Il secondo capitolo di “The golden gate”

25 aprile 2006
Pubblicato da

di Vikram Seth

traduzione di Luca Dresda, Christian Raimo, Veronica Raimo

2.1

La notte, dopo una strenua sessione,
accompagnato a casa tutto il gruppo,
passata attraverso la confusione
dei gatti al suo ritorno, il viluppo
del sonno non la avvolge. A Orione
rivolge lo sguardo, all’Orsa, al Leone.
I gatti immersi nel sonno profondo
sono arruffati al di sopra del Mondo
del copriletto. Poi con un sorriso
una luce nuova gli occhi le infiamma,
seduta allo scrittoio della mamma
della madre, da un barlume improvviso
è colta: deve, si mette a pensare,
agire subito, senza esitare.


2.2

Sulla carta la penna avanza lenta,
non sa se cancellare una parola,
disegna una faccetta, e si tormenta:
su questa frase son troppo pignola?
Pensa: “Forse non è giudizioso
però di certo neanche pretestuoso;
ma piuttosto l’individualità…
come va espressa? Massì, si vedrà.
Se usassi…”, mentre fuori è ormai mattina.
Finita! Resta alla finestra, ora,
stanca ed assorta, mentre dorme ancora
tutta la città. (Giornata divina
la domenica!) Poi prepara i piatti
per la colazione sua e dei suoi gatti.

2.3

Sazi dopo un’equa alimentazione,
fissano i suoi corn flakes di latte zuppi,
e lei legge la sua composizione:
“Ventiseienne bell’aspetto, yuppie,
etero, brillante, purtroppo single
non vuol rassegnarsi ad andar ramingo
in cerca d’ un amore. Sei leale,
sotto i trenta, simpatica e vitale,
ti va a genio un uomo onesto e quadrato?
Sei anche bella? Svelta, è te che voglio!
Casella____ Polsino, viaaa dal foglio!
L’ho appena stampato e si è già macchiato.
Oooh, le vostre impronte (i gatti fanno
le fusa), la firma sostituiranno”.

2.4

Ogni settimana, con la dizione
“riservato”, arrivan dal Bay Guardian
alcuni pacchi di carta marrone,
con dentro lettere a blocchi. S’attarda,
Janet, nel controllo e ne prende cinque
(ogni volta più sottili). Del pingue
carico registra la riduzione:
…una settimana fa era una profusione…
Scioglie quindi i blocchi per far l’esame
del timbro postale d’ogni missiva,
pensa: “Sopporterà la prospettiva
sia della sazietà che della fame?”
Conta le buste – ottantadue! – e dopo
si chiede come centrare lo scopo.

2.5

Dio quante sono! Devo esaminarle,
e sottoporne a John una scrematura
oppure frenarmi, astenermi, darle
al destinatario senza censura?
Lasciare a lui delusione o speranza?
A lui decider qual è la distanza
da togliere o mettere? Cosa fare?
Caricarlo del fardello, o osare
intuir la sua scelta per procura,
vagliando secondo vaghi elementi,
promesse sfacciate e piani suadenti?
Dalla dolce Debora all’oscura
Farah: mondi di gioie potenziali
e giochi di strategie passionali…

2.6

Son passati due giorni che ha rescisso
l’accordo per la casella postale.
Viene svegliata dal suono freddissimo
di una voce al telefono: “Sleale!
Non mi hai preso in considerazione!
Ti spiace darmi qualche informazione
su quello che hai spedito? È uno spreco
di tempo: lo sai no? quanto depreco
la pornografia. Ma son curioso:
perché scovar questa moltitudine
di baccanti? La mia gratitudine
cerchi?” “John, calma, mi sembri furioso.”
“Quest’annuncio è un’immondizia,” strepita,
“È un’idea insana, da pazza isterica”.

2.7

“Andiamo, John, dov’è il tuo ‘sense of humour’?”
“Dorme. Da ieri notte” “Ma supposto
che ci fosse buona fede, presumo
che fra tutte coloro che han risposto
ne vedrai certamente una allettante.
Pensi di no? Io lo trovo eccitante.
O credi che siano tutte maiale
le ‘Baccanti’? Dai, non è così male”.
“Okay, visto che ne stiamo parlando
e tu sei così fiera del tuo schema,
ignora i miei gusti: fai tu la screma-
tura. E anzi gestisci tutto quanto.
Vedrai che le tue fanciulle dimesse
fremeranno ardenti alle tue promesse”.

2.8

“John, pensaci un po’ su, non t’arrabbiare.”
“Sei troppo- Vado, o arriverò in ritardo”
“Che amante fremente! Prova a guidare
con prudenza.” “Okay, mulo testardo”.
Ma scaraventato sull’autostrada,
John alle altre automobili non bada,
anzi, a chi è ligio fa uno sfottò.
Denti stretti, sfreccia tra le Peugeot,
le minuscole Bug, le inermi Honda,
superando i 150 orari;
palpita di rabbia e non nota i fari
alle spalle di alcuni svelti anaconda
nella giungla d’asfalto. Alla fine
certe luci si fanno assai vicine.

