Cooperazione sociale italiana

2 maggio 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Questo pezzo doveva uscire qualche mese fa su “Internazionale”, poi non uscì, così lo pubblico qui

Per una settimana pulisco il culo ai ragazzi disabili. Stufo delle collaborazioni occasionali per i supplementi patinati dei quotidiani, provo un’altra forma di precarietà. Valuto le mie motivazioni (mi va di occuparmi degli altri? mi va di prendermi cura dei più deboli? ho bisogno di soldi?) e mi presento a un colloquio per una cooperativa sociale che si occupa di assistenza domiciliare a portatori di handicap. Mi testano.

Arrivo la mattina alle nove meno dieci a casa, gli faccio la doccia, la barba, lo vesto, usciamo a fare un giro, piove, torniamo a casa, giochiamo a darci i pugni, ha un attacco epilettico, lo faccio calmare con l’aiuto della madre, poi lui dorme, parlo un po’ con la famiglia, il padre e la madre litigano perché non si trova una torcia, si sveglia, vediamo la televisione, saluto, esco, mi prendo un caffé al bar sotto casa, sono distrutto. Tempo una settimana appunto, e mollo. Ammetto con chi ho parlato al colloquio che non è un lavoro che fa per me. Sette euro e cinquanta lorde all’ora, e gli stipendi mi confessano gli altri operatori spesso arrivano in ritardo, due tre mesi. “Assemblee sindacali?” “La sera, sono troppo stanco, non ce la faccio a andarci”.
Non è facile parlar male di chi fa questo lavoro, ma appena provi ad aprire la discussione sulle evoluzioni inconsapevoli e consapevoli del terzo settore in Italia, le recriminazioni, le iperanalisi sono fluviali.
Del resto sono gli stessi giorni in cui si parla male della cooperativa Minerva. Una coop sociale friulana si è aggiudicata l’appalto per la gestione del centro di permanenza temporanea di Gradisca. Una cooperativa che gestisce un cpt? Una bestemmia. Ma – toh – è già successo a Lamezia Terme. Lì da più d’un anno la Malgrado tutto (una “multiutility” del sociale, che attraverso una serie di consociate, si occupa di handicap, tossicodipendenza, disagio mentale) ha ottenuto l’affidamento del centro e lo mantiene a denti stretti: “Sono posti di lavoro, non cedo di un millimetro”, sostiene il presidente Raffaello Conte.
La Confcooperative stigmatizza. Le altre cooperative si dissociano. Ma la questione almeno sulla carta resta aperta: si tratta di umanizzare i cpt amministrandoli in modo diverso o di essere complici con la propria presenza di un’aberrazione civile? È un’ipocrisia, dicono da una parte; è un dilemma, ribattono dall’altra. È svendere se stessi; è una questione di sopravvivenza. “Abbiamo un problema simile”, mi dice un operatore della Casa dei Diritti Sociali di Roma, “con il progetto h24 del Comune: una presenza di 24 ore su 24 nei campi nomadi. Allora, che ci mettiamo a fare i vigilantes? Oppure immaginiamo che una postazione in un campo nomadi possa funzionare da apripista a una serie di iniziative che altrimenti lì non entrerebbero – uno sportello legale, un doposcuola?”
Difficile lavorare in una cooperativa sociale, difficile lavorare alla Casa dei Diritti Sociali. Proprio qui l’anno scorso si è consumata una piccola lotta fratricida, paradigmatica di tanti conflitti interni che ritrovi in tutta Italia. Succede che alcuni collaboratori occupano la sede della CdS perché non ricevono lo stipendio da mesi: recriminano la qualità scadente del servizio che sono costretti a fornire, chiedono il rispetto del contratto di categoria, mettono in campo una dura battaglia sindacale. Denunciano in concreto una realtà di precarizzazione strutturale del lavoro: i contratti occasionali reiterati ad infinitum, i cosiddetti volontari di quell’ammortizzatore sociale antidisoccupazione che si chiama Servizio Civile Nazionale (i volontari stipendiati appunto, a 434 euro al mese) utilizzati come “riserve” per sostituire gli operatori in sciopero, la pratica invalsa del ti licenzio/ti riassumo per non consentire scatti di anzianità. E l’effetto a catena che ne consegue. Se io non ho una dignità professionale, se non ho gli strumenti idonei, che attività sociale potrò mai svolgere? Ma dall’altra parte, dal fondatore Giulio Russo a operatori vecchi e nuovi, la prospettiva è opposta: “Non si può non considerare che la missione di chi lavora nel terzo settore è diversa da quello di un semplice operaio che fabbrica automobili. È scorretta, e falsa, una contrapposizione anti-padronale in una cooperativa”.
