A commento del 23% di Forza Italia

13 aprile 2006
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Pubblico qui un estratto di Acculturazione e acculturazione, di Pier Paolo Pasolini. Data 9 dicembre 1973. (AB)

di Pier Paolo Pasolini

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. U giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…

(Ora pubblicato in Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti)

24 Responses to A commento del 23% di Forza Italia

  1. Marco Saya il 13 aprile 2006 alle 17:42

    “…il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…”. Un grande anticipatore il Nostro. Le sue Lettere Luterane, un vangelo del terzo millennio. Tuttora siamo tanti Gennariello e manca l’educatore…e continuo a non vederlo a breve, purtroppo!

  2. Marco Saya il 13 aprile 2006 alle 17:45

    dimenticavo: con il milione di voti che gli mancano…(il dittatorello-mancato pretende la verifica delle schede) sarebbe al 27%.

  3. plm il 13 aprile 2006 alle 17:57

    Avevo 24 anni quando leggevo queste parole assimilandole e facendone un credo personale: ero militare di leva (in un battaglione di punizione per precedenti politici relativi a quegli anni) e passavo le ore di guardia in polveriera leggendole mimetizzate in riviste in cui l ‘Antonelli la faceva da padrona…

    La sensazione era che la profezia si sarebbe concretizzata ma che ci sarebbe potuto essere un “oltre” almeno nelle coscienze di una parte del paese.

    E’ amaro constatare invece che il fenomeno si è via via propagato inquinando tutto… e mi sembra che il vuoto culturale e morale abbia raggiunto anche chi ( nominalmente) rappresenta il depositario delle attese, delle istanze, delle indignazioni di quanti alla verità di quelle parole avevano creduto e credono ancora…

  4. EMERGENCY il 13 aprile 2006 alle 18:11

    NON C’E’ PIU’ STRADA
    NON C’E’ PIU’ NIENTE CHE NON SIA STRADA

  5. Massimo Villivà il 13 aprile 2006 alle 18:29

    “Per chi è crocifisso alla sua razionalità straziante/ macerato dal puritanesimo, non ha più senso/ che un’aristocratica, e ahi, impopolare opposizione./ La Rivoluzione non è più che un sentimento.”

  6. santo il 13 aprile 2006 alle 21:48

    Questa di PPP non è una profezia, ma un’analisi: difatti non è al futuro, ma al passato prossimo. da questo punto di vista è addirittura tranquillizzante, nel senso che dopo oltre 30 anni non siamo messi peggio.

  7. Robert Miradique il 14 aprile 2006 alle 07:39

    Nel 1947 Elio Vittorini rilascia un’intervista a Edgar Morin e Jean Gratien per “Les Lettres Françaises”. Vittorini non è un profeta, però ha compreso il funzionamento di due o tre meccanismi, che il potere è in grado di ottimizzare. Si chiede: “Perché la cultura è “libera” nella società borghese?”. La risposta non tarda ad arrivare: “Perché vi appare senza importanza, senza influenza. Si trova tagliata fuori dalla realtà, non riesce ad agire su di essa. La borghesia non fa altro che tollerare la cultura, dal momento che la crede senza importanza. Il fascismo, invece, cioè la borghesia nella sua essenza, si rende conto che la cultura, anche borghese, può risultare importante. Prende coscienza della possibilità rivoluzionaria che vi è contenuta. Tenta quindi di distruggere con la violenza ogni cultura”. Questo nel 1947… Pasolini intuisce che questa violenza passa soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione.

  8. Tritolo il 14 aprile 2006 alle 09:00

    berlusconi è malato. Non lo dico per scherzo. E’ schizofrenico. Gli hanno diagnosticato la schizofrenia a 30 anni…

  9. spurio il 14 aprile 2006 alle 09:09

    Chissà come mai l’operazione dei meridiani a 12 euro in edicola e poi in libreria non contemplava quelli di Pasolini. Qualcuno si è chiesto perché? Qualcuno si è chiesto come mai danno invece, che so, calvino, che così uno si passa bene le serate con un bel libro pacificato, di intrattenimento, che non fa male a nessuno? E pensa di aver risolto il proprio debito con la letteratura?