2.9

Son quelle della polizia: “Dio!
Questa è una multa!”, pensa John e frena:
“E adesso? Posso inventargli che io…”
Gli fa una guardia: “Vista la sirena?…
Andava a una velocità inconsulta…
La patente! Per stavolta è una multa…
ma le consiglio di tirar le briglia”.
John muto ascolta aggrottando le ciglia,
molto più impaziente che ravveduto.
“Vede agente, l’ufficio apre alle otto”.
“Meglio tardi…che mai,” fa il poliziotto.
E così dicendo, lo manda bevuto,
“Buona giornata!” Ma John irritato
lavora male e bisticcia col capo.

2.10

Un suo collega l’hanno licenziato.
John protesta (“Non ce n’è per nessuno”,
replica il capo). La sera, spossato,
torna a casa sulla Route 101.
Nell’ora di punta, passa attraverso
nuvole di gas di scarico. Sperso,
adirato, nel traffico infernale
adocchia su un cavalcavia un murales
che dice: “‘Notte Lemmings.” Un contralto
latra Wagner alla radio, la voce
dello speaker, che è altrettanto atroce,
urla: “KDFC, Paaa-lo Allll-to.”
John, infastidito, cambia stazione
fin quando non pesca il programma Kome.

2.11

Accanto alla strada sfilan piloni,
il Mercato dei Tappeti Canterbury,
capannoni e ancora altri capannoni,
réclame con gambe lunghe come iperboli
rivestite di nylon, e lo spot
delle sigarette, suasivo e hot,
che ribalta gli avvisi sul pacchetto:
un golfista abbronzato su un duetto,
biondona a fianco, sigaretta in bocca,
una centos al mentolo che fuma
con gran stile. Attraverso la bruma
mattutina, lui, assorto, si blocca
e ripensa alle parole del vate:
“Qui giace John, pirata delle strade”.

2.12

Ma poco dopo è attratto da altre scritte:
“STROMBAZZA IL CLACSON PER GESÙ” “DEVÌA:
NON TI PIACCION LE BESTIOLE TRAFITTE?”
“IL PRESIDENTE È UNA GRAN LESBO-SPIA”
oppure “SONO UN FAN DI DAVID BOWIE.”,
“OGGI SONO QUI- MA DOMANI A MAUI”
“ODIO CHI MI È CONTRO”, “AMO L.A.”
o “SEI ANCORA INNAMORATO DI LEI,
QUELLA BALENONA?” “I NONNI DEL
SURF LO FAN DA PAURA”, “I BARISTI
LO FANNO CON PIÙ SPIRITO”. John, visti
questi, si volta verso quello di un motel:
“NON VORRAI FAR CHECK-OUT, SE FAI CHECK-IN!”
John pensa, “La mia vita è tutta qui”.

2.13

Perché sente che la sua vita è in difetto,
non è sempre stato così isolato.
Dinamico, vestito in doppio petto,
è cambiato da com’era in passato.
Il lavoro, le smanie possessive,
lascian allo svago poche prospettive.
Al College, camminando per la Hall,
incontrava gli amici. Tutto ciò
ora è troppo scomodo, dispersivo,
parcellizzato. Da New York a L.A.,
gli scrivon: “Batti un colpo se ci sei…”;
Ma anche con chi non è così evasivo,
come Phil o Jan, anche con la gente
che gli sta vicina, John è assai prudente.

2.14

La sua tipica condotta aziendale
non lo imbarazza molto: quel che scelgo
di ignorare non può farmi del male.
Su certe cose concordo, divergo
su altre. La sua visione politica
si è confortevolmente irrigidita:
non è solo il lavoro alla Difesa;
È il segno di una ragione sottesa,
di qualcosa con profonde radici,
un relitto emotivo. Da bambino
era assai infelice del suo destino:
non avendo provato i benefici
dell’amore materno, a John viene
da credere al dualismo male-bene.

2.15

Borbotta, fuori dalla tangenziale,
“Cristo, che giornata!”, supera il molo,
il Ferry Building, oltre il lungomare,
verso la baia. Entra in un bar, solo,
alla ricerca di…? qualunque cosa…
amore, affetto, un’idea oziosa…
per fare breccia nella solitudine.
Con due Bourbon allevia l’inquietudine,
scaccia i pensieri tetri dalla mente:
la sua esistenza grama, l’Universo,
tutto quel che può prender peggior verso;
e ripensa a quel cumulo invadente
di lettere che ha in casa: “Ne vedrò
un paio per capriccio. Perché no?”