Sono gli stessi giorni in cui mi capita sotto l’occhio una letterina, dieci righe, di Marco senzacognome nello spazio della corrispondenza dei lettori sul “manifesto”. Si lamenta della sua condizione di lavoratore a progetto di una cooperativa sociale: non riceve alcun tipo di formazione, non si sente in alcun modo garantito, si chiede: Perché sono pagato 7 euro lordi l’ora se la provincia ne spende 20 per ogni utente affidato alla cooperativa? Quali sono le spese di gestione se c’è a malapena un computer? Se la prende in definitiva con “i compagni” che lo stipendiano, i quali si comportano né più né meno come quelli del call center dove lavorava in precedenza.
Ma – attenzione alle dita puntate – perché sono anche gli stessi giorni in cui Berlusconi, dopo la vicenda Unipol, spara nel mucchio, sulla sinistra arraffona e sul cooperativismo traffichino. Il terzo settore fa giustamente quadrato. Ma al tempo stesso il terzo settore faccia giustamente autocritica. Perché è facile rendersi conto che le singole anomalie, i casi di malfunzionamento, le storture, non sono macchie, ma sintomi significativi di una crisi che può allargarsi, di una crisi probabilmente di sistema. Per le migliaia di persone per cui la spinta etica è la motivazione principale, il come lavorare in una cooperativa diventa anche questo scelta di vita.
Questioni come la mercantilizzazione del sociale, l’esternalizzazione sempre più massiccia dei servizi sociali dal pubblico al privato, la costante insicurezza finanziaria (per i pochissimi margini di un’economia appunto no profit e per i sempre più risicati stanziamenti che questo governo investe nel sociale), o il vincolo di sudditanza nei confronti delle amministrazioni pubbliche (per cui dei committenti politici): tutto questo è, per chi opera nel terzo settore, all’ordine del giorno – un problema direi organico. Che non può essere ridimensionato, né rimandato, riguarda una realtà ormai non più secondaria.
Vediamo, quanti lavorano nel sociale oggi in Italia? L’Istat nel 2003 dice mezzo milione di persone, ma – se si fanno conti aggiornati e si tiene conto dell’indotto – si può dire che gli occupati del terzo settore sono più di un milione e mezzo. Dieci anni fa era semplicemente una nicchia, in buona parte associazioncine autorganizzate, gruppi di volontari (volontari che oggi invece rappresentano poco più del 10% delle presenze nelle cooperative); oggi si tratta invece di un mondo plasticissimo, ovviamente multiforme e soprattutto mutante. E allora, quali le malformazioni? O, visto che si deve cambiare, si cambierà in modo virtuoso?
Perché se è un fatto che le indagini statistiche (ultima quella della Fondazione Unidea sulla valutazione del no profit) indicano crescita, maturazione, capacità di professionalizzarsi, è anche un fatto che la presenza di comportamenti negativi, stridenti quando non antitetici con l’idea stessa di cooperazione sociale, è diventata la più comune delle denunce. Cooperative sociali che appunto gestiscono i cpt. Cooperative che sfruttano i curricula specializzati (di psicologi, sociologi, antropologi) per farsi appaltare progetti (leggi: ricevere finanziamenti) che poi vengono attuati “dimenticandosi” di reclutare figure professionali. Cooperative che, per sopravvivere magari, cercano di procacciarsi o di conservare gli utenti pur di garantirsi gli appalti (facendo diventare gli assistiti assistiti a vita – minori a rischio che restano a rischio, ex-prostitute ancorate a quell’ex). Oppure, cooperative che diventano caporalati, sorte di agenzie interinali di lavoro a basso costo.
