente, il soldo: Ellroy può passare anni a documentarsi e scrivere American Tabloid perchè tanto ha anticipi, certezza di pubblicazione, fior di editor a sua disposizione. Ora, quanti scrittori italiani possonmo permettersi di passare due, tre anni (minimo!) a documentarsi e scrivere, senza fare altro? Chi gli paga l’affitto e la bolletta? E’ un problema di _mercato_ editoriale!

  10. Alessandro Canzian il 30 marzo 2006 alle 14:52

    Mauro/Baldrus, tu scrivi: “un tipo di romanzo storico, dove il racconto fa da navigatore a una successione di fatti reali, di personaggi veri, di misteri da svelare, o svelati” ”
    Romanzo criminale di De Cataldo è già stato nominato. Io nomino Scirocco di De Michele e Dies irae di Genna. In entrambi i libri (molto diversi tra loro: il primo più debitore al “genere”, il secondo per niente) troviamo i fantasmi della Prima Repubblica, la Strategia della tensione, la P2, la scomparsa di Emanuela Orlandi, il Pentapartito, poi la Guerra in Kossovo, la Uno Bianca e l’alba del berlusconismo. E anche nell’ultimo di Arpaia la storia s’intreccia continuamente con la Storia.
    Sull’epoca immediatamente precedente (dal Dopoguerra agli anni del boom), cito Asce di guerra dei Wu Ming (non un romanzo storico vero e proprio, ma qualcosa di simile).

  11. gianni biondillo il 30 marzo 2006 alle 15:16

    ALDO: “Ora, quanti scrittori italiani possono permettersi di passare due, tre anni (minimo!) a documentarsi e scrivere”?

    L’ultimo di Arpaia è esattamente questo.
    Poi come si paghi l’affitto io non lo so. Ma qui comunque l’affitto se lo pagano in pochi con i propri libri.

  12. Baldrus il 30 marzo 2006 alle 15:20

    Sì, Alessandro, però il punto, a quanto pare, è un romanzo con l’impianto dei libri citati, ma riferito espressamente agli anni di piombo. Cioè a una stagione di deriva politica rivoluzionaria in cui la violenza ha operato il passaggio all’atto. Addentrarsi in questioni come, per esempio, il fatto che Aldo Moro è stato tenuto prigioniero in un palazzo di proprietà dei servizi segreti. Misteri mai chiariti e non chiaribili, temo. Una stagione che, al suo apparire, ha spazzato via un movimento, come quello del Settantasette, creativo, libertario, con l’introduzione di forme-partito di tipo fanta-leninista. Non è una bazzecola. Ora chiedo: esiste per esempio un romanzo del genere in Germania, dove hanno avuto la RAF?

  13. girolamo de michele il 30 marzo 2006 alle 15:23

    @Aldo Biscardi

    senza la minima pretesa di paragonare i miei lavori a quelli di Ellroy: il tempo per fare una ricerca storica documentata come quella di Ellroy (quantomeno per l’aspetto quantitativo) si trova, come per tutto il resto. Basta volerlo fare. Anche scrivere un romanzo non storico chiede tempo, e anche un romanzo di “pura fantasia” richiede documentazione. Gli scrittori che vivono esclusivamente dei proventi del loro lavoro sono una piccola minoranza (e non è detto che usino tutto il loro tempo per la scrittura), tutti gli altri devono, come ogni comune mortale, ripartire le proprie attività nei propri segmenti di tempo.

  14. francesco forlani il 30 marzo 2006 alle 16:37

    Condivido l’osservazione di de Michele invitando però a non confondere lo studio con la semplice per quanto noiosa, lunga, polverosa,bibliotecosa,schienacurvosa,culosullaseggiolosa documentazione. E’ come confondere la ricerca universitaria con una vera e propria investigazione della realtà. In parole povere se penso a Roberto Saviano da un lato e a dei brillanti (o magari per niente) esperti sociologi o storici della camorra nel mezzogiorno d’Italia, pur trovandomi di fronte a due profili di studiosi, in un caso ho della letteratura (elle maiuscola) nell’altro dei produttori di tesi, tesine, studi, che sicuramente (non tutte) avranno un valore storico e universitario ma nulla di più.
    Per quanto riguarda gli anni di piombo non credo sia stato detto tutto- sicuramente non nel modo migliore- o che sia stato scritto poco. Molto più rimossa mi sembra che sia in Italia la questione della grande emigrazione del dopoguerra. Quasi dieci milioni di Italiani sradicati e mandati nelle miniere dell’europa centrale o nelle fabbriche del nord italia, in America latina o negli stati uniti.

    effeffe

  15. "Aldo Biscardi" il 30 marzo 2006 alle 17:50

    @gianni + @girolamo
    caro gianni, citandomi hai troncato la frase lasciando fuori il “senza fare altro”. Certo che uno fa un lavoro, un qualsiasi lavoro, e poi nei tempo libero, tralasciando altro che altri non tralascerebbero (con un sacrificio che si paga sulla propria pelle, quindi. può essere più o meno grande, ma sempre sacrificio), ritagliandosi spazi vitali nel proprio progetto esistenziale, si prende il tempo per documentarsi e scrivere (ci si documenta anche per un fantasy, hai ragione girolamo: e poi comunque un’opera d’invenzione richiede lo stesso sforzo creativo che una più legata a un certo contesto storico. scusate la rozzezza, ma voglio andare avanti).
    Arpaia, fa il giornalista, il consulente editoriale, traduce. Se dovesse campare con i diritti dei suoi bellissimi libri… povero lui. E’ inutile che lo venga dire a voi quanto magro sia il ritorno economico di un romanzo. Lo sapete meglio di me.
    Ma quello che intendevo io, che volevo sottolineare, era il “senza fare altro”. Con tutto il tempo (soprattutto mentale) per dedicarsi alla propria scrittura, alla ricerca, la sperimentazione ecc… Che poi non è tanto una questione soltanto di “soldi”, di capitale economico, ma anche di capitale sociale e simbolico, di autostima. Lo so che sembra un discorso brutto e cattivo: economicista, capitalista, nichilista e così via. E forse lo è. Però vedetela così: sarebbe tanto male se la letteratura si smarcasse da quell’aura di autosacrificio, di immolazione sull’altare dell’ideale, di sangueemerda, e diventasse un lavoro “normale”, corrisposto il giusto anche dal punto di vista economico? Che non fosse più un qualcosa di accessorio, protesico (ma che ho mangiato?) rispetto ad altro? Non sarebbe un mondo anche per renderla meno subalterna?
    Non credo proprio, poi, che questo impedirebbe a qualche nuovo kafka di produrre qualcosa di assoluto e luminoso strappato alla propria disperazione quando non lavora nella fabbrica del padre.

