Il mistero del romanzo/incontro Colombati-Piperno

2 maggio 2006
Pubblicato da

di Giovanni Choukhadarian

Che il romanzo sia un mistero può non essere questa gran novità, ma resta una buona idea. Se a lavorarci sopra si mettono due teste non prevedibili come quella del giovanissimo Marco Candida e del cinico, efferato Franz Krauspenhaar ne vien fuori un ciclo d’incontri con autori e pubblico che, salvo smentite, non ha uguali nell’Italia post-ricucciana d’oggidì. Il primo di questi lo ha ospitato la notevole ex sala del Consiglio di Tortona, ospiti due romanzieri di successo come Leonardo Colombati e Alessandro Piperno (l’ordine è, come usa, quello alfabetico).

Non che soltanto scrittori di fama, i due hanno fama di essere buoni oratori: e questa fama hanno senz’altro ribadito di fronte a un pubblico folto e attentissimo, riunito dalle 6 fin quasi alle 8 di sera per ascoltare e discutere le magnifiche sorti e non di necessità progressive del romanzo italiano. In realtà, sia Colombati sia Piperno hanno dribblato la questione, affrontandola tuttavia di sguincio. Colombati, cui è toccato di aprire la conversazione, ha svolto un’ampia relazione sulle origini del romanzo inglese, ribadendo di considerarsene un discendente. Il suo termine di riferimento è infatti il Tom Jones di Fielding, opera fondativa di una linea eroicomico-prosastica cui pure appartiene il suo Perceber. In questa chiave Colombati ha poi approfondito le sue passioni letterarie americane, facendo constare la seconda parte del suo intervento in un’argomentata laudatio di Thomas Pynchon e Philip Roth. Quest’ultimo, e con lui Saul Bellow, sono poi tornati nella comunicazione di Alessandro Piperno, che ha però spostato la sua attenzione sulla centralità dell’autore, a suo dire mai davvero scomparso – né, ovviamente, addirittura morto. Al moderatore dell’incontro è piaciuto introdurre a questo punto la supposta antinomia fra Sainte-Beuve e Proust riguardo all’importanza del dato biografico di uno scrittore ai fini dell’intelligenza della sua opera. Il francesista Piperno, in forma smagliante, ha colto la provazione minima e subito dichiarato la sua simpatia per il critico delle Causeries, non senza sottolineare l’estrema vicinanza che esiste fra i due supposti nemici. Una relazione a tratti impetuosa, che contrastava appena con l’impeccabile Principe di Galles sfoggiato da Piperno per l’occasione. E’ seguito poi il dibattito, che ha impegnato i due relatori per un’altra ora abbondante. Alla fine, verso le 8, il timido saluto di Marco Candida, eccellente organizzatore e della sua spalla locale, l’avvocato Prati, e l’appuntamento al 4 maggio, per l’incontro con un fuori linea in servizio permanente effettivo delle patrie lettere, cioè Tiziano Scarpa. Si prevede un’affluenza almeno altrettanto fitta, anche a dispetto di un tema anche stavolta decisamente ponderoso: Specchi Rovesciati (Che cos’è il Surreale? Esiste? Da Calvino a Manganelli a Carmelo Bene a…).

18 Responses to Il mistero del romanzo/incontro Colombati-Piperno

  1. Raffi il 2 maggio 2006 alle 12:19

    Sì ma… hanno fatto almeno un gol?

  2. Nicolò La Rocca il 2 maggio 2006 alle 12:57

    Il romanzo è rimasto un mistero?

  3. Raffi il 2 maggio 2006 alle 15:47

    Nic, il romanzo non so ma questo post forse sì! :-)

  4. giovanni il 2 maggio 2006 alle 16:43

    Non è elegantissimo intervenire a commento di post che si è scritti, ma mi corre l’obbligo di domandare alla dott.ssa Raffi in che non sia chiaro (o sia oscuro) questo post; che non ha stile, mostra con ogni evidenza di mancare di un implicit reader, ma sembrerebbe scritto in italiano di media intelligibilità, no?

