A Gamba Tesa/ Philippe Muray

20 aprile 2006
Pubblicato da

La letteratura da dormire in piedi
di
Philippe Muray
(trad.Francesco Forlani)

A che pro meditare sullo stato attuale del romanzo se non si ha nella testa l’universo preciso, il mondo concreto, la situazione generale di cui è contemporaneo? Se non si ha all’orecchio, tanto per cominciare, il rumore di fondo del gran vento ammorbidente che soffia su di noi, un vento carico di bontà, di favori, di carità caramellosa e d’umanità, un tornado perpetuo d’incoraggiamento alla compassione bene in mostra, al semplicismo, all’infantilismo, alla solidarietà di superficie, ai propositi vuoti e devoti?

Come pensare al romanzo, a quest’arte della circospezione, della diffidenza, del dubbio, della libertà, della critica in atto e della rivelazione dei retroscena del tutto, senza avere in mente, come una collezione di marionette più o meno spaventose, buffe, terrorizzanti tutte le figure moderne della vigilanza risentita , dell’etica furbetta e accigliata, della buona coscienza senza frontiere, della cultura canonizzata, dell’effusione, dell’indignazione di paccottiglie e della denuncia senza alcun rischio? Senza sapere in cosa stia bollendo la nostra epoca?

Tutte queste lacrime di coccodrillo. Tutta questa estinzione organizzata dei benché minimi antagonismi. Questo depennamento delle ultime differenze (confusione dei sessi, delle generazioni, della realtà e dell’immaginario, dell’originale e della copia). Questo angelismo filosofico. Questa proliferazione di leggi ridicole e vessatorie. Questa incitazione all’assopimento nella gioia rassegnata. Questo scorrere fangoso di vita quotidiana asfissiata di festività.

Questa propaganda a favore della Comunicazione fiabesca e delle trans- frontiere per riavvicinare i popoli e diffondere la democrazia su tutto il pianeta. Questo zelo purificatore “degli ultimi uomini”, come li chiamava Nietzsche ( sono dieci anni che si riscrivono le vite degli artisti o degli scrittori nell’ottica del proprio giudizio o della loro decontaminazione: Picasso, Miller, Heidegger, Hemingway, sono già stati passati al martello pneumatico, gli altri seguiranno, li si sbarcherà tutti senza miasmi, senza peccati retroattivi, senza cattivi pensieri mal riposti, al gran banchetto degli spettri dell’anno 2000.) Queste zaffate deliranti ( Telethon, Sidathon, ecc.) divenute unico metodo di governo. Questa spartizione euforica delle rovine e che chiamano patrimonio (Matisse, Shakespeare o Baudelaire sono cose che non devono avere più senso se non alla sola condizione di essere distribuite, lottizzate e offerte a tutti). Questo riassorbimento paziente, minuzioso, del benchè minimo residuo di negatività (disobbedienza, sovranità, disaccordo, non solidarietà). Questo annegamento di ogni dissenso e disarmonia nel pathos, nell’enfasi, nell’ampollosità, nell’emozione ostentata, nella gran pompa inconsistente e bigotta. Questo riordino tetro del territorio. Questa occupazione senza fine, da parte delle immagini, del tempo libero, della cultura, delle feste, della libidine ormai senza impiego delle masse.

Per migliorare il quadro, aggiungiamo noi che mai la letteratura, regione tra le altre del lazzaretto turistico chiamato cultura, è stata così incoraggiata, accarezzata in tutti i suoi aspetti, come la specie in via d’estinzione quale giustamente essa è. E’ qualcosa di carino, inoffensivo, decorativo, la letteratura.. Non fa male a nessuno. Non è che un colore in mezzo a tanti altri sulla ricca tavolozza dell’approvazione del mondo così come lo si vede mentre si formatta . E’ una località da visitare se non si ha meglio da fare.
Questione inutile, ovviamente, quella di insistere sul NO essenziale che più o meno, abilmente camuffato, è alla base di nove su dieci delle grandi opere del passato. Del resto l’abbiamo dimenticato quel NO, non possiamo nemmeno più capirlo, non ne troveremo l’equivalente nella nostra lingua, noi l’abbiamo ritradotto in un vibrante SI .