  10. Paolopaoli il 14 aprile 2006 alle 09:49

    Calvino non ha scritto solo “Il cavaliere inesistente” e “Marcovaldo”.

  11. spurio il 14 aprile 2006 alle 09:57

    …è vero, ha scritto anche tante altre cose simili…
    Ma il mio non vuole essere un giudizio di “valore”, bensì una constatazione sulle scelte editoriali e su un’idea di letteratura che serve ed è utile a certi meccanismi. Inconsapevolmente. Non voglio accusare calvino che può piacere o meno, ma la sua idea di letteratura (e di scrittura) ha vinto, è passata, è stata assorbita e resa indolore. Calvino entra nelle case senza che la cosa spaventi nessuno, anzi, te lo regalano quasi.. Diverso pasolini, che invece non entra…

  12. Paolopaoli il 14 aprile 2006 alle 10:03

    Scusa ma io non riesco a vedere un complotto in tutto.
    “Calvino entra nelle case senza che la cosa spaventi nessuno”: allora dovrebbe colpire più di un Pasolini.
    Aspetto con ansia i vol 1 e 2 dei Meridiani di Mishima. Magari li daranno in regalo con Tv Sorrisi e canzoni.
    :-)

  13. spurio il 14 aprile 2006 alle 10:19

    Non ho parlato di complotto. Provo a dirla in parole povere per andare al punto. Pasolini fa pensare, stimola riflessioni, critiche, ribellioni, analizza in modo lucido la società e ne tocca i punti deboli. Calvino fa l’opposto e dà comunque l’impressione a chi lo legge di aver saldato il proprio debito con la cultura. “Ho letto calvino, ho letto la letteratura, non ho letto cavolate, faccio parte di un universo culturale di qualità…”. Ma calvino non incide, non dice, non altera il rapporto con il mondo. La sua letteratura è debole (non sto dicendo, ripeto, bella o brutta). Leggere calvino non è “pericoloso” e quindi calvino sia lo scrittore più popolare di tutti. sia il suo meridiano a essere venduto in migliaia di copie. Attenzione però a non mettere in giro, a prezzo basso (ma più che a prezzo basso, in edicola, quindi con molti più acquirenti a disposizione di una libreria…) Pasolini. perché Pasolini è scomodo.
    Ora se sia un complotto non lo so, né mi piace la parola… però è un dato di fatto. Se non sapesse tanto di Moresco e famiglia, mi verrebbe da dire che questo è un esempio di come abbia vinto una letteratura depotenziata.

  14. "Aldo Biscardi" il 14 aprile 2006 alle 10:38

    spurio, queste cose qua ppp le pubblicava sul corriere della sera, mica su un blogghetino su splinder letto da quattogatti…

  15. spurio il 14 aprile 2006 alle 10:45

    hai detto benissimo: “le pubblicava”.
    Il mio discorso è sul presente. Non so se non riesco a farmi capire… Parlavo di oggi, dei meridiani con tv sorrisi e canzoni (come esempio) e di come il presente rilegge (o non rilegge) i grandi del passato.

  16. demetrio il 14 aprile 2006 alle 12:29

    la giornata di uno scrutatore e palomar sono due libri profondamente politici e scomodi di Calvino.

    d.