2.16

Torna a casa e le sparge per lo studio,
si dà forza con un “Buonafortuna!
Bagnarsi le mani è solo il preludio,
ci sarà dell’oro?”. Le legge una
ad una: la prima, strana e ruffiana,
è d’una massaia californiana;
la seconda è Mel, che vive a Marìn,
trasuda odore di Chanel e gin;
la terza… ma perché spiegar la massa
di carte, colori, odori, stile
e disposizioni? Basterà dire
che, stordito da questa dieta grassa
(“troppe smancerie, che sviolinate!”),
non capisce più chi gliel’ha inviate.

2.17

Sì, perché parlar dei sogni evasivi
della gentildonna di Daly City?,
dei fremiti seducenti e lascivi
di Miss Belle da Burlingame, esibiti
proprio come Eva da San Francisco;
o “Sei modi strambi di usare il Crisco”,
parola di Tigre da Tiburon,
pronta ad abbrancare il povero John.
Costretto in questo traffico traumatico,
futile e colorito, hot and cool,
pure John ne seleziona un pool
non esplicitamente pornografico.
Tra queste ne sceglie soltanto tre.
“Tutte le altre non son giuste per me”.

2.18

Fatta la scelta, John ora spedisce
tre note fini e vivaci, e attende
senza fretta alcuna. Questo lenisce
le sue pene, e così al Fato rende
quello che è nella sua giurisdizione.
E quindi ad ogni residua legione
invia il formale e ben poco sincero
messaggio fotocopiato: Io spero
scuserà la lettera prestampata.
Declinar il suo interesse mi costa
parecchio. Grazie per la sua risposta
Sarà certamente più fortunata
in futuro, John. Le firma col nome,
ma, pavido, non aggiunge il cognome.

2.19

Nelle altre tre lettere John le invita,
una ad ogni sabato successivo,
a vedere una tragedia allestita
in un teatro con un cast esplosivo;
e poi a cena. La Wasp coi collant
blu accetta ed arriva con un gran
parasole rosa shocking. Vedendo
Lady Macbeth, considera tremendo
il modo (di lei) di far esegesi:
i temi della realtà e l’apparenza,
il senso dei sogni e dell’influenza
dell’oscurità e la singolar tesi
che il Terzo Assassino sia la figura
centrale del dramma, la sua misura.

2.20

Per tutto il tempo blatera in gergo,
ma a cena fa la smielata in francese
e John si sente spalle al muro, ergo
sbianca in viso. “Donzella, son offese
le mie corde”, pensa, ma poi conviene
esser più lievi. “Ehi, ti senti bene?”
fa lei, “Sembri il fantasma di Banco
che si è mangiato il cioccolato bianco” .
E ride garbata a questa sua uscita.
Replica John: “Solo indigestione”.
e pagando afferma con decisione
“La Silicon Valley è la mia vita.
Ho poco tempo per gli affaires de coeur,”
e glissa con un soddisfatto ‘adieu’.

2.21

Belinda Beale invia colla risposta
una foto che lo manda in delizia:
“Questa mi sembra molto ben disposta!
Che occhi!” Ignaro della sua malizia,
rimane in attesa; la settimana
che viene, John si decide e la chiama,
le propone una serata teatrale:
La gatta sul tetto che scotta, ma le
abili dita di lei, nel terz’atto
si insinuano in un lieve cabotaggio
intorno alla coscia: uno strano massaggio
si trasforma in un lubrico contatto.
John, scosso, la scoraggia. Lei s’arrende,
ma non per molto. Il sipario scende.

2.22

A cena, Belinda continua il gioco.
Lo fissa con degli occhi da vampira,
e tenta alla sua miccia di dar fuoco
si sdilinquisce, e poi: “Oh,” sospira,
“Sei un volpone!”. John: contratto e imbronciato.
Lei ignora i suoi rossori da assediato
con un “Hai un accento così carino!”,
fa tacere la preda, il tapino!
Intanto, sotto all’elegante tavolo
di coq au vin, lui agitato s’infuria,
turbato per la crescente lussuria,
lei… John adduce una scusa del cavolo,
“È tardi! – devo tornare – mia moglie –”,
paga per sé, e le tende poi toglie.

2.23

“Peccato… Non c’è due senza tre?”, pensa.
E d’A.T.F. aspetta la risposta.
“La sua lettera mi suonava intensa
e confidenziale. La sua proposta,
è quello di cui ho bisogno! Belinda
ogni vitalità m’avrebbe estinta,
non sarei sfuggito alla morte lenta
da Wasp”. Quando arriva, John si fomenta,
prima di leggere respira a fondo.
È scritta al computer e dice questo:
Il mio lavoro mi porterà presto
via da San Francisco, il nostro incontro
non ha più senso; l’ho saputo il mese
corrente. Mi dispiace. Anne T. Friese

2.24

“La terza figlia del Re”, pensa mesto.
“Vorrei che fosse una fiaba! Mi costa
dirlo… ma m’addoloro troppo presto?
È solo un nome arrivato per posta,
che va via col vento”. Scrive lo stesso
alla sua box: Scusa se ti confesso
interesse, e l’invito rinnovo.
Se mi lasciassi il tuo indirizzo nuovo,
non potremmo mantenerci in contatto?
Torna al mittente: box inesistente.
Janet (alias Anne) la ha tristemente
cancellata. È uno scherzo malfatto –
pensa – creare dal nulla un rapporto
che prima di cominciare è già morto.