Al di là di quel SI, quale salvezza? Nessuna. Gli scrittori di oggi del resto, lo sanno bene. Meglio allora fare quadrato. D’accordo. Per generare una stella danzante, come ancora si esprimeva Nietzsche, bisogna avere un caos dentro di sé. Ma noi, abbiamo ancora bisogno di stelle che danzano? No di certo.. Allora possiamo senza alcun rimorso cancellare gli ultimi caos, neutralizzare i conflitti e decretare l’armonia ( o almeno lavorarci). Chi criticare del resto? Di chi ridere? Contro chi battersi o almeno esercitare la propria libertà di spirito e d’immaginazione? Contro i nostri benefattori? i nostri migliori amici? I nani da giardino del pianeta informatico? I robottini elettrodomestici usciti dall’Ena (Ecole nationale d’administration,ndr)? Insorgeremo contro i padroni che hanno lo stesso spessore dei rettangolini plastificati nelle nostre carte di credito elettroniche?

Avanti allora, con le belle storie del tempo andato, le confessioni lacrimose, i racconti storici, le denunce delle vittime ideali, i dolci viennesi, i feuilleton intellettuali, le considerazioni distinte, il mito, l’insipidezza generale, i cenni culturali interminabili scambiati da personaggi incaricati di corsi in qualche università, affrancati dunque da ogni preoccupazione materiale come del resto da ogni necessità romanzesca.

Avanti allora, con l’ accompagnare, aiutare, assecondare la grande opera della società così come ha deciso di cantarsela.
Il mondo era fatto, credeva Mallarmé, per finire in un libro; i libri, ormai, sono pubblicati per finire nel torpore: torpore critico (i pietosi critici di professione si sono riconvertiti come tutti al turismo, i loro articoli sono dépliant da tour-operator con indicazione delle località da vedere ignorando le altre). Torpore contemplativo. Torpore acquirente, non acquirente, sempre meno acquirente. Torpore di chi legge, torpore di chi scrive, poco importa:torpore sempre di chi approva. Nelle loro crociate contro gli individui, i poteri d’un tempo ( la chiesa, il partito, la famiglia, l’esercito, la scuola) dovettero respingere mille attacchi, rivolte, proteste. ma la benevolente Macchina di condizionamento d’oggi non attira, lei, che degli elogi (o almeno dei silenzi). Mai si erano visti gli individui collaborare alla propria perdita (alla liquidazione della loro negatività vitale) con così tanto entusiasmo.
Che cos’è questo fine secolo, sul piano del discorso multiplo che lo avvolge e protegge? La storia del ritorno del mondo alla poesia, e non parlo qui della grande forma poetica d’un tempo, ma di questo nuvoloso, abbellimento pubblicitario e livellante, di questo movimento di fondo, indispensabile per “habiller” la nuova animalità dominante, a cui si potrebbe senza esagerare dare il nome del poetically correct.
Cosa fa il romanzo? Imita questo allineamento. Imita questo ritorno, questo ripiegamento, questa lenta caduta che ci si sforzerà di presentare come una nuova tappa esaltante della Storia continuata o rinnovata.(à suivre)

Nota a margine del testo
di Francesco Forlani

Navigando per i blog, qualche tempo fa, ero incorso in alcune critiche a Nazione Indiana ormai diventata, agli occhi di taluni commentatori una sorta di ricettacolo di idee e autori “di destra”, e se non proprio fascisti, sicuramente reazionari. Sempre in quei giorni avevo letto, con una certa curiosità, sul blog di Georgia (che qui saluto) un testo da lei postato di Alain Finkielkraut. Testo come molti altri di questo autore, estremamente intelligente. Nei commenti è partita così una caccia alle streghe degna della migliore tradizione maccartista su : uno) Come mai il Foglio lo ospitasse spesso sulle proprie pagine 2) Di che “parte politica” era realmente l’intellettuale in questione? 3) Come difendersi dai reazionari d’oggi soprattutto se comunisti (maoisti in questo caso) un tempo?