  17. benedetto il 14 aprile 2006 alle 13:57

    per demetrio:
    anche certi libri di arbasino e parise? sono scomodi e politici o civili anch’essi. senza dubbio. e siamo sempre tra gli ultimi anni ’60 e il finire dei ’70. ma come non pensare all’idea di letteratura che questi autori, compreso calvino, veicolano e predispongono per la loro stessa esistenza di autori – come legittimazione per la loro comunicazione artistica – e per il pubblico di lettori? e ciò non per riprendere il vecchio binomio oppositivo ppp/calvino

    per spurio:
    (tanto, di pasolini, va precisato, in merito alla sua oggettiva, ma sfaccettata, vena civile e d’opposizione, scomoda… come ad esempio il suo culto decadente, assoluto dell’arte, e della figura di artista, che lo fa approdare ad un manierismo intrecciato alla performatività che intende affidare alla sua opera…). il discorso è anche fuori fuoco perchè di pasolini, non solo per il trentennale della morte, si discute e si parla assai(l’autore è diventato icona e mito: poco si legge, è vero, ma si sbandiera appunto a ogni piè sospinto come per un’icona: di che guevara, o giù di lì)…. ma il tuo è un discorso potenzialmete fertile, in quanto intende anche solo sfiorare il tema della idea di letteratura che (proprio dagli anni delle ultime scritture di calvino – e di arbasino di parise di celati…) egemonizza la nostra critica e la nostra letteratura (la nostra idea di letteratura). e anche, forse, egemonizza e condiziona le risposte che cercano di ribaltare – senza attraversarne la problematicità- quell’idea egemone di letteratura. nel suo rapporto, s’intende, con la realtà.

  18. Nicolò La Rocca il 14 aprile 2006 alle 14:24

    Lo sguardo di Pasolini è interessante. Ha dimenticato di dire, però, che il posto che occupa la letteratura, in questa realtà da lui così lucidamente analizzata, è marginale. Nel senso che il sistema mediatico-televisivo-popolare le ha ritagliato un bel ghetto di lusso, sacralizzandola (sacralizzare significa sacrificare, cioè scartare) e assegnandole un luogo di resistenza. Chi propone luoghi di resistenza, ancora oggi, non fa altro che perpetuare l’approccio di Pasolini che se da un lato osservava con lucidità la realtà, dall’altro si autoemarginava esibendosi con la posa dell’artista martire. Il luogo di resistenza emargina chi vi abita, contribuisce a creare una riserva indiana e non una nazione indiana. Meglio la resistenza policentrica di Chomsky, o le azioni dei partigiani, o le proposte di Gramsci. Abbasso i luoghi resistenti e gli intellettuali che ostentano la resistenza perché non servono alla causa. In realtà, la più formidabile arma è la più antica: il Cavallo di Troia.

  19. Massimo Villivà il 14 aprile 2006 alle 16:06

    Pienamente d’accordo con La Rocca

  20. tashtego il 15 aprile 2006 alle 18:45

    “…l’approccio di Pasolini che se da un lato osservava con lucidità la realtà, dall’altro si autoemarginava esibendosi con la posa dell’artista martire.”
    mi permetto di obbiettare che questa è davvero una cazzata, la rocca, grossa come una casa.
    pasolini non si atteggiò mai a martire, né ad emarginato.
    faceva parte del sistema culturale e lì dentro aveva potere.
    scriveva sul corriere della sera, in prima pagina.
    evava un enorme seguito.
    faceva film, interviste, documentari.
    girava su macchine sportive, aveva i soldi.
    e soprattutto era ascoltato, anche, soprattutto, dalle cosidette classi dirigenti.