Può essere il caso della Manuntencoop, consorzio del Triveneto con sede in provincia di Bologna, comesidice radicatissimo nel territorio, ricettore degli appalti pubblici di comuni, province, regioni… Nata come un progetto interessato all’ambiente, oggi Manuntencoop dà lavoro a dodicimila (!) dipendenti, sa offrirsi ovunque dove c’è richiesta: guardania nei musei, ditta di pulizia, facility management per grosse compagnie come Telecom Italia. Di questa evoluzione Manuntencoop si fa vanto, allestendo convegni che propongono questa via alla capitalizzazione della cooperazione come modello (mentre, nel contempo, organizza simpatiche feste multietniche per festeggiare l’anniversario della fondazione…). Tanto diventa emblematica la metamorfosi della Manuntencoop, tanto allora lo è l’esperienza di chi ci lavora, o meglio, ci ha lavorato. Ivana Burri è la cofondatrice di antimobbing.com. La necessaria idea di fondare questa associazione le è venuta dopo aver battagliato con la Manuntencoop per mesi e mesi. Lei, addetta alle pulizie, racconta di un ambiente pesantemente autoritario, di cali drastici e arbitrari di orario, di compiti che le venivano assegnati – come la raccolta e la divisione di rifiuti medici infetti – per cui non aveva né una preparazione professionale sufficiente né un’adeguata copertura da rischi. E il lavoro parcellizzato, il turnover spaventoso, le richieste impossibili, e i “non sei pagata per parlare ma per lavorare”: viene da dire, tutta la banalità del lavoro che diventa privo di garanzie, poi privo di diritti, e poi semplicemente mobbing.
Cosa c’è di sociale in tutto questo? Si può insomma mantenere una missione e un’etica che faccia valere principi come la cooperazione e la mutualità e agire – diciamo competitivamente – sul mercato? Beni comuni, il quarto rapporto sulla cooperazione sociale in Italia (a cura della Fondazione Agnelli) individua tre scenari possibili per il prossimo futuro: 1) la transitorietà, ossia le cooperative scompaiono e arrivano altri soggetti concorrenziali per produzione e rappresentanza; 2) il consolidamento della nicchia: le cooperative resistono ma diventano marginali; 3) si crea una nuova forma di impresa comunitaria. Secondo la Fondazione Agnelli, si capisce che non c’è molta alternativa. Le tre vie sottintendono il fatto che una esperienza di cooperazione sociale capace di conciliare contraddizioni intrinseche è bella che finita. Entro pochi anni si assisterà a una selezione darwinista delle cooperative sociali, questa è l’idea di Roberto Marino di “Banca Etica”, categorico. Quelle che non si consorzieranno, quelle che non si radicheranno sul territorio (da una parte le utenze, dall’altra i committenti) saranno affamate dalle banche. “Fino ad oggi c’è stata una sorta di tolleranza per l’improvvisazione e il dilettantismo nel mondo della cooperazione sociale. Un esempio banale: anni fa mi è capitato di dover intervenire in una cooperativa che gestisce un centro sociale con internet e bar. Si dimenticavano di emettere gli scontrini quando facevano la spesa per i propri soci. Al bilancio di fine anno aveva un ammanco di decine di migliaia di euro. Quale è il male del terzo settore? Tanto i furbetti quanto i fricchettoni”.
Ma in questo passaggio dall’età infantile all’età adulta della cooperazione, il punto nodale sembra un altro. E cioè il ruolo politico che non può fare a meno di assumere chi lavora in cooperativa. Se un giorno io, trentenne con il cappio di un affitto da pagare, la mia professionalità sfocata, le mie vaghe idee di aiuto al prossimo, mi improvviso assistente domiciliare per i disabili, non devo dimenticarmi una cosa. Di fronte a uno Stato che privatizza il welfare, che con la mano destra legifera in maniera invasiva e autoritaria sulle politiche sociali e con la sinistra si esime da tutti quelli che sono i costi del sociale, io mi trovo addosso una responsabilità maggiore proprio perché è lì, in quelle ore ad aprire e chiudere una carrozzina, mi gioco tutta la mia attività di cittadino, tutta la mia pratica politica, banalmente le mie idee sul mondo. Perché sì, le cose si trasformano, ma le persone restano le persone.