In Francia (vd. a questi indirizzi:
http://www.vigile.net/ds-michaud/docs3/03-1-3-libe-reparation.html

http://www.france-amerique.com/infos/dossier/Paysage%20Culturel/dossier5.htm

in Francia dicevo, un libro prima, e un dibattito poi, soprattutto sulla rete e nei blog, aveva sollevato le vesti di questa nuova impostura intellettuale d’oltralpe, definita pensiero conformista, accusando tra gli altri Gauchet, Finkielkraut, Taguieff, Manent, Yonnet, Muray, Michéa, Debray, Trigano, Ferry, Besançon. La vera impostura a parer mio era stata quella di metterli tutti insieme essendo taluni veramente distanti se non molto critici con gli altri. Quello che so e che posso dire con certezza è che almeno tre degli intellettuali presi di mira li conosco abbastanza bene da sentire con loro non solo una certa affinità ma soprattutto l’esperienza, da lettore, d’un vero pensiero critico. Uno, Jean-Claude Michéa, per averne tradotto, insieme ad Alessandra Mosca, L’insegnamento dell’Ignoranza, il secondo, scomparso recentemente, Philippe Muray e il terzo, Alain Finkielkraut per la collaborazione alla stessa rivista, l’Atelier du Roman,cui partecipano, tra l’altro, gli indiani Massimo Rizzante e Andrea Inglese.
Il testo che precede questa nota, a firma di Philippe Muray viene appunto da lì, l’Atelier du Roman, e sarà pubblicato su Sud. E’ la prima parte di quello che si potrebbe, serenamente, definire, un invito , anzi una spinta, a riflettere. Se poi pensiero critico significa essere reazionari, mah, allora pazienza! Abbiamo visto la canzone Imagine fare da sottofondo musicale a una pubblicità di una banca e Che Guevara usato come uomo immagine di una compagnia aerea. Veramente rivoluzionari i pubblicitari, n’est ce pas?

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15 Responses to A Gamba Tesa/ Philippe Muray

  1. Leo il 20 aprile 2006 alle 18:37

    Grazie del post F. Forlani. E’ davvero splendido.

  2. emma il 20 aprile 2006 alle 20:14

    Letto e apprezzato.

    Oggi ho sfogliato “Ferite e rifioriture” (Mondadori – 2006), di Giuseppe Conte.
    Vabbé, è poesia (Lo Specchio!) – ma le note su “compassione bene in mostra… carità caramellosa… ecc.” mi sembra possano riguardare tutti i generi di discorso, non solo il romanzo.

    Questa non mi sembra solo esemplare.
    Mi sembra stupefacente.
    Anzi da restarci secchi.

    Più pietà

    Devi avere più pietà per chi soffre
    mi dici, mia vita, e hai ragione.
    Non so che galaverna, che gelata
    un giorno mi intaccò il cuore.
    Da allora, lo confesso, il dolore
    degli altri mi sembra spesso poca cosa
    di poco conto se penso
    a quello che io ho patito.

    Ma di un bambino che aspetta suo padre invano
    di un senzatetto costretto a tendere la mano
    di chi dalla sua terra è lontano
    e non vi può ritornare
    tu lo sai che mi stringe pietà
    – benedetta, benvenuta anche adesso –
    più forte che di me stesso.

    Giuseppe Conte

  3. emma il 20 aprile 2006 alle 20:23

    Naturalmente si può dire che prima di tutto è irricevibile come poesia.