2.25

A colazione, Coca con Bacardi
sorseggia, Jan riflette sulle colpe
che ha commesso. Manda, anche se è tardi,
altre sette risposte che ha raccolte.
John le scartoccia senza aspettazioni.
Sembrano solo le mille versioni
di una solfa ascoltata troppo spesso.
“Le fanciulle di Reno mi fan lesso;
questo linguaggio confuso è mieloso…
(è arrivato alla quinta)…è una farsa…
(la sesta)… un’immagine mi è apparsa:
ecco John, uomo celibe e virtuoso!
Il sipario cala senza clamore”.
Ma la settima sembra assai migliore.

2.26

La legge almeno due volte, accorto,
sperando di non illudersi ancora.
Dice: Yuppie diletto, è obtorto
collo che ti scrivo, perché finora
non avevo mai risposto a un annuncio.
Così è la prima volta che rinuncio
a esser reticente. Eccomi in ballo.
La tua prosa è pura come cristallo.
Da avvocato, la sapienza nell’uso
della lingua (la mia merce), attira
la mia ammirazione. Quanto cospira
contro uno scritto lo stile confuso!
Sarò “maternalista”, ma di cuore:
il tuo annuncio ti fa davvero onore.

2.27

Ventisett’anni, donna molto schietta,
formosa, in certo senso “quadrata”.
Dell’amor non conosco la ricetta,
o diciamo: non l’ho ancora trovata.
Sono sana; non sono convulsiva;
allegra, anche se non impulsiva.
Per poter pareggiar l’allure di cui
ti vanti (non è una critica, cui
prodest?, ma la vanità è un po’ indecente…),
dirò che molti pensano che io
sia affascinante, ma a modo mio.
Vorrai vedermi, Principe Attraente?
Buona scelta! Ma se ti prendi gioco
della sottoscritta… vali assai poco.

2.28

Con i migliori auspici e con affetto,
Elisabeth Dorati, (detta Liz).
John non comprende bene quel che ha letto.
Gli sembra che Liz sia a tratti così
dura, nervosa, ma anche calorosa.
Chi è Elisabeth Dorati: una prosa-
trice smaliziata e molto arrogante,
oppure una sfinge altera e distante?
Il corsivo a mano, caldo e vitale,
è corretto spesso da brevi rette.
La carta è soave, son chiare e nette
le lettere, e l’inchiostro è fiscale,
nero; la penna, sottile nel segno,
rafforza lo scritto nel suo contegno.

2.29

John come può saper che Liz Dorati
(BAC a Stanford preso l’anno passato)
non è una tipa dai modi affettati
né una easy, ma un bocciolo bramato
da uno sciame di avvocati “superni”
dello studio legale Cobb & Kearny?
Ogni giorno con occhi lussuriosi
si sofferman sui suoi fianchi carnosi.
Lei, indifferente a tali attenzioni,
trascorre dai suoi i finesettimana,
la casa di Sonoma è la sua tana
dove abbronzarsi, supini e bocconi,
e passare il tempo tra mosti, viti,
partite a scacchi, discorsi infiniti.

2.30

Sebbene sia nata con la camicia
coccolata tra gli agi di Marin ,
le sue miglior doti non incornicia
non fa bella mostra di sé, e si
mantiene distaccata dalle moine,
dai “Oh Lizzie, che guanciotte carine”
dalle lusinghe di zie e innamorati.
Bella e orgogliosa, li ha sempre ignorati.
Le diceva sua madre premurosa:
“Una ragazza piena di virtù
non dovrebbe pensare a…?”, “Quoque tu?”
sbuffa Liz, “Pensi sia frigida o cosa?
Lasciami prendere la laurea in legge,
e si vedrà se la tua arringa regge”.

2.31

Quando studiava all’università,
si è impelagata in una storia o due,
ma non ha ancor trovato la metà
perfetta, a cui concedere le sue
grazie e il cuore: con cui andare all’altare.
La signora Dorati a disprezzare
s’è messa i figli suoi (Ed, Liz, e Sue),
svelatisi un’infeconda tribù.
Finora la sua gentile insistenza
(“Alla età tua io… Ed, non accigliarti…
davvero, non dovresti sistemarti?”)
non ha rintracciato corrispondenza
nella nascita così caldeggiata
di una folta ed affettuosa nidiata.