  16. gianni biondillo il 30 marzo 2006 alle 18:09

    ALDO,
    il “senza fare altro” l’ho tagliato per distrazione, ti assicuro, non per malizia. Perché, appunto, non conosco perosnonalmente nessun scrittore che scriva “senza fare altro”. (ne esistono ovviamente, beati loro).
    Io per “Con la morte nel cuore” ho letto intere tesi di laurea di giurisprudenza, manuali di storia dell’europa orientale, saggi sulla guerra in Kosovo, articoli sulla ex Jugoslavia, ho consultato siti governativi, statistiche sul moderno mercato degli schiavi, etc. etc. Tutto questo, poi, è entrato (spero senza farragine) nella mia “fiction”, che, purtroppo, essendo “di genere” ha una “intrinseca scontatezza” come è stato detto più su. Mi chiedo a questo punto chi me l’ha fatto fare di perder tempo a documentarmi!!! ;-)

    Poi: certo, tu hai ragione. Che credi, che non mi piacerebbe “scrivere e basta”? Ma questo è il mondo in cui viviamo, non quello dove vorremmo vivere. E in ogni caso (senza eroismi, hai ragione, anche perché poi scrivere non è mica andare in miniera!) noi ci proviamo a “fare bene”. E qualcuno magari anche ci riesce. No?

    Ciao, Vado a casa (sono, appunto, al lavoro, ora)

  17. gianni biondillo il 30 marzo 2006 alle 18:10

    “perosnonalmente” ?????

    Meglio lasciar perdere con la scrittura…

  18. "Aldo Biscardi" il 30 marzo 2006 alle 18:17

    “il “senza fare altro” l’ho tagliato per distrazione”, gianni, t’assicuro, non ho mai pensato il contrario! ciao e buona serata! :-)

  19. arminio il 30 marzo 2006 alle 19:03

    caro forlani
    mi pare assai opportuno il tuo riferimento alla grande migrazione e al fatto che è stata sostanzialmente rimossa.
    io vivo in un paese del sud dimezzato dall’emigrazione e vorrei anche ricordare a sartori che dalle mie parte camorre e mafie non hanno alcun ruolo. il sud è tante cose diverse, non mi stancherò mai di dirlo.

  20. girolamo il 30 marzo 2006 alle 19:06

    @francesco forlani

    non mi sembra di aver mai accennato alla confusione tra studio e documentazione. per me documentazione è anche la lettura di altri autori per indviduare una lingua o una struttura narrativa, o semplicemente per capire come rendere una certa idea. e ovviamente la maggior parte di questo lavoro si fa col culo sulla seggiola, facendo la spola tra casa e biblioteche, emeroteche, ecc. Canetti, per dire, il culo sulla seggiola lo appoggiava per leggere e rileggere Stendhal mentre scriveva Auto da fé.
    Quanto al “tempo liberato”, sarebbe bellissimo averne, ma di fatto non ne abbiamo, e nella maggior parte dei casi non ce n’è mai stato: gli intellettuali illuministi nella maggior parte dei casi campavano famiglia scrivendo voci anonime per l’Enciclopedia, se andava bene, o libri divulgativi (i famosi “libri blu”), o addirittura romanzi pornografici. Il problema semmai non è come liberare il tempo degli intellettuali, ma come liberare il tempo degli esseri umani, se mi passate un rigurgito politico. E comunque: siamo sicuri che uno come Ellroy (faccio per dire) dedichi tre anni della sua vita solo ed esclusivamente a lavorare per il prossimo romanzo? Secondo me no, non ha gli obblighi lavorativi che ho io o altri, però quel tempo in cui non va ad insegnare o non deve pulire casa (immagino che possa permettersi una colf) lo passa facendo altre cose che non necessariamente sono collegate alla scrittura, anche se poi rifluiscono nel suo sentire la realtà in un certo modo. Per usare un’espressione di WM1, è uno col culo in strada (oltre che sulla seggiola), e si sente.

  21. Trespolo il 30 marzo 2006 alle 19:12

    Da profano: sarebbe una bella sfida se qualche scrittore dovesse confezionare un simile lavoro. Il risultato potrebbe essere persino migliore di American Tabloid.
    Un “particolare”, noto, ma spesso ignorato, potrebbe aiutare e fornire spunti MOLTO interessanti per un simile lavoro: gli archivi del KGB relativi al periodo sono stati in larga parte resi disponibili, ma pare che nessuno voglia guardarci dentro… :-)))

    Buona serata. Trespolo.

  22. tashtego il 31 marzo 2006 alle 07:13

    A me piasce lo scrittore italiano che pensa, e scrive, che il Bombardamento di San Lorenzo, il 19 luglio del 1943 sia stato effettuato coi B52.
    Ecco, volevo ribadirlo.

  23. volodja il 31 marzo 2006 alle 07:20

    Credo che le esclusioni siano sintomatiche di cecità conclamata. Manca sempre qualcuno, negli elenchi, anche se poi chi li fa ricorre a frasi definitive del tipo “l’unico romanzo che …”. E mi fa specie che tra tanti letterati nessuno abbia nominato uno dei romanzi più efficaci sugli “anni di piombo”, e particolare per le invenzioni linguistiche: “Campo di battaglia” di Francesco Leonetti, pubblicato da Einaudi nel 1981. Romanzo, tra l’altro, che riesce a superare i limiti del romanzo stesso, facendosi ora saggio, ora poesia, ora libello ideologico (anche di forte critica alle posizioni più estreme di moda nella “nuova sinistra”). Capisco che non si citino i Wu Ming dell’epoca (tipo i romanzi di Bifo, “Chi ha ucciso Majakovskij?” etc.), che pur parlando di quegli anni non riescono ad uscire dal linguaggio morto del quotidiano; capisco meno che si dimentichi uno scrittore importante come Leonetti …

    Volodja

  24. francesco forlani il 31 marzo 2006 alle 07:51

    Caro Girolamo,

    la mia precisazione non era rispetto a quanto dicevi ma come un’osservazione a margine, che ridimensionasse l’aura dello studio o almeno che non riducesse il desiderio di conoscenza di un fenomeno ( e quindi interpretarlo) con un prendere atto. In via mezzocannone a Napoli ci sono una miriade di botteghe, negozietti dove si svolgono lavori di legatoria, fotocopie ecc. Su pannelli cartonati, all’esterno, inchiodate come dei cristi vi si trovano le copertine, rosse o blu ( come i fiocchi rosa e azzurri dei neonati) delle tesi di laurea. Mi ha sempre affascinato quell’universo di parole cosi’ misteriose e così distanti tra loro. “Meccanica quantica dei flussi generatori dell coscienza” accanto a ” Scritti pre giovanili del vecchio Marx” e poi ” uso della parola canoscenza nei capitoli tre e ventitre della divina commedia ecc.
    Insomma per scrivere un romanzo bisogna avere, possedere un’ignoranza di base (una stupidità) che la concezione specialistica del sapere non può nè potrà mai avere.
    E’ proprio la betise che può mettere in crisi un sistema di potere non la semplice conoscenza. E’ la cartolina dello scherzo di Kundera, per capirci, non i trentamila trattati sulla libertà di opinione nei paesi comunisti, usciti in Europa prima della caduta del muro che trasporta lo spirito romanesque.
    Per Leonetti sono d’accordo, presenza davvero fondamentale, m allora perchè non citare lo splendido libro di Roberto SIlvi (segue link alla recensione) le ragioni dell’altro?
    http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Maggio-2004/0405lm22.04.html
    effeffe