  4. Cato il 21 aprile 2006 alle 20:54

    Un gran bel testo di febbrile insonnia. Un antidoto contro l’acquiescenza e la senescenza del pensiero, non solo critico. La “spartizione euforica delle rovine” da sola vale un saggio: una delle più impietose, e vere, “istantanee” del panorama culturale attuale lette/viste negli ultimi tempi.

  5. Cato il 21 aprile 2006 alle 20:59

    @ Emma

    “Irricevibile come poesia” è la più impietosa, e vera, recensione che potesse essere scritta su “Ferite e rifioriture”. Un atto “dovuto”, nel senso kantiano del termine.

  6. andrea raos il 22 aprile 2006 alle 12:04

    “irricevibile come poesia”: al tempo stesso, il minimo e il massimo che si può dire dei versi in questione. Emma si aggiudica così l’ennesimo oscar della sintesi.

    Bellissime parole queste di Muray. Grazie Francesco. Aspetto con impazienza il séguito.

  7. emma il 23 aprile 2006 alle 07:33

    Nel frattempo ho letto tutto “Ferite e rifioriture” (ci vuole poco; il “semplicismo” di cui parla Muray presenta innegabili vantaggi).
    Non voglio insistere oltre, ma la miscela di estetismo (strenuo e banale) + buoni sentimenti (buonissimi) mi sembra davvero micidiale.

    L’elemosina (omaggio a William Blake)

    Chi è che lascia che un bambino
    chieda in strada l’elemosina
    stretto contro uno scalino
    e con in mano un bicchiere di plastica?

    È un bambino bianco e biondo
    non avrà più di dieci anni
    freddo e buio lo immobilizzano
    sono logori i suoi panni.

    E io che andando lo rasento
    e che dal mio portafoglio
    traggo un euro ed altri spiccioli
    so la mia colpa, so che sbaglio.

    Glieli porgo guardandolo
    e ora lo saluto mesto
    lui non fa neppure un gesto
    quasi io fossi l’invisibile.

    Chi è che lascia che un bambino
    chieda in strada l’elemosina?
    Vita, non lo sai davvero?
    E non ti ribelli, anima?

    Giuseppe Conte

    (se non ci fosse il W. Blake del titolo a fare “scena”, si potrebbe attribuire a Renzo Pezzani)

  8. emma il 23 aprile 2006 alle 07:57
  9. Cato il 23 aprile 2006 alle 09:03

    E sì, è proprio vero, non si può che rimanere ammirati di fronte a tanta sapienza critica ed esegetica: applicata al nulla, poi, diventa un’arte sublime! Ma è risaputo: la stragrande maggioranza dei redattori e dei commentatori di NI non capisce nulla di poesia, è incapace di riconoscere il genio. Manca solo la ciliegina candita, su quella melassa: una recensione del mitico A.B.

    “Vita, non lo sai davvero?
    E non ti ribelli, anima?”

    In un “pizzino” recuperato in una scatola di cioccolatini c’era scritto: “L’ignoranza dei fatti della vita costringe l’anima a non ribellarsi mai”. Che sia questa una delle fonti ispiratrici del sommo?

    Mah! Io sono per la rivalutazione di Angelo Silvio Novaro.

    p.s.

    @ effeffe

    Caro effeffe, ti consiglio di frequentare di più il sito dei “vibratori”: lì puoi recuperare, ad abundantiam, materiali per la rubrica “Etica del pompino” (anche senza “etica”): credimi, è una miniera inesauribile.

  10. sergio garufi il 23 aprile 2006 alle 12:22

    Sottoscrivo in toto sia il testo di Muray che le note a margine di Francesco.

  11. emma il 23 aprile 2006 alle 14:57

    @Cato

    1) Renzo Pezzani, Angiolo Silvio Novaro… per me quasi un ritorno all’infanzia.
    Ma allora reclamo “Il brutto anatroccolo” e “La piccola fiammiferaia”!