2.32

Liz pare immersa nella sua carriera
(decisione di cui è responsabile
la prof di matematica che aveva
al liceo, colei che fu abile
a infonderle più ambizione di quella
che le instillò sua madre). Sua sorella
Sue è stata talmente catturata
dal violoncello: la vita passata
tra Beethoven, archetti e colofonie,
niente bigliettini e fiori. Lo stesso
discorso è per Ed, giammai compromesso
seriamente. E senza matrimoni
passan gli anni per la madre in sospiri
per quei figli che restano infantili.

2.33

Eppure Liz, piccola cara Liz,
autoreclusa nel suo appartamento
(non come quand’era al college): un blitz
di qualche amico, e il resto del tempo?
Sta da sola con il suo Carlomagno
un timido micio come compagno.
Lei capisce – mentre attraversa i rapidi
canyon della carriera, e sfugge ai sapidi
ghigni degli avvoltoi – che dev’esserci
una via tra una vita da avvocato
e una da moglie d’avvocato. Fato
triste esser soli, tra umori pessimi
e tedio soffocante! Così, con
sorpresa, trova l’annuncio di John.

2.34

A Liz scriver la lettera costò.
Sfogliò il giornale e poi quasi incurante
vide l’annuncio infelice di John.
La parola che trovò più allettante
fu “quadrata”. Aveva meditato
spesso sulla sua geometria, dato
indispensabile se vuoi trovare
con chi sei congruente: non le appare
un doppio senso, in questo pensiero?
Insomma, anche se non l’ha mai fatto,
con penna impudente e priva di tatto,
con le guance arrossate come il siero,
e il cuore che le martella impazzito,
scrive un biglietto, e l’ha già spedito.

2.35

Domenica mattina, café Trieste,
John sta seduto in attesa elegante:
uno scaltro veterano di queste
sceneggiate. Non sarà più probante
incontrarsi di giorno? Più tranquillo,
neutrale; e se non scatta l’idillio,
ci si può salutar senza tormento.
Mezzogiorno, ecco l’appuntamento:
È lei! Alta, bionda, acqua e sapone,
scorge da lontano John ben vestito
e con fare dubbioso ed un po’ spigo-
loso, gli dice: “Scusa, per favore?
tu sarai John?” Lui sorride: “L’hai detto.
E tu saresti Elizabeth, sospetto”.

2.36

“Deliziosa”, pensa, quasi incantato.
Si presenta, e ha un moto d’incertezza.
“Carina… il suo stile misurato
dice che è appena uscita dalla messa…
Sana, solida, pratica ed attiva”.
E Liz pensa: “Ha una certa attrattiva.
Magari…”. Ma tutto questo è dedotto
prima che sia pronunciato un sol motto.
John ordina un croissant con un espresso,
e lei tè con una fetta di torta.
Si siedon, la conversazione è morta,
ognuno sta sulle sue un po’ perplesso.
Finché entrambi contemporaneamente
spezzano il silenzio: “Beh, ecco, niente”.

2.37

Si stoppan, poi riprendono, insieme:
“Mi spiace…”, e ognun s’azzitta di nuovo.
Si ride. “Per me comunque va bene.
Parlo io o parli tu?”, fa John: “Io provo…
allora a dire… che sono contento…
d’esser qui”. Liz non fa nessun commento,
ma sorride. John dice: “È scorretto.
Far la timida dopo quel che ho detto.
Una confidenza ne chiama un’altra”.
“Non c’è bisogno”, dice Liz. “Avrei
confermato che sia i tuoi sia i miei
pensieri collimano”. E l’un l’altra
si guardan, sogghignan, come per dire:
“Non so perché parlo con quest’ardire”.

2.38

Nel locale le arie di Rossini
si diffondon da parete a parete.
Un ubriacone reclama Puccini.
Ebbri, tra gli habitué si compete
in cori da Bocelli e Pavarotti,
e discuton con toni pseudodotti
sui dilemmi del pianeta, e sfogliano
il giornale, l’attenzione convogliano
sulle news e lo sport, o meglio ancora,
sul foglio centrale con le vignette,
nel quale ogni giorno Garfield si mette
pancia all’aria e s’ingrassa. Si colora
di polemica qualche discussione,
ma sulla birra non c’è divisione.

2.39

Eccoli i due, son rapiti dal flusso
delle parole. Jan entra, li coglie,
ma cosa sente? potrebbe esser Russo
la lingua in cui parlano. Lei distoglie
lo sguardo, resta lontana e contempla:
John è gioviale ed euforico; sembra
star a suo agio anche. Liz (ma chi è?):
tutta esuberante in un macramè
di spiegazioni e racconti, appare
raggiante. Jan riflette: “Come dire,
mi sa che non mi va di favorire…
e poi ecco! dovrei dar da mangiare
ai piccoli dei che aspettano a casa.
Tornerò quando sarò più persuasa”.