10 Responses to Cooperazione sociale italiana

  1. Mango il 2 maggio 2006 alle 09:58

    Raimo, allora vai a fare un altro lavoro. Ce ne sono tanti, di quelli umili che farebbero tanto bene alla tua scrittura.

  2. blau il 2 maggio 2006 alle 10:50

    Bravo Cristian, grazie per questo articolo. Quanti dei lettori hanno lavorato in o per una cooperativa? o conoscono bene persone che ci lavorano?

  3. diderot il 2 maggio 2006 alle 10:58

    quindi su internazionale fanno scrivere melissa p e beppe grillo e luca sofri e non, invece, christian raimo??

  4. gianni biondillo il 2 maggio 2006 alle 12:58

    Direi, Mango, che questo pezzo di Raimo è scritto più che bene.

  5. Mango il 2 maggio 2006 alle 13:16

    E chi dice il contrario! Consiglio solo a raimo di non desistere, di cercarsi un nuovo lavoro.

  6. Daniele Ventre il 2 maggio 2006 alle 13:27

    Come è complesso il potere dei più buoni di gaberiana memoria! (Molta legislazione invasiva e costrittiva, niente soldi per operare in concreto? Tipico della nostra fase tardo-antica, per altro…)

  7. claudio il 2 maggio 2006 alle 18:53

    Ciao Christian, grazie per l’articolo ed il lavoro che dedichi a certe tematiche.

  8. cristiano prakash dorigo il 3 maggio 2006 alle 08:52

    mi piacciono i post di raimo.
    questo tra l’altro l’ho letto con maggior curiosità perchè parla di quel che conosco: il lavoro nel sociale.
    lavoro in quest’ambito dal 94 ed è un settore che conosco.
    attualmente mi occupo di:
    sostegno educativo domiciliare con i minori, in qualità di dipendente di cooperativa sociale;
    un gruppo appartamento per giovani adulte, e di un gruppetto di appartamentini di sgancio, come cococo per un grosso ente pubblico.
    ho letto una sola volta l’articolo e prima di dirne qualcosa vorrei rivederlo, almeno.
    nel frattempo, se può interessare, sul mio blog ho ripostato un pezzo che avevo scritto l’anno scorso e che parla, appunto, di questo lavoro.
    saluti,
    cristiano prakash dorigo

  9. tashtego il 3 maggio 2006 alle 10:05

    Mi pare si confondano un po’ i due temi: si parla genericamente di cooperative, oppure più specificamente di cooperative che operano nel “sociale”?
    Ovvio che un supermercato Coop è pure una cooperativa.

    Per formazione sono portato a vedere le cose sub specie politica, soprattutto da quando il “sociale” pare si sia staccato dal “politico”.
    Soprattutto, cioè, da quando la separazione cristista tra etica e politica, tra ciò che dobbiamo a dio e ciò che dobbiamo a cesare, sembra aver vinto anche nelle coscienze de sinistra.
    Ho sempre pensato che i problemi del “sociale” si affrontano innanzi tutto nel “politico”, che debbano stare in buona evidenza nei programmi elettorali dei partiti, che debbano crearsi allo scopo apposite istituzioni, che debbano operarsi apposite strategie, eccetera.
    Resterebbe (e resta) tuttavia un gap, una terra di nessuno, tra “sociale” e “politico”, che nessuno sembra interessato più a tenere, gestire.
    Ed è lì, suppongo, che volontariato e cooperative hanno senso e spazio di operare.
    Ma è un operare politicamente neutro, appunto cristiano, ormai non più legato alla forza alternativa/identificativa di movimenti e partiti capaci di contrastare con convinzione, efficacia, la pervasività ideologica e fattuale delle logiche padronali: profitto, competizione, classismo, sfruttamento, eccetera: chi ce la fà c’è, chi non ce la fa si fotta.
    È un lavoro come un altro, ormai.
    E le Coop, anche quelle che operano nel “sociale”, sono solo società di servizi.
    Restano le associazioni come la Caritas, che non a caso sono oggi, almeno come immagine, vincenti.