  5. tashtego il 2 maggio 2006 alle 20:01

    quando fascevo il militare a siena conoscevo uno di tortona.
    era simpatico, beveva troppo e di cognome faceva Trussi.
    tipo.
    quando la sera il vino schifoso che beveva gli andava storto, trussi rompeva le palle in camerata dopo il silenzio e diventava cattivo e non faceva dormire nessuno, anche se gli dicevamo trussi vaffanculo domani alle cinque e mezza suona l’adunata.
    io a quell’epoca manco sapevo dov’è tortona.
    e non lo so adesso nemmeno.
    tipo.

  6. un tortonese il 2 maggio 2006 alle 21:18

    Ma S. Maria Canale la conosci almeno, vero? Col mestiere che fai dovresti e son certo che sì. Per non parlare della Parrocchiale, dell’onestissimo Duomo e del bel teatro, che è un neoclassico piemontese di tutto rilievo.

  7. Raffi il 2 maggio 2006 alle 22:05

    Solito prevenuto. Mi riferivo solo al fatto che, di solito così solerte alla risposta, oggi invece non ti manifestavi.

  8. Nicolò La Rocca il 2 maggio 2006 alle 23:21

    Il romanzo, nonostante tutto, resta pur sempre il romanzo borghese nato nell’Ottocento.

  9. Lukacs Casella il 3 maggio 2006 alle 01:16

    “El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes Saavedra è pubblicato in due tempi. Una prima parte nel 1605, la seconda ne”l 1615. ”

    “Francois Rabelais nel 1542 pubblicò insieme i due libri di “Gargantua e Pantagruele” che furono immediatamente condannati dalla Sorbona; la stessa sorte toccò anche al “Terzo libro di Pantagruele”, a causa del quale l’autore rischiò l’arresto.”

    Nonostante tutto, direi di no. Direi che il romanzo è anche qualcos’altro. Qualche secolo prima.

  10. Marco il 3 maggio 2006 alle 11:07

    Niccolò, cosa significa “nonostante tutto”? Insomma: in quel “tutto” che cosa ci metti dentro? Perché ce ne sono di cose in quel “tutto” da metterci. Calvino definisce il romanzo come un moribondo con molto fiato in corpo. E che dire del Don Chisciotte? Se facciamo nascere il romanzo con il Don Chisciotte allora il romanzo è nato morto. Il Don è il primo e anche ultimo romanzo. (In poche parole l’unico). Se lo facciamo derivare dalla Persia il romanzo ha un vita lunghissima e ‘vitalissima’. Dipende quale definizione vogliamo adottare per definire il romanzo. Tu proponi di adottare come definizione il romanzo borghese dell’Ottocento? Benissimo. Io dico che quando ci sono molte definizioni per una concetto (come nei fatti è), allora significa che quel concetto è in perpetua trasformazione (e forse nel caso del romanzo anche in perpetua transustanziazione) e implicitamente in perpetuo movimento. Il romanzo è vivo, vitale. Non è stato, non è e non sarà. Oppure se vuoi è stato, è e sarà. Proprio come tutto quel che è vivo, vitale.

  11. Nicolò La Rocca il 3 maggio 2006 alle 17:07

    Sì, Marco e Casella, sono d’accordo, il romanzo è un genere che si è trasformato nei secoli, rigenerandosi e ridefinendo il suo statuto. Nei secoli il romanzo ha imboccato strade diverse: dal romanzo greco dove era centrale il tema della sorte, al romanzo cortese di Cheretien de Tryes, ricreativo e miracoloso, a quello ottocentesco, borghese. Sempre e comunque il romanzo è espressione di una realtà sociale, economica, ecc. (anche quando la contesta o la vuole rigenerare) e ne esprime l’energia. La scrittura letteraria ha avuto numerosi cambi di direzione. Con il mio “nonostante tutto” volevo dire che oggi, nonostante la forte spinta innovatrice (per oggi intendo dagli inizi del Novecento fino alla Postmodernità), il romanzo (che scriviamo o che leggiamo) è ancora quello nato nell’Ottocento. Non è un giudizio di valore.

  12. Lukacs Casella il 3 maggio 2006 alle 19:24

    ok, ti ho capito ora, nonostante tutto.