  21. gerry il 15 aprile 2006 alle 19:18

    @tashtego

    se mi permetti tashtego il concetto di martire (e di sacrificio) applicati alla figura di pasolini non è affatto sconsiderato. come interpretare altrimenti la sua fede o culto del poeta alla rimbaud, inciampato e trumatizzato dalla oscurità o dal caos del (tardo) moderno, e per questo sempre all’incrocio tra lucidità (ideologia) ed estetizzazione (le viscere, le passioni) della realtà?
    sulla sua emarginazione (intesa come voce non ascoltata, non influente…): andrebbero riprese (già lo si è fatto) le pagine del corsera del tempo: dopo la crisi e la svolta conservatrice del giorno, prima della nascita di repubblica come tribuna liberaldemocratica, su quelle pagine scrivevano, e denunciavano, e cercavano di intervenire (sulla realtà italiana del tempo ) e dunque tentavano di essere ascoltati dalle cosiddette classi dirigenti, il calvino più civile e parise, sciascia…. forse questo sta a significare ben di più della cronica svalutazione del ruolo intellettuale (oggi chi c’è che parla da quelle colonne? magris, e l’effetto è lo stesso…). sta a simboleggiare, come in filigrana, la realtà della diagnosi di pasolini. diagnosi. e basta. senza indugiare sulla sua spinta profetica, magari per restare, nostalgici, alle sue parole, alla sua icona. e cioè, come mi sembra traspaia dal dibattito sulle ultime elezioni, bisogna esaminare ciò che accade sotto i nostri occhi (la resistenza di berlusconi) in CONTINUITà con la nostra storia, e cultura, e realtà antropologica almeno dai secondi anni ’60 in poi. come aveva intuito pasolini, appunto. e allora ciò chiama in causa la FUNZIONE reale di quegli intellettuali, e degli intellettuali, oggi.

    ma cosa c’entra che girava con le macchine sportive ecc. e che aveva i soldi? mi sembra il più retrivo giudizio di un salinari, a scartare dai temi, per affondare facilmente sulle contraddizioni della sua vita (del resto, come sai, l’ossimoro è la cifra capace di leggere la sua FIGURa di intellettuale). forse anche la sua funzione.

    alla bourdieu: qual è secondo te il campo del sapere, oggi? e quale dovrebbe essere, come andrebbe organizzato un campo intellettuale alternativo?

  22. marco v il 15 aprile 2006 alle 19:57

    @ tashtego

    Pasolini non si atteggiò a martire perché a tutti gli effetti lo era (33 processi in 30 anni)
    Pasolini non si atteggiò ad emarginato anche perché lo voleva (frequentava un certo tipo di ambienti)
    Non capisco la violenza di certe affermazioni, sempre così assiomatiche: “è una grossa cazzata”. Scusa.. per te. Tra l’altro, ci sono milioni di pagine che ci aiutano a riflettere proprio in questo senso, sulla sua automartirizzazione, sull’inevitabile emarginazione al quale andò incontro ANCHE (non solo..) per sua stessa volontà. E ricordo lettere strazianti di scuse, di autoanalisi di Pasolini spedite per esempio al suo amico-nemico (soprattutto nemico) Fortini.

  23. tashtego il 15 aprile 2006 alle 21:14

    non ho tempo, adesso.
    ribadisco che la seguente affermazione, “si autoemarginava esibendosi con la posa dell’artista martire” mi sembra falsa e offensiva.
    che poi la figura di pasolini, complessivamente e secondo una prospettiva storica, possa oggi apparire come vittima (martire?) di un sistema che gli fu profondamente ostile non è negabile e probabilmente risponde a verità.
    ma dire questo è dire altra cosa rispetto all’atteggiarsi a vittima, all’auto-emarginarsi.
    pasolini visse in povertà insegnando in borgata dopo la fuga da Casarsa, ma appena poté, se ne andò dalle borgate a vivere da un’altra parte, eccetera: nessuna auto-emarginazione.

  24. concetta Melchiorre il 24 aprile 2006 alle 23:23

    Per me ha perfettamente ragione Pasolini purtroppo.Le persone ormai valgono solo per quello che consumano.Intere generazioni,anche gli istruiti,nel senso che sono diplomati o addirittura laureati ,vivono in funzione dei vari reality show televisivi per cui si legge sempre di meno e ci si interessa sempre di meno alla cultura.Così l’omologazione impera e io più che ai libri di Pasolini penso al Grande Fratello di George Orwell .Si,penso che in questi giorni si stia avverando proprio la distopia orwelliana,soprattutto quella del suo romanzo 1984.
    Concetta Melchiorre



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