  10. cristiano prakash dorigo il 4 maggio 2006 alle 20:53

    Ciao, lavoro da più di una decade in ambito sociale, e precisamente, in questo momento, per una coop sociale part time e per un grosso ente pubblico come co co pro.
    In passato il lavoro sociale era svolto da appartenenti alle due grandi fedi imperanti: quella cattolica e quella di sinistra di area comunista: cecità fideiste.
    Adesso mi pare ci sia una sorta di cappa di conformismo che tutto permea e che azzera le differenze, inventando quelle categorie sociologiche che si esprimono con termini monosillabici da creativi del marketing.
    Sto generalizzando, lo so.
    Ma mi trovo a “lavorare” con giovani che vivono un mondo che, ai loro occhi, non ha più una forma, significato, e meno ancora, sostanza.
    Non so com’era il gap generazionale un tempo; quel che so è che adesso siamo di fronte a forme di analfabetismo di ritorno che accelerano a tal punto, da rendere l’incomprensione classica tra genitori e figli, un’incomprensione incolmabile: non solo moralmente o ideologicamente, ma proprio di linguaggio e modalità comunicative.

    Sono perciò un lavoratore che si deve occupare di questioni complicate, e dico questo non con vanagloria, ma piuttosto con una certa preoccupazione.
    Preoccupazione derivante dal fatto che, appunto, lavoro per una cooperativa sociale, che è quel che diceva Cristian, ma, per fortuna, non solo quello.
    Sì perché tutto sommato, la parte di lavoro precaria, quella con l’ente pubblico, è anche la meglio retribuita e attiene ad una forma di precarietà più teorica che pratica. Non credo infatti che ci sia interesse, da parte di questo, di disfarsi di me.
    Insomma, bestemmia, sono quasi un precario felice.
    Lo so che sembra un ossimorico slogan anti plitically correct, ma è vero.
    È vero, perché questo è un lavoro bello!
    È un lavoro che ti rompe il culo, intendiamoci: personalmente mi occupo di ragazzini e ragazze che hanno le storie terribili che ogni giorno leggiamo sui giornali e che ci fanno accapponare la pelle. E che ti usura e corrode pian piano, fino a farti correre il rischio di ritrovarti in condizioni psichiche precarie così, all’improvviso, senza essere riuscito a rendertene conto prima.
    È successo a colleghe e colleghi, con una regolarità disarmante, tale da diventare casistica: ogni tot lavoratori, una piccola percentuale paga, scompensando. Non so se sia ufficiale: ma è quel che ho veduto io nel corso degli anni.
    E per quanti fanno il mio mestiere, ci sono delle precondizioni che non si possono ignorare: supervisione, formazione, riunioni d’équipe, incontri tra le figure professionali che gravitano attorno ai casi, ecc.
    Almeno qui a Venezia.
    Almeno per chi, come me, svolge un ruolo più sul versante educativo che su quello assistenziale.