  25. db il 31 marzo 2006 alle 08:32
  26. Baldrus il 31 marzo 2006 alle 09:00

    Si sa che gli scrittori industriali americani hanno a disposizione delle piccole redazioni, dove i collaboratori (che un tempo erano chiamati “negri”) fanno ricerche d’archivio, leggono gli atti di processi, fanno sopralluoghi in città o quartieri che poi compariranno nel libro. In Italia non so. Si diceva di Maurizio Costanzo, che viveva in televisione, scriveva su una quantità di giornali e sfornava pure dei libri. Ora, vediamo alcuni lavori di ricerca sui movimenti giovanili, lavori di ricerca storica, non romanzesca: c’è una storia delle nuove sinistre, in due volumi, scritta da Massimo Teodori (l’ex radicale ora in Forza Italia se non sbaglio), molto precisa, ma Teodori è un prof, e fa lavorare gli studenti; poi l’Orda d’Oro, bellissimo, che va da 68 al 77, ma è scritto da due autori, Nanni Balestrini e Primo Moroni, che si sono fatti un mazzo così. Poi un grandissimo romanzo storico, il più grande: Rinascimento Privato di Maria Bellonci, che ha passato gran parte della vita chiusa in biblioteche a leggere documenti, lettere, memoriali dell’epoca, e ha scritto un libro dove ci sono i Gonzaga, gli Sforza, i Papi, Lucrezia Borgia, il sacco di Roma, e al contempo le emozioni e gli sfarzi e le tragedie personali di Isabella d’Este. Ecco, tutto questo dovrebbe essere il libro sugli anni di piombo, dove ci sono i movimenti del Settantasette, la loro creatività, forse la loro ingenuità, la loro lingua (che non è quella del Potere di cui parla Sartori), e la deriva successiva della lotta armata, che nella fase iniziale si intreccia coi movimenti, li avvelena, li distrugge, e i misteri dell’Italia, i servizi, la mafia ecc. Non un saggio, non una storia “ambientata”, ma un romanzo storico, proprio come Rinascimento Privato. Davvero c’è qualcuno che l’ha scritto? Davvero c’è qualcuno che riuscirebbe a scriverlo?

  27. "Tullio De Mauro" il 31 marzo 2006 alle 09:30

    Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente!
    Esisteva sì una lingua della nuova sinistra e movimentista fatta di stereotipi legnosi reiterati (nell’illusione che repetita iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: era una lingua che veniva irrisa nel momento stesso in cui si affermava, nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell’esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di “linguaggio morto del quotidiano” a proposito di Bifo mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercitava una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parlava come Bifo.
    Purtroppo la narrazione/ricostruzione dominante ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del Corsera e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella di Servire il Popolo…

  28. demetrio il 31 marzo 2006 alle 09:48

    io credo che gli anni di piombo possiedano in sé qualcosa di tragico, ma la letteratura italiana sfugge al “tragico”, preferendo scelte più tranquillizzanti. Mi viene in mente Baliani in “Corpo di Stato”.
    Lo stesso Baliani racconta di aver pensato ad Antigone, figura tragica per eccellenza, per iniziare il racconto su Moro, ma nel corso della stesura del testo l’autore cambia idea: a imporsi non è più Antigone, ma i ricordi del dove eravamo, del cosa facevamo durante i giorni dell’affaire Moro.
    Si passa, quindi, dalla tragedia al racconto di una generazione, che è sicuramente interessante, ma – secondo me – abolisce dall’orizzonte il tragico.

    Il mio contributo, diviso in due parti, che, con troppa bontà, Giacomo Sartori cita lo potete trovare qui:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/romanzi_sugli_a_1.html

    in questo periodo sto scrivendo una terza puntata, spero di metterla on line al più presto.

    grazie.
    d.

  29. Giacomo S. il 31 marzo 2006 alle 10:51

    alcune domande che mi vengono spontanee leggendo i commenti qui sopra:

    1) vi sembra davvero che il mio intervento fosse incentrato sulla narrativa riguardante gli anni di piombo (sono d’accordissimo con chi ha criticato questa espressione, l’ho usata solo per comodità!), e non piuttosto la citasse come un esempio?

    2) vi sembra davvero che abbia sostenuto che, fino agli ultimissimi anni, l’unico romanzo sugli anni di piombo sia Gli invisibili? Non ho piuttosto detto piuttosto “quello che è pressoché unanimemente considerato”? Certo c’è anche Leonetti! Certo si potrebbe citare anche qualcun’altro!

    3) non vi sembra che, anche aggiungendo Leonetti e gli altri che si potrebbero aggiungere, si tratta pur sempre, se escludiamo appunto gli ultissimi anni (in particolare dopo il 2003) di pochissimi testi, a fronte delle centinaia di romanzi che trattano altri temi?; questo quasi assoluto silenzio di quasi un quarto si secolo non vi sembra che possa essere sintomatico di qualcosa? è solo casuale? non vi sembra che possa essere uno stimolanete argomento di discussione, se si parla della narrativa italiana?

    4) vi sembra che abbia davvero svalutato in qualche modo i romanzi che negli ultissimi anni sono stati scritti sugli anni del terrorismo? non vi sembra che il mio esempio si limitasse ai 25 anni precedenti? non ho forse detto “sebbene negli ultimissimi anni un certo numero di testi (ho in mente un saggio di D. Paolin) si siano cimentati”?
    certo sui romanzi che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero aggiungere altri, più o meno riusciti, e più o meno vicini a una visione molto convenzionale, ci sarebbe moltissimo da dire!

    4) non vi sembra che, anche aggiungendo i romanzi recenti che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero appunto aggiungere altri, il numero complessivo sia pur sempre infinitamente basso, rispetto alle centinaia e centinaia del totale di romanzi prodotti? questo fatto vi sembra casuale? come lo giustificate?

    5) vi sembra che abbia detto che quello degli anni di piombo sia l’unico tema che sia ignorato (con i puntini sugli i di cui sopra) dalla narrativa italiana?
    certo c’è anche l’emigrazione italiana (della quale paradossalmente si è scritto più in altre lingue, che in italiano; un esempio per la Francia: Tonino Benacquista), certo si potrebbero citare altri temi!

