Due trafiletti

22 aprile 2006
Pubblicato da

di Franco Buffoni (inedito)

La località denominata Balzi Rossi, nei pressi di Ventimiglia – nota agli studiosi di antropologia per i rilevanti ritrovamenti fossili – veniva spesso menzionata in epoca pre-Schengen nei fatti di cronaca legati alla immigrazione clandestina tra Italia e Francia. Il treno in quel punto impervio è costretto a rallentare permettendo con un salto l’entrata senza controlli in territorio francese; ma il sentiero è poi molto scosceso e di notte pericoloso.
Il trafiletto di cronaca era posto accanto a quello del suicidio di un adolescente, gettatosi da un cavalcavia della tangenziale est di Milano. Perseguitato dai compagni di classe per la sua effeminatezza, lasciò un biglietto: “Spero di risvegliarmi in un mondo più gentile”.
I due trafiletti di cronaca, posti così casualmente vicini, mi paiono ancora oggi efficaci per descrivere il terreno comune a due esclusioni, che la cronaca contemporanea vede ascrivibili alla Bossi-Fini da un lato e all’avversione ai Pacs dall’altro. Questo è l’argomento del libro che sto scrivendo – Noi e loro – dal quale traggo anche i tre testi successivi, legati a esperienze di questi ultimi mesi.

***

I

Voleva superare l’inevitabile il pieno
Scanalare i cinquecento franchi
Sulla parete rossa
E governare la scanalatura
Scendendo tra i balzi dove
Il trenomare frena
Il clandestino curdo
Precipitato ieri
Nel tratto impervio a mezza costa
Tra Mentone e Ventimiglia.

II

Gentile. Giovane fragile bello
E gentile. Una condanna per te
Solamente
Una fuga
Dal parapetto del cavalcavia
Sperando di risvegliarti
L’hai scritto nel biglietto
In un mondo più gentile.

***

SE LO DISSERO I DUE

Se lo dissero i due domani sera
Che tra loro si poteva fare
Anche di più,
Basta che tu
Per la casa ti accontenti.
Il letto giù.

Così grattandosi la nuca un finitore
E lucidatore di pezzi meccanici
Sotto il cartello che ricercava
Urgentemente operaio con esperienza
In fonderia alluminio
Conobbe un fresatore con due anni di esperienza
Che lì accanto scuoteva il capo col caffè.
Mentre a calcetto tornavano a giocare
I tornitori su torni paralleli
E dei saldatori con esperienza di disegno
Il gruppetto si scioglieva.

Noi ormai ce ne stiamo a parlare tra noi,
Loro a insultarci ma con cautela,
Io stesso a volte me ne accorgo dopo.

***

PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE

Da troppo tempo chiusa per lavori
E’ un parcheggio abusivo
Piazza Augusto imperatore
Attorno al mausoleo.
Tre gli egiziani che reggono il business
Più un aiuto, un giovane nipote
Nabil Alì, di turno a mezzanotte.
Perché gli raccontassi le parole italiane
Sorrideva, era una festa solo se passavo
Di birra o di gelato, di accendino. Mi aspettava
Ripassando il condizionale
Scritto in matita su un taccuino.
Una sera le macchine dei vigili
Ruppero l’incanto, gli zii arrestati
E per lui girare al largo.
Ma forse sarei passato
E allora un grido flebile
Ruppe il silenzio dei vigili presenti
“Sono qui… sono qui”, proveniente dal basso,
Due carboni accesi nel buio i suoi occhi
Dal cuore di Augusto.

***

A Fregellae come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
Nulla di intatto perverrà a chi vi manda,
Un patto scellerato col traditore Quinto
Condannò a devozione la città.
Come Cartagine,
Donde venite voi
Scavatori clandestini
Qui ad alternare Literno pomodori.
E non fu per diritto negato di cittadinanza
Che i fregellani insorsero
E Roma vendicò l’insulto?
Il permesso di soggiorno domandate,
E scavate, scavate…

A Fregellae come Cartagine: Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregellae restano le rovine nei pressi della moderna Ceprano, tra Frosinone e Cassino. Rovine sulle quali venne consumato il rito della devotio, la consacrazione – con tremende formule di esecrazione – del suolo della città distrutta alle divinità degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregellae condivise con Cartagine e Corinto. La ribellione dei fregellani era nata dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.