    Per quanto concerne il lavoro assistenziale, il discorso è un po’ diverso, ma non troppo.
    Quando ad esempio si dice che “si pulisce il culo ad una persona disabile non autosufficiente”, si sostiene anche che questo comporta intrinsecamente una relazione. Quando si dice che quando il ragazzo dorme, si sta con i genitori, e questi litigano, si dice anche che si consente a persone sfiancate da un terribile lutto – chi ha figli normodotati e soffre per le più sottili cazzate che il proprio figlio compie, come ad esempio, tanto per banalizzare, scaccolarsi in pubblico o parlare ad alta voce in chiesa -, potrà immaginare quanto sia annichilente mettere al mondo una creatura così tanto imperfetta, e quanto sia di sollievo, veicolare il proprio disagio, essere visti e ascoltati, seppur anche in un momento scomodo.
    Quel che voglio dire, è che se un Cristian qualunque – e quindi non un Raimo che ha la sensibilità e la consapevolezza di dirsi, e dirlo, che non ce la fa – , precario e quasinullafacente suo malgrado, viene mandato a svolgere un compito così delicato, senza essere formato e probabilmente nemmeno informato, il minimo che gli può succedere è, appunto, di non farcela a farcela.

    Per quanto riguarda le cooperative sociali, il discorso è ancor più complesso e difficile.
    A dire la verità non sono informato sulla situazione a livello nazionale.
    Secondo quelle che sono le mie informazioni, oramai, non si lavora più se non si hanno almeno degli attestati, o diplomi, o lauree. Nella peggiore delle ipotesi, ci si deve dichiarare disponibili a partecipare ad un qualche corso di formazione professionale ad hoc.
    Che poi si possa trovare da discutere anche su questi, non discuto.
    Ma sempre per rimanere nell’ambito assistenziale, sono corsi che spiegano almeno le differenze tra una piaga da decubito e una scottatura, tra una emiparesi e una tetraparesi, tra una depressione e una diagnosi psichiatrica importante. Il tutto grossolanamente, ma in maniera funzionale al proprio incarico.
    E credo che questo ci metta tutti a nostro agio, in particolare se si hanno parenti o amici affetti da una qualche forma, permanente o temporanea, di malattia o disablità o danno; ma anche solo pensando alle case di riposo, dove si è soltanto vecchi.

    Insomma, chi lavora in una cooperativa sociale, al giorno d’oggi, fa un mestiere.
    Ma dicendo questo, dichiarandomi soddisfatto e quasi felice, non vorrei indurre a pensare che sono un’eccezione, o che sono un idiota, o che sono uno che ha bisogno di indorare un’amara realtà lavorativa, sociale, ed esistenziale, in quanto, altrimenti, dovrebbe ammettere di essere un fallito. O, ancor peggio, uno che antepone l’etica, il proprio afflato fideista, la propria vocazione.
    Se dovessi definirmi in quanto lavoratore, direi che ho trovato un modo che mi si addice per riuscire a pagare il mutuo.
    E aggiungerei che questo lavoro mi consente di non scappare da me stesso, dalla diretta responsabilità che ho nei confronti delle altre persone, di riuscire a coltivare piccole utopie quotidiane, di sentirmi utile, anche se non indispensabile e/o onnipotente.
    Insomma, la relazione d’aiuto, quella educativa, o quella assistenziale che dir si voglia, consentono un contatto diretto con la parte fragile di quella società che molti di noi vorrebbero cambiare e trasformare.

    Ma mi rendo conto di aver parlato molto di più della professione, e molto meno dell’aspetto politico ed economico che ruota attorno al sistema cooperative.
    Forse perché, pur riconoscendo alcune ingenuità – non so, potrei citare il passaggio sui “furbetti e fricchettoni”, vecchia immagine che ormai poco si addice a quei manager del sociale abituati a ragionare in termini di milioni di euro – , mi trovo in larga parte d’accordo sul ragionamento di fondo.
    Questo settore è ormai parte integrante e importante del sistema economico e, in quanto tale, più che all’etica bada al sodo, al soldo.
    O forse ancora perché di economia ci capisco un cazzo.
    O forse perché sono consapevole che se si opera in termini di prevenzione anziché di danno conclamato, si riducono le possibilità che un potenziale utente cronicizzato viva totalmente alle dipendenze dello Stato, e che magari, già che c’è, sia per quel che può, parte attiva della società che ben vede i soggetti quali potenziali lavoratori-consumatori.
    O forse perché, anch’io, concluderei dicendo che “le cose si trasformano, ma le persone restano persone”

    Cristiano prakash dorigo



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