2.40

Senza esser vista, Jan esce, privata
della sua abortita pausa caffè.
Dentro, nel bar, Liz resta incantata
a guardare John che sorseggia il tè,
assaggia le torte, la sua corazza
depone. Lei ride e pensa: “Che razza
d’uomo prezioso! Ha stile, mi attira,
e io gli piaccio, la fortuna gira?”
(O usignoli! Luna! Rose fiorite!)
Il discorso è etereo come champagne.
Lei gli parla del suo gatto: “Charlemagne!
Una bestia speciale!”, John sorride,
e un brindisi propone: “Lunga vita
alla Francia con la Britannia Unita!

2.41

Che fioriscano e prosperino insieme”.
Felice (giusto un’ombra di tristezza)
lui si finisce il tè: “Ma la mia speme
adesso è di ottener la sicurezza
di rincontrarti. Giovedì? Di sera?
Che ne dici? Non porre una barriera.
Facciamo al Paradiso, è nell’Haight,
oppure un film dopo cena, all right?”
Liz pensa: “Oddio, il gruppo di Gestalt!
Ho già saltato la volta passata.
M’han detto che se non fossi andata
stavolta…” Ma il suo pensiero si arresta,
ed accetta. “John, Grazie”, e son fuori.
Si dan la mano… si toccano i cuori.

2.42

Passano i giorni in un picosecondo.
O scorron lenti, che sembrano eterni.
Il tempo è immobile o vola, a secondo.
Fluttuando Liz tra miraggi superni,
lascia le ore a sfilare via in fretta;
John si tortura a guardar la lancetta
che espande il tempo che lui e Liz separa
dal giovedì… è un’attesa amara
fatta di grigie giornate. Ma arriva
alla fine codesto appuntamento.
John sta lì prima, e l’arredamento
contempla. Liz fa un’entrata da diva:
un vestito bluette mette in gran risalto
lo zaffiro dei suoi occhi cobalto.

2.43

I suoi capelli biondi in una crocchia
soffice tien raccolti. Una perla,
appesa a un filo d’oro, grazia agli occhi
aggiunge. John non riesce, sarà per la
meraviglia, o per la confusione,
a pronunciare suono: un’illusione
divina? O è reale? Si rià
giusto per farfugliar: “Come ti va?
Spero… Liz… non sia poi stato un casino
arrivare…”. Gli manca il fiato. Siede.
Liz gli fa: “Mister Brown, si dia requie.
Sono nervosa anch’io. Se m’avvicino
la folgoro”. Ma con un inatteso
moto d’affetto, la mano ha già preso.

2.44

John abbassa lo sguardo, ma poi lento
rialza la testa, sospira. Si guardan
l’un l’altra, tra seduzione e sgomento,
occhi negli occhi. Il maitre, con la barba
folta, e un bel fisicaccio da macho,
dice: “Anche se fa freddo il gazpacho
è il piatto ch’io raccomando. D’agnello
delle noisettes, o magari vitello,
mignonettes, a seguire…”. Sono inutili
i suoi suggerimenti. Le parole
gli scivolano addosso. “Beh. L’amore
passa sopra a ogni cosa. Son perduti
tra desideri infiniti, gli amanti,
ma almeno lasciano mance abbondanti…”

2.45

Liz, sballottata nella confusione
mentale, prende quindi la parola:
“Oggi avevo una causa… collusione…”,
e John le dice: “Non so che dire, ora.
Da quando ci siam visti, io non riesco
a pensare a nient’altro – bambinesco! –
credevo fosse un gioco, però quando
ci incontriamo, mi sento nello sbando
più totale – è come se il mio cuore
cedesse – dei dolori così forti
che non riesci a guarirli né ad opporti.
Resti schiacciato. Lo stesso dolore
questa domenica s’è riaffacciato
nel momento in cui tu m’hai salutato”.

2.46

La voce di lui è flebile, è persa,
priva di ogni sarcasmo, o finzione.
Liz, indifesa, si ritrova immersa
in un alone ardente d’emozione,
scopre d’aver assunto le apparenze
d’una che vende i sogni e le parvenze.
Un’impressione d’empatia ecco appare
nei suoi occhi, per farle sussurrare:
“Tu trovi sorprendente esser felice?
O così triste sei, solitamente?
In fondo d’esser stata autoindulgente
quando ho risposto all’annuncio, chi dice
di pentirsi? Ma, or che ti conosco,
sembri un bambino smarrito nel bosco”.

2.47

Come in una stanza chiusa una tenda
s’apre per lasciare entrare la brezza,
così i pensieri con cui si tormenta
svaporano a fronte della mitezza
di Liz che scioglie le sue esitazioni.
Lo fissa e dice: “Forza, John, riponi
i timori. Non trovo ciò che dici
grave o insulso”. Sollevato dai rigidi
standard d’una brillante discussione,
ora John può finalmente spaziare
tra verità, grazia, status sociale,
desiderio, speranza, ambizione,
(o i miraggi) per i quali lottiamo:
tutto quel che rende il mondo più umano.

2.48

Mentre la cena avanza, i discorsi
si muovono dalle stelle del cinema
ai guasti alle macchine appena occorsi,
ai piatti che fan venir l’acquolina,
ai gatti, ai chip, alla fluttuazione
dei future, i tramonti, l’inflazione,
ai “quand’ero bambino”… Nel bel mentre
un cabernet effonde il suo avvolgente
aroma tiepido su ogni pietanza,
fino a stuzzicar la conversazione –
fluida come la loro libagione –
che si riempie di lodi in abbondanza,
e commenti generosi e benigni
alla California e ai suoi gran vitigni.

2.49

Ecco il dolce. Una giusta porzione
d’amaretto, e loro al grande schermo
preferiscono la conversazione.
Mano nella mano, passo malfermo,
van verso la Sutro Tower avvolta
da nebbia – una nave d’una volta
sembra – e poi: a caccia di un gelato
gigantesco al Tivoli, che è di lato
a Carl & Cole. La macchina che sfreccia
passa tra il bailamme di strade e la baia
immutabile. Prima che scompaia
la nebbia, nella notte si fa breccia
la luce di semafori e di stelle
e emana un velo sulla loro pelle.

2.50

Pieno novembre, la notte è gelata
loro tremano stretti in una morsa,
il freddo del ghiacciolo è una vampata;
un ardore infiammato dalla corsa,
la visione del cielo sovrastante
li protegge dal tempo delirante.
Lì sotto la Collina del telegrafo,
restano lì, quasi fermi, e tremano
senza dir nulla e solo con un dito
disegnano le linee tra le stelle.
Liz si volta, lo bacia a fior di pelle,
avvinta in un abbraccio intimorito.
Non riescon a stringersi tanto forte
da sconfiggere il gelo della notte.

2.51

È l’alba. Il sole si spande su un letto
che a John non è molto familiare
“Questo non è il mio banale copriletto…
un piumone avana con delle più chiare
sfumature lilla, e sul soffitto
un cielo limpido cade a capofitto
nella stanza… e cosa è quell’inconsulto
essere? Un gatto!…” Con un singulto
balza dal letto mentre Liz s’affaccia
dalla porta con un vassoio col caffè
– ha indosso un negligente negligé –

Per John versa una tazza, senza abbracciar-
lo, e si siede lì accanto, ancora appannata
annebbiati dal

2.52

È venerdì; l’ufficio lo richiede
(non c’è tempo per dormire, amare
o farsi la barba). Il suo capo crede
che ci sia un inconveniente. “John, pare
che la bubble memory non funzioni”.
John si gratta il mento e dolci suoni
canticchia a bocca serrata, beato.
Come un bombo che dal sole è saziato
ebbro per le morbide vibrazioni
delle sue piccole ali impollinate
dimentico del mondo circostante
tranne che delle sue meditazioni.
“Bubble memory? Cos’è?”, gli fa.
Il boss lo guarda provando pietà.

2.53

Ma Liz, più spigliata e con arroganza,
mostrando un bel sorriso risplendente,
un controllo denso di stravaganza,
mormorando, “Nel dubbio, non far niente!”,
assalta (malgrado le distrazioni)
un cumulo di sette Transazioni
Assicurative. E i suoi colleghi:
“È strafatta, inutile che neghi!”
(Uno grugnisce: “Questa è cocaina!”
un altro “L’acido può far gran danni.
Chissà dove li trova senz’affanni?”
E un terzo: “È speed.” Il capo declina
una maschera dura: “Certamente
è sotto una droga molto potente.”

2.54

L’orologio di John suona: le sette.
Si vedono davanti ad un teatro
vicino al ‘Tree of Heaven’, Liz promette
di guardarsi insieme quel film che han trom-
bato il giorno prima. Scelgon d’offrire
un’obbedienza eccessiva a Fassbinder.
Dieci minuti di Veronica Voss
E John fa, “Mi son perso. Di che cavo-
lo parla?” “E lo chiedi a me?” “Fuggiamo?
Da te o da me?” “Beh, non so…da me?” “Ora!”
Nel cielo, le Pleiadi ardono ancora
e presto, nonostante il richiamo
di Charlemagne, opera stridente,
i due fan l’amore nuovamente.

2.55

La coppia di amanti ha morso la mela
della sapienza mortale. La luce
della cappella dell’amore crea
un alone che li avvolge e seduce;
dobbiam dedicare loro degli inni?
No, caro lettore. Tutti i sobri accenni
di prospettive, annegan nel mare
di tenerezza, dal capriccioso altare
di delirio e delizia impetuose…
lentamente, oh certo, lentamente!
Meglio, perché ho il caos nella mente,
ricoprirli di asserzioni ingiuriose.
Sono tutti felici! Sol’io vivo
Senza contentezza e d’amore privo?

2.56

Chi è che ha detto: “L’amore è la frizione
di due pelli”? Dal: “Da te o da me??” Poi ne
passan mesi di dolce assuefazione
al nettare esclusivo del legame!
Liz, che John adesso chiama ‘tesoro’
risponde con un ‘Puffetto’ sonoro.
La loro parlata ora è diventata
Incomprensibile ed obnubilata.
I loro cervelli sembran mutare
in una melma zuccherosa, mentre
al posto del fuoco e del bassoventre,
adesso abbiamo un balletto che pare,
invece, un pas de deux delicato,
con un ordinario Walkman sul capo.

2. 57
Per quei selvaggi schiavi di Cupido,
L’amore non è cieco, anzi, sordo.
Cresce rapido il loro balbettio,
me ne vergogno. Però, non demordo,
lasciamoli qui, yuppies benedetti,
felici come due cuccioli schietti
che trasforman con il loro tubare,
in bellezza tutto ciò che è volgare.
Dèh, Lasciamoli alle loro finzioni!
Arcadia, Shangi-la, e la Cuccagna-
Una terra al di là d’ogni magagna-
Se non per due lievi contraddizioni,
sapere che… ma quanto a tutto il resto,
verrà detto al seguir di questo testo.

11 Responses to Il secondo capitolo di “The golden gate”

  1. Cato il 25 aprile 2006 alle 01:59

    Uno Shakespeare “pariniano” che sciacqua i suoi panni nel Gange e li stende nel nulla pneumatico di Los Angeles.

    Belle le traduzioni, e notevole il tentativo di mantenere intatta la struttura metrico-sintattica dei testi anche in italiano.

    Lo confesso: piaciuto molto di più nella vostra versione che in inglese.

  2. christian raimo il 25 aprile 2006 alle 12:56

    l’avevo messo inerzialmente in “indiani”, ma poi in effetti che seth dove stava meglio che tra gli indiani?

  3. gianni biondillo il 25 aprile 2006 alle 16:29

    Christian, ricordiamo il primo capitolo, anche, pubblicato su NI ormai 2 anni fa:
    https://www.nazioneindiana.com/2004/02/26/the-golden-gate/

  4. Cato il 25 aprile 2006 alle 16:38

    Gianni, spero che questo secondo capitolo non abbia, a livello di commenti, l’accoglienza del primo. Un lavoro di traduzione del genere, lungo, appassionato e non facile, merita rispetto: il cazzeggio dell’altra volta, assolutamente fuori luogo, mi aveva lasciato basito.

  5. gianni biondillo il 25 aprile 2006 alle 17:08

    Cato, hai ragionissima. In realtà io ho apprezzato assai il lavoro e continuo ad apprezzarlo. (in ogni caso non è detto che i commenti facciano la “popolarità” di un pezzo. Esistono post di NI mai commentati che sono stati molto letti, e post commentatissimi in realtà dai soliti due o tre litigiosi, etc. etc.).

  6. db il 25 aprile 2006 alle 19:42

    vi invidio, perché penso vi siate ANCHE divertiti a tradurre in 3.
    così, da sbadato lettore mi ha ricordato:
    1- il Treno di panna di De carlo
    2- Laurel Canyon visto al cinema
    3- il Sogno di Shakespeare.

  7. claudia il 26 aprile 2006 alle 01:08

    appare un’impresa titanica. stracciata e sopsesa. ma che bella christian. proprio bella.

  8. nanook il 26 aprile 2006 alle 11:28

    che bella cosa!!!!
    non conoscevo Vikram Seth e questa cosa che leggo è fantastica! complimenti per la traduzione (ma quanto ci avete messo? in tre!)!

  9. irmaladolce il 26 aprile 2006 alle 18:34

    Senza nulla togliere agli apprezzabilissimi traduttori, che magari hanno anche migliorato il testo, Vikram Seth è un narcisista ai limiti dell’intollerabile, capace di infuriarsi a morte con una persona che non ha colto una sua parola.
    data la nulla consonanza tra la patologica e meschina personalità dell’uomo e la supposta pregnanza delle cose che scrive mi riservo di dubitare della interna convinzione e coerenza del manierato e ombelicale nonché vendicativo autore con il suo prodotto poetico, e chiedo venia per questo.

  10. Cato il 26 aprile 2006 alle 21:24

    Confermo. Riletti gli originali, i testi in italiano hanno una resa stilistica e uno spessore complessivo nettamente superiori. Gran bel lavoro, Christian & co.

  11. anfiosso il 27 aprile 2006 alle 14:43

    Peccato che due anni fa non ci fossi io, vi avrei soccorso col mio incomparabile ‘mecojoni’ tutt’attaccato.

    Molto bello (piaciato soprattutto quello delle scritte per strada).



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