13 Responses to Due trafiletti

  1. emma il 23 aprile 2006 alle 22:22

    Mi sembra molto interessante l’apertura del laboratorio poetico di Franco Buffoni.

    In altre tradizioni poetiche forse le cose stanno diversamente; qui una poesia che in presa diretta “parla” di fatti di cronaca è considerata ancora “minore”, estemporanea, occasionale.
    Perciò penso sia difficile fare – intenzionalmente e con un’idea di “sistema” – poesia di questo tipo.
    È difficile raggiungere un equilibrio non precario, sono da costruire (più che in poesie di altro genere) le forme e la lingua, è indispensabile vedersela con il rischio di “semplicismo” e di sentimentalismo (ciò di cui parla Muray nel post che precede).

    Di Buffoni di recente ho letto “Guerra”. Avevo letto “Lager” e parti de “Il profilo del rosa”.
    Mi pare ci sia una direzione di ricerca rigorosa e in grado di dare risultati importanti.
    Non so quale sia il segreto.
    Forse ha un peso rilevante l’attenzione simultanea a molteplici elementi / dati / fattori: l’elemento individuale / personale, il dato storico, il fattore antropologico e quello biologico (quasi una biologia storica).
    Dunque, se si dice “cronaca”, si tratta in effetti di una “cronaca” con radici e trame consapevolmente fitte, complesse, stratificate…
    E poi la lingua: senza limitazioni di registro, ma puntuale, asciutta; mai accondiscendente con il sentimentale gratuito e tuttavia capace di metabolizzare e di “rendere” emozioni, lacerazioni, rivendicazioni, invettive… (“Il permesso di soggiorno domandate, / E scavate, scavate…”)

  2. marco il 24 aprile 2006 alle 13:07

    pienamente d’accordo con Emma: la scrittura di Buffoni (soprattutto con il recente Guerra) ha/dimostra equilibrio e necessità assoluti. è giocata sul fronte freddo e denotativo della scrittura. che NON è un fronte anti- o post- umano. anzi.

    mi permetto di rinviare a una piccola nota qui

  3. Andrea Raos il 24 aprile 2006 alle 13:48

    Ha fatto benissimo Marco a ricordare la sua ottima “nota di lettura”.
    Ed è vero, come dice lui, che è una direzione, questa, in cui Buffoni si sta muovendo da anni – io direi, in modi diversi, sin dalle primissime prove.
    Come sempre più – anche questo dato secondo me non trascurabile – Buffoni studia gli “sbilanciamenti” tra prosa e verso, i reciproci arricchimenti e annullamenti (ricordo Del maestro in bottega, Empiria).
    Come aveva fatto bene Emma a citare Conte nei commenti qui sotto a Muray, così ha ragione nel collegare, confrontare questi testi di Buffoni alla stessa discussione. Ecco, a me sembra che a Muray questi trafiletti sarebbero piaciuti.

  4. Cato il 24 aprile 2006 alle 14:32

    Carissimi Emma, Marco e Andrea: condivido in pieno tutto quello che avete scritto sul lavoro/valore della poesia di Buffoni, sulla sua ricerca attuale, tutta incentrata sugli “sbilanciamenti tra prosa e verso” e sui “reciproci arricchimenti e annullamenti”, e non potrebbe essere altrimenti per “chi, come me, ha amato, e ama, la sua poesia”. Ho solo lasciato intuire un giudizio (?) di non particolare apprezzamento sullo stato attuale di questi testi, dove non vedo risolta, almeno non ancora, quella “reciprocità”, che, comunque, deve approdare a un punto di equilibrio, quale che sia. Laddove il punto di equilibrio, all’interno di una dialettica trasversale di sbilanciamento, è stato trovato, mirabilmente come nel caso di “Guerra”, il risultato che ne è derivato è un’opera di grande valore e spessore, almeno per me. Qui avverto più l’urgenza del dire, il “tema” che preme alle porte della voce, piuttosto che la mano sapiente che può impedire a uno dei due elementi di tracimare e di lasciare in ombra l’altro. Niente di più, niente di meno. Solo un’impressione. Ben sapendo che, quando si aprono le porte del proprio “laboratorio”, il rischio che si corre è quello che l’occhio che vi si affaccia si soffermi (magari è stato il mio caso) più sugli “abbozzi” che sugli strumenti. Ma quegli strumenti io li conosco, e li ammiro, e non credo (ma è solo una mia impressione, sia chiaro) che a opera ultimata, cioè a libro pubblicato, quei testi appariranno “proprio” in quella veste. A esemplificazione di quanto detto, noto il “punto di equilibrio” di cui sopra solo in “Se lo dissero i due”.