    2) Non sarei tanto severo con Vibrisse. E poi ciascun postante risponde di ciò che scrive.
    Però sì, una recensione così sembra davvero esagerata.
    Il punto di incontro potrebbe essere nel riconoscere che “Ferite e rifioriture” non lascia indifferenti :-)

  12. Cato il 23 aprile 2006 alle 16:06

    Emma, perfettamente d’accordo con te sul ritorno all’infanzia (chi sa mai: forse l’abbiamo vissuta nello stesso periodo storico) e sul ripristino immediato di anatroccoli e fiammiferaie: c’è più poesia in quelle due fiabe che in qualche centinaio di libri pubblicati in Italia negli ultimi due o tre anni.

    Quella sui “vibratori” non era severità (e poi, finire nella mitica “rubrica” di mastro effeffe dovrebbe essere un onore, almeno per me lo sarebbe): piuttosto era benevola canzonatura nei confronti di persone colte e di valore (e lì ce ne sono sicuramente) che dovrebbero, proprio perché tali, saper arginare a tempo il ridicolo, o, visto che tutti vi siamo immersi e lo pratichiamo chi più chi meno, fare almeno in modo di non farlo tracimare, come nel caso di quella recensione. Lo stesso dicasi (e lo scrivo qui, perché magari nessuno lo legge) per gli inediti di Buffoni: per chi, come me, lo ha amato e lo ama come poeta, quei testi “feriscono” e “rifioriscono” che è una bellezza (mai termine fu meno appropriato). :-))

    Concordo anche sulla tua ultima osservazione, e ne ho le prove tangibili: “Ferite e rifioriture” non lascia indifferenti, è vero: infatti a me, dopo averne letto (retto?) cinque sei pagine, sono comparsi, per autogenesi, dei tagli profondi all’altezza dei polsi, tagli che sto ancora cercando di suturare… ;-)

  13. Andrea Raos il 24 aprile 2006 alle 14:01

    Cato, ti si sta più o meno rispondendo sotto al testo di Buffoni; se vuoi unirti…

  14. Monia Gaita il 24 aprile 2006 alle 16:02

    Trovo assai interessanti queste osservazioni farcite di concretezza e da me largamente condivise di Philippe Muray. scrivendo poesie capisco il “torpore critico, contemplativo, acquirente…sempre meno acquirente” che, puntuale come orologio, fa da stratificazione laminare invariata alla pubblicazione di un libro. Oggi è sempre più la futilità ad ottenere il lasciapassare di un consenso su vasta scala, il facilmente vendibile ad incassare lauti guadagni in termini di clamore e di attenzione suscitata. Ma la lavagna luminosa del sapere vero si accende altrove e mi discosto di una spanna dal pessimismo ragionevolmente realistico dell’autore nel ritenere che il proiettile della scrittura banalmente depauperata non abbia leso del tutto gli organi vitali ai lessicologi del bello,a riflessioni intelligenti, a costruzioni inedite, disepigoniche, succeditrici legittime della passata “great, literary tradition”. Oltre l’encefalite letargica-pervasiva della stupidità, possiamo con convincente forza, dar leva al gioco mobilestimolante dei pensieri, licenziando su due piedi i coloni dell’approssimazione, la messa in vetrina da imbonimento pubblicitario di certe capziose ideologie alla moda, le parallele squallide di punti di vista penosamente omologati. Ci vuole coraggio per rompere gli stereotipi di una cultura così lenta e regressiva. Con un lindore di biancheria appena stirata, la parola saprà risorgere contro chi vuole affondarla, schiaffeggiarla, sommergerla, riaprendo i suoi ventagli di via d’accesso privilegiata alla verità delle cose, ad un cammino civile di sviluppo, fecondamente e responsabilmente dispiegato.

  15. francesco forlani il 26 aprile 2006 alle 07:11

    Tra un giorno o due il seguito del testo di Philippe. Grazie a tutti voi per gli interventi. Lasciano ben sperare.
    effeffe



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