    :-)

  13. jack il 4 maggio 2006 alle 08:32

    non esiste “località” “locale” e non esiste nulla fuori dalla Città…

    non esiste mistero che non debba rimanere tale…..più ne parli

    e più lo riveli……

    “La Spalla”……

  14. Nicolò La Rocca il 4 maggio 2006 alle 10:59

    Il mistero del romanzo: più ne parli meno lo riveli.

  15. Albertine il 4 maggio 2006 alle 11:35

    ma in che senso Saint-Beuve e Proust erano vicini? Perché il primo non l’ho letto, ma nel secondo mi sembra che alcuni dati biografici, certo non quelli magnifici della Strada di Swann, fossero piuttosto cachés, o piuttosto déguisés? Cosa ne pensa Piperno in proposito? merci de me l’expliquer…

  16. jack il 10 maggio 2006 alle 11:37

    no il romanzo di oggi non è il romanz borghese dell’800…è molto cambiato….per fortuna….

    oppure lo è tanto quanto è ancora il romanzo di lancillotto

    Jack

  17. jack il 10 maggio 2006 alle 11:38

    Adesso vi stronco Piperno:

    “Il romanzo digestivo”

    “Con le peggiori intenzioni” di A.Piperno inaugura un nuovo di romanzo: il romanzo digestivo.

    La narrazione si esplica con un ritmo scodellante e rimescolante simile alla ruminazione

    dei bovini, un lento e ripetitivo processo di autoconsunzione del proprio materiale.

    Ciò è reso evidente dal lessico super-aggettivato e ridondante, dall’ inquietante ipertrofia delle

    esplicite citazioni neoclassicheggianti e degli epiteti, nonchè dalle inquietanti e frequenti maiuscole

    su sostantivi comunissimi.

    Tutto ciò rivela un processo di solipsistica autocelebrazione della memoria

    e del possesso della memoria: cioè un’agiografia di livello medio.

    Il senso di appartenenza viene ostentato in ogni pagina risultando sempre stucchevole

    e caricaturale fino ad impedire al narratore di far “respirare” i personaggi , tanto

    sono “compressi” nel processo autoreferenziale di “ruminazione narrativa”.

    Il descrittivismo spinto autoconsuma la stessa materia narrativa in una sorta di sceneggiatura,

    o bel canovaccio, di abbozzo incentrato sui “ruoli” che aspetta ancora di essere fatto vivere pienamente…

    Jack

    (Avv. Giacomo Maria Prati)

  18. jack il 11 maggio 2006 alle 08:41

    “Con le peggiori intenzioni”

    è un capolavoro di stile, iconologia, struttura e ritmo.

    E’ un romanzo Pop nel senso più profondo del termine, cioè quale coincidenza di “visione” e di “reificazione” ;

    un romanzo che è un gorgo di romanzi: sulla dialetitca fra ebreo eterno ed ebreo storico fra ebreo mistico-logico

    ed ebreo estetico-edonistico, sui fasti immaginari ma immaginifichi del capitalismo sereno e proteiforme,

    sul possesso del tempo e del “mithos”…….. Piperno manifesta una sensibilità estetica e di costume raffinatissima

    ed irresistibile e trasforma cpm diosinvoltura note alla Pratt in icone esistenziali avvincenti ed emblematiche.

    Un romanzo che si libera con coraggio di intellettualismi ed ideologie mascherate usando la citazione con limpida

    spudoratezza come a scrostare muri inumiditi . Nel suo romanzo ritorna il mito eterno della “festa” sintesi fatale

    della fragilità necessaria ed irreparabile della vita. Un “romanzo-documentario” dve l’autore viviseziona con

    accurata crudeltà il proprio vissuto, un “romanzo meteora” dove la distruzione fredda dei propri personaggi, debitamente

    tenuti a giusta distanza e vomitati da tre memorie (vissuta, raccontata, intepretata) crea nuovi fascinosi immaginari

    come gli asteroidi creano luce disintegrandosi nell’atmosfera.

    Un romanzo eudaimonistico ma antiedonistico (equilibrio difficile) con il semplice dorico coraggio dei classici.

    La struttura è spiraliforme e il ritmo incalzante e sincopato: effetto sicuro e continuo.

    La “descrizione” diventa fattore portante e mediante quale istanza mitopoietica autonoma superando ogni preoccupazione di

    realismo o dialettica retorica o latre quetsioni intellettualistiche.



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