  5. Cato il 24 aprile 2006 alle 15:45

    Una precisazione, non richiesta, su quel “punto di equilibrio”.

    Io penso (che bell’esordio cartesiano!), che ogni interazione di piani, sia essa di avvicinamento o di allontanamento o il loro reciproco rovesciamento, soprattutto se iscrivibile in una dinamica “a freddo”, come dice Marco, trova la sua “necessità” nella “intenzione” dell’autore, nel senso che la sua scrittura dovrebbe essere sempre animata da un “movimento al di là”, cioè verso la possibilità di definire uno spazio, in questo caso specifico della poesia, dove il corpo segnico si apre alla molteplicità degli orizzonti di senso, e delle chiavi interpretative, che porta in sé, in quanto forma di comunicazione, sia pure “altra”, a prescindere dalla consapevolezza e dalla volontà che presiede l’atto. Questo punto “può” essere, forse, il territorio, molto spesso insondabile, dove il mio sguardo di lettore ha bisogno di spaziare, per ricostruire, dove possibile, frammenti di quella geografia altra che non sono da contrapporsi alla logica interna del testo, ma lo completano, svelando al testo stesso la molteplicità di oasi di senso che ogni spazio bianco contiene.

    p.s.

    Le virgolette, troppe per ogni palato, vogliono solo mimare la gestualità che accompagnerebbe queste parole in un dialogo vis à vis.

  6. Cato il 25 aprile 2006 alle 17:13

    Hey, voi tre! Che bella accoglienza! Prima mi invitate nella vostra bellissima villa e poi mi chiudete in cantina, lasciandomi la possibilità di intuire il paesaggio solo attraverso i frammenti di giardino che arrivano all’occhio da una grata semisommersa. Critici matrigni che non siete altro! ;°-)

    P.S.

    Tradotto dal leopardese: potevate almeno dirmi che avevo scritto delle cazzate, mi sarei sentito meno solo.

    Siete dunque responsabili della mia scomparsa: è il vostro silenzio che mi ha ucciso!!! Adieu à la critique. :-(((

  7. Cato il 25 aprile 2006 alle 17:16

    Pardon! Adieu à la coque.

  8. andrea raos il 25 aprile 2006 alle 17:55

    Eh dai, addirittura! Se non si può più nemmeno contemplare in silenzio… :-)

  9. Cato il 25 aprile 2006 alle 23:47

    Lo so, caro Andrea, che eravate/siete in contemplazione del mio scritto. Ed è proprio così, ho un effetto apotropaico, me malgrado, tanto che un numero sempre crescente di persone mi cerca, mi vuole, mi invita a cena, alcuni si accontentano, in mancanza della presenza fisica, almeno di una foto autografata, possibilmente con qualche macchiolina d’unto all’altezza del cuore. E’ il mio destino, e devo, purtroppo, accettarlo: alla grandezza, si sa, non si comanda! Pensa che talvolta scrivo cose così profonde, ma così profonde, che ci cado dentro da solo e non so più uscirne, tanti sono i re-cessi del mio stesso pensiero che non riesco a controllare. Sono più di ventiquattro ore, ad esempio, che cerco di risalire dal baratro che io stesso ho spalancato sotto i miei piedi scrivendo quella nota sugli inediti di Buffoni. Sì, lo confesso, mi faccio paura, quindi capisco benissimo il vostro atteggiamento: la contemplazione e il silenzio sono l’unica risposta, umana, a tanta trascendente vertigine…

    P.S.

    Se stai pensando al tipo di sostanze a cui mi sono abbandonato prima di scrivere ciò che, prima o poi, leggerai, sappi che mi sono appena annusato, incautamente, dopo due ore di biciclettata venticinqueapriliana e poi, in spregio di qualsiasi precauzione, ho avuto un rapporto non protetto con me stesso: mi sono guardato allo specchio, intensamente, prima di finire sotto la doccia per forza di inerzia…

  10. emma il 26 aprile 2006 alle 08:47

    @Cato

    Il post di Buffoni è la presentazione/riflessione di /su un laboratorio poetico.
    Si sta parlando (lo fai notare anche tu) di un libro in fieri, di materiali in lavorazione.
    Non mi sorprenderei se trovassi – nel testo definitivo – questi stessi pezzi/poesie con modalità di elaborazione differenti.
    Mi pare del resto che anche “Guerra” abbia avuto una lunga gestazione, e che diverse parti siano state presentate in corso d’opera.

    Quanto alle tre poesie.
    La prima, benché più “immediata” sul piano comunicativo, non mi sembra meno efficace della seconda (quella che tu preferisci).
    La terza è, secondo me, la più interessante, ma certo è anche quella di più difficile lettura, perché richiede conoscenze storiche particolari, quasi da specialista.
    Mi chiedo allora se resteranno le note esplicative, se si arriverà a un altro livello di elaborazione.
    Mi chiedo, più in generale, se il libro conterrà anche parti in prosa, oltre che poesie.

  11. Cato il 26 aprile 2006 alle 12:11

    Uno dei massimi segnali di rispetto e intelligenza, in campo letterario, è quello dello scrittore o poeta che apre al pubblico la propria “officina”. Sono in pochi quelli che lo fanno e, guarda caso, sono sempre i più attenti al valore etico intrinseco in ogni produzione artistica, almeno per quanto mi riguarda. A muoverli, credo, e questo me li fa apprezzare ancora di più, non è la volontà di esibire i gioielli di famiglia, ma quella di mostrare la genesi, condividendola e quindi strappandola al circuito della merce, dei materiali grezzi che un giorno, come “prodotti finiti”, saranno nelle mani del lettore. Lo scopo è chiaro, e nel caso di Buffoni lo è ancora di più: sollecitare l’osservazione critica, reperire, attraverso chiavi di lettura diversificate, spunti che aprano la creazione del “manufatto” ad altre prospettive, a ipotesi e scarti non presi in considerazione dall’occhio di chi crea: cioè a tutto quell’insieme di suggestioni che mai più il lettore avrà modo di comunicare all’autore dopo che avrà portato a termine la sua lettura dell’oggetto, nelle sue mani, ora, in forma di libro. Mi si dirà: ma c’è la critica! E’ vero, ma la critica, fatte salve poche eccezioni, lavora oggi, in Italia, per schemi, incastri, griglie e, molto spesso, per giochi e affinità di potere, in una logica dove domina il do ut des che annulla ogni parvenza di analisi degna del nome. E in quest’ottica che, sapendomi chiamato in causa come lettore, ho mosso delle osservazioni, credo pertinenti, sul tema che “ancora preme alle porte della voce” e sulla ricerca di equilibrio tra le due istanze. Fossi uno scrittore, o un poeta, lavorerei a cielo aperto, e non vedrei mai, in un’osservazione criticamente motivata, un’intrusione o una limitazione calata nel vivo della mia creatività: mi piacerebbe, sempre, confrontare la mia visione dell’oggetto che sto costruendo con lo sguardo altro, scevro da qualsiasi interesse che non sia la pura osservazione del dato, capace di fornirmi ulteriori chiavi di lettura sul mio stesso procedere. Che è, e rimarrà sempre, mio.

    Qualche anno fa, ho avuto modo di conoscere di persona Franco Buffoni: gentilissimo, disponibile e umile come solo le persone veramente colte (e umanamente grandi) sanno essere. Credo apprezzerebbe questa riflessione.

    @ Emma
    Vedo con piacere che diciamo, sostanzialmente, le stesse cose, E mi fa veramente piacere vedere con piacere che la cosa mi piace. ;-)

  12. emma il 26 aprile 2006 alle 18:39

    Buffoni l’ho sentito leggere l’estate scorsa.
    Lineare. Niente enfasi. Grande carisma.
    Non che un poeta debba per forza avere una presenza e una lettura carismatiche. Ma insomma, un carisma di quel tipo non credo faccia male alla poesia.

    Non so quanto abbia contato quella lettura. Dopo “Guerra” mi sono chiesta perché siano così noti e così sempre in mezzo altri poeti della generazione di Buffoni.

  13. Cato il 26 aprile 2006 alle 20:57

    Il carisma dell’umiltà e della semplicità, credo. Che è l’arte, ormai quasi del tutto dimenticata, di quelli che chiamo “maestri senza dottrina”: insegnare, e lasciare il segno, senza averne nessuna intenzione, e senza che l’intelocutore si senta un discepolo. Sono rimasti non più di una decina di nomi, tra i poeti, in grado di officiare questo rito.



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