    6) vi sembra davvero che le condizioni materiali, il tempo che lo scrittore impiega per ricercare e informarsi, pur sempre importantissime (aihmé!), possa essere ritenuto il motivo principale che spiega quanti pochi romanzi ci sono stati sul periodo del terrorismo per 25 anni? che spiega quanti pochi romanzi, anche se includiamo i non pochi che sono apparsi in questi ultimissimi anni, che sono stati scritti sul terrorismo? che, più in generale, spiega perchè determinati temi siano ignorati, o comunque poco battuti?

    7) non vi sembra che il fatto che la grande massa dei romanzi prodotti evitino certi temi molto importanti, “scottanti”, sia una specificità (intendo: le proporzioni che raggiunge da noi in Italia) della narrativa italiana?
    vi sembra che porre questa domanda implichi per forza prendere sottogamba e/o non considerare i relativamente non numerosi (anche se importanti!) – come quelli citati – che invece non esitano a dare l’affondo? vi sembra che questa tendenza generale italiana sia presente anche in altri paesi? quali? vedete negli altri paesi dei silenzi su alcuni temi determinati? quali? vedete delle analogie con la situazione italiana?

    8) non vi sembra che il mio intervento fosse una replica a Mancassola, che se non sbaglio nessuno ha citato? che vada letto in questo contesto?

    9) non vi sembra una buona cosa che su NI ci siano anche dei dibattiti, dove sulla stessa questione si confrontano più scrittori? non vi sembra che sia importante che vengano espresse e argomentate – con tutte le inesattezze e approssimazioni del caso – tesi diverse? non vi sembra che sarebbe molto interessante sentire anche cosa ne pensa anche qualche altro scrittore? o qualche critico? non avvertite anche voi un’assenza di dibattito cu certi temi di fondo, un accanirsi – volta a volta molto rivelatore, se è per quello – sui dettagli?

    10) non vi sembra che le affermazioni di uno scrittore vadano prese in maniera un po’ diversa da quelle di un critico, badando più allo sostanza che al rigore del ragionamento, che al puntiglio della precisione?

    Vi assicuro che non sono domande polemiche. Come dire, non intervengo certo per difendere il mio pezzo, non è questo. Distruggetelo pure, la vostra distruzione è molto stimolante. Alle cose che ho scritto sono arrivato, anche, ascoltandovi. Altrimenti non sarei qui. Ma appunto, non dimenticate, per partito preso, per i tanti partiti presi che esprimete, spesso più che legittimi, il nucleo del problema

    gs

  30. francesco forlani il 31 marzo 2006 alle 11:06

    Carissimo Giacomo,
    condivido la tua replica e per quanto mi riguarda vorrei solo precisare una cosa.
    Quando parlo della questione emigrazione l’associo all’altra degli anni di piombo perchè penso che ci sia uno stesso grado di dificoltà a raccontare. Un amico Angelo Castrovilli che lavora da anni sull’emigrazione a Torino mi raccontava qualche gorno fa di come trovasse durante le interviste un vero dolore del raccontare da parte dei suoi intervistati, un sentimento di pudore, vergogna, astio, a distanza di cinquant’anni ancora vivo. il fatto di cronaca, per esempio dell’impiccagione suicidio di Ciriaco Saldutto (cantato da Ivan Della Mea nella ballata omonima) bocciato alle medie perchè parlava in dialetto (barese) è una tessera minuscola di quel gigantesco puzzle. Personalmente sono stato a Metz a più riprese e quello che ho visto e sentito è veramente una massa di nodi.
    Domanda per te Giacomo. Quale lingua usare per raccontare tutto quello?
    effeffe

  31. Baldrus il 31 marzo 2006 alle 11:08

    Giacomo, io qui non ho letto nessuna distruzione del tuo pezzo. Anzi, ha stimolato una discussione molto interessante. Io sarei contento. Le critiche non mancheranno mai, ma proprio mai, specialmente su questo sito, qualunque cosa scriverai.

    Poi non capisco il punto 10.

  32. Giacomo S. il 31 marzo 2006 alle 11:33

    (non avevo ancora visto l’intervento di D. Paolin)

    11) non vi sembra che questo (relativo) silenzio sugli anni del terrorismo sia da mettere in relazione con “l’evacuazione del tragico”, tipico di molta narrativa italiana, di cui parla Demetrio? non vi sembra che, per rimanere in tema, ci sia un rapporto molto stretto tra questa reticenza e la difficoltà che si nota in molti scrittori a costruirsi una lingua che gli smarchi dalla lingua “ufficiale”, dalle lingue insomma più convenzionali, con il problema della lingua?

    gs

  33. r.r. il 31 marzo 2006 alle 12:06

    a sartori:
    quello del dibattito, del dibattito su NI (sui blog lett.), è un problema che tu sollevi giustamente.

    mi permetto di rinviare al mio intervento a proposito dell’articolo di raimo sulla ‘generazione disincantata’ e i temi della precarietà. ci sono miei appunti su desiati ma, in verità, sulla questione più vasta della narrativa italiana promossa e sponsorizzata dalla nuova critica, sugli esiti di un romanzo nuovo italiano che intende addentrarsi tra le pieghe di questo presente.

    niente seguito al dibattito, o solo risposte / commenti ‘selvaggi’ e personalizzati. ora, a parte il valore in sè, lo spessore o l’organicità di un intervento, c’è da dire banalmente che chi partecipa ad un blog lo fa per comunicare delle idee, non per stroncare con superficialità e quindi essere stroncato avendo in cambio (in risposta) la stessa moneta della superficialità (o, all’opposto, come dici tu, ricevendo solo commenti ispirati al lavoro capzioso e sterile sui particolari, benchè sempre importanti,senza affrontare IL tema) .

    in quell’abbozzo di discussione forse ci sono addentellati con il tuo post. e cioè stiamo parlando, senza indulgere nell’annosa quaestio delle apocalissi postume alla ferroni o della militanza estrema della benedetti, della sostanziale sterilità del ‘nuovo’ romanzo italiano (e della critica che lo accampagna: ma questo, evidentemente, è un punto che non interessa.Invece…).

    e gli anni di piombo, allora, sono non solo un esempio di un tema mancato (del tragico impossibile, come dice dimitri, come dato insito nella nostra letteratura: novecentesca? solo contemporanea? solo secondonovecentesca? della sola narrativa? anche della poesia? e della critica?……).

    nella loro dimensione cronologica (seconda metà ’70), quegli anni costituiscono, come è noto, lo snodo di un cambiamento epocale, culturale, che coinvolge (e da quel momento affossa) la capacità ermeneutica, ‘forte’, del nostro romanzo. E’ senz’altro la questione del postmoderismo e ldella sua penetrazione in italia proprio a partire da quegli anni (le risposte in letteratura eteree e autoreferenziali, per semplificare, a fronte del massimo picco di ‘violenza’ e di tragico del reale in Italia). Ultimamente su quello snodo insistono, per fare solo due esempi, in modi diversi, con passaggi esemplari, i saggi di Belpoliti, “Settanta” , e di Tricomi su Pasolini.

    Ora, ha senso estrarre dalle proprie tasche, come quando giocavamo alle figurine, questo o un altro autore, questo o un altro romanzo, per smentire la tesi dell’assenza organica di una svolta culturale in Italia, della mancanza organica delle nostre ‘lettere’ di fronte al tentativo di affresco – storico – della realtà di questi anni, dagli anni ’70 all’epoca berlusconiana?

    Quegli autori, quei NOMI, con un registro tranchant, mi rendo conto, sono ‘particolari’, quisquiglie, che potrebbero arrivare fino ad oggi (ecco che torna il caso di Desiati, come emblema, spia…), in una proliferazione di esempi che mancano però il bersaglio.Come tessere disperse, anche di ottima qualità, di un mosaico che al suo centro ha, implacabile, un vuoto.

    Il vuoto della nostra situazione culturale, nella quale è mancata e manca la STAGIONE di un nuovo romanzo, che io immagino, ben inteso, capillare, fatto di tanti nomi (che appunto vadano a formare una, non so come meglio chiamarla, STAGIONE, o linea riconoscibile, benchè molteplice ecc), e che ci consenta di dire, per parafrasare H. Arendt, “Ecco il mondo”.. In Italia, dagli anni di piombo alla precarietà…

    Mi rendo conto dell’ampiezza della problematica, che a mio parere riguarderebbe, se si volesse affrontare IL tema, anche (o soprattutto?) il ruolo in questo contesto della critica (in senso lato). Il centro del problema (del dibattito?), insomma – ed è forse IL problema dei problemi – è nell’affrontare un’inchiesta (ah, grande genere – narrativo – negletto…), sulle cause della ‘anemia’ strutturale che ha coinvolto e coinvolge il nostro romanzo italiano. Forse si dovrebbe andare più lontano da una discussione sui singoli autori. Forse tutto ciò riguarda ben altro.

    Mi permetto di sollevare allora la mia questione che riguarda il ‘nuovo’ romanzo italiano di fronte al tema scomodo, persino in storiografia, come è noto, degli anni di piombo e via via fino ad oggi (il conflitto, la precarietà, ecc.).
    – Come lavora la critica a ridosso di questo tema, su questi autori, di ieri e di oggi?
    – Si può dire che esercita un buon servizio al prospettarsi di una Stagione diversa del nostro romanzo?
    – Se ci fosse, insomma, questa stagione, la critica se ne accorgerebbe?
    – E come si comporta di fronte alla ‘crisi’ del nostro romanzo odierno?

    Mi riferisco in prima battuta alla critica militante, ai quotidiani, ai blog (e non basta parlare facilmente del Corsera Citati La repubblica ecc ):diamo anche uno sguardo alle pagine culturali de ‘il manifesto’, ad esempio, o a NI ecc… Nisticò, qualche anno fa, sulla Rivista dei libri, parlava ad esempio delle pagine di cultura del quotidiano comunista italiano come di un’ ‘accademia vicaria’…. E io parlavo a proposito di Desiati di una (giovane) critica tutta amichevole verso (certi) giovani autori: praticamente asservita, anch’essa, ai meccanismi editoriali e a logiche tutte, e soltanto, (auto)promozionali…. C’è una terza via all’orizzonte? Rientra questa domanda nel tema del romanzo italiano e delle sue mancanze, dagli anni di piombo ad oggi?

  34. Alessandro Canzian il 31 marzo 2006 alle 13:17

    Nemmeno io ho visto alcuna distruzione del pezzo di Sartori, anzi. La mia, ad esempio, era solo una puntualizzazione su uno dei diversi punti toccati nel testo.
    Colgo però l’occasione per dire che, qui su Nazione Indiana, c’è una certa tendenza a riflettere su “regole” che – si scopre poi – di “eccezioni” che hanno parecchie. Una regola con tante eccezioni è ancora una regola? Qui mi pare ci sia la tendenza a confermarla come regola, costi quel che costi, anche se la discussione diventa surreale.
    Un esempio: si discute dando per scontato che gli autori italiani dell’ultima ondata non riflettano sulla lingua che usano e su come la usano. Poi le eccezioni saltano fuori a dozzine. Quel che si dava per scontato è ancora scontato?
    Nel caso più specifico: si discute su letteratura e anni di piombo partendo dalla premessa comune che su quel periodo non si sia scritto granché. Pochi romanzi, soprattutto, e pochi romanzi storici. Nel frattempo però, senza nemmeno impegnarsi, saltano fuori una quindicina di titoli, e chissà quanti non sono venuti alla mente: non abbiamo nominato “Travestito da uomo” di Battisti, “Io non scordo” di Marconi, “Tornavamo dal mare” di Doninelli, “Amici e nemici” di Spinato, “L’amore degli insorti” di Tassinari, “La guerra di Nora” della Tavassi La Greca, “Avene selvatiche” di Preiser, “Le piste dell’attentato” di Machiavelli…
    Poi oltre alla fiction c’è la letteratura di non-fiction (un titolo su tutti: “A mano armata” di Bianconi, che non è soltanto saggistica, proprio come gli articoli di Saviano non sono solo giornalismo), e c’è l’autobiografia.
    Ma anche rimanendo alla fiction pura, secondo me se ci pensiamo un momento, e anche escludendo quelli di Balestrini (non c’è solo “Gli invisibili”, c’è anche “L’editore”) siamo in grado di menzionare una quarantina abbondante di romanzi. E se ci pensiamo ancora un po’, ce ne ricorderemo molti di più. Davvero si pensa che siano pochi… quaranta romanzi? Non è già un numero significativo di “eccezioni”, tale da indurre a ripensare la regola? Secondo me sì, secondo me la premessa è sbagliata e se si dice che i romanzi non ci sono è perché non li si è letti. E quindi si sta parlando di niente. E non mi sembra nemmeno la prima volta :-(

  35. Alessandro Canzian il 31 marzo 2006 alle 13:18

    Errata corrige: “di eccezioni NE hanno parecchie”.

  36. demetrio il 31 marzo 2006 alle 13:53

    alessandro ma hai notato che la maggior parte di quei testi, da te citati, ““Io non scordo” di Marconi, “Tornavamo dal mare” di Doninelli, “Amici e nemici” di Spinato, “L’amore degli insorti” di Tassinari, “La guerra di Nora” della Tavassi La Greca, “Avene selvatiche” di Preiser”, a cui puoi aggiungere Tuo Figlio di Villalta, Il paese delle Meraviglie di Culicchia etc etc, sono stati pubblicati tutti nell’arco degli ultimi 3 anni? questo vuol dire qualcosa? credo.
    E vuol dire qualcosa anche il fatto che questi testi hanno diverse cose in comune? come stile, scrittura, tematiche, scelte di orizzonte e di lingua?

    io ad esempio sto cercando di riflettere su questo: e mi sembra che “l’esclusione del tragico”, inteso come registro narrativo, sia forse la caratteristica comune più visibile.

    d.

  37. francesco forlani il 31 marzo 2006 alle 14:04

    “l’esclusione del tragico” scrivi tu come se ai nostri giorni fosse ancora possibile un’esperienza del tragico, non il tragico in sè. E se la questione chiave fosse proprio quella dell’esperienza? E l’esperienza come linguaggio? E se gli anni di piombo non ci fossero mai stati? Ad un incontro Erri de Luca disse una cosa secondo me importante. Solo quando quella storia uscirà dai tribunali e dalle prigioni forse troveremo le parole per raccontarla. cito a memoria, naturalmente.
    effeffe

  38. Paolo S il 31 marzo 2006 alle 14:08

    (1)
    Propongo una virata: siamo sicuri che il romanzo sia la forma migliore per colmare questo vuoto culturale? Non potrebbe essere che sia un fumetto, un film, uno spettacolo teatrale (e metteteci quante virgolette volete a ciascuno di questi medium) a poter raccontare una stagione diversa a un pubblico diverso?
    (2)
    La riflessione di Sartori partiva dal romanzesco e dal romanzabile, e mostrava il paradosso di una realtà italiana attuale romanzesca, ma non romanzata. E dava anche un’interessante risposta alla domanda “chi fa la lingua nuova”, ricca di spunti su cui riflettere e lavorare. Grazie GS!

  39. Alessandro Canzian il 31 marzo 2006 alle 14:12

    Evidentemente per scrivere di quel periodo era necessaria una distanza, che col tempo è maturata. Occorreva superare almeno in parte lo shock, il senso di sconfitta, il peso della lingua del potere, la demonizzazione ecc. Però, anche in questo caso, l’assunto non è poi così vero: “Campo di battaglia” è di venticinque anni fa, “Gli invisibili” più o meno anche, “A mano armata” di Bianconi è di quindici anni fa, “Travestito da uomo” è di quindici anni fa, “L’ultimo sparo” è di dieci anni fa, “Q” è di sette anni fa. Insomma, gradualmente il rubinetto ha cominciato a gocciolare, poi la guarnizione si è allentata e alla fine è saltata.
    Sul tragico, ci rifletterò, tornerò a leggere il tuo saggio in tre parti. Onestamente, però, non so se tutti questi romanzi siano così simili tra loro.
    Dimenticavo un’altra riflessione. Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente!
    Sicuramente ci è pervenuta (nei racconti e sulle pagine ingiallite delle riviste) una lingua della “nuova sinistra” e movimentista fatta di stereotipi reiterati (repetita non iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: quella lingua veniva parodiata nel momento stesso in cui si affermava: nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell’esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di “linguaggio morto del quotidiano” a proposito di Franco Berardi “Bifo” mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercita(va) una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parla(va) come Bifo!
    Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del “Corsera” (su cui fece un’interessante operazione proprio Balestrini, nel suo “La violenza illustrata”) e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella (raggelantemente brutta) di “Servire il Popolo”, la lingua introspettivo-incazzosa delle lettere a “Linus” e quella dei comizi…

  40. Alessandro Canzian il 31 marzo 2006 alle 14:14

    Paolo: io in Italia vedo molti vuoti culturali, ma onestamente non questo. E non mi sembra affatto che la romanzesca realtà attuale non venga romanzata. E qui vale il discorso di cui sopra. Strano che siano in corso due polemiche che in teoria dovrebbero elidersi a vicenda: quella contro l’egemonia del “realismo” (soprattutto thrilleristico) e questa qui :-)

  41. r.r. il 31 marzo 2006 alle 14:25

    proponevo di inserire il problema linguistico del romanzo (o di altre fome artistiche come il cinema) italiano dentro uno scenario più ampio. da non trascurare. da investigare. Canzian, quando dice: “Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto”, dà per scontato uno scenario complesso che sta dietro aquella ‘stereotipizzazione’. a questi processi non meglio indagati, non meglio nominati se non, appunto, ricorrendo ad uno stereotipo. perchè non affrontare questo scenario complesso – cosa accade, alla radice, nella cultura italiana dagli anni Settanta ad oggi? – , o almeno sfiorarlo, quando si parla del problema del linguaggio nel romanzo italiano e nella sua nuova (presunta: ma la quantità è garanzia di “qualità”?) ondata? Per questo credo che il lavoro di demetrio sia interessante, promettente e fertile. Perchè affronta il problema da punti di vista non restrittivi (come gli elenchi potenzialmente infiniti di nomi), e non tendenzialmente, pericolosamente specialistici (il mero dato linguistico).

  42. Paolo S il 31 marzo 2006 alle 15:59

    r. r., sottoscrivo abbastanza.Credo che il delicato equilibrio tra radici, materia e linguaggio nel romanzo non abbia ancora dato i frutti migliori. Nel cinema, direi che siamo lontani.
    Con speranza e interesse guardo ai narratori a teatro, Paolini, Celestini, Enia (che non sono solo narratori a teatro).

  43. christian raimo il 1 aprile 2006 alle 08:31

    un paio di anni fa avrei scritto lo stesso identico articolo che ha scritto sartori, rintracciavo pochissimi testi di quegli scrittori degli anni ’80 che parlassero di quello che era appena accaduto. “il bambino scettico” di albinati, “la via del ritorno” di palandri. busi, tondelli, lodoli, veronesi, de carlo… è vero andavano altrove parlavano di viaggi di europa, di città vuote, di ripiegamenti personali, di perdigiorno. e tutto questo è poi sempre un discorso generico.
    ma poi effettivamente c’è stata un’impennata nella fuoriuscita dei titoli sugli anni di piombo. anzi, almeno nel genere noir pareva a un certo punto che fosse IL tema. come oggi pare che questo tema venda, in nome credo della morbosità per il sangue, e perché – leggendo – si amano i conflitti e le contrapposizioni invece della noia. “cuori neri” di telese è un libro che va in questa tendenza, per dire. e se uno guarda il catalogo stile libero, veramente sembra lo sdoganamento del terrorismo come fonte narrativa.
    qui non si è trovata la lingua? dice sartori. il punto – e provo ad abbozzare – una discussione, e che le grandi sperimentazioni sulla lingua cadono nel vuoto molto spesso. scrittori come aldo busi o michele mari quanto sono letti? ci si mette allora a cercare un italiano ibrido, che sia medio e accessibile pur non essendo televisivo. in questo senso se fino a qualche anno fa reputavo sciatteria gli ultimi libri di de carlo o di baricco o di ammaniti, oggi è vero devo riconoscergli la capacità di aver trovato una lingua che va verso la comprensione, un italiano finto artificiale ma comprensibile.

  44. pippo il 1 aprile 2006 alle 16:15

    se io fossi uno scrittore racconterei gli anni settanta (ma anche la realtà odierna) tramite gli occhi di una persona semplice e onesta, un lavoratore, un emarginato, uno/una che si fatica dignitosamente la giornata ma allo stesso tempo non vuole rinunciare a capire quello che sta capitando intorno a lui e perché le cose vanno in un certo modo, perché si accorge che ogni volta che ha a che fare col potere deve subire delle umiliazioni, e ogni volta che capita a contatto con quelli che lo contestano si trova disorientato e perplesso. eccetera. questa persona semplice poi potrebbe trovare sulla sua strada un dotto, qualcuno che ha studiato ma che discende anche lui da persone semplici e oneste e anche se le cose le sa e ne capisce a fondo la complessità non ha perso la sua semplicità e la sua umanità. tanto per fare un esempio. il problema degli scrittori odierni è che non si pongono più, l’hanno rimosso, il problema delle origini, dei nostri nonni contadini ed emigranti. bisogna in qualche modo superare questo stereotipo della precarietà per denunciare il riemergere di un senso di nostalgia per l’antico patriarcato distrutto, anche se rimosso. ed è questo che rende insicure le giovani generazioni. si sentono abbandonate anche perché inconsciamente vorrebbero qualcuno che li comanda, che li indirizza in modo autorevole-autoritario, ma allo stesso tempo a livello conscio e razionale rifiutano questa prospettiva. anche il rapporto con il padre-padrone Berlusconi è più complesso di quello che sembra. tanti suoi detrattori lavorano, hanno il pane, magari non direttamente ma attraverso le sue imprese e specialmente nelle sue case editrici lavorano molte persone di sinistra, che hanno studiato nei licei di provincia eccetera. conosco molti dirigenti e ex dirigenti diessini che hanno lavorato per Mondadori o per Einaudi o per la Fininvest. non voglio naturalmente criminalizzarli, ci mancherebbe, anche perché queste imprese sono state estorte anche con l’inganno dall’attuale venditore di dentiere, ma non raccontatemi che si può volere veramente male, nel profondo, a chi ti ha dato il pane per tanti anni. come la sinistra profonda ha rimosso il problema Geronzi, tanto per dire, perché ha salvato e tenuto nella sua mano il manifesto, il partito diessino schiantato dai debiti e tanti tanti altri. bisognerebbe semplicemente raccontare le cose come stanno veramente, senza rimozioni di comodo. ma non vi da’ fastidio che sia l’avvocato-parlamentare dei Ds Guido Calvi a difendere maninpasta Geronzi? la sinistra che si porta gli avvocati in parlamento esattamente come B. non è un tema da scrittori per le relazioni di potere che evoca, anzi che scoperchia? lo iato scandaloso tra le parole e l’immoralità corrente della sinistra non è un tema da scrittori? eppure è una cosa che dovrebbe farvi incazzare ben più delle dentate sempre molto scontate del capo delle dentiere. visto che siamo a una settimana dal voto preciso: il capo delle dentiere mandiamolo a casa ma poi occupiamoci della realtà delle cose che riguarda anche e soprattutto noi per favore.

  45. "Aldo Biscardi" il 1 aprile 2006 alle 17:03

    il discorso tutto, a partire dall’articolo di sartori, mi sembra, in qualche modo, collimare a un dibattito che tempo fa (uno, due anni) passò qui per nazione indiana, riguardo alla maggiore o minore “mitopoieticità” (emh… dio mi perdoni), della narrativa italiana: recuperatelo!

  46. gianni biondillo il 1 aprile 2006 alle 17:55

    cazz’èvvero!

  47. Giacomo S. il 2 aprile 2006 alle 01:00

    @ alessandro c.:
    in realtà capisco benissimo le tue perplessità, e per certi versi le condivido. Ogni raggruppamento di autori, ogni ipotesi cronologica o di altro tipo, ogni tentativo di esplicitare delle dinamiche generali, è in realtà – tanto più trattandosi di “materiali” così vicini a noi – una mostruosa e per certi versi inammissibile forzatura. Andando a vedere da vicino i casi particolari, i singoli testi, si scopre che le cose sono molto meno semplici di quello che si ipotizzava, che, come dici tu, le “eccezioni possono essere più numerose della regola”. Senza contare che, trattandosi di narrativa, i “singoli testi” sono poi al fondo, e anche qui siamo d’accordo, la sola cosa che conta. E quindi andrebbero analizzati con calma e approfonditamente uno per uno.
    Resta il fatto che, con tutti i limiti, le ipotesi, se non altro come strumento (provvisorio) di lavoro, possono essere utili. Sarà che io, che ho una formazione scientifica, lavoro in un campo dove per l’appunto le tassonomie e i modelli, pur essendo naturalmente utilizzati – perchè non se ne può fare a meno – sostanzialmente non funzionano, in quanto per l’appunto le eccezioni sono sempre più numerose dei casi che “rientrano” nelle regole. E quindi sono abituato a non dare poi eccessivo peso ai modelli stessi, a considerarli dei semplici strumenti, in continuo divenire.

    Nel caso presente la mia ipotesi si poteva riassumere così: per più di 25 anni pochissimi testi narrativi (tu continui a non essere d’accordo, ma i nomi che sono saltati fuori a me sembrano pur sempre pochi) hanno avuto come tema centrale gli anni del terrorismo, e questo può essere ritenuto sintomatico di qualcosa, nella fattispecie una difficoltà a affrontate certi temi/registri, che dipende forse da una incapacità a prendere le distanze, a trovare in altre parola una lingua che consenta di tenere questa distanza, cosa che la lingua comune non consente di fare. Da questa ipotesi certo grezza, è venuta fuori una discussione che a me non sembra affatto disprezzabile. E’ saltata fuori in particolare la persona (cosa non da poco!) che ha dedicato del tempo ai non pochi scrittori che dal 2003 hanno parlato di terrorismo. La quale ha confermato che anche in questi testi osserva una tendenza a “sfuggire” dal registro tragico. Io in questo vedo una conferma della mia ipotesi. Perchè appunto ritengo che uno dei registri dove la lingua “comune” italiana attuale si rivela tendenzialmente inadeguata è per l’appunto quello grave/tragico (senza sconfinare nel “tragicismo” verista e neorealista e/o nel melodramma, dove invece – anche proprio per il peso della tradizione – la lingua ritrova la propria baldanza, e non pochi, anche negli scrittori di adesso, adepti).

    La mia ipotesi, per restare a quella, non implica necessariamente che (approfitto per rispondere a francesco f., che mi chiedeva: ma tu allora che lingua che useresti?) per parlare di quegli anni la soluzione sarebbe quella di sfornare un uniforme registro cupo/tragico, per carità (come dice tashtego in quegli stessi anni non c’era solo il terrorismo, e proprio questa articolazione sarebbe interessante da cogliere), ma pur sempre una paletta capace di inglobare anche il tragico [tuttociò naturalmente è puro delirio – già mi vedo tashtego che si soffoca dall’indignazione causata dalla mia sconfinata dabbenaggine – perchè una lingua non preesiste a un testo, ma è proprio in un testo determinato che trova se stessa]. Secondo me, tanto per intenderci il Fuggitivo (che è pur sempre un testo con una sua sobrietà e “necessità”, a differenza degli altri di Carlotto) semplicemente “elude” la gravità che si intuisce sullo sfondo, non tanto perchè la fa diventare solo un affare personale (i problemi di sopravvivenza del latitante), ma perchè questo affare personale si materializza più in “una lezione” al lettore, a tratti autocompiaciuta, dove la sofferenza è detta (proprio per il tono/lingua impiegati), per dirla con James, più che mostrata; proprio per questo, anche per questo, è un testo che, a mio modesto parere, non ci insegna nulla e si dimentica in fondo abbastanza in fretta. [curioso che una non dissimilissima tendenza a “mostrarsi”, dove aleggia sempre un che di autompiacimento, seppure in lui “le storie” siano molto più vivide, si ritrovi anche in uno scrittore peraltro molto diverso, Battisti] Ma mi scuso dell’accenno così rapido. Il problema è che per parlare dei singoli testi ci vuole tempo e concentrazione (e andrebbero tirati fuori, riletti…), perchè non c’è nulla di peggio delle scomuniche sentenziose.

    Tu dici che le lingue del movimento erano anche molto vive/creative. Questa non è la mia esperienza. Certo, c’è stato anche il 77 e Radio Alice e i cantautori (pochissimo in rapporto per es. alla Francia, dove l’ondata più propriamente ideologica del 68 ha convissuto e si è innestata su delle solidissime tradizioni surrealiste/patafisiche/oulipiane/esistenzialiste/debordiane/artaudiane…). Senza togliere niente all’importanza storica e antropologica di quegli anni (la democratizzazione, il divorzio…), resto convinto (ne avevo parlato in un colloquio su NI con Andra Raos) della incredibile povertà culturale e linguistica, non solo dalla parte del potere, ma anche da quella del movimento. Basta prendere in mano – senza addentrarsi nell’ulteriore chiusura culturale e linguistica dei terroristi – Lotta Continua o un qualsiasi altro giornale/documento dell’epoca. La forza dirompente di Ecce Bombo, si basava proprio su questo. Il problema è che di Moretti ce n’è uno solo, o insomma pochi (certo si potrebbe tirare fuori Boccalone di Palandri, appunto dei cantantautori…).

    Ma tu, che non sei soddisfatto dalla mia ipotesi di partenza, puoi sfornare un’ipotesi più valida, e hai forse adesso qualche elemento in più per farlo. Certo che in discussioni come questa, che di per sè lasciano il tempo che trovano, sono d’accordo, ed è proprio a questo che volevo arrivare, quello che sarebbe interessante sarebbe riferirsi continuamente ai testi. O almeno, visto che nessuno di noi può dedicarsi più di tanto a questo (ma la tua iniziativa dei florilegi secondo me e mi sembra anche secondo altri è molto interessante, e quindi andrebbe assolutamente continuata/potenziata, non scoraggiarti), almeno riuscire a coinvolgere delle persone che hanno lavorato e lavorano sui testi con più sistematicità. Questa volta, mi sembra, un po’ è successo. Mi pare già molto, non condivido il tuo giudizio così negativo.
    [ho provato a contattarti diverse volte, ma i messaggi tornano indietro; la mia mail: sartori@wanadoo.fr]
    gs

  48. Giacomo S. il 2 aprile 2006 alle 12:29

    naturalmente “il Fuggitivo”, di Carlotto, sta in realtà per “il Fuggiasco” (proustiano lapsus serale)!;

    @Baldrati, che mi chiede di chiarire il punto 10) delle mie precisazioni:
    come dire, a un critico si chiede che, prima di parlare, abbia letto TUTTI i testi che hanno a che fare con il tema di cui si parla, visto che è il suo mestiere, e visto che è il suo metodo deve essere rigoroso; con gli scrittori invece si può invece benissimo, secondo me, tollerare anche qualche buco, perchè il loro approccio è diverso, più pragmatico (centrato sulla propria scrittura, appunto) e spesso più labirintico, più “intuitivo”;
    gs

  49. Alessandro Canzian il 2 aprile 2006 alle 21:36

    Soverchiato dagli spunti, mi ritiro ufficialmente a rimuginare :-)

  50. r.r. il 4 aprile 2006 alle 09:11

    leggo e fedelmente riporto (nel tono tutto di sintesi, ma utile, e SISTEMATICO, e implacabile per gli addentellati con l’oggi…. – per chi li voglia vedere):

    “accanto a questa ipotesi disseminata e aproblematica di testualità [il rilancio dell’io, dalla ‘parola innamorata’ in poi…], coinvolgente poeti, filosofi e critici (divenuti a loro volta mezzo poeti e mezzo filosofi in un clima che esclude a priori la CRITICA [ieri come oggi, mi pare, tendenzialmente…], vive e prospera il parallelo rapporto con il mercato editoriale, nel quale sono coinvolti soprattutto i narratori (con l’esclusione di quelli sperimentali, ridotti alla condizione iniziatica – per addetti ai lavori – dei poeti) [ieri come oggi, mutatis mutandis: cfr i ‘letterati’ alla wu ming, eccetera, nei RISCHI del loro sperimentalismo iniziatico e sostanzialmente rifondativo del ‘ruolo’ dello scrittore…]. Per questi può valere la pena di tentare la strada del bestseller dosando gli ingredienti opportuni, compresi quelli, indispensabili, extraletterari (da guadagnarsi con i giornali o meglio con la TV) [e con il web, oggi…]. Il romanzo intellettualmente impegnativo – al passo con il clima culturale (….) e leggibile (…) o quello tradizionale e’ben fatto’ (…) o quello minimalista con presunzione microfilosofica. (…) Sulla beata innocenza della STRAGRANDE produzione narrativa, ai suoi buoni livelli di decoro [di genere, o, all’opposto, ma specularmente, di ultrasperimentazione formale], si riflette intera l’ombra della passività (culturale e FORMALE)” – P. Cataldi, Le idee della letteratura,’94.

    trattasi di uno spaccato della situazione letteraria (narrativa, poetica e della critica: e quindi della dimensione LINGUISTICA tout court ), della nostra cultura tra fine anni ’70 e ’80. se non si parte da questa (rigorosa) descrizione della realtà letteraria (dagli anni ’70, appunto), da questo severo approccio nell’affrontare il nostro passato letterario fino ad oggi (la sua PASSIVITà), è difficile, sinceramente, proseguire. mi sembra che si abbia qualche difficoltà ad affrontare per primo questo snodo. propedeutico agli elenchi di chi c’era e di chi c’è, a riflessioni sul piano linguistico degli eventi letterari…



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