Ama nesciri

6 aprile 2006
Pubblicato da

di Sergio Garufi

cioran.jpg Giuseppe Pontiggia era solito ironizzare sul fatto che “lo scrittore postumo pubblica molto di più di quando era in vita”, perché non tocca più a lui scegliere i propri scritti, e chi lo fa in sua vece spesso non va troppo per il sottile. Nel caso di Emil Cioran, come dimostrano i meravigliosi e densissimi Cahiers (Adelphi), dati alle stampe postumi dalla compagna Simone Boué contravvenendo alle sue precise disposizioni testamentarie, il meglio della sua produzione si nascondeva proprio fra gli scarti. Più che un libro è il cantiere di diversi libri, la summa caotica e sulfurea di tutto il suo pensiero. Una requisitoria feroce contro il mondo e contro di sé, composta in una prosa che dà corpo all’immagine kantiana della ragione al tribunale di se stessa. A questo badiale Zibaldone, che attraversa un arco di 15 anni (dal 1957 al 1972), il rumeno affidò tutta una serie di confidenze intime, aforismi, ricordi e annotazioni che prendono spunto dalle occasioni più disparate: la morte di un congiunto, una mostra d’arte, una cena con amici, una veglia notturna, l’ascolto della musica, una lettura, una passeggiata ai Giardini del Lussemburgo. Si tratta di frammenti, di brevi illuminazioni che rispecchiano fedelmente la forma espressiva di uno spirito che rifiutò sempre il sistema coerente e unitario. Forse, il loro grande fascino risiede proprio in questa immediatezza e spontaneità, nell’essere insomma dei taccuini senza destinatario; e il diario è, probabilmente, il genere letterario che garantisce la minor distanza fra arte e vita, il nobile e disperato tentativo di colmare l’abisso insondabile che separa l’una dall’altra.
 

In un passo illuminante, trascritto il 20/9/66 (pag.445), Cioran rivela il suo carattere scontroso e solitario, denunciando l’invadenza di un conoscente che era andato a cercarlo a casa sua senza preavviso: “Suonano alla porta. Guardo dallo spioncino, non apro. E’ D.L., che non vuol mai saperne di telefonare prima. Queste visite inopinate mi fanno star male, equivalgono a una violazione di domicilio, a una profanazione della solitudine”. Al di là dell’aneddoto curioso, questo episodio trova un preciso e significativo riscontro nella biografia di un altro celebre misantropo come il Pontormo, che usava sovente, come tramanda il Vasari, nascondersi in casa perfino ad amici cari come il Bronzino. Analogamente al Libro mio del Pontormo, anche i Quaderni del rumeno testimoniano un’ostinata condizione di autoesilio dalla vita. In entrambi questi diari, gli autori descrivono un’esistenza clandestina in una mansarda attraverso la puntigliosa, ossessiva e quotidiana trascrizione del cibo acquistato e mangiato, degli acciacchi e dei malanni fisici che li tormentano. Ma quell’isolamento è in realtà una peregrinatio in stabilitate, una meditazione sul mondo.
 

Il malessere che Cioran avverte vicino alla folla, che a volte turba il lettore, dipende dal timore di riconoscersi nei difetti altrui: “E’ un supplizio, per me, frequentare gente. Cogliere le proprie debolezze negli altri, ritrovare dappertutto le tracce del peccato originale, vedersi moltiplicati, leggere i propri difetti nello sguardo del primo venuto” (pag.134). In certi momenti, il desiderio è quello di un isolamento ancora più totale, radicale: “Dobbiamo piantare tutto, avere il coraggio e il pudore di crepare in solitudine, come gli elefanti e i ratti” (pag.301). Ma ben più forte di quel disagio è la voglia di conoscere il mondo, gli altri, come lo studio matto e disperatissimo e le frequenti riflessioni sugli incontri occasionali evidenziano. Alla stessa stregua di tante indimenticabili figure di misantropi curiosi e malinconici che l’arte, il cinema e la letteratura ci hanno regalato – vedi il giudice pensionato in Film Rosso di Kieslowski, magistralmente interpretato da Trintignant; o Byrne che recita la parte dell’astronomo in The end of violence di Wenders; o ancora Cosimo Rondò ne Il Barone rampante di Calvino -, dall’alto della sua specola Cioran osserva con compassionevole distacco le dolorose vicende degli uomini, e ne è partecipe perché sente che quel destino è comune a ciascuno di noi, sente che in questo consiste, più profondamente, il mestiere di scrivere.
 

Il weltschmerz, l’irredimibile dolore del mondo, è il centro della sua riflessione filosofica, e solo la musica, a tratti, è capace di fargli intravedere una speranza di salvezza, un barlume di significato e trascendenza. In un sorprendente appunto su Mozart del 27/5/61 (pag.79) scrive: “Il Requiem. Vi aleggia il soffio dell’aldilà. Dopo un simile ascolto, com’è possibile credere che l’universo non abbia alcun senso? Deve averne uno. Che tanta sublimità si risolva in niente, il cuore – così come l’intelletto – si rifiuta di ammetterlo. Deve pur esserci qualcosa da qualche parte, deve esserci un briciolo di realtà in questo mondo”.
 

Tranne che in questi rari momenti, in genere prevale l’idea che un comune destino di cenere presieda all’uomo e all’universo. Ciononostante, rinchiudere ogni volta Cioran nella comoda etichetta del “nichilista” tout court resta riduttivo e fuorviante, perché equivale a negare che il nulla sia “un territorio fecondo che si riempie di senso”; come ha fatto notare Castronuovo in un brillante saggio sul rumeno apparso sulla rivista Belfagor. E Cioran era troppo intelligente per essere irreligioso, sapeva bene che fra il Nulla e Dio vi è un vincolo strettissimo. La sua meditazione metafisica era più lucida proprio perché scevra da dogmi di fede; non a caso Carnap asserì che “i veri metafisici sono musicisti privi del dono musicale”. Il desiderio di Cioran è quindi quello di sondare le profondità di questa assenza di contenuto, di sprofondarvi completamente assieme a tutte le false credenze.
 

In ogni pensatore vi è una citazione-chiave che corrisponde a un’ossessione profonda e rivelatrice. Quella di Cioran è un precetto dell’ Imitazione di Cristo, a sua volta ricavato da una frase di San Bernardo contenuta nel Sermo de Nativitate Domini. La riporta nei suoi taccuini durante la primavera del 1960. Dice ama nesciri, cioè “compiaciti di essere ignorato” (pag.62). In questo senso, i Quaderni non sono altro che gli esercizi di umiltà di un intellettuale con la vocazione metafisica, di un teologo ateo che cercò in ogni modo di attenersi a questo arduo precetto monastico rifiutando le lusinghe del mondo. In uno struggente ma severo ricordo dell’amico Cioran, Constanin Noica afferma: “Forse la sua parte di silenzio nasconde le cose migliori che aveva da dire, proprio come Sissi, l’imperatrice d’Austria, nascondeva il bel viso dietro un ventaglio. Cioran ha semplicemente rifiutato di scrivere le grandi opere che portava in sé, come ha rifiutato di brillare nei salotti, nelle sale di redazione o nei caffè parigini, come ha rifiutato tutti i premi francesi e stranieri che gli sono  stati assegnati”. Cioran, isolandosi dal mondo nella sua mansardina del sesto arrondissement, rinunciò ad avere una biografia, che finì per confondersi e sovrapporsi  alla sua bibliografia, ai libri scritti non meno che a quelli letti. In questa orgogliosa rivendicazione di anonimato, l’immagine di Cioran assume ora i tratti di una figura arcimboldiana, il Bibliofilo di Stoccolma, in cui volumi, dorsi e copertine delineano il profilo di una persona non di carne e ossa, ma di carta e inchiostro.
 

I Quaderni sono il capolavoro che si rifiutò di pubblicare, il luogo oscuro e nascosto in cui la Vita diventa Letteratura; e noi oggi siamo grati a Simone Boué per il suo tradimento come in passato lo fummo a Max Brod per Kafka. Eppure vi fu qualcuno, come Michael Jacob, che rimproverò a Cioran di non essersi astenuto anche dallo scrivere, di non essere stato insomma coerente fino in fondo con l’idea della vanitas, dell’inanità di qualsiasi sforzo. Nella chiusa di Un apolide metafisico, una raccolta di interviste al rumeno edita di recente da Adelphi, Cioran si giustificò così. Siamo nel ’94, è la sua ultima intervista e probabilmente fra le ultime cose che ha detto in uno sprazzo di lucidità, essendo gravemente malato di Alzheimer da alcuni anni: “Si può avere coscienza del nulla ma non se ne possono trarre tutte le conseguenze. E’ ovvio che se si ha coscienza del nulla è assurdo scrivere un libro, anzi è ridicolo. Perché scrivere, e per chi? Ma ci sono necessità interiori che sfuggono a questa visione, sono di tutt’altra natura, più intime, più misteriose, irrazionali. La coscienza del nulla spinta all’estremo non è compatibile con niente, con nessun gesto; l’idea di fedeltà, di autenticità e via dicendo: tutto va a farsi benedire. Ma c’è ugualmente questa vitalità misteriosa che ci spinge a fare qualcosa. E forse la vita è proprio questo, senza volere usare paroloni, il fare cose alle quali si aderisce senza crederci. Sì, è suppergiù questo”

 

 

44 Responses to Ama nesciri

  1. Lucio Angelini il 6 aprile 2006 alle 08:43

    Amore, bell’articolo, complimenti. Ne ho citato una parte nel mio blog. Nun t’incazzà:- )

  2. arminio il 6 aprile 2006 alle 09:01

    caro garufi
    mi fa piacere scoprire che sei un cioraniano. è sicuramente l’autore che conosco meglio. condivido l’idea che i quaderni siano meglio dei libri.

  3. tashtego il 6 aprile 2006 alle 18:33

    “E Cioran era troppo intelligente per essere irreligioso, sapeva bene che fra il Nulla e Dio vi è un vincolo strettissimo.”
    Mi piasce questa frase.
    Per tre motivi.
    Il primo è che da del cretino, non direttamente of course a chi non è religioso.
    Il secondo è che fa intendere che il religioso è più “profondo” del suo contrario.
    Il terzo è che dire che tra “Dio e il Nulla (con la maiuscola, mi raccomando) vi è un vincolo strettissimo” non significa niente, ma fa scena.

  4. cristiano prakash dorigo il 6 aprile 2006 alle 20:01

    non conosco cioran, che però mi è stato consigliato e che prima o poi leggerò.
    sul fatto di essere religioso e sul concetto di nulla e di consapevolezza del nulla, invece, un pò ho letto, e li trovo argomenti molto interessanti per non dire, addirittura, indispensabili e strettamente legati tra loro.
    detto così, però, mi rendo conto, non dico nulla e, probabilmente, neanche bene.
    bell’articolo

  5. sergio garufi il 6 aprile 2006 alle 23:57

    L’espressione “teologo ateo”, che fu adoperata da Sciascia per Borges e da Savater per Cioran, non voleva essere solo un bizzarro ossimoro, ma esemplificare un vincolo, la curiosità metafisica che spesso contraddistingue chi professa un nichilismo radicale. Vi sono figure storiche, come Federico II, di cui si narra che esalò l’ultimo respiro dicendo “post mortem nihil”, che furono ossessionate dalla ricerca trascendente. Il puer apuliae pesava i condannati a morte prima e dopo il decesso per verificare se vi era una perdita di peso che potesse corrispondere alla consistenza dell’anima (i famosi 21 grammi del film con Sean Penn). Di più, credo che la stessa passione per l’arte e la letteratura testimoni in fondo un’ansia di assoluto, una qualche forma di religiosità che trova riscontro perfino nel lessico (“la vocazione”) comune ai credenti. Rothko, che io amo molto, sognava di disseminare il territorio di cappelle laiche piene di quadri, ove potessero sostare in raccoglimento i pellegrini dell’arte. E Rothko, fra parentesi, quando si tolse la vita aveva come livre de chevet “Storia e utopia” di Cioran (volume che compare pure negli ultimi fotogrammi de “Le invasioni barbariche”, come testamento spirituale e culturale del protagonista appena deceduto).

  6. francesco forlani il 7 aprile 2006 alle 08:19

    Un nostro collaboratore di Sud, Riccardo Venturi (vd NI) ha curato l’autobiografia di Rothko,che ho letto in francese e che è un vero capolavoro. Per quanto riguarda Cioran l’ ho incrociato a Parigi senza mai avere uno scambio diretto. Fu nei primi anni di mio espatrio e in una povertà molto cioranesca ricordo di aver ospitato nella mia chambre de bonne un rescapè rumeno, praticamente un clochard, lauraeato in filosofia come me, con cui divisi le due uova che c’erano e una notte lunghissima di conversazioni filosofiche. Fu lui a a parlarmi di Noica per la prima volta e la lettura de L’ami lointain: Paris-Bucarest, (L’amico lontano, Il Mulino, 1993 con: C. Noica) fu una delle più belle e anche rivelatrici del rapporto tra Cioran e la lingua madre. In questa corrispondenza tra i due (Noica, ve lo assicuro è un genio) Cioran racconta il perchè della sua scelta di scrivere solo in francese.
    effeffe
    ps
    Personalmente ho potuto convivere – e accettare- il pensiero di Cioran solo grazie a Jabès, che scoprii negli stessi anni. (fine ottanta)Forse tra i due accade quello che Sergio indica, ovvero il segmento che unisce il nulla a dio (minuscoli entrambi). Un amico che mi avrebbe tradito in seguito, Antonio Pascale, me ne aveva regalata una copia, di Cioran. Se gli avessi regalato Jabès sicuramente non lo avrebbe fatto

  7. Lucio Angelini il 7 aprile 2006 alle 08:35

    Sergio, ti ho ri-citato anche oggi, insieme a Tashtego…

  8. tashtego il 7 aprile 2006 alle 10:24

    Sciascia, Borges, Savater, Rothko a parte.
    Cioè, a parte ogni possibile pezza d’appoggio.
    Quello che voglio dire è che non tutti quelli che si pongono domande che hanno *anche* una risposta religiosa, si stanno per ciò stesso ponendo domande di natura religiosa.
    Se mi interrogo sul significato dell’esistenza, sulle origini del mondo e della vita, sulla natura della morte, su ogni possibile dettato etico, eccetera, non sto obbligatoriamente ANELANDO A DIO, all’”elevazione dello spirito”, eccetera.
    Dio è una cosa e il nulla è altra cosa.
    Sono concetti molto diversi.
    Io difendo a spada tratta il nulla (ammesso che questa parola abbia un senso) dalle indebite intrusioni dei teisti alla Garufi, che probabilmente è teista inclusivo, di quelli che sotto sotto non ci credono che gli atei con l’orrenda poltiglia dello spiritualismo religioso e cattolicante non vogliono davvero averci nulla a che fare.
    Dunque giù le mani da Cioran, caro Garufi, si faccia le sua indebite inferenze con qualcun’altro e lasci il pensiero del Nostro ai suoi sperdimenti nell’immensità del non-significato.
    Ricorda quando Cioran in una notte di disperazione comincia a farneticare sul fatto che possiede “un cranio”?
    Ricorda come non riesce a farsene una ragione?
    Sì?
    Ci rifletta su, magari.

  9. sergio garufi il 7 aprile 2006 alle 11:35

    io non sono un “teista inclusivo”, sono ateo e basta. comunque, “a parte ogni possibile pezza d’appoggio” è divertente, quasi quanto “qualcun’altro”.

  10. tashtego il 7 aprile 2006 alle 13:02

    se sei ateo dovr’esti rispettare lat’eismo d’eglialtri.
    quella sfilza di nomi che hai portato come test’imonial non sposta di una virgola il difetto della tua enun’ciazione.
    e poi sono teso per le elezioni: il tuo sbocco de cultura liceale in altri momenti lav’rei ignorato.

  11. sergio garufi il 7 aprile 2006 alle 13:58

    meno male che ci sei tu qui a elevare la cultura.

  12. girolamo il 7 aprile 2006 alle 14:26

    Bel pezzo davvero, Garufi. Se permetti una piccola glossa personale: il malessere in prossimità della folla, la frequentazione altrui percepita come “supplizio” non impedivano a Cioran di essere di una cortesia squisita. Io gli mandai un biglietto alla casa editrice (ci eravamo scambiati una lettera mesi prima), arrivato a Parigi, chiedendogli un incontro. Lui rispose il giorno dopo dandomi il numero di telefono, e fissammo un appuntamento sotto casa sua. Ed era molto impegnato (credo stesse rivedendo l’edizione di un suo libro in tedesco col traduttore, che era suo ospite).

  13. F.K. il 7 aprile 2006 alle 15:17

    Perfettamente in disaccordo con Tash. Chiunque scrive con una certa serietà, mettendo a repentaglio la propria vita (a prescindere dalle proprie convinzioni religiose) è affamato di assoluto, l’assoluto lo cerca. Che quest’assoluto possa essere il nulla, il discorso per me non cambia di una virgola: è l’essere che conta, è lo “streben” dello scrittore che conta, non se, al di là o dentro il tutto, *esiste” una Disneyland d’angeli girotondini o il baratro splendido del nulla.
    Grazie Sergio per questo pezzo davvero “liceale”…

  14. Una Signora Che Ascolta il 7 aprile 2006 alle 15:28

    Apprezzo molto il Tashtego, ma sono perfettamente d’accordo con F.K. Mi ha strappato le parole di bocca. Anzi, di dito.

  15. tashtego il 7 aprile 2006 alle 16:33

    “Chiunque scrive con una certa serietà, mettendo a repentaglio la propria vita (a prescindere dalle proprie convinzioni religiose) è affamato di assoluto, l’assoluto lo cerca.”
    Di una frase del genere non sono in grado di cogliere il significato, a meno che qualcuno non mi spieghi cos’è “l’assoluto”: nessuno lo farà, non c’è pericolo.
    ASSOLUTO, NULLA, DIO, eccetera, sono parole senza senso, sono il residuo di culture precedenti, tutte di natura spiritualista, sono concetti fossili che ci si ostina ad usare perché la cultura alla quale ci forma la scuola è quella lì: un impasto di idealismo, spiritualismo, deismo, con un pizzico di marxismo e di materialismo, tanto per insaporire il piatto.
    Cioran era ATEO e non, come dice Garufi “troppo intelligente per non essere religioso”, con la successiva cazzata su dio e il nulla.
    Come amante di Cioran chiedo rispetto per il suo ateismo, e di conseguenza per tutti gli ateismi.
    Chi “cerca l’assoluto”, chi si allepra con “il nulla”, insegue pseudo concetti ed è sostanzialmente uno spiritualista, vale a dire che nega il mondo come Tutta Materia, come partita da giocare qui, adesso, o mai più, nega il mondo come mistero esclusivamente scientifico da dipanare giorno per giorno, con pazienza, senza scorciatoie fino alla fine dei tempi, eccetera eccetera.

    p.s. l’accusa di liceoclassicismo era per la rispostina colta ed evasiva di Garufi ipse.

    (Secondo me Berlusconi finisce che vince)

  16. db il 7 aprile 2006 alle 17:45

    La cosa buffa è che molti vanno col lumicino o l’aspensorio in cerca di un filino di religiosità (è durissima, basta fare l’elenco dei grandi del secolo scorso), poi però se uno gli nomina Brod, si mettono a ridacchiare perché no, Kafka no, è da ingenui pensare che…
    Cioran non mi ha finora ucciso: ma se penso a quante volte mi sono addormentato su un suo testo…

    @redazione NI: potete togliere l’ultima riga tra parentesi di Tahtsego? E’ oscena, proprio perché non fa una piega.

  17. sz il 7 aprile 2006 alle 18:34

    Vorrei dire che le parole di Tashtego, diversamente da quelle degli altri partecipanti a questa discussione, mi appaiono sorrette da un “pensiero”, nel senso più alto del termine.

    (Ciavrai almeno una sessantina d’anni, Pecoraro – o come è possibile tanta “forza”? Spesso non sono d’accordo con te, ma nutro nei tuoi confronti un profondo rispetto.)

  18. sergio garufi il 7 aprile 2006 alle 20:50

    E’ divertente questa discussione con Tashtego, sembra tratta da un testo di Ionesco; per citare un amico e conterraneo di Cioran. Mi sento un po’ come se dovessi spiegare a qualcuno, che si dichiara amante e studioso di Borges, la veridicità di un’affermazione secondo cui nell’opera dell’argentino ricorrono spesso le metafore dello specchio e del labirinto. Insomma, viene il sospetto che o non sappia di cosa si sta parlando, oppure che ti stia pigliando per il culo. Ma dato che da questo dipende l’esito delle prossime elezioni, non mi sottrarrò al confronto. Chiedo anticipatamente scusa per il fatto di argomentare le mie opinioni con l’uso di citazioni testuali; so che è un brutto vizio e che le “pezze d’appoggio” non son più di moda, almeno qui, ma io sono abituato così e un lettore abituale e recidivo come me perde i capelli ma non il vizio. Relativamente all’obiezione che termini quali “ASSOLUTO, NULLA, DIO, sono parole senza senso, sono il residuo di culture precedenti, tutte di natura spiritualista”, rispondo che se così fosse metà dei libri di Cioran andrebbero buttati al macero. Ora, per Dario Borso, che si addormenta quando lo legge, la cosa sarebbe anche fattibile; ma per un cioranologo che si erge a esegeta ufficiale del rumeno questo è leggermente più imbarazzante. Quanto alla “cazzata sul vincolo fra Dio e il Nulla” cito testualmente Cioran:
    “Tutti i nichilisti hanno avuto a che dire con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al niente” (“lacrime e santi, Adelphi, pag.46). E ancora: “Tra il niente e Dio c’è meno di un passo, perché Dio è l’espressione positiva del niente” (sempre “lacrime e santi”, pag.41). E mi fermo a questo libro perché sto andando a vedere l’ultimo film di Spike Lee ed è tardi. Ma se serve posso continuare domani, non sia mai che per colpa mia vinca Berlusconi.

  19. Franz Krauspenhaar il 7 aprile 2006 alle 21:46

    Caro Stefano, io mi nutro spesso delle intelligenze altrui. Anche della tua, talvolta. Proprio perché da te pretendo (si fa per dire, è un problema tutto mio) delle argomentazioni di una certa robustezza, come fai a dire che, a parte l’ottimo Tashtego che qui stimiamo tutti (perlomeno io lo stimo), tutto il resto che si è commentato qui non è sorretto da un “pensiero”? E senza argomentare nemmeno per un quarto di rigo questa tua uscita da “capo claque”, se posso permettirmi di usare questa immagine alquanto teatrale, rimanendo comunque in argomento – del “nulla”?

  20. un ateo il 7 aprile 2006 alle 22:08

    Deo abscondito

    Ho sognato il sogno in cui mi sogni.

    Ero un frammento d’ombra
    dentro il tuo pensiero
    e tu la lampada di un pallido deserto
    dove spaziano oasi che sfuggono ai miei sensi.

    Io sete muta
    dell’onda che non ha nome e volto.
    Tu pietra antica che fu già soglia alle parole perse.

    Non lontano sono io mentre ti cerco
    dal nulla che mi cerca attraverso i tuoi occhi.

    *

    Soltanto il dolore
    spina di luce strappata al deserto dei giorni
    parla ai silenzi di dio
    dalla ferita di carne scolpita sulle sabbie.

    Racconta alle labbra del buio
    la traccia di stelle dove si spoglia l’ombra della notte.

    Implora per ogni naufragio
    solo la carità di un orizzonte vuoto.

    Ascoltaci –
    oggi dalla più antica delle tue pupille
    un nulla in forma di lacrima insemina zolla e tempo.

    Nessuna mano ritaglia tracce di parole
    dal vento sottile che tracima quale fiume in piena
    acque di impercorribili risposte.

    @ Sergio Garufi, a commento del suo pregevole scritto.

  21. sz il 7 aprile 2006 alle 23:56

    Scusa Franz, non volevo offendere nessuno – e credo che nessuno si sia offeso. Forse ho sbagliato il tono, o il modo, questo sì. Ammetterai però anche tu che non sempre quello che si dice è “robusto” o, se si ha un “pensiero”, sorretto da questo; tanto meno durante una discussione, e benché di solito si pretenda tanto più dai propri interlocutori quanto più li si stimi. Diverso è, o può essere, quando si scrive un libro, un racconto o un saggio, dove ci si prende il tempo per distillare il “meglio” da se stessi – e tu, che sei uno scrittore professionista, lo sai e lo sai anche dimostrare. Semplicemente, in queste colonne (e non in generale: non era un giudizio sulle persone, ma sulla discussione) ho trovato che Tashtego – il quale tra l’altro, che io sappia, non ha mai espresso il proprio pensiero in saggi o racconti o libri pubblicati, insomma non è uno scrittore professionista – abbia espresso una posizione qualitativamente forte, più delle altre. E ho voluto rendere pubblico il mio giudizio perché il modo in cui si è reagito alla sua obiezione, e qui mi riferisco più al particolarmente colto Garufi che al particolarmente sensibile Krauspenhaar, mi è parso poco rispettoso di questa qualità, teso anzi piuttosto a misconoscerla. Forse, col senno di poi, potevo starmene zitto, anche perché in effetti Tashtego non ha alcun bisogno di essere difeso. Perciò mi scuso per l’intromissione. Bis bald

  22. sz il 8 aprile 2006 alle 00:03

    P.S. Ho appena visto (anch’io) l’ultimo film di Spike Lee. Una goduria.

  23. sergio garufi il 8 aprile 2006 alle 02:14

    Avendo a disposizione l’originale di “Lacrime e santi”, che uscì in rumeno nel 1937 presso l’editura autorului col titolo “Lacrimi şi sfinţi”, ho controllato le due citazioni a proposito del rapporto fra Dio e il nulla (la famosa “cazzata”). Questo perché esistono molte differenze fra l’originale e la traduzione, tant’è che il primo consta di 189 pp. mentre il secondo ne ha solo 92. La prima che ho trascritto (“Tutti i nichilisti hanno avuto a che dire con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al niente”) si trova a pag.78 dell’originale e recita testualmente: “Toţi nihiliştii s-au războit cu Dumnezeu. O probă in plus pentru vecinătatea lui cu nimicul”.
    La seconda (“Tra il niente e Dio c’è meno di un passo, perché Dio è l’espressione positiva del niente”) si trova a pag.70 e dice: “De la nimic la Dumnezeu nu este nici măcar un pas. Căci Dumnezeu este expresia pozitivă a nimicului”. Una traduzione molto fedele, dunque.

  24. db il 8 aprile 2006 alle 05:18

    a. 193*

    À 20 ans, il souffre d’insomnie, erre dans les rues de Sibiu à la merci de l’idée du Néant. Perclus de fatigue, un jour en présence de sa mère, il se jette sur un canapé et dit: “Je n’en peux plus”. Sa mère lui répond: “Si j’avais su, je me serais fait avorter”. Il se sait le fruit du hasard et comprend qu’il n’y a rien à comprendre. Il décide donc d’écrire afin d’atténuer “une sorte de pression intérieure.”

    L. 194

  25. db il 8 aprile 2006 alle 05:28

    E. CIORAN (1911-1995)

    1937 “Lacrime e santi”
    1937 “La trasfigurazione della Romania”

    3 monografie recenti di 3 studiose europee:
    A. Laignel-Lavastine, “Cioran, Eliade, Ionesco. L’oubli du fascisme”
    E. Costantini, “Ionescu, Eliade, Cioran. Antiliberalismo nazionalista alla periferia d’Europa”
    M. Petreu, “An infamous past. Cioran and the rise of fascism in Romania”

  26. tashtego il 8 aprile 2006 alle 06:41

    @sz
    grz, mi confondi.

    @garufi
    va bene, ho molto letto cioran anni fa.
    può darsi che tu abbia ragione, può darsi che non si tratti di un ateo vero, può darsi che io abbia torto e che lui sia un usatore di parole che per me non hanno senso.
    la mia irritazione (proviene dalla tensione pre-elettorale) era relativa al fatto che spesso, qui e altrove, ma soprattutto nella real-vita, le auto dichiarazioni di ateismo non vengono prese sul serio e tutto viene ricondotto ad uno spirito religioso che si crede imprescindibile in ciascuno di noi e al quale si affida il compito di “rivelatore di profondità”.
    bene: è probabile che non fosse questa la tua intenzione, garufi.

  27. Lucio Angelini il 8 aprile 2006 alle 07:24

    Tashtego, magari DIO non esiste, ma l’emozione religiosa – la nostalgia di una patria più vasta – sì. Da sempre. Gianni Agnelli considerava l’amore una faccenda da sartine, poi si innamorò di Marella. Siamo tutti scettici & atei, ma nel momento della disperazione la tentazione di guardare in alto formulando mentalmente il classico “Dio, aiutami” (qualunque cosa si intenda con quelle tre lettere) è più forte di noi. Magari sarà tutto riconducibile al chimismo del nostro cervello, ma tant’è. Evviva la Ragione? Abbasso il Sentimento? Maddai, c’è posto per tutti e due!

  28. db il 8 aprile 2006 alle 07:47

    L’asse Cioran/Angelini porta dritto dal parrucchiere. Se invece vogliamo collocare Cioran in un posto più atto (non sotto il casco, ma que sais-je sotto un’abat-jour), colmiamo almeno un buco: la versione francese di “Trasfigurazione della Romania” manca del capitolo sugli Ebrei. Se Garufi ha l’originale rumeno di “Lacrime e santi”, potrebbe avere anche quello di “Trasfigurazione”, e dato che è il postante, tradurcelo o almeno riassumercelo. Se si tratta di filosofia (e non di tricologia), dovrebbe valere l’AMICUS CIORAN SED MAGIS AMICA VERITAS. Tra l’altro oggi 8 aprile è il suo compleanno, e sarebbe anche questo un modo non barbino di onorarne la memoria.

  29. tashtego il 8 aprile 2006 alle 09:26

    ecco, avevo deposto l’ascia di guerra, che subito si presenta angelini.
    ma la mette in modo così banale – ragione e sentimento, eccetera – che non vale la pena di ingaggiarsi.

    (e se davvero vince Berlusconi?)

  30. Franz Krauspenhaar il 8 aprile 2006 alle 09:44

    Se vince Berlusconi, per togliere l’ICI, sara costretto anche a toglierci la casa.

    Stefano, lo so bene come funzionano i blog, con la loro comunicazione “fulminante” (in senso non sempre positivo del termine). So anche molto bene che non intendevi offendere nessuno. Ma vedi, io mi sento “offeso” come lettore (il virgolettato s’impone senz’altro) se una persona intelligente come te fischia dal palco potendosi invece permettere, per tutta una serie di ragioni facilmente comprensibili a chi ti legge, una critica argomentata.

  31. Lucio Angelini il 8 aprile 2006 alle 09:49

    Tashtego, io sarò banale, ma tu bananale. Il sentimento religioso che provi verso la teoria del ‘tutto è materia’ ne è la prova.

  32. db il 8 aprile 2006 alle 10:39

    In politica paghiamo l’affossamento della bicamerale
    In cultura paghiamo il crollo della mente bicamerale

    In entrambi i casi il risultato è lo sdoganamento della destra

    bicamerale è ed es. il Cioran del ’37 coi 2 testi, e col conflitto d’interessi mentale tra anelito a Dio e trasfigurazione del Fascio.

    Quanto al rapporto tra finito e infinito, la religione/osità ne è solo un lato, non maggioritario e perfino accidentale. Ogni considerazione sul finito infatti, anche minima, prevede/racchiude una nozione di infinito – altrimenti non si potrebbe parlare di finito, o parlare del tutto.

  33. sergio garufi il 8 aprile 2006 alle 12:46

    @db
    non ho l’originale di “Trasfigurazione”, mi spiace.

  34. db il 8 aprile 2006 alle 14:12

    @garufi
    ho capito che sei una persona seria. io farei pace…

  35. tashtego il 8 aprile 2006 alle 18:26

    angelini, ok.
    ma adesso concentriamoci e stiamo uniti: la prova è severa.

  36. Miku il 8 aprile 2006 alle 19:46

    Sarà un altro severo Carnevale / perso alla sua deriva destinale

    Canzone!:

    Nä, wat wor dat denn fröher en superjeile Zick,
    mit Träne in d’r Auge loor ich manchmol zurück,
    bin ich hück op d’r Roll nur noch half so doll,
    doch hück Naach weiß ich nit wo dat enden soll.

  37. Kimu il 8 aprile 2006 alle 20:38

    Sarà un altro severo Cardinale / perso alla sua deriva intestinale

  38. Muki il 8 aprile 2006 alle 21:13

    Un alto ministero Temporale / a terebrarci d’ogiva inguinale

  39. kumi il 8 aprile 2006 alle 23:14

    Un alto magistero Interinale / a otturarci la piva + orinale

  40. Ikmu il 8 aprile 2006 alle 23:50

    Forse s’avess’io l’ale / da farla tra le nubi ad una ad una / + felice sarei a non centrare / il pitale.

  41. umki il 9 aprile 2006 alle 00:40

    Fossi un pitale/ un pitale coll’ale / volerei sulla capitale / a veder di quanto sale…

  42. Umik il 9 aprile 2006 alle 00:49

    Basta con le omeomelie, che tra un po’ ci tagliano (forse anche a ragione).

  43. kmui il 9 aprile 2006 alle 01:02

    di quanto sale la merda altrui / ecco ragionerei con vui

  44. Lucio Angelini il 9 aprile 2006 alle 08:29

    Tashtego, ok. Vogliamoci bene. La vita